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Mercoledì 1 gennaio: Dachau – Alte Pinakothek – Neue Pinakothek

Ed eccoci nel 2014. Dopo lo spettacolo dei fuochi d’artificio a cui abbiamo assistito per oltre un’ora dalla nostra finestra, ieri sera, stamani ci alziamo un po’ più tardi, come tutta la città. Facciamo la prima colazione dell’anno in una lounge affollata e assonnata, quindi scendiamo in garage a prendere la macchina diretti verso la prima meta di oggi: Dachau. Non potevo venire qua e non andarci. Il mio primo viaggio in Germania doveva necessariamente comprendere una visita a un luogo come questo, o non avrebbe avuto senso neppure partire. Ci si arriva in neanche mezz’ora seguendo i cartelli stradali, che però non parlano mai chiaramente del Campo, solo del paese dove sorge un antico castello. Avevo letto della scarsa segnaletica al riguardo e ho preso informazioni: si deve seguire l’indicazione “KZ Gedenkstätte Dachau”. Quello è il luogo esatto dove siamo diretti in questa prima mattina del nuovo anno, silenziosa, fredda, e bianca come un fantasma.

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C’è un grande parcheggio vicino all’ingresso del centro visitatori e resto sorpresa di vedere che già diverse auto sono arrivate fin qua in questo giorno così particolare. Credevo che non lo avrebbero scelto in molti come prima meta dell’anno, ma evidentemente mi sbagliavo. Devo controllare l’emozione, che comincia a farsi sentire con una certa intensità: alla fine ci siamo, stiamo per entrare e vedere con i nostri occhi quello che è accaduto qui. Cerco di restare calma, non voglio cedere e scappare di fronte all’orrore. Voglio provare a vedere tutto invece, a camminare attraverso i resti dell’inferno che questo posto è stato per oltre duecentomila innocenti, e toccare con mano una delle cicatrici più orribili della storia dell’Uomo moderno. Non per provare qualcosa a me, ma per rispetto di tutti coloro che qui hanno terminato il loro viaggio nella maniera più folle che sia mai stata concepita.
Siamo qui per testimoniare che non sono stati dimenticati. Perché finché resterà la Memoria loro saranno vivi, e la loro lezione non sarà andata perduta.
E’ l’unica cosa che ci hanno chiesto. L’unica che ormai possiamo fare.

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L’ingresso è gratuito, ma si può prendere un’audio guida a 3,50€ con la quale seguire tutto il percorso di visita. Prendiamo le nostre, e ci avviamo.
Una mappa esposta fuori dall’ingresso disegna il Campo in tutta la sua assurda planimetria, dettagliandone ogni singola area in base allo scopo per il quale fu metodicamente progettata. Più che la pianta di un complesso di prigionia sembra la mappa di un villaggio, un paese intero con edifici e strade, zone di lavoro e zone di detenzione, aree di attività e luoghi di morte. Un assurdo micro-mondo ricostruito in ogni dettaglio, ritagliato via dal mondo reale.

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Dachau fu il primo campo di detenzione e lavoro costruito dai tedeschi e divenne poi il modello di campo di sterminio per tutti quelli che furono costruiti in seguito in Germania e in molti altri paesi d’Europa. Ci si dedicarono con cura meticolosa.
Vi si accede attraverso il Jourhaus, l’edificio di guardia principale con la torretta e l’arco d’ingresso chiuso dal tristemente famoso cancello di ferro, rimasto ancora oggi esattamente com’era e dov’era nel marzo del 1933, quando le porte del Campo cominciarono a spalancarsi per inghiottire migliaia di prigionieri catturati dalle SS in tutta Europa.

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Non ci sono le parole per dire che esperienza è questa. Che cosa si prova ad attraversare quel cancello di ferro che per decine di migliaia di persone fu l’ingresso per l’inferno, l’estremo confine della realtà conosciuta, l’ultima trasparente menzogna. Quella porta che, chiudendosi, tagliò fuori tutti coloro che rimasero dentro dal novero degli esseri umani.

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Una delle prime cose di cui ci si rende conto è la dimensione reale di ciò che ad un tratto abbiamo di fronte. Il Campo è grande. Molto grande. Il primo impatto suscita una sensazione di smarrimento, e di assenza.

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Il piazzale dell’adunata è immenso, e silenzioso. Ci sono persone in giro, visitatori che camminano lenti da un edificio all’altro, ma la sensazione prevalente è che quello sia uno spazio completamente vuoto. Non c’è più nulla, qui.

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Una traccia di quello che c’è stato ce la illustra il Memoriale Internazionale, composto di diversi monumenti creati da artisti sopravvissuti al Campo che con la loro opera hanno voluto testimoniare l’orrore vissuto. La prima parte è costituita da un muro basso e lungo coperto di scritte in molte lingue, che sottolineano l’importanza della Pace tra i popoli. Più avanti lungo un vialetto troviamo una scultura in rilievo fatta di triangoli colorati uniti da grosse catene, simbolo delle stelle di vario colore che i prigionieri erano costretti a indossare sui loro abiti per permettere un’identificazione immediata del loro “reato”.

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In fondo, lungo un marciapiede in discesa che porta verso il punto più basso del campo, sia fisico che metaforico, si erge la grande scultura commemorativa di Nandor Glid in cemento e ferro, che rappresenta una sintesi esatta del Campo, con pali di recinzione, filo spinato, fossati, e sagome umane consunte e nere che si gettano verso la morte in un ultimo gesto di muta disperazione. Un’immagine potente e drammatica, carica di dolore ma anche di pietà. Non c’è spettacolarizzazione, non c’è accusa diretta né autocommiserazione, in quest’opera. Solo verità, necessità di testimoniare. Volontà di rivelare almeno una parte di quello che, chi non era qui, non potrà mai comprendere del tutto.

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Nell’ultima parte del Memoriale troviamo l’urna di pietra che contiene le ceneri del prigioniero sconosciuto, simbolo di tutti i prigionieri uccisi e cremati a Dachau, e il muro con le parole MAI PIU’ scritte nelle principali lingue europee. L’ultima riga, è in Yiddish.

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Tutto intorno, riconosciamo la sagoma terribile della rete di recinzione fatta di filo spinato elettrificato, con le torrette di muratura dalle quali i soldati di guardia sparavano a vista a chiunque si avvicinasse a meno di 2 metri dalla rete. Ci sono le lampade, i pali di cemento, il fossato, le sbarre mobili per il passaggio dei soldati e delle colonne di prigionieri spostate ogni giorno verso i luoghi dei lavori forzati. E’ tutto esattamente come lo conosciamo dai racconti dei sopravvissuti e dalle fotografie del tempo. Ogni cosa è così esattamente al suo posto da sembrare il set di un film abbandonato dopo le riprese. Solo che questo non è un film. Quella che abbiamo di fronte è la vera recinzione che 80 anni fa segnò il confine tra mondo reale e inferno per decine di migliaia di innocenti. Per molti, che non riuscirono a sopportare l’assurdo intollerabile di questo luogo, fu fisicamente il limite ultimo della vita.

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Non ci sono più le guardie sulle torrette, adesso, e ci possiamo avvicinare quanto vogliamo a quella rete spettrale che ha cambiato per sempre la percezione globale del comune filo spinato. Eppure, non riusciamo ad allungare la mano per toccarla.

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Alle spalle del monumento di Nandor Glid c’è l’Edificio di Manutenzione, che oggi è diventato il Museo dove sono state ricostruite la storia e l’evoluzione del Campo, con la sua dettagliatissima organizzazione interna.

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Qui si possono ancora visitare le stanze di arrivo dove i prigionieri ammassati come animali dovevano spogliarsi nudi e lasciare tutti i loro beni. In queste sale contigue venivano meticolosamente registrati dai militari delle SS e poi fatti lavare, rasati, tatuati col famigerato numero, ed infine forniti dei pochi oggetti in dotazione e delle tristi divise a strisce, cenciose e sottili, completamente inadeguate al clima rigido di questa zona. Un senso di assurdo aleggia in queste stanze vuote e silenziose, mentre i visitatori che sono con noi si guardano intorno con aria incredula. E’ accaduto tutto davvero, qui, dove passeggiamo noi adesso.

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Le sale del museo hanno ancora la disposizione originale, e gli allestimenti esposti seguono cronologicamente la storia del Campo stesso. In queste stanze sono state raccolte le testimonianze di parte di coloro che sono passati di qui e che non ne sono mai più usciti. Oggetti, divise, suppellettili quotidiane, libri, documenti, foto. Gigantografie appese ovunque, dalle quali occhi muti e scuri raccontano storie di intere famiglie, di gruppi, di etnie, tutti diversi e tutti accomunati dalla stessa terribile sorte. La voce dell’audio guida ricostruisce storia per storia con esattezza, mentre passiamo davanti a grandi pannelli dai quali ci fissano volti scavati e sofferenti, gruppi di uomini macilenti e infreddoliti, donne rasate vestite di abiti informi, visi di bambini in cui spiccano solo occhi immensi, incapaci di comprendere. Le loro storie sono tutte diverse, eppure loro sembrano ormai tutti uguali, tutti ugualmente affamati, terrorizzati, inerti. Privati di qualunque dignità, di qualunque volontà, di ogni traccia residua di umanità. Totalmente spersonalizzati. Eppure, basta fermarsi un momento a guardare dentro quegli occhi muti che ci fissano dal passato, per rendersi conto di non aver mai incrociato sguardi così profondamente e completamente umani.

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Il museo è la tappa più lunga di questo percorso nel passato, quella che ci da la dimensione reale dell’immensità di questa tragedia. Lì comprendi che non avere nessuna risposta di fronte a quegli occhi è la cosa più difficile con la quale hai a che fare quando sei qui. Con la quale dovrai avere a che fare per tutto il resto del tempo.
In alcune sale quello che c’è da sentire e da vedere è troppo, non ce la posso fare. Spengo la voce e proseguo in silenzio. Non c’è bisogno di molte parole, in certi casi.

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Accanto al museo si trova il blocco delle prigioni, detto Bunker, una struttura composta di minuscole celle nelle quali venivano rinchiusi e torturati i prigionieri speciali, i ribelli, i religiosi, o quelli che potevano rappresentare un pericolo secondo le guardie. Questo è davvero qualcosa a cui non avrei mai pensato, e che ben rappresenta il livello di incredibile follia raggiunta qui: un carcere all’interno di un campo di prigionia.

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Attraversiamo l’immenso piazzale dell’adunata, vuoto e gelido, e ci dirigiamo verso lo spazio nel quale sorgevano gli alloggi dei prigionieri, le famose baracche di legno, che furono costruite da loro stessi secondo regole e indicazioni dettagliatissime. Oggi sono visibili solo 2 edifici di legno, che però non sono originali. Il Campo venne quasi raso al suolo nelle settimane precedenti la liberazione nel tentativo maldestro di cancellare le tracce dell’orrore, e nulla era rimasto di quelle due file da 17 baracche ciascuna la cui costruzione costò la vita a molti prigionieri della prima ora. In seguito ne sono state ricostruite due esattamente com’erano, sulle fondamenta originali, seguendo le indicazioni ritrovate nei registri e, soprattutto, le testimonianze dei sopravvissuti.

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Le stanze lunghe e strette, le file dei letti a castello di legno con i giacigli di paglia, gli armadietti, i tavoli con i miseri sgabelli, le finestre piccole e buie, tutto da tenere perfettamente ordinato e immacolato. Entrare dentro fa paura, fa sentire immediatamente prigionieri, viene voglia di uscire in fretta.

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Poi guardi il piazzale fuori dalla finestra, gelido e desolato come un deserto di morte, e non sai più se sia peggio stare dentro o uscire fuori.

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Una delle più famigerate tra le 34 baracche distrutte, posizionata nella fila di destra lungo il viale di pioppi, era quella adibita a ospedale e laboratorio medico sperimentale, genericamente indicata sulla mappa come Infermeria. Un altro nome falso, un’altra parola completamente snaturata nel suo significato primario, in questo luogo dove la realtà si disperse e la ragione si frantumò in schegge di follia. In quella baracca, di cui resta solo una traccia sul suolo scuro e ghiacciato, furono perpetrate alcune delle atrocità più innominabili e vergognose del XX secolo. Non ci sono abbastanza fiori, sulla Terra, per alleviare quel dolore.

