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Lunedì 25 / martedì 26 agosto 2014: Stoke-on-Trent Wedgwood Museum – Chester Cathedral – Liverpool – Pisa

Ci svegliamo in mezzo a una pioggia fitta che scende a diritto, il cielo è un enorme coperchio grigio sopra la terra. Temo che le probabilità di un cambiamento repentino saranno scarse, stavolta. Facciamo colazione al buffet del Best Western, che offre ottimo cibo sia dolce che salato, e poi torniamo nella nostra stanza, in fondo a un labirinto di corridoi, a preparare le nostre cose prima di partire per la prima tappa di oggi.

Riprendiamo la macchina e puntiamo in direzione Stoke-on-Trent, a me nota per due motivi soprattutto, uno dei quali è quello che ci interessa al momento: la sede della fabbrica e del museo delle ceramiche Wedgwood. Yes! Ci arriviamo in una quarantina di minuti e ancora piove, ma fine fine, le gocce sono così piccole e leggere che il vento le fa volare via, sembra che non riescano neppure a toccare terra. Il luogo è un po’ sperduto nella campagna, ma la Miss della Volvo ci aiuta a raggiungerlo senza alcuna difficoltà. Questa è la sede nuova del museo, sistemato in un edificio di foggia moderna, tutto cemento e vetro, linee curve, grandi spazi luminosi e piastrelle rosse nel piazzale antistante. Niente che ricordi a prima vista una fabbrica di porcellana vecchia di oltre due secoli. Unica eccezione a tanto sfoggio di modernità, una statua in bronzo del fondatore in abiti settecenteschi e parrucca a boccoli, che tiene orgogliosamente in mano il suo vaso più famoso. Però anche qui niente piedistalli o colonne vecchio stile, il signor Wedgwood ha i piedi posati direttamente per terra, su una piccola pedana alta pochi centimetri sistemata in fondo al grande piazzale di accesso. Mi piace.

Entriamo in fretta perché il clima non perdona oggi, e anche la signora alla cassa, quando le dico che veniamo dall’Italia, ci conferma che siamo stati accolti dal tipico maltempo inglese. Non che mi importi minimamente, ovvio. Nel momento in cui metto piede nel museo, tutto quello che c’è fuori sparisce completamente, e tornerà a esistere solo dopo che saremo usciti da questo luogo che sognavo di vedere da almeno due decenni. Non c’è molta gente ancora, e possiamo visitare le sale in tutta tranquillità. (Purtroppo è vietato fare foto all’interno del museo, quindi le foto seguenti sono prese da pubblicazioni ufficiali di Wedgwood online).

L’esposizione è curata molto bene, con grandi teche organizzate in maniera cronologica che contengono i pezzi più importanti della storia della fabbrica di ceramiche fondata da Josiah Wedgwood nella seconda metà del ‘700. Ci sono pannelli descrittivi, oggetti, ritratti, monitor touch-screen con filmati che approfondiscono procedimenti e lavorazioni, e moltissimi campioni originali degli esperimenti tecnici fatti da Josiah e dai suoi collaboratori per arrivare a ottenere proprio il materiale desiderato, l’esatta sfumatura di colore, la più precisa decorazione applicata a mano, o il giusto livello di lucidatura .

Da quanto si vede raccontato in queste teche, Josiah era una specie di Steve Jobs ante-litteram, perfezionista, entusiasta, uno avanti al suo tempo che sapeva esattamente dove voleva arrivare e come fare per arrivarci. Credeva assolutamente che ce l’avrebbe fatta, voleva portare le sue porcellane in tutti i palazzi più importanti d’Inghilterra e del mondo compresi quelli Reali, ed era certo che ci sarebbe riuscito. Sapeva quello che i suoi clienti desideravano ancora prima di loro e sapeva come indurli a scoprire cosa volevano, e a capire che lui poteva darglielo al più alto livello. Il suo lavoro doveva essere perfetto in sé e perfetto per i suoi clienti, e lo era. La sua fabbrica di porcellane, organizzata per la prima volta nella storia della manifattura in sezioni diversificate per produzione e studio del design, decollò alla grande e in pochi anni divenne un’istituzione a livello mondiale, esattamente come lui aveva previsto.

E la cosa più bella che si capisce dalle descrizioni e dagli estratti delle lettere e dei diari di Josiah è che lui si divertiva moltissimo a fare questo lavoro. Gli piaceva proprio, e ci si dedicava con una passione totale che andava ben al di là del successo economico ottenuto. Non si stancava mai di sperimentare e provare nuove tecniche, nuovi impasti, nuovi colori, con risultati che raggiunsero livelli di assoluta perfezione tecnica e stilistica.

