Giovedì 23 giugno 2011: Petaloudes (Valle delle Farfalle) – Theologos – San Nicola – Moni Tsambika alta

L’azzurro intenso del cielo è illuminato da un sole potente fin dal primo mattino, sembra davvero che questa luce non possa mai cambiare. Dopo colazione facciamo una piccola sosta in una farmacia di Archangelos ad acquistare della crema doposole (che qui va via come il pane…), quindi proseguiamo per la meta di oggi, Petaloudes, la famosa Valle delle Farfalle che chiunque venga qua non può mancare di visitare. Si trova a una venticinquina di chilometri a sud di Rodi città, in una zona interna un po’ montuosa, ma la strada non è troppo malandata anche se ci sono parecchie curve nel tratto compreso tra la via principale verso nord e il bivio a sinistra che indica la Valle. Ci arriviamo abbastanza presto, ma nonostante l’orario ci sono già molte auto e qualche pullman di turisti pronti ad affrontare il bosco pur di vedere le più famose farfalle di Rodi. Lasciamo l’auto al parcheggio e facciamo il biglietto a un piccolo baracchino prima dell’entrata, e lì ci rendiamo conto che la maggior parte dei visitatori in attesa di entrare parla italiano.

Il luogo è molto bello, l’aria è profumata nell’ombra degli alberi che proteggono dal calore del sole, e si sente fin dall’ingresso un lieve rumore di acqua che scorre che contribuisce a regalare una piacevole sensazione di fresco. In effetti l’acqua è un elemento fondamentale qui, e accompagna i visitatori lungo tutto il percorso costruito appositamente per permettere ai turisti di ammirare questo luogo senza creare danno alle creature che lo abitano, con sentieri, scale, ponticelli di legno, e soprattutto barriere laterali che impediscono di oltrepassare il limite oltre il quale il bosco è riservato ai suoi abitanti naturali.

Le farfalle di Petaloudes sono in realtà piccole falene, tutte della stessa specie e di colore marrone e beige con il sotto delle ali rosse, che durante i mesi della primavera e dell’estate invadono il bosco a migliaia attratte dal profumo della resina di questi alberi, e qui, grazie alle condizioni favorevoli che trovano, lasciano le loro uova per dare vita alle future generazioni.

Un miracolo naturale che si ripete ogni anno, ma che comunque si regge su di un equilibrio delicatissimo che può essere facilmente minacciato dall’invasione delle migliaia e migliaia di visitatori che passano di qui ogni anno. Per questo ci sono precise regole di comportamento ben segnalate all’ingresso del bosco, che tutti sono tenuti ad osservare pena una forte ammenda. Tra queste, camminare solo e soltanto lungo i sentieri segnalati, evitare urla e rumori forti che possono spaventare le farfalle, non toccare né raccogliere nulla, che siano piante, fiori o sassi, non gettare immondizia in giro e non causare con il proprio comportamento danno o problemi alle creature che abitano il bosco. Insomma, niente di particolare in fondo, basta comportarsi con un minimo di educazione e ce la si può cavare. Anche se per molti pare meno facile di quanto sembri. Tra i numerosi turisti che entrano con noi, molti dei quali italiani, ben pochi si comportano rispettosamente, purtroppo. La maggior parte schiamazza, grida, si lancia richiami ad alta voce indifferente alla presenza degli altri visitatori, e soprattutto infastidisce le farfalle non appena ne vede qualcuna posata sui tronchi più vicini al sentiero. Vediamo un signore che addirittura scavalca la staccionata e raccoglie un ramo col quale va a disturbare le farfalle posate su una roccia perché sua figlia possa scattare una foto mentre volano via. Per fortuna non c’è una vera folla a quest’ora, così rallentiamo con la scusa di fare qualche foto e lasciamo che il gruppo iniziale si sgrani un po’, godendoci il l luogo mentre gli altri vanno avanti e qualcuno si lamenta che non ci sono poi mica tutte queste farfalle. Ma non è vero, le farfalle ci sono eccome, sono moltissime e piccole, posate sulle rocce, i tronchi, le foglie, leggerissime e immobili, basta soffermarsi a guardare con attenzione e se ne scoprono dappertutto.

Mi fermo a fare moltissime foto, l’ambiente è fresco e piacevole, il verde splende tutto intorno, le rocce si alzano in pareti ripide in parte coperte di vegetazione, l’acqua corre dappertutto formando piccoli laghi, e a volte ruscelli con cascatelle gorgoglianti che luccicano nella luce del sole che filtra tra i rami. Il fresco è piacevole e profumato di salmastro.

Il percorso, per buona parte in salita, è lungo ma molto ben organizzato. Seguiamo senza nessuna difficoltà – e finalmente senza vicini fastidiosi – ampi sentieri lastricati di pietra, saliamo scale scavate nella roccia, attraversiamo ponticelli di legno scalando piano piano la montagna ricoperta dal fitto bosco che ci circonda. Finalmente tutto è tranquillo e possiamo osservarci intorno con calma, fare tutte le foto che vogliamo, o anche solo affacciarci alle staccionate a guardare le pozze d’acqua lucida sulle quali d’un tratto passano piccole nuvole rosse e tremolanti.

Naturalmente, un ambiente così integro e ricco non poteva essere abitato solo dalle piccole falene, e infatti scopriamo molte altre creature, insetti, grilli, uccelli, lucertole che fuggono rapidissime sotto le rocce appena ci avviciniamo, e soprattutto enormi granchi blu che si riposano immobili ai bordi dei ruscelli, seminascosti tra le pietre in attesa del momento di catturare qualche preda. Sono incredibilmente belli e grandi, con una sfumatura di colore del guscio che non poteva che volgere allo stesso azzurro del cielo e del mare di questa isola luminosa.

Raggiungiamo la fine del sentiero in cima al bosco, dove c’è un piccolo monastero che però evitiamo di visitare perché troppo affollato, e torniamo giù lungo la stessa via diretti di nuovo all’uscita, ripercorrendo al contrario la strada fatta all’andata e godendoci la valle delle farfalle da nuovi punti di vista. Camminiamo da diverse ore ma non siamo troppo stanchi quando raggiungiamo l’uscita, ed è con un certo dispiacere che lasciamo la pace profumata del bosco e i suoi bellissimi abitanti.

In realtà la valle delle farfalle prosegue anche verso sud, e dalla piazzetta esterna sulla quale siamo arrivati, attraversando in brevissimo tunnel – del quale si vede l’uscita a pochi metri di distanza, stavolta! – con lo stesso biglietto di stamattina possiamo provare a proseguire per la discesa, che secondo la mappa porta al Museo delle Farfalle situato in fondo al bosco.

Discendiamo il sentiero per qualche decina di metri, tanto per vedere com’è anche da quella parte, ma di fatto somiglia molto al bosco già visitato, solo con meno acqua e meno spazi ampi, così dopo un po’ decidiamo di lasciar perdere e tornare su. E’ tardi e abbiamo fame, e vogliamo finire la giornata vedendo anche qualcos’altro prima di rientrare a Lindos. Risaliamo fino al secondo ingresso e ci risposiamo un momento vicino al laghetto verde formato dall’acqua che scende dal bosco prima di avviarci, fa caldo ma qui si sta bene, circondati dalle piante e dalle Farfalle.

Visto che da mangiare qui troviamo solo panini non troppo invitanti decidiamo di riprendere la macchina e proseguire verso Theologos, un minuscolo paesino non lontano che è descritto nella guida come molto caratteristico e dove speriamo di trovare almeno una Taverna. Lo raggiungiamo abbastanza facilmente, la strada è solo una e le indicazioni sono chiare, ma non ci aspettavamo che fosse un posto così minuscolo. Un centro abitato tutto intonacato di bianco costruito intorno a una grossa chiesa anche lei candida, eretta nel tipico stile dell’isola, con il suo bel campanile a fianco, la piazzetta, i fiori, e basta, trenta metri più avanti e sei già fuori dal paese, non c’è altro che questa piazza, la chiesa, un bar (chiuso), e poche case che girano intorno a questo nucleo principale. Niente locali per sostare o mangiare. Però vediamo, nel giardino di una casa ai margini del centro, una delle più straordinarie piante di cactus che abbiamo mai visto, alta almeno dieci metri e robusta come un albero, bellissima. Chissà quanto tempo ha impiegato il sole potente di questa terra a far crescere una creatura così spettacolare. Un’altra delle magie di questo clima fatto di energia pura.

Riprendiamo la via che va verso l’altro lato dell’isola e dopo un po’ siamo in direzione Epta Piges, quando lungo la strada vediamo una taverna tipica con i tavolini all’aperto, proprio a fianco di una scalinata che va verso una chiesa. E’ già primo pomeriggio ma è tutto aperto, così ci fermiamo finalmente a mangiare Gyros e patatine, bere birra e riposarci un po’ dal caldo e dalla fatica della lunga camminata a Petaloudes.

Dopo la sosta saliamo a visitare la chiesa, immersa in un giardino e costruita in stile romanico bizantino, con un loggiato esterno sorretto da colonne di marmo rosso e un bel campanile dalla struttura tradizionale.

La chiesa è in condizioni perfette, sia al’esterno che all’interno, c’è addirittura una signora che ha appena finito di lavare il pavimento quando noi arriviamo al portale principale e che ci fa capire che è meglio aspettare un momento prima di entrare. La chiesa è dedicata a San Nicola, e quando finalmente abbiamo il permesso di entrare scopriamo un interno incredibilmente decorato e ricco. Volte e cupola sono completamente affrescati da immagini di santi e angeli raffigurati sullo sfondo di un cielo azzurro cupo, l’altare è in legno intagliato e arricchito da numerosi dipinti con sfondi dorati, la navata è illuminata da finestre ad arco i cui vetri colorati lasciano entrare fasci di luce morbida e smorzata, mentre all’icona principale di San Nicola è riservato il posto d’onore accanto all’altare e una cornice d’oro e argento particolarmente sfarzosa. Eppure, nonostante la grande ricchezza degli interni, l’atmosfera che si respira è semplice e calma, direi nitida, e il silenzio che avvolge tutto non è vuoto ma pace.

All’uscita ritroviamo il caldo solo appena attenuato di metà pomeriggio, e la stessa luce intensa che invece ha ancora molte ore davanti a sé prima di rassegnarsi a chinare la testa. Scendiamo la scalinata che riporta verso la taverna e il parcheggio e lasciamo la chiesa nel suo giardino, immersa tra fiori alberi e luce. E’ stata una scoperta inattesa e molto piacevole, e un’ottima sosta.

Proseguiamo in auto verso Epta Piges, lo superiamo e torniamo infine sulla via principale per Lindos, lungo la quale, sulla sinistra, svoltiamo poco dopo al bivio per Moni Tsambika alta. Abbiamo intenzione di arrivare in cima alla rupe sulla quale è stato costruito il piccolo monastero nel punto in cui fu trovata l’icona d’argento originale della Madonna Tsambika che abbiamo visto ieri, e visto che l’ora più calda è passata dovrebbe essere un buon momento per provarci. La luce è ancora intensa, il mare luccica sotto il sole ma il momento della folla è passato.

La strada che porta su verso il monastero è molto ripida e piena di curve, il fondo non è asfalto ma semplice cemento, però sia la jeep che il pilota si dimostrano adeguati al compito, e in breve siamo nel punto più alto raggiungibile con i mezzi. Da qui in poi, si deve solo camminare. Anzi, salire, perché c’è davvero una scalinata di oltre 300 gradini da superare come avevamo letto nella LP, e se vogliamo arrivare in cima ad ammirare lo spettacolo del panorama dall’alto non ci resta che mettere un piede davanti all’altro. Alla base della lunga scalinata, sulla quale il numero dei gradini è segnato con vernice bianca ogni 5 passi, ci sono numerose buste di plastica piene di sabbia a disposizione dei pellegrini. Chi vuole, può decidere di prendere una o più buste e portarle su, per aggiungere fatica e penitenza al sacrificio della scalata in cambio della grazia da chiedere alla Madonna Tsambika. Meglio lasciar perdere, noi andiamo su solo per il panorama.

Saliamo senza fretta i gradini larghi e ben tenuti, a quest’ora buona parte della scalinata è all’ombra degli alberi del bosco circostante e l’aria è fresca. Anzi, più saliamo più il vento si fa sentire, liberandoci dalla fatica e dal caldo.

La vista si fa sempre più incredibile a mano a mano che saliamo, la linea della costa si allontana e si distende sotto di noi mentre l’orizzonte si allarga sempre più, e le folate di vento arrivano improvvise e forti quando ci avviciniamo al bordo del costone roccioso per guardare giù.

Quando poso finalmente i piedi sul gradino numero 300 non mi sembra vero, la scalata è stata dura ma non vedo l’ora di affacciarmi da quassù a vedere lo spettacolo del Mediterraneo disteso sotto di noi.

Il vecchio monastero si raggiunge attraverso un piccolo cancello in ferro lavorato che da accesso a un cortiletto interno, piccolo ma con un pavimento decorato in pietre bianche e nere che disegnano delfini, onde e fiori assolutamente meraviglioso. Ci sono panchine, un albero, una piccola campana e molti fiori, non mi aspettavo tanta cura dei dettagli in cima a questo spuntone di roccia.

L’accesso a ciò che resta dell’antica struttura sacra è seminascosto da pareti bianche e semplici, quasi non si capisce che si sta entrando in un santuario. Un paio di camere semplici, di dimensioni ridotte quasi a piccole grotte, contengono affreschi e dipinti raffiguranti la Madonna e il Bambino, non molto in buono stato purtroppo, mentre in una zona più ampia sulla destra dell’ingresso campeggia una grande immagine ad affresco della Vergine Tsambika, davanti alla quale sono stati lasciati tantissimi ex-voto d’argento, quadri, icone e riproduzioni di bambinelli di cera portati in offerta per rendere testimonianza e omaggio per la Grazie ricevute.

Ma oltre ai miracoli della Madonna Tsambika, lo spettacolo che colpisce davvero chi arriva fin qui è visibile all’esterno più che all’interno. Siamo proprio in cima alla rupe, da qui, spostandosi intorno al cortile, si può godere di una vista panoramica a 360° su tutto il territorio circostante, una visione così incredibile da lasciare senza fiato. Basta guardare giù per riconoscere le spiagge, i paesi, e la linea azzurra della cornice della costa che si distende a est e a ovest a perdita d’occhio.

Se dal lato della scalinata si vedono le montagne e i boschi dell’interno, dietro al monastero ci si affaccia direttamente sul mare aperto, e tutto di colpo è di un azzurro accecante. Il cielo e il mare diventano una cosa sola, indistinguibili, e l’orizzonte si fa talmente vasto da arrotondarsi davanti a noi, piegato da una forza invisibile che rivela solo a chi è riuscito a salire così in alto la magica linea della curva della Terra.

Tutto è così immenso e luminoso in quell’aria azzurra che soffia forte arruffando capelli ed emozioni che vorresti restare lì a guardare l’orizzonte per sempre, mentre l’idea di dover tornare giù scompare semplicemente dall’elenco delle azioni possibili. Invece, dopo un po’ dobbiamo per forza riprenderla in considerazione, e rassegnarci a ridiscendere mestamente la lunghissima scalinata, lungo la quale molte coppie hanno lasciato incisa tra i numeri dei gradini la traccia del loro amore.

Ci fermiamo a prendere qualche cartolina a un supermarket prima di rientrare, abbiamo deciso di cenare in casa per riposarci un po’ dopo tutta la fatica di oggi e per finire le provviste rimaste, e ne approfitteremo per scriverle in tranquillità. Siamo troppo stanchi per andare ancora in giro, abbiamo bisogno di stare un po’ distesi e di programmare quello che faremo domani, nel nostro ultimo giorno su quest’isola della luce.

2 Commenti

  1. Ciao orsetta! :o)
    I granchi erano enormi e davvero bellissimi….non ne avevo mai visti di azzurri prima!
    Su in cima al monastero c’erano molte altre buste di sabbia portate dai pellegrini, e volendo si poteva fare il percorso al contrario riportandole giù. Una cosa davvero curiosa… ;o)

    Grazie mille dei saluti, mi fa piacere trovarti qui!
    A presto,
    Sally

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *