Mercoledì 16 maggio 2012: Batalha – Alcobaça – Nazarè

Facciamo colazione e usciamo presto, in una mattinata lucente che preannuncia una giornata di sole intenso. Per raggiungere la nostra prima tappa di oggi, Batalha, passiamo per il piccolo paesino di Fatima, dove i tre pastorelli ebbero le apparizioni della Bella Signora che affidò loro i misteriosi 3 segreti. Non ci fermiamo perché non fa parte del nostro itinerario né dei nostri interessi spirituali, ma a dire la verità sono incuriosita da questo luogo di devozione mariana dove è stata costruita una basilica che ha di fronte una piazza lunga un chilometro per poter accogliere le migliaia di fedeli che arrivano qui da tutto il mondo ogni 13 maggio. Non mi sarebbe dispiaciuto visitare la Chiesa e vederla coi miei occhi, questa Signora che ha nella Corona un frammento di una delle sue predizioni divenuta realtà. Ma forse è meglio onorare questo posto col rispetto che gli è dovuto, lasciandolo alla cura esclusiva di coloro che arrivano qui guidati solo dal cuore.

La nostra meta è il Monastero di Santa Maria de Batalha, fondato intorno alla fine del 1300 per commemorare la vittoria di una difficile battaglia in cui un esercito numerosissimo di spagnoli si scontrò con un gruppetto sparuto di soldati portoghesi. Ma i portoghesi avevano pregato la Madonna e lei li aiutò a riportare l’improbabile vittoria finale, così per ringraziarla fu costruita questa grandiosa abbazia benedettina in suo onore. Parcheggiamo la macchina in una piazzetta vicino alla chiesa scoprendo con grande sorpresa che la tariffa prevista per la sosta è di soli 60 centesimi l’ora! Lo stile esterno della costruzione principale e’ gotico fiammeggiante, tutto riccioli, ghirigori e altissime guglie, archi rampanti e pinnacoli, portali scolpiti e statue di santi e apostoli a decine, davvero impressionante per grandiosità e qualità. La pietra è ben conservata, di un color oro che mi piace sempre nelle chiese, specialmente in strutture così originali.

L’interno e’ il gotico più spettacolare, una navata stretta e lunga che va verso l’altare fiancheggiata da due file di colonne altissime, potenti e fitte, una foresta di pietra di un’altezza vertiginosa, tanto che quasi non se ne vede la fine. Volte a croce, altari, vetrate verticali attraverso le quali passano fasci di luce colorati, tutta la magia del gotico che avvolge e incanta.

Alla destra dell’ingresso si trova la Cappella del Fondatore, una cappella a pianta quadrata dalla volta altissima illuminata da una lanterna ottagonale decorata da vetri colorati, nella quale sono sepolti il fondatore del monastero Re Joao I, sua moglie Filippa di Lancaster e i loro figli, compreso Enrico il Navigatore. Le tombe della coppia reale sono di marmo bianco scolpito come un merletto prezioso, raffinatissime e regali. Sui piedistalli, decorati su tutti i lati da figure simboliche, stemmi e motti, sono distesi i due sovrani vestiti di abiti fastosi. Ma non è questo che rende speciali queste tombe. Insolitamente, le sepolture affiancate sono vicinissime, e se ti alzi un po’ sulla punta dei piedi riesci a vedere che le statue si tengono per mano. Non un Re e una Regina, ma due innamorati che un piccolo gesto unisce anche nel tempo infinito della morte. Mano nella mano per l’eternità. Può bastare poco, per dire una cosa immensa.

Nella parte adiacente alla chiesa si possono visitare una serie di chiostri bellissimi, a doppio livello, con lunghi corridoi silenziosi decorati finemente, archi, colonne scolpite, giardini e una fontana dove nuotano dei pesci rossi, splendida.

Lungo uno dei corridoi si apre la Sala Capitolare, nella quale si trova la Tomba del Milite Ignoto della Prima Guerra Mondiale a cui due soldati e una fiamma eterna fanno da sentinella perpetua, insieme a un bellissimo crocifisso ligneo parzialmente distrutto. Un Cristo ancora più doloroso e straziato del solito, simbolo perfetto dell’orrore di una delle guerre più tragiche della storia moderna. Ma la sala ha la principale attrattiva nella sua ardita costruzione architettonica, per le dimensioni notevoli della splendida volta progettata senza l’ausilio di alcun supporto centrale. Un luogo che fu considerato così precario da essere per un certo periodo riservato ad alloggio dei prigionieri condannati a morte, ma che invece è perfettamente stabile e sicuro, e magnificamente disegnato.

Quando finiamo il giro e pensiamo di aver visto tutto, ci accorgiamo che invece non abbiamo ancora visto il meglio. In una zona attigua al Monastero accessibile solo dall’esterno si trovano le Capelas Imperfeitas, il vero gioiello di questo complesso bellissimo. Sono dette imperfeitas poiché sono rimaste incompiute in quanto non vi fu mai aggiunto il tetto, ma di imperfetto non hanno veramente nulla…

Un giro di sette cappelle a base esagonale sono ordinate intorno a una struttura a pianta ottagonale, tutte decorate da ornamenti e fregi in stile gotico e manuelino di una complessità e una ricchezza straordinaria. I pilastri, gli archi, le merlature, i fregi, perfino l’immenso portale alto 15 metri, tutto è scolpito fittamente di edere, fiori, serpi, funi, angeli alati, motti e sfere armillari, in un trionfo di pietra merlettata che lascia storditi.

L’azzurro aperto della volta del cielo dona a questo giro di cappelle di pietra dorata un fascino straordinario, lasciando libera la luce di colorarle a suo piacimento nelle diverse ore del giorno.

Nelle Cappelle Incompiute si trovano le tombe di Edoardo del Portogallo e di sua moglie Eleonora d’Aragona, anche loro sepolti in un’unica tomba gotica molto più semplice di quella della Cappella del Fondatore, con le statue che li immortalano mentre si tengono dolcemente la mano.

Una visita davvero interessante a un luogo bellissimo, Patrimonio dell’Umanità dal 1983.

Dopo la visita del Monastero riprendiamo l’auto e percorriamo i circa 20 chilometri di distanza che ci separano dal paese di Alcobaça, dove dormiamo stasera. Il nostro hotel è vicinissimo al Monastero e abbiamo perfino un balcone con vista sulla piazza della chiesa di Santa Maria, veramente una posizione perfetta. Sulla stessa piazza ci fermiamo a un ristorante turistico a mangiare delle insalate fresche all’ombra di un albero, per ripararci un po’ dai 33 gradi della giornata quasi estiva. Qui un cameriere stravagante e un po’ troppo guascone ci tratta con poca cortesia e alla fine sbaglia – o prova a sbagliare – per ben due volte il conto, presentandoci un totale pari al doppio di quanto dobbiamo pagare e calcolando portate e bevande in più che non abbiamo mai ordinato. Glielo facciamo notare ma lui continua a calcolare male, e solo quando entro nel locale e parlo con la signora alla cassa riesco a far valere le nostre ragioni. E’ vero che c’era confusione e aveva molto da fare, e magari un errore ci poteva stare, ma per la prima volta non ci troviamo bene in un locale, e ci alziamo un po’ delusi.

Quello che non ci delude invece è il Monastero di Santa Maria, un monastero cistercense che fu il primo edificio gotico del Portogallo e che ha una lunga e importante storia intrecciata a quella dei reali di questa terra. Una serie di splendidi chiostri sono racchiusi in questo monastero medievale dalle linee raffinate, con giardini curati e porticati di grande eleganza. Qui si trova anche la Stanza dei Re, a pianta quadrata, che contiene una serie di statue che raffigurano la sequenza dei Re del Portogallo, mentre le pareti sono piastrellate di Azulejos che riproducono scene della storia del Monastero.

Tra i vari chiostri visitabili, il più bello è il Chiostro del Silenzio, aggiunta rinascimentale, con le colonne e gli archi decorati a motivi floreali e animali, davvero imponente. In un angolo di questo chiostro si trova una magnifica fontana di pietra scolpita in rilievo con motivi rinascimentali e decorata da stemmi e animali mitologici, mentre tutto il piano superiore dei loggiati è ornato in stile manuelino molto evoluto, veramente splendido.

L’antico dormitorio è un salone enorme con volte a croce sorrette da colonne, dove un tempo i monaci dormivano tutti insieme. Solo più tardi fu creata un’ala con celle individuali nelle quali i monaci potevano riposare e pregare in solitudine.


Un altro degli ambienti famosi di questo Monastero sono le cucine, gigantesche, capaci di ospitare cibi sufficienti a sfamare centinaia di persone. L’elemento più imponente è senz’altro il caminetto, altissimo, completamente rivestito da una piastrellatura bianca che lo fa apparire ancora come nuovo. Nelle cucine si trova anche una grande vasca di pietra nella quale arriva un canale proveniente dall’esterno che era collegato direttamente al fiume del paese, per portare pesce vivo e freschissimo fin dentro alle cucine dei monaci. Veramente stupefacente.

Il refettorio, dove i monaci consumavano i loro pasti, è un elegante salone che contiene colonne e volte, e dove il pulpito dal quale il monaco di turno leggeva passi della Bibbia mentre gli altri mangiavano in silenzio è sistemato in una nicchia molto in alto, sotto una specie di piccolo loggiato interno molto armonioso al quale si accede attraverso una scala di pietra.

Molto importante, oltre alla chiesa, era la Sala Capitolare, dove i monaci si riunivano per discutere le loro faccende e per prendere le decisioni. E’ una sala molto bella, ampia, piuttosto bassa, dalle proporzioni gradevoli, che oggi contiene una serie di statue in pietra in stile barocco.

Anche la Sacrestia, che si apre lungo uno dei corridoi del chiostro, ha un magnifico portone in stile manuelino che sembra sormontato da corde e rami di corallo intrecciati. Comincio a familiarizzare con questo strano stile architettonico così ricco e stravagante. Mi piace il modo in cui mi ricorda immediatamente il mare.

Il cuore del Monastero è ovviamente la Chiesa, che è la più grande chiesa gotica di tutto il Portogallo con i suoi 125 metri di lunghezza per 23 di altezza. Una foresta di colonne altissime e potenti, in quelle proporzioni esagerate del gotico vero che ti fanno sentire una formica che vaga in un prato.

Nel transetto, scrigno nello scrigno, si trovano altri due gioielli preziosi: le tombe di Re Pietro I figlio di don Alfonso IV e della sua amata Doña Inés de Castro. La loro storia e’ molto drammatica, e tra le più romantiche di questa terra. Racconta che Pietro era già sposato quando si innamoro’ di Doña Inés, una dama di corte spagnola che a causa di questo scandalo fu rimandata nel suo paese. In seguito Pietro rimase vedovo, e fece richiamare alla corte portoghese la donna mai dimenticata. Ma Re Alfonso non voleva che il figlio sposasse Inés perché temeva il potere e la possibile ingerenza della famiglia di lei sulla politica portoghese, e li ostacolò in ogni modo. Però i due giovani si amavano, e Pietro la sposo’ di nascosto senza che suo padre venisse a saperlo. Dopo poco tempo alcuni faccendieri agli ordini del Re organizzarono un complotto e riuscirono ad assassinare Inés, ignari del fatto che lei era ormai la moglie di Pietro, che ne ebbe il cuore spezzato e giuro’ vendetta. Quando finalmente divenne Re al posto del padre, convocò i responsabili dell’assassinio, li fece confessare e poi torturare e giustiziare. Quindi rese pubblica la notizia del suo matrimonio segreto con Doña Inés, che era divenuta di fatto Regina del Portogallo, la fece riesumare, vestire con abiti sfarzosi, incoronare e onorare nel modo più degno dovuto a una donna del suo rango da tutti coloro che l’avevano giudicata e cacciata quando era viva. Poi la fece seppellire in un magnifico sepolcro scolpito con angeli guardiani e scene che raffiguravano episodi della loro storia d’amore, sistemato nel transetto di sinistra della Chiesa del Monastero. La tomba di Pietro, ugualmente preziosa e raffinata, fu poi sistemata nello spazio uguale e opposto del transetto di destra, proprio di fronte a quella di Inés, invece che al suo lato come si era soliti fare al tempo. Questo perché così, quando verra’ il giorno del giudizio e tutti i morti si risveglieranno e si alzeranno dalle loro tombe, i due sovrani si tireranno su e la prima cosa che faranno sarà guardarsi dritto negli occhi. Un epilogo molto romantico per una storia dalle tinte gotiche.

Dopo la visita del monastero usciamo di nuovo sulla piazza e facciamo un giro per il paese, e ci gustiamo un gelato fresco per contrastare il caldo. Quindi torniamo in albergo a riposare un po’ prima di cena. Quando usciamo di nuovo è quasi il tramonto, l’aria è tiepida e la luce è finalmente più dolce. Riprendiamo l’auto e andiamo a Nazarè, un paesino vicino che fa ancora parte del comune di Alcobaça e che si divide in due parti distinte, una bassa, allungata sui bordi di una spiaggia fine, e l’altra arroccata in cima a un costone roccioso, dal quale si affaccia direttamente sull’Oceano. La chiesa della Madonna di Nazareth, che da il nome al paese, si trova nella metà in alto, ai bordi di una bella piazza decorata da palme e banchetti di prodotti artigianali. Ma lo spettacolo comincia esattamente dove la piazza finisce. Una distesa infinita di acqua blu viene a dondolarsi su una striscia di sabbia lunghissima, a pochi metri dalle prime file di case del paese, distesa quasi 100 metri più in basso della finestra naturale che ci regala questo panorama mozzafiato. L’Oceano è dappertutto davanti a noi, possiamo vederlo, e sentirne il profumo salmastro che il vento soffia fin quassù spazzando via pensieri e nuvole.

Scendiamo di nuovo giù e parcheggiamo davanti all’Oceano, disteso senza fine davanti a noi. Il sole sta tramontando, la luce cala e l’acqua risplende. La giornata sta finendo in maniera bellissima, così come si è svolta.

Per cena scegliamo un locale indicato dalla LP, “A Tasquinha”, un piccolo ristorante a gestione familiare seminascosto tra le viette interne, con un’atmosfera semplice e accogliente e le pareti decorate di Azulejos. Una signora gentilissima – un’altra, ma le scelgono apposta, qui? – ci consiglia zuppa di pesce, pesce grigliato con contorno di verdure, uno spettacolare spiedino di calamari presentato su uno spiedo verticale, Vinho Verde e coppette di dolci al cucchiaio deliziose, e alla fine ci offre persino un bicchierino di Porto bianco.

Un’ottima cena a un prezzo incredibilmente conveniente, dopo la quale torniamo felici e contenti al nostro Hotel con vista sul Monastero di Santa Maria. Una serata perfetta, che conclude una bellissima giornata di visite a luoghi di grande fascino.

Martedì 15 maggio 2012: Tomar e il Convento do Cristo

Ripartiamo da Coimbra prima delle 10 dopo una sostanziosa colazione, riposati e pronti a una nuova giornata di scoperte. La meta di oggi, la piccola cittadina di Tomar, non è molto distante, circa 87 km, che percorriamo in tranquillità evitando le autostrade per goderci il paesaggio rurale della zona. Arriviamo al nostro hotel verso le 11,15 e per fortuna lo troviamo subito senza particolari difficoltà. Le stanze sono semplici e pulite, con un piccolo balconcino, il quartiere è leggermente decentrato e possiamo lasciare la macchina in uno spazio vicino all’entrata senza dover pagare nessun costo extra per il parcheggio. I piccoli centri regalano piccoli, piacevolissimi privilegi. Ci sistemiamo in fretta e usciamo subito con la nostra mappa in mano, alla ricerca della cosa più bella che c’è da visitare qui, il Convento do Cristo.

Nata nel XII secolo come fortezza dei Cavalieri Templari completa di chiesa per officiare le liturgie sacre, fu trasformata nel Convento do Cristo dopo la metà del 1300, quando l’ordine templare fu abolito, per conservarne i tesori e le ricchezze. Per raggiungere il castello si entra in un bellissimo giardino decorato di siepi fiorite e vialetti, e ci si sposta sulla destra, dove si comincia la scalata della collina lungo un sentiero ripido che sale su attraverso un bosco, che magari col fresco sarà anche una piacevole passeggiata, ma con queste temperature estive e sul mezzogiorno mette duramente alla prova le nostre energie. Ma per fortuna il morale è alto, e la voglia di scoprire tutto prevale sulla fatica.

Comunque, alla fine arriviamo fino in cima e ci mettiamo in coda all’ingresso, dove facciamo un biglietto combinato che vale sia per questo convento che per altri due che vedremo domani, così eviteremo le file e avremo anche un piccolo sconto di 3 euro a persona sul totale da pagare. La fortezza è massiccia e imponente, con grosse mura di pietra e torri merlate che hanno saputo difenderla dagli attacchi dei mori e dei nemici dei cristiani per secoli.

Tutto il complesso appare subito imponente e molto interessante, composto da vari edifici costruiti in diverse epoche, una serie di chiostri e la grande chiesa templare.

I primi chiostri che visitiamo sono semplici e lineari, arcate pulite, colonnine sottili, Azulejos alle pareti. Nel Chiostro dei Cimiteri troviamo anche alcune tombe importanti incastonate in eleganti nicchie come pietre preziose. Una di queste è addirittura del fratello del grande navigatore Vasco de Gama, poiché dopo che fu dichiarata la fine dell’Ordine dei Templari nel 1311 il Convento fu dedicato al nuovo Ordine dei Cavalieri di Cristo, di cui uno dei Maestri fu Enrico il Navigatore, che dette notevole impulso alle grandi spedizioni marittime e alle scoperte geografiche vanto dei migliori navigatori portoghesi. Anche sulle vele delle Caravelle dei grandi esploratori, infatti, era sempre presente la croce rossa in campo bianco, simbolo dei Cavalieri Templari e dell’Ordine di Cristo.

Notevole è una minuscola cappella laterale in uno dei chiostri, stretta e lunga con la volta a botte dalle sezioni riquadrate in legno, completamente rivestita di meravigliosi Azulejos che illustrano varie scene della vita di Gesù. I disegni raffigurati sulle piastrelle azzurre sono splendidi, di grande eleganza e raffinatezza, resi ancora più intensamente spirituali dalla sfumatura delicata di blu scelta per realizzarli. E bellissime sono anche le decorazioni geometriche sui lati più bassi delle paretii all’ingresso della cappella, lievemente sfumate di giallo, composte di linee così originali da risultare modernissime.

L’elemento più spettacolare di tutto il complesso è senz’altro la Chiesa dei Templari con la tradizionale Charola, la rotonda romana originale del medioevo che riprende quella del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Otto magnifiche colonne, alte e slanciate, si collegano tra loro tramite archi gotici a formare un deambulatorio particolarissimo di grande eleganza e sofisticatezza, completamente decorato da dipinti e statue policrome, che racchiude e preserva il Crocifisso. Una visione inattesa e affascinante, decisamente diversa da qualunque altro altare di chiesa ci sia capitato di vedere in precedenza.

Secondo la leggenda templare, la forma circolare della chiesa e le sue dimensioni così imponenti permettevano ai cavalieri difensori del Tempio di Cristo di assistere alla messa direttamente a cavallo, così da essere pronti a partire all’istante in qualunque momento ci fosse stato bisogno del loro intervento in aiuto della causa cristiana. Leggende a parte, la Charola è veramente impressionante, un altare dal fascino unico e misterioso capace di catalizzare immediatamente l’attenzione e l’energia di chiunque entri nella chiesa dei Cavalieri di Cristo.

Il complesso, grande e vario, è interessante all’esterno quanto lo è all’interno, dove prevale con prepotenza lo stile architettonico manuelino aggiunto durante le ristrutturazioni del Convento alla fine del 1400 per volere del Re Manuel I. Sontuose decorazioni smerlate, rosoni, archi, guglie, statue in pietra di una magnifica sfumatura dorata e strutture imponenti e regali, fino alla sorpresa inattesa di un elegantissimo chiostro a due livelli completamente diverso da tutto il resto, progettato alla fine del 500 in perfetto stile rinascimentale, con archi, colonnine e fontane, e magnifiche scalinate a chiocciola sistemate a vista nei quattro angoli.

Tra gli elementi più preziosi del Convento, e certo il più famoso, c’è l’enorme finestra della casa capitolare, considerata una delle massime espressioni dello stile manuelino portoghese per la sovrabbondanza e la ricchezza esagerata delle sue decorazioni caratterizzate da elementi marini, corde, alghe, conchiglie e riccioli. Una formazione straordinaria che sembra originare direttamente dalla parete di pietra, un’incrostazione marina preziosa come un gioiello, cesellato dal lavorio incessante delle onde invisibili del tempo. E sopra a tutto, la croce templare. Decisamente originale.

Visitiamo anche la parte del convento in cui risiedevano i