Info



Categorie

Clara

"Non è vero che il mondo è piccolo. Non è neppure vero che è un 'villaggio globale', come pretendono i mass media. Il mondo è grande e diverso. Per questo è bello: perché è grande e diverso, ed è impossibile conoscerlo tutto." Antonio Tabucchi

“Yesterday is History. Tomorrow is a Mystery. But today is a gift. That is why it is called the "Present." Master Oogway

“Se i tempi non richiedono la tua parte migliore, inventa altri tempi.” Baolian, libro II

“O guardi o giochi”. Gould

“Ma così è la vita: se incontri un essere umano nella folla, seguilo... seguilo.” Benjanim Malaussène

“Non voglio nessuno, sulla mia lancia, che non abbia paura della Balena”. Achab

I never blame failure -- there are too many complicated situations in life -- but I am absolutely merciless toward lack of effort. F. Scott Fitzgerald

Stay hungry, stay foolish. Steve Jobs

Archivi

Tag Cloud

Free Tibet

Io sono MiaSally su

Cerca nel sito

Links:

Commenti

Archivio della categoria 'Arte'

Cappella degli Scrovegni

19 marzo, 2012 in Arte. Commenti: 2

Non è mai troppo tardi, per vedere una cosa bella.Questa è stata l’ultima che ho visto nel 2011, e certo una delle migliori di sempre. Spettacolare. Stupefacente. Un gioiello inestimabile conservato ai bordi di una città tutta rivolta verso la luce del suo Santo, che invece il Miracolo ce l’ha da oltre 700 anni srotolato sui muri di un piccolo scrigno di pietra, poco fuori dal centro storico. Enrico Scrovegni, ricchissimo banchiere del tempo, fece costruire questa cappella come dono alla Vergine in cambio della salvezza dell’anima di suo padre, sistemato da Dante in persona nel girone dell’Inferno riservato agli usurai, e poiché il peccato paterno era tra i più gravi, per tentare di cancellarlo chiamò a decorarla il più grande Maestro dell’epoca, Giotto di Bondone. Se c’era uno che ce la poteva fare, quello era lui. Giotto accettò, e in meno di due anni completò un’opera straordinaria ammirata dai visitatori di tutto il mondo come un Miracolo, un dono capace di trasformare un vecchio usuraio dannato in un benefattore dell’Umanità.

E l’Umanità tutta sfila ancora davanti alle sue pareti colorate, col naso in su e gli occhi spalancati a farsi convertire alla meraviglia da quel prodigio divino. Finalmente è arrivato anche il nostro turno, in questa fila infinita. Raggiungiamo il giardino in cui si trova la Cappella di primo pomeriggio, e resto un po’ sorpresa dal primo impatto con l’esterno dell’edificio. Una chiesotta di mattoni rossi dalla forma rettangolare col tetto leggermente a punta, una specie di scatola tozza con un cornicione di pietra bianca non particolarmente elegante, e una trifora sistemata molto in alto. Non è il contenitore che mi aspettavo, per uno dei più bei gioielli del mondo. Prenotiamo i biglietti per la sessione serale doppia, e si rivelerà la scelta migliore che potessimo fare. Siamo all’entrata una decina di minuti prima dell’orario previsto, l’ingresso è a gruppi di 25 persone per volta a orario fisso e chi ritarda perde il diritto alla visita. Mostriamo i nostri tagliandi e ci fanno entrare nella sala di compensazione, che poi richiude le porte automatiche alle nostre spalle. Si tratta di una speciale sala con pareti di vetro in cui i gruppi di visitatori restano per circa un quarto d’ora prima di avere accesso alla Cappella, per stabilizzare il microclima ed evitare sbalzi di umidità e temperatura che potrebbero danneggiare le pitture. Nei 15 minuti di sosta forzata assistiamo a un documentario sulla storia della conservazione degli affreschi, compreso l’ultimo intervento di restauro completato nel 2002 che ha incluso la creazione di questa speciale camera protettiva. Fuori dal cubo di vetro è buio e fa freddo, le immagini delle scene dipinte scorrono sullo schermo di un grande televisore accompagnate da un commento che mi pare alquanto noioso, ma forse è solo perché ormai siamo vicinissimi alla nostra meta e invece ci trattengono ancora, e io non vedo l’ora di ammirare con i miei occhi l’opera della maturità di uno dei miei Maestri preferiti. Finalmente scorrono i titoli di coda, e la porta a vetri interna si apre silenziosamente per lasciarci accedere al corridoio che conduce all’entrata. Sembra di entrare nel caveau di una banca, o in un luogo segreto riservato a pochi adepti. E’ questione di poco, qualche metro nella semioscurità e raggiungiamo una minuscola porticina, che dà accesso direttamente all’interno. Ci ritroviamo all’altezza del lato sinistro dell’altare, poco più avanti dell’inizio dell’abside, con le pareti della Cappella che si allungano alla nostra destra. Le prime cose che mi colpiscono sono i colori, intensi e vividi, e la dimensione dello spazio che ci accoglie, molto più piccola di quanto mi aspettassi. Pensavo a questa chiesa famosa nel mondo come a qualcosa di grandioso, invece è una semplice Cappella familiare lunga una ventina di metri e larga meno di dieci, a navata unica, con la volta a botte e un’abside stretta e un po’ incassata. Il tempo di assorbire l’impatto, pochi passi lungo la pedana che scende verso il fondo della chiesa, e comincio a realizzare che sono davvero qui, davanti agli affreschi più importanti di Giotto – ci sono in mezzo a dire la verità, circondata da ogni lato da immagini e colori e cielo blu – completamente immersa in questo mondo colorato come un pesciolino liberato in un acquario nuovissimo. E come un pesce, comincio piano piano a vagare, qua e là, ora da un lato delle balaustre ora dall’altro, gli occhi fissi su questi colori e questi volti inimitabili, ipnotizzata e lievemente stordita da tanta sfolgorante bellezza. Trattengo il respiro come in apnea e vago lentamente senza sapere bene dove guardare, in completo silenzio. Familiarizzo con le immagini che ho intorno e piano piano riconosco i quadri dei tre registri sovrapposti di racconti: la storia di Anna e Gioacchino, in alto, la storia di Maria, più sotto, e poi la nascita di Gesù e gli episodi principali della sua vita fino alla Crocifissione e alla Resurrezione. E in fondo a tutto, sulla parete della controfacciata, il grandioso Giudizio Universale, in cui le anime sono definitivamente divise tra salve e dannate. L’idea è semplice ma geniale. Uno spazio ampio suddiviso in tre fasce orizzontali a loro volta ridivise in pannelli quadrati, separate sul lato sud dalle finestre a vetrate della chiesa, su quello nord da corrispondenti elementi geometrici dipinti a cornici e losanghe, a creare un effetto ottico di struttura architettonica che in realtà non c’è. Sotto le fasce dipinte gira uno zoccolo alto in cui i marmi policromi, le nicchie e le statue raffiguranti i Vizi e le Virtù sono affrescati con una precisione tale da ingannare perfettamente l’occhio dello spettatore.


L’altare è decorato da tre meravigliose statue in marmo di Giovanni Pisano, mentre nell’abside stretta situata subito dietro si trovano le tombe di Enrico Scrovegni e sua moglie. Morire deve fare meno paura, a sapere di riposare in eterno in questo Paradiso. In alto, proprio di faccia al Giudizio Universale, si trova la lunetta con Dio Padre, e ai suoi lati, l’Angelo dell’Annunciazione sulla sinistra e la Vergine Maria sulla destra. Sulla volta a botte risplende un cielo azzurro trapunto di stelle, sul quale spiccano 8 medaglioni piccoli e 2 grandi nei quali sono contenuti i Profeti, la Vergine e Gesù Pantocratore.

Una struttura chiusa e completa, un percorso ideale, il viaggio dell’Anima verso la Salvezza eterna. Una bolla di perfezione assoluta, nella quale entrare e perdersi è un attimo.

Una delle caratteristiche più sorprendenti di queste pitture è la loro dimensione, e la distanza ravvicinata alla quale è possibile osservarle. Niente a che vedere con le meraviglie assolute ma altissime della Sistina o del Duomo di Arezzo. Qui i pannelli che raccontano le storie principali si sviluppano lungo pareti che si trovano a pochi metri da chi le osserva e anche i quadri più alti sono perfettamente leggibili in ogni dettaglio, con il risultato di un’impressione di intimità e partecipazione eccezionali. Mi accorgo che più volte torno istintivamente a guardare verso il basso tenendomi alle ringhiere come a verificare dove sto camminando, con l’impressione netta di essere in cima a un’impalcatura che innalza i visitatori all’altezza delle pitture per permetterne una visione più ravvicinata, ed è con una piccola sorpresa che ogni volta riscopro che sto camminando proprio a terra, non c’è nessun palco sospeso, nessun trucco mi solleva all’altezza di queste figure meravigliose – niente oltre alla magia di quest’arte che sa innalzare tutti all’altezza di Dio.

In questo spazio magico, basta sollevare lo sguardo per muoversi in una serie di dipinti in cui i medesimi personaggi passano da un pannello all’altro rimanendo uguali a se stessi ma sempre coinvolti in nuovi eventi, in una sorta di sequenza di fotogrammi che ricordano quelli di un film. Se queste immagini colpiscono così intensamente il nostro occhio di spettatori multimediali del XXI secolo, è difficile anche solo immaginare l’impatto straordinario che possono aver avuto sugli animi di uomini e donne di inizio ‘300 per i quali il cinema non era neppure una possibilità lontanamente concepibile. Fedeli che entravano nella Cappella conoscendo quelle storie fatte solo di parole, e che di colpo se le ritrovavano davanti vere e vivide, intense e commoventi come mai avevano osato rappresentarsele. Una Bibbia in technicolor in cui la Parola si è fatta immagine e il racconto è diventato emozione. Una rivoluzione per l’anima e per il cuore, quando la grandezza di Dio si manifesta con tanto assoluto splendore.

