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Archivio della categoria 'Libri'

Margherita Dolcevita

2 agosto, 2010 in Libri. Commenti: 4

Sarà che io adoro Benni e potrei ascoltarlo raccontare per ore, sarà che i suoi ragazzini meravigliosi e puri mi incantano ogni volta che mi capita di incontrarli, che siano orfani o maghi, diavolesse o alieni, sarà che alcuni di loro sono proprio come avrei voluto essere io da bambina e anche – forse ancora di più – da grande. Di fatto c’è che io proprio non resisto alle sue storie, e ogni volta che ho la possibilità di infilarmi dentro ad una nuova avventura raccontata da quella sua voce arguta non riesco a fare a meno di perdermici, e la cosa più difficile alla fine è uscirne fuori, e lasciare quei mondi fantastici per tornare alla realtà. E’ accaduto di nuovo anche con questa storia, naturalmente. Avevo il libro nella mia libreria da un po’, lì tranquillo in attesa del momento giusto per saltarci dentro e lasciare tutto il resto fuori, e quando finalmente ho sentito che era tempo di farlo l’incanto ha funzionato subito, il mondo magico mi ha accolta e quello reale è sparito in un secondo, cancellato dalla visione dell’avventura di questa ragazzina deliziosa che scorreva davanti ai miei occhi come un film a colori.
Margherita Dolcevita ha un carattere forte e una famiglia stramba, di cui fanno parte un padre modesto, una madre esaurita che fuma finte sigarette guardando telenovelas in tv, un fratello adolescente ottuso, un fratellino piccolo genio, un cane botolo un po’ puzzolente e un vecchio nonno che elabora teorie tutte sue, e che le insegna a vedere i segreti del mondo esposti sotto gli occhi di tutti come la vita nella polvere che danza in un raggio di sole. Nonostante le stramberie e i difetti che riconosce in ognuno di loro, Margherita li ama per quello che sono e li difende con tutte le sue forze dagli inquietanti vicini che si sono trasferiti a sorpresa nel prato oltre la loro casa. E non può essere altrimenti, perché Margherita è una creatura adorabile, fantastica, dolce, intelligente, ironica, sensibile, un fiore di ragazzina. Una con un cuore talmente pieno di amore e di affetto da faticare lui stesso a starle dietro, e da sembrare perfino un po’ difettoso, proprio il suo, che pare essere l’unica ad avere un vero cuore in tutta la storia.
Una storia che parte quasi come una favola e che, via via che il rapporto tra la famiglia di Margherita e i misteriosi “Del Bene” si intensifica, si fa sempre più inquietante e cupa, per finire in un crollo così oscuro e tenebroso da essere quasi incomprensibile. L’ultimo capitolo è a momenti indecifrabile in effetti, ed è forse un po’ deludente rispetto al resto del romanzo, ma comunque nulla toglie alla meraviglia e allo spessore della piccola protagonista, capace di conquistare completamente chi ha la fortuna di incontrarla. Lei è decisamente uno di quei bambini straordinari di Benni dotati di lucidità assoluta e infinita capacità di amare, quelli che non si possono dimenticare e che si vorrebbe continuare a tenere con noi anche dopo che il libro è finito. Il linguaggio è quello del miglior Benni, acuto e fantasioso, creativo e divertente, che porta dalle risate alla commozione alla riflessione nella stessa pagina e con lo stesso piacere. Un vero spasso, talmente piacevole che alla fine gli si perdona in fretta anche quello strano finale apocalittico e oscuro. Ce ne fossero in giro, di Margherite Dolcevite….
La mia scena preferita: l’incontro notturno con Angelo all’albero-croce, lui e Margherita seduti nell’erba, il racconto del momento più bello della vita – un uomo che canta dietro la porta, il regalo assurdo di un astuccio con 86 matite di diversi colori – ma i colori del mondo sono di più, la gara a chi trova più verdi, moltissima emozione nell’aria e in quei due cuori rallentati, e anche tanto dolore, perché “se incontri un angelo, non avrai pace ma febbre”.
La frase che ricorderò – almeno due, stavolta:
“Il mondo si divide in:
quelli che mangiano il cioccolato senza pane;
quelli che non riescono a mangiare il cioccolato se non mangiano anche il pane;
quelli che non hanno il cioccolato;
quelli che non hanno il pane”

“Se ti arrendi a quattordici anni, ti abituerai a farlo tutta la vita”.