Nonostante producessero moltissimi tipi di oggetti, dai serviti per la tavola a quelli per il tè, dai candelieri ai medaglioni, dai bassorilievi ai decori da arredo, la sua vera passione erano i vasi, quelli che preferiva in assoluto e sui quali lavorò più a lungo e con maggior attenzione, soprattutto dopo essere riuscito a ottenere l’impasto color avorio e poi il Jasper, la ceramica vetrosa liscia e satinata di colore unito, azzurro, verde o lilla, che faceva da base alle sue delicate applicazioni neoclassiche in gran voga tra i nobili del momento, superando in clienti persino le famose rivali di Sèvres e Meissen.

Utilizzò molto anche il basalto nero, di grande effetto ed eleganza, e proprio un vaso di basalto nero decorato con applicazioni bianche, copia esatta del famoso “vaso Portland” romano del I secolo d.C. esposto al British Museum, era considerato da Josiah il suo capolavoro tecnico.

Anche dopo la morte di Josiah la fabbrica è rimasta per generazioni alla famiglia Wedgwood, i cui discendenti hanno sempre continuato a occuparsene e a produrre ceramiche meravigliose per le casate più importanti del mondo, dagli imperatori austriaci e francesi agli zar della Russia, allargando la produzione a serviti da tutti i giorni e oggetti accessibili anche al grande pubblico di ammiratori globali di questo brand. Anche se in effetti, non proprio tutti i suoi discendenti si occuparono di porcellana. Dei sette figli di Josiah infatti, una era Susannah, che sposò Robert Darwin, e uno dei loro figli fu Charles Darwin, l’autore della teoria dell’evoluzionismo la cui casa è stata la prima tappa di questo nostro giro. Lui a sua volta sposò sua cugina di primo grado Emma Wedgwood, figlia di Josiah II (fratello di Susannah), facendo di Josiah I il nonno di entrambi i coniugi. Incredibili storie di altri tempi, che ci regalano una perfetta chiusura del cerchio di questo nostro tour inglese.

Ovviamente alla fine del museo c’è lo shop – Banksy docet – , dove si possono acquistare i pezzi pregiati (e assai costosi) di questa famosa manifattura, mentre vicino all’ingresso c’è anche un Outlet, dove si possono trovare pezzi di seconda scelta a prezzi decisamente più accessibili. Anche Morris (del B&B di Stratford), quando gli abbiamo detto che venivamo qua, ci ha raccontato che sua madre è appassionata di queste porcellane e ogni volta che viene a trovarlo dal Giappone passa dall’Outlet e torna con delle gran buste di roba. Beata lei! Facciamo un giro nel negozio, dove sono esposti bellissimi serviti moderni (compreso il nostro amatissimo Jasper Conran) ma anche più tradizionali, e dove persino le tazze più semplici hanno prezzi notevoli, quindi ci spostiamo nell’Outlet per vedere come dice Luca “…se lì ne hanno una sbeccata”. Non potremo riempire grandi buste di roba come la madre di Morris, ma non possiamo neppure venire via a mani vuote. Scegliamo un piccolo oggetto da riportare a casa con noi, una campanella color sabbia decorata con un cristallo di neve da appendere al nostro albero di Natale, che ci ricorderà sempre della nostra visita in questa incantevole fabbrica di sogni di porcellana.
All’uscita piove ancora, ma piano. Sgranocchiamo qualcosa e ripartiamo in direzione di Chester, a circa un’ora di distanza, dove parcheggiamo in un Park&Drive e prendiamo un bus per raggiungere il centro storico pedonale. La cittadina sembra molto carina, tutta di mattoni e graticci, circondata da un lungo perimetro di mura romane ancora intatto e belle vie con negozi dalle grandi vetrine disposte su due piani, ospitate in vecchi palazzi.

In questa incredibile cattedrale è conservato anche l’unico esemplare esistente in UK di ‘cobweb picture’, un piccolo dipinto completamente realizzato su una tela composta da strati e strati di sottilissima ragnatela di bruco. Era una tecnica di nicchia usata nel nord Italia e in Tirolo dai monaci del XVI secolo e ripresa poi fino al 1800, ma si tratta di opere rare relegate a un’area molto ristretta ed è molto difficile avere l’occasione di ammirarne una. Questa è una riproduzione della Madonna con Bambino di Cranach conservata a Innsbruck ed è sorprendentemente bella, così impalpabile da somigliare a un’immagine olografica. Mi pare di vederlo, il monaco pittore in toga e sandali, andare avanti e indietro per il bosco in cerca di ragnatele abbastanza grandi da poter essere usate come tele, raccoglierle con infinita delicatezza e riportarle nella sua cella come un’ape operosa, sovrapporle piano piano fino a raggiungere uno spessore sufficiente per posarci sopra la punta sottile di un pennello e colorarle della sua appassionata devozione. Nessuno come un monaco può avere un animo colmo di tanta ostinata dedizione, una fede incrollabile nell’impossibile, e l’eternità a disposizione per dare loro una forma degna di un dono per Dio.