Dopo un primo impatto potente che mi ha un po’ stordita, cerco di trovare il bandolo di questa matassa colorata per cominciare a leggerla seguendo un filo logico, nel tentativo di non perdermi niente di questo spettacolo grandioso. Cerco le scene iniziali, quelle della storia di Anna e Gioacchino, nelle quali è immediatamente evidente l’intento narrativo realistico della descrizione pittorica degli eventi, una delle caratteristiche più preziose dell’Arte di Giotto. Ogni quadro rappresenta una scena che è un momento metaforico ma anche reale della storia, ed è narrato con tutta la simbologia e con tutto il sentimento del caso. Così, il ritorno di Gioacchino, bandito dalla città perché mai benedetto da Dio con un figlio, è ovviamente accolto con grande gioia da sua moglie Anna, alla quale l’Angelo ha finalmente annunciato la prossima maternità, e che lo attende con le altre donne presso la Porta Aurea in una scena descritta in tutta la sua portata simbolica.

Ma guardando quell’immagine si percepisce che c’è più che gioia nell’abbraccio dei due protagonisti che avranno finalmente il figlio desiderato, c’è amore vero e infinito in quel cerchio familiare di braccia e di sguardi segreti che li raccoglie e li taglia fuori da tutto il resto del mondo. E’ un sentimento intenso e forte che colpisce e spiazza per l’onestà pura con la quale è mostrato, e che commuove nella raffigurazione del dettaglio del bacio che i due coniugi si scambiano accarezzandosi i volti, espressione esatta del sentimento che stanno provando. Il primo vero bacio della storia della pittura italiana, rimasto uno dei più belli in assoluto.

Tra le scene della storia di Maria, mi colpisce quella delle sue nozze con Giuseppe. Davanti al tempio e al suo sposo Maria è una fanciulla sottile e bellissima, elegante nel suo abito bianco, ha una coroncina di fiori sui capelli ed è circondata da ragazze sofisticate e partecipi. Quella che Giotto dipinge qui è una comune scena di nozze che si ripete in ogni luogo e in ogni tempo, una ragazza felice nel suo vestito bianco che si sta per sposare. Ma la magia del suo tocco trasforma quelle nozze in un evento unico, e lo fa con una leggerezza che lascia incantati. Perché basta guardare più attentamente per notare il dettaglio della mano sinistra che, proprio nel momento dello scambio degli anelli, Maria tiene appoggiata sul suo ventre, in un gesto di segreta tenerezza che accenna alla rivelazione della grandezza del figlio che nascerà da quel grembo.


Nell’elegantissimo quadro del corteo nuziale che va verso il palazzo gli sposi procedono insieme, Giuseppe avanti e Maria che lo segue da vicino sorreggendo il suo abito con la grazia assoluta di una figurina gotica. Il cielo azzurro e aperto sovrasta la scena regalando un senso di libertà e festa, ma l’emozione più intensa stavolta arriva da un elemento invisibile agli occhi, la musica. Il corteo è accolto da tre suonatori belli come angeli ma rappresentati in maniera assolutamente realistica, con le gote gonfie e l’espressione concentrata dei volti mentre suonano i loro strumenti. La rigidità distaccata delle rappresentazioni medievali si scioglie nella morbidezza di queste linee quasi rinascimentali.

Anche una delle scene più classiche, la Natività, è illustrata con maestria assoluta. Maria è bellissima, distesa nel suo giaciglio e coperta dal mantello blu, pettinata con un’acconciatura raffinata che le lascia scoperto il volto, mentre si china a prendere tra le braccia quel Bambino disteso nella mangiatoia che salverà il mondo con il suo sacrificio. In questo momento però lui è solo il suo bambino e lei lo guarda come ogni madre guarda il proprio figlio, mentre anche lui tiene gli occhi fissi in quelli della madre in un dialogo muto ed esclusivo che resta riservato solo a loro due. Due profili agganciati in un unico sguardo a tagliare fuori tutto il resto del mondo, presente e futuro.

Nell’adorazione dei Magi l’elemento realistico e quello emotivo si fondono in maniera ancora più netta. Qui, insieme ai Re venuti a inginocchiarsi davanti al Bambino, Giotto raffigura nel cielo sopra alla capanna una grande stella d’oro dalla coda splendente. Si tratta nientemeno che della cometa di Halley, che lui stesso aveva osservato brillare in cielo nel 1301 e che al tempo era ritenuta proprio la cometa seguita dai Re Magi fino a Betlemme la notte dell’Epifania. La stessa stella che anche noi abbiamo visto passare con uguale stupore sulle nostre teste nel 1986, e la medesima che compare ricamata nell’arazzo di Bayeux, nel quale si celebrava la vittoria sull’Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore nel 1066. Una scia di luce che corre da sempre nel cerchio infinito del cielo, unendo in un’unica linea di meraviglia secoli di occhi sollevati a guardarla.

Dopo tante scene di pace si incontra una rappresentazione che appare subito altamente drammatica, quella della strage degli Innocenti ordinata da Erode nel tentativo di uccidere Gesù. Il re della Giudea, innalzato su una tribuna simbolo del suo alto potere, ordina ai suoi uomini di uccidere tutti i bambini del popolo, e questi eseguono l’ordine senza esitazione. Unica forza contrapposta alla loro ferocia, l’amore delle madri che si oppongono disperatamente a tanta violenza, pronte a fare scudo con i propri corpi ai figli indifesi e a invocare pietà per quegli innocenti.

L’azione è drammatica, molti corpi di piccoli uccisi giacciono già a terra – ancora bellissimi nella loro purezza – e altri stanno per essere orribilmente massacrati, in un quadro in cui le due fazioni del potere politico e delle ragioni umane si fronteggiano in maniera inconciliabile. Ma anche qui, al di là dell’equilibrio perfetto dei volumi e dei colori, e dei personaggi rappresentati di spalle e di fronte che bilanciano con esattezza la raffigurazione di un dramma così intenso, è nel dettaglio che risplendono la grandezza umana di Giotto e la sua capacità di rendere universale un evento particolare. Le sue madri sono un gruppo unito, compatto, animato da un unico desiderio di protezione. Sono giovani donne disperate, spaventate, scarmigliate, non hanno armi se non quella dell’amore per i loro figli ma sono disposte a tutto per salvarli, anche a cercare di strapparli via a forza dalle mani dei loro carnefici. I profili dei loro volti solcati dalle lacrime, le espressioni angosciate, le bocche aperte in grida di strazio e pietà riescono a emozionare più di qualunque gesto, e a coinvolgere i cuori di ogni tempo.

Stiamo ancora ammirando la bellezza drammatica di questa scena quando sentiamo, come da lontano, il trillo acuto e ripetuto di un segnale acustico che risuona nell’aria. Il tempo di vedere la signora che ci ha fatti entrare radunare le persone presenti, e comprendiamo che i 15 minuti concessi sono trascorsi, è finito il turno di visita di questo gruppo. Uscire adesso? Di già? Impensabile. Un attimo di panico ci blocca, poi tiriamo fuori i nostri tagliandi validi per il doppio turno – benedicendo il momento in cui abbiamo optato per questa scelta – e li mostriamo risoluti, e lei non può che confermare il nostro diritto a rimanere ancora. Sollevati, torniamo al nostro posto, e pochi momenti dopo questo luogo magico ci regala un’emozione del tutto inattesa. La signora si è portata via il nostro gruppo – tutto – ed è andata ad accogliere il successivo, e intanto noi restiamo dentro la Cappella da soli. Improvvisamente, siamo io e Luca soli in mezzo a tutta questa meraviglia – beneficiari esclusivi di tanta straordinaria bellezza – un privilegio assoluto che ci regala un’emozione intensa. Le luci sono accese, un silenzio antico riempie lo spazio fino in cima alla volta, i colori e i volumi delle figure di Giotto si srotolano sulle pareti intorno a noi in un film che ci circonda come un cerchio magico mentre siamo qui da soli, spettatori unici di tanta potente meraviglia. Per una manciata di minuti diventiamo i padroni di questo spazio incantato, e ne raccogliamo tutta l’energia. Non deve capitare a molti, di poter vivere momenti così preziosi. Dura solo il tempo che serve alla signora per andare ad accogliere il nuovo gruppo di visitatori e accompagnarlo nella Cappella, ma nel mio ricordo resteranno minuti indimenticabili.

Mentre i visitatori del nuovo gruppo si lasciano stupire dall’impatto con i colori e le forme che li accolgono, noi riprendiamo il nostro viaggio nel film di Giotto dalla scena del Battesimo. Gesù è raffigurato con grande realismo, già immerso nel Giordano che scorre tra due alte quinte di roccia, l’acqua è così trasparente da lasciar intravedere l’incarnato chiaro del suo corpo e perfino un pesce argentato che nuota vicino alle sue gambe. Uno dei meravigliosi piccoli dettagli di Giotto, nei quali poesia e ingenuità si fondono in maniera unica e assolutamente commovente. Qui, circondato da una serie di figure scandite da un’alternanza di panneggi colorati accostati con perfetta armonia, Gesù riceve il Battesimo da Giovanni di fronte ai suoi discepoli. In quel momento la luce divina squarcia l’azzurro di lapislazzuli del cielo e la benedizione di Dio Padre discende sul capo del figlio, in una linea verticale originale che unisce direttamente il cielo e la terra, perfetta metafora del potere del battesimo di permettere alle anime l’accesso al regno dei cieli.

