Mercoledì 2 – giovedì 3 ottobre 2019: London

Eccoci di nuovo qui agganciati al sedile, su un aereo BA diretto verso quella che è la destinazione più giusta per me. Il volo è perfetto, la temperatura è fresca finalmente ,dopo il caldo che da noi non vuole passare, e l’arrivo ai nostri Studios2Let intorno alle 23 (Greenwich time) avviene all’orario previsto: atterraggio a Heathrow dopo le 21, poi Piccadilly Line fino a Russell Square a prendere le chiavi della stanza all’agenzia aperta 24h e un’ultima passeggiata fino a North Gower Street, dove si trova la camera e dove la reception locale chiude invece alle 19. Andiamo a dormire stanchi ma felici, e carichi di aspettative per domani.
La mattina iniziamo il nostro giro con la colazione dai nostri amici di Speedy’s, vicinissimi al nostro alloggio e ormai tappa irrinunciabile per noi che siamo Sherlock fan. In effetti abbiamo anche una mini cucina in camera, ma abbiamo deciso di non usarla per questa volta e di prendere tutti i pasti fuori, visto che abbiamo sempre programmi che si protraggono fino a tardi la sera.

Finita la prima full English del viaggio ci rimettiamo in moto e raggiungiamo il Sir John Soane’s Museum a Holborn (per il quale abbiamo un timed ticket alle 10,45), uno dei piccoli gioielli nascosti di questa infinita città che è un vero e proprio mondo a se’.

L’ingresso al museo è Free e vale decisamente una visita se si è un minimo appassionati di architettura e archeologia. Di fatto si tratta di visitare la casa nella quale viveva e lavorava Sir John Soane, uno dei più importanti architetti pre-vittoriani che ha contribuito a dare forma alla Londra del suo tempo. In questo edificio (non troppo grande, per questo serve un biglietto a tempo per evitare che una folla eccessiva invada i locali) il famoso architetto ha accumulato tesori e oggetti da collezione durante tutta la sua vita, che conservava con cura e mostrava ai suoi studenti durante le sue lezioni perché li potessero toccare con mano o disegnare dal vero. Fantastiche urne romane perfettamente conservate, colonne, capitelli, sculture sacre o celebrative greche e etrusche, fregi, decorazioni in pietra, marmo e gesso, copie di statue famose (c’è un Apollo del Belvedere!) monete, calchi di camei, mobili, quadri di Hogarth e Canaletto, c’è di tutto, raccolto ed esposto in maniera fantastica (no pics allowed, sorry).

Ma il pezzo forte è certamente il sarcofago in pietra del Faraone Seti I, figlio di Ramses I e padre di quel Ramses II che divenne il faraone più potente e influente della storia d’Egitto. Un pezzo straordinario di livello altissimo che farebbe la sua bella figura persino al British Museum. In effetti il British ebbe occasione di acquistarlo, ma il costo era così alto che i fondi non poterono essere destinati tutti a questo reperto, così i gestori del museo rinunciarono. Allora Sir John disse: “ok, lo prendo io”.

Un sarcofago grande e molto profondo, completamente decorato dentro e fuori con meravigliosi pittogrammi che richiamano il viaggio dell’anima del faraone nel mondo dei morti (anche se al tempo non era stato ancora possibile decifrarli, visto che la Stele di Rosetta non era ancora stata trovata). Per farlo entrare in casa si dovette aprire la cupola in vetro del tetto sulla parte posteriore dell’edificio e calarlo giù piano piano con corde e assi di legno, col rischio di danneggiare sia lui che i preziosi pezzi già esposti in questo spazio magnifico. Naturalmente, tutto andò bene. E ora eccolo qui esposto a casa di Sir Soane, bellissimo e misterioso, un pezzo che ha oltre 3000 anni sistemato in uno spazio verticale stupendo a oltre 3000 km da casa sua. Da solo vale il viaggio fino a questo incredibile museo. In effetti Sir John può essere considerato l’inventore dell’idea stessa di museo come luogo dove esporre e mostrare le antichità e le opere d’arte (wow! thanks Sir Soane!), e la sua Dulwich Picture Gallery è ormai considerata dagli architetti mondiali il primo vero museo d’arte pubblica in un edificio progettato proprio a questo scopo.

I bellissimi archi alti e stretti, definiti da molti goticizzanti, che decorano la facciata della casa divennero un segno distintivo del suo lavoro che si ritrova in molte sue opere, prima fra tutte la famosa sede della Bank of England, e sono il segno caratteristico della sua personale visione evoluta delle linee neoclassiche così in voga ai suoi tempi. Gli interni della casa sono fantastici per il modo in cui si passa da un ambiente all’altro come in un labirinto, un mondo a parte fatto di grandi stanze con archi e vetrate, soffitti decorati da affreschi e specchi convessi alle pareti (bellissimi! lo voglio anch’io uno in casa!), scale, mezzanini, salotti arredati con raffinatezza e molta luce naturale. Più che una casa è davvero un laboratorio di architettura in divenire, nel quale Sir Soane fece scuola a tutta una nuova generazione di architetti. Una visita che mi è piaciuta moltissimo.

La seconda tappa del giorno è vicino a Piccadilly, il Faraday Museum, presso il Royal Institution. Perché mio marito è un fan della scienza, e perché non si possono vedere solo quadri e sculture…

Gratis anche questo, si entra dalla stessa porta per la quale entrano quelli che lavorano qui da oltre 200 anni, si scende una scala e si prende un corridoio, e si comincia la visita a grandi teche perfettamente ordinate nelle quali sono esposti oggetti (per me un po’ misteriosi, ma molto affascinanti) che hanno cambiato la storia della Fisica umana.

Ci sono sezioni che trattano di chimica, elettromagnetica, elettricità, biologia, comunicazioni, spettrografia, fisica. La cosa straordinaria qui è che tutti gli oggetti presenti sono il PRIMO esempio nel loro genere: la prima pila che Volta in persona aveva regalato a Faraday, il primo strumento creato da Faraday per dimostrare l’esistenza dei campi magnetici e teorizzare le leggi fondamentali che li regolano, il primo strumento che ci ha spiegato perché il cielo è blu, la prima lampada di Davy, che ha salvato la vita a migliaia di minatori e che abbiamo visto all’opera nei pozzi di carbone gallesi e inglesi, e così via.

Oggetti stranissimi occhieggiano dalle teche illuminate, barre di metallo, corde, alambicchi, bolle di vetro soffiato, pesi, ampolle, calibri, polveri colorate, strumenti che sembrano così antichi da non poter avere niente a che fare con la scienza moderna e che invece sono alla base di scoperte divenute fondamentali.

C’è addirittura il laboratorio magnetico di Farady completo, così com’era quando lui ci lavorava, e la cosa straordinaria è che non è una ricostruzione. È proprio quello vero, e si trova nell’esatto posto in cui si trovava quando lui ci lavorava.

Proprio di fronte alla stanza storica si trova anche un modernissimo laboratorio di ricerca con strumenti che indagano sulle nanotecnologie, tanto per mostrare dove siamo arrivati partendo da ampolle di vetro, rotoli di corda e pezzi di metallo.

Al piano di sopra ci sono le biblioteche e le stanze di studio, e un bellissimo teatro semicircolare in cui gli scienziati tengono le loro lezioni e le dimostrazioni sulle loro scoperte. Che sono molte e frequenti, pare.

Ben 14 premi Nobel sono entrati e usciti da questo edificio di Albemarle Street, e hanno contribuito a disegnare il nostro mondo così come lo conosciamo oggi.

Usciti dal museo proseguiamo fino dietro al palazzo, in Bond Street, per fare un saluto alla panchina sulla quale le belle statue in bronzo di Churchill e Roosevelt siedono vicine, due uomini sorridenti e rilassati che paiono chiacchierare come due amici qualunque, e che invece sono tra i creatori del mondo occidentale moderno. È confortante e rassicurante sedersi per un po’ in mezzo a personaggi di questo calibro, in questi tempi oscuri in cui i leader politici di tutti i maggiori paesi mondiali fanno a gara a chi è più ottuso e incapace. Si riesce quasi a credere con un po’ più di convinzione che la loro lezione è sempre qui, sopravvive al di là di loro, e ci potrà essere utile ancora una volta.

