Giovedì 18 giugno: Marconi site – Sky Road – Kylemore Abbey – Benbulben – Drumcliffe e tomba di Yeats

Esattamente tre anni fa in questo giorno io e Luca ci siamo sposati, e non so immaginare un regalo migliore di questo viaggio per festeggiare il nostro terzo anniversario di vita insieme. Visto che è un giorno speciale ce la prendiamo comoda e facciamo un’ottima colazione con una marmellata di arancia fatta in casa deliziosa chiacchierando tranquillamente, mentre fuori c’è vento e piove a tratti. Prima di ripartire parliamo un po’ con Eithna, che ci racconta delle difficoltà di gestire un B&B come questo a standard così alti. E’ un lavoro impegnativo che dura tutto l’anno, e per lei che ha 3 figli è ancora più complicato. Lei e suo marito hanno completato la loro bellissima casa in tre momenti diversi, quando si sono sposati hanno tirato su giusto la parte utile per la loro vita quotidiana, dopo alcuni anni hanno completato il piano superiore con le stanze in più per gli ospiti, e infine, non molto tempo fa, hanno terminato la zona della cucina e della sala delle colazioni. Lo stesso per il giardino, piantato un po’ per volta a zone fino a raggiungere quella meraviglia per gli occhi che è adesso. cornerstones-garden.jpg Suo marito ha anche un suo lavoro, è un tecnico della Eircom ed è fuori diversi giorni alla settimana, ma i suoi figli la aiutano come possono. La maggiore è una ragazzina adolescente molto carina, i piccoli sono due gemelli sui 10 anni, fratello e sorella, li abbiamo visti aspettare il pulmino per andare a scuola mentre facevamo colazione. Eithna ci racconta che la cosa peggiore da affrontare qui forse è il clima. In inverno non nevica spesso, non vanno mai sotto i -2/-3° C, ma in compenso a volte tira un vento così forte e teso da non riuscire quasi a camminare. Le giornate si fanno molto corte in inverno, in gennaio già alle 3 del pomeriggio è scuro e il giorno ritorna solo alle 9 della mattina dopo, e va avanti così per mesi. Invece in estate è bellissimo perché il sole cala molto tardi, e a volte nella notte si continua a vedere un lieve chiarore diffuso nel cielo fino al ritorno dell’alba. In effetti ieri sera quando siamo rientrati erano quasi le 11 e ancora la luce non se n’era andata del tutto. La vita quotidiana scorre tranquilla, la sua preoccupazione principale, come per molte madri anche da noi, è che incontrino compagnie sbagliate e prendano brutte strade. La droga è un fenomeno che esiste anche qui purtroppo, magari non tra ragazzini così giovani, ma è comunque un rischio reale. Ma più ancora delle droghe le famiglie temono l’abuso di alcool e le sue conseguenze. Anche qui molti incidenti con vittime giovani sono dovute all’abuso di alcolici, e anche se il fenomeno non è terribile come in Italia, c’è sempre la paura che possa accadere qualcosa perché frequentare il pub e bere birra è un’attività comunissima tra i giovani. Per questo lei cerca in ogni modo di insegnare ai suoi figli a pensare con la loro testa, a fare solo quello che vogliono davvero fare senza farsi trascinare. “Learn to say No! ” ripete sempre. Mi pare una buona lezione, questa. Sarebbe bello poter restare più a lungo a chiacchierare con lei, ma alla fine la dobbiamo ringraziare e salutare per cominciare il nostro giro di oggi. Ci dirigiamo subito verso il “Marconi site”, non lontano da Clifden, del quale abbiamo letto notizie su una brochure trovata al B&B. Pare che lì si trovino ancora i resti della piccola stazione radio dalla quale Guglielmo Marconi lanciò il primo messaggio radio verso l’America, che fu raccolto da un’analoga stazione situata sulla costa della Nuova Scozia (Canada) (www.irlandiani.com/cms/index.php/Redazione/100th-Anniversary-of-Marconi-Connection.html). Non possiamo non farci un salto, Luca è un appassionato di Marconi e di telecomunicazioni e questa è un’occasione perfetta per toccare con mano un pezzo di quella storia fantastica che ha cambiato il modo di comunicare nel mondo. Cerchiamo la via per arrivarci, poco più giù di Clifden, ma quando imbocchiamo la piccola stradina indicata dalla freccia segnaletica la percorriamo per neanche 100 metri e ci ritroviamo di fronte ad un cancello di ferro chiuso. Qui non si passa, devono aver spostato l’accesso pensiamo, e torniamo indietro a cercare altre indicazioni. In effetti non c’è nulla che ci aiuti lì intorno, così un po’ più avanti chiediamo informazioni a una coppia di signori che sta salendo in auto. Quando chiedo del Marconi site mostrandolo sulla mia piantina della zona il signore mi indica proprio la stradina che abbiamo appena percorso, allora spiego che di lì abbiamo già provato ma ad un certo punto c’è un cancello chiuso che blocca l’accesso. “A closed gate? Open it! ” Ovvio. Se il cancello è chiuso…aprilo ! “Ma mi raccomando richiudilo, che altrimenti scappano le pecore….” Io resto un attimo lì con la mia piantina in mano, stupita, poi ringrazio e saluto, e risalgo in auto ridendo. Questa poi non me l’aspettavo davvero… Dio benedica l’Irlanda e il suo modo umano di vivere. Riprendiamo la stradina di prima, raggiungiamo il cancello, io scendo ad aprire il grosso chiavistello di ferro e Luca passa con l’auto, poi richiudo per bene mentre già cominciamo a intravedere le pecore in questione che ci guardano incuriosite brucando nei campi lì intorno, in mezzo a laghetti e cespugli che ondeggiano al vento teso. Il cielo è agitato, le nuvole si rincorrono, non piove ma fa fresco e il sole fa capolino solo ogni tanto. La stradina che percorriamo è tortuosa e strettissima e corre ad un livello leggermente rialzato rispetto ai campi, ci sono solo erba, pecore e vento. L’unico essere umano che incrociamo è un ragazzo seduto sul bordo di uno dei tanti laghetti, tiene un album da disegno sulle ginocchia e ritrae alcune delle ninfee che ha di fronte. Probabilmente non ci vede neanche perché è molto preso, porta il cappuccio del giaccone in testa per ripararsi dal vento, e anche noi lo notiamo solo per caso seduto lì, infagottato e quasi immobile, completamente assorto nella sua attività. Continuiamo per neanche 100 mt ed effettivamente in fondo alla via vediamo i resti di un piccolo edificio in pietra con una targa sulla parete esterna, dovrebbe essere quello che stiamo cercando. Scendiamo lottando col vento forte che cerca di spalancare gli sportelli della macchina, e ci avviciniamo per avere la conferma che siamo nel posto giusto. La targa sulla parete è stata posata nel 1995 dalla figlia di Marconi, la Principessa Elettra, in memoria dei 100 anni da quel fondamentale esperimento. L’edificio, o quel che ne resta, è proprio piccolo, due pareti parallele senza neanche più il tetto, e un lato più aperto che doveva essere l’ingresso. marconi-site.jpg Non so immaginare come dovesse essere al tempo in cui fu utilizzato per questo evento storico, né dove sia finita la grande antenna che certamente era lì e dalla quale partirono le prime onde radio che scavalcarono l’Oceano dirette in Nuova Scozia. Di fatto, quel che resta di quella piccola struttura in piedi lì in mezzo al nulla ha un’aria affascinante e magica, quello è un posto dove il sogno di un uomo è diventato realtà, ed era un sogno così grande da cambiare la vita di tutti gli uomini futuri. Emozionante. Non lontano da lì si vede distintamente un monumento bianco a forma di cono con la punta arrotondata, come una specie di alveare capovolto, alto alcuni metri. alcock.jpg E’ il monumento che ricorda un’altra grande impresa, quella degli americani Alcock e Brown, i primi due trasvolatori atlantici che riuscirono a raggiungere l’Irlanda dall’America senza stop (www.aviation-history.com/airmen/alcock.htm). Dopo oltre 16 ore ininterrotte di volo incredibilmente rischioso tra ghiacci e nebbie su un trabiccolo con la fusoliera aperta riuscirono ad atterrare qui illesi, dimostrando che la loro intuizione era giusta: si poteva saltare l’Oceano intero con un unico balzo. Un altro sogno folle che si avverava, in questo pezzo di terra dove tutto pare diventare possibile. Facciamo due passi in quella brughiera deserta e decidiamo di osservare più da vicino gli unici esseri viventi che abbiamo intorno, le pecore. Io adoro le pecore, sono animali buffissimi e simpatici, e mi piace in particolare questa razza irlandese che ha un lungo vello bianco arruffato e la testa e le zampe nere. Ogni volta che vedo una pecora mi viene da ringraziarla in cuor mio per tutta la soffice lana che ci dà, e per quei meravigliosi filati così belli da lavorare che permettono di realizzare progetti fantastici. Anche queste pecore, come altre che abbiamo visto in giro, sono contrassegnate da macchie di tinta di colore rosso o blu sul mantello bianco, probabilmente per indicarne la proprietà, e brucano libere e tranquille nei grandi prati che si stendono a perdita d’occhio. Ci chiediamo se restino qui all’aperto anche durante la notte, non si vedono tracce di costruzioni tipo abitazioni o ovili