Vivissimo e reale è anche il Gesù che, infuriato, scaccia i mercanti dal tempio. Di fronte alla raffinata architettura della casa di Dio, un Gesù insolitamente agitato alza il braccio e mostra il pugno verso i mercanti che profanano quel luogo sacro con commerci indegni. Quel gesto, e l’intensità con la quale è compiuto, che causa il rovesciamento del tavolo e la fuga di alcuni animali spaventati, impressiona i mercanti e lascia stupiti persino i suoi stessi discepoli, che non si aspettavano quella furia. Giotto racconta questa sorpresa con la sua inconfondibile leggerezza nella figura del bambino che stringe a sé la colomba in un gesto di protezione, e in quella di Giovanni che nasconde un altro piccolo spaventato sotto al suo mantello. Questa non è mera rappresentazione fine a se stessa, questo Gesù è di carne e sangue come gli uomini e vive le loro stesse emozioni.

Una delle scene più classiche della narrazione della vita di Gesù, l’Ultima cena, sorprende per l’incredibile qualità compositiva raggiunta da Giotto. Sotto un loggiato di architettura delicata, ritratti come visti attraverso una parete di vetro in uno scorcio di prospettiva completamente nuovo, i 12 apostoli siedono a cena, alcuni di fronte altri completamente di spalle allo spettatore, che ne intuisce i corpi dai volumi dei panneggi degli abiti. Gesù, a capo tavola, ha annunciato che uno di loro lo tradirà, e lo sconcerto e la sorpresa gelano quell’istante drammatico sui volti e nei gesti dei presenti, che si guardano increduli. Le parole gravi di Gesù sono sospese nell’aria, tutto si è fermato di fronte a questa terribile rivelazione. Movimento catalizzatore di tutte le emozioni del momento è quello di Giovanni, che ha posato il capo sulla spalla del suo Maestro chiudendo gli occhi come per rifiutarsi di vedere la verità annunciata dalle parole appena ascoltate. Gesù, immobile e silenzioso, tiene in mano il boccone da porgere a colui che il suo gesto indicherà come il traditore, Giuda, che è seduto di spalle lì accanto. Non l’azione ma l’emozione, ancora una volta, gioca il ruolo principale nell’illustrazione di questo episodio.


Colori magnifici e grande agitazione sono di nuovo protagonisti nel quadro della Cattura di Cristo. I soldati riconoscono Gesù grazie al bacio di Giuda che ne rivela l’identità, e si scatena lo scontro. Lance, torce, braccia si incrociano e si oppongono in un’azione concitata e confusa. C’è chi brandisce armi, chi suona il corno, chi spinge o strattona il nemico per il mantello. Pietro, a sorpresa, sfodera addirittura un pugnale per colpire un soldato all’orecchio, mentre un altro discepolo cerca di riportare un po’ d’ordine in quel caos agitato. Ma tutto avviene ai lati della scena. I due protagonisti al centro degli eventi rimangono immobili, fissati in un abbraccio rivelatore e definitivo. Non c’è più niente che si possa fare per impedire al destino di andare come deve andare, l’agitazione caotica che c’è intorno non serve ad altro che a sottolineare questa verità incontrovertibile.

Poco più avanti arriviamo a uno dei quadri centrali della storia di Gesù, la Crocifissione. La composizione è piuttosto classica, la Croce di legno al centro, i discepoli raccolti in gruppo a destra, le donne a sorreggere Maria piegata dal dolore a sinistra, la Maddalena in ginocchio ai piedi di Gesù crocifisso. A prima vista sembra una scena abbastanza nota e riconducibile a una tradizione conosciuta, e in qualche modo familiare. Ma basta restare lì davanti un po’ più a lungo per cominciare a rilevare dettagli rivelatori della sua originalità, e percepire che in quell’immagine c’è qualcosa di nuovo e intenso, un’emozione pulsante che emerge piano piano e arriva inesorabile a toccare il cuore. Giovanni e il gruppo delle donne confortano la madre di Gesù con tenerezza, tutti gli sguardi sono rivolti a lei e non alla Croce. Il loro sostegno è fisico oltre che morale, la sorreggono e le stringono le braccia in un contatto umano che trasmette vicinanza. Maria, con una veste azzurra come il cielo che la sovrasta, si lascia andare al dolore senza più forza, le mani abbandonate lungo il corpo, il capo chino come quello del figlio, gli occhi chiusi come quelli di lui. E’ un’icona totale della sofferenza. Ma la sensibilità di Giotto ha saputo fare di più, aggiungendo un dettaglio capace di caricare la scena di ulteriore emozione. Maria è raffigurata con il capo scoperto, non porta nessun velo, il che è insolito per l’epoca. Il suo velo è presente sulla scena in realtà, è il sottile velo bianco che cinge i fianchi di Gesù, passato dalla madre al figlio per proteggerlo almeno in parte dal pubblico oltraggio al quale è stato condannato dai suoi aguzzini. Un gesto piccolissimo in un momento dominato dalla morte, eppure un gesto di amore immenso, di cui una madre sa essere capace.

I personaggi laterali sono presenze moderatamente composte di fronte al destino che si è ormai compiuto, silenziosi o appena bisbiglianti, ma ce n’è uno che invece non sembra riuscire ad accettare veramente ciò che è accaduto. E’ la Maddalena, inginocchiata accanto alla Croce, bellissima con i lunghi capelli sciolti sulle spalle, il profilo che rivela le lacrime che le rigano il volto, e la schiena curva sotto il peso del dolore. In questo momento di strazio per tutti lei è l’unica capace di compiere un gesto di dolcezza assoluta accarezzando i piedi di Gesù ormai morto, come a voler toccare un’ultima volta qualcuno che era vivo e amato e che non si può accettare di dover lasciare andare via, per sentirlo ancora, e farsi sentire ancora una volta. Chiunque abbia dovuto affrontare un simile dolore sa riconoscere quel gesto all’istante, e sentirlo suo.

Il corpo di Gesù è candido, delicato, eppure più che pallido è luminoso – come fatto d’aria e di luce – come se la morte non avesse potere reale su quella carne. Ma soprattutto, risplende sullo sfondo di un cielo di lapislazzuli azzurrissimi, di un blu intenso e profondo, un cielo infinito che invade ogni centimetro di spazio libero. E in questo meraviglioso azzurro, vola il più incredibile cerchio di angeli che sia dato incontrare. Piccoli angeli che ruotano intorno a Gesù agitati come falene impazzite intorno alla luce – uno si straccia le vesti, un altro spalanca le braccia disperato, altri piangono, mentre in tre raccolgono nelle coppe il sangue che cola dalle sue ferite. Ogni angelo è raffigurato in una diversa posizione, di fronte, di profilo, dall’alto, ma tutti hanno l’orlo della veste colorata che sfuma nel nulla, a indicare la velocità e la disperazione di quel volo di creature rese folli dal dolore per la tragedia appena compiutasi. Una rappresentazione originalissima e potente, che avrà lasciato senza parole i fedeli che la videro per la prima volta 700 anni fa esattamente come lascia ammutoliti noi oggi.


La sequenza successiva è una delle più emozionanti, il Compianto sul corpo di Cristo. Il corpo di Gesù ormai morto è stato staccato dalla Croce e disteso a terra, la madre e i discepoli possono sistemarlo e salutarlo prima di portarlo al sepolcro. La composizione è assolutamente magnifica nella sua costruzione, certo una tra le più belle di tutto il ciclo pittorico. Maria, inginocchiata, tiene tra le braccia il corpo del figlio nella rappresentazione classica della Pietà e lo accarezza teneramente, il suo volto è vicino a quello di Cristo ed entrambi sono trasfigurati dalla sofferenza. Ma non si tratta di un dolore privato, stavolta. Questi due volti sono il centro focale di un’onda di dolore che da loro si propaga a tutti i presenti, a tutti i cristiani, e a tutti gli uomini. Intorno alla Pietà ci sono le pie donne che con Maria rendono omaggio al corpo di Gesù, e Giotto non avrebbe potuto rappresentarle con maggiore carica emotiva. Sono sistemate tutte a terra, inginocchiate o sedute alla solita altezza di Maria, e sono raffigurate di profilo o di spalle, straordinari volumi di colore perfettamente armonici. Una sostiene dolcemente la testa di Cristo, altre due gli tengono le mani, la Maddalena gli accarezza i piedi martoriati dalle ferite dei chiodi, in un anello di dolore che si espande con la sua massima intensità al livello del suolo.

In un cerchio lievemente più elevato si incontrano altre donne che piangono con gli sguardi rivolti verso il basso, e soprattutto si trova Giovanni, curvo verso il corpo esanime di Gesù, con le braccia spalancate in un gesto che è netto e straziante come un grido. In un cerchio ancora più esterno altri discepoli partecipano al compianto col capo chino, ammutoliti e impotenti di fronte a ciò che è accaduto, mentre tutti gli sguardi restano sempre rivolti verso il centro emotivo della scena.