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Ultimi arrivi !

27 aprile, 2009 in Libri. Commenti: nessuno

ultimi

Finalmente ! Stavolta c’è voluto un po’ più di tempo perché la spedizione è stata divisa addirittura in 3 pacchetti, ma alla fine sono arrivati tutti: i miei nuovi libri di knitting ! Alcuni tra quelli che avevo ordinato sono dedicati alla realizzazione di fiori e decorazioni varie a crochet e ai ferri, libri con spiegazioni dettagliate e foto bellissime ricchi di creazioni originali e fantasiose dai quali sono sicura che potrò ricavare ottimi lavori. E poi sono arrivati altri libri sugli animali di lana: orsi, conigli, cani, farfalle, api… uno spettacolo di musetti e vestitini colorati che mettono allegria solo a guardarli ! Sono tutti davvero interessanti, ma devo ammettere che ce ne sono due che mi hanno letteralmente incantata: “Knitted gardens ” e “Knit a fantasy story ”, entrambi di Jan Messent. Definirli libri di maglia è decisamente riduttivo – quelle realizzate qui sono incredibili opere di artigianato nelle quali l’autrice ha concentrato una fantasia, una creatività e un’abilità tecnica assolutamente straordinarie. Il primo libro, “Knitted gardens ,” è dedicato alla creazione di una incredibile serie di giardini di lana tridimensionali perfettamente disegnati e pieni di aiuole, serre, cespugli fioriti, alberelli, vialetti, frutti, ruscelli ornati di rocce, roseti, fontane, vasi, arnie, attrezzi, casette e staccionate, e naturalmente ci sono anche giardinieri in tuta e cappello di paglia che si prendono cura di tanta bellezza e signore con abiti ottocenteschi che passeggiano tra i cespugli in fiore. C’è persino un angolo di giardino riservato all’orto curato dai fraticelli vestiti col saio, e uno di loro ha intorno a sé un gruppo di uccellini che ascoltano attenti la sua preghiera. Assolutamente deliziosi…
Il secondo libro, “Knit a fantasy story ”, è altrettanto sorprendente e fantastico. E’ diviso in tre sezioni che affrontano tre diversi temi. Il primo è “la Fattoria”, e qui sono illustrate – con tanto di schemi e istruzioni – scene rurali curate nei minimi dettagli che comprendono campi di grano, orti, granai, stalle, mucche, galline, maialini, pecorelle, cavalli, e poi cespugli, alberi, prati, campi arati e seminati, un laghetto, e tutta una famiglia di contadini con figli di varie età che si prende cura di questo piccolo mondo sereno. Il secondo tema è “il Castello incantato” e qui si entra magicamente nel mondo del medioevo, con un fantastico castello a torri decorato di edera, dotato di ponte levatoio e mura fortificate e abitato da principi e principesse, dove passano cavalieri dalla lucente armatura, cavalli bardati di gualdrappe colorate e bandierine, maghi, streghe, gufi e misteriose creature. Tutt’intorno alberi parlanti, gatti neri e cespugli pon pon, uno spettacolo. Il terzo e ultimo tema è “la Foresta fatata”, nella quale vivono coloratissime fatine dei fiori, elfi, gnomi e gnomette, goblin, draghi, unicorni, e dove i fiori e i funghi nascondono piccole casette fatate sulle quali volano farfalle e coccinelle. In entrambi i libri la sorprendente capacità artistica di Jan Messent riesce a ricreare interi mondi di una precisione straordinaria, e assolutamente deliziosi. La realizzazione di ogni singolo elemento della composizione, dalle mura del castello fino al più piccolo fiorellino, è curata nei minimi particolari, l’armonia delle scene ricreate riesce a dare magicamente vita a piccole meravigliose creature, tanto che solo a guardare le foto mi è venuta un’incredibile voglia di cominciare subito a creare il mio mondo di lana…

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Everything is illuminated

31 marzo, 2009 in Libri. Commenti: 4

illuminato

Luca mi ha portato questo strano romanzo in versione originale inglese di ritorno da un viaggio di lavoro ad Amsterdam. Avevo già letto un altro libro di Safran Foer, “Molto forte, incredibilmente vicino” e mi era piaciuto abbastanza, soprattutto per la delicatezza e la tenerezza con la quale trattava il tema doloroso di un bambino che ha perso suo padre nell’attacco al WTC. Questo romanzo però è molto diverso, e devo ammettere che non sapevo esattamente di cosa si trattasse nel momento in cui ho cominciato a leggerlo. Jonathan, un giovane ebreo americano, intraprende un avventuroso viaggio in Ukraina con poche informazioni e una sola foto in tasca alla ricerca della donna che, al tempo della seconda guerra mondiale e delle persecuzioni naziste contro gli ebrei, salvò suo nonno (al tempo ragazzino) dai campi di concentramento facendolo fuggire in America e donandogli la libertà. Poiché il giovane americano non parla ukraino viene aiutato nella sua ricerca da Alex, un ragazzo del luogo che gli fa da traduttore e da guida insieme a suo Nonno e a Sammy Davis Junior Junior, il cane più strano che sia mai stato raccontato in un romanzo. Il problema sta nel fatto che, nonostante la sua buona volontà, l’ukraino Alex è veramente un pessimo traduttore, e la comunicazione tra lui e Jonathan – e tra loro e il lettore – diventa veramente complicata e spesso paradossale. La lingua viene completamente stravolta, le frasi sono rivoltate, i verbi utilizzati con significati nuovi evidenti solo per Alex, con un effetto finale spesso divertente, ma a volte anche oscuro. Di fatto, ho dovuto leggere quasi metà libro per avere l’illuminazione sul significato del titolo…
Forse non era il libro giusto da leggere in versione originale, visto che pare che gli stessi lettori di madrelingua inglese abbiano fatto fatica a volte a seguire il racconto, specie nei lunghi capitoli della narrazione secondaria in cui Alex ricostruisce la saga dei suoi antenati ebrei con largo utilizzo di lingua yiddish. Buona parte del senso del romanzo si basa sull’ambiguità del messaggio, sul gioco di parole, sul fraintendimento e sull’effetto comico dell’espressione sbagliata nel posto sbagliato. In certi punti mi è risultato divertente in effetti, ma in altri un po’ faticoso, e per me che cerco sempre la bellezza della narrazione oltre a quella della storia non è stata una lettura sempre piacevole. Lo definirei certamente un romanzo strano, a tratti tenero a tratti duro e straziante, raccontato in una lingua stravagante e decisamente insolita.

La mia scena preferita: Alex, Jonathan e il Nonno incontrano l’anziana donna che li dovrà accompagnare a quel che resta del paese di Trachimbrod, e che conserva in casa pile di scatole piene ricordi dei suoi parenti e amici del tempo della guerra, grandi scatole colme di oggetti suddivisi per categoria: JOURNALS/DIARIES, WEDDINGS AND OTHER CELEBRATIONS, FIGURINES/SPECTACLES, WATCHES/WINTER, DARKNESS, REMAINS, DUST… Per quando loro torneranno a cercarli.

La frase che ricorderò:
Just because I was not a Jew, it does not mean that it did not happen to me.