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Percorriamo il viale alberato fino in fondo, nell’aria fredda e immobile che fa scricchiolare la ghiaia, e raggiungiamo una zona diversa, sistemata solo molti anni dopo la Liberazione. Qui, per ricordare e onorare le vittime di questa tragedia, dal 1960 in poi sono state costruite 5 strutture in rappresentanza delle diverse religioni professate dai prigionieri. Visitiamo la cappella cattolica, il convento dei Carmelitani, la chiesa protestante, la cappella russo-ortodossa e il memoriale ebraico. Edifici simbolici innalzati per ricordare coloro che qui incontrarono la morte, e per i quali nessuna preghiera, in quei giorni, valse la salvezza. Un tentativo postumo di riportare Dio dentro a questo luogo inghiottito dalle tenebre.

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Le piccole chiese sono belle, e commoventi; si ha la netta sensazione che la loro presenza qui, per quanto tardiva, sia necessaria. Sorgono in una zona ampia, proprio dalla parte opposta del Museo, lungo l’asse verticale del viale che divideva simmetricamente le file delle baracche, come a tentare di riequilibrare in qualche modo il buio di quell’orrore con lo splendore della luce divina. Eppure si sente che sono diverse, come più leggere, e nuove, non integrate al resto del Campo. Sono arrivate dopo, quando tutto era già stato.
Più che sollievo, suscitano pietà, voglia di riflessione, ammonimento.

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Dopo i memoriali religiosi, forse non a caso, l’itinerario tocca l’ultimo punto del percorso previsto, il più difficile da affrontare. La Baracca X.
Costruita in una zona fuori mano, seminascosta nella parte posteriore del Campo, vietata di fatto anche alla maggior parte di quei prigionieri che non furono obbligati a lavorarci, era la costruzione che comprendeva la sequenza di ambienti più atroce che sia stato possibile immaginare in questo luogo già infernale, l’orrore degli orrori: lo spogliatoio, la camera a gas e i forni crematori. Se ciò che abbiamo visto finora, per quanto brutale, poteva essere in qualche modo classificabile dalla nostra mente come l’atrocità tipica di un regime di prigionia particolarmente duro, quello che abbiamo di fronte adesso traghetta questo luogo direttamente nell’abisso del disumano. Qui, davanti a qualcosa di tangibile che è difficile da concepire perfino in maniera astratta, come per uno strano effetto di ribaltamento della realtà tutto diventa surreale, e incredibile. L’assurdo si espande e si ingigantisce a tal punto che il cervello fatica a misurarne i confini, e a incasellarlo nella sezione realtà. Non credi a quello che vedi, letteralmente. Non può essere vero. Invece lo è.

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Quest’ultima parte della visita è la più dura. Bisogna cercare di guardare senza sentire. E non è facile. Perché qui tutto parla. Interroga. Grida. Un grido muto e immobile, infinito, che ti arriva dritto dentro al cuore. Come è stato possibile, questo?
Lo attraversiamo come fantasmi, in silenzio, con la sensazione di non riuscire a far stare tutto dentro agli occhi. Ma anche consapevoli che quello che vediamo noi oggi non è altro che una sottile ombra. L’orma scura lasciata sul terreno dal passaggio della Storia. Misurare l’enormità della prova che quegli uomini e quelle donne furono costretti ad affrontare ridimensiona il nostro compito di viaggiatori nella Memoria, e ci restituisce il coraggio di continuare, e di fare quello che siamo venuti a fare: conoscere, per non dimenticare.

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E così sarà. Non potrò dimenticare nulla di quello che ho visto qui, ma più di tutto ricorderò: il gelo, che copriva di un bianco opaco tutto quanto, alberi, edifici, viali, recinzioni, perfino l’aria scricchiolava di ghiaccio. Il silenzio, che stagnava nell’aria fredda nonostante un numero notevole di visitatori che continuavano ad arrivare. Il vuoto, che era dappertutto in questo spazio enorme così esattamente progettato, così follemente organizzato, così irreparabilmente segnato dall’assenza. Qui c’è stato qualcosa che ora non c’è più. Ci sono stati esseri umani di cui non resta più nulla, neppure lo spirito. Rimane solo la Memoria.

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Ecco perché si viene fin qui.
Per salvarli. Per portarli per sempre via insieme a noi, quando attraversiamo nuovamente quel cancello maledetto che osa sporcare con la sua bieca menzogna la parola più importante di tutte – Libertà – e torniamo nel mondo reale, lasciando l’inferno al passato a cui appartiene.

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Guidiamo lentamente fino all’hotel, per smaltire le forti emozioni accumulate e tornare gradualmente al presente. Questa visita ha lasciato un segno dentro di noi, una piccola cicatrice che ritroveremo intatta ogni volta che torneremo a sfiorarla col dito.
Dopo tutto, è questo il compito di un viaggio. Anche di un viaggio nella Memoria.

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Lasciamo l’auto in garage e prendiamo la U-bahn per raggiungere il centro. Timbriamo il ticket valido 3 giorni e scendiamo a Theresienstrasse, dove si trovano le pinacoteche che vogliamo visitare oggi. Ci accorgiamo che in effetti è abbastanza tardi, perché la visita del Campo è durata più del previsto, ma ce la possiamo fare.Dopo tanto orrore, abbiamo bisogno di ammirare un po’ di vera bellezza, di avere una prova che ci sono stati anche uomini capaci di cose straordinarie, oltre ai mostri.
Facciamo il biglietto combinato per l’ingresso a 2 musei in un giorno e cominciamo con la Alte Pinakothek, la Pinacoteca Vecchia,  dove sono conservate opere dal Medioevo all’Ottocento circa. Non è enorme, ha solo due piani, ma l’edificio è notevole, e anche la collezione è di quelle davvero preziose. Tra le tante meraviglie ammirate, tre opere su tutte resteranno nella mia memoria per sempre: Giotto, con una presella di legno sulla quale è raffigurata un’Ultima Cena simile a quella della Cappella degli Scrovegni , un piccolo gioiello. I colori, le forme, la composizione, la vivacità, l’emozione, ogni volta si guarda Giotto con lo stesso stupore, e non si finisce mai di chiedersi dove riuscisse a trovare quella grazia assoluta.

G

L’Autoritratto come Cristo di Dürer, bellissimo! Scuro, misterioso, con lo sguardo vivo e la mano destra in luce, a enfatizzare gli strumenti primari del pittore, ma anche un volto intenso, simbolico, i capelli lunghi sulle spalle, la veste ricca perfettamente dettagliata. Uno degli autoritratti più affascinanti che abbia mai visto.

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La Sacra Famiglia Canigiani di Raffaello, una tavola magnifica in cui la Sacra Famiglia al completo è raffigurata in un’atmosfera informale, dolce, piena di affetto e di unità grazie a un perfetto gioco di sguardi, e dove, ancora una volta, su tutto domina la bellezza di una delle incomparabili Madonne di Raffaello, così sacre e vive allo stesso tempo.

R

Oltre a questa, tutta la sala italiana ospita opere di assoluto rilievo, con Guido Reni, Tintoretto, Lippi, Botticelli, Ghirlandaio, Veronese, c’è perfino una Madonna con Bambino del giovane Leonardo. E tra i non italiani, tanto Rubens, alcuni straordinari ritratti di Rembrandt, e due meraviglie di Pieter Bruegel per il quale ho un debole personale.
In una sala dedicata all’arte francese, il Compianto sul Cristo morto di Poussin ci mette davanti agli occhi il corpo grigio e scarno di un Innocente disteso a terra, nudo, martoriato, posato tra le braccia di donne disperate e impotenti davanti all’accaduto. Non c’è immagine più esatta e universale di questa, per dire il dolore di Dachau.

P

Attraversiamo il prato ed entriamo nel palazzo di fronte, la Neue Pinakothek, dove possiamo girare con più calma visto che il mercoledì chiude alle 20. Qui la collezione va dal Settecento al Novecento, è esposta tutta su un unico piano, e comprende pezzi di notevole interesse. David, Canova, Böcklin e i romantici tedeschi, e poi gli Impressionisti con Monet, Pissarro, Sisley, Seurat, oltre a opere di Manet, Gauguin, Klimt. Uno o due pezzi di ognuno, a volte tre, poca roba ma buona. Anche qui, alcuni quadri su tutti: Monet con il Ponte ad Argenteuil, la struttura fantastica di metallo e pietra, le barche, l’acqua e il cielo che ci si specchia dentro, l’immagine un po’ sfumata, vaga, e quella incredibile sensazione di aria fresca, come se pittura en plein air volesse dire che ti doveva sembrare proprio di respirarla, l’aria fresca, quando guardavi il quadro.

E

Cézanne, o la geometria applicata alla frutta. Natura morta con comò lascia a bocca aperta, una meraviglia. La composizione è originale, il punto di vista rialzato stupisce, l’equilibrio dei colori tra oggetti e frutti incanta, il tratto è quello inconfondibile del Maestro. Lo sfondo è spezzato e contrastato nelle cromie, e il comò diventa co-protagonista di una delle nature morte più vive che mi sia capitato di vedere.

E

Manet, con la sua seconda colazione più famosa dopo quella sull’erba, la Colazione nell’atelier. Uno splendore. Un ambiente piuttosto tradizionale, una luce uniforme, tre personaggi misteriosi che si ignorano l’un l’altro in questa stanza dove il pranzo è appena terminato e ognuno rincorre i propri pensieri incurante degli altri. Dettagli insoliti uniti a elementi classici creano un’atmosfera dal fascino unico: armi e corazze lucenti posate su una sedia, porcellane e vetri sparsi sulla tovaglia, bianca del bianco di Manet, il suo colore fondamentale, una buccia di limone arricciolata alla maniera dei fiamminghi, una cameriera fatta solo di grigi che sembra di metallo come la caffettiera che porta in mano, ma diversa dal grigio della nuvola di fumo che sale dalla sigaretta e da quello della parete che delimita lo sfondo. Al centro, Leon, il figliastro di Manet (suo fratello? mistère…), un giovanotto bellissimo e altero, elegante, appoggiato con noncuranza alla tavola apparecchiata, la mano in tasca, lo sguardo altrove, la posa ardita. Ma questo ritratto non ha niente di tradizionale, l’inquadratura originale tagliata all’altezza delle gambe lo rivela immediatamente. Leon è giovane, e moderno: è la nuova borghesia, la nuova società, il nuovo mondo che sta spodestando quello vecchio. Indossa una giacca di velluto nero, ha vicino un gatto nero, forse lo stesso della bella Olympia, ed entrambi sono di un nero totale, l’altro colore caratteristico di Manet insieme al bianco, quello che lo allontana dai canoni Impressionisti facendo di lui un artista atipico e unico. Due non-colori difficilissimi da usare eppure sempre perfetti nelle sue opere, ispirati ai maestri spagnoli ma utilizzati in maniera personale, capaci di esprimere con largo anticipo la sensibilità dell’artista moderno e contemporaneo. Un’opera bellissima.

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E poi, Van Gogh. Il più stupefacente di tutti. Con una delle sue incredibili versioni dei girasoli, ma soprattutto una Campagna presso Auvers in cui un cielo carico di grosse nuvole riflette le sue infinite sfumature di turchese su tutta la campagna tingendo tutto quello che incontra, coltivazioni, alberi, sentieri, case, e in cui l’immenso campo di grano in primo piano si trasforma in un inquieto mare fatto di onde in eterno movimento. Una marea azzurra in cui ci si perde completamente in un attimo.

E

Infine, la Veduta di Arles, quella con gli alberi blu in primo piano. Un’opera straordinaria, unica per forza espressiva e originalità. Un punto di vista insolito e sorprendente, che rivela la capacità di questo artista eccezionale di spiare la natura, osservarla, ascoltarla, e comprendere il suo arcano messaggio. Chiuso nella sua prigione, che fosse il manicomio, la povertà o la solitudine non ha importanza, attraverso le sbarre verticali della sua gabbia trasformate in tronchi d’albero blu, Vincent osserva il mondo esterno, e lo legge a modo suo, lo colora a suo piacimento, ne decifra segreti che solo lui riesce ad afferrare. Lo vede, ma non sempre gli è dato di raggiungerlo, di viverlo fino in fondo. Allora, lo dipinge.
Tra tutte le opere ammirate stasera in queste due bellissime pinacoteche, questa è quella che vorrei portarmi a casa. L’ultima forte emozione di questa prima giornata dell’anno, cominciato in maniera decisamente intensa.

E

16 giugno, 2014 in Viaggi. Commenti: nessuno

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