La cattedrale è affiancata da un chiostro bellissimo, con i corridoi a colonne chiusi da vetrate istoriate che lo isolano dal giardino, il che, visto il clima di oggi, non è neanche una brutta idea. L’atmosfera è silenziosa e raccolta, muta, ma non ha niente a che vedere con la pace luminosa e libera dei chiostri benedettini: qui ci si muove in uno spazio della chiesa ritagliato via da tutto il resto, in un’architettura severa la cui struttura rigida pare star lì a indicarci col dito l’unico cammino spirituale possibile.

Una cattedrale davvero bella, questa rossa e un po’ triste di Chester.

Per tutto il tempo del nostro giro nella piccola cittadina continua a piovere, il che non facilita la nostra visita, e alla fine decidiamo di riprendere il bus e tornare al parcheggio, per ripartire in direzione Liverpool. L’Ibis Hotel di stasera è carino e centrale e la nostra stanza è a tema, con la parete di fondo colorata di rosso e dipinta con decine di grosse fragole sormontate dalla scritta FOREVER. Vorrei poterci restare subito, perché sono stanca e fuori fa freddo, ma dobbiamo andare a restituire la macchina all’aeroporto e non vogliamo fare tardi. In una ventina di minuti arriviamo, al John Lennon Airport di Liverpool, e troviamo l’ufficio Hertz con facilità. Lì salutiamo la nostra Volvo V40 e la sua utilissima Miss, che ci hanno accompagnati per molte centinaia di miglia, e mi dispiace davvero lasciarle. Sono state compagne di avventure fedeli e affidabili, mi ero ormai abituata alla voce della Miss che ci guidava dappertutto con esattezza, e so che mi mancherà.

Prendiamo due panini per cena e torniamo in centro con il bus, l’autista che ci fa il biglietto ci conferma che ci farà scendere alla fermata più vicina al nostro hotel, il che avviene dopo circa 25 minuti. Piove ancora e fa freddo, sono le otto passate ma la luce è ancora intensa. Saliamo in camera a mangiare e a sistemare le nostre cose, stanchi e piuttosto tristi. Domani pomeriggio torniamo a casa, il nostro giro è agli sgoccioli. Ma cerchiamo di riposare e non pensarci troppo già da adesso.

Anche l’ultima notte inglese scorre via tranquilla, nonostante siamo vicini al centro, e finalmente stamattina ha smesso di piovere. Facciamo colazione e poi usciamo nell’aria fresca, a vedere di dare un’occhiata anche a questa città nel poco tempo che abbiamo a disposizione prima di dover raggiungere l’aeroporto. Ci muoviamo a piedi lungo vie ben curate e tranquille, nella zona più vicina al mare, e oltrepassiamo diversi edifici in stile neoclassico tra cui un bel Teatro e la St George’s Hall con la sua grande scalinata, il colonnato e le entrate sui tre lati.

La nostra meta è la Cattedrale anglicana della città, la Cathedral Church of Christ, situata nella zona di St James Mount. La si può vedere già da lontano, e non solo perché sorge su una sorta di collinetta: questo è l’edificio religioso più grande di tutto il Regno Unito e una delle chiese più grandi del mondo. Massive! La struttura è poderosa, tutta in pietra rossiccia locale, si estende per una lunghezza totale di quasi 200 metri ed è sormontata da una torre centrale quadrata alta più di 100 metri, per un’altezza a livello della navata principale di circa 35 metri. Proporzioni colossali e spazi ampissimi, in cui è facile entrare e perdersi. Anche se questo non è un edificio antico come sembrerebbe essere, e le sue pietre non hanno visto passare che pochi decenni della più recente storia britannica. Nonostante lo stile gotico dell’architettura infatti, siamo di fronte a una delle cattedrali più giovani del Paese, la cui costruzione fu iniziata solo nel 1904 per essere terminata quasi un secolo dopo, alla fine degli anni ’70. Non Elisabetta I e Shakespeare per lei, piuttosto Elisabetta II e i Beatles.

Gli interni sono davvero grandiosi, con colonne di mattoni altissime che si uniscono in volte a croce minimali ed eleganti, mentre le immense finestre istoriate, insufficienti a rischiarare gli spazi enormi racchiusi da queste mura, sono coadiuvate nel loro compito di illuminare la via dei visitatori da grandi fari elettrici.

Tra i pezzi migliori conservati in questa chiesa ci sono diversi altari scolpiti, bellissime cappelle laterali su diversi livelli, un bel fonte antico e un enorme organo a canne che è – ça va sans dire – il più grande di tutta la Gran Bretagna, con oltre 10.000 canne funzionanti e una tastiera a 5 livelli, capace di creare abbastanza note da riempire perfino questo spazio immenso.

La zona di accesso alla navata principale è grande e vuota come una piazza di sera, e mentre siamo lì ci sorprende un rumore di sottofondo molto più adatto a un luogo del genere che non all’interno ombroso di una cattedrale – un tintinnio basso di porcellane e bicchieri, e cucchiaini che girano nelle tazzine. Eh? Ci scambiamo uno sguardo rapido, come per verificare che lo sentiamo entrambi, quindi ci voltiamo alla nostra sinistra, e subito scopriamo l’arcano. Un bar, dentro la nicchia di una cappella laterale. Proprio un bar regolamentare, con tanto di tavoli e sedie, lampade e menu, banconi di dolci e via vai di camerieri. The Mezzanine Café Bar. Il piano inferiore separato da noi da grandi vetrate trasparenti, il mezzanino con i tavoli che si affacciano direttamente sul transetto. Architettura moderna, ambiente luminoso, atmosfera rilassata, gente che va e viene. Restiamo un momento imbambolati dalla sorpresa. Questa poi. Non ce l’aspettavamo proprio. Gente che prende il tè o mangia un dolce, chiacchiera e si riposa nella cattedrale come fosse in una qualunque via cittadina. Cioè, non che sia una novità assoluta, abbiamo trovato altre chiese o conventi che avevano una caffetteria o un refettorio dove mangiare o prendere un cream tea, ma era sempre comunque a fianco dell’edificio principale o in un’area diversa, e certamente non dentro allo stesso luogo dedicato al culto. Credo sia la prima volta in assoluto che ci capita di vedere una cosa simile. Nutrimento per lo spirito e per il corpo, tutto in uno. Siamo stupiti, e un po’ confusi. Da una parte è bello vedere gente che si rilassa e si riunisce in questo luogo di incontro, ma dall’altra il mio istinto solleva dubbi e sopracciglia di fronte a questo spettacolo insolito che stride decisamente con la nostra idea di luogo di culto. Per essere una che nelle chiese entra solo per ammirarne l’architettura, resto comunque infastidita dagli onnipresenti Shop che ti propinano di tutto a sacro marchio, dai rosari alle cartoline ai fazzoletti per il naso. Venire addirittura a farci merenda dentro, mi lascia perplessa. Non so, ma se fossi credente, vorrei che la panca dove siedo per parlare con Dio e la sedia del mio bar restassero ben separate. Un tempo per ogni cosa…. eccetera. Insomma, se aprissero una caffetteria di lato alla Gioconda mi potrei anche seriamente infuriare, per dire. Comunque. Ognuno ha il suo genere di devozione. Magari quello anglicano è questo, non siamo certo qui a giudicare, e proprio noi poi. Ci limitiamo a prendere nota. Di certo, questa per noi resterà sempre ‘la cattedrale di Liverpool dai…. quella grande grande… dove c’era il bar dentro, e la gente che prendeva il caffè…. ti ricordi?’

Dopo aver visto il Bar, il modellino della Cattedrale fatto coi mattoncini Lego conservato in una cripta non ci stupisce quasi per niente. Anzi, è molto bello e molto ammirato dai visitatori. La ricostruzione è perfetta in ogni dettaglio, come al solito con i capolavori della Lego di questo genere, che non deludono mai. La somiglianza con l’edificio originale è straordinaria, hanno anche colorato le migliaia di mattoncini di un bel rosso intenso, perché somigliassero il più possibile a quelli veri. Archi, finestre, torri, tetti, c’è persino un cancello d’ingresso apribile, che fa subito venire voglia di mettersi lì a giocare. Che invidia, per chi crea queste meraviglie di professione…..

All’uscita da questa enorme chiesa attraversiamo a piedi un altro pezzo di questa città, che si sta rivelando più insolita di quanto ci aspettassimo, diretti verso il secondo edificio religioso più importante del luogo, la Cattedrale Metropolitana del Cristo Re.

Si tratta della maggior chiesa cattolica della città, è dedicata al Cristo Redentore e si trova in cima a una collinetta dalla quale si domina il profilo cittadino. La sua costruzione risale alla prima metà degli anni ’60 e il suo stile è decisamente moderno, nulla a che vedere con le cattedrali tradizionali viste fino ad ora. Dato il grande numero di abitanti di origine irlandese arrivati qui dopo la grande crisi economica che colpì l’isola verde a metà ottocento, la comunità cattolica è sempre stata molto nutrita in quest’area, e per questo ad un certo momento divenne evidente la necessità di costruire un luogo di culto cattolico che fosse grande abbastanza per accogliere tutti i fedeli durante le messe e le cerimonie principali.

Vari progetti furono presentati ed esaminati e alla fine fu scelto questo, sicuramente il più originale. La cattedrale ha un’insolita pianta rotonda e un tetto a tronco di cono che la fa somigliare un po’ a un tepee indiano, sormontato da un’enorme torre a forma di corona che simboleggia la corona di spine di Gesù. L’ingresso, in cima a una lunga rampa di scale che fa pensare a una simbolica ascensione, è segnato da una grande parete verticale scolpita con croci e simboli, che termina con 4 aperture nelle quali sono appese 4 campane, e che ha la funzione di torre campanaria. L’esterno, così geometrico tutto bianco e acciaio, ha un che di vagamente fantascientifico, tanto che da fuori sembra quasi una grossa astronave atterrata sulla collina che ha appena aperto il suo portello d’ingresso. Chissà chi sta per scendere…

L’interno è incredibilmente spazioso, adatto ad accogliere oltre 2000 persone sulle panche di legno sistemate in cerchi concentrici tutto intorno al punto focale della costruzione, l’altare centrale, posto proprio in mezzo al cerchio dei fedeli e sotto la perpendicolare diretta del baldacchino sovrastante, dal quale la luce scende passando attraverso centinaia di tasselli di vetro in una trinità di rossi, gialli e blu che caricano l’ambiente di atmosfera spirituale. Tutto intorno ai cerchi di panche girano una serie di cappelle secondarie dedicate a vari santi, la più importante delle quali si trova dietro l’altare ed è dedicata alla Vergine. Facciamo un giro – letteralmente – e restiamo affascinati da questa struttura moderna e primitiva allo stesso tempo, in cui l’originalità non intacca minimamente il senso di sacro che ci si aspetta di trovare in questo tipo di luoghi.

Quando usciamo è ora di pranzo inoltrata, quindi torniamo verso il centro per mangiare qualcosa prima di passare a prendere le valigie all’hotel e dirigerci verso l’aeroporto. Troviamo un ultimo pub di quelli che piacciono a me e che mi mancheranno moltissimo, tutto legno e cuoio e odore di birra nell’aria, e ci sistemiamo in un angolo tranquillo a studiare il nostro ultimo menu inglese e a gustarci l’ultima vera pinta.

Alla fine, siamo meno tristi di quanto temessi. Se dobbiamo fare un bilancio di questo tour così lungo e vario, possiamo senz’altro dire che è stato positivo, e anzi migliore di qualunque aspettativa avessimo al momento della partenza, ormai quasi 20 giorni fa. Abbiamo visto tante cose interessanti, visitato posti bellissimi, incontrato gente gentile e dormito in ogni tipo di sistemazione. Siamo stati a casa di scienziati, scrittori, artisti, politici e gente comune, e ognuna di queste case era bella a modo suo. Abbiamo viaggiato per borghi antichi e paesaggi verdissimi, immersi tra fiori e alberi, sole e pioggia scrosciante, e salutato decine di pecore, mucche, scoiattoli e qualunque altro animale si potesse vedere dal finestrino della nostra macchina. Siamo passati per musei e cattedrali, giardini e labirinti, castelli e scogliere, antichi college e vecchi pub, e ogni luogo era più entusiasmante del precedente. Mi è piaciuto moltissimo questo giro che sognavo da tantissimo tempo, e che ho potuto realizzare solo grazie alla presenza imprescindibile di Luca. Potrei continuare a girare il mondo così, insieme a lui, indefinitamente.
Anche a lui è piaciuto tutto, dalle colazioni mattutine con la salsiccia e i fagioli alla guida a sinistra, dalle ‘case della gente’ alle pecore sparse, dai cavalieri medievali alle file ordinate ovunque. Tutto molto interessante, ‘…ma magari la prossima volta ci veniamo d’estate.’
Eh… magari. E speriamo presto.


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