nei dintorni, e dubitiamo che qualcuno faccia tanta strada ogni giorno per riportarle a casa la sera e poi di nuovo al pascolo il giorno dopo. Camminiamo su un piccolo sentiero chiacchierando proprio di queste ipotesi quando ci imbattiamo in una scena completamente inaspettata: una grossa pecora se ne sta in un campo sul lato destro del ciglio della strada, è in mezzo al fango, scalcia e bela penosamente e corre a scatti da un alto all’altro del fazzoletto di terra sul quale si trova senza successo. Ha le corna completamente imprigionate in una rete di recinzione di plastica che forse il vento ha fatto cadere a terra. pecora-1.jpg Probabilmente aveva il muso in basso per brucare l’erba e nel momento in cui l’ha rialzato ha infilato le corna ricurve nelle maglie di plastica della rete restandoci irrimediabilmente impigliata. Non saprei dire da quanto è successo ma sembra molto spaventata e stanca, c’è parecchio fango nella zona dove si trova e ormai ha le zampe e il lato inferiore del corpo completamente fradici e sporchi, sembra che la sua lotta faticosa con la rete che la imprigiona vada avanti già da un pezzo. Dopo un momento di sorpresa, la pena per quella povera pecora prevale sull’esitazione e decidiamo che dobbiamo assolutamente fare qualcosa per aiutarla. Luca prova ad avvicinarsi per capire meglio la situazione e vedere cosa possiamo fare, ma appena si accorge di noi lei si spaventa ancora di più e comincia a scappare di qua e di là, finendo ogni volta la sua corsa con uno strattone della rete che le avvolge le corna e la ritira indietro. Cerchiamo di tranquillizzarla con le nostre voci e di farle capire che vogliamo solo aiutarla, ma è solo una povera creatura spaventata e non sta certo a sentire quello che diciamo… C’è così tanto fango intorno che non è facile avvicinarsi per capire cosa si può fare, così mentre io provo a fare un giro di ispezione lì intorno per vedere se trovo un segno di presenza umana o qualcuno a cui segnalare questa situazione, Luca prende delle tavolette di legno che sono buttate lì in giro e le mette in fila cercando di creare un piccolo sentiero stabile – e non fangoso – sul quale avventurarsi per avvicinarsi il più possibile all’animale imprigionato. Il mio giro di ispezione è breve e vano – non c’è un essere umano nei paraggi per chilometri, direi – e temo proprio che se non riusciremo ad aiutarla noi, quella poveretta potrebbe anche morire di stenti prima che qualcuno arrivi fin quaggiù per accorgersi di cosa sta succedendo. Quando mi riavvicino vedo che Luca ha ormai raggiunto la pecora e le ha afferrato con fatica uno dei corni arricciolati, mentre lei si divincola e si tira indietro con tutte le sue forze per cercare di liberarsi. pecora-2.jpg La rete che l’ha catturata è di plastica arancione con grosse maglie di circa 5 cm di lato, ed è di una consistenza così dura che non si potrebbe mai strappare con le mani. Serve assolutamente un attrezzo per cercare di tagliarla, non c’è altra possibilità. Lì intorno non c’è nulla a parte pezzetti di legno completamente inutili, ma mi viene in mente che Luca ha un piccolo coltellino svizzero in valigia, lo porta sempre con sé perché comprende anche una specie di mini cacciavitino che secondo lui può sempre servire, non si sa mai… così glielo ricordo e decidiamo di provare con quello. Piano piano mi avvicino alla rete e prendo io la pecora per le corna, ché se si riallontana non riusciremo mai a fare qualcosa per aiutarla davvero, mentre lui va alla macchina a cercare il coltellino. Non è affatto convinto che l’idea possa funzionare, lo va a prendere solo perché vede quanto sono preoccupata per questo povero animale, ma mentre si riavvicina scuote la testa niente affatto rassicurante. La lama di quel piccolo attrezzo è lunga sì e no 5cm ed è ridicolmente liscia, non potrebbe servire a tagliare neppure una semplice rete di corda, figuriamoci questa. E purtroppo il cacciavitino stavolta non aiuta… Mettiamo via tutto e decidiamo per l’unica azione possibile che ci rimane: se non possiamo tagliare la rete cercheremo di liberare a mano le corna della pecora dalle maglie che la imprigionano facendole uscire dai fori nei quali si sono impigliate un po’ per volta, a costo di infangarci quanto lei in quella melma appiccicosa e di rischiare di beccarci qualche spintone. Di andarcene e lasciarla lì in quello stato, in quella landa deserta e sperduta, non se ne parla neppure. Almeno non senza aver prima provato tutto il possibile. Ci sistemiamo un po’ meglio sul ponticello precario di tavolette messo su da Luca e io agguanto con forza le corna cercando di tirare l’animale il più possibile verso la rete – e verso di noi – parlandogli per farlo stare calmo, mentre Luca comincia a cercare un modo per far uscire le corna arricciolate da quell’intrico di plastica che le imprigiona senza fargli male. pecora-3.jpg La pecora ha paura e continua a tirare la testa indietro puntando i piedi e scivolando nella melma, ma io la tengo stretta e non ho intenzione di mollarla finché ce la faccio. Con molta fatica – anche a causa della posizione scomoda nella quale è obbligato dal fango – Luca sposta e tira quella maledetta rete in tutti i modi possibili cercando di farla ruotare intorno al giro del corno sinistro dell’animale, e dopo un po’ di lotta riesce a farlo uscire da una delle maglie di plastica. pecora-4.jpg Le mie speranze aumentano e lo incoraggio a continuare, e in quel momento notiamo una cosa incredibile: la pecora si è fermata e sta immobile lì davanti a noi, con la testa bassa e le zampe dritte nel fango, come se avesse capito che stiamo cercando di aiutarla e quindi non deve ostacolarci, ma solo avere fiducia in quello che facciamo. Cerco di tenerla buona e stringo uno dei corni fangosi e scivolosi con una mano mentre con l’altra la accarezzo sul muso, intanto che Luca regge l’altro corno cercando di liberarlo da quell’intrigo. Dopo un altro sforzo, anche grazie al fatto che lei sta ferma e non si tira indietro, riesce a liberare del tutto il primo lato, così ci scambiamo di posto e passa a provare con l’altro. pecora-5.jpg E’ molto complicato far uscire quella rete dalla spirale del corno, è così intricata che quando tiriamo via un quadretto se ne impiglia un altro, ma alla fine il grosso del nodo esce fuori, e con uno sforzo finale anche l’ultimo groviglio scivola via di colpo – e un attimo dopo la pecora è libera! Ce l’abbiamo fatta! La lasciamo andare contemporaneamente, e lei ci mette meno di un secondo a capire che è finalmente libera. Si gira immediatamente e scappa verso il prato alle sue spalle, verde e soffice, fermandosi dopo neanche 20 metri a brucare l’erba fresca, dandoci le spalle come se niente fosse. pecora-6.jpg Noi restiamo lì a guardarla quasi increduli, con le mani sporche di fango che emanano un odore forte, i piedi in bilico su due tavolette poggiate in una melma appiccicosa tipo palude di Shrek, e un sorriso assolutamente soddisfatto negli occhi. Abbiamo salvato la pecora! Abbiamo salvato la pecora… ci siamo riusciti, non mi sembra vero! Abbraccio il mio eroe ridendo e ringraziandolo per aver portato a buon fine quell’impresa unica, mentre lui scherza sul caratteraccio di quell’ingrata pelona che ci ha voltato le spalle mostrandoci il fondoschiena e mettendosi a mangiare senza neppure il minimo ringraziamento. Lo ringrazio io comunque, sentendomi troppo contenta per essere riuscita a fare qualcosa per quel povero animale che faceva davvero pena in quelle condizioni. Sono contenta di come ce la siamo cavata in questa situazione di emergenza, senza attrezzatura e assolutamente senza nessuna esperienza in questo senso. In fondo noi le pecore le abbiamo al massimo salutate dal finestrino dell’auto passando sulla via e non ne abbiamo certo mai agguantata una per le corna in quel modo…! Osserviamo la nostra beniamina mangiare tranquilla e le facciamo qualche foto, poi la salutiamo e ci ripuliamo alla meglio tornando verso la macchina. Rifacciamo il percorso all’indietro lungo la stradina stretta fino al cancello, lo richiudiamo dietro di noi e lasciamo quel luogo di grandi imprese con un altro ricordo speciale da portare a casa. Riprendiamo la N59 e ci avviamo verso la Sky Road, ben segnalata all’entrata del centro di Clifden. Si tratta di una strada panoramica a forma di anello lunga una decina di chilometri o poco più che corre lungo la penisola di Clifden salendo fino a circa 500 metri sul livello del mare, e nonostante non sia in realtà che una piccola stradina locale è ben conosciuta dai turisti per lo spettacolo straordinario che offre a chi ha la pazienza e la voglia di percorrerla. (www.goireland.com/galway/sky-road-clifden-attraction-sightseeing-tours-id12637.htm) Scorci panoramici mozzafiato di Oceano e prati verdi e cielo si stendono davanti ai nostri occhi a mano a mano che saliamo, tanto che ci fermiamo continuamente per fare nuove foto. Alcuni turisti affrontano le salite