Martedì 16: Cliffs of Moher – Burren – Bloomsday a Galway – Oughterard

Happy Bloomsday! L’idea iniziale era di trascorrere questo giorno a Dublino per festeggiare lì questa ricorrenza molto particolare per tutti coloro che amano la letteratura irlandese e le opere di James Joyce, ma poi, studiando l’itinerario da casa, ci siamo resi conto che ritornare verso la capitale così presto avrebbe significato rinunciare a una grandissima parte delle bellezze della costa ovest, così abbiamo preferito rimanere in questa zona e celebrare Bloomsday a Galway, la città di Nora Barnacle, dove il grande Joyce la incontrò e se ne innamorò. Il 16 giugno è appunto il giorno del primo appuntamento tra Joyce e Nora, e il giorno in cui si svolge la mitica giornata di Leopold Bloom narrata in Ulysses. Abbiamo grandi aspettative per questo giorno speciale, e siamo certi che non resteremo delusi. Cominciamo la mattinata con un’ottima colazione al Doonagore Farmhouse, B&B semplice e familiare ma pulitissimo e gestito con grande cortesia. E’ tutto molto buono ma il latte in particolare è squisito, così quando lo facciamo notare alla signora Mary restiamo sorpresi di sentire che lo ha comprato. Come, ha le mucche nella stalla dietro casa e compra il latte? Lei sorride e ci spiega che molti nel Clare allevano mucche ma non per il latte, solo per la carne. Anche le sue avranno questo destino, mentre la fattoria dove lei si rifornisce di latte per i suoi ospiti alleva solo mucche di una razza particolarmente adatta a questo scopo. Una spiegazione più che valida, in effetti. Ringraziamo, paghiamo e salutiamo, oggi è il giorno delle scogliere più famose d’Irlanda e vogliamo raggiungerle il più presto possibile. Il grande parcheggio delle Cliffs of Moher si trova a neanche 5 minuti di strada dal B&B, si tratta di un grosso spiazzo chiuso da sbarre dove i turisti in visita lasciano le auto e gli autobus a un costo giornaliero di 8,00 €. Non è poco, ma la strada che porta qui è stretta e non c’è posto per lasciare l’auto se non in maniera poco sicura sul ciglio della via e a parecchie centinaia di metri di distanza. Ci sono solo poche macchine quando arriviamo, sono poco più delle nove e trenta, il cielo è limpidissimo e il sole splende di una luce intensa mentre ci avviamo verso la collina oltre l’ingresso, che incredibilmente è gratuito. Avevamo letto di un cantiere di lavori aperto qui qualche anno fa per mettere i visitatori nella maggior sicurezza possibile, ma per fortuna non ce n’è più alcuna traccia. Le Cliffs ( www.cliffsofmoher.ie ) sono scogliere di roccia sedimentaria lunghe più di 8km che scendono a picco sul mare per un’altezza di oltre 200 mt, fanno parte di uno dei circuiti turistici più importanti di tutta l’Irlanda e solitamente sono prese d’assalto da orde di visitatori armati di macchina fotografica. Pare che oggi siamo fortunati, i visitatori ci sono ma non sono moltissimi e si distribuiscono facilmente su tutto il percorso al di là del Visitors Centre, così da non creare mai affollamento. L’aria è già così calda che persino io, lassù, mi tolgo la giacca e resto in camicia, a guardare incredula quella meraviglia che toglie il fiato. Ci sono volte in cui la natura decide di lasciarsi andare e di dare sfacciatamente spettacolo di sé, e questa è una di quelle. Il cielo è splendente, nubi bianchissime passano veloci creando giochi di ombre sul tappeto d’erba che ricopre le scogliere, il mare è piatto e blu lapislazzulo, solo un bordo di schiuma candida si forma alla base delle rocce scure ad ogni piccola onda che arriva ad accarezzarle. cliff-1.jpg Gli uccelli marini sono i veri padroni di questo luogo immenso e spettacolare, centinaia di gabbiani e altri uccelli volano intorno ai nidi appesi ai costoni lanciando strida acute. Guardo e sono sorpresa perfino di me stessa, di solito non amo particolarmente tutto ciò che è rottura netta, strappo, ferita aperta e irrecuperabile, perché mi mette tristezza, e poche cose ho visto più nette e definitive di queste pareti gigantesche e mute. Eppure sto qui a guardare, e non riesco a farmele bastare, più le guardo più le guarderei, non so, sarà quel meraviglioso andamento ondulatorio che hanno, quel modo fiero di guardare in faccia l’Oceano, quell’erba verdissima e rigogliosa che le ricopre facendone sembrare la superficie assurdamente morbida, o il modo familiare che hanno i gabbiani di rifugiarcisi e sistemarci la loro casa fatta con chissà che, non ho idea del motivo, ma di fatto sento che non mi fanno paura né mi danno dolore, sono solo bellissime, e vorrei continuare a guardarle per ore. Sapevo che erano spettacolari, eppure non mi aspettavo di provare un’emozione così forte di fronte a un elemento naturale che avevo visto in decine di foto. Non è la stessa cosa, decisamente. Guardando questo spettacolo incredibile capisco appieno per la prima volta il significato della parola “stunning ”. Saliamo lentamente la larga scalinata creata per i visitatori fino alla O’Brien’s Tower fermandoci a ogni gradino a fare foto di quella visione che abbiamo di fronte, incapaci di renderci davvero conto fino in fondo di ciò che vediamo. Perché non ci si crede. Provare per credere. cliff5.jpg Chilometri di scogliere vecchie di milioni di anni a picco sull’Oceano, sinuose, possenti, solitarie, testimoni mute e antichissime della meraviglia che ha spalancato un’infinità di occhi fin dai tempi in cui gli esseri umani hanno cominciato ad arrivare fin qui. Ammiriamo quello spettacolo da ogni angolazione possibile spostandoci tra la scalinata, la torre e il bordo frastagliato della scogliera, e ogni volta sembra più incredibile.

