Creta 2004

Creta 8 – 22 Agosto 2004

Domenica, 8 Agosto: Pisa, Bologna, Héraklion, Elounda
Ore 9,15 di una bella mattina di sole, finalmente il tanto atteso giorno dell’inizio della nostra vacanza sull’isola di Creta è arrivato. Partenza da Pisa in direzione Bologna con un’auto noleggiata da Hertz all’aeroporto G. Galilei, ed è solo la prima tappa. Sarà una giornata lunga questa, ma averla attesa così tanto riesce a renderla comunque benvenuta. Arriviamo al G. Marconi dopo circa un paio d’ore e ci dirigiamo subito al check-in, dove facciamo un po’ di coda a causa del già notevole afflusso di turisti in partenza. Pranziamo tranquillamente al self-service dell’aeroporto e poi ci sistemiamo sulle poltroncine della sala d’aspetto, in attesa della chiamata del nostro volo. Finalmente dall’altoparlante sentiamo annunciare “Aegean Airlines Flight A3 4551 to Héraklion” – è il nostro! Decolliamo alle 16,30 con un piccolo ritardo, ma sono abbastanza tranquilla. Per il viaggio ho scelto di portarmi un romanzo di Philip Roth che si rivela perfetto – interessante e coinvolgente abbastanza da farmi dimenticare per un po’ che stiamo volando sospesi a 9000 mt di altezza… L’atterraggio a Héraklion dopo quasi 3 ore è buono e tiriamo un sospiro di sollievo – siamo a Creta! L’aeroporto è piuttosto piccolo, ma brulica di turisti carichi di bagagli alla ricerca di operatori e mezzi che li aiutino a raggiungere le loro destinazioni di vacanza. Ritiriamo la nostra auto dopo aver prolungato da 1 a 2 settimane il periodo di noleggio allo sportello Europecar (274,50 € in totale per 15 giorni) – almeno non ci pensiamo più per tutto il tempo del soggiorno – e scopriamo con piacere che ci hanno assegnato una piccola Jeep Suzuki Vitara 4×4 invece di una semplice utilitaria, cosa che si rivelerà molto utile su alcune delle strade più interne e montuose. La carichiamo delle nostre cose e partiamo alla ricerca del nostro Hotel. Abbiamo optato per un pacchetto Columbus che ci offriva un doppio soggiorno, la prima settimana in un Hotel di Elounda, nella parte Est di Creta, e la seconda a Kontomari, nei pressi di Chania, Creta Ovest, per avere modo di esplorare il più possibile il vasto territorio di quest’isola che è tra le più grandi del Mediterraneo. Si è fatto quasi buio nel frattempo, ma non abbiamo problemi a seguire la via principale in direzione Est come suggerito dalle indicazioni forniteci all’aeroporto insieme a una cartina stradale. La E75 che percorriamo è una sorta di superstrada, detta anche New Road, che attraversa tutta l’isola da est a ovest ed è anche l’unica vera strada a più corsie e a scorrimento veloce su questo territorio ricco di montagne.
elounda.jpgImpieghiamo circa 1 ora e mezza ad arrivare, ma troviamo Elounda – e l’Hotel Princess – con molta facilità. L’ottima impressione iniziale è confermata quando prendiamo possesso della nostra camera, che in realtà è un piccolo appartamento in stile minoico con tanto di cucina, salotto e veranda – una bellissima sorpresa. Ceniamo in camera con i piatti freddi che ci hanno riservato, sistemiamo le nostre cose e finalmente ci concediamo un po’ di riposo in terra greca.

Lunedì, 9 Agosto: Vlihadia, Plaka e Sitìa
Ore 8,15 prima sveglia sotto il sole di Creta, una mattinata bellissima che promette bene fin dall’inizio. Scendiamo a fare colazione al buffet del ristorante, semplice ma ricco di scelta tra caffè, latte, tè, frutta, cereali, pane, marmellate, prosciutto e uova, e poi ci uniamo agli altri clienti Columbus su una terrazza con vista sul mare, dove un’assistente italiana ci fornisce un po’ di dettagli sulle bellezze locali da visitare e le attività consigliate. E’ interessante, ma noi abbiamo già le idee molto chiare riguardo a cosa vogliamo vedere dell’isola e ci siamo preparati un itinerario molto dettagliato che speriamo di poter rispettare il più possibile nei prossimi giorni. Entro le 10,00 siamo già in giro con la nostra auto, a esplorare i dintorni di Elounda. Le strade, fuori dalla via principale, sono tortuose e salgono spesso su per alture rocciose, ma offrono scorci panoramici con vista sul mare spettacolari. Facciamo la nostra prima spesa di frutta e biscotti in un piccolo supermarket vicino al porto e ci dirigiamo alla ricerca della spiaggia di Vlihadia, per vedere se lì l’acqua è davvero una piscina naturale come nelle foto che abbiamo visto su internet. Ci arriviamo dopo aver scalato una collinetta dalla quale ci godiamo una vista meravigliosa sull’isoletta di Spinalonga lì di fronte, e abbiamo subito la conferma alle nostre aspettative: la spiaggia di Vlihadia è in realtà una caletta a forma di mezzaluna formata da grossi ciottoli bianchi, è protetta ai lati da alte rocce rossicce e degrada lievemente verso l’acqua, che dall’alto è di un azzurro chiaro come l’acqua di una piscina, per poi diventare verde smeraldo e blu intenso a mano a mano che la profondità aumenta verso il mare aperto. Spettacolare. Ci sono solo pochi bagnanti a godersi quella meraviglia naturale, ma noi, dopo qualche foto, decidiamo che è presto per fare il bagno e continuiamo nel nostro giro di esplorazione già soddisfatti di quello che abbiamo visto.
plakia.jpgRaggiungiamo Plaka e, lungo la strada, notiamo un vecchio mulino abbandonato (che purtroppo è chiuso) che era stato un tempo un frantoio per olio, uno dei prodotti tipici più preziosi e rinomati della produzione agricola del luogo. La spiaggia di Plaka è ampia e praticamente deserta, formata da grossi ciottoli arrotondati dal mare sui quali non è facilissimo camminare ma che garantiscono un’acqua veramente cristallina. Decidiamo di fermarci qui per il nostro primo bagno nel mare Egeo, e ce lo godiamo nella massima tranquillità. E’ consigliabile utilizzare dei sandali di gomma sulle spiagge dell’isola perché sono tutte piuttosto sassose o acciottolate, ma l’acqua è davvero meravigliosa e basta una maschera con un boccaglio per incontrare pesci e piante bellissime anche nei bassi fondali di fronte alla riva. E poi l’acqua è calda grazie al sole a picco di questa latitudine, e in effetti impariamo presto a non dimenticare di mettere crema protettiva e cappelli nelle ore più calde della giornata. Pranziamo con frutta e cracker all’ombra fresca di una pianta e ci riposiamo un po’, soddisfatti del nostro lungo bagno. Abbiamo già recuperato la stanchezza del viaggio e l’entusiasmo ci spinge a non restare fermi troppo a lungo nello stesso posto, ci sono troppe cose da vedere! Riprendiamo l’auto e ci dirigiamo a Sitìa, un piccolo centro col porto ancora più a est di Elounda. Passeggiamo sul lungomare tra palme e fiori e locali con i tavolini all’aperto che già preparano per la cena della sera, e ci gustiamo un gelato acquistato a un piccolo chiosco – è stato davvero un bel pomeriggio e quasi non abbiamo voglia di farlo finire. Al tramonto rientriamo in albergo, ci cambiamo e decidiamo di provare uno dei ristoranti tipici di Elounda per la nostra prima cena. Scegliamo il Paoulis, proprio sul porto, con i tavolini in vimini sistemati sotto un gazebo e l’acqua lì a pochi passi. Ordiniamo tutto di pesce ovviamente, che è ottimo e non molto costoso. Un gatto che gira tra i tavoli ci si avvicina e aspetta con aria speranzosa che gli diamo qualcosa da mangiare, io lo accontenterei ben volentieri ma ho paura che il cameriere si risenta, così gli allungo solo un pezzettino di pesce cercando di non farmi notare… e alla fine siamo soddisfatti entrambi. Dopo cena facciamo una passeggiata al porto nell’aria fresca della sera prima di rientrare, assolutamente contenti di quello che abbiamo visto e sicuri che anche il resto dell’isola non ci deluderà.

Martedì, 10 Agosto: Toplou, Vai, Palekastro, Kato Zakros, Liviko Pélago.
Ci svegliamo presto, facciamo colazione in hotel e partiamo per una nuova giornata di visita ad alcune delle più note spiagge di questo lato dell’isola. Il programma di oggi prevede uno spostamento ancora verso est, fino all’estrema punta di territorio dove si trova il palmeto naturale di Vai, e se c’è tempo anche un’incursione verso sud. Costeggiamo Agios Nikolaos, centro urbano assai più grande e più caotico di Elounda, e lungo la via per il Monastero di Toplou siamo incuriositi dalla struttura stravagante di un modernissimo villaggio turistico chiamato “Dyonisos”. Ci fermiamo a fare un giro, e quasi non crediamo ai nostri occhi! Immense piscine comunicanti con tanto di ponticelli e palme a pochi passi dal mare, bungalow con terrazze a colonne rosse e nere a richiamare quelle di Cnosso, scalinate, archi, prati di erba sintetica…. una concentrazione di architettura così finta e pacchiana – e così fuori posto – non l’avevamo proprio mai vista! A giudicare dal livello dei servizi offerti intuiamo che molto probabilmente i prezzi per soggiornare in quel villaggio non siano neppure dei più economici… Facciamo qualche foto per far vedere a casa che a Creta c’era anche qualcosa di brutto e ripartiamo, alla ricerca di un posto che invece ci riempirà di nuovo gli occhi di bellezza vera. Raggiungiamo il Monastero di Toplou senza difficoltà, dopo quasi un’ora di strada scorrevole e libera. Dato che è già mezzogiorno passato decidiamo di pranzare nella deliziosa Taberna a fianco del monastero prima di cominciare la nostra visita. Pranziamo all’aperto, sotto un pergolato di vite bianca da cui già scendono grappoli d’uva matura, i tavoli sono di massello di noce, le sedie impagliate, tutto è semplice e vero nella frescura dell’ombra che ci ripara dal sole caldissimo. Il cielo è azzurro e terso come un cristallo, una luce intensa invade ogni cosa – come se non potesse mai venire buio. Mangiamo Greek salad, formaggio Feta, pomodori profumatissimi conditi con olio dorato, pane fresco. Ci concediamo anche un dolce, Luca si lascia tentare da un bel gelato, io scelgo uno yogurt naturale fresco condito con miele di fiori, e non me ne pento affatto…. Facciamo un giro anche all’interno della Taberna dopo pranzo, e scopriamo che dentro è bella e caratteristica come all’esterno. Soffitto con travi a vista, intonaco bianco candido, arredi in legno scuro, tovaglie ricamate a mano, mensole alle pareti con sopra piattini di ceramica decorati, piantine, antichi oggetti in rame, cestini di fiori secchi, statuette di legno intagliate, un’atmosfera davvero d’altri tempi. Usciamo di nuovo nel sole del primo pomeriggio, e cominciamo la nostra visita al monastero fortificato (ingresso 5,00 €).
toplou.jpgIl cortile è ampio e pieno di piante grasse contenute in grossi vasi e orci di terracotta addossati agli spessi muri di pietra. La sua posizione strategica spiega la fortificazione così poderosa di questo luogo di culto ortodosso, che ha subito vari attacchi nel corso dei secoli riuscendo sempre a difendersi, dal XV al XX secolo, dai Turchi come dai Tedeschi. Al di sopra del grosso portone d’ingresso c’è una finestrella circolare dalla quale le cronache raccontano che i monaci gettassero addirittura olio bollente sui loro nemici per non lasciarli entrare. Di fianco al portone non possiamo non notare un piccolo vaso con una pianta di cactus che sale su fissata lungo il muro per almeno 15 metri! All’interno delle sale basse è conservata una bella raccolta di icone, mentre all’esterno è possibile visitare anche il cimitero dei monaci, piccolo e spoglio, con solo poche tombe e fiori subito secchi sotto il sole implacabile. Le mura di fortificazione sono davvero impressionanti, sia dall’esterno che dall’interno, alte e spesse, di pietra impenetrabile. Non c’erano altri visitatori a parte noi oggi, intorno a noi solo pietra e luce e silenzio. Una visita molto suggestiva. Dopo la sosta al monastero riprendiamo la stessa strada sempre in direzione est, e ad un certo punto sul lato sinistro della via vediamo un altro grosso mulino a vento che pare avere l’accesso aperto. Così ci fermiamo per dare un’occhiata, ed effettivamente abbiamo visto bene, il mulino è abbandonato e si può visitare. La struttura è a base rettangolare, la scala d’accesso è in legno, l’interno è stretto e lungo e ci sono ancora tutti gli ingranaggi montati al loro posto, insieme ad una gigantesca macina in pietra per spremere le olive che veniva fatta girare tramite un altrettanto enorme ingranaggio in legno mosso dalla forza del vento dell’isola. All’esterno c’è ancora intatta la ruota a stecche di legno, altissima, alla quale un tempo venivano fissate le tele di tessuto sulle quali il vento faceva forza riuscendo a farla girare e azionando così il meccanismo della macina. C’è anche un tavolo di legno massello fuori, imponente, che forse serviva per appoggiare le ceste cariche di olive o gli orci per l’olio, o chissà per cos’altro. Ci chiediamo da quanto tempo questo mulino non è più in funzione, e per quanti anni avrà svolto il suo antico utile lavoro azionato dal vento dell’Egeo. Ripartiamo contenti per questa visita inaspettata e curiosa che solo luoghi ricchi di antiche tradizioni come quest’isola possono regalare. Raggiungiamo il Palmeto di Vai e ci rendiamo subito conto che ci troviamo in una zona prettamente turistica. Per la prima volta infatti, troviamo file di auto parcheggiate lungo la strada e un certo affollamento di turisti che se ne stanno a prendere il sole sulla spiaggia o in acqua intenti a fare il bagno. Vai è il palmeto naturale più grande d’Europa, con le antiche e altissime piante di palma nate e cresciute spontaneamente che occupano tutta la spiaggia, di fronte a una baia di acqua tanto trasparente da sembrare tropicale. Questa è anche la prima spiaggia attrezzata con ombrelloni e lettini che vediamo, ed è decisamente affollata di turisti a godersi la bellezza del posto – che secondo noi risulta assai smorzata proprio a causa della presenza di tanta gente. Facciamo un giro e un po’ di foto, soprattutto da un’altura che ci permette di avere una visione d’insieme di tutta la bella foresta di palme, e decidiamo di proseguire il nostro itinerario verso sud per trovare un posto più tranquillo dove fare il bagno. Seguiamo la strada per Palekastro, tortuosa e deserta, le uniche creature che notiamo ai bordi della via sono piccole caprette isolate che brucano i radi cespugli o riposano sui bordi rocciosi delle scarpate al di là del guard-rail. Avevamo letto della presenza di capre selvatiche di una razza chiamata Kri-kri che girano libere per l’isola, ma non pensavamo che potessero avvicinarsi tanto alle auto. Alcune di loro indossano una campanella appesa al collo perché gli automobilisti possano sentire la loro presenza sulla via per evitare di investirle, ma sono comunque tutte libere e senza proprietario. Scattiamo qualche foto divertiti e continuiamo fino a Zakros e poi fino alla spiaggia di Kato Zakros, nostra meta per il bagno di oggi. Ancora una volta non restiamo delusi, quello che avevamo letto era esatto: dopo tutta quella strada calda e tortuosa ci ritroviamo di colpo in mezzo ad un’ampia luna di piccoli ciottoli bianchi e rosati, alle spalle un boschetto di piante ci regala ombra e riparo per le nostre cose, di fronte a noi il mare cristallino e tranquillo sembra attenderci. Ci concediamo finalmente un lunghissimo bagno in quell’acqua trasparente che sfuma sempre più nell’azzurro intenso a mano a mano che si allarga verso l’orizzonte, ed è uno dei momenti più piacevoli della giornata. Incredibilmente, anche qui, in questo tardo pomeriggio di pieno agosto, siamo i soli bagnanti su questa grande spiaggia, insieme ad un altro piccolo gruppo familiare lontano da noi molte decine di metri. Non ci saranno le palme, ma la bellezza e la serenità di questo luogo riparato da costoni di rocce rosse non le potremo dimenticare presto. Alla fine, di malavoglia, dobbiamo risolverci a ripartire per rientrare in tempo per la cena. Ma un po’ per curiosità, un po’ per sfuggire alla tristezza di dover abbandonare un luogo così piacevole, decidiamo di tornare verso l’albergo per una strada diversa da quella fatta all’andata, in modo da poter vedere altri scorci dell’isola e incontrare magari altre sorprese inaspettate. Invece di risalire verso Zakros proseguiamo sulla via che porta a Ziros – e che strada ! – una via sempre più stretta e ripida man mano che proseguiamo, per buona parte non asfaltata, che serpeggia tra rocce sporgenti e terreno brullo. Ma la nostra piccola 4×4 non ci tradisce, permettendoci di godere senza particolari problemi di un paesaggio ancora diverso. Il mare scompare alla nostra vista dopo un po’, sostituito da ettari di terreno coltivato a olivi: centinaia e centinaia di enormi piante di olivo allineate in file regolari, alberi dai tronchi antichi e contorti con chiome grandi come querce, di un verde argentato illuminato dalla luce dorata del sole che comincia a calare. Tutto intorno solo terra rossiccia inaridita dal sole, cespugli secchi, e più lontano solo il profilo violetto delle montagne. Sembra tutto tranne di stare su un’isola. Proseguiamo fino a Makrigialos sulla strada che sentiamo ridiscendere lentamente, e d’improvviso, superata l’ennesima curva, ecco che d’un tratto l’azzurro del mare scintilla di nuovo di fronte a noi. Abbiamo attraversato l’isola in senso longitudinale, siamo sulla costa opposta a quella di Elounda, la costa sud.
mar-libico.jpgQuello di fronte a noi è il “Liviko Pélago”, il Mar Libico. Se ci riuscissimo, guardando sempre dritto davanti a noi, potremmo vedere l’Africa. Non la vediamo naturalmente, ma solo saperla lì ci basta. Ce la portiamo via nelle nostre foto, sappiamo che quando le mostreremo a casa indicheremo il punto esatto dove si trovava, e tutti la vedranno. Senza fretta proseguiamo fino alla piccola città di Ierapetra (la città europea posizionata più a sud). Lì ci lasciamo il mar d’Africa alle spalle e cominciamo a risalire su in direzione nord, sulla via maggiore che porta verso Agios Nikolaos ed Elounda. Dopo un salto in albergo concludiamo questa bellissima giornata con un’ottima cena in un delizioso Ouzery di Elounda, sotto un pergolato finalmente fresco dopo tante ore di sole caldissimo. La proprietaria della taverna è una gentilissima signora inglese che vive lì ormai da molti anni, che ci scatta persino una foto insieme al tavolo, ci porta uva e gelato in omaggio a fine cena e ci insegna a brindare alla greca con l’Ouzo e la frase tipica che lo deve sempre accompagnare: “Ya mas!” (alla salute!). Dopo cena facciamo una passeggiata al porto, è stata una giornata così bella che non riusciamo a deciderci a farla finire. Compriamo dell’acqua al minimarket vicino a noi e rientriamo, siamo un po’ stanchi dopo tante emozioni e domani dobbiamo alzarci presto, abbiamo un traghetto da prendere…!

Mercoledì, 11 Agosto: Isola di Chrissi
Sveglia alle 7,45 e colazione veloce in una mattinata già tersa. Riprendiamo l’auto di nuovo in direzione di Ierapetra, per prendere il traghetto che ci deve portare sull’isola di Chrissi. C’è mancato poco che per trovare il parcheggio al porto affollato di auto perdessimo il battello… sono passati pochi giorni e già abbiamo perso l’abitudine al traffico caotico. Saliamo sullo strano Fun Boat carico di turisti, divertiti dai grossi palloni colorati a forma di pesce appesi in giro e dal tappeto di erba sintetica steso sul ponte del traghetto, che per 20,00 € a testa A/R ci porterà a destinazione. Per tutto il dondolante viaggio di circa 1 ora una musica vivace e assordante ci accompagna verso le rive dorate di quest’isoletta che sorge in pieno Mar Libico, proprio di fronte alla costa meridionale di Creta. Si tratta di un’isola disabitata e piccolissima, circa 5 km per 1, pianeggiante e di origine vulcanica.
chrissi.jpgNon ci sono alberghi a Chrissi, non è possibile soggiornare né campeggiare sull’isola, che è protetta come un parco naturale, e appena arrivati capiamo immediatamente il perché. Dopo essere sbarcati sul piccolo molo di legno seguiamo il sentiero che attraversa un bellissimo e antichissimo bosco di cedri del Libano, forse l’unico ancora esistente in Europa, e raggiungiamo la costa opposta della piccola isola, la più nota ai turisti per la sua bellezza paradisiaca. L’acqua bassa che bagna le rive dorate (dal greco Crisos, oro) che danno il nome all’isola è incredibilmente cristallina, di infinite sfumature che vanno dall’azzurro chiaro al turchese al verde smeraldo. La spiaggia ha un colore rosato che sfuma nell’oro, e osservandola da vicino scopriamo che è composta da minuscoli frammenti di conchiglie. La Golden Beach, così si chiama questa striscia bellissima, è la prima spiaggia che vediamo non sassosa, ma formata da minuscoli granelli di madreperla levigati dalle onde. Passeggiamo sul bagnasciuga incantati, poi, dato che il mare è un po’ mosso per via del vento, scegliamo di tornare sul lato opposto dell’sola, quello sul quale siamo attraccati col battello e dove l’acqua è calma e tranquilla. Ci sistemiamo sotto un meraviglioso albero di cedro il cui tronco contorto si curva verso la sabbia creando un bellissimo rifugio naturale di ombra profumata, e non resistiamo alla tentazione di fare subito un bagno. Passiamo la giornata così, tra bagni, sole ed esplorazioni con la maschera nei bassi fondali colorati e ricchi di vita, con una brezza leggera che non smette mai di rinfrescarci. Facciamo uno spuntino con frutta e cracker, e nel pomeriggio mi capita di vivere l’unica emozione negativa di questa splendida escursione. Durante il bagno del pomeriggio mi lascio incantare da un banco di piccoli pesciolini argentati e li inseguo sott’acqua con la mia macchinetta fotografica, continuando a seguirli nei loro giri per non perdermi neanche un’inquadratura. Quando finalmente spariscono alla mia vista mi rendo conto che per inseguirli mi sono allontanata un bel po’ dalla nostra postazione sotto al cedro, e non vedo più né l’albero né Luca. Il momento di panico è breve ma intenso, non vedere Luca da nessuna parte lì intorno mi spaventa molto, mi viene da pensare che forse anche lui si è allontanato da quella zona per qualche ragione e non riesco a capire cosa possa essere successo. Mi immergo di nuovo nell’acqua bassa e trasparente per vedere se magari è ancora immerso (non siamo affatto buoni nuotatori) e vedo non troppo distante da me la sagoma di un ragazzo con un costume nero e la maschera che fa snorkeling. Sollevata mi dirigo subito da quella parte decisa a raggiungerlo, ma quando mi avvicino di più noto che il ragazzo indossa dei sandali di gomma blu mentre quelli di Luca sono trasparenti, e quando si alza in piedi vicino a riva sento che si rivolge a una donna sulla spiaggia parlando in francese – ho seguito il costume nero sbagliato! Accidenti alla miopia… il panico ritorna e l’incertezza pure – dov’è Luca? cosa è successo? perché non lo vedo? – e ricominciano l’ansia e la ricerca affannosa. Cerco di guardarmi intorno più attentamente e con calma per orientarmi meglio e mi rendo conto che il nostro albero è parecchi metri più giù lungo la spiaggia, così torno indietro nuotando a pelo d’acqua, oltrepasso una piccola barchina ancorata dalla riva – ma quando ce l’hanno messa questa qui? – e dopo alcune decine di metri, nonostante la maschera semi-appannata, vedo finalmente Luca in piedi sulla riva che si sbraccia verso di me e mi fa segni di saluto. Il mondo torna di colpo diritto, il mio cuore ricomincia a battere, anche se tremo ancora un pochino mentre lo raggiungo e mi stringo a lui. Quando gli racconto del tizio francese col costume nero che ho seguito per sbaglio si mette a ridere e mi prende in giro per un’ora… ma io credo di non averlo mai abbracciato così stretto.
su-chrissi.jpgComunque, neppure questa piccola disavventura è riuscita ad intaccare la magia di questa giornata in un luogo tanto spettacolare. Il Fun Boat col suo carico di musica dondolante torna a ricaricarci tutti verso le 16,00 e in poco meno di un’ora riattraversiamo il tratto di mare che ci separa dal paradiso dorato di Chrissi per tornare sull’isola madre Creta, le cui imponenti montagne si ergono dall’acqua in maniera impressionante viste dal ponte del battello. Torniamo a Elounda in auto stanchi e carichi di emozioni, e con il ricordo di una giornata-perla trascorsa in un luogo unico in tutto il Mediterraneo. Ceniamo in hotel e ci lasciamo perfino tentare da una tazzina di caffè espresso che ci promettono “all’italiana” – una promessa puntualmente delusa, inutile dirlo, ma va bene lo stesso, ce la siamo cercata. Facciamo un giro per Elounda, che la sera è piena di gente che passeggia e cerca un po’ di fresco dopo il calore e la luce intensi del giorno, e acquistiamo il necessario per il giro che abbiamo intenzione di fare domani, prima di andare a dormire.

Giovedì, 12 Agosto: Matala, Festos, Mirtya
Ci alziamo presto e facciamo colazione con pochi altri ospiti mattinieri dell’Elounda Princess, il giro di oggi è lungo e non vogliamo sprecare neppure un minuto di questa giornata che già dalla mattina è sfavillante di luce. Mai vista una luce così, sarà la latitudine, o il mare, o l’estate piena, non so, ma Creta mi pare continuamente immersa in una luce splendente che rende tutto nitido e perfetto. Prendiamo la E75 in direzione ovest stavolta, la percorriamo fino a Héraklion, dove incontriamo parecchio traffico. Da lì prendiamo verso sud e in circa un’ora arriviamo a Matala, prima tappa del nostro giro di oggi. Matala, un tempo il porto della mitica città di Festos, è oggi un villaggio noto per la sua bellissima spiaggia sabbiosa, meta di un gran numero di turisti, e per le grotte artificiali scavate nelle alte pareti di roccia che circondano la spiaggia stessa. Le grotte furono scavate in tempi preistorici probabilmente per essere utilizzate come abitazioni o luoghi di culto, e sicuramente furono usate come tombe ai tempi dei greci, dei romani e dei primi cristiani. Alla fine degli anni ’60 una comunità internazionale di Hippy figli dei fiori si stabilì in queste grotte per un certo periodo di tempo facendole conoscere definitivamente al grande pubblico dei turisti di tutto il mondo. Nonostante ci sia più gente di quanta ne abbiamo incontrata in altre spiagge, non è difficile trovare un posto per le nostre cose all’ombra di un grosso albero. Ci sistemiamo nella zona a destra dell’ampia luna di sabbia, che è la parte libera della spiaggia dove ci si può organizzare a proprio piacimento, mentre la zona a sinistra è attrezzata con ombrelloni e lettini per chi preferisce questo tipo di soluzione. Il bagno a Matala è un po’ più affollato, ma sempre piacevolissimo, l’acqua è limpida e calda, e la vista che si gode dal mare volgendo lo sguardo verso il costone di roccia bucherellato da decine di grotte è veramente spettacolare. Il sole riverbera sulla roccia calcarea facendo apparire quei buchi neri ancora più misteriosi e inquietanti.
matala.jpgFatichiamo a deciderci a uscire dall’acqua, come ogni volta, ma alla fine torniamo alla spiaggia, mangiamo la nostra frutta e ci riposiamo all’ombra degli alberi godendoci quel paesaggio incredibile intorno a noi. Dopo un meritato riposo raccogliamo le nostre cose e ci avviamo curiosi alla scoperta delle grotte. La visita è gratuita, costa solo in fatica e voglia di andare a vedere. Dopo pochi metri di salita mi rendo conto che le mie ciabattine infradito non sono esattamente l’ideale per scalare quel sentiero di roccia scivoloso di polvere, ma ci vorrà ben altro per impedirmi di salire fino ai livelli situati più in alto. In effetti le grotte sono scavate su diversi piani nel grosso costone di roccia, una fila sopra l’altra leggermente irregolari, e non sempre lo strettissimo sentiero prosegue in maniera lineare. Ci troviamo a scavalcare pietroni, aggirare ostacoli, arrampicarci, ma niente che non sia superabile con un po’ di buona volontà e di curiosità. Visitare l’interno delle grotte è un’esperienza piacevolissima, non tanto per ciò che vediamo – sono praticamente tutte uguali – quanto per la deliziosa sensazione di frescura che si avverte immediatamente appena entriamo in quell’ombra antica, dopo tutto il calore che ci ha bruciato la pelle fino a quel momento. Le pareti interne delle grotte sono scavate in maniera regolare, il soffitto non è molto alto e il vano d’ingresso è spesso rettangolare. Dentro alcune, addossato alla parete di fondo, c’è un alto gradone largo un paio di metri e profondo circa un metro, che forse rappresentava il giaciglio del defunto ai tempi in cui questi antri avevano la funzione di tombe. L’aria che si respira è fresca, umida, la luce entra a malapena in quei buchi tondi e tozzi come le ditate casuali di un gigante in un pezzo di argilla. Ma da dentro, se ti siedi a terra in mezzo alla cavità scura e guardi fuori, ti accorgi che neanche tutta quell’ombra riesce a smorzare l’intensità della luce che risplende all’esterno, e la forza dei raggi del sole che fanno scintillare quel pezzo di mare. Facciamo un po’ di foto e alla fine ridiscendiamo dal costone per andare a fare un giro nel piccolo paesino. Lungo la via principale si affacciano negozietti di souvenir per turisti e taverne con tavoli all’aperto, e in fondo troviamo alcune bancarelle che offrono tovagliette, parei colorati, centrini ricamati e piccoli oggetti di artigianato in legno e ceramica. Quando torniamo al parcheggio c’è ancora molta gente sulla spiaggia a godersi quell’angolo dell’isola così spettacolare. Riprendiamo la macchina e facciamo pochi chilometri verso ovest raggiungendo velocemente il sito archeologico di Festos, il secondo sito minoico dell’isola per importanza dopo Cnosso. Festos (ingresso 4,00 €) sorge su un’altura che domina il paesaggio circostante, la vista spazia tra coltivazioni di olivi, campi lavorati e strade, giù fino al mar libico. Si percepisce nettamente il completo controllo di tutta l’area che poteva avere chi viveva nel ricco e immenso palazzo. La zona degli scavi è assai ampia, noi iniziamo la nostra visita dalle rovine dagli antichi magazzini, dove sono stati ritrovati enormi orci di terracotta utilizzati per conservare olio e derrate alimentari e meravigliose giare decorate che mantenevano il vino fresco.
festo.jpgUna grossa scalinata porta alla zona dell’antico teatro, e più giù si raggiungono gli appartamenti reali, il cortile esterno alle colonne e i resti delle abitazioni che contornavano il palazzo-città. La struttura è ampia e complessa, almeno due diversi palazzi sono stati costruiti su quest’area, i cui tesori sepolti sono stati riportati alla luce agli inizi del XX° secolo proprio da una spedizione di archeologi italiani inviata dall’Accademia dei Lincei. La passeggiata tra le rovine millenarie è decisamente suggestiva, nonostante il caldo si sia fatto veramente opprimente. Alla fine del giro ci godiamo una granita di frutta seduti alla caffetteria annessa alla biglietteria, soddisfatti della nostra camminata nella storia ellenica classica. Anche oggi decidiamo di tornare verso Elounda percorrendo una strada diversa da quella fatta all’andata e risaliamo verso Héraklion passando per Myrtia, dove facciamo una breve sosta. Qui visitiamo la fondazione culturale e casa-museo di Nikos Kazantzakis, poeta e scrittore greco del ‘900 molto conosciuto per le sue opere e per il suo impegno politico nazionalistico, autore tra le altre cose di “Zorba il greco” e de “L’ultima tentazione di Cristo”. Nella piazza centrale del paesino c’è una scultura moderna in bronzo che simboleggia la libertà, infinitamente cara al poeta. Rientriamo all’albergo senza intoppi e dopo esserci lavati e cambiati usciamo a cena al “Paradisiaco”, un altro dei molti caratteristici ouzery di Elounda con i tavolini all’aperto contornati da siepi fiorite, mentre la brezza della sera porta fino a noi il profumo del mare. Un’altra serata deliziosa in quest’angolo tranquillo dell’isola, conclusa con una passeggiata al molo illuminato che sembra un luogo fuori dal mondo e dal tempo.

Venerdì, 13 Agosto: Héraklion
Stamattina, all’uscita dalla nostra casetta, un gatto a strisce ci aspetta per darci il buongiorno facendoci le feste. Luca, che ha un feeling tutto suo con gli animali, ci gioca per un po’ divertito, e questo incontro sembra ad entrambi di buon auspicio per la giornata appena iniziata. Dopo colazione carichiamo in auto le nostre cose e partiamo verso ovest, direzione Héraklion. E’ arrivato il momento di visitare la capitale dell’isola. All’entrata della città ci accolgono file di lampioni imbandierati a festa, oggi cominciano le Olimpiadi di Atene e pare che le competizioni di alcune discipline si svolgeranno anche qui a Creta. La città di Héraklion è fortificata e circondata da enormi muraglioni di pietra larghi fino a 40 mt, con annessi 7 bastioni a torre costruiti dai Veneziani nel 1200 dopo che ebbero acquisito la città fondata dai Saraceni quasi un secolo avanti Cristo. Leggiamo che i Veneziani nominarono la città Candia, candida, dal colore delle pietre del luogo, e per molto tempo tutta l’isola è stata identificata con questo nome. Saliamo sui bastioni dal lato sud, e lì troviamo, in mezzo a un giardino ben curato, la tomba del poeta Nikos Kazantzakis, costituita da una semplice lapide in pietra sormontata da una grossa croce di legno. Sulla pietra liscia è inciso solo un suo verso: “Non desidero nulla, non temo nulla, sono libero”. Lascio il mio sassolino a questo poeta coraggioso, e ridiscendiamo giù al parcheggio. Riprendiamo l’auto per entrare dentro alle mura cittadine e parcheggiamo vicino al museo archeologico, dove ci aspetta una piacevole sorpresa. Per festeggiare l’inizio dei Giochi Olimpici di Atene oggi l’ingresso a tutti i musei e i luoghi di interesse culturale in tutta la Grecia è gratuito.
museo-archeologico-di-heraklion.jpgCosì entriamo senza pagare il biglietto e senza perdere tempo per la fila all’ingresso. Il museo è bellissimo, ricco di tesori preziosissimi risalenti a diversi millenni, dal neolitico al minoico ai romani. Vasi, sculture, mosaici, gioielli, affreschi, e molti oggetti rinvenuti nei siti archeologici di Cnosso e Festos. Uno degli oggetti più splendidi e indecifrabili che ammiriamo è sicuramente il Disco di Festo, ritrovato appunto nel sito archeologico di Festo e risalente al 1700 a.C.. S tratta di un disco di terracotta di 16 cm di diametro e 16 mm di spessore decorato su entrambi i lati da una serie di misteriosi simboli grafici disposti a spirale, proprio come su un disco di musica, che però ad oggi non sono ancora stati decifrati. Un oggetto molto strano, di grandissimo fascino nella sua imperscrutabilità, che suscita in me una meraviglia speciale. Dopo il museo facciamo un giro in città, mentre il caldo comincia a farsi sentire.
st-minas.jpgVisitiamo la Cattedrale ortodossa di St. Minas, grande e con belle icone d’argento, e poi percorriamo tutta la Piazza Venizelou dove ammiriamo una originalissima fontana veneziana con base a forma di fiore decorata da leoni e putti. La piazza è in parte alberata, e pranziamo in una taverna tipica nell’ombra fresca dei grandi rami. Dopo pranzo continuiamo la nostra passeggiata per le vie della città e vediamo in una piazza che stanno allestendo uno schermo gigante e file di sedie per la proiezione delle immagini della cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici di stasera. Scendiamo giù fino al porto per visitare la fortezza veneziana, che purtroppo è chiusa. Si è alzato il vento, così raggiungiamo di nuovo l’auto e riprendiamo la macchina diretti verso Agia Pelagia, una delle spiagge più note di questa zona. Ci arriviamo senza difficoltà, ma dopo un breve giro decidiamo di spostarci ancora, c’è troppa gente e preferiamo continuare verso ovest per trovare una spiaggia più tranquilla dove fare il bagno. Raggiungiamo Malia, ma scopriamo che il vento ha portato sul bagnasciuga molte alghe brunastre e mollicce, così lasciamo perdere e visto che si è fatta una certa ora torniamo verso Elounda, decisi a sfruttare per la prima volta la piscina del nostro hotel. Ci passiamo accanto ogni sera quando rientriamo in camera e non l’abbiamo mai vista affollata, così speriamo che non ci sia troppa gente. E infatti siamo i soli, a quell’ora del tardo pomeriggio, a fare il bagno in quella grande vasca azzurra circondata da rocce rosse. Ci rilassiamo e ci rinfreschiamo un po’ dopo tutto il caldo della giornata, ci voleva proprio. Poi ci cambiamo e ceniamo in hotel, e dopo cena usciamo di nuovo a fare un giro alla ricerca del paesino di Sisi. E’ buio e l’illuminazione è inesistente, le stradine si fanno strette e ad un certo punto vediamo addirittura un coniglio che ci attraversa la strada! Alla fine lasciamo perdere e rientriamo stanchi, meglio andare a riposare dato che ci dobbiamo alzare di nuovo presto per l’escursione di domani.

Sabato, 14 Agosto: Spinalonga, Plaka
Ultima mattina all’Elounda Princess, siamo dispiaciuti che sia già passata una settimana e che dobbiamo lasciare questa parte dell’isola. Dopo la colazione sulla terrazza dell’hotel dove sventola orgogliosa una bandiera greca bianca e azzurra, scendiamo al porto e ci uniamo ad altri turisti che come noi hanno deciso di prendere un caicco diretto alla vicina isola di Spinalonga (traversata 8,00 € a persona). La mattinata è luminosa e bellissima, l’acqua limpida e calma.
spinalonga.jpgSpinalonga è una piccolissima isola proprio di fronte a Elounda, sulla quale i veneziani alla fine del 1500 costruirono una rocca fortificata che rimase una delle pochissime a non cadere mai nonostante i numerosi assedi susseguitisi nei secoli. Facciamo il giro con la guida turistica, un gentilissimo signore greco che ci illustra i vari edifici esistenti e ci spiega in inglese la storia della fortezza dagli inizi al 1900, secolo in cui da rocca militare è stata trasformata in ospedale ed utilizzata come lebbrosario. I malati di lebbra venivano tenuti isolati nell’antica fortezza per evitare contagi che si ritenevano pericolosi, medici ed infermieri erano volontari e molte attività commerciali e agricole si svolgevano regolarmente sull’isola, nonostante non si riuscì mai a rendere il lebbrosario completamente autosufficiente. Si possono ancora vedere il forno del pane, i negozi, le vasche per la raccolta dell’acqua piovana da bere e da utilizzare per le coltivazioni, e il magazzino delle merci con la sala della disinfezione dove sostavano le verdure e la carne da e per le sponde di Elounda. La guida ci spiega che uno dei fenomeni che ha segnato la vita di molti greci è quello dello smembramento delle famiglie causato dalla lebbra. I malati infatti, appena accertato l’avvenuto contagio, venivano costretti a lasciare tutto ed erano allontanati subito da casa e confinati a Spinalonga, mentre i bambini che nascevano dalle coppie che vivevano già nella fortezza venivano immediatamente tolti alle loro madri e portati in orfanotrofio ad Atene per paura che venissero contagiati dal male. Per questo motivo, ancora oggi vivono molti greci che hanno dovuto subire questa separazione brusca e traumatica dalle loro famiglie appena nati. Il risvolto più drammatico di questa storia è però un altro. Ad un certo punto la scienza medica scoprì che la lebbra non era poi così pericolosa e soprattutto che il contagio tra le persone non avveniva così facilmente, ma nonostante questo si continuò fin quasi agli anni ‘60 a tenere ingiustamente molti malati isolati ed emarginati sull’isola di Spinalonga, conosciuta anche come l’isola dei morti viventi. C’è anche una piccolissima chiesetta all’interno della rocca, una piccola cappella votiva dedicata a San Pantaleone, medico martire cristiano protettore dei malati e degli infermi, con belle icone dipinte e sottili candele accese infilate in ciotole di sabbia fine. All’esterno della rocca un lungo camminamento di pietra percorre il perimetro della fortezza, scandito a distanza regolare da torrioni con guardiole di ronda per le sentinelle, con feritoie a tagliare le mura profonde anche diversi metri. Il bastione detto a mezzaluna è un semicerchio a picco sul mare ornato da merli e ancora perfettamente conservato.
rocca-di-spinalonga.jpgSalendo in alto sulla rocca si arriva fino al cimitero dei lebbrosi, con le fosse comuni dove venivano sepolti i morti di questa grave infezione. Alla fine del giro diamo i nostri 2 euro alla guida, soddisfatti per il giro interessantissimo in questo posto così particolare. Vicino al porticciolo c’è un unico piccolo Caffè e ci fermiamo a bere un tè freddo, il sole è salito e fa parecchio caldo tra quelle rocce a picco su un mare immobile e turchese come non mai. Il Caffè è molto caratteristico, con semplici sedie di legno impagliato sistemate all’esterno sotto le piante, mentre all’interno le pareti sono dipinte di azzurro. Ci rinfreschiamo un po’ dopo la lunga camminata e ci riavviamo verso il molo, dove il caicco ci viene a riprendere insieme agli altri per riportarci indietro. Attraversiamo sulla barchina quel breve tratto di mare che ci separa da Elounda e osserviamo l’immagine della rocca allontanarsi lentamente alla nostra vista. Un po’ ci dispiace di lasciare quel posto dove l’atmosfera è così particolare. Chissà come dovevano sentirsi al tempo i lebbrosi, strappati bruscamente alle loro famiglie e alla loro quotidianità e portati lì, rinchiusi in una rocca inaccessibile, emarginati dalla malattia, confinati sull’isola dell’isola – difficile immaginare una solitudine più grande. Creta è lì davanti, visibilissima con le sue rocce rosse e brulle e i suoi olivi, vicina eppure irraggiungibile per chi era costretto solo a guardarla dai merli dei bastioni più alti. Una visita davvero bella, che resterà nei miei ricordi come un’esperienza speciale. Riprendiamo l’auto al porto e ci dirigiamo sulla penisola di Spinalonga attraverso una strada che corre lungo un minuscolo istmo di terra a pochi metri dall’acqua. Parcheggiamo in un oliveto a due passi dal mare, sotto un magnifico olivo antico le cui ampie fronde si estendono per almeno una quindicina di metri dando riparo a noi e all’auto, e facciamo il bagno in quell’acqua limpidissima. Il fondale è pieno di alghe e piante, pesciolini di vari colori circolano intorno a noi senza paura. Pranziamo con frutta pane e formaggio e ci ristoriamo un po’ all’ombra di quelle bellissime piante centenarie. Non c’è nessuno nei dintorni, siamo soli a fare il bagno e prendere il sole in quel meraviglioso tratto di costa – ed è il 14 di agosto. Pensiamo a cosa devono essere le spiagge italiane in questi giorni – e a quanto devono costare – e ci sembra di stare in paradiso. Dopo una lunga sosta ristoratrice ripartiamo e torniamo verso Elounda spingendoci fino Plaka, là da dove eravamo partiti la prima mattina, per fare ancora un altro bagno. L’acqua è ancora bellissima, il luogo tranquillissimo, l’isola di Spinalonga con la rocca fortificata ancora lì davanti a noi, e ancora più familiare ora che la conosciamo meglio. Tutto è così bello e rilassante che non riusciamo a deciderci a lasciare quei luoghi tanto piacevoli. Sulla via del ritorno ci fermiamo in un piccolo Caffè locale, tavolini all’aperto, muri di pietra e insegna di legno dipinta a mano, e ci godiamo il gelato che ci rinfresca dopo il caldo della giornata. Alla fine rientriamo, ci cambiamo e ceniamo all’hotel dopo aver raccolto le nostre cose per la partenza di domani. Dopo cena facciamo un ultimo giro al porto di Elounda, paesino davvero incantevole e tranquillo dove siamo stati benissimo. Prendiamo un frappé ghiacciato al caffè in uno dei locali del porto, e decido definitivamente che il caffè a me piace solo caldo. Alcuni negozietti per turisti sono aperti anche dopo cena e Luca mi regala un paio di pantofoline con l’interno rivestito di riccioli di lana e decorate all’esterno con greche e delfini, da indossare quando verrà l’inverno, per ricordare con ancora più nostalgia il calore e la bellezza di questa parte di Creta. Sarei davvero triste se dovessimo ripartire, invece cerco di pensare soltanto che ci stiamo trasferendo e basta, e che quest’isola ci deve rivelare ancora molte delle sue meraviglie.

Domenica, 15 Agosto: Knossos, Balos, Kontomari
Ultima colazione all’Elounda Princess, check out (avevamo tutto prepagato dall’Italia tramite Columbus) e via di nuovo sulla E75, alla scoperta di Creta Ovest. Abbiamo pensato di spezzare la lunga tappa di trasferimento con qualcosa di speciale, la visita del Palazzo di Knossos, che si trova poco a sud di Héraklion, alla metà circa dell’isola che si sviluppa longitudinalmente e quindi a metà del lungo tragitto che dobbiamo fare. Troviamo il famosissimo sito con molta facilità, è inevitabilmente ben segnalato lungo la via, e notiamo subito nel grande parcheggio esterno un buon numero di autobus che hanno già scaricato turisti di tutte le nazionalità. Anche qui ci attende la sorpresa dell’entrata gratuita, è ferragosto e non si paga nulla. Subito dopo l’area di accesso al sito troviamo il busto di Evans, l’archeologo che scoprì i resti del palazzo minoico costruito 2000 anni prima di Cristo e che lavorò al suo recupero per buona parte della sua vita. Il palazzo sorge su un’ampia collina e si intuisce anche adesso che doveva essere meraviglioso, a più piani e assai articolato nella sua struttura, con appartamenti reali, luoghi di culto, magazzini, corridoi, sale e cortili che riportano subito alla mente il mito del labirinto. Qui infatti stava rinchiuso il mostruoso Minotauro, qui era il labirinto costruito da Dedalo e suo figlio Icaro, qui Arianna ebbe bisogno del suo filo per non perdersi insieme a Teseo. In quel che resta delle sale di questo palazzo vediamo le ricostruzioni degli affreschi originali che abbiamo ammirato al Museo Archeologico di Héraklion, tutte in tipico stile egiziano con le figure disegnate solo di profilo, poiché stretto era il rapporto anche culturale tra i Micenei e gli Egiziani in questo periodo. Ammiriamo un meraviglioso principe dei gigli, delle sacerdotesse e portatori di offerte, scene di lotta con tori e animali mitologici, rappresentazioni di gesti di culto, e la spettacolare sala dei delfini riservata alla regina, dove un gioco di delfini danzanti decora con grazia straordinaria la parete in fondo alla stanza. Anche la sala del trono è bellissima, nuda nella sua semplicità eppure perfetta: un trono di alabastro addossato alla parete centrale, altri banchi in pietra lungo le pareti laterali, una vasca circolare di porfido di fronte al trono, e sui muri affreschi bianchi e rosso cupo che rappresentano dei grifoni a riposo. Molto suggestiva, degna di Re mitici. Un’altra delle stanze più sorprendenti è costituita dall’antibagno e dal bagno della regina, non solo per le splendide decorazioni che l’abbellivano ma per l’incredibile sistema di canalizzazioni, fognature e sistemi che portavano acqua calda sempre disponibile, che ne fanno un gioiello di architettura dell’età Minoica. Spettacolari anche gli immensi magazzini, dove sono stati ritrovati intatti enormi Pìthoi che servivano per contenere e conservare olio, vino e derrate alimentari. Particolare effetto fa a tutti i visitatori la sala con l’affresco della tauromachia che è stata completamente ricostruita da Evans secondo la sua visione di come poteva essere al tempo, con potenti colonne rosse e capitelli neri.
knossos.jpgMolti studiosi hanno duramente criticato Evans per essersi permesso una ricostruzione posticcia sul luogo originale di questo sito così importante, ma in un certo senso le sue colonne finte e le copie degli affreschi risistemati al loro posto aiutano anche il visitatore meno esperto a sentirsi immerso in un’atmosfera speciale quando si trova qui. E’ comunque un’emozione camminare su queste pietre millenarie così dense di storia e mitologia, nonostante i possibili errori di Evans e il caldo opprimente e il gran numero di turisti che vaga per le meravigliose sale un tempo riservate solo a re, regine e sacerdotesse. Usciamo sicuramente arricchiti da questa visita, carichi di emozioni che non sarà facile cancellare. Continuiamo il nostro percorso verso ovest, e ci fermiamo a pranzo a Bali, in una piccola taverna sulla spiaggia. I tavoli sono piazzati direttamente sulla sabbia, sotto piccoli gazebo di stoffa, a pochi metri dagli ombrelloni dei bagnanti di fronte al mare. E’ una delle poche zone attrezzate che abbiamo visto finora, ma per essere abbastanza affollata pare comunque più che vivibile. Decidiamo di non fermarci per il bagno ma di continuare fino all’Hotel, per non arrivare troppo tardi e rischiare di non trovarlo. Infatti non lo individuiamo subito con la nostra cartina, ma quando alla fine ci arriviamo restiamo molto sorpresi da ciò che vediamo. L’Aegean Palace Hotel è un bellissimo complesso di appartamenti e stanze con un grande giardino curatissimo e una immensa piscina di fronte alla terrazza che fa da sala da pranzo, e tutti sembrano di una gentilezza squisita. La signora della Reception ci accoglie sorridente, e io sono sicura di aver compreso male il suo inglese dall’accento greco quando mi dice che ci ha riservato una camera con piscina privata. Deve aver sicuramente detto qualcos’altro… E invece no – avevo capito benissimo! Abbiamo una camera con una specie di terrazza sul retro circondata da alti muri e con una piccola piscina privata tutta per noi ! Non ne sapevamo nulla, non c’era scritto sul catalogo, ma viene fuori che questa zona è meno battuta dal turismo di massa nonostante offra bellezze straordinarie, e quindi per attirare un po’ più di turisti gli alberghi offrono comfort speciali e servizi in più allo stesso prezzo. Non che ci interessi molto il motivo – noi di certo siamo già conquistati da questo albergo bellissimo e dalla nostra piscina ! Non ho ancora aperto le valigie che Luca è già fuori che sguazza… La stanza è ampia, pulitissima, con tappezzerie giallo oro, la porta di fondo è in vetro scorrevole per poter uscire sulla terrazza con facilità. Insieme alla magia di Knossos, questa bella sorpresa cancella del tutto quel po’ di tristezza che ci portavamo dietro dopo aver dovuto lasciare l’incanto di Elounda. Alla fine ci sistemiamo e andiamo a cena (qui abbiamo la mezza pensione), e anche lì troviamo una bella terrazza coperta decorata di fiori dove scegliere il nostro tavolo, e un ricco buffet di cibi greci presentati in una maniera deliziosa, che fanno venire voglia di assaggiare tutto. Prendiamo anche il dolce, e siamo davvero soddisfatti della nostra sorte. Se questa è l’accoglienza di Creta Ovest, direi che promette bene…

Lunedì, 16 Agosto: Chania, Kissamos
Stamattina l’isola ci regala la prima mattinata di tempo nuvoloso da quando siamo arrivati. Cielo grigio e grosse nubi a coprire il sole al quale ci eravamo ormai abituati, ma il paesaggio resta comunque affascinante. Dopo un’ottima colazione al buffet del ristorante prendiamo la macchina e arriviamo fino a Chania, antico centro veneziano un tempo capitale dell’isola. Il vecchio porto fortificato è la parte più interessante, con i suoi palazzi dalle facciate colorate che si affacciano sul mare, di fronte all’antico faro ancora in funzione. Nel porto si trova anche la bella moschea turca del 1600, completamente restaurata e sede dell’ufficio del Turismo. Continuando si trovano gli antichi Arsenali dove i veneziani costruivano le navi con le quali navigavano l’Egeo, e poi il Museo della Marina, con all’esterno un’enorme elica di nave e un’ancora di ferro con la sua lunga catena, e file di negozi dove i numerosissimi turisti possono acquistare piccoli oggetti di artigianato locale in terracotta e in legno.
chania.jpgQuando comincia a piovere leggermente decidiamo di cercare rifugio nel vecchio mercato al coperto, che ci offre inaspettatamente uno spettacolo sorprendente. Passeggiamo tra grandi banchi in legno che espongono di tutto, pesce appena pescato, verdure, formaggi, barattoli di miele, corone di pane da appendere alla porta come buon augurio tipiche della tradizione isolana, ceste di sacchetti di spezie profumate e coloratissime, dolci e biscotti tipici, frutta fresca e secca, olive di infinite varietà e colori, saponi, spugne naturali di mare, olio… c’è un mondo di profumi e colori racchiuso sotto quella struttura coperta, una meraviglia per gli occhi! Compriamo qualche piccolo souvenir e decidiamo di cercare un posto dove mangiare. Dopo aver gironzolato un po’ pranziamo in un piccolo ristorante in una stradina vicino alla Chiesa di Agios Nikolaos, che all’esterno regala l’originale mix visivo di una chiesa cristiana col crocifisso sull’entrata, il campanile con bifore e campane sulla sinistra e il minareto sulla destra, combinazione dovuta alle varie dominazioni che si sono susseguite nella città. Il piccolo ristorante ha i tavolini all’aperto sotto ombrelloni di stoffa, e dei divertenti menu con le foto dei cibi vicino al nome del piatto, tanto per dare un’idea più precisa ai turisti che non conoscono il greco di cosa devono aspettarsi dalla loro ordinazione. Un sistema ingegnoso che funziona ottimamente! Dopo pranzo facciamo visita alla Cattedrale ortodossa di Chania, ricca di decorazioni d’argento, icone, lampadari, con un bel pulpito scolpito in legno, quadri con rappresentazioni di santi e un grande affresco in fondo alla navata centrale, e con le volte in alto dipinte di un azzurro lieve. Dopo un ultimo giro ai bastioni del porto, con l’acqua che in certi momenti sale sui marciapiedi come nella vera Venezia, ritorniamo alla macchina e decidiamo di esplorare ancora verso ovest. Arriviamo fino a Kissamos, procedendo sempre sulla via stretta e tortuosa che costeggia il mare, e che regala scorci meravigliosi della costa rocciosa dove le onde si infrangono creando spruzzi bianchi che volano fin sulla strada. Attraversiamo un piccolissimo campeggio assai rustico passando in mezzo ad alcuni alberi proprio addossati alla spiaggia, e ci fermiamo a fare un po’ di foto a un piccolo gruppo di caprette che bivaccano libere tra le piante. Una ci sorprende esibendosi addirittura nell’arrampicata sul tronco contorto di un albero, sul quale sale con grande facilità per raggiungere le foglie più tenere in alto, che pare gradire molto. Decidiamo di arrivare in fondo alla via e rigirare per rientrare all’hotel, e dato che ha smesso di piovere facciamo il bagno nella nostra piscina. Anche la cena è abbondante e buona come la colazione. Assaggiamo formaggi e insalate varie e scegliamo anche diversi dolci dal buffet decorato da animali fatti di frutta. Rientriamo in stanza e guardiamo in tv qualche servizio sui giochi olimpici, poi ce ne andiamo a dormire con la speranza che il sole torni velocemente a splendere sull’isola.

Martedì, 17 Agosto: Frangokastelli, Plakias, Préveli
Colazione in tranquillità stamani, e poi in auto verso la costa sud dell’isola, ma stavolta nella zona occidentale. Questa parte di Creta è molto più montuosa della parte orientale, qui infatti si trova la catena delle Lefka Ori, le Montagne Bianche, la catena montuosa più alta dell’isola che ha vette che raggiungono i 2400 mt e che in inverno si coprono di neve. In estate la neve non c’è, ma essendo costituite di rocce di pietra calcarea, le vette appaiono ugualmente bianche sotto la luce potente del sole. La strada che attraversa le montagne è molto ripida e tortuosa, e passa tra gole e costoni spettacolari. La vegetazione fatica a conquistarsi spazio tra le rocce, che emergono prepotenti anche nelle zone più boscose. Incrociamo rarissime auto lungo la via verso Hora Sfakion, mentre numerose sono invece le caprette che vagano libere lungo i pendii di pietra. Alcune arrivano tranquillamente fino alla sede stradale, creando pericolo nel momento in cui decidono di attraversare. Sono davvero incuriosita da questi animali pacifici e liberi, e alla fine, quando incontriamo l’ennesimo gruppetto che si riposa vicino al guard-rail, convinco Luca a fermarsi e a scendere per provare a fare delle foto più ravvicinate. Non solo le caprette non si spaventano, ma si avvicinano a noi curiose, il che mi da la possibilità di liberare la mia passione per gli animali. Corro a prendere un pacchetto di cracker dalle nostre scorte del pranzo e comincio a offrirli alle caprette, che alla vista del cibo perdono qualunque residuo di diffidenza e mi si avvicinano ingolosite. In breve il gioco si fa facile, e vengono tutte vicino a me a cercare da mangiare, mentre Luca scatta una serie di foto divertito. Ormai sa che quando c’è una qualunque possibilità di avvicinarci ad animali liberi non posso lasciarmela sfuggire…. Dopo un po’ anche lui si fa prendere dal gioco e ci scambiamo i ruoli, io fotografo e lui offre pezzetti di cibo, con grande successo in effetti dato che un paio di caprette addirittura si spintonano tra loro per avere l’esclusiva dei suoi bocconi salati. Sono animali davvero miti e dolci, hanno occhi color ambra e mantelli di lana bianca, nera o pezzata, zoccoli piccoli e forti, e alcune hanno corna appuntite ritorte all’indietro. Sembrano rimanere deluse quando alla fine le salutiamo e risaliamo in auto per riprendere il nostro percorso prestabilito. Raggiungiamo Frangokastello lungo la stessa strada stretta e piena di curve, ma dal fondo in ottime condizioni. Il castello si vede già da lontano, massiccio e imponente, proprio a ridosso della spiaggia. Fu costruito nel 1371 dai Veneziani per proteggere il porto di quella zona dagli attacchi dei pirati, un porto che adesso non c’è più. Parcheggiamo in un piazzale lì vicino e facciamo subito un giro. L’entrata è libera, il castello è a base rettangolare, con alte mura merlate, e ha potenti torrioni quadrati agli angoli.
frangokastelli.jpgPochi altri turisti visitano con noi l’interno dell’edificio, che purtroppo non è ormai altro che un guscio vuoto. Nulla rimane all’interno delle grosse mura fortificate di quella che doveva essere un tempo la struttura a più piani, niente più che poche tracce di pareti divisorie, alcune finestrelle e parte del solaio a travi in legno della Torre Sud. Merli e feritoie conservati in modo perfetto a proteggere un grosso rettangolo di polvere rossiccia inondato dalla luce brillante del sole. Un castello fantasma a guardia di pirati inesistenti, in posto dove c’è il mare invece del bosco, e il sole invece della nebbia. Sembra il castello di sabbia di un gigante bambino che dopo i suoi giochi lo ha abbandonato per andarsene a fare il bagno. E ce ne andiamo anche noi a fare un bagno in quell’acqua bellissima, dopo aver sistemato le nostre cose vicino a un grosso cespuglio sulla prima spiaggia sabbiosa che incontriamo su quest’isola da quando siamo arrivati. Davanti a noi il Mar Libico e un sole africano, alle nostre spalle un castello medievale veneziano – un’atmosfera quasi surreale. Facciamo un lungo bagno e mangiamo la nostra frutta asciugandoci al sole, godendoci un po’ di riposo. Luca non resiste alla tentazione di dare vita a una delle sue strane creature di sabbia oggi che ne ha finalmente trovata un po’, e così finisce che lasciamo uno strano Goblin che emerge dalla sabbia a guardia del castello fantasma… Ci rimettiamo in auto a metà pomeriggio, continuando sulla via per Plakias, un paesino di mare delizioso con bellissime spiagge di ciottoli e piccole baie deserte e meravigliose. Siamo diretti a Préveli, per vedere questa località famosa per essere il punto esatto in cui un piccolo fiume sfocia in mare attraversando una spiaggia balneabile. Dopo un errore di percorso ad un bivio e parecchi km su stradine assurde con buche e sassi enormi da aggirare, ritroviamo finalmente la retta via, nella direzione che porta a Préveli. Anche questa strada è tremenda, tortuosa e sterrata con strapiombi notevoli e nessuna indicazione, ma almeno è larga… Siamo comunque contenti di incrociare pochissime auto sul nostro stesso percorso, perché ogni veicolo che passa solleva un nuvolone di polvere che invade tutto e impedisce completamente la visuale. Parcheggiamo in uno spiazzo semideserto e raggiungiamo la spiaggia, ma lì per lì restiamo delusi da ciò che vediamo. Tutta quella strada tremenda per questa anonima distesa di ciottoli..? Non che non sia una bella spiaggia, ma ne abbiamo viste di più belle senza dannarci tanto. E poi non riusciamo a capire dove sia il famoso fiume che sfocia in mare, esploriamo i dintorni ma non vediamo nulla. Dopo un po’ mi viene in mente che leggendo la descrizione di questo luogo si parlava di una lunga scalata da fare, così alla fine riusciamo ad individuare un accesso a una collinetta alle nostre spalle e cominciamo a salire. La scalata si trasforma presto in scalinata, ed è una bella fatica raggiungere la cima, ma da lì la vista offre davvero uno spettacolo diverso. Una luna di spiaggia fine di fronte a una laguna cristallina, gruppi di palme a fare ombra ai bagnanti, e il nastro lucido di un fiume che con un’ultima ansa scivola dolcemente in mare. Un luogo davvero particolare, al riparo di un costone di roccia che vista dall’alto ne fa una nicchia speciale, bella come un quadro.
preveli.jpgScendiamo giù per la ripida gradinata fino alla spiaggia, e ci divertiamo – come tutti lì – a passeggiare un po’ sulla battigia di acqua salata, un po’ sulla sponda d’acqua dolce del piccolo fiume ombreggiato dalle palme. Ci sono parecchi bagnanti anche a quest’ora, alcuni a fare il bagno nelle acque cristalline del Livico Pélago, altri che preferiscono le acque verdi del fiume. A me piace fermarmi nella sottile striscia di sabbia dove l’acqua del fiume va a incontrare le piccole onde del mare e il dolce e il salato si mescolano, accarezzandomi i piedi. E’ proprio un posto particolare e sono contenta che alla fine non ce lo siamo perso. La strada che ci riporta verso l’hotel è lunga ma tranquilla, nonostante le tante curve. All’arrivo ci cambiamo e andiamo a cena, e dopo cena chiediamo informazioni per un paio di escursioni che vorremmo fare nei prossimi giorni, Samaria e Balos.

Mercoledì, 18 Agosto : Agia Sofia, Chryssoskalitissa, Elafonissos
Un’altra bellissima mattinata ci accoglie, mentre facciamo colazione pronti per una nuova giornata di esplorazioni. La mèta di oggi è la favolosa spiaggia di Elafonissi, con un paio di tappe intermedie prima di raggiungerla e dedicarle la nostra giornata. La prima tappa non è troppo distante da noi, sono le grotte di Agia Sofia, dopo il villaggio di Topolia, lungo via che attraversa la parte più occidentale dell’isola. Le grotte si trovano subito dopo un piccolo tunnel stradale, e si raggiungono risalendo una lunghissima scalinata in pietra – unico dazio da pagare per la visita – che porta su fino all’ampia apertura all’interno della quale si trova la chiesetta omonima di Agia Sofia. Le grotte, di origine calcarea, sono molto antiche, vi sono stati ritrovati reperti risalenti addirittura al periodo neolitico, e sono ricche di enormi formazioni di stalattiti e stalagmiti alcune delle quali arrivano a misurare parecchi metri di altezza. Il culmine della cupola centrale, appena visibile nella semioscurità della roccia, sale su fino a oltre 20 metri dal suolo – l’altezza di un palazzo di 5 piani! Le formazioni calcaree assumono le forme e le colorazioni più svariate a causa del’umidità, del muschio e delle piante che lentamente le vanno ricoprendo. Piante di fico nascono spontanee tra le rocce più vicine alla luce dell’ingresso, mentre a terra notiamo piume di piccioni che trovano rifugio nel fresco delle infinite nicchie messe a loro disposizione dalle volte calcaree. La piccola chiesa ortodossa di Agia Sofia si trova alla sinistra dell’ingresso, non ha particolare bellezza o pregio architettonico ma è singolare proprio per il luogo nel quale è stata innalzata. La piccola cripta, con una minuscola nicchia nella quale sono esposte semplici icone raffiguranti la Vergine Maria e la stessa Santa Sofia, è in condizioni non molto buone, e ha un tetto di legno addossato alla parete rocciosa della quale è ormai divenuto parte integrante. Sul muretto che si affaccia sulla vallata antistante, tirato su proprio al limite della grotta, in pieno sole, è stata sistemata una piccola campana sovrastata da una croce. Basta tirare la cordicella per far risuonare l’eco della campana di Santa Sofia per tutta la valle. All’uscita ripercorriamo le scale passando sotto un fresco tunnel di rami di fico intrecciati che ci proteggono dal sole già caldo, e raggiungiamo l’auto per ripartire. Seconda tappa di oggi è il Monastero di “Chryssoskalitissa”. Letteralmente il suo nome significa “Monastero della Scala d’Oro”, infatti la leggenda vuole che, salendo la lunghissima scalinata che porta al monastero, coloro che hanno una grande fede nel cuore riusciranno a vedere l’ultimo gradino tutto d’oro. In effetti il piccolo monastero, gestito da due monaci dalla lunga barba, è arroccato su una collina a strapiombo sul mare, e si fa una certa fatica ad arrivare in cima alla ripida scala di pietra imbiancata. Purtroppo non siamo tra quelli che sono riusciti a vedere il gradino d’oro, ma una volta in cima siamo ugualmente ripagati da un panorama davvero spettacolare. Il monastero bianco spicca contro l’azzurro del cielo e dell’acqua di cristallo, e sembra luccicare tra le rocce proprio come l’oro. L’aria è fresca, la luce abbagliante, il riverbero dell’acqua risplende tutt’intorno al promontorio roccioso. La struttura del monastero è molto semplice, oltre alla parte abitata dai monaci, che comprende anche un orto, c’è la piccola chiesa, imbiancata a calce anche all’interno, decorata da icone in legno dorate e da un grande lampadario di cristallo appeso al soffitto, che è stato dipinto di un color azzurro cielo. L’altare è molto decorato, alla maniera ortodossa, ma non ci sono panche o sedie per i visitatori. Si possono accendere candele lunghe e sottili da infilare nella sabbia davanti a un’immagine della Madonna col bambino, e vicino alla porta c’è una cesta colma di pane e panini, dono di chi viene in visita. Il vero spettacolo comunque è fuori, nella bellezza e nello splendore dorato della natura che lo circonda. Ripartiamo contenti della visita, e ansiosi di verificare finalmente con i nostri occhi se la famosa spiaggia di Elafonissos, ancora più giù lungo questa stessa via costiera, merita la fama che ha di più bella spiaggia tropicale d’Europa. Non ci mettiamo molto a capire che non solo tutta la sua fama è meritata, ma addirittura non rende sufficiente giustizia a questo luogo incantevole… Già dalla strada sterrata che scende verso il grande parcheggio si godono scorci spettacolari di queste spiagge rosa bagnate da acque che sfoggiano tutte le sfumature possibili di colore, dall’azzurro al verde smeraldo, e non sono ancora scesa dall’auto che già fremo per l’emozione e il desiderio di esplorare ogni angolo di questo paradiso marino.
elafonissi.jpgNon c’è ancora troppa gente nonostante non sia prestissimo, così raggiungiamo a piedi l’isola antistante la prima spiaggia (l’acqua arriva non più su del ginocchio) e ci sistemiamo all’ombra di una pianta larga e bassa di ginepro circondata da cespugli di erica. Cominciamo a esplorare i dintorni camminando sui minuscoli frammenti di corallo che tingono di rosa la spiaggia, assolutamente incantati dalla profusione di bellezza che ci circonda. Acque basse e cristalline per centinaia di metri tutt’intorno, rocce chiare e rosa, bassi cespugli, isolotti, lingue di sabbia che emergono e scompaiono sinuose, piccole baie completamente deserte dove l’acqua è così trasparente da lasciar intravedere piante sottomarine e pesci colorati. I bagnanti ci sono, ma non c’è affatto affollamento dove siamo noi, gli altri turisti sono piccole figurine che nuotano lontano e si riposano all’ombra fresca delle piante basse. C’è anche una zona, alla sinistra del parcheggio, attrezzata con lettini e ombrelloni a pagamento, e lì in effetti la spiaggia comincia ad affollarsi di grandi e piccini che si godono il bagno. Ma nella nostra zona al riparo del ginepro si sta che è una meraviglia. Facciamo un lunghissimo bagno – o molti, non saprei dire, di fatto non riusciamo a resistere a quell’acqua che è trasparente ai nostri piedi, verde smeraldo un po’ più avanti a noi, e finalmente turchese e azzurra e poi blu man mano che lo sguardo si sposta verso l’orizzonte. Usciamo e rientriamo continuamente dall’acqua, scrutiamo il basso fondale con le maschere, raggiungiamo a nuoto una specie di grosso scoglio coperto di vegetazione che vediamo proprio di fronte alla nostra postazione – non siamo affatto bravi nuotatori ma riusciamo a fare qualunque cosa in questo posto bellissimo – e lì sotto i pesci sono più grandi e più numerosi. Facciamo una sosta per pranzo e dopo aver mangiato frutta e pane ci riposiamo dal sole che scotta all’ombra della nostra pianta. Ma la curiosità e la meraviglia hanno comunque la meglio anche sulla stanchezza e sul caldo, così riprendiamo presto il nostro giro dell’isola, che percorriamo anche lungo il lato ovest scalando una collinetta sassosa. Qui c’è un po’ più di gente in giro e la spiaggia è meno rosa, ma è bellissima comunque, ancora più fina se possibile, e ci sono molte più piante sottomarine tra gli scogli. Restiamo a vagare tra baie e spiagge fino sera, non so più quanti bagni e quante foto facciamo. Non è mai stato tanto difficile decidere di raccogliere le nostre cose e andarcene. Lo facciamo lentamente, ripercorrendo anche zone già esplorate come per salutarle un’ultima volta, mentre la luce si fa più calda e il sole cala lentamente all’orizzonte. Non possiamo restare fino al tramonto, che qui viene molto tardi, siamo a troppi km dal nostro hotel per restare ad aspettarlo, ma deve essere uno spettacolo straordinario che si viene ad unire quotidianamente a tutta questa bellezza. Ripercorriamo lentamente il tratto di mare che ci ricollega alla terraferma, e continuiamo a guardare indietro, verso la linea rosa della sabbia lambita da una striscia turchese d’acqua così calma da sembrare immobile.
elafonissi-2.jpgMentre Luca sistema in macchina i teli da bagno e le borse io acquisto a un piccolo chiosco appena fuori dal parcheggio un po’ di cartoline – ho deciso che Elafonissos sarà l’immagine riassuntiva di Creta da mandare a casa. Rientriamo senza difficoltà e, dopo un’altra ottima cena a buffet, ce ne stiamo un po’ sulla terrazza dell’hotel a goderci il fresco e a scrivere le cartoline, ripercorrendo tra noi ogni momento di questa giornata così piena di bellezza. Ci stiamo comunque sempre più convincendo che la magia di Creta sta nell’essere capace di offrirci ogni giorno qualcosa di spettacolare, così ce ne andiamo a letto sicuri che l’escursione di domani all’isola di Balos non ci farà rimpiangere le meravigliose spiagge rosa di Elafonissos.

Giovedì, 19 Agosto :Gramvoussa/Balos e serata greca
Ci svegliamo presto, cercando di non pensare che è già giovedì. Facciamo la nostra solita colazione al generoso buffet dell’hotel, sotto la veranda di fronte alla piscina già immersa nella luce intensa del sole mattutino. Prendiamo l’auto e ci dirigiamo a ovest verso Kissamos, per prendere il battello delle 10,00 che porta a Gramvoussa/Balos. Un’escursione di un’intera giornata (20,00 € a testa) che si preannuncia di quelle da ricordare. Il battello è grande, porta un gran numero di turisti di varia provenienza e procede tranquillo nel suo viaggio dal porto di Kissamos (Kastelli) verso la prima tappa, l’isola di Gramvoussa. Impiega poco più di 1 ora per questa prima tratta, durante la quale a bordo, per aiutarci a passare meglio il tempo, ci offrono bicchierini di Ouzo. E non sono ancora le 11 del mattino! Uno alla fine lo accettiamo, e brindiamo volentieri a quella nuova giornata di scoperte in quella terra meravigliosa. Durante il tragitto possiamo vedere chiaramente lungo il costone roccioso che costeggiamo gli impressionanti segni di un potentissimo movimento orografico avvenuto più di 2000 anni fa che innalzò questo lato dell’isola di più di 9 metri, abbassando contemporaneamente la terra dell’estremità est verso la Turchia. C’è anche una strada sterrata lungo la penisola di Gramvoussa che porta alla laguna di Balos, ma è una strada davvero poco praticabile (dal battello vediamo rare nuvole di polverone sollevarsi lungo il profilo della roccia) e comunque l’ultimo tratto è da fare a piedi su un percorso non facile, per cui l’escursione in battello è decisamente da preferire. Più comoda, veloce e sicura, e in ogni caso l’unica che permette di raggiungere la fortezza veneziana sull’isola di Gramvoussa lì di fronte. Ed è una visita da non perdere, decisamente. La fortezza, costruita verso la fine del XVI secolo per difendersi dai turchi, è abbarbicata in cima a un’altura rocciosa e per visitarla occorre fare una scalata notevole, per la quale le nostre ciabattine da mare e le borse che ci portiamo appresso non sono esattamente consigliabili. Però ci incamminiamo ugualmente su per la scalinata sotto il sole che si sta facendo bollente, con lo spirito d’avventura che abbiamo sempre in questi casi, e tra risate e soste per riprendere fiato riusciamo a raggiungere le mura in tempi accettabili. Una volta in cima ai quasi 140 metri, ci vuole poco a capire che lo spettacolo vale ben altro che la fatica di una scalata in ciabatte: un panorama straordinario ci accoglie, mare turchese e rocce e cielo azzurro a 360°!
gramvoussa.jpgFacciamo un giro lungo i camminamenti ancora percorribili, e dovunque volgiamo lo sguardo lo spettacolo della natura che da il meglio di sé ci circonda. Visitiamo bastioni fortificati, guardiole di avvistamento, e i resti di una piccola chiesa lungo i quasi 3 km di possenti mura. Arriviamo fino in cima a uno dei cammini dove troviamo un pennone, sul quale sventola orgogliosa la bandiera greca. Il golfo di Gramvoussa, da quell’altezza, è splendido: rocce rosse, acque turchesi e verde smeraldo, e l’isola madre lì di fronte. Per uscire dalle mura attraversiamo una porta di pietra davanti alla quale, a terra in stato di abbandono, notiamo i resti della statua di un leone veneziano caduto dal frontone. Un peccato che sia tutto lasciato così a rovinarsi, nonostante la fortezza mantenga un suo fascino indiscutibile anche in queste condizioni. Dopo esserci goduti un po’ di riposo e di panorama affrontiamo la discesa dalla rocca, che non è meno difficoltosa della salita. Alla fine ci sistemiamo su una spiaggetta vicino al molo di attracco del battello e ci godiamo un meritatissimo bagno rinfrescante in quelle acque cristalline. Ci rifocilliamo con panini e frutta all’ombra di una pianta, e poi risaliamo sul battello per continuare il viaggio verso la seconda tappa dell’escursione, la laguna di Balos. Che è veramente una laguna incantata. L’acqua è così bassa che il battello non può raggiungere la riva, quindi tutti quelli che non hanno voglia di tuffarsi e farsi gli ultimi 100 metri di mare a nuoto vengono trasferiti a gruppetti su dei caicchi, piccole imbarcazioni a motore, che raggiungono la riva in pochi minuti. Da lì si può esplorare la zona liberamente, ed è solo un piacere farlo. La spiaggia è ampia e bianchissima, la sabbia è fine come borotalco, l’acqua è bassa per moltissimi metri, calda e trasparente come quella di una piscina tropicale. Ce ne andiamo a spasso incantati per un po’, con l’acqua alle caviglie e piccoli pesciolini d’argento che ci nuotano appresso. L’ambiente intorno è roccioso e caldo, immerso nella luce forte del primo pomeriggio. La vegetazione è poca, anche se su un costone laterale della laguna vediamo qualche cespuglio in più e diversi asini che brucano liberi. Dopo un po’ di esplorazioni cerchiamo un posto dove sistemare le nostre cose e le macchine fotografiche – e scopriamo che bisogna fare molta attenzione a dove ci si sistema perché in molti punti la sabbia è così fine che sembra asciutta ma in realtà subito sotto la superficie è impregnata d’acqua e qualunque cosa ci si appoggi tende ad affondare come nelle sabbie mobili. Troviamo facilmente un angolino tranquillo – nonostante la presenza di parecchi turisti l’area è vasta e c’è posto per tutti – e ci godiamo il nostro bagno. Un bagno strano in realtà, perché quando ci sdraiamo nell’acqua tiepida ci accorgiamo che è così bassa da non riuscire neppure a ricoprirci completamente… Ci crogioliamo letteralmente in quel bagno tropicale, immersi a metà in quell’acqua trasparente e calda. Di fronte a noi piccole barriere di roccia scolpite dal mare, e più distanti strisce di colore dal turchese al celeste al verde al blu. Uno spettacolo straordinario.
balos.jpgUn’esperienza e un luogo che non dimenticheremo. All’ora stabilita torniamo al piccolo molo dove il caicco che ci aveva portati su quel paradiso ci ricarica e ci riaccompagna al battello, che riprende il suo viaggio tranquillo verso Kissamos. La baia è meravigliosa anche vista dal ponte del battello, ed è davvero un peccato dover ripartire. Ritroviamo la nostra auto ad aspettarci e rientriamo in breve al nostro albergo, in tempo per fare un altro bagno nella nostra piscina privata prima di sistemarci per la cena. C’è la serata greca stasera. Ceniamo sulla veranda poi ci trasferiamo sulla terrazza al piano di sopra dell’hotel dove un trio di eccezionali musicisti ed alcuni ballerini ci regalano emozioni musicali locali. I suoni sono dolci e struggenti, e strumenti sconosciuti e antichi ci regalano musiche bellissime. Due coppie di ballerini vestite nei costumi tipici ci mostrano passi di danza tradizionali che si tramandano di padre in figlio da centinaia di anni, con ritmi allegri scanditi da battimani e colpi di tacco sul pavimento. Sono musiche e danze trascinanti, e tutti veniamo coinvolti in qualche modo finendo per tentare di imitare in maniera improbabile i passi geometrici dei ballerini. Una serata divertente dopo tutto, un po’ diversa, nella quale ci siamo concessi un bicchierino di Ouzo e anche un assaggio di Raki, per mettere da parte la malinconia dei giorni che passano inesorabilmente avvicinandoci alla fine della nostra vacanza. Non vogliamo lasciarci andare alla tristezza comunque, e anzi andiamo a letto non troppo tardi perché ci siamo decisi e abbiamo prenotato presso la reception dell’hotel l’escursione di domani, che si preannuncia impegnativa ma anche interessantissima: la discesa delle gole di Samaria!

Venerdì, 20 Agosto: Gole di Samarià
Mamma mia! La giornata inizia con una vera levataccia, alzati e vestiti alle 4,30 del mattino. L’aria è ancora buia e fresca e – come era prevedibile – non c’è nessun altro del nostro hotel sveglio a quest’ora. Troviamo un unico tavolino apparecchiato sulla veranda di fronte alla piscina, un cameriere assonnato spuntato dal nulla ci porta il caffè e poi si dilegua. Naturalmente il bellissimo buffet della colazione non è pronto a quell’ora, quindi ha fatto di testa sua, e pensando che avremo bisogno di molte energie per la nostra impresa ci ha portato un abbondante piatto freddo con formaggio Feta, pomodori, cetrioli, uova sode, prosciutto cotto e pane. Tutto molto appetitoso… se non fosse notte fonda. Per fortuna c’è anche il caffè caldo, che con un po’ di pane e marmellata ci riscalda lo stomaco. Mangiamo velocemente e poi usciamo a piedi, ci hanno assicurato che proprio di fronte all’hotel c’è la fermata dell’autobus che raccoglie giornalmente i turisti che desiderano fare questa escursione, basta farsi trovare lì e mostrare all’autista la ricevuta della prenotazione. Attraversiamo la strada deserta con il nostro zainetto sulle spalle e ricontrolliamo di avere preso tutto quanto ci è stato consigliato. Abiti a strati, più caldi per il freddo mattutino di montagna e più leggeri per quando il sole si sarà alzato e noi saremo scesi di nuovo al livello del mare, acqua da bere, scarpe comode e robuste per affrontare questa scarpinata famosa tra gli amanti del trekking di tutta Europa, macchine fotografiche pronte a immortalare tutta quella bellezza naturale. Le Gole di Samarià, dichiarate patrimonio dell’umanità dall’Unesco, sono in pratica una enorme spaccatura che solca la catena montuosa più alta di questo lato dell’isola, immersa tra boschi, rocce e piante rare, con un ruscello limpidissimo che scorre dalle vette più alte fino al fondo. Per attraversarle si percorre un sentiero ben segnalato che dai 1200 mt circa di altitudine dell’ingresso delle gole, nel paesino di Omalos, discende per circa 16 km fino al mare, nel piccolo centro di Agia Roumeli, dal quale si può ripartire solo via mare. Da lì un battello ci riporterà nel paese vicino di Sourgia-Paleochora, dove l’autobus che ci ha accompagnati a Omalos al mattino ci riporterà alla stessa fermata alla quale siamo saliti. Ora, non è che noi siamo esageratamente pigri o del tutto incapaci di fare una camminata, ma da lì a dire che siamo idonei ad affrontare i 16 km di discesa tra i boschi e le rocce di Samarià ce ne corre… Ne siamo ben consapevoli, per questo siamo stati un po’ indecisi durante la settimana e solo all’ultimo abbiamo deciso di fare anche questa escursione. In fondo ci siamo detti “quando ci ricapita un’occasione così? siamo qui, facciamolo!” L’autobus arriva davvero alla fine, ci sono solo pochi escursionisti a bordo ma ne caricheremo altri strada facendo. Sull’autobus incontriamo Siba, una giovane ed atletica ragazza greca che parla italiano e che sarà la guida del nostro gruppo una volta arrivati su a Omalos. Il viaggio è lungo e la strada tortuosa, cerchiamo di riposarci un po’ prima del grande sforzo che ci aspetta. Quasi in cima alla montagna ci fermiamo a un piccolo bar dove prendiamo un paio di panini e dei biscotti, fa freddino ma si è fatto giorno e tutto appare selvaggio e bellissimo lassù. Arrivati all’entrata delle Gole paghiamo il biglietto (8,50 € a testa compreso il battello) e Siba ci raccomanda di non perderlo né gettarlo perché ci potrà essere richiesto più volte durante la discesa. Samarià è un parco naturale e nessuno può entrarvi senza il biglietto, quindi in qualunque momento i custodi possono richiederci di esibirlo come prova di regolarità della nostra presenza. Dopo le ultime raccomandazioni di Siba su come comportarci e dove ritrovarci alla fine della discesa (il gruppo è composto di persone di età e capacità fisiche diverse quindi per forza di cose si disperderà lungo il cammino) cominciamo finalmente la nostra avventura. Sono circa le 8,10 del mattino, l’aria è fredda e pulita, la luce è già limpida nel cielo azzurro. Il sentiero è ben segnalato, ci sono persino tratti composti solo da gradini da scendere, soprattutto nella prima parte del percorso. Il terreno è sassoso e spesso si scende zigzagando tra grosse radici di alberi che spuntano dal suolo, ma non è particolarmente difficoltoso. La vera difficoltà dei primi 4 chilometri sta nella pendenza notevole, che rende assai disagevole camminare e sottopone a sforzi inusuali caviglie e ginocchia. Abbiamo preso un passo tranquillo e scendiamo il primo tratto senza alcun problema, facendo molte foto e lasciandoci incantare dagli scorci di panorama sui monti e sui boschi di pini che appaiono improvvisamente di fronte a noi tra gli alberi. Ogni tanto lungo il percorso troviamo una piccola fontanella, sono sorgenti di acqua freschissima e limpida che arriva direttamente dalla roccia e alle quali possiamo riempire la nostra borraccia. I gruppi si sono lentamente dispersi, c’è calma e tranquillità nel bosco, si sentono solo i canti degli uccelli e rare voci di ragazzini entusiasti di quella esperienza di full immersion nella natura selvaggia. Gli adulti sembrano preferire il silenzio e l’osservazione, camminano aiutandosi col bastone e risparmiano le energie per arrivare fino in fondo senza problemi. Ad un certo punto lungo la strada, come ci ha anticipato Siba, incontriamo un bellissimo asinello “di salvataggio”. Se ne sta tranquillo col suo basto legato all’ombra di una pianta, a mangiucchiare fieno da un grosso catino, in attesa che ci sia un eventuale bisogno del suo aiuto. Poiché il terreno qui è di fatto impraticabile per qualunque tipo di mezzo di soccorso, e dato che invece non sono infrequenti gli episodi di turisti che scivolano facendosi male alle caviglie o che hanno misurato male le loro forze e sono incapaci di continuare il percorso sia in discesa che in salita, l’unica soluzione possibile che gli organizzatori hanno trovato per portare soccorso agli escursionisti in questi casi è proprio il somarello. Un animale mansueto che è capace di camminare dappertutto, anche su questo terreno irregolare e pericoloso, ed è in grado di portare sulla sua groppa pesi notevoli senza difficoltà. Per questo via via lungo il percorso sono stati sistemati alcuni di questi asinelli, pronti ad entrare in azione nel caso in cui si presentasse la necessità di soccorrere qualche escursionista infortunato. Per fortuna a noi per ora non serve… così lo accarezziamo e continuiamo la nostra discesa. Buona parte del sentiero è all’ombra, ma fa già più caldo, il dislivello cala di molto nel primo tratto, e le felpe che stamattina ci hanno fatto così comodo sono già finite nello zaino. Nei punti in cui incrociamo il torrente che scorre sul fondo del sentiero ci troviamo a dover scavalcare rocce e tronchi, niente che non si possa fare con un po’ di attenzione, ma è divertente, e vediamo con piacere che tutti i turisti rispettano il divieto di immergere le mani – o peggio i piedi! – nell’acqua freschissima, poiché come ci hanno spiegato all’inizio della discesa l’acqua della sorgente montana alla fine del suo percorso viene raccolta e imbottigliata per essere venduta come acqua da bere, e deve restare pura come nasce dalla montagna.
gola-di-samaria.jpgArriviamo al primo cartello indicatore di Agios Nikolaos verso le 10,15 e senza neppure accusare troppa stanchezza, il che ci rincuora. Dopo una brevissima sosta per mangiare un po’ di biscotti e bere dell’acqua ripartiamo, mentre altri escursionisti si fermano in cerca di fresco e riposo. Scendendo lungo il sentiero incontriamo parecchie piccole caprette libere, e un altro asinello accompagnato da un contadino, che gli ha caricato in groppa nientemeno che una bombola del gas! Non abbiamo proprio idea di dove la possa portare lì in mezzo al bosco… Lo superiamo senza farci troppe domande e continuiamo a scendere. Attraversiamo parti di bosco e altre zone in cui gli alberi si diradano e il sole si fa sentire, incontriamo piccole grotte scavate nella roccia e tronchi d’albero caduti e ormai seccati dal sole che li ha fatti diventare bianchi come la pietra. Guadiamo il torrente sempre più largo in più punti, passando da un pietrone all’altro e cercando di non toccare mai l’acqua, e aggiungiamo il nostro sasso a diversi piccoli giardini di pietra messi su qua e là dagli escursionisti di passaggio. Il paesaggio è così bello e selvaggio che non ci accorgiamo di quanto camminiamo, e restiamo quasi sorpresi dall’indicatore di legno che segnala il punto in cui sorgeva il vecchio villaggio di Samarià. Abbiamo già fatto 8 km e non sono neanche le 11,30. In questo luogo dove si vedono ancora le tracce delle case appartenute all’antico villaggio sostiamo un po’ più a lungo, sia per rinfrescarci che per dare un’occhiata in giro. C’è una specie di passerella di legno che porta a rustici servizi igienici per i turisti, e anche un minuscolo punto di ristoro. Molte caprette Kri-kri circolano lì intorno e noi non ci facciamo sfuggire l’occasione per provare ad avvicinarle e fare un po’ di foto. Sono piccole e strane, del colore dei cerbiatti ma con piccole corna dritte e appuntite e occhi dorati e distanti. Sono timide ma la golosità le rende coraggiose, tanto che una viene a mangiare un pezzetto di cioccolato a pochi centimetri dalla mano di Luca. Dopo una pausa di riposo ripartiamo per affrontare l’ultimo tratto di gola, che è meno difficoltoso per quanto riguarda il dislivello, ma più lungo e decisamente spettacolare. Il canyon lentamente si allarga e si allunga, i boschi di alberi ai nostri lati sembrano in alto adesso perché noi siamo scesi nella gola e ce li stiamo lasciando pian piano alle spalle. Il caldo si fa sentire ormai, e il sentiero si è in realtà trasformato nel greto del torrente – che adesso è quasi in secca perché è estate, ma che è completamente impraticabile in inverno quando è invaso dall’acqua. In alcuni tratti il passaggio è veramente difficoltoso perché le rocce sono grandi e bisogna letteralmente scavalcarle una per una, e là dove si riesce in qualche modo a camminare c’è sempre il rischio di mettere un piede in fallo per via dei grossi sassi che ricoprono tutto il sentiero. Siamo soli qui, c’è solo silenzio e luce, e pareti di roccia che diventano sempre più alte. Percorriamo un lungo tratto sotto il sole attraversando ancora il torrente su di una traballante passerella di legno assai malmessa, e ci avviamo verso uno dei punti più famosi e spettacolari dell’escursione, Sideroportes, le Porte di Ferro.
le-porte-di-ferro.jpgLe altissime pareti rocciose si avvicinano sempre di più, fino a distare non più di 2-3 metri da un lato all’altro delle pareti. Il canyon pare chiudersi davanti a noi, lasciando intravedere solo un ultimo spicchio di azzurro. Proprio in mezzo al sentiero che attraversa le porte di ferro scorre il torrente cristallino, e dobbiamo attraversare il passaggio camminando su un’altra passerella di legno che costeggia una delle altissime pareti rocciose. E’ un’esperienza bellissima, non ricordiamo neanche più che siamo su un’isola circondati dal mare, lì tra quelle montagne e quei boschi. Completiamo i 5 km della terza tappa entro l’1,35 senza particolari problemi, fa caldo e cominciamo a sentire la stanchezza dei 13 km fatti nelle gambe, ma siamo così contenti di come è andata e di tutto quello che abbiamo visto che cerchiamo di non pensarci dedicandoci solo a quel momento. Ci mangiamo un panino alla caffetteria e ci riposiamo un po’, ma non troppo perché c’è ancora strada da fare per arrivare ad Agia Roumeli. Gli ultimi 3 km sono in piano e su un terreno agevole, ma sono comunque difficili perché tutto il tratto è completamente sotto il sole dell’ora più calda, e abbiamo già tutti quei km nelle gambe. La prendiamo con calma, insieme ad altri escursionisti che sono via via arrivati alla caffetteria, e riusciamo a raggiungere il piccolo paesino verso le 14,40. Ci sono molti locali e taverne, e le bancarelle colorate di un mercatino rallegrano la banchina del piccolo porto. Rivedere il mare dopo tante ore passate tra le montagne e i boschi è un’emozione piacevolissima, fa venire voglia di tuffarsi nell’acqua azzurra per rinfrescarsi – e qualcuno lo fa davvero ! Noi rinunciamo solo perché non avremmo mai il coraggio di rinfilarci le scarpe, dopo… Prendiamo un gelato alla taberna Kri-kri dove Siba ci ha detto di aspettarla, e infatti lei arriva dopo un po’ e ci saluta chiedendoci se è andato tutto bene. Quando tutto il gruppo si è riunito prendiamo il battello che ci riporta a Sourgia-Paleochora, e possiamo ammirare dal mare quel meraviglioso canyon che spacca letteralmente in due la catena di montagne. Uno spettacolo bellissimo che non dimenticheremo, un’escursione sulla quale avevamo avuto qualche dubbio e che invece si è rivelata una delle esperienze più belle del nostro soggiorno su quest’isola fantastica. Arriviamo in albergo che è quasi l’ora di cena, ma non rinunciamo ad un bagno defaticante nella nostra piccola piscina privata. Siamo felici e soddisfatti della nostra prova e di aver avuto la forza e il coraggio di affrontarla. Andiamo a cena con le gambe che cominciano ad accusare la fatica, ma soprattutto con la consapevolezza che domani sarà l’ultimo giorno di vacanza prima del ritorno a casa.

Sabato, 21 Agosto: Falassarna
Colazione un po’ tardi stamani, le gambe e la schiena fanno molto più male di ieri sera, ma non siamo affatto pentiti della nostra avventura nel canyon più lungo e difficile d’Europa. Prendiamo la macchina per la nostra ultima vera escursione, la meta di oggi è comunque interessante e promette una giornata di completo riposo in mezzo a una natura splendida, che è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Ci dirigiamo ancora una volta verso il piccolo centro di Kissamos e da lì facciamo una deviazione verso sud per raggiungere la baia di Falassarna, una delle spiagge più conosciute e rinomate di questa costa ovest. Ancora una volta verifichiamo coi nostri occhi che la fama di queste spiagge non è affatto casuale, ma è invece meritatissima. La luna di sabbia chiara affacciata su una baia di smeraldo si vede già dalla strada, e si raggiunge con molta facilità. falassarna.jpgParcheggiamo in un ampio spiazzo alle spalle della spiaggia, e prendiamo della frutta e del pane in un piccolo supermarket prima di scendere al mare. Per la prima volta da quando siamo qui decidiamo di affittare un ombrellone e due lettini, siamo stanchi e fa caldo e la vegetazione qui è un po’ più distante dall’acqua. Anche se è una spiaggia parzialmente attrezzata, tutto è molto diverso rispetto agli stabilimenti balneari italiani. Gli ombrelloni blu sono pochi, e sono sistemati qua e là in ordine sparso. Non c’è traccia di recinzione o di biglietteria per l’ingresso alla spiaggia, così ci sistemiamo dove più ci piace in attesa di capire come funziona da queste parti. L’acqua è straordinariamente trasparente e crea eccezionali effetti di sfumature di colori, che paiono diversi da qualunque altro posto che abbiamo visto. Ci sono altri bagnanti, e altri ne arrivano durante la mattinata, ma è comunque una spiaggia vivibilissima e possiamo fare il bagno e prendere il sole senza problemi e senza che nulla e nessuno venga a infastidirci. Dopo un po’ vediamo una ragazza con un marsupio agganciato alla vita che cammina di ombrellone in ombrellone fermandosi dai bagnanti, e capiamo che deve essere a lei che si paga il noleggio di ombrellone e lettini. Lì per lì pensiamo di non aver capito bene quando ci chiede 6,00 € in totale per due lettini e un ombrellone, invece quello è proprio il prezzo che paghiamo per trascorrere la giornata su quella spiaggia spettacolare. Insieme alla ricevuta di pagamento ci dà una piccola strisciolina di stoffa azzurra da legare intorno al palo dell’ombrellone, così che lei, ripassando di lì durante la giornata, possa vedere da quel segnale che abbiamo già pagato ed evitare di disturbarci ancora. Logico, e civilissimo. Non possiamo fare a meno di chiederci come funzionerebbero le cose in Italia in una spiaggia di quel livello, e decidiamo che è proprio meglio non porsi neppure la domanda… Trascorriamo piacevolissime ore di completo relax, facciamo bagni a ripetizione incapaci di stare lontani da quell’acqua meravigliosa, e ci riposiamo all’ombra con la nostra frutta e il pane. La sabbia non è finissima ma neppure sassosa come in altre zone e si può benissimo fare a meno dei sandali di gomma. Nel primo pomeriggio passa persino un venditore ambulante che al mitico grido di “one fifty!” offre a tutti una merenda con dolci fritti, una specie di bomboloni ricoperti di zucchero, e noi ci lasciamo volentieri tentare. Sono ottimi e caldi, anche se non propriamente adatti alla temperatura della giornata ! Restiamo in spiaggia fino al tardo pomeriggio, godendoci ogni colore e ogni meraviglia di quell’angolo di paradiso. Ci fanno male tutti i muscoli, va molto peggio di ieri, ma con la scusa che l’acqua ci può massaggiare e alleviare il senso di fatica facciamo bagni fino a sera. Alla fine dobbiamo raccogliere le nostre cose, molto a malincuore, e salutare anche quell’ultima splendida spiaggia, per riavviarci verso l’hotel. Ci sistemiamo, prepariamo le valigie e ci cambiamo per la cena per l’ultima volta. Facciamo un giro del complesso, elegante e tranquillo a quell’ora del tramonto, e ci facciamo qualche foto vicino alla cascata d’acqua, alle palme, al giardino sul retro dal quale si vede il mare, e vicino alla grande piscina che sta di fronte alla veranda già apparecchiata. Scegliamo pesce e insalate varie dal ricco buffet decorato con fiori e animaletti fatti di frutta intagliata, e ci gustiamo una coppa di gelato nell’aria fresca e profumata. Dopo cena saliamo su sulla terrazza panoramica dove si trova anche un bar, e ci sediamo a un tavolino ad ammirare il panorama gustando un bicchierino di raki. Non beviamo alcolici generalmente, ma in questa occasione sentiamo che un bicchierino ci vuole proprio, per celebrare la fine della nostra bellissima vacanza in questa terra antica e meravigliosa che tante emozioni ci ha regalato. Non ci sono molti clienti a quest’ora così il cameriere si ferma a parlare un po’ con noi, e quando gli dico che lo spettacolo del mare visto da lassù è fantastico lui risponde semplicemente “è il Mediterraneo”. Già, il Mediterraneo – che è anche il mare dell’Italia in fondo, il nostro mare così familiare e amato. Chiacchieriamo un po’ con lui di quella zona e dei turisti che la frequentano, e quando gli diciamo che siamo tristi perché purtroppo quella è la nostra ultima sera lì, lui ci offre un altro bicchierini di raki, con l’augurio che possiamo ritornare presto a Creta. Ya mas!

Domenica, 22 Agosto: aeroporto di Héraklion, Bologna, Pisa
Sveglia presto stamattina, bagagli finali, colazione, ultimo saluto alla nostra stanza 49 con piscina privata e check-out con saluti a tutti. Riprendiamo la nostra Suzuki Vitara dal parcheggio per l’ultima volta, carica di valigie, e ripercorriamo la strada familiare fino a Héraklion quasi senza parlare, troppo presi dallo spettacolo di quello splendido panorama che stiamo per lasciare. Riconsegniamo l’auto all’ufficio Europecar dell’aeroporto Nikos Kazantzakis e facciamo qualche piccola spesa nei negozietti lì intorno in attesa dell’ora del decollo del volo. Luca mi regala anche la coppia delle mascotte delle Olimpiadi di Atene 2004, Athena e Phavros, una azzurra e una arancione, tanto per risollevare un po’ il morale della giornata. Purtroppo il volo ha più di 2 ore di ritardo, il che rende ancora più lungo il tempo doloroso della partenza. Mentre aspettiamo che chiamino il nostro volo seduti sulle poltroncine della sala d’attesa, cogliamo inevitabilmente brani di conversazioni di altri turisti italiani in partenza che commentano in modo negativo la loro settimana in un villaggio turistico di quest’isola “dove non c’è niente da vedere…” Noi ci guardiamo e ci sorridiamo in silenzio. In due settimane abbiamo percorso più di 2500 km in auto e abbiamo scoperto luoghi fantastici che ci resteranno nel cuore per sempre. Questa consapevolezza ci consola, ed addolcisce persino il duro momento del ritorno a casa.
bye-bye-creta.jpgE’ stata una vacanza anche più speciale di quanto ci aspettassimo, e che consigliamo a chiunque abbia voglia di lasciarsi incantare da una terra magica e antichissima ricca di storia e di bellezza, un luogo di luce e d’incanto, dove sentirsi lontani da tutto, e sempre a casa.

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