e le curve della strada strettissima a piedi, e si fanno da parte per permetterci di passare quando li incrociamo. Piccoli cottage con giardini fioriti sorgono qua e là lungo il lato destro della via, sarà perché adesso c’è di nuovo il sole e la luce è spettacolare, ma mi viene da pensare che questi irlandesi qui, quando si svegliano la mattina e aprono le finestre, si ritrovano davanti uno dei panorami più incantevoli del mondo. Il vento increspa l’acqua del mare più al largo disegnando strisce di schiuma candida, mentre tutto il resto è di un azzurro abbagliante. sky-road.jpg Dalla cima della collinetta si riconosce perfettamente delineato il profilo roccioso della penisola, tutt’intorno solo acqua e cielo di un turchese brillante, così uguali e uniti che quasi non si riesce a distinguere dove finisce uno e comincia l’altro. sky-road-2.jpg Basta arrivare fin quassù per capire che non si poteva trovare nome più perfetto da dare a questa via panoramica: quello che vedi è il mare, ma la sensazione che hai è di essere in cielo, e di fare ormai parte di tutto quell’azzurro che ti dilaga davanti a perdita d’occhio, in maniera esagerata, regalando una vista di una bellezza spudorata. sky-road-3.jpg Completiamo lentamente il giro spettacolare di questo Ring, da segnare fra quelli da non perdere, fino a riprendere la via N59 in direzione Westport. Quindi superiamo Letterfrack e l’entrata per il Connemara National Park e raggiungiamo facilmente la nostra prossima meta di oggi, la Kylemore Abbey, affacciata sul Corrib Lake. Quando fermiamo l’auto nel grande parcheggio libero nei pressi dell’abbazia è quasi l’ora di pranzo, il vento è calato e il cielo è coperto a tratti ma non fa per niente freddo. Facciamo il biglietto (10,00 € a testa, compreso il Walled Garden) e ci dirigiamo verso il castello notando che non ci sono molti altri visitatori in giro al momento, speriamo di essere fortunati anche in questa occasione e di evitare la classica ressa che qui è di casa. La strada che porta all’ingresso principale costeggia il grande lago, che è il più grande d’Irlanda, in un’atmosfera silenziosa e piena di pace. Il castello appare come una visione di fiaba, alto ed elegante tra gli alberi del bosco, posato sul bordo erboso del lago. Incantevole. kylemore-castle.jpg Questa costruzione, divenuta abbazia delle monache benedettine di Ypres nel 1920, fu fatta costruire intorno al 1870 da Mitchell Henry, un facoltoso politico inglese di Manchester che venne nel Connemara in viaggio di nozze con la moglie Margaret e si innamorò talmente della bellezza di questi luoghi che volle farsi una casa qui. Forse per l’atmosfera tipicamente malinconica del lago, per la splendida foresta lì intorno, o magari per la moda che andava per la maggiore in quegli anni, di fatto Mitchell Henry decise che per la sua amata moglie avrebbe fatto costruire non un semplice palazzo ma un castello in stile neogotico, con tanto di merli, torrette e guglie. La pietra grigio scuro delle merlature e delle rifiniture delle torri, in contrasto con quella chiara delle pareti esterne, completa l’effetto gotico desiderato dando come risultato finale un edificio affascinante e decisamente elegante. Ma soprattutto una struttura che si armonizza perfettamente con il paesaggio naturale di bruma e silenzio nel quale è immerso, e che nelle nebbiose mattine invernali deve davvero assomigliare al fantasma di un antico castello che si leva cupo e silenzioso tra la foresta e il lago. In contrasto con l’effetto esterno, gli interni ancora visitabili sono decisamente meno inquietanti. Delle molte stanze occupate al tempo dalla famiglia se ne possono vedere oggi solo 4 al piano terra, tutte arredate con grande charme in stile ottocentesco e ricche di oggetti preziosi, dai tessuti ai mobili fino alle porcellane da tavola, a testimoniare il gusto e la ricchezza dei proprietari. interno-kylemore-1.jpg interno-kylemore-2.jpg Purtroppo la moglie di Mitchell morì neanche 4 anni dopo la costruzione del castello, e in seguito la proprietà passò di mano in mano finché fu acquisita dallo Stato, che nel 1920 la cedette alle suore Benedettine di Ypres, un’antica congregazione religiosa in fuga dal Belgio a causa delle persecuzioni della guerra, che la trasformarono in abbazia. Ancora oggi una parte del castello è chiusa al pubblico perché riservata alle monache, che da molti anni hanno anche aperto un collegio femminile per ragazze di buona famiglia all’interno della struttura. Sul frontone del portone d’ingresso spicca ancora il motto benedettino Pax-Peace. La visita è abbastanza breve ma interessante, e dopo il giro riusciamo sulla magnifica terrazza che si affaccia direttamente sul lago, da dove prendiamo il sentiero che va verso la chiesa. Passeggiamo in un parco bellissimo, sotto un tunnel di rami frondosi che da un lato arrivano a sfiorare l’acqua immobile del lago. bosco.jpg La chiesa è a circa 100 metri dalla casa, ed è un piccolo gioiello di architettura. kylemore-church.jpg Le dimensioni ridotte sono quelle di una cappella privata, la navata sarà 15 metri in tutto, ma la bellezza è quella di una vera cattedrale. In effetti così è definita questa chiesetta, la Piccola Cattedrale di Kylemore, tanto è meravigliosa e perfetta fin nei minimi dettagli. La struttura è in stile neo-gotico con guglie e vetrate istoriate, archi e trafori. L’interno, restaurato da poco, è incredibilmente curato, l’altare è in legno dalla forma moderna ma ispirato agli archi a sesto acuto delle vetrate, con un piccolo crocifisso ligneo sospeso alla volta veramente suggestivo. interno-chiesa.jpg Bellissima è anche la posizione della chiesa, immersa nella pace della foresta a pochi passi dalle sponde del lago. Mitchell la fece costruire in memoria della moglie per potersi raccogliere in preghiera vicino al luogo dove lei era sepolta.  chiesa_1.jpg Infatti, poco più giù lungo lo stesso sentiero che porta alla chiesa, si trova il Mausoleo con la tomba della donna, lo stesso dove molti anni dopo anche lui fu sepolto. E’ una specie di casetta di pietra seminascosta nel folto del bosco, con una croce e una targa sulla quale sono incisi i loro nomi, ai piedi della quale qualcuno ha posato piccoli fiori rosa ormai appassiti. mausoleo.jpg Un posto decisamente romantico dove trascorrere l’eternità insieme alla persona amata. Ripercorriamo lentamente il sentiero verso il castello, e d’un tratto il silenzio del luogo è interrotto dal ticchettio della pioggia sulle foglie. Ci ripariamo sotto al nostro ombrello di Bunratty e arriviamo fino al gazebo in legno dove i visitatori attendono la navetta che porta al Giardino Vittoriano, a circa 1,5 km da lì. Sarebbe stata una bella passeggiata da fare a piedi, ma la pioggia scoraggia da questa idea e fa salire tutti quanti sul piccolo pulmino. In pochi minuti siamo al giardino, che è molto grande e completamente racchiuso da alte mura di mattoni. walled-garden-1.jpg Oltrepassiamo il cancello di ferro e ci ritroviamo in un ambiente ampio e curato dove spiccano aiuole fiorite in mezzo a prati verdissimi, palmizi e siepi folte. walled-garden-2.jpg Risaliamo i vialetti perfettamente disegnati fino alle casine degli operai che lavoravano qui, restaurate e visitabili, ed entriamo anche in quella del giardiniere capo che faceva da sovrintendente e responsabile di tutto il progetto. La sua casa è grande, con un bel salotto elegante, interno-casa.jpg una cucina luminosa fornita di tutto e una camera spaziosa. C’è addirittura una stanza adibita a lavanderia dove sono ancora conservati oggetti particolari tipo ferri da stiro a carbone, vasche di zinco per il bucato e uno strizza biancheria in ferro con i due rulli ancora funzionanti. rulli.jpg C’è persino un piccolo giardinetto sul retro, che si vede dalle grandi finestre del salotto. Su un lato del giardino principale c’è una zona riservata alle piante officinali, all’orto e agli alberi da frutto, che permettevano alla famiglia di essere perfettamente autosufficiente riguardo al fabbisogno di frutta e verdura, mentre in fondo si trovano le vecchie serre. serre.jpg Sono state restaurate solo in parte, ma in origine erano tanto grandi da attraversare tutto il lato del muro di cinta come una galleria chiusa e riscaldata, dove le signore potevano passeggiare anche nei piovosi giorni d’inverno. I lavori di restauro sono cominciati da diversi anni ma non sono ancora terminati, alcune parti sono del tutto da ricostruire compresa un’area dove stanno riallestendo un vecchio gazebo in ferro decorato con tanto di fontana interna, e credo che quando sarà tutto finito sarà un luogo veramente piacevole dove trascorrere il pomeriggio. orto.jpg All’uscita riprendiamo la navetta che ci riporta al castello, e da lì, dopo qualche altra foto all’abbazia, torniamo alla nostra auto per riprendere la via verso nord. Ci spostiamo sulla N5 e poi sulla N17 e in poco più di un’ora e mezza siamo all’altezza di Sligo, che superiamo per arrivare a Drumcliff, dove abbiamo prenotato il B&B per stasera. Alloggeremo alla Benbulben Farm, una fattoria di charme segnalata anche sulla guida Lonely Planet, che siamo molto curiosi di vedere. Il panorama cambia di nuovo in questo tratto d’Irlanda, ritroviamo l’Oceano qui, ma la cosa che colpisce di più nella terra di Yeats è sicuramente il Ben Bulben, un incredibile altopiano calcareo che domina incontrastato su tutta l’area della Sligo County. Alto come una collina in un’area che si estende sul livello del mare, lo si distingue già da lontano, piatto come una tavola, con i fianchi rocciosi che scivolano verso l’erba e una distesa di campi verdissimi tutto intorno. benbulben.jpg Ci avviciniamo sempre di più alla ricerca del B&B, e quando finalmente ci arriviamo scopriamo che la Benbulben Farm è una bellissima fattoria accovacciata proprio ai piedi di questo straordinario altopiano calcareo. E’ così immersa nel verde che non è possibile vederla dalla strada principale, bisogna risalire una minuscola stradina tra alberi e pascoli di mucche seguendo piccoli cartelli di legno scritti a mano, per arrivarci. Il vialetto costeggia un giardino non grande ma pienissimo di fiori, e l’impatto con la fattoria è davvero d’effetto. La casa è larga e bassa, col tetto spiovente e la facciata coperta di edere rampicanti. Quando entriamo ci viene incontro una signora alta di mezza età dall’aria un po’ svanita, che sembra non ricordare della nostra prenotazione. Se ne va in cucina lasciandoci lì ad aspettare e quando torna è tutta sorridente, ha con sé la chiave di una stanza e ci fa cenno di seguirla. Percorriamo un lungo corridoio ricoperto di moquette e arriviamo ad una stanza abbastanza grande, con un letto matrimoniale e uno singolo vestiti con dei copriletti di raso bordeaux un po’ vecchio stile, un armadio in legno scuro e un mobiletto con lo specchio dov’è sistemato il necessario per fare il tè. Il bagno è sulla sinistra, con una doccia molto grande e una piccola finestrella in fondo. Quando la signora ci lascia soli ci sistemiamo in quella camera molto diversa dalle ultime dove abbiamo dormito, ma che ha un suo fascino. La cosa più bella è certamente la vista sul giardino di fronte, con enormi ciuffi di calle alte e rigogliose sistemate proprio sotto al nostro davanzale. calle.jpg Dopo aver messo via le nostre cose usciamo di nuovo, non è tardi così andiamo subito a fare la visita per la quale siamo arrivati fino quassù nel Donegal, quella alla tomba di W.B. Yeats. Il cimitero dove riposa è vicino a una piccola chiesa, abbiamo notato le indicazioni mentre cercavamo la Benbulben Farm, e lo raggiungiamo in pochi minuti. santa-colomba.jpg Nonostante Yeats fosse nato a Dublino queste sono le sue terre, i suoi luoghi d’ispirazione, quelle dove avevano avuto origine i miti e le leggende più antiche alle quali ha attinto per le sue opere poetiche che gli hanno regalato il Nobel per la Letteratura nel 1923. Il sito della chiesa parrocchiale di St. Columcille è uno dei più antichi d’Irlanda, i primi pellegrinaggi cristiani risalgono a più di 1500 anni fa, ed è ancora visibile qui una meravigliosa Croce Celtica molto alta e perfettamente conservata che reca incisioni di scene bibliche attorno alla quale i pellegrini si riunivano per ascoltare e imparare le storie dei profeti e dei santi scolpite sulla pietra. croce.jpg Al di là della strada si vedono ancora i resti di una grossa torre rotonda che era un campanile celtico come quello che abbiamo ammirato a Glendalock, e che è l’unica rimasta in questa zona. La piccola chiesa è perfettamente tenuta, con la navata completamente occupata dalle panche in legno, le pareti in pietra e un bellissimo pulpito a colonne scolpite.  In questa parrocchia il bisnonno di Yeats fu rettore per molti anni all’inizio del ‘900, e lui stesso da bambino trascorse molte ore di vacanza qui. Per questo, come da suo desiderio, oggi riposa in questo piccolo cimitero, subito a sinistra rispetto all’entrata della chiesa, in una tomba di semplice pietra grigia sulla quale sono incisi alcuni versi compresi nel suo poema “Under the Benbulben”. wb-yeats.jpg Una pioggerellina lieve accompagna la nostra visita al grande poeta irlandese, e rende l’atmosfera ancora più malinconica. Eppure non c’è tristezza in questa tomba ben curata, raccolta in una cornice di pietra riempita di piccoli sassi sui quali spiccano le foglioline verdissime dell’unica piantina che sta a guardia dell’eterno riposo del grande scrittore e di sua moglie. La pioggia rende tutto fresco e lucido, il profumo dell’erba aleggia intorno, le fronde degli alberi si curvano a proteggere le tombe mentre un ticchettio lieve invade l’aria. E’ sempre difficile credere davvero alla morte di un poeta, anche quando ti ci trovi di fronte. Mettiamo il nostro sassolino – un altro – salutiamo e riprendiamo l’auto, in cerca di un posto dove cenare prima che sia troppo tardi. Non abbiamo voglia di infilarci nel traffico di Sligo, sarà per la prossima volta, così ripercorriamo la via principale in direzione del B&B e ci fermiamo ad un ristorante dall’aspetto moderno e un po’ strano, ma dal nome quantomeno ovvio: “The Yeats Tavern”. Il locale forse è un po’ pretenzioso per il luogo sperduto in cui si trova, ma la cucina è buona e il servizio impeccabile. Scegliamo pesce e verdure accompagnati da patatine e birra, e intanto dalle grandi vetrate sulla strada vediamo che la pioggia è cessata prima ancora che finiamo di cenare. Rientriamo alla Benbulben Farm subito dopo cena, siamo stanchi e ci sentiamo già addosso la tristezza per domani, quando dovremo salutare l’Oceano – e lo spettacolare Donegal disteso davanti a noi e ancora tutto da esplorare – per ritornare verso Dublino. Questi giorni sono stati lunghi e brevi insieme, e purtroppo è già l’ora di tornare, proprio quando vorremmo avere ancora molto tempo a disposizione per scoprire gli inesauribili segreti di questa terra magica. C’è calma e silenzio alla fattoria, e decidiamo di concederci una buona tazza di tè caldo con i biscotti prima di dormire, benedicendo ancora una volta questa civilissima abitudine anglosassone di fornire agli ospiti delle camere tutto il necessario per un’ultima “cuppa ” prima di andare a letto.
http://benbulbenfarmhouse.com/index.html (30,00 € a persona voto 4/5)
hennigan@eircom.net

4 Comments

  1. Luca

    Che anniversario insolito, tra salvataggi di pecore e visite a poeti che non ci soso più.
    Ancora una volta complimenti per il viaggio e per il diario sempre coinvolgente, quasi a vivere il viaggio anche per chi non l’ha fatto!
    Grazie.

  2. Grazie a voi che siete così gentili da leggerlo e anche commentarlo!
    Per me scrivere il diario del nostro viaggio significa annotare ogni ricordo e ogni emozione vissuta per non perderla più, e per ritrovarla intatta ogni volta che quei giorni mi mancano troppo.
    E’ come farli durare ancora un pò…. e tenerli qui più a lungo. Spero che voi che li leggete possiate almeno trovarci anche qualche indicazione utile in senso pratico! :o)))
    Ci dovete andare presto!
    Un abbracione!

  3. Maurizio

    Cara amica, diversi anni fa andai con la mia compagna in Irlanda.
    Fu un viaggio fantastico e tra i vari posti Franca mi chiese, grande amante della poesia e della letteratura, di portarla a vedere i luoghi e la tomba di Yeats.
    Avendo un itinerario da “rispettare” (e avendo già visto altri cimiteri) le promisi che l’avrei accontentata ritornando in Irlanda quanto prima.
    Cinque anni fa andammo in Galles e ci soffermammo a lungo dove visse e dov’è sepolto Dylan Thomas, un viaggio che consiglio a tutti di fare.
    Franca è mancata a fine maggio e quella promessa fattale in Irlanda intendo onorarla. Il 16 agosto andrò in quella terra e porterò sulla tomba una sua foto con la poesia che scrisse prima di lasciarci e lascerò sepolto un suo caro oggetto personale.
    Ho letto con commozione il tuo racconto che sicuramente mi ha dato alcuni spunti per il nostro viaggio.
    Ciao Maurizio

  4. Salve Maurizio,
    grazie per le tue bellissime parole e per avermi raccontato un dettaglio così privato del tuo prossimo viaggio in Irlanda.
    Mi ha commossa il tuo progetto e il modo esatto e amorevole col quale descrivi come intendi rispettare la promessa fatta al tempo. Vai e fallo, andrà tutto come previsto, ne sono certa. La tua promessa sarà onorata, e Franca avrà finalmente visto attraverso i tuoi occhi il luogo che desiderava vedere.
    L’Irlanda è una terra magica, rende possibile questo e altro…

    Grazie per i consigli sul Galles, anche quello è un paese compreso nella nostra lunga lista di posti ancora da visitare e spero che potremo andarci prestissimo.

    Buon viaggio, il 16 agosto ti penserò, e sarei felicissima se al tuo ritorno avessi voglia di raccontarmi com’è andata.
    Un saluto e ancora grazie,
    Sally

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