Infine, un’ultima, meravigliosa spirale di dolore si allarga nel cielo. Un cerchio di angeli affranti sorvola la scena, i volti piangenti, i gesti disperati, gli orli colorati delle vesti svolazzanti che sfumano nell’azzurro del cielo. Un girotondo di dolore che sembra riflettere e allargare in una spirale infinita quello terreno nel quale ha origine, a propagare nei cieli del Padre l’eco dello strazio per la morte del Figlio.

Ma la meraviglia non è ancora finita. Basta spostare lo sguardo di pochi metri per trovarsi di fronte a uno dei quadri più emozionanti dell’intero ciclo, che è anche il mio preferito, la Resurrezione di Cristo. La Maddalena, recatasi al sepolcro a visitare Gesù, trova solo i soldati addormentati, mentre due angeli le indicano un uomo che si sta allontanando. E’ il Cristo risorto, che le rivolge il suo “Noli me tangere” portando con sé il vessillo sul quale si legge “Victor mortis”.

La scena è essenziale, e bellissima. Sul sepolcro aperto gli angeli siedono tranquilli indicando il Risorto che si allontana nella sua veste candida, i soldati dormono appoggiati contro il marmo rosato della tomba in una posizione di abbandono, con le teste reclinate all’indietro e i volti sereni, completamente ignari di ciò che è accaduto. La bellezza dei volti dei soldati è stupefacente, assolutamente formidabile. La posizione, la morbidezza, le ombreggiature delicate della pelle contro il rosa marmorizzato dello sfondo fanno di queste figure personaggi descritti con un livello di perfezione che sarà raramente raggiunto anche nei secoli successivi. Li guardo e mi viene in mente la Resurrezione di Piero, una di quelle immagini alle quali ricorro ogni volta che ho bisogno di infilarmi dentro a qualcosa di veramente bello. Con mia stessa sorpresa, mi ritrovo a dover ammettere che questi soldati sono splendidi almeno quanto di quelli di Sansepolcro. E io lo adoro, quell’affresco. Risolvo la questione a modo mio, convincendomi che un giorno anche Piero è stato qui, in piedi in questo stesso corridoio dove stiamo noi adesso, con lo sguardo in su a seguire il percorso delle linee miracolose che abbiamo davanti, e a lasciarsene modellare gli occhi e l’anima. Così un giorno, quando ha avuto bisogno di dipingere la sua Resurrezione, non gli è stato difficile ritrovare nel suo animo l’impronta dell’emozione vissuta qui, per creare quello che è stato definito “il più bel dipinto del mondo”.


Magnifica quanto tutto il resto in questa scena, è la Maddalena che, inginocchiata, si trova di colpo di fronte all’impossibile: il morto che era andata a trovare è vivo, e cammina davanti a lei. Lo stupore spalanca i suoi occhi, mentre le sue mani si allungano a cercare una conferma tangibile di ciò che sta vedendo. Perché a volte si ha proprio bisogno di toccarlo, quello che ci pare troppo bello per essere vero. Lei non è che un mantello rosso cui il drappeggio conferisce volume, e dal quale escono solo il volto pallido e le braccia tese, le mani cieche allungate a toccare la verità folgorante del miracolo.


L’ultima scena della narrazione è anche la più grandiosa, il Giudizio Universale, che occupa l’intera superficie della controfacciata e che conclude il viaggio di chi entra in questa scatola magica. La costruzione è geometrica, e a modo suo perfetta. Al centro della scena, un grande Cristo in mandorla circondato da schiere di angeli e santi decide il destino finale delle anime indicando con il palmo delle mani rivolto verso l’alto o verso il basso se la via sarà quella del paradiso o dell’inferno. Ma se il paradiso è rappresentato in maniera abbastanza classica, con angeli in volo e armonie di luce, la visione dell’inferno è più originale. Da un lato dei piedi di Cristo nascono fiumi di fuoco che trascinano via i peccatori colpevoli dei tre vizi capitali, Avarizia, Lussuria e Superbia, portandoli fino al centro più oscuro dell’inferno dove un Satana terribile fa scempio delle loro anime. Sotto al Cristo una croce suddivide visivamente lo spazio tra Bene e Male, simbolo di scelta per tutti gli Uomini. Ai piedi della Croce c’è la scena della dedicazione, nella quale Enrico Scrovegni in persona porge a Maria un modellino della Cappella fatta costruire in suo onore. La scena del Giudizio è lineare ma nient’affatto piatta né statica, tutti sono rivolti verso il cerchio di luce iridata nel quale siede Gesù e tutto pare in qualche modo ruotare intorno a lui, e avere in lui il proprio centro focale.

L’impressione è che l’intento principale non sia semplicemente minacciare i fedeli di un’eternità di orrori e dolore se si allontanano dalla retta via. Il Cristo che giudica qui è calmo, si limita a manifestare la sua decisione con un semplice gesto della mano – tutta la scena dice solo “a voi la scelta”. Molte più aureole che demoni qui, e una grande ricerca dell’ordine e dell’armonia come alternativa al caos. Un Giudizio che divide chirurgicamente le anime in due gruppi distinti, dove la Croce è il bisturi e il pernio di tutto, e il verdetto finale è il risultato scientifico di un’equazione primaria: Giustizia sarà fatta. Fa venire quasi voglia di crederci, a vederla messa così.

Rimaniamo immersi nelle sequenze di quadri della Cappella finché il trillo acuto del segnale di fine turno annuncia che il nostro tempo è finito – per davvero, questa volta. Ma è stato un buon tempo, uno dei migliori dell’anno. Un’esperienza indimenticabile, questo viaggio dentro a un racconto che ci ha parlato con parole speciali. Perché Giotto, Maestro di volumi e geometrie, di composizioni e prospettive come nessuno era mai stato prima di lui (e pochi, dopo), trova la sua grandezza unica non nelle forme ma nei contenuti, non nella tecnica ma nel gesto, non nella complessità ma nella linea semplice che, da sola, racconta un mondo intero. Così il profilo di un volto, la linea di una mano, la curva di un capo reclinato o l’intensità della sfumatura di un panneggio raccontano più di qualunque parola, riuscendo a trasmettere l’emozione totale della narrazione. Un dono raro, privilegio di pochissimi grandi. Usciamo arricchiti da questa visita, che con mia sorpresa si è rivelata perfino superiore alle aspettative. Chi potrebbe dire la stupefacente meraviglia racchiusa in questo luogo, vedendo da fuori questa grossa scatola di mattoni un po’ tozza.

_____________________________________________________________

Gabbiette

26 dicembre, 2011 in Arte. Commenti: 4

La notte di Capodanno è dedicata in tutto il mondo allo scambio di Auguri, ma soprattutto ai brindisi all’Anno Nuovo. Alla fine restano abbracci nei cuori, baci sparsi, e tappi di sughero sparati via tutti insieme, dopo esser stati liberati dalle loro gabbiette.
Oggetti minuscoli, insignificanti, che però, nelle mani giuste, possono trasformarsi in maniera sorprendente. Il mio Luca ha questa magia nelle sue mani, e quello sguardo speciale capace di vedere ciò che ancora non c’è, e regalarmelo.

Bastano un po’ di abilità, una piccola pinzetta e una grande fantasia, e un filo di metallo può diventare tutto quello che si riesce a immaginare. Un angioletto per esempio, con tanto di ali, aureola e mani giunte in una preghiera sottile.

Una creatura che è diventata un pezzo unico da donare, per una collezione speciale che non smetteremo mai di arricchire.

Il primo lavoro realizzato con questa tecnica così originale non è stato l’angelo però, ma una piccola renna, esile ed elegante, con un muso buffo come solo questi animali possono avere.


Poi è arrivato uno strano omino, delizioso nella sua stramberia, con l’ombrello in una mano e la valigetta da lavoro nell’altra, e un’aria un po’ da divo del musical un po’ da Mary Poppins, che è diventato subito uno dei miei preferiti.

Il cane invece mi ha lasciata stupita per la sua verosimiglianza e per l’atteggiamento così tipico, con la testa affilata e la coda ritta, adorabile.

Un’altra specie di cane è uscito poi da una preziosa gabbietta francese, però più strano, con le gambette corte e le orecchie grandi, non facilmente identificabile.

Almeno finché non è arrivato anche il guerriero armato di lancia.

Allora è diventato evidente che quello strano cane altri non era che fedele il compagno di quel cacciatore primitivo, e che insieme potevano riuscire in qualunque eroica impresa.

Un altro omino, minimale nonostante la sua composizione più complessa, è quello che io chiamo l’Attore. Credo che sia perché la testa di sughero con sul volto un’espressione concentrata, il corpo dalla postura dritta, il gesto ampio delle braccia sollevate mi fanno pensare a un attore che sta recitando il suo brano più drammatico.

Il Samurai invece è facilissimo da riconoscere. Il corpo piegato sulle ginocchia, il braccio aperto a raccogliere l’ultimo brandello di coraggio, la posizione inconfondibile della lama puntata verso il suo stesso cuore, tutto ricorda il gesto d’onore estremo dei guerrieri dell’antica tradizione giapponese. Ha perfino i capelli scuri e lucidi e la fascia rossa legata intorno alla fronte, come un perfetto piccolo Samurai.

Un soggetto molto meno drammatico e decisamente più simpatico è la tartaruga, un classico che è tra i miei preferiti. Guscio scuro e duro, zampe larghe e corte per un’andatura lenta ma costante, e una testa tozza sul collo che spunta fuori dal grosso carapace, semplice e bellissima nella sua naturalezza.