La O’Brien’s Tower, una torretta merlata a base rotonda con un piccolo arco d’ingresso, segna il punto più alto delle Cliffs. cliff4.jpg Si trova proprio sulla sommità della falesia, sul lato est dell’entrata, e fu costruita nel 1835 per facilitare le osservazioni dei già moltissimi turisti che decidevano di venire fin quassù a farsi stupire da questo luogo. Oltre la torre ci sono altri prati e colline, e mucche al pascolo. Probabilmente queste sono le mucche più fortunate del mondo, non ce ne devono essere molte altre che possono godere di uno spettacolo del genere durante le loro ruminazioni quotidiane. Ci avviciniamo al bordo della roccia fino a una transenna e faccio una foto a Luca che fissa rapito quello splendore, riuscendo con difficoltà a far stare tutto dentro l’obiettivo. Chissà che macchina fotografica servirebbe qui, per riuscire ad ottenere un’immagine che renda davvero l’idea dell’immensità e dell’imponenza e della grandiosità di questo spazio, dell’intensità di questa luce fatta solo di azzurri, della forza di questo silenzio. Certo non questa mia piccola digitale delle vacanze. Forse l’unico obiettivo utile sono gli occhi, i soli capaci di portare questa intera visione fino al cuore e di lasciarla impressa lì per sempre, per ogni volta che avremo nostalgia e sentiremo il desiderio di andarla a rivedere e di ritrovarla intatta come la stiamo vedendo oggi. Per noi avremo sempre questo, e a casa ci accontenteremo di portare le decine di foto della piccola digitale da far vedere alle nostre famiglie, quando ci chiederanno com’erano le Cliffs. cliff2.jpg In questo ci viene in aiuto ancora una volta la gentilezza d’Irlanda. Mentre siamo lì a tentare inquadrature e scatti acrobatici nei quali possano entrare insieme chilometri di scogliere e l’Oceano e – necessariamente – uno di noi, ci si avvicina una signora che si offre volontariamente di farci una foto insieme davanti al mitico panorama. Non avremmo mai osato chiederlo, e ancora meno pensiamo di rifiutare la sua cortesia. Sorridiamo abbracciati all’obiettivo, con l’Oceano alle spalle e tutta l’Irlanda e la sua generosità davanti agli occhi. Anche questa verrà via con noi nel nostro cuore. Facciamo un po’ di foto anche alla O’Brien’s Tower, forse l’unica torretta di avvistamento turistica invece che difensiva che abbiamo mai visto, anche lei con un destino inevitabilmente piegato allo spettacolo straordinario che ha di fronte. Poi cominciamo a ridiscendere piano rischiando, come tutti qui, di ruzzolare giù per le scale per non guardare dove mettiamo i piedi, incapaci di staccare gli occhi da quelle rocce nere ritte sul blu del mare che sono l’ultimo baluardo di terra prima dell’Atlantico, il pezzo rimasto di qua mentre l’America se ne andava via. Anche l’altro lato del percorso è bello, la Torretta spicca alta e solitaria a destra mentre la zona più selvaggia della falesia si allunga sulla sinistra. Arriviamo lentamente fino in fondo, e lì, come quasi tutti, scavalchiamo il muretto ignorando il cartello di divieto ed entriamo nel territorio di proprietà privata, inoltrandoci nella zona più spettacolare. Non lo facciamo spesso, ma qui non ce la possiamo fare a non trasgredire, la voglia di godere appieno di quel luogo unico è più forte di tutto. Un piccolissimo sentiero percorre il bordo delle scogliere senza nessuna protezione, camminiamo a meno di mezzo metro dal precipizio mentre i gabbiani svolazzano come minuscoli coriandoli bianchi là in basso vicino all’acqua. In alcuni punti il passaggio si fa davvero stretto, in un tratto sono state sistemate delle lastre di pietra calcarea piantate in verticale un po’ alla meglio a fare da barriera a pochi centimetri dal vuoto, provvidenziali quanto precarie, ma in realtà proseguire è possibile senza troppi problemi, con un po’ di attenzione e senza fare gli eroi. cliff6.jpg Una signora inglese di una certa età con la sua mazzetta da passeggio sta tornando indietro dopo aver fatto tutto il percorso, e ha un’espressione di meraviglia negli occhi quando ci dice di continuare e di non fermarci, perché da laggiù in fondo il punto di vista sulle scogliere è ancora diverso, e il panorama ancora più spettacolare. Non ci fermeremo, non c’è paura che ci possa fermare stavolta. Più avanti il sentiero si allarga molto e sale ripido, c’è erba tutt’intorno e il vento è fresco. Pochi altri visitatori insieme a noi risalgono il pendio fermandosi continuamente a guardare, parlando poco. Il sole splende nel cielo limpido, il mare riluce, la terra solida resiste all’attrazione potente del vuoto davanti a noi. Oltrepassiamo un punto roccioso dove due ragazzi si sono distesi a terra e guardano giù verso l’Oceano sporgendo appena la testa dallo strapiombo, ridono e sembrano tranquilli e al sicuro, ma a me tremano le gambe solo a guardarli, mi sembra che un colpo di vento basterebbe a farli volare giù come gabbiani colorati, così distolgo lo sguardo da loro e lo rimetto sul panorama, molto meno inquietante e più rassicurante anche da un metro di distanza dal bordo. Cammino stando bene attenta a ogni mio movimento, mentre con la coda dell’occhio vedo sempre Luca pochi passi avanti o indietro a me, e vedo che anche lui mi tiene d’occhio. Tutta quella meraviglia basterebbe a distrarre chiunque, figuriamoci me. Ci mettiamo una ventina di minuti buoni ad arrivare proprio in cima al punto più alto della roccia, tra salite e soste per le foto, ma lo spettacolo vale assolutamente il rischio e la fatica. Da lassù la vista si fa davvero ancora più incredibile. Ora davanti a noi si erge in tutta la sua estensione la facciata della falesia sulla quale ci trovavamo poco prima, e che non potevamo vedere stando dal lato della scalinata. cliff3.jpg La silhouette della O’Brien’s Tower è perfettamente riconoscibile sul bordo della scogliera, ma i suoi 15 metri di altezza sembrano assurdamente insignificanti in confronto