Da Bond Street scendiamo giù e infiliamo St James’s Street e arriviamo nel posto dove facciamo la terza visita di oggi: James J Fox. Un posto incredibile, dove davvero noi non abbiamo nessun motivo per entrare tranne la nostra ammirazione per questo negozio che è un vero e proprio gioiello storico. Semplice e quasi dimesso all’esterno, con due vetrine piccole e una tenda che lo ripara dal raro sole e dalla pioggia frequente, questo è uno dei negozi più antichi di Londra e il negozio di tabacco più antico del mondo, aperto nel 1787.

Qui alcuni tra i fumatori più famosi della storia hanno acquistato sigari, sigarette e tabacco, compresi lo stesso Sir Winston Churchill, Oscar Wilde, tutti i membri della famiglia reale e moltissime star del cinema, dello sport e della politica internazionale. L’interno del negozio è luminoso e ordinatissimo, elegante come un club di lusso, con vetrine che espongono confezioni rare di sigari, miscele di tabacco e bellissime pipe in legno e schiuma intagliate a mano, compresa una bellissima collezione dedicata a Sherlock Holmes. Sul fondo del negozio una doppia porta a vetri chiusa da una serratura isola un’intera sezione della stanza, dove su alcune semplici mensole sono conservate piccole scatole in legno con etichette colorate e bolli variopinti che contengono, in un ambiente dal microclima controllato, i sigari più preziosi disponibili al momento, proprio come fossero pezzi rari in una gioielleria. Incredibile.

Ma la parte più bella è al piano di sotto, in fondo a una piccola scala lungo la parete sinistra, che da accesso a una stanza chiamata ‘The Museum’. Qui, intorno a un grande tavolo ovale con al centro un grosso posacenere color sigaro (of course), i clienti possono sedersi e provare i vari blend di tabacco, confrontare sapori e profumi, caricare le loro pipe con i mille attrezzini necessari e scartare e assaggiare pacchetti di sigarette rare come fossero pregiate praline di cioccolato. Questo infatti è tra i pochissimi negozi in Inghilterra in cui la legge del No Smoking non è valida, purché si abbiano più di 18 anni.

Per quelli come noi che non fumano, la parte interessante è però intorno al tavolo, lungo le pareti della stanza, dove sono allineate delle vetrinette in cui sono esposti documenti e oggetti legati alla storia di questo luogo unico. C’è la foto autografata di Churchill con il suo immancabile Havana preferito in mano e c’è anche una scatola di questi famosi sigari nelle loro custodie originali. Ci sono ricevute di acquisto e statuette del leader politico, c’è uno dei suoi taglia-sigari originali che lui donò al negozio, e soprattutto, nell’angolo in fondo, c’è la sua poltrona, quella che lui usava quando veniva qui a comprare i sigari, dove si sedeva nell’attesa di essere servito o per cominciare subito a gustarsene uno. È una poltrona di cuoio ampia e un po’ sbiadita, consumata sui braccioli, molto vissuta e viva. Sembra lì in attesa che lui ritorni da un momento all’altro, per fare un nuovo acquisto.

Nella vetrina di destra ci sono anche i registri risalenti alla fine dell’800 in cui si legge il nome di Oscar Wilde vicino al conteggio dei suoi acquisti di tabacco e sigarette, perché come diceva lui, “Una sigaretta è il prototipo perfetto del piacere, è squisita e lascia insoddisfatti”. Pensare che lui in persona entrava da quella stessa porta dalla quale siamo passati noi poco fa per venire qui è una bella emozione, che invece mi soddisfa moltissimo.

Tra i pezzi più rari ci sono le collezioni vintage di pipe e tabacchi col marchio Robert Lewis (fondatore dell’attività), la pipa Bristol in vetro fatta a mano nell’anno stesso di apertura del negozio e la più antica scatola di Havana del mondo (che è anche la prima mai arrivata in UK). Con grande orgoglio sono appesi alle pareti i ben 7 Royal Warrants vantati da questo shop, selezionato dalla famiglia reale più e più volte come fornitore decennale ufficiale di Buckingham Palace di questo genere di articoli. Un luogo veramente carico di storia, seppur in un segmento così piccolo come quello di un personale piacere quotidiano.

E pazienza se, per noi che non indulgiamo, il fumo è solo un vizio dannoso il cui piacere è decisamente poco comprensibile. Non siamo qui per giudicare, ma per ammirare. E se piace così tanto a noi, a essere dei fumatori, camminare qui dentro deve essere come camminare nell’Eden. Non potendo prendere altro, acquisto una piccola bustina porta tabacco col marchio del negozio, vuota of course. Non posso venire via da qui senza comprare nulla, io che lavoro alla PoP.

Da Green Park riprendiamo la Tube fino a Queensway e risaliamo Bayswater Road fino a Leinster Terrace, dove facciamo un salto a fare una foto alla casa di JM Barrie. Da queste finestre, il suo Peter Pan volava sui tetti di Londra portando i suoi bambini sperduti fino alla magica Neverland.

In effetti Barrie visse e lavorò alla sua famosa opera teatrale (poi divenuta anche un romanzo) anche in un’altra casa qui vicino, proprio di fronte ai Kensington Gardens, che – udite udite – in questo periodo è in vendita: per la modica cifra di circa 8 milioni di sterline (e un po’ di polvere di fata) si può acquistare il sogno completo di arredi originali, dormire nel letto di Wendy e sedersi vicino alla grande finestra a bovindo della nursery che rimane sempre aperta, in attesa che Peter la attraversi in volo e atterri dentro alla stanza alla ricerca della sua ombra smarrita. Astenersi coccodrilli ticchettanti, adulti pomposi senza fantasia e miseri ex bambini ormai cresciuti.

In pochi passi entriamo poi in Hyde Park e lo attraversiamo lentamente, passeggiando immersi nel verde e nel silenzio ovattato degli alberi che tiene a bada il suono incessante della grande metropoli. Facciamo un piccolo late lunch a una caffetteria del parco, dove ci rifocilliamo e ci riposiamo un pò, quindi riprendiamo la passeggiata, oltrepassiamo la Lady Diana Memorial Fountain, con la sua acqua trasparente che non interrompe mai il suo infinito viaggio circolare, e arriviamo – needless to say – fino alla statua di Peter Pan, per un’immancabile visita a questo ragazzino che è senza dubbio trai i protagonisti della storia di questa città e della fantasia di molti di noi.

La statua fu donata al parco proprio da Barrie, che voleva che il modello per il volto di Peter Pan fosse uno dei suoi figli adottivi, Michael. Ma l’artista che la realizzò alla fine usò un bambino diverso per modellare i lineamenti di Peter, il che lasciò Barrie piuttosto deluso e scontento. La statua fu comunque sistemata nel parco una notte di Aprile del 1912, senza avvisi né notifiche, e il giorno dopo i bambini di Londra scoprirono con sorpresa che Peter Pan era atterrato davvero lungo la Serpentine con i suoi amici, come accadeva nel libro di avventure che conoscevano bene. Oggi questa è una delle Talking Statues di Londra, e basta uno smartphone (e un 3G) per stare lì a farsi raccontare dal vivo la storia del ragazzo che non voleva crescere.

Continuiamo a passeggiare lungo il lago tra turisti incantati, londinesi rilassati e animali curiosi che si avvicinano in cerca di qualunque tipo di briciole – e direi che si avvicinano soprattutto a Luca, notoriamente capace di attirare creature a 2 e 4 zampe con la stessa facilità con la quale i fiori attirano le api. Come dice mia mamma, lui è l’amico degli animali…

Ad un certo punto viene quasi assalito da un gruppetto di piccioni che si sono accorti che ha una castagna in mano, e nella confusione uno scoiattolo particolarmente intraprendente gli si aggrappa alla gamba e si arrampica su di lui fino a farsi dare il meritato premio, in barba a tutti i pennuti presenti. Adorabile. Non c’è mai da rimanere delusi, a venire a Hyde Park.

Dal fondo della Serpentine rientriamo verso la pista dei cavalli camminando di nuovo verso Kensington, e qui ci fermiamo un’ultima volta prima di dirigerci verso la RHA. Sul viale parallelo alla strada esterna che circonda il parco, più o meno all’altezza della prima metà del lago, troviamo la targa commemorativa che stiamo cercando, e ci fermiamo per fare qualche foto. Si tratta di un piedistallo con una grande targa in bronzo, messa di recente, sulla quale è raffigurato in bassorilievo uno degli edifici più famosi e iconici di Londra, tanto ammirato quanto impossibile da vedere: il Crystal Palace.

Qui davanti a noi, in uno spazio identificato con esatta precisione sulla targa, si ergeva il Palazzo di Cristallo, il meraviglioso edificio costruito in vetro e acciaio che ospitò la prima grande Esposizione Universale voluta dal marito di Queen Victoria, Prince Albert, nel 1851. Enorme come un palazzo reale, trasparente come una boule de neige, protettivo come una serra gigante, raccoglieva al suo interno le meraviglie dell’arte e della tecnologia più avanzate dell’era vittoriana. Ci si misero in diversi architetti per pensarlo, tra i quali un certo Paxton, e poi il caro, vecchio, folle Hector Horeau di baricchiana memoria, che trovò il modo di creare delle lastre di vetro abbastanza sottili da poter essere modulari e abbastanza resistenti da sopportare il loro stesso peso senza infrangersi come bolle di sapone, ma anche capaci di sopportare gli scherzi del clima instabile che regna in questo Paese.

Pieno di piante, gente, e stand di espositori di ogni genere di cose, allietato dalla musica di un’orchestra classica e illuminato dalla luce di migliaia di candele accese come sciami di lucciole imprigionate sotto un gigantesco bicchiere, doveva essere una visione assolutamente meravigliosa per gli uomini e le donne vittoriane. Dopo l’Expo il palazzo fu completamente smontato e rimontato in una zona diversa di Londra, dove fu persino ingrandito e dove rimase fino al 1936, quando venne completamente distrutto da un terribile incendio che mandò definitivamente in fumo quello che era forse l’ultimo simbolo rimasto in piedi di un’epoca straordinaria e irripetibile per il Regno Unito. Qui davanti a noi, su questo grande prato rettangolare ora vuoto e perfettamente rasato, si ergeva una follia di cristallo divenuta iconica, ancora mitizzata a oltre 150 anni dalla sua costruzione.
A guardare bene, pare di vederla luccicare nella luce radente del tramonto, la sua struttura trasparente sormontata dalla volta di ferro ricurva, originale serra tecnologica nella quale si coltivavano le meraviglie più avanzate del mondo moderno verso il quale quegli uomini stavano correndo.

Poco fuori dal parco troviamo un altro dei tanti edifici iconici londinesi, la bellissima bomboniera della Royal Albert Hall, che tra non molto ci accoglierà al suo interno per una serata assolutamente speciale. Intanto proseguiamo lungo Exhibition Road, oltre alla fila dei nostri amati musei, e ci infiliamo in un pub per una cena anticipata a base di pie e verdure, che ci fa ricordare le bellissime giornate passate a gironzolare per il Nord nello scorso agosto.

Finalmente arriva l’ora di andare, e così torniamo lentamente verso il teatro più bello della città, pronti ad assistere allo spettacolo per il quale siamo venuti fino a qui: LettersLive.
I nostri posti non sono tra i migliori purtroppo (i biglietti sono andati esauriti in poche ore), ma non ha molta importanza, l’unica cosa importante è che siamo qui stasera. Per la prima volta dal suo esordio, nel 2013, lo show si tiene in un teatro di questa grandezza e di questa importanza, il che trasforma una serata già magica in qualcosa di davvero speciale. L’aria è elettrica e la curiosità è a mille tra il pubblico assiepato nell’immensa bolla rossa e oro della Hall (i lettori delle varie serate escono sempre a sorpresa, non si sa nulla in anticipo su chi saranno i partecipanti), e anche questa volta non rimaniamo delusi.

Si comincia con il magnifico Stephen Fry, che speravo tantissimo di riascoltare, e da lì in poi è tutta una sequenza di attori bravissimi che leggono lettere di ogni tipo, buffe o tristi, divertenti o toccanti, sarcastiche o appassionate, amare o piene di saggezza. 
Oltre all’amatissimo Fry, tra i lettori più acclamati naturalmente c’è Benedict Cumberbatch, fantastico attore che è tra gli ideatori e produttori di questo show, ma anche Jude Law (sempre bravo e bello), Louise Brealey (Loo!), Alan Carr (buffissimo, legge una lettera di Roald Dahl a sua madre, e io non guarderò mai più un bulldog nello stesso modo di prima..!), Taika Waititi (un istrione… regista, sceneggiatore e attore neozelandese che ha lavorato a Oceania, ha diretto Thor Ragnarok e ora è nei cinema con Jojo Rabbit, chi se lo aspettava qui…), la scrittrice e attivista africana Chimamanda Ngozi Adichie (legge una sua lettera d’amore al marito, molto bella), la cantante Florence Welch e l’attrice Crystal Clarke (che era anche ne Gli ultimi Jedi, la bellissima lettera che legge scritta da Melissa Harris al politico americano Mourdock sulle gravidanze che secondo lui sarebbero doni di Dio alle donne vittime di stupro riduce in lacrime tutta la RHA).
Ma la vera ovazione in sala arriva all’inizio della seconda parte dello spettacolo, quando a leggere una lettera di Elisabetta II alla Regina Madre esce nientemeno che Olivia Colman. Oh my God! Un’onda di entusiasmo, amore e ammirazione interminabile per questa donna meravigliosa si leva istantaneamente dal pubblico, tanto che lei quasi non riesce a parlare per l’emozione di una tale accoglienza! Mi ricordo che era stata davvero molto applaudita anche alla Freemasons’ Hall quando ero stata a vedere le Letters Live l’altra volta, ma ora che ha vinto l’Oscar è davvero amatissima e scatena applausi e grandissime ovazioni ogni volta che esce a leggere. E se lo merita perché è davvero bravissima, una vera Regina!

Lei, Ben e Stephen Fry sono davvero lettori straordinari, e anche se tutti sono molto bravi, loro tre riescono a dare al pubblico quel qualcosa in più che rende il momento unico e indimenticabile. Ben, emozionato e in forma smagliante, legge una lettera comica di una compagnia di assicurazioni, una d’amore (una della serie di Chris & Bessie letta con Louise Brealey, perfetti loro due insieme) e una sul tema dei cambiamenti climatici, che apparivano preoccupanti già 50 anni fa.

Ma una delle lettere più belle la legge Stephen Fry, che ne è anche l’autore.
Lui, un pò in imbarazzo, spiega subito che gli pare strano leggere una sua lettera in pubblico, ma visto che è stata scelta per lo spettacolo e lui è qui stasera, forse sarebbe anche più strano se la leggesse qualcun altro…! Era successo anni prima che una sua fan, una giovane ragazza inglese, si trovasse a vivere un momento personale molto difficile, una brutta depressione che la faceva sentire sola e le toglieva ogni voglia di vivere, così decise di scrivere una lettera al suo attore preferito per raccontargli come si sentiva, un uomo che lei ammirava moltissimo e che era appunto Stephen Fry.
Era una di quelle cose che si fanno così per fare, per togliersi un peso dal cuore, non immaginando mai che lui le avrebbe davvero risposto. Invece lui, da essere umano raro e straordinario qual’è, non solo le rispose, ma mise insieme per lei una lettera lunga e meravigliosa, piena di sensibilità, comprensione e conforto verso questa ragazzina sconosciuta che si trovava ad affrontare quel momento doloroso, e con il suo affetto e la sua umiltà riuscì a farle sentire che non era sola, e a darle fiducia nel fatto che anche quel brutto momento sarebbe certamente passato. Non è colpa nostra, se piove. Non possiamo far smettere di piovere, per quanto lo vogliamo. Ma quel che è certo è che il sole, prima o poi, tornerà. Su questo non c’è dubbio. Basta avere pazienza, e non dimenticarlo mai. Una lezione utile per tutti, a giudicare dalla reazione commossa e calorosa della Hall alla fine della sua lettura.  

La lunga, tanto attesa serata finisce anche troppo presto, con Damon Albarn che canta una sua bella canzone al pianoforte.
Poi tanti applausi e saluti, grande gioia e commozione in sala, e la sensazione di aver assistito a una performance unica che nessuno dei presenti dimenticherà facilmente. E speriamo di poter partecipare anche alla prossima, quando ci sarà.

Mi piace moltissimo quest’idea di elogiare il gesto bellissimo e profondamente umano di prendere carta e penna e scrivere una lettera per comunicare con un’altra persona, l’ho fatto per tutta la mia vita e lo farò sempre come qualcosa che ha un significato speciale. Era ora che qualcuno pensasse di celebrarlo come merita.

Rientriamo al nostro studio via Piccadilly Line e Victoria Line, molto stanchi ma soddisfatti di questa prima giornata londinese. Domani, nuove avventure ci aspettano.

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