L'importante non è cosa guardi, ma cosa vedi
 
Missione compiuta

Missione compiuta

Questa storia non la dimenticherò, è sicuro. Nell’era in cui la tecnologia ha fatto di qualunque luogo del pianeta il paese accanto, quei 33 minatori inghiottiti dalle viscere della terra sono diventati i vicini di tutti, e l’ansia per la loro sorte un sentimento comune al mondo. Da quando li hanno individuati ancora vivi là sotto, 17 giorni dopo il crollo della miniera, non c’è stato giorno in cui sia riuscita a non pensare a quegli uomini prigionieri dell’incubo più terrificante, ammassati in una grotta buia e senz’aria, con 700 metri di roccia sopra la testa e il pericolo continuo che una nuova frana potesse seppellirli per sempre. Per 70 infiniti giorni. A chiedersi se e quando, lassù, sarebbero riusciti nel miracolo di riportarli alla luce. Se lo chiedevano anche le loro famiglie, di sopra, sgomente di fronte alle immagini sfocate di quei visi spettrali e a quelle voci che salivano dall’abisso alterate dai microfoni e dalla paura. Mogli, madri, figli angosciati ma determinati a non muoversi di lì fino al punto di metterci le tende, su quella montagna maledetta, e restare lì giorno e notte a mangiare e dormire e pregare fino al momento in cui tutto fosse finito.
E alla fine ce l’hanno fatta. Il Piano B, messo a punto dai soccorritori nei 70 giorni trascorsi dall’incidente che aveva sprofondato Los 33 all’inferno, è scattato e le operazioni di recupero sono cominciate. Una specie di gigantesco ragno di legno si è azionato, una ruota che pare quella di un vecchio arcolaio ha iniziato a girare tra gemiti e cigolii metallici, e a srotolare un cavo scuro da un rocchetto enorme. Un filo lungo abbastanza da calare la capsula Fénix fino in fondo a quel cunicolo spaventosamente stretto e buio, a ripescare quegli uomini dall’abisso. Manca l’aria solo a guardarla andare giù, quella stramba navicella un po’ spaziale un po’ giocattolo che sparisce lenta in quel budello strettissimo. Invece lei scivola dritta e liscia come una saponetta, e atterra in mezzo a quel buio roccioso come se toccasse il suolo di un pianeta appena conquistato. A uno a uno i minatori entrano in quell’assurdo ascensore a punta, vengono imbracati e chiusi dentro a quei pochi centimetri di ferro e rotelle, e cominciano la loro risalita verso la vita.
Un quarto d’ora, poco più, tanto dura quel viaggio verso la rinascita. Ogni volta che la capsula si riavvicina alla superficie la sirena della miniera lancia un ululato stridulo che rompe il silenzio teso della notte del deserto. Allora gli uomini di sopra si chinano su quel buco buio e chiamano, gridano, salutano, finché la voce del nuovo uomo in arrivo conferma a tutti che l’incredibile è diventato realtà.
Poi sono ancora applausi, sorrisi, abbracci e lacrime, mentre l’aria fresca accarezza di nuovo la pelle dei salvati – chissà com’è sentire di nuovo l’aria sul viso dopo 70 giorni di inferno. Chissà com’è abbracciare di nuovo un marito, un padre, un fratello, accarezzarlo, stringerlo dopo 70 giorni in cui è vissuto da morto.
I 33 minatori escono da quel buco nella terra uno dopo l’altro in una sequenza che si sgrana lenta e rituale come un rosario, e l’emozione è ogni volta ugualmente intensa e forte, il sollievo si mescola allo stupore e la parola miracolo acquista via via consistenza nel buio acceso di riflettori di quella strana base spaziale dove tutti guardano in giù, perché una resurrezione in diretta non è roba cui capiti di assistere spesso nella vita.
Sarà che per me i minatori sono eroi a prescindere, perché neppure il bisogno di dare da mangiare a un figlio sarebbe mai capace di spingermi nelle viscere della terra, o che, nonostante fossi solo una bimbetta, io quella vocina che piangeva dal profondo di quel pozzo non me la sono mai più scordata. Ma la gioia folle e incredula di quella gente che abbracciava quei figliol prodighi senza colpa a me è sembrata così bella e vera che mi è piaciuto sentirmene contagiare.
Almeno tre lezioni ricorderò, di tutta questa storia.
Che il coraggio è l’essenza dell’esistenza umana.
Che dovrò credere fermamente che ci sarà qualcuno che starà lì a studiare un Piano B per me, quando avrò bisogno di essere salvata.
Che l’importante è avere qualcuno che ci aspetta, fuori.

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