allo strapiombo immenso sul quale è posata, sembra uno di quei piccoli castelli dei diorama medievali intorno ai quali si assediano eserciti di soldatini a cavallo con le uniformi colorate col pennello, perfetti in tutti i dettagli nonostante la dimensione minuscola, un’ultima torre dimenticata lì dopo una mostra su chissà quale battaglia. Ai piedi della scogliera si innalza la guglia appuntita di un picco roccioso, sarà alto almeno 70 metri ma non arriva neppure a metà della enorme parete che ha di fianco. Mi viene in mente l’Aguille che abbiamo visto a Etretat nel 2005, ma l’effetto qui è decisamente diverso. Quella era alta e sottile vicino alla falesia bianca, questo pare tozzo e scuro nell’ombra della scogliera. Lì finiva la Francia, qui finisce l’Europa intera. Davanti a noi solo mare, l’oceano profondo e freddo dove vengono a nuotare le balene e le foche. cliff7.jpg All’orizzonte i rilievi delle isole Aran sono perfettamente riconoscibili nella foschia creata dalla troppa intensità della luce. Più a est, verso l’interno, già si intravedono le sagome delle montagne del Connemara. Sull’altro lato, a ovest, la linea scura delle Cliffs si snoda ancora libera fino al promontorio di Loop Head. Se laggiù faceva paura pensare a come dev’essere un giorno di tempesta su quelle coste, figuriamoci qua. Pensare alla furia dell’Oceano che si scaglia a ondate di schiuma impazzite contro queste pareti immense mette i brividi, e allo stresso tempo fa venire voglia di vederlo. Di vedere come si trasforma tutta questa bellezza quando l’Oceano si infuria, e si scatena, voglia di sentire almeno una volta il suo ruggito infrangersi contro questo muro nero, per vedere se resta ancora così impassibile. Devono essere giorni spettacolari, quelli. D’altra parte ogni occasione deve essere buona qui, per assistere a messe in scena straordinarie: l’alba silenziosa che prende la scogliera alle spalle riportando l’acqua alla luce, il tramonto che incendia l’Oceano mentre la roccia si fa violetta e poi sempre più nera, che in estate devi stare qui fino quasi a mezzanotte per poterlo vedere, la pioggia che si rovescia in mare da un fitto tappeto di nubi grigie, e che quando è accompagnata da tuoni e fulmini deve creare vere e proprie cascate d’acqua a rotolare giù lungo le antiche pareti annerite. Ogni occasione è buona per venire a vedere com’è qui, ogni scusa vale per venire a guardare che faccia fanno le Cliffs di fronte agli eventi. Forse questa stessa di oggi, muta e immensa, troppo al di sopra di qualunque cosa per lasciarsi impressionare da alcunché. Proseguiamo ancora un po’ verso ovest, ma troppo immenso è quello spazio per poter pensare di arrivare da qualunque parte. Si potrebbe camminare per chilometri senza incontrare nulla e nessuno, accompagnati solo dall’oceano sulla destra e dall’erba soffice sotto i piedi. Dopo un po’ decidiamo di tornare sui nostri passi, in silenzio. L’unico rumore che sento è il fruscio della brezza, e il bip della messa a fuoco della mia macchinetta digitale. Click. Click. Click. Non riesco a smettere. Faccio non so più quante foto, ad ogni passo mi sembra di notare un’inquadratura, un dettaglio, un qualcosa che mancava nella precedente e che non voglio perdere. E intanto so già benissimo che, per belle che potrebbero venire, nessuna di queste immagini riuscirà a rendere minimamente l’emozione che si prova a trovarsi di fronte a questo spettacolo della natura dove l’uomo passa da secoli senza lasciare traccia. Si è fatta quasi l’ora di pranzo e dobbiamo deciderci a venire via, ma è veramente difficile lasciare un posto così. Getto indietro almeno 3 volte quello che mi dico essere un ultimo sguardo, mentre un piccolo banjo suonato da un uomo seduto sulla scalinata spande nell’aria le note di una musica tradizionale irlandese. [singlepic id=98 w=320 h=240 float=center] Torniamo verso l’ingresso e ci fermiamo pochi minuti a uno dei negozietti di souvenir sistemati vicino al Visitors Centre per acquistare un po’ di pensierini e qualche cartolina da mandare a casa. Troviamo anche piccoli manufatti di artigianato in porcellana, e scegliamo per noi una formina ad alberello decorato con lo Shamrock da appendere all’albero di Natale, così anche il nostro Natale avrà un pezzetto d’Irlanda da ricordarci, e una piccola insegna in porcellana con la tradizionale frase irlandese “Céad Míle Fáilte” (centomila volte benvenuto) lavorata in rilievo e dipinta di verde, da attaccare al muro. La metteremo sopra il pulsante del campanello, all’ingresso della porta di casa nostra, perché ci ricordi di questa giornata bellissima e del grande valore dell’ospitalità che l’Irlanda ci ha fatto riscoprire. Raggiungiamo la nostra Grande Punto nel parcheggio e ci avviamo verso il casottino nei pressi dell’uscita per pagare, dove un omino siede al fresco a staccare i tagliandi di ricevuta. Mi viene da dirgli che oggi è proprio una giornata di sole bellissima per visitare le Cliffs, e lui annuisce e dice una sola parola: “Lovely ”. Gli diamo i nostri 8,00€ e lo salutiamo, e mi sento quasi sollevata di poter dare almeno un minimo contributo in cambio del tantissimo che abbiamo ricevuto – gratis – da questo posto. Quando ripartiamo ci sono molte più auto nel parcheggio, ma niente di invivibile come avevo letto in alcuni diari di viaggio. Credo che Giugno sia davvero un mese azzeccato per venire qua, sia per il clima che per la quantità limitata di visitatori in giro per i luoghi generalmente più frequentati. Lasciamo la strada delle Cliffs e riprendiamo la N67 in direzione Ballyvaughan e poi la N68 per Galway, e in questi tratti la magnifica contea del Clare ci fa un ultimo, particolarissimo regalo: il Burren (www.burrenpage.com). Con ancora negli occhi il blu dell’Oceano e il verde soffice dell’erba che ricopre le scogliere, ci ritroviamo di colpo immersi in uno stranissimo paesaggio lunare. Tutto intorno a noi è solo roccia calcarea percorsa da fenditure strette, dalle quali fanno capolino qua e là macchie di fiori colorati. burren-1.jpg La zona è quasi deserta, pochissime auto e ancora meno case, il nastro grigio della strada tortuosa si confonde con il colore della pietra, le basse collinette calcaree sembrano gli scheletri di antiche colline un tempo verdi e rigogliose. Questo tavolato unico al mondo, dichiarato parco naturale dal governo irlandese, si estende per un’area di circa 250 km quadrati, ora un po’ più cespuglioso ora fatto solo di roccia piatta e arida, creando un’immagine di desolazione inattesa che stride nettamente con l’idea classica dell’Irlanda verdissima che tutti conoscono. Eppure, a guardare bene, ciuffi d’erba caparbia spuntano tra le rocce, insieme a macchie di piccoli fiori colorati alcuni dei quali molto rari, come le genziane, le orchidee e addirittura alcuni fiori alpini che si trovano solo qui e in nessun altro posto del mondo a parte quelle stupende montagne, e nessuno sa spiegarne il motivo. La luce crea effetti particolari su queste rocce piatte, il grigio assume mille sfumature diverse quando le nuvole ci proiettano sopra la loro ombra mobile, e dopo un po’ che lo attraversi non ti sembra più ostile, acquista un suo fascino particolare, e senti che anche quello, proprio per la sua diversità inaspettata, fa parte della ricchezza che questa terra offre a chi la percorre senza fretta. burren-2.jpg Oltre all’aspetto geologico, questa zona è molto importante anche per la grandissima quantità di siti archeologici preistorici presenti ovunque, con tombe, dolmen e fortezze che risalgono al periodo neolitico, più di 3000 anni avanti Cristo. Oltrepassiamo un antico forte di pietra a tre cerchi, Caherconnel Stone Fort, visitabile a pagamento (www.burrenforts.ie), e poco più avanti il famoso Poulnabrone Dolmen (www.burrenforts.ie/main/burren/dolmen), uno dei più noti di tutta l’Irlanda, presso il quale sono state ritrovate le sepolture di almeno una ventina di adulti e 6 bambini. L’atmosfera è strana, sembra di essere in un deserto pietrificato che però è verde qua e là, e sul quale si levano radi totem di pietre e dolmen antichi di migliaia di anni. Il cielo si vela lentamente, e si fa grigio come le rocce tutte intorno mentre percorriamo un lungo tratto di strada accompagnati da questo paesaggio incantato, finché ci avviciniamo alla nostra meta pomeridiana, la città costiera di Galway (www.galway1.ie/sights/index.html). Notiamo immediatamente che si tratta di un centro decisamente più grande di quelli visti finora, c’è traffico nelle strade e lungo il porto mentre cerchiamo un parcheggio libero dove lasciare l’auto. C’è molto movimento, la gente cammina in fretta e le macchine affollano le vie, le rotonde da prendere a sinistra sono davvero strane quando sei in mezzo al flusso del traffico, ma cavarcela bene anche in questa situazione ci da l’illusione di essere ormai già un po’ del posto… Sistemiamo la Grande Punto in un parcheggio sotterraneo a pagamento non lontano da Eyre Square, una bellissima piazza quadrata piena di alberi, e finalmente siamo fuori per le vie della città. Ha cominciato a piovere da un po’, non forte ma in modo regolare, e da l’idea che stavolta non durerà dieci minuti. Poco male, abbiamo il nostro ombrello di Bunratty ormai e l’acqua non ci spaventa. Raggiungiamo una delle vie del centro, Shop Street, esclusivamente pedonale, e passeggiamo tra edifici antichi ed eleganti tra i quali spicca il Lynch’s Castle, lynch.jpg oggi sede di una banca ma anticamente di proprietà di una delle famiglie più influenti della città che ne hanno guidato le sorti per secoli, e legato alla cronaca medievale più gotica secondo la quale nel 1493 il governatore Lynch, a capo della città, mise personalmente in atto l’impiccagione di suo figlio, colpevole di aver ucciso un uomo, appendendolo giù dalla finestra di un palazzo in Market Street. Proseguiamo lungo la via piena di negozi con grandi vetrine e nella quale ragazzi “sandwich” se ne stanno fermi con indosso i cartelloni dipinti che pubblicizzano locali e pub della zona. Tutto è colorato e movimentato, e soprattutto c’è musica in giro. Musica dal vivo suonata da artisti di strada, cantanti, suonatori di chitarra e violino, e ragazze con le gonne lunghe e i capelli raccolti che cantano e ballano al ritmo della musica tradizionale. L’atmosfera è vivace e piacevole, e pioviscola sempre di meno. Di fronte a un grande store un ragazzo ha disteso un piccolo telo di plastica e ha realizzato un’incredibile scultura di sabbia che rappresenta un cucciolo di cane addormentato perfetto in ogni dettaglio, il muso con gli occhi chiusi e le orecchie lunghe abbandonate, le zampe ripiegate sotto al corpo, la pelle morbida che si piega vicino al collo, la coda distesa e immobile – lo guardi e pare proprio che stia dormendo, sembra che se ti avvicini un po’ potrai sentire il suo respiro lieve e caldo vicino al naso umido. cane.jpg Davvero bellissima. Proseguiamo seguendo le indicazioni della nostra guida Lonely Planet fino alla Collegiata di Saint Nicholas (www.stnicholas.ie), una delle chiese parrocchiali più antiche d’Irlanda nella quale pare abbia fatto sosta anche Colombo. La struttura è semplice, in pietra grigia squadrata, c’è un bel fonte battesimale medievale all’interno, e grandi archi a sesto acuto sorretti da colonne in pietra. L’altare è semplice, in legno, illuminato da dietro da una grande finestra dai vetri colorati a formare un altro arco acuto. Tutta la chiesa è molto illuminata in realtà, le pareti che non sono decorate sono intonacate e dipinte di giallo e le sedie per i fedeli sono di legno chiaro, tanto che nell’insieme l’effetto è netto e non richiama affatto alla mente il classico interno gotico buio e misterioso. C’è un organo notevole dal lato del coro, moderno ma con canne molto grandi e alte, un giovane organista sta provando dei brani per la messa e riempie di musica suggestiva le navate della vecchia chiesa. Dopo un ultimo giro usciamo alla ricerca della meta più importante di oggi, la casa di Nora. Ci sono cartelli indicatori che la segnalano, il che è già incoraggiante, anche se la guida dice che gli orari non sono definiti e neppure il costo per l’ingresso. Seguiamo comunque la piantina riportata sulla guida e in qualche modo arriviamo all’incrocio con la via che ci interessa, non lontano dal centro. Attraversiamo la strada ed entriamo finalmente in Bowling Green, una via abbastanza stretta lungo la quale, dopo neanche 50 metri, vediamo un gruppetto di persone che chiacchierano ferme sul marciapiede di fronte ad un piccolo portoncino – ci metto un attimo ma poi realizzo che quella deve essere proprio la casa di Nora. C’è gente in visita come noi, forse sono lì in coda per pagare l’ingresso… Ci avviciniamo di più un po’ esitanti – non vorremmo sbagliare e infilarci in una festa privata – invece siamo proprio nel posto giusto, quello è il numero 8, e quella è Nora Barnacle House (www.norabarnacle.com/house.htm). Passa giusto il tempo di guardarci intorno per capire cosa succede e una signora sulla cinquantina con i capelli lunghi sulle spalle e la frangetta ci sorride e ci invita ad entrare con una gentilezza incredibile, apre la piccola porta di legno a due battenti verticali e ci porta dentro, e siamo catapultati di colpo in qualcosa che non ci aspettavamo affatto. Non c’è nessun biglietto da pagare, ma una tavola apparecchiata ricoperta di biscotti e pasticcini e tazze di tè e una folla di signore che chiacchierano amabilmente e si occupano subito di noi invitandoci ad entrare e a prendere tutto quello che vogliamo. Happy Bloomsday… Happy Bloomsday… tutti si salutano e si sorridono e fanno festa, ed è ovvio che la stanza è decisamente troppo piccola per contenere tutte queste persone. Ci guardiamo intorno ancora sorpresi, e restiamo letteralmente di stucco quando vediamo, sedute vicino alla credenza, due signore molto avanti negli anni vestite con abiti di foggia inizio novecento, gonne lunghe e strette che si allargano in fondo, stivaletti con i bottoni e le ghette, camicette con jabot di pizzo e giacchine avvitate, piccole borsette di paglia e incredibili cappellini ornati di fiori sulle acconciature stile fin du siècle… Tengono in mano una tazza di tè e parlano tra loro e con la signora che ci ha fatti entrare, un chiacchiericcio fitto riempie la stanza dell’accento morbido dell’inglese d’Irlanda mentre piatti di biscotti e meringhe passano di mano in mano. Mi guardo intorno incredula, sono quasi commossa da quello che vedo, e intanto Luca mi guarda e scuote la testa ridendo, un po’ sperso tra tutte quelle signore che cinguettano fitto come uccellini mentre becchettano le loro piccole briciole . Fantastico… Signore, ma anche signori in abiti eleganti hanno creato piccoli gruppi di conversazione, chi restando seduto chi spostandosi di continuo tra il tavolo, il camino, la poltrona e le scale per fare posto ai nuovi arrivati, mentre un ragazza più giovane entra ed esce da una porticina che da sul retro portando continuamente altre tazze di tè e di caffè agli ospiti. Veniamo invitati a salire su e dare un’occhiata alla casa se vogliamo, intanto che loro preparano altro tè. Accettiamo volentieri, siamo storditi da quell’accoglienza inattesa tanto che non abbiamo detto nulla di più di “thank you ” fino a questo momento. Lasciamo che due ragazze scendano dalla scala di legno stretta e poi saliamo al primo piano, dove tutto è molto più tranquillo. Non c’è nessuno a parte noi, e le voci vivaci provenienti da sotto arrivano su molto attutite. Scopriamo che la casa in realtà è fatta solo di quelle due stanze, il piccolo salotto-cucina all’ingresso e un’unica camera da letto di sopra, dove entriamo piano. La stanza non è grande, c’è una finestrella sulla sinistra che da sulla strada mentre il letto di ferro battuto è sistemato vicino alla parete di destra. Un copriletto di cotone bianco e arancione ricopre un materasso un po’ avvallato, mentre sul piccolo caminetto incassato nella parete accanto al letto sono appoggiati crocifissi di varie misure, e un grosso ritratto che raffigura la Vergine Maria è appeso dietro alla testata del letto, segno della tradizione strettamente cattolica nella quale Nora fu cresciuta finché non lasciò l’Irlanda insieme a Joyce nel 1904. camera.jpg Nell’angolo sinistro della camera, di fronte alla porta, c’è una piccola libreria a vetri in legno tinto di bianco, nella quale sono esposte vecchie prime edizioni di Ulysses e degli altri romanzi di Joyce nelle lingue dei paesi più disparati del mondo, dal giapponese al russo, dall’ungherese al serbo. libreria.jpg I libri sono vecchi e polverosi, le copertine un po’ sbiadite ma tutte con le loro fascette originali, alcuni hanno appoggiati vicino dei bigliettini nei quali si legge chi e quando ha donato quella certa edizione alla piccola casa-museo. book1.jpg book2.jpg Per un momento mi viene una voglia incredibile di provare ad aprire lo sportello della vetrinetta e prenderne in mano qualcuno, sfogliarlo, toccare quelle vecchie pagine scolorite che contengono da quasi un secolo pezzi di storia della letteratura, e poi rimetterlo al suo posto, sul pianetto polveroso, portando con me la sensazione di avere tenuto tra le mani frasi e parole che dal giorno della loro pubblicazione hanno segnato una linea oltre la quale scrivere romanzi non sarebbe più stata la stessa cosa, oltre la quale essere scrittori del Novecento non sarebbe più stato possibile senza prescindere da quelle opere. Luca mi guarda e sa bene cosa desidererei fare, ma sa anche che non lo farei mai. Così oltrepassa per me l’unico limite possibile in quel momento e, ignorando l’avviso di divieto sistemato sulla mensola del piccolo camino lì a fianco, scatta qualche foto del mobile e del suo tesoro, e poi anche del resto della stanza, perché possiamo portarla a casa con noi. Subito a destra della porta, a terra, c’è un grosso baule a forma di cubo con attaccate etichette di viaggio di diversi paesi europei, mentre a sinistra, sotto la finestrella, è stata sistemata una piccola culla a dondolo tutta in legno molto vecchia, chissà se era proprio quella di Nora, o magari quella dei suoi figli. La stanza, come tutta la minuscola casa, ha l’aria povera e umile, non deve essere stato facile per questa famiglia numerosa vivere qui tutti insieme nelle condizioni di forte disagio economico che erano tipiche di molte famiglie di Galway a fine ‘800. Ridiscendiamo le scale dopo un ultimo sguardo a un quadro di piccole foto in bianco e nero nelle quali Nora è ritratta con Joyce in Italia, e ci ritroviamo nella stanza da pranzo, ancora piena di gente che chiacchiera amabilmente. Quasi subito la signora che ci ha accolti ci chiede cosa vogliamo bere e mangiare, e in men che non si dica siamo seduti sulle sedie dove prima si trovavano le signore in abiti di inizio novecento, che ora se ne sono andate, con una tazza di tè in una mano e dei biscotti squisiti nell’altra. Un’altra signora molto gentile dai capelli corti e brizzolati comincia a farci delle domande e finalmente abbiamo modo di spiegare chi siamo e da dove veniamo. Restano tutte molto impressionate sentendo che non siamo lì per caso, che volevamo visitare la casa di Nora proprio a Bloomsday e siamo partiti dall’Italia con questo programma. La loro cortesia e la loro curiosità aumentano ancora di più, ci riforniscono di altri biscotti e pasticcini e fanno girare la voce che siamo italiani in visita in questo giorno così speciale, e tutti ci sorridono contenti. Chiacchieriamo un po’ con varie signore mentre beviamo il tè, e mi sembra tutto così meraviglioso da apparire quasi incredibile. Avevo sognato tante volte di poter vivere Bloomsday in Irlanda un giorno, e anche di vedere la casa di Nora, la donna che ha ispirato quella Molly Bloom che al tempo in cui studiavo era diventata un personaggio fantastico ai miei occhi, ma neppure nei miei sogni più assurdi avrei osato pensare che un giorno avrei preso il tè a casa sua guardando le sue foto appese alle pareti e festeggiando Bloomsday con gente sconosciuta arrivata lì per lo stesso motivo. Non è facile da spiegare, è qualcosa di molto speciale per me, e in mezzo a tanta meraviglia mi viene un nodo in gola al pensiero di non poter condividere questo momento straordinario con l’unica persona che potrebbe capire fino in fondo quello che provo, perché al tempo in cui studiavamo insieme all’Università questo era anche un suo sogno. Cerco di guardare tutto, assorbire tutto, respirare quest’atmosfera preziosa fino in fondo, per portarla via con me. Ad un certo punto la prima signora che ci ha accolti, che pare essere una delle organizzatrici di questo piccolo evento, fa entrare tutti e accosta la porta, la luce si smorza e si fa silenzio mentre lei spiega che farà per noi un piccolo reading per celebrare al meglio questa ricorrenza che siamo tutti qui a festeggiare. Appesi alle pareti ci sono vari quadri di foto che ritraggono Nora e la sua famiglia, i figli e il suo mitico marito, e c’è anche un quadretto che contiene una pagina manoscritta, una lettera d’amore scritta da Joyce a Nora durante un suo viaggio a Galway mentre lei era ancora nella lontana Trieste, nella quale Joyce le racconta il suo primo incontro con la madre di lei avvenuto proprio in questa stessa cucina, una lettera privata in cui lui parla con tono intimo e familiare della sua emozione per questo evento così delicato e della generosissima accoglienza che la donna ha riservato a lui e al piccolo Giorgio. La signora legge con intonazione dolcissima, lentamente, lasciando trasparire tutta l’emozione dell’autore, mentre il suo sguardo scivola con familiarità e senza esitazioni sui ghirigori d’inchiostro di quella calligrafia arricciolata disegnati quasi un secolo prima dal grande scrittore su una paginetta appoggiata proprio su questo stesso tavolo che è davanti a noi, dove ora stanno biscotti e tazze da tè vuote. E’ davvero una bellissima lettera, che regala a tutti una grande emozione e alla lettrice molti applausi. Dopo la lettera la signora ci regala anche una canzone, una di quelle canzoni d’amore tradizionali struggenti e tristi che si sentono nei racconti dei Dubliners e che era una delle preferite di Joyce, dotato anche di un notevole talento per la musica. Altri applausi per la signora che ringrazia contenta, poi la porta si apre di nuovo e altri ospiti arrivano a condividere racconti e pasticcini. Parliamo ancora del nostro viaggio con varie persone, raccontiamo cosa abbiamo già visto dell’Irlanda e cosa intendiamo vedere nei prossimi giorni, e quando dico che questo viaggio è il regalo che ci siamo fatti per celebrare il nostro 3° anniversario di matrimonio riceviamo ancora molti complimenti. Sono tutti sicuri che sarà di buon auspicio, perché quello tra Nora e Joyce fu un grande amore e festeggiarli qui ci porterà fortuna. Beh, speriamo che sia davvero così ! La signora con i capelli brizzolati si avvicina di nuovo e dopo altre chiacchiere mi chiede se può avere i nostri nomi per metterli sul giornale. Sul giornale? Certo… non ho idea di che giornale si tratti, penso sia uno di quei periodici locali che riportano gli eventi culturali della zona, e le scrivo volentieri i nostri nomi su un foglietto per il suo articolo, è più semplice e veloce che dettarglieli. Alla fine dobbiamo deciderci a salutare ed uscire, tra gli arrivederci generali. Non si potevano fare foto in quella stanza ma non mi importa molto stavolta, questa è stata una delle giornate più belle che abbia mai vissuto durante un viaggio e non dimenticherò neppure un particolare di tutte le emozioni provate