Giovedì 30 dicembre 2010: Funicolare Nordketten – Alpenzoo – Salisburgo

Non nevica stamattina, ma fa freddo ed è umido. Facciamo colazione con calma, poi sbrighiamo il check out e decidiamo di andare in auto verso la stazione della funicolare del Nordketten. Il cielo non è dei migliori e non sappiamo se riusciremo a vedere qualcosa, ma Innsbruck è soprattutto una località sciistica circondata da vette alpine e non vogliamo perdere l’occasione di salire su ad ammirare il panorama delle montagne dall’alto. La prima stazione di questa nuovissima funicolare è in città, nei pressi del Palazzo dei Congressi, ma dato che siamo in auto saliamo fino alla stazione Hungeburg, dove chi acquista il biglietto ha diritto al parcheggio gratuito per l’intera giornata. Una signora molto gentile ci spiega tutto, compresa l’offerta combi-ticket per la tratta che va verso il basso e che permette l’entrata gratuita all’Alpenzoo, della quale magari approfitteremo più tardi se avremo tempo. Intanto vogliamo andare in su, più in alto possibile. Il biglietto è costoso (23,00€ a testa), come per tutte le funicolari, ma la tratta è composta da due stazioni su due diversi livelli e ci possiamo fermare dove vogliamo. Ritiriamo i Pass e ci avviamo verso questa famosa stazione, curiosi di vedere che effetto fa dal vivo. Il progetto è dell’architetta irachena Zaha Hadid, completato nel 2007. Ed è bellissimo. Un’enorme conchiglia biancastra con sottili striature nere si dischiude con leggerezza per lasciare entrare i viaggiatori diretti alle cabine. La linea è morbida e fluida, le curve dominano, non c’è un solo spigolo in tutta la struttura, e gli incroci di linee che la attraversano non fanno che rendere la cosa più evidente. Il materiale è solido eppure sembra fatto di luce, ancorato al suolo di cemento come un palloncino legato al filo perché non voli via. Un’onda, un ghiacciaio, un’astronave, un elemento di grandissima armonia e semplicità che ci piace immediatamente. (vedi altri lavori di Zaha Hadid su Artsy)

Anche l’interno è curatissimo, e le cabine ultramoderne in pochi minuti ci porteranno su alla prima stazione, la Seegrube. C’è molta gente nella navicella, molte persone hanno attrezzature complete per sciare o fare snow board così siamo un po’ pigiati. Per questo, quando dico a Luca che spero che riusciremo a vedere qualcosa nonostante le nubi, un ragazzone biondo vicino a noi non può fare a meno di ascoltare, e mi rassicura con un sorriso. “Tranquilla”, dice in italiano dal forte accento tedesco, “lassù tutto pulito, sole, oggi giornata bella, fa caldo che ti puoi togliere il giacchetto! Si vede tutto, monti austriaci e anche vette italiane. Molto bello lassù.” Ha l’aria abbronzata e atletica di uno che ne sa di vette e sorride sicuro, quindi ci fidiamo. Infatti, a mano a mano che la cabina sale usciamo lentamente dalla coltre di nubi che ricopre la città e il cielo si fa più sereno, e poi sempre più azzurro e pulito. Quando finalmente scendiamo dalla cabina affollata e arriviamo sulla terrazza della Seegrube, a 1900 metri di altezza, restiamo incantati dallo spettacolo straordinario che si dispiega davanti a noi. Siamo sull’orlo di una montagna candida, sotto di noi solo le piste innevate, di fronte a noi una corona di vette che chiude a cerchio l’orizzonte, e in mezzo, immersa in un lago ovattato di nuvole, Innsbruck che riluce lontana nei suoi tratti essenziali – strade, binari, e il nastro del fiume. Più lo sguardo si abbassa più entra nella foschia nebbiosa che avvolge la città, ma più si alza più la luce domina, facendo scintillare ogni cosa e rendendo immediatamente evidente che quassù siamo più vicini al cielo. Non potevamo sperare in una giornata migliore per salire fin qui.

Questa è di fatto la fermata degli sportivi, dove cominciano alcune delle principali piste frequentate ogni giorno da sciatori di tutto il mondo che sono molto affollate anche oggi. Adulti e bambini in tute coloratissime si divertono su tutti i tipi di discese, dalle più semplici alla terribile nera che sembra una parete da scalare tanto è ripida, mentre gli snowbordisti più giovani si lanciano dai trampolini di salto con un coraggio da leoni. Ci sono tanti adulti e ragazzi, ma anche molti bambini piccoli in una pista-scuola, dove un maestro fa la sua lezione con la musica mentre i genitori scattano foto. E poi ci sono quelli come noi, che passeggiano e si guardano intorno incantati e hanno la sensazione di non riuscire a far stare tutto quell’orizzonte immenso e bellissimo negli occhi, altro che di un fish-eye avrebbero bisogno, e si accontentano di respirare, e registrare tutta quella meraviglia nella memoria del cuore.

Saliamo ancora più su con la funivia, fino ai 2300 metri della stazione Hafelekar, e se possibile qui lo spettacolo è anche più fantastico. Le montagne sono ancora più vicine, allineate a difendere l’orizzonte da millenni. Sopra solo cielo, sotto un tappeto di nuvole, intorno solo bianco e luce e silenzio. Si sente solamente lo scricchiolio soffice della neve sotto gli scarponi, gli sciatori più in basso scendono piste di panna montata, figurine colorate che vanno giù silenziosamente come in un monitor senza volume. Questo è quello che più amo della montagna, ormai lo so e lo riconosco, il silenzio, l’assenza di suoni altri dai suoi, l’aria libera e vuota di tutto tranne che di luce. Qui siamo sulla Terra più bella, lontani dal mondo di tutti i giorni e al di sopra della piccolezza umana, quelli di giù ora possono solo cercare di vederci attraverso la nebbia grigia che li avvolge.

Scaliamo faticosamente un promontorio camminando nella neve alta fino a una croce di legno, in vetta alla vetta, gli unici suoni che sento sono il mio respiro affannato e il ritmo sordo dei battiti del mio cuore che mi pulsa nelle orecchie. Restiamo un po’ lassù in silenzio, ad ammirare il panorama spettacolare che si stende davanti ai nostri occhi come su uno schermo immenso.

L’aria è cosi fine e limpida che sembra quasi non ci sia, è sole che scintilla su un tappeto di nuvole cosi perfetto che viene voglia di rotolarcisi sopra. Un aereo piccolo come un uccellino argentato ci passa davanti sull’orizzonte, e il cielo in cui vola è decisamente più in basso di noi. Le aquile penseranno che il mondo è un posto bellissimo.

Cominciamo a ridiscendere lentamente quando altri avventurosi si inerpicano fin quassù, tutti fiatone e sorrisi, pronti a reclamare il loro turno di godersi lo spettacolo delle vette scintillanti. Riprendiamo la Nordkette fino alla stazione Seegrube e poi, visto che purtroppo oggi il ristorante qui è chiuso, continuiamo a scendere fino alla Hungeburg, dove facciamo i combi-ticket (10,00€ a testa) per la tratta che va alla fermata Alpenzoo e che comprende l’ingresso alla struttura. Si tratta dello zoo più alto d’Europa, a oltre 750 metri sul livello del mare, nel quale sono ospitati principalmente animali della fauna alpina come camosci, stambecchi, aquile, lupi, linci e simili. Il cielo qui è abbastanza aperto, la temperatura accettabile, e dalla piantina comprendiamo che lo zoo non è immenso, quindi possiamo farcela a vedere tutto con calma prima di rimetterci in viaggio verso Salisburgo. Tra i primi animali che ammiriamo ci sono le Lontre, e rischio di passare davanti a loro la metà del tempo disponibile… Deliziose. Svelte, agili, sinuose, curiose, nuotano e giocano sotto i nostri occhi come piccole creature danzanti fatte di seta. Se c’è una cosa che invidio profondamente è la loro padronanza perfetta dell’elemento acquatico, una meraviglia.

Lì vicino c’è un piccolo punto di ristoro, così ci prendiamo 2 panini e ce li mangiamo all’aperto, mentre passeggiamo tra i recinti. Poco più su trovo i miei adorati Lupi, sono un intero branco, dorati, svegli, potenti, non sono esili come quelli liberi ma hanno belle strutture, e istinto allerta. E poi quegli occhi. Fuoco, lama, mirino. Specchi trasparenti di coraggio, dignità, libertà. Chi lo ama sa che non si deve mai guardare dritto dentro gli occhi di un lupo – o lui si accorgerà che nel nostro sguardo non c’è neppure il pallido riflesso della forza della sua luce, e farà di noi un sol boccone.

Chi pensa che l’uomo sia superiore a qualunque altra creatura, conosce troppo poco gli animali. Ai miei occhi questi sono particolarmente straordinari, e anche se li rispetto tanto da temerli, per un momento vorrei che questa rete non ci fosse, che stessero lì a un metro da me senza nessuna barriera, e fossero liberi di abitare l’intero bosco a loro piacere. Perché i lupi non sono animali, sono spiriti, e uno spirito non lo puoi chiudere dentro a niente, non c’è verso, basta guardarli muovere per capirlo. Saliamo ancora lungo i vialetti indicati sulla piantina e incontriamo creature più o meno rare, stambecchi con corna meravigliose, camosci tenerissimi che scendono lungo le rocce in equilibrio su minuscoli zoccoletti per venire a curiosare vicino alla rete, alci enormi e pigri sdraiati al sole, bisonti americani dall’aria annoiata immobili su un fazzoletto di terra fangoso.

Molte sono le voliere di grandi uccelli, fatte in modo che si possa entrare dentro senza rischiare di far scappare l’ospite, e che regalano l’emozione di trovarsi a tu per tu con condor e avvoltoi senza barriere che ci separino. Per trovare la lince invece ci mettiamo un po’, perché il suo recinto è molto grande ma soprattutto pieno di alberi, e lei ama nascondersi proprio tra i rami più alti di un abete enorme, e mi ci vuole tutta la potenza del mio zoom (grazie, stabilizzatore!) e Luca che mi fa da cavalletto per scovarla e ritrarla in maniera decente.

C’è anche tutta una sezione di animali da fattoria, mucche, pecore, maiali, capre, galline, tutti molto simpatici e apparentemente a loro agio in questo ambiente così insolito.

Uno degli animali che avrei amato tantissimo vedere è la marmotta, ma purtroppo questo è periodo di letargo invernale per loro, dunque niente da fare. Invece l’orso bruno c’è eccome, enorme e inquieto, cammina avanti e indietro lungo un sentiero innevato che costeggia il fossato, una precauzione in più per evitare qualunque possibilità, non si sa mai. Si sposta appoggiando le zampe sempre esattamente negli stessi punti lungo quei 10 metri, arriva in cima, gira e riparte daccapo, per un momento somiglia a un matto in gabbia che non farà mai niente di diverso da quello per sempre. Ma non è così. Ad un certo punto spezza quel gesto monotono e si ferma, annusa l’aria, guarda in alto, verso di noi, nuvolette di fiato bianco gli carezzano il muso. Chissà cosa ha sentito. Luca allunga un braccio e lo chiama per attirare la sua attenzione, gli parla sottovoce mentre io scatto foto, “ribellati, arrabbiati, fai un urlo…dai bello facci sentire, siamo dalla tua parte, se vuoi qui te li mangi tutti…”. Ma lui lo ignora, la sua pausa dura poco. Riabbassa la testa e riparte, ricominciando a posare i suoi passi pelosi lungo il solito solco di prima.

Restiamo un po’ lì a guardarlo, enorme e potente e annoiato, poi decidiamo di andare, fa freddo e noi non abbiamo la sua pelliccia, e comunque è ora di mettersi in viaggio. Torniamo alla funicolare, che qui in realtà è un treno veloce che risale la montagna passando anche attraverso un tunnel, e riprendiamo la nostra auto sistemata nel parcheggio da stamattina.

E’ tempo di lasciare Innsbruck, che ci è piaciuta molto sia nel suo lato cittadino che in quello più naturale, per dirigerci verso Salisburgo. Ci arriviamo in meno di un paio d’ore di autostrada liscia liscia, quando entriamo all’Hotel Hohenstauffen l’aria comincia già a scurire. Ci accoglie una signora gentile, la hall è molto carina e anche la stanza lo è nonostante non sia grandissima, abbiamo addirittura un letto a baldacchino rivestito di stoffa decorata a rose. Il bagno è perfettamente pulito e accessoriato, e anche su questo letto troviamo i due piumoni singoli ripiegati come avevamo a Innsbruck. Non abbiamo idea del perché qui mettano due coperte separate su un letto unico, ma tant’è, ogni luogo ha le sue abitudini… Sistemiamo le nostre cose e poi decidiamo di uscire per cercare un posto dove mangiare qualcosa prima che sia troppo tardi. C’è un ragazzo simpatico alla reception quando riconsegniamo la chiave prima di uscire, così gli chiediamo qualche indicazione per non camminare troppo e mangiare tranquilli, e lui ci indica il ristorante di un altro Hotel lì vicino, e ci regala perfino due bigliettini da visita da presentare a nome dell’Hotel Hohenstauffen che ci garantiranno due coppe di Brut omaggio per brindare al nostro arrivo in città. Il ristorante è davvero a cinque minuti di cammino e veniamo accolti con molta cordialità, in un ambiente poco affollato dove tutti hanno l’aria di conoscersi. Ceniamo con piatti tradizionali di zuppa e carne, molto buoni, e alla fine riceviamo davvero i nostri due calici di benvenuto come promesso. Non ci poteva essere un modo migliore di cominciare il nostro soggiorno qui. E domani finalmente vedremo se davvero questa città è bella come ce l’aspettiamo. Se solo nevica, sai che spettacolo.

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