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L’eleganza del riccio

30 marzo, 2009 in Libri. Commenti: 2

riccio

Muriel Barbery, Mondadori 2008
Era tanto tempo che non leggevo un romanzo scritto così bene – proprio bello nel senso estetico del termine, bella la prosa, la struttura, la lingua. Opera prima di un’insegnante di filosofia, è diventato un caso letterario in Francia e direi che lo si può decisamente definire un romanzo “francese”. Per l’eleganza, la sofisticatezza, la raffinatezza, e anche per quella piccola punta di snobismo che è il marchio di fabbrica dei francesi, noblesse oblige.
Le protagoniste, Renée e Paloma, sono personaggi straordinari ognuna a modo suo, la prima è una portinaia di mezza età in un elegante palazzo borghese che nutre in segreto la sua grande passione per la letteratura, la filosofia e l’arte, la seconda è una dodicenne dall’intelligenza acutissima che critica con lucidità la mediocrità dell’ambiente in cui vive e che ha deciso di uccidersi nel giorno del suo tredicesimo compleanno per sfuggire alla miseria intellettuale e spirituale del mondo che la circonda. Sono due figure anomale e per questo condannate alla solitudine, in un mondo di volgarità al quale non hanno nessuna intenzione di conformarsi. Mentono per paura, si mostrano per ciò che non sono per ingannare gli altri, fino a che non si incontrano, e si riconoscono. L’amicizia del signor Kakuro Ozu, raffinatissimo e misterioso giapponese capace di individuare immediatamente l’animo reale di Renée e della sua gemella Paloma, le aiuterà a risolvere le loro difficoltà esistenziali e a trovare la giusta dimensione per avere relazioni reali col mondo. Il finale è del tutto inatteso, ma è forse la parte più coinvolgente e toccante dell’intero romanzo.
Mi ricorderò di Renée, portinaia coltissima e di grande sensibilità, anche se non mi è particolarmente piaciuto il dénouement del suo segreto – un po’ banale, avrei preferito continuare a pensare alla sua filosofia di vita come a una personale scelta di difesa, che si scioglie come neve al sole di fronte al calore umano di chi ci accetta per come siamo. E ricorderò certamente Paloma, deliziosa bambina che attraverso i suoi occhiali rosa vede la vita buia di tutta la gente mediocre che incontra. Eppure quanto cuore dimostra non appena riconosce esseri speciali come Renée e Ozu, e quanto generosamente investe le sue emozioni nel momento in cui sente di essere capita e amata per quello che è.
Un romanzo anomalo che spinge alla riflessione, e fa venire voglia di rileggere intere pagine solo per il gusto di sentirle risuonare ancora.
La mia scena preferita: la scena finale di Renée, con le sue riflessioni strazianti e dolci a un tempo, straordinariamente capaci di arrivare al cuore – leggi e sei trascinata e non puoi fare a meno di andare avanti, e intanto vorresti non arrivare mai alla fine.
La frase che ricorderò:
Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando. E’ l’effimera configurazione delle cose nel momento in cui ne vedi insieme la bellezza e la morte.
Ahi ahi ahi, ho pensato, questo significa che è così che dobbiamo vivere ? Sempre in equilibrio tra la bellezza e la morte, tra il movimento e la sua scomparsa ?
Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono.

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La solitudine dei numeri primi

27 marzo, 2009 in Libri. Commenti: 6

numeri-primi

Paolo Giordano, Mondadori 2008

Sospetto sempre dei libri che hanno un clamoroso successo di vendita, ma non capita spesso di avere tra le mani un Premio Strega di 28 anni e non potevo certo lasciarmelo sfuggire. Alla fine mi è piaciuto questo romanzo, mi è piaciuto molto. E’ una storia certamente dura ma, come al solito, a me cosa viene raccontato interessa infinitamente meno di come viene raccontato – e qui ho trovato pane per i miei denti.
La scrittura di Giordano è incredibilmente equilibrata per un autore così giovane, sorprendentemente acuta nell’analisi dei sentimenti più profondi dei due protagonisti ai quali i drammatici eventi avvenuti nell’infanzia sconvolgono tutta la vita a venire.
Una sensibilità finissima percorre tutta la narrazione, che è ricca ma decisamente senza fronzoli, asciutta senza essere fredda. Arriva dritta nel cuore di ciò che descrive, e lo tocca. Una scrittura quasi matematica – esatta, a saperla decifrare.
Il disagio dei personaggi è descritto con tanta precisione in ogni sua piega più segreta che viene da chiedersi come mai un ragazzo così giovane conosca solitudini tanto grandi. Anche il finale mi è piaciuto, niente melassa da romanzo rosa né tragico destino da sceneggiata. Solo lucida presa di coscienza di sé, voglia di ripartire, e consapevolezza delle proprie possibilità. Ci vuole fatica, ma si può fare. Volendo.
Molto buona, per essere un’opera prima. Aspetterò la prossima con curiosità.
La mia scena preferita: Alice che scatta Polaroid di lei e Matteo che indossano gli abiti da sposi dei suoi genitori – una scena raccontata benissimo, che mi ha riportato come d’incanto alla memoria la dolcezza straordinaria di Sylvie.
La frase che ricorderò:
Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto.

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