qui. Ho passato un pomeriggio meraviglioso nella casa di Nora a Galway, e non avrò bisogno di foto per ricordarmelo. Anche Luca si è divertito per questa visita così diversa dal solito, e mi fa molto piacere, questi sono quei momenti speciali che la condivisione può solo arricchire di qualità. Torniamo a piedi verso il centro città, non piove più e tutto sembra più lucido e limpido, anche se il cielo non si è ancora ripulito dal grigio delle nuvole. Decidiamo di raggiungere il Salmon Weir Bridge, un bel ponte in pietra sul fiume Corrib, e lo attraversiamo per arrivare alla Cattedrale di Galway (www.galway1.ie/sights/cathedrl.html), un edificio in pietra costruito nella seconda metà del ‘900, che già da fuori appare decisamente imponente. cattedrale.jpg Si tratta di una chiesa molto elegante nella quale si mescolano diversi stili architettonici, dal rinascimentale al neoclassico passando per la pietra antica che riveste tutta la struttura esterna e anche tutto l’interno. Le navate sono ampie, le arcate romaniche, il soffitto della volta a botte è a cassettoni molto lavorato, e il mosaico dietro l’altare è in stile bizantino. cattedrale-interno.jpg Uno dei pezzi più impressionanti è sicuramente il grandioso organo a canne della galleria, utilizzato regolarmente per i concerti di musica sacra che si tengono nella Cattedrale, sopra al quale una grande finestra a forma di fiore dai vetri colorati illumina tutta la navata. Dopo un lungo giro nella chiesa semi-deserta usciamo e torniamo a passeggiare verso le vie del centro, dove, in William Street, troviamo una panchina in marmo sulla quale siedono le statue in bronzo di Oscar Wilde e dello scrittore estone Eduard Wilde che sembrano impegnati in una interessante conversazione. Non posso certo perdere l’occasione per farmi una foto con Oscar, a costo di disturbarlo un momento… oscar.jpg Questa è decisamente una giornata di incontri importanti. Continuando a passeggiare raggiungiamo di nuovo Shop Street, ancora molto animata, ed entriamo da Eason’s Bookshop (www.eason.ie), la libreria più grande della città. E’ uno store a due piani dove sono esposti libri e riviste di ogni tipo e genere, con un’intera sezione bene in vista dedicata solo all’Irlanda e ai suoi autori più famosi. Facciamo un giro scuriosando dappertutto, mi è venuta voglia di vedere se hanno un libro biografico su Nora, non ne conosco di specifici ma se esiste, qui ce l’avranno di sicuro… Il commesso mi conferma che esistono delle biografie su Nora ma loro non ne hanno disponibili, così ci invita a provare a chiedere da Charlie Byrne’s, la libreria di libri usati che è in una traversa non lontano da lì. Sapevo dell’esistenza di questa libreria (www.charliebyrne.com) e avevo già intenzione di darci un’occhiata, così usciamo e la raggiungiamo in pochi minuti. Ancora prima di entrare so già che questo sarà uno dei miei luoghi preferiti di Galway, e in vetrina vedo almeno due diversi vecchi volumi che hanno la foto di Nora in copertina. Siamo nel posto giusto, e nel giorno giusto. Charlie Byrne è la libreria di libri usati più grande che abbia mai visto, ha intere stanze ricoperte di scaffali e banchi stracolmi di libri di ogni tipo e dimensione, usati ma anche nuovi e reminders, dei generi più disparati: romanzi, biografie, storia, arte, poesia, architettura, geografia, fotografia, cucina…. C’è di tutto, comprese edizioni antiche di classici inglesi rilegate in cuoio, e dato che la maggior parte di questi libri sono usati o vecchie edizioni, i prezzi sono incredibilmente bassi. Mi sembra di stare nel paradiso delle librerie… ! Mi guardo intorno, c’è molta gente che cerca tra i volumi o sfoglia le pagine leggendo interi brani senza essere disturbata da nessuno, e sono così attratta da ogni cosa che non so più dove devo guardare… Gironzolo un po’ per orientarmi e capire come hanno organizzato l’esposizione, e in breve individuo il settore che mi interessa. Comincio a scartabellare di qua e di là, ci sono libri di letteratura che già possiedo e moltissime edizioni di romanzi inglesi e irlandesi che conosco, e poi biografie, saggi critici, raccolte ed edizioni particolari su tantissimi autori che mi incuriosiscono da morire. Sento che potrei passare delle ore in questo posto senza neppure rendermene conto. Luca gironzola anche per altri settori oltre a quello dove sono io, e poi ride ricordandomi che Ryanair ha un limite massimo di peso sui bagagli… Accidenti al low-cost, è vero! Ma non mi importa, ho intenzione di scegliere un po’ di questi libri e portarmeli a casa, a costo di infilarli tutti nella mia borsa a mano! Alla fine faccio una selezione di una decina di volumi interessanti, e decido per 4 di questi, uno su Joyce, uno su Oscar Wilde (come poteva mancare…) e due biografie di Nora, una l’ho trovata sul grande tavolo vicino allo scaffale dedicato a Joyce, l’altro è uno di quelli che avevo visto in vetrina e che una commessa molto gentile prende per me. Sono edizioni vecchie e ormai introvabili nelle normali librerie, e credo proprio che siano il regalo perfetto per festeggiare questo Bloomsday indimenticabile. Quando usciamo con in mano il sacchetto di carta che contiene i nostri acquisti sono certa di due cose: che Galway è una città fantastica, e che Charlie Byrne è un posto dove ritorneremo. Raggiungiamo il parcheggio dove abbiamo lasciato l’auto con un’ultima passeggiata in questa città così bella e vivibile, dove tutto sembra a misura d’uomo, dove nonostante non siamo in una metropoli non ci si sente nemmeno sperduti come in certi paesini isolati dal mondo, e dove lo sviluppo urbano e sociale non ti fanno comunque sentire soffocato dal cemento, dal traffico o dall’indifferenza generale come accade in molte grandi città moderne. Un posto ideale pieno di cultura, tradizioni, musica, gente, e dove c’è persino il mare. Davvero fantastico. La prossima volta resteremo qui sicuramente per più tempo, per goderci tutto ancora meglio. Usciamo dal centro in auto con facilità e raggiungiamo la N59 in direzione nord-ovest verso Oughterard, un piccolo villaggio non lontano da Galway situato sulle sponde del lago Corrib. Il B&B di stasera è il Riverwalk House (www.riverwalkhouse.com), che dopo una ventina di minuti di viaggio scopriamo essere effettivamente una casa bellissima con un grande giardino recintato, dove la signora Ann ci da il benvenuto con la solita cortesia irlandese. La nostra stanza è al primo piano, abbastanza grande e pulitissima, con un bel lettone vestito di un piumone bianco e cuscini decorati da fiorellini lilla, e sopra una trapunta dello stesso color lavanda dei fiorellini, davvero molto raffinato. Il bagno è molto piccolo, sembra quasi ricavato dallo spazio di un armadio, ma è perfettamente accessoriato e molto pratico, e la finestra affaccia sul giardino fiorito. Sistemiamo i bagagli e usciamo in cerca di un posto dove mangiare qualcosa, passeggiamo lungo il piccolo fiume che sembra più un ruscello dove diversi uccelli nuotano e cercano cibo, e arriviamo in centro in pochi minuti a piedi, è davvero comodo e piacevole non dover riprendere l’auto. Il villaggio è piccolo e carino, una fila di casette colorate si allunga lungo la via principale, non c’è molto aperto a parte i pub e noi ci infiliamo in uno dall’aria tradizionale dove servono ancora la cena. Ordiniamo pollo con salsa e verdure e salmone con patatine fritte, e due pinte di Guinness naturalmente. Il proprietario ci chiede subito di dove siamo e cosa abbiamo fatto oggi, e dove andremo nei prossimi giorni, e noi rispondiamo con piacere, ormai ci siamo abituati all’interesse degli altri per il nostro viaggio e saremmo rimasti sorpresi se non ci avesse detto nulla. Mangiamo in un’atmosfera tranquilla e rilassata, e ridiamo quando la cameriera vede la mia macchinetta digitale appoggiata sul tavolo e si offre spontaneamente di scattarci una foto insieme. Certo che la vogliamo una foto, questa è proprio una giornata da ricordare fino alla fine. Dopo cena Luca prende anche un Irish Coffee, irish-coffee.jpg molto buono, e alla fine ci accorgiamo che siamo rimasti gli ultimi nel locale, tutti hanno finito di mangiare e i tavoli sono già sparecchiati. Ci scusiamo spiegando che non ci eravamo resi conto che era un po’ tardi, in Italia d’abitudine la cena dura molto di più, ma il proprietario sorride tranquillo e dice di non preoccuparci affatto, possiamo stare quanto vogliamo, e si siede a cenare anche lui a un tavolo. Noi paghiamo e salutiamo, e rientriamo a piedi al Riverwalk House. La porta d’ingresso è aperta naturalmente, saliamo le scale coperte di moquette blu chiaro ed entriamo nella nostra stanza senza fare rumore. Anche questa lunghissima giornata è arrivata alla fine, e ci mettiamo a dormire stanchi per le moltissime emozioni vissute. L’Irlanda ci sta veramente regalando moltissimo, è un paese straordinario dove ogni momento può diventare magico e vorremmo che il nostro viaggio non finisse mai.

PS scritto dopo a casa: la signora Ann la mattina seguente, dopo che le avevamo raccontato della nostra giornata a Galway a casa di Nora, ci aveva indicato un paio di probabili riviste locali nelle quali provare a cercare l’articolo di quella giornalista su Bloomsday, ma alla fine è stato internet ad aiutarci ancora, facendoci trovare qui quello che cercavamo – siamo finiti nientemeno che sulla pagina della cultura dell’Irish Times ! Questo sì che è un souvenir di viaggio…

4 Comments

  1. Insomma, non c’è che dire, leggere i tuoi resoconti mi fa capire che nel mio viaggio in Irlanda non ho colto molti aspetti che mi avrebbero fatto piacere ancora di più quella terra.
    Ti si legge d’un fiato ed è tutto molto piacevole! Bravissima :o)))
    Girare l’Irlanda con i mezzi pubblici, come abbiamo fatto io e Francesco, è fattibile ma non comodissimo. Avere un’auto ti concede tempi più rilassati. Non so quando, ma tornerò in Irlanda, portando Lonely Planet + Racconti Xis :))) Un bacione!

  2. Ciao Simo!!! :o))
    Grazie mille delle tue parole così gentili, mi fanno tantissimo piacere! ;o)))
    Sono contenta che il mio racconto di viaggio ti sembri un minimo valido, ci tenevo tanto a dare almeno un pò l’idea di quanto è speciale quella terra e solo qualcuno che l’aveva già vista poteva darmi un giudizio credibile in questo senso. ;o)
    La vostra scelta del fly+bus era molto personale e sicuramente stimolante, ma come ti ho già detto… sono troppo vecchia per certe cose! :o))
    Era già abbastanza cambiare B&B ogni sera…. non ce l’avrei mai fatta a trascinarmi una valigia da un bus a un altro per tutto il tempo… per piccola che potesse essere! :oDDD
    E poi a me piace sempre studiare un itinerario abbastanza definito fin da casa, per non perdere le cose che proprio ci tengo a vedere, quindi un’auto è spesso l’ideale per spostarsi in questo tipo di viaggio. Avrei solo voluto avere altri giorni per continuare a girare e vedere le molte altre meraviglie che ci siamo persi…. Vorrà dire che sarà per la prossima volta!
    Perché anche noi ci torneremo in Irlanda, questo è certo. :o)
    Anche se non so se ricompariremo mai sull’Irish Times…!!!!
    Che sorpresa quando lo abbiamo letto….! E’ stata una giornata incredibile quella passata a casa di Nora, e quell’articolo è stato davvero la ciliegina sulla torta! ;o)
    Solo un paese speciale può fare regali così generosi…
    Un saluto a voi e a prestissimo!
    Abbracci grandi,
    Xis e Luca

  3. Luca

    Sempre affascinanti i tuoi racconti su questo viaggio indimenticabile che speriamo di fare presto anche noi.

    Tra l’altro non sapevamo di conoscere delle “celebrities” che appaiono addirittura sui quotidiani nazionali!

    Buona Sardegna a voi.

    Un abbraccio.

    Luca e M. Luisa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *