Mercoledì 22 giugno 2011: Moni Tsambika basso – spiaggia di Tsambika – Epta Piges – Odysseus

Questo è un giorno particolare, noi siamo qui ma oggi la nostra testa è a casa con un nostro familiare che deve affrontare una prova importante, e ogni cosa è ad un tratto secondaria. Per questo abbiamo deciso di restare nei paraggi di Lindos, e di dedicarci all’esplorazione di un’area ristretta. Facciamo colazione presto e prepariamo le nostre cose mentre il sole già splende con forza, quindi ci mettiamo in strada verso Kolymbia diretti alla famosa spiaggia di Tsambika. Ma prima di raggiungerla facciamo una sosta in un monastero che abbiamo notato diverse volte passando in auto senza mai fermarci, Moni Tsambika, che la guida descrive come un luogo molto interessante. Raggiungerlo è facilissimo, l’ingresso è segnalato lungo la via da tre grandi archi bianchi sormontati da una croce, e volendo si può entrare direttamente con l’auto.

Si tratta della nuova sede dell’antico monastero di Tsambika situato in cima alla collina che sovrasta la spiaggia omonima, nel quale era conservata l’icona della Vergine Tsambika che fu trovata proprio in vetta a quelle rocce a picco sul mare. La leggenda racconta che nel XVI secolo un pastore, la cui moglie non riusciva ad avere figli, una sera vide qualcosa luccicare in cima al promontorio roccioso, ma pensò che fosse solo qualcuno che aveva acceso una candela. Il fenomeno si ripeté per diverse sere, finché lui preoccupato avvisò gli altri uomini del paese e tutti insieme decisero di andare a vedere di cosa si trattasse. Scalarono i 300 metri della collina pietrosa e lì scoprirono che la luce era il riflesso di una candela accesa davanti all’Icona d’argento di una Madonna. La portarono in paese e presto si sparse la voce di questo misterioso ritrovamento, così poco tempo dopo dei religiosi arrivarono da Cipro narrando di un’Icona come quella rubata da un monastero del loro paese. La Vergine fu restituita, ma dopo alcune sere il pastore vide di nuovo la luce sulle rocce. La Vergine fu raccolta e restituita 3 volte, e ogni volta fu ritrovata in cima a quella stessa montagna. Così alla fine tutti compresero che quello era il luogo dove doveva stare, e lì fu costruito il Monastero delle Madonna che Riluce (significato di ‘Tsambika’). Poco tempo dopo la moglie del pastore riuscì ad avere un figlio, e lo stesso miracolo si ripeté nei secoli seguenti per moltissime donne che salirono a piedi nudi fino in cima alla collina a chiedere questa grazia. Per ragioni di sicurezza e di miglior controllo, in seguito è stato costruito questo secondo monastero a livello della strada, molto più facilmente accessibile per il pubblico e più semplice da proteggere contro eventuali ladri, nel quale è ora possibile vedere l’Icona originale della famosa Madonna miracolosa. Oltre gli archi, la prima cosa che colpisce nel cortile davanti al monastero è un enorme albero con magnifiche fronde che partono da terra e creano un ampio ombrello di una bellezza spettacolare, un miracolo naturale più convincente di qualunque leggenda. Superato l’albero scendiamo una scaletta e siamo davanti alla piccola chiesa, affiancata da un campanile candido ornato di bifore su tutti i lati che lo rendono leggero come un merletto.

All’interno della piccola chiesa c’è fresco e silenzio, la semioscurità ci accoglie con gentilezza senza imporci nessuna soggezione. Il tempo di abituare gli occhi alla luce scarsa, e ci rendiamo conto della bellezza speciale di questo posto. La navata è unica, lunga non più di una ventina di metri ma arricchita da bellissimi arredi in legno e sormontata da un magnifico soffitto a volte crociate con le vele dipinte di blu e oro, dalle quali pendono un paio di eleganti lampadari di cristallo. Scranni, teche, altari e colonne sono veri capolavori in legno scolpito e ogni dettaglio è curato e ricco, dalle luci ai turiboli, dalle panche ai leggii intagliati da tralci di fiori e foglie. Ma su tutto colpisce in particolare il meraviglioso pavimento, anche qui costruito con la tecnica delle pietre bianche e nere che stavolta formano un tappeto di linee a zig-zag, in un’alternanza di chiaro e scuro di grande impatto visivo.


Il cuore della chiesa però è in fondo, nell’angolo a destra dell’iconostasi ricca di immagini di Santi, dove è stata sistemata l’Icona d’argento della “Panagia Tsambika”, la “Santissima Vergine che risplende di luce”. In un quadretto dalla cornice dorata, una piccola immagine incisa nell’argento lascia scoperti i volti dipinti su legno di una giovane Madonna con in braccio il Salvatore. Tutto intorno, drappi di velluto rosso e pizzi a sottolineare l’importanza di questo angolo del monastero, e soprattutto una quantità notevolissima di ex-voto d’oro e d’argento, dono e simbolo delle grazie ricevute dai fedeli da questa Madonna miracolosa. Sono davvero tanti, e su quasi tutti è riconoscibile la sagoma di un bambino.


L’atmosfera è tranquilla e intima, ci sono solo un altro paio di visitatori oltre a noi, due signori inglesi che commentano impressionati la bellezza degli arredi e del pavimento in particolare, ma escono dopo una breve sosta lasciando che tutto torni nel silenzio. La luce potente dell’esterno entra con dolcezza dal portone principale, mentre un fascio di luce trasversale illumina la Panagia dalla porticina laterale sulla sinistra dell’altare, dalla quale alla fine anche noi usciamo di nuovo fuori.

Dietro alla chiesa c’è il monastero, e una piazzetta ombreggiata da alberi frondosi che regalano frescura e pace, dove sono sistemate panchine e tavolini per chi ha bisogno di una piccola sosta ristoratrice. In fondo alla piazza c’è un negozietto di souvenir religiosi e cartoline, e al di fuori, sotto un loggiato, è stato sistemato un lungo tavolo sul quale si trovano cestini pieni di bottigline e tappini di plastica. Basta lasciare 1 euro, e si può prendere una bottiglina, spillare l’acqua dal contenitore d’argento che si trova sull’altarino in mezzo agli alberi e tapparla con cura, per portare via con sé un piccolo distillato di miracolo. Il potere della fede non smetterà mai di stupirmi.

Lasciamo il Monastero immerso nella sua pace e nella luce infinita di questa isola che è decisamente tutta “Tsambika” e ci rimettiamo sulla via principale in direzione della spiaggia, che è solo a pochi chilometri da qui.

Il bivio sulla destra è segnalato molto chiaramente, la stradina che porta al mare è lunga e con diverse curve, e ci sono perfino un paio di piccoli ristoranti sulla destra della via che sembrano molto accoglienti. Non ci sono molte auto in giro, in compenso incontriamo diverse caprette sul ciglio della strada, libere e tranquille, sembrano molto simpatiche e non hanno nessuna paura quando proviamo ad avvicinarle.

La spiaggia ha un parcheggio grandissimo, gratuito naturalmente, che per fortuna non sembra particolarmente pieno. Paghiamo ad un ragazzo gentile i soliti 8,00€ per 2 lettini e un ombrellone che scegliamo proprio in prima fila, e ci sistemiamo all’ombra del sole potente di fronte a una distesa d’acqua così azzurra e luccicante da fare male agli occhi. Il posto è davvero magnifico, la spiaggia è lunga e abbastanza fine, fatta di granellini di pietra colorata che scappano sotto i piedi facendoci affondare, e che diventano un po’ più grandi sul bagnasciuga dove il movimento continuo delle piccole onde le fa risuonare dolcemente. Dietro alla spiaggia si vedono tutto intorno le colline di verde e roccia, una cornice di bellezza e protezione che è un piacere guardare. Ci sono anche un paio di piccoli punti di ristoro di quelli classici che amo sempre ritrovare, capaci di offrire un tetto di palme sui tavolini sistemati direttamente sulla sabbia, gyros pita e frutta, e una birra fresca di fronte al mare più azzurro che si possa vedere. Mai come adesso vorremmo che tutti i nostri che sono a casa fossero qui con noi in questo momento.

Passiamo la giornata tra spiaggia e bagni, il sole è cocente e l’acqua calda abbastanza da poterci rimanere a lungo senza problemi, cristallina e scintillante come un gioiello.

Nonostante siamo vicinissimi al bagnasciuga abbiamo paura di non sentire il telefono che ci deve portare notizie, per cui facciamo un po’ a turno a restare sotto l’ombrellone accanto al cellulare. Nei miei turni sotto l’ombrellone ho un libro da leggere e la maglia da fare, eppure, nonostante questi siano due dei mie passatempi preferiti, non ho la testa per concentrarmi e lascio perdere quasi subito. Riesco solo a fare qualche foto in giro, abbagliata dalla bellezza calma e assoluta che ci circonda, ma poche anche di quelle. Me ne sto più che altro sdraiata in silenzio ad ascoltare il suono del mare che arrotonda le pietre cullandole all’infinito con la sua carezza, a guardare Luca che fa il bagno da solo, un piccolo puntino in quell’azzurro smisurato eppure il centro del mondo per me, sento che farei qualunque cosa per lui e invece non posso fare nulla, nulla di più che stare qui ad aspettare con lui accanto al suo telefono.

Le ore passano lente e silenziose senza che accada niente, sapevamo che sarebbe stata una giornata lunga. Il sole continua a splendere con forza, l’acqua a brillare, il cielo è una cupola azzurrissima che pare immutata da anni. E’ solo a metà pomeriggio che ci rendiamo conto di avere un po’ di fame, così decidiamo di arrivare fino a uno dei piccoli bar della spiaggia per mangiare qualcosa. Prendiamo due gyros pita e delle bibite, ed è proprio mentre mangiamo che finalmente il cellulare squilla. E’ come se la bolla di vetro di questa giornata immobile improvvisamente si spezzasse, e l’aria ricominciasse a circolare libera. Sembra che sia andato tutto bene, possiamo tirare un sospiro di sollievo, tra pochi giorni ci vedremo e sapremo tutto nei minimi dettagli. Di colpo tutto cambia, o forse torna normale. Ritornano le nostre voci, i sorrisi, le parole, torna la voglia di inventarsi qualcosa di nuovo da fare prima che anche questo giorno finisca. Raccogliamo le nostre cose, ci cambiamo e salutiamo questa magnifica spiaggia tornando verso la via principale. Le caprette sul ciglio della strada ci guardano di nuovo passare senza spostarsi di un millimetro.

Non lontano dalla deviazione per Tsambika avevamo visto il bivio sulla sinistra per Epta Piges, le Sette Sorgenti, le cui descrizioni ci avevano molto incuriosito. Si tratta di una zona boscosa all’interno dell’isola nella quale sono state scoperte sette diverse sorgenti di acqua freschissima e limpida, che furono incanalate e utilizzate per le irrigazioni già nei primi decenni del secolo scorso. Si raggiungono dopo pochi chilometri di via stretta ma perfettamente asfaltata, che termina in un parcheggio al limitare del bosco. La zona è fresca e ombreggiata, la sensazione è piacevole dopo tutto il calore assorbito sulla spiaggia. Non c’è molta gente perché è già il tardo pomeriggio, ma questo rende la nostra visita ancora più gradevole. Accanto al parcheggio, dove gironzolano tranquilli diversi pavoni, c’è un piccolo bar ristorante, e l’inizio del sentiero che porta all’interno del bosco.

L’acqua delle sette sorgenti arriva da punti diversi del bosco, ma finisce tutta in un piccolo laghetto che è il centro di attrazione dei visitatori, la meta verso la quale tutti tendono nelle loro passeggiate lungo i diversi sentieri. Ci sono alcune indicazioni tra gli alberi, ma il bosco è grande e il laghetto piuttosto nascosto, quindi in molti approfittano della particolare scorciatoia che è stata messa a disposizione del pubblico per raggiungerlo. Si tratta di un tunnel in effetti, un tunnel di pietra scavato sotto al bosco che taglia dritto in direzione del lago, nel quale di fatto scorre l’acqua di una delle sorgenti che alimentano il laghetto stesso. Basta seguire quell’acqua, per arrivare alla meta desiderata. Il fatto è che quello che chiamano tunnel è in realtà poco meno di un budello sotterraneo, un cunicolo alto meno di due metri e stretto una cinquantina di centimetri, lungo che non si vede la fine e buio come la notte. Insomma, non è esattamente roba per me. Luca prova a proporlo scherzandoci su, ma io mi sento soffocare solo a guardarlo da fuori.

Lasciamo perdere e cominciamo a camminare per il bosco alla ricerca di un altro modo per arrivare al laghetto. Incrociamo solo poche altre persone, il bosco è ampio e i sentieri molto ramificati, alcuni spariscono nel nulla, altri si arrampicano in maniera improponibile per noi che arriviamo dalla spiaggia con le infradito, e alla fine perdiamo anche le indicazioni sugli alberi senza esserci neppure avvicinati alla nostra meta. Così ritorniamo sui nostri passi, il bosco è bello e fresco ma ormai siamo decisi a vedere questo lago che la guida descrive come verdissimo, e non vogliamo uscire sconfitti da questa sfida. Ma quando arriviamo di nuovo vicino all’imboccatura del tunnel il mio interesse per la vista del lago vacilla decisamente, non sono certa di potercela fare. Luca entra nel canale e mi incoraggia, così provo anch’io a metterci almeno i piedi, ma l’acqua che corre sul fondo è così gelata che ho quasi uno shock. In più, la corrente è molto forte e spinge di fatto dentro al cunicolo, facendo aumentare la mia ansia. Ma quando sto per tornare indietro, mi accorgo che una coppia di ragazzi francesi è già scesa nel canaletto dietro a noi, anche loro molto poco convinti e incoraggiati solo dalla nostra presenza, e pensando che stavamo per entrare nel tunnel hanno deciso di unirsi a noi per non affrontarlo da soli. A quel punto non possiamo più tornare indietro. Ingoio il rospo, faccio una specie di sorriso stirato ai ragazzi e mi attacco con le mani alle spalle di Luca, che è il primo del nostro quartetto a infilarsi nel buco nero, tutto contento e curioso di questa avventura. Ok, se lui va io vado, non c’è problema. Che sarà mai in fondo, sarà un tunnel come gli altri, avrà una fine prima o poi e usciremo fuori a vedere finalmente questo famoso lago verde. Già, facile a parole. Un po’ meno nei fatti. Dopo poco che camminiamo ho l’impressione che il cunicolo si sia fatto ancora più stretto e buio, non si vede assolutamente nulla, chiudo gli occhi tenendomi stretta alle spalle di Luca cercando di respirare regolarmente e comincio a chiedere se vede almeno un po’ di luce in lontananza. Niente da fare, solo buio e pareti vicinissime, e il rumore dell’acqua gelata che ci scorre alle caviglie continuando a spingerci verso il nulla. Non voglio pensare a cosa accadrebbe se dovessimo incontrare qualcuno che percorre il tunnel in senso opposto al nostro, non ci sarebbe spazio per lasciar passare neppure un bambino. Mi sembra di camminare da ore quando finalmente si sente un refolo d’aria arrivare da qualche parte. Mi illudo che siamo vicino all’uscita e apro gli occhi, invece scopriamo che siamo giusto a metà del percorso. Dal soffitto del cunicolo parte un pozzo cilindrico che arriva su in superficie, l’aria e la pochissima luce che vediamo arrivano proprio di lì. Anche i ragazzi dietro di noi restano delusi, soprattutto lei sperava che il percorso sotterraneo fosse finito, invece dobbiamo continuare ancora. Ci rinfiliamo nel buio, i piedi ormai così gelati da non sentirli più e le pareti di nuovo vicinissime. Procedo con gli occhi chiusi per la maggior parte del tempo, respiro lentamente e a fondo cercando di controllare l’ansia con la certezza di non poter resistere ancora a lungo, ma ad un certo punto, quando li riapro, vedo una luce fioca che illumina le pietre intorno a noi. Non viene dall’uscita, è invece il ragazzo che cammina dietro di noi che ha acceso il display del suo cellulare e sta illuminando in qualche modo questo spazio ristretto, tanto per rassicurare un po’ la sua fidanzata che è anche più in ansia di me. Per quanto esile, quella piccola luce sembra un faro acceso in questo budello buio capace di ridarci aria e speranza. Mi volto immediatamente verso di lui e lo ringrazio di cuore, i sorrisi e la presenza di questi ragazzi ci incoraggiano a resistere, non siamo soli qui, arriveremo alla fine. E ce la facciamo, naturalmente. Dopo un tempo indefinito cominciamo a vedere un punto luminoso lontano davanti a noi, e poi a sentire aria fresca che ci soffia incontro sempre più decisamente. Il cunicolo di pietra soffocante finisce, e finalmente siamo di nuovo fuori nella luce e nello spazio aperto. E di fronte a noi, a pochi metri tra gli alberi, appare il lago più verde che abbiamo mai visto. Una pozza d’acqua limpidissima e profonda qualche metro, alimentata dal canale gelato che è uscito con noi dal tunnel e colorata dal riflesso degli alberi che la circondano completamente, luminosa e splendente come un gioiello di giada.


L’aria è fresca e profumata, il gorgoglio dell’acqua che scorre è il suono più piacevole che si possa sentire adesso che siamo fuori, liberi da quel tunnel buio e stretto. Mi siedo su una roccia a riposarmi un po’ dopo la fatica di questa passeggiata sotterranea che ha messo a dura prova la mia claustrofobia, e lentamente riesco a riprendermi. La bellezza che ci circonda è tale, la pace è così totale e assoluta che in breve tempo riesco a dimenticare la paura e a godermi di nuovo la luce.

Il bosco è bello, folto ma chiaro, molta luce passa attraverso i rami fitti. Ora che ci siamo arrivati facciamo un giro intorno al piccolo lago di smeraldo per vedere i dintorni, lungo un sentiero appena accennato tra gli alberi che porta al limite del suo lato più lungo. Lì scopriamo che, essendo un lago artificiale costruito per l’irrigazione, comprende una chiusa per regolarne il livello che finisce in una cascata abbastanza alta. L’acqua scivola giù lungo la parte di pietra in un salto di diversi metri, con un suono scrosciante e allegro. Scendiamo una scala di cemento per arrivare alla base della cascata, e arriviamo fino alla ruota di ferro che comanda l’apertura della piccola chiusa. C’è un bel fresco e nessun altro oltre a noi, questo è decisamente un buon orario per questo tipo di visita, sia per la luce che per la tranquillità.

Torniamo verso il tunnel, nel quale una coppia di italiani si sta infilando per tornare indietro, ma con tutta la buona volontà non ce la faccio proprio ad affrontare di nuovo quel buio soffocante, oltretutto camminando contro corrente. Decidiamo per i sentieri di superficie, e pazienza se ci metteremo un po’ di più, la passeggiata all’aperto è comunque molto più piacevole. Ci mettiamo meno del previsto a tornare a piedi fino al ristorante, e quando lo raggiungiamo ci prendiamo una granita e ci sediamo a riposarci un po’. Dai tavolini lungo il ruscello notiamo che si può proseguire dalla parte opposta a quella esplorata all’inizio per vedere dove originano le sorgenti, e decidiamo di andare a vedere. C’è un ponticello di legno subito dietro alla struttura, e in quella parte di bosco si trovano le fonti dalle quali nascono i rivoli d’acqua che poi si riuniscono e corrono nel tunnel fino nel piccolo lago. L’acqua limpidissima scorre tra rocce e radici di alberi formando pozze e ruscelli più o meno grandi, e proprio sotto al ponte scopriamo che altre creature oltre agli umani traggono beneficio da questo dono della natura. Bellissime anatre nuotano sulla superficie mossa dalla corrente cercando cibo tra gli anfratti rocciosi, mentre anguille enormi scivolano silenziose sotto il pelo dell’acqua sfiorando quasi le zampe degli uccelli. Restiamo sul ponticello a osservarle per un po’, nel fresco del bosco, recuperando un po’ di pace dopo questa giornata così lunga e tesa. Ma alla fine dobbiamo deciderci ad andare, si sta facendo tardi e dobbiamo ancora cenare.


Al parcheggio non c’è quasi più nessuno, sono rimasti solo i pavoni ad aspettarci. Un paio ci vengono incontro senza paura, forse in cerca di qualcosa da mangiare, ma poi non si fanno avvicinare troppo. Però sempre pavoni sono, e nonostante un lieve vento, non perdono l’occasione di mettersi in mostra in tutto il loro splendore per salutarci.


Rientriamo a Lindos che è quasi il tramonto, le luci cominciano ad accendersi e l’aria, finalmente meno bollente, è carica soprattutto del profumo del mare e dei fiori.

Ci laviamo e cambiamo e scendiamo in paese che è già buio. Scegliamo il ristorante Odysseus per mangiare qualcosa di veloce, è un locale particolare che, come quasi tutti, si sviluppa su due piani, ma è molto più curato di altri che abbiamo visto. È situato all’interno di un antico palazzo storico che comprende un cortile circondato da mura alte e candide e pavimentato con pietre colorate che formano splendide decorazioni, i tavoli sono sistemati tra gigantesche piante di limone cariche di frutti e tralci di buganvillee che corrono in giro, e bocce di vetro con candele accese sono sparse dappertutto, sui tavoli, sulle scale, sui muretti, a creare un’atmosfera di grande magia.

Ci sediamo a un tavolino del piano superiore vicino alla balconata, per avere la vista su tutta quella bellezza, e ordiniamo un piatto di insalata calda di mare, calamari fritti e dolci. È tardi per una cena completa e siamo stanchi, ma il cibo è all’altezza della bellezza del posto e la serata non si poteva concludere in maniera più piacevole.

Siamo gli ultimi a lasciare il locale, rientriamo passeggiando per le vie di Lindos in parte ormai deserte, e camminiamo lentamente per goderci la magia di questo posto bellissimo ancora per qualche minuto. È stata una giornata strana, fatta di tante emozioni e tensioni che l’hanno resa lunga e confusa ma ora finalmente sembra che i nodi si stiano sciogliendo e tutto stia tornando alla normalità, mentre mettiamo in fila i nostri passi lungo queste stradine antiche e immutabili. Il cielo è nero ma lo resterà per poco, il sole lo invaderà prepotente tra poche ore e ne resterà il padrone assoluto per tutto il giorno, e speriamo che domani porti con sé ore più luminose di quelle appena passate.

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