Dato che la creatività non ha limiti, è capitato anche che le mani magiche operassero con le loro pinzette su materiali diversi da sughero e gabbiette metalliche, con risultati altrettanto sorprendenti, alla fine. La fantasia ha spiccato un balzo addirittura fuori dal Sistema Solare, per incontrare mondi e creature aliene quanto meno inquietanti.

Adesso abbiamo la prova che gli alieni sono davvero verdi e luccicanti, hanno grandi orecchie paraboliche, e trascorrono buona parte del tempo a gestire i loro progetti di invasione della Terra davanti a una consolle iper-tecnologica multifunzionale. Non sono poi così alti come si credeva, ma non disdegnano una birretta ogni tanto…

Come per quasi tutte le cose, il motivo per cui si fanno diventa un motore potente nella spinta alla realizzazione migliore possibile di ciò che si è cominciato, e questo è vero anche in una cosa banale come piegare un filo di ferro. Così, uno dei pezzi più belli usciti dalle mani di Luca è stato fatto per una persona speciale, che aveva una grande passione per un cantante del quale era fan. Il desiderio di fare un oggetto unico solo per lei, per veder brillare i suoi occhi di gioia nel momento in cui lo avrebbe ricevuto, ha mosso le pinzette in maniera più magica del solito, fino a ottenere un risultato finale incredibilmente straordinario. Almeno per me, e certo per chi lo ha ricevuto in dono.

Comunque, che sia una figura complessa o la più semplice e stilizzata delle forme, la magia di questa tecnica così originale non finirà mai di stupirmi. E neppure la scoperta che si può trovare la poesia anche nelle più piccole cose.

_____________________________________________________________

Rosso Fiorentino

1 novembre, 2010 in Arte. Commenti: 2

Già il nome evoca l’atmosfera. Energia, vigore, creatività. Un fuoco che crepita dall’interno e diffonde luce e calore vitale. Però bisogna vederlo, per capire davvero. E per dire di averlo visto bisogna vedere la sua opera più straordinaria, custodita nella Pinacoteca di un borgo medievale capace di rivelarti un frammento inedito della sua bellezza ad ogni nuova visita. Per questo ci siamo tornati volentieri, a Volterra, arroccata a una manciata di curve da noi, ignorando bellamente i vampiri che ultimamente pare bazzichino la zona per accompagnare occhi nuovi ad ammirare la creazione più spettacolare di questo artista del Manierismo italiano.
Che poi, ci sono molti altri pezzi più che validi lungo quel percorso museale, addirittura due magnifici Signorelli proprio in quella stessa sala, di cui uno è un’Annunciazione così raffinata da ricordare la grazia pura di Botticelli. Ma quando poi ti volti e ti ritrovi lì, inondato dalla luce che emana dal miracolo della Deposizione del Rosso, qualunque altra immagine scompare, oscurata da quella meraviglia. Non c’è più nulla intorno, non c’è più tempo, né spazio, né buio. Solo il fascio luminoso che rischiara quella scena potente, in cui i colori incredibilmente vividi non fanno che aumentare l’intensità del dramma rappresentato. Le dimensioni della tela sono imponenti, quasi 4 metri per 2, da rimanerne sopraffatti, se non se ne restasse incantati fin dal primo istante. Ipnotizzati da quella luce vivida, quel cielo terso e chiaro, quell’aria luminosa che sembra portare con sé il presagio della primavera e del suo tepore. Invece, in quell’azzurro limpidissimo, spicca prepotente la protagonista della scena, la Croce, enorme, potente, inamovibile, piantata in terra come un destino già scritto fin dalla notte dei tempi. Così grande da uscire fuori dai limiti della tela, insufficiente a contenerne il senso e le conseguenze per il destino degli Uomini.
La Croce è l’elemento che divide visivamente la scena in due parti, una alta e una bassa, ed è anche il punto fermo attorno al quale ruotano tutti i personaggi che popolano la rappresentazione, in un vortice che cattura e incanta. La parte superiore dell’immagine domina dall’alto, ci si arriva salendo le due scale appoggiate ai bracci di legno spalancati, insieme agli uomini che hanno il compito di mettere in atto quel gesto dolcissimo della Deposizione, e di colpo si percepisce l’intensità emotiva del momento. I movimenti lassù sono convulsi, la tensione è carica di angoscia. I muscoli sono tesi, un vento agitato altera le pieghe degli abiti e dei volti, l’aria risuona di rumori secchi e indicazioni nervose, come le voci di chi cerca di fare quello che c’è da fare mentre la lama del dolore gli sta tagliando il cuore.
Una sola figura se ne sta immobile e muta in tutto quel disordine caotico. E’ quella del Cristo morto, abbandonato tra le braccia indaffarate dei suoi discepoli, inerte, passivo, solo. Un guscio vuoto da cui l’anima si è sfilata via lasciando solo un corpo freddo e grigio, indifferente alla solerzia di chi se ne sta prendendo cura. Nel momento più tragico in assoluto della vita di Cristo, il Rosso riesce a rappresentare la caducità del suo essere un Uomo nel momento in cui questa si rivela definitivamente – la morte.
Il senso reale di questa immagine l’ho trovato anni fa in una piccola frase contenuta in uno dei miei Barnum preferiti: “mai un Dio è stato meno Dio ”. Ecco. E’ proprio così.
Ma bisogna ritrovarsi lì davanti per capirlo con esattezza, nel buio della sala e nella luce della grande tela, di fronte a quel corpo morto, per comprendere: se quello era il Figlio di Dio fattosi Uomo per scendere sulla Terra a salvare gli Uomini, certo adesso non resta più nulla di divino in quel corpo senza vita. Dei tre vertici del triangolo della Trinità quello è quello mortale, la cui finitudine terrena è indispensabile per completare l’Assolutezza di Dio. Questo è l’istante in cui il destino è compiuto, tutto è accaduto, e anche quel cielo così limpido si rivela ora per quello che semplicemente è: un luogo vuoto, e muto.
Lo sguardo scende piano da lassù insieme a quel corpo esanime, fino ai piedi della Croce, dove la scena si presenta completamente diversa. Qui non ci sono rumori né voci, l’agitazione di chi ha un compito da svolgere lascia il posto all’immobilità, il silenzio dilaga. Se in cima alla Croce gli uomini si davano da fare gridando, ai suoi piedi le donne sono ammutolite dal dolore, il capo chino sotto il peso della tragedia. Le Marie, rigide nei loro abiti dai panneggi scolpiti dalla luce, si stringono immobili alla Madonna, pietrificata in un dolore infinito. Il Battista, giovane e disperato, nasconde il volto nelle mani incapace di sopportare la vista di quella realtà inammissibile. I gesti sono minimi, i suoni spariti, tutto è compiuto e non si può più tornare indietro.
Unico elemento animato della scena, la Maddalena, che cade in ginocchio ai piedi della Croce, con il meraviglioso abito rosso fiamma che le fluttua intorno al corpo piegato dal dolore, le braccia che stringono disperatamente le gambe della Madonna, come per cercare in Lei un Perdono per questo errore fatale che possa racchiudere l’Umanità intera.
E’ bellissima, questa Maddalena viva, che piange e prega e libera la sua emozione per noi nel momento in cui tutti gli altri sono cristallizzati nel vuoto dei sentimenti rasi al suolo dalla falce della morte. E’ bellissima per il suo gesto così umano, sentito, e per come è rappresentata, con l’abito scarlatto che la avvolge con sensualità, la cintura dorata, i capelli biondi acconciati con raffinata eleganza, la pelle di alabastro che si intravede dal profilo del volto. Perché in effetti non si vede del tutto, quel viso, la Maddalena è voltata verso la Madonna in un modo che lascia scoprire solo l’orecchio e una piccola porzione della guancia, mentre sia gli occhi che la bocca restano in parte nascosti. Eppure è così che te la ricordi, dopo. Bellissima. Meravigliosa come una luce salvifica in mezzo a tutto quel dolore, quell’angoscia atroce, quello smarrimento dell’anima. La sua bellezza e il suo gesto vitale riaccendono la fiamma della speranza in quel vuoto senza più Dio, e istintivamente vai a cercare la risposta dove hai bisogno di trovarla, nel volto del Cristo morto. E a guardare bene, lassù, quello che sembra di vedere, è un piccolissimo sorriso.

_____________________________________________________________

Caravaggio

5 giugno, 2010 in Arte. Commenti: 4

Ho fatto più di 350 km e la fila più lunga della mia vita per vedere questa mostra, e ne avrei fatti il doppio pur di non perdermela. In occasione dei 400 anni dalla morte, per la prima volta 30 Caravaggio sono stati raccolti in un’unica esposizione e sono stati messi in fila uno dopo l’altro a disposizione di tutti quei visitatori che fino al 13 giugno avranno voglia di recarsi alle Scuderie del Quirinale per ammirarli. Nel momento stesso in cui ho letto la notizia di questo allestimento senza precedenti ho saputo che ci sarei andata, che sarei stata uno degli innumerevoli appassionati del pittore della luce ad accorrere a Roma per non perdere l’occasione unica di assistere ad un evento irripetibile, uno di quelli per cui un giorno potrò dire “io c’ero”, e dirlo con nella voce l’eco di un’emozione indimenticabile. Che poi questo viaggio mi abbia regalato un intero fine settimana di aprile pieno di bellezza e divertimento e ore spensierate passate insieme ad alcuni dei miei familiari più cari è stato solo un surplus, un omaggio graditissimo del pacchetto tutto compreso di una piccola vacanza che mi resterà nel cuore. Perché Roma è Roma e anche se ci sei stata mille volte non finisce mai di stupirti, ma se alla meraviglia della città unisci il piacere della compagnia giusta, allora il cocktail diventa perfetto, e una mostra unica come questa non è altro che la ciliegina sulla torta. Una delizia che ci siamo dovuti guadagnare comunque, mettendoci pazientemente in fila verso mezzogiorno per varcare la soglia delle Scuderie solo intorno alle quattro del pomeriggio, fisicamente stanchissimi ma con l’entusiasmo alle stelle per essere finalmente a un passo dalla nostra agognata meta. Siamo stati ripagati subito di tutta la nostra fatica non appena abbiamo messo piede nella prima sala, dove, nella semioscurità dell’ambiente, ci siamo trovati di fronte alla prima straordinaria opera, la famosa “Canestra di frutta”,

arrivata per l’occasione dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano da dove non si era mai spostata. Ora, io non sono particolarmente amante delle nature morte, non sono il mio tema preferito direi, forse perché mi lasciano sempre addosso come una specie di tristezza, un senso di solitudine e silenzio che, senza arrivare a diventare dolore, mi suscita una malinconia profonda. Ma quando mi sono ritrovata davanti a questo dipinto, che è probabilmente la natura morta più famosa della storia della pittura, sono rimasta letteralmente folgorata dalla sua straordinaria bellezza. Eppure avevo ben chiaro l’effetto di potente meraviglia che le opere di questo pittore sanno suscitare – ero lì proprio per quello – ma evidentemente non ero preparata a quello che mi sono ritrovata davanti agli occhi. Un miracolo. Una visione. Uno sfondo fatto solo di delicatissima luce dorata, un piano d’appoggio appena visibile, e sul nulla di quella linea illusoria come un orizzonte, il più straordinario cesto di frutta che abbia mai visto. Uva, fichi, mele, limoni, forme perfette al punto da sembrare vere con tanto di foglie accartocciate, ombre, ammaccature e gocce di rugiada fresca. Tutta la Natura più simbolica raccolta e mostrata nel momento del suo massimo splendore, in bilico su quel limite estremo che divide la maturità perfetta dall’inizio della decadenza, che poi è la sintesi ideale della sua Bellezza. E a contenere tutta questa perfezione, raffigurata nella maniera più realistica mai raggiunta, la fiscella, il piccolo canestro di vimini intrecciato protagonista dell’immagine al pari della frutta, talmente esatto e reale che pare di poterlo toccare. Anzi pare proprio di doverlo toccare, di dover allungare la mano e spingerlo un po’ indietro per evitare che cada, così sbilanciato oltre il bordo del tavolo. Un trucchetto da niente eppure geniale, per dare vita a un tipo di rappresentazione che è quella dell’immobilità per eccellenza, tanto da essere “morta” per definizione. Assolutamente meraviglioso. Comunque, quello che incanta di più in tutta quella bellezza è l’incredibile potere della luce che domina la tela, una luce diffusa e intensa che pare emanare dai frutti stessi, dal cesto, e dallo sfondo dorato, infinito luminoso che contiene tutto ciò che esiste. Bisogna assolutamente vederla dal vivo per capire la straordinarietà di quest’opera, perché non c’è mezzo tecnico capace di rendere questa luminosità, questi colori, questa incredibile definizione. E’ magia questa, e bisogna guardarla con i propri occhi per lasciarsi sommergere da tutta questa dilagante meraviglia. Da lì in avanti, la mostra non è altro che uno straordinario percorso nella luce che risplende nella semioscurità delle sale, affollate di gente incantata. Poco più avanti rincontro, dopo moltissimi anni, lo straordinario gruppo de “I Musici”

che avevo visto per la prima volta al MET di New York, un’opera dove la giovinezza e la bellezza sono così evidenti da essere protagoniste assolute, capaci di illuminare le carni candide, i volti rosei, le labbra dischiuse, i tessuti morbidamente drappeggiati intorno ai corpi di questi musicisti tutti dediti alla loro arte. E lì accanto, in una specie di ideale composizione doppia, vedo finalmente per la prima volta il meraviglioso “Suonatore di liuto”,

un ragazzo dalla bellezza straordinaria che suona l’antico strumento a corde per accompagnare il suo canto. Vicino a lui ancora frutti perfetti, strumenti musicali, spartiti, e un grande mazzo di fiori infilati in una bottiglia di vetro sulla quale si intravede il riflesso della finestra dalla quale arriva il raggio di luce che illumina tutta la scena. Sensualità seducente in equilibrio con la più esatta geometria. Incantevole. Sulla parete opposta alza il suo calice il Bacco degli Uffizi,

una vecchia conoscenza, con quella fantastica corona di foglie di vite dei colori dell’autunno e la splendida coppa rinascimentale piena di vino rosso, tanto esplicitamente invitante che lì per lì ti confonde, e non sai più se è il Dio del vino o quello dell’amore a chiamarti. Il percorso prosegue nel buio interrotto soltanto dalle luci direzionali che inquadrano le opere appese, che sono sistemate benissimo, alla giusta altezza e giusta distanza le une dalle altre e avvicinabili a sufficienza per poterne godere al massimo, ma nonostante questo l’allarme spaziale suona spessissimo nella sala. Perché anche se Caravaggio aveva questa bella abitudine di dipingere tele di dimensioni notevoli, da grandi a molto grandi in effetti, e nonostante le installazioni siano ottime e perfettamente fruibili per il pubblico, non si riesce a fare a meno di avvicinarsi, di sporgersi verso quelle immagini così vivide da sembrare scene reali che stanno accadendo adesso al di là del riquadro della cornice, e viene da accostarsi al massimo per cercare di scoprire il segreto di tanta perfetta illusione. Altro che cinema in 3D… Poco più avanti mi trovo finalmente di fronte ad uno dei pezzi migliori di tutto il piano terra, un’opera che non avevo ancora mai visto se non nei libri, ed è inevitabilmente un’altra rivelazione. Direttamente dai Musei Vaticani, di solito restii a prestare i loro grandi capolavori, “La Deposizione”

risplende davanti a me come un faro, un’illuminazione, una visione. La scena è drammatica e potente, ogni personaggio interpreta un’emozione diversa e tutti insieme creano il quadro perfetto e vivido di un evento cruciale. C’è la disperazione giovane e assolutamente spaventata di Maria di Cleofa, il dolore straziante che piega la testa e fa chiudere gli occhi alla Maddalena, bella come un gioiello, la sofferenza impietrita degli occhi di Maria, la madre alla quale conoscere quel destino fin dall’inizio non serve a nulla adesso, e la pietà devota dei discepoli Giovanni e Niccodemo che fanno quello che si deve fare, e lo fanno nel modo più misericordioso e doloroso mai rappresentato, così fisicamente potenti e veri da sembrare scolpiti più che ritratti. Questo è il momento più tragico della storia dell’Uomo, il destino annunciato si è compiuto, Cristo è morto e viene sepolto da coloro che più lo hanno amato mentre tutto intorno è il buio. Mi viene in mente una definizione che avevo letto in un libro riguardo ad un’altra deposizione bellissima e mi pare che calzi perfettamente anche qui: “mai un Dio è stato meno Dio”. E’ esattamente così, questo è il corpo esangue di un uomo morto che nulla ha più di divino, questo è il momento finale in cui la divinità del Cristo si è dovuta completamente annullare per poter donare la Salvezza all’Umanità. Eppure, l’unica vera luce di tutto il quadro viene da lì, da quel corpo vuoto, col braccio forte e abbandonato omaggio al Cristo del più grande dei Maestri, una luce che già sa di miracolo, quella della Grazia che sconfigge la Tenebra. E lì in mezzo, protagonista silenziosa tra gli altri attori della scena, l’immagine che forse più di tutto il resto testimonia la grandezza e la genialità di questo artista, la pietra sepolcrale, la lastra squadrata messa di traverso in modo da puntare il suo spigolo direttamente verso l’osservatore, dritta e inesorabile come una freccia, a ricordare che Cristo è la pietra angolare del mondo, e che quello che ora appare morto diventerà l’unica Speranza sulla quale poserà il destino dell’Umanità intera. Drammatico, potente, stupefacente. Questa grande tela racconta una verità universale che va al di là di qualunque fede, che è quella della grandezza dello Spirito dell’Uomo capace di manifestarsi in maniera spettacolare nell’Arte e nella Bellezza. Ma la fine della meraviglia è ancora parecchio lontana, oggi… Non si fa in tempo a riprendersi da una visione che subito un’altra prende il suo posto, a risvegliare nuove emozioni. E’ la volta della “Flagellazione di Cristo”,

altra tela molto grande dalla composizione essenziale in cui, ancora una volta, la scena drammatica di Cristo legato alla colonna e torturato dai suoi aguzzini suscita commozione e dolore per il realismo estremo della rappresentazione, ma ha anche il potere evidente di donare Speranza attraverso la magia della luce, ancora protagonista. Un’illuminazione che è quasi cinematografica, dove la colonna della tortura sembra in realtà fatta anch’essa di luce, un fascio potente al centro della scena che scende dall’alto come un riflettore ad illuminare la figura di Cristo, ferito, umiliato, piegato, con gli occhi chiusi e la fronte insanguinata per le sevizie subite. Eppure quel corpo ferito è l’unico intatto, e la luce sembra avvolgerlo in pieno e quasi emanare fuori da lui, verso le tenebre che dominano tutto intorno, e da quel corpo splendente riesce ad illuminare in parte anche i volti malvagi degli aguzzini, come ad anticipare che il suo sacrificio salverà dalle tenebre tutti gli Uomini, compresi i peccatori più oscuri. Straordinaria è la potenza del dramma che si compie in questa scena, dove in realtà il protagonista è immobile, e l’oscurità domina i tre quarti della rappresentazione. Diverso è l’effetto che fa la visione di “Giuditta e Oloferne”,

dove tutto è così veloce e animato da sembrare quasi un film. Giuditta brandisce la spada e, con la bocca aperta a invocare dal cielo il coraggio di portare a termine il suo piano, la cala con tutte le sue forze sul collo di Oloferne addormentato e mezzo stordito dal vino, che proprio in quel momento si sveglia spalancando gli occhi e gridando per la sorpresa e il terrore, mentre il sangue comincia a uscirgli a fiotti dalla ferita mortale alla gola. Accade tutto in un attimo, i muscoli si tendono, gli occhi si rovesciano, il grido è spezzato dalla lama che lo trapassa lacerando la carne. Oloferne è ritratto nei suoi ultimissimi istanti di vita, quando non è ancora morto ma la sua vita non è altro che un ultimo spasmo di terrore. Opposta alla sua agitazione scomposta è l’immobilità attenta della vecchia serva, che attende muta la fine di tutto per raccogliere nel sacco la testa decapitata da Giuditta. Una Giuditta bellissima, che anche in un momento topico come questo in cui è chiamata dal destino a compiere un gesto di grandissima violenza, riesce a risplendere nell’oscurità. Da lei emanano grazia femminile e forza, finezza e coraggio, risoluzione e raccapriccio. Il suo volto è ritratto con la fronte accigliata, la bocca dischiusa, lo sguardo fisso sull’orrore che si sta compiendo, eppure nessun dettaglio è trascurato, neppure i più piccoli, dall’acconciatura raccolta cui sfuggono dei riccioli ribelli ai meravigliosi orecchini di perle a goccia. Quanta bellezza, anche nella tragedia. Mentre sto lì a osservare quest’opera noto un gruppo di bambini tra i quattro e i cinque anni che siedono sul pavimento davanti alla grande tela, ascoltando l’insegnante che spiega i dettagli dell’episodio rappresentato. I bimbi sembrano incantati, fissano la scena drammatica a occhi spalancati ma non sembrano affatto spaventati, osservano, domandano, vogliono sapere perché la ragazza bella colpisce quell’uomo con la spada facendogli uscire il sangue, e se lui era cattivo e se lo meritava. Bisognerebbe rispondere che no, nessuno si merita una cosa del genere a prescindere da cosa ha fatto, bisognerebbe spiegare che quella è una storia molto antica che è accaduta in un tempo in cui le persone si comportavano in maniera diversa ma oggi il mondo è cambiato e nessuno può più agire così, e bisognerebbe sottolineare che anche se qui Giuditta è evidentemente ritratta come il personaggio positivo della scena, quello che sta facendo non va bene, non si fa e nessuno può avere il diritto di farlo a nessun altro. Però bisognerebbe anche che fosse vero. Invece no. Per questo, sono contenta di non dover rispondere a nessuna domanda per questa volta, e di poter continuare a guardarmi questa Giuditta nella maniera che preferisco. Una donna coraggiosa e libera che da vittima predestinata diventa carnefice del suo aguzzino, una donna capace di sottrarsi a un destino di violenza che è di troppe donne e con un unico gesto fare la giustizia di tutte. Perché mi piace l’idea che possa esistere una Giuditta per ogni Oloferne, almeno su una tela dipinta. Dal dramma cupo passo alla gioia pura in un niente, mi basta spostarmi di poco ed ecco davanti a me la luce allegra e calda di “Amor vincit omnia”,

dove un irresistibile amorino siede in bilico sul mondo in una posa maliziosamente divertita, consapevole di essere trionfatore assoluto su tutto il resto, dalla musica alla pittura, dall’architettura alla gloria delle armi. Tutte le Arti e le attività umane più alte sono citate, e tutte sono ai suoi piedi, inutili, vinte, vane come giochi abbandonati di bimbi di fronte al potere assoluto del richiamo di Amore. La posa esplicita, le carni morbide e luminose, il capo inclinato, le fossette sulle guance sorridenti, le labbra rosse come ciliegie, lo sguardo malizioso e innocente insieme, ogni minimo dettaglio fa di questo ragazzo l’immagine perfetta dell’amore sensuale e del suo immenso potere. E alla fine le sue ali, meravigliosamente grandi e piumate, sembrano quasi confondersi con lo sfondo scuro, mimetizzate, semplicemente decorative e basta, spalancate come un abbraccio semmai, ma assolutamente incapaci di togliere a questo giovane la forza fisica e reale della sua sensualità che poco ha di ideale o angelico. Anche questo Amorino non è altro che una rivelazione, e basta incrociare i suoi occhi scuri per pochi istanti per capire davvero come tutto, assolutamente tutto nella nostra vita, possa diventare diverso quando Amore ci sorride così. Poco più avanti ritrovo un’opera vista solo pochi mesi fa al KHM di Vienna, “L’incoronazione di spine”,

una tela bellissima dove la tristezza domina tutto, dove il silenzio sgomenta, e non si incontra lo sguardo di nessuno dei personaggi. Basso quello di Cristo che patisce il martirio sottomettendosi al suo destino, impegnato nelle loro azioni malvagie quello degli aguzzini, assente quello del soldato che presenzia alla scena di spalle, come noi che guardiamo con lui, e che come noi non comprende, non agisce, resta immobile nell’ombra mentre quello che doveva accadere accade. Cristo ha la testa china, il suo corpo nudo è avvolto da una veste rossa che preannuncia il dramma, il sangue già gli scende sul volto mentre i suoi torturatori vanno avanti nella loro opera, senza concitazione ma con determinazione. Tutto sembrerebbe definitivo, e finale. Invece, nell’apparente staticità della scena, un fascio di luce intensa cala dall’alto a illuminare tutti, testimonianza silenziosa e salvifica del potere Dio. E’ stato bello rivederla dopo così poco tempo, mi era piaciuta immediatamente quest’opera dalla composizione così particolare, con Cristo seduto, i personaggi inquadrati da vicino, e quello strano soldato nella sua uniforme lucente messo insieme a noi davanti a qualcosa che non è capace di comprendere pienamente, impotente e muto. Ottenere un grande effetto con pochissimi elementi essenziali e perfetti, questa è una delle cose che Caravaggio sa fare benissimo e che mi piacciono di più delle sue opere. E tra quelle che più riflettono questa caratteristica c’è sicuramente “La cena in Emmaus”,

quella della National Gallery di Londra (anche se qui è presente anche la versione conservata a Brera). Tela spettacolare, che ogni volta che la rivedo mi fa lo stesso effetto di sorpresa e rivelazione della prima volta. L’episodio è quello classico del vangelo di Luca, due apostoli che hanno fatto un pezzo di cammino con un viandante sconosciuto si fermano con lui a mangiare all’osteria in Emmaus, ed è solo nel momento in cui lui spezza il pane e lo benedice che loro lo riconoscono come Gesù risorto. Un momento chiave, una rivelazione fondamentale per ogni cristiano, rappresentata qui nell’attimo esatto in cui la Verità si svela. E la scena è decisamente all’altezza delle aspettative. Un Gesù dai lineamenti giovani e dolcissimi, lo sguardo abbassato sul tavolo al quale siede, benedice il pane con la mano destra alzata, rivelando con quel semplice gesto la sua vera identità agli occhi dei due apostoli presenti. Che restano stupiti, e di più, stupefatti e meravigliati da quella rivelazione clamorosa, tanto da non riuscire a controllare le proprie reazioni spontanee. Quello a sinistra, quasi di spalle all’osservatore, si alza di scatto dalla sedia spingendo in fuori il braccio piegato, con il gomito che sembra sul punto di uscire dalla tela per venirci incontro. L’altro seduto sulla destra, in abiti da pellegrino con tanto di conchiglia appuntata sul petto, spalanca le braccia per la sorpresa, creando una linea visiva che va dall’occhio dell’osservatore fino ad uno spazio indefinito dietro le spalle di Gesù, dando alla scena una profondità prospettica che non ci si aspetta da un ritratto ravvicinato di questo tipo. I gesti degli apostoli sono così repentini e inattesi che perfino l’oste, in piedi vicino a Gesù e ignaro della sua identità, intuisce cha sta accadendo qualcosa di grande e lo guarda con aria sorpresa, incapace di allontanarsi. Il tavolo è anch’esso protagonista, con tutto quello che c’è posato sopra: pane, vino, carne, e un’altra bellissima fiscella che contiene frutti altamente simbolici come uva nera, uva bianca, fichi, melograni, tutti ritratti con una veridicità e una cura straordinarie. Ma quello che più colpisce, al di là della perfezione tecnica e dell’armonia dei colori e dei contrasti luci ombre, è la capacità di catturare l’istante rivelatore, l’efficacia visiva di tutta la scena che nel momento stesso in cui la guardi ti attira in un attimo all’interno di quella stanza, ti mette di colpo di fronte a quella verità rivelata, e ti ritrovi lì a spalancare gli occhi e inarcare le sopracciglia insieme ai due apostoli, scosso dalla loro stessa emozione di fronte alla rivelazione della presenza di Cristo risorto. Una magia, di quelle cui capita raramente di assistere. Altre meraviglie passano sotto ai nostri occhi, dal magnifico “Sacrificio di Isacco”, tra le pochissime tele di Caravaggio che ritraggono una scena in un esterno giorno, alla “Conversione di Saulo”, piena di agitazione e pathos, dalla “Cattura di Gesù nell’orto”, drammaticamente struggente, ai fantastici personaggi de “I bari”, ritratto ironico di popolani truffaldini intenti a derubare l’ingenuo ragazzotto ricco, fino alla dolcezza assoluta dell’ ”Adorazione dei pastori” arrivata direttamente da Messina. Ma tra tanta bellezza spiccano ben quattro diverse rappresentazioni di una delle figure preferite dell’autore, San Giovanni, ognuna diversa ed ognuna splendida a suo modo. In una delle più originali Giovanni

è un ragazzino bellissimo e sorridente, il corpo nudo semi adagiato su un tronco coperto di panneggi e pelli nel folto del bosco, la posa provocante e sensuale, le braccia intorno al collo di un ariete simbolo di sacrificio, lo sguardo dritto negli occhi di chi lo osserva, mentre un gioco straordinario di luci e ombre sembra riuscire a dare vita a ogni muscolo del suo corpo. Una rappresentazione nuova e diversa di questo personaggio, che qui ha il volto somigliantissimo a quello del cupido di Amor vincit omnia, tanto da far pensare che il modello dei due ritratti sia stato il medesimo. Un Giovannino giovane e vivace, quasi monello, senza la Croce delle iconografie classiche ma con un’espressione di grande amore nel gesto dolce col quale abbraccia l’ariete simbolo di Gesù, di cui è il discepolo prediletto e il battista. Diverso è il San Giovanni di Galleria Borghese,

sempre molto giovane, solo in un luogo oscuro e accompagnato ancora da un ariete, stavolta regge con la mano la classica croce ma non c’è traccia di sorrisi o gioia sul suo viso, l’espressione è dolorosa e la posa abbandonata, come di chi sia solo e distaccato da tutto. Più adulto ma simile per ambientazione della scena è il San Giovanni di Kansas City,

un giovane avvolto in ricchi panneggi rossi che però ha l’aria accigliata, lo sguardo abbassato, l’espressione seria e profonda di chi riflette su un destino tragico. L’ariete sacrificale è sparito, mentre la croce di canne è qui in primo piano. Il mio preferito resta comunque il San Giovanni di Palazzo Corsini,

un bellissimo giovane seduto nel bosco deserto, solo, cupo, drammaticamente agitato da pensieri oscuri e intento alla sua meditazione profonda. Il suo corpo magro è inondato di luce, ma il suo viso è nell’ombra, i suoi pensieri sono celati, il suo io interiore irraggiungibile e misterioso. Una solitudine toccante quella di questo Giovanni, un’oscurità spirituale che inquieta e commuove, e suscita emozioni intense. Meraviglioso. Non meno drammatico è il “Davide con la testa di Golia”,

dove dall’oscurità più nera emerge in un cono di luce il corpo del giovane Davide mentre solleva la testa appena tagliata di Golia. La spada ancora nell’altra mano, ha lo sguardo fisso sull’orrendo volto del nemico sconfitto sul quale è dipinto il terrore della morte, mentre tutto intorno è tenebra e buio. Ma quello di Davide non è un gesto di spavalderia, anzi. La sua grandezza sta proprio nello sguardo di desolata pietà che rivolge a Golia, nell’espressione malinconica di umana compassione riservata al suo nemico, a sottolineare l’inutilità dell’odio e della voglia di vendetta. Nei tratti stravolti di Golia appena ucciso si riconosce l’autoritratto di Caravaggio, condannato a morte per omicidio, braccato e costretto alla fuga. Ma Golia è anche tutti gli uomini, peccatori irredenti da compiangere per la loro miserevole condizione. L’incredibile poesia dello sguardo di Davide commuove il cuore rivelando la grandezza assoluta di questo artista, padrone incontrastato della luce. L’ultima opera esposta è un pezzo straordinario appena uscito da un lungo restauro che lo ha riportato al suo splendore originario, “L’Annunciazione” di Nancy.

Attendevo di vederlo dal vivo con particolare interesse perché questo delle Vergini annunciate è decisamente uno dei miei temi preferiti, mi piace sempre scoprire con quale sguardo il grande Maestro di turno racconta un momento così particolare, come immagina l’umile figura di Maria nel momento solenne in cui riceve dall’Angelo la rivelazione del suo destino straordinario, quale elemento sceglie di evidenziare, quale sguardo l’uomo pittore decide di mettere negli occhi di una donna chiamata a diventare la madre del Figlio di Dio. Tutti i più grandi si sono in qualche modo confrontati con questo tema, alcuni con risultati straordinari come Leonardo o Botticelli, Lorenzo Lotto o Raffaello, per non parlare della spettacolare “Annunciata” di Antonello da Messina, e per quanto sia difficile scegliere forse questa è una delle mie preferite, raffinatissima, elegante, ricca di dettagli meravigliosamente definiti, e capace allo stesso tempo di rendere l’emozione complessa e il turbamento di questo momento sacro. Quasi 300 anni dopo, Caravaggio presenta una scena completamente diversa e originale, un’Annunciazione a modo suo in cui la composizione è nettamente divisa in due, in basso la Vergine inginocchiata al volere di Dio, umile e china, avvolta nella sua veste azzurra, con lo sguardo basso e gli occhi in ombra, in alto l’angelo in volo che impone la sua mano e la volontà di Dio sul capo di Maria, e lo fa con impeto e protezione insieme, immerso nel raggio di luce che scende con lui dall’alto. Però, come per Maria, il suo volto è nascosto dietro alla spalla e lo sguardo è illeggibile, i pensieri restano celati, troppo misterioso e alto è il momento per poter essere rappresentato. Il risultato è una scena piena di mistero e fascino, solennità e pathos, veramente straordinaria. L’emozione che mi regala quest’ultima visione stride con la delusione per la consapevolezza che il giro della mostra è completato, non ci sono altre opere da ammirare. Difficile da accettare, ma inevitabile. Percorro lentamente il disimpegno che porta al ballatoio esterno del primo piano, dove in una specie di piccola sala sono state sistemate alcune sedute per riposarsi prima dell’uscita, e raggiungo gli altri del mio gruppo che sono già lì, storditi e stanchi per l’emozione, la fatica, la folla. Ma ci resto per poco. Il ritorno alla luce naturale dopo tanto tempo passato nelle sale oscure è sgradevole e fastidioso. Io che adoro il sole e la luce intensa delle stagioni calde, per la prima volta trovo insopportabile la luce del giorno, mi sembra falsa, asettica, fredda, completamente incapace della sua funzione primaria di illuminare il mondo. Sento il bisogno di tornare ancora nell’oscurità della galleria, dove tutto è mostrato attraverso l’unica straordinaria luce capace di rivelare la verità delle cose. Mentre sto per oltrepassare la soglia del corridoio per tornare sui miei passi mi fermo, e per un attimo non capisco se sto vedendo davvero quello che mi pare di vedere o se la stanchezza e l’emozione mi stanno giocando un brutto scherzo. Davanti a me a impedirmi il passaggio c’è un cane – un bel cane grande, color miele, che procede tranquillamente tra la gente senza tirare affatto il suo guinzaglio rosso. Sarà la sorpresa, o la stanchezza, o sarà che proprio non me lo aspettavo qui in questo momento, ma mi ci vuole un po’ a capire. Solo quando vedo il ragazzo dietro di lui, con gli occhiali neri e l’andatura regolare, realizzo che quello è un cane per ciechi. Quel ragazzo col giubbino di jeans e i capelli corti è cieco, e quello è il suo cane guida. Sta uscendo dalla galleria espositiva e intanto chiacchiera con una ragazza, il guinzaglio rosso in una mano e l’apparecchietto dell’audioguida nell’altra. Il tempo di attraversare lo spazio affollato e raggiungere le scale, e sparisce con il suo cane tra le altre persone che stanno scendendo. Resto lì a guardare imbambolata, come chi abbia in mano due tessere di un puzzle e non riesca a trovare il verso giusto di farle combaciare. Un ragazzo cieco e una galleria di pittura. La magia del pittore della luce e occhi che non la vedranno mai. Eppure era qui, lui che non poteva vedere era qui, ad ascoltare una voce tentare l’impossibile compito di raccontare il miracolo dello splendore. In un secondo sono di nuovo nella penombra della sala, io che ho l’infinita fortuna di poter vedere tutta quella meraviglia non riesco a uscire da lì. Se non fosse stato per gli altri che mi aspettavano per ripartire, probabilmente sarei venuta via solo all’ora di chiusura. Perché quando capita l’occasione rara di trovarsi in un posto straordinario, è difficile decidersi a lasciarlo. Quando finalmente lo faccio, dopo aver dato un ultimo saluto alla fiscella del primo piano che è quella che idealmente mi porto a casa, passo nello shop e mi arrendo all’unico gesto che mi sembra capace di alleviare la tristezza di dover ripartire, e darmi la sottile illusione di portare via con me qualcosa di tangibile di questa visita indimenticabile: acquistare il catalogo della mostra. Che è un bel catalogo comunque, ottime stampe a risoluzione più che discreta e opere accuratamente commentate dai maggiori esperti di questo autore rivoluzionario. Certo non è la stessa cosa, ma credo che mi farà buona compagnia ogni volta che sentirò il desiderio di rivivere queste emozioni. E magari potrò sognarci su fino alla prossima volta in cui potrò veder risplendere la bellezza di queste tele con i miei occhi.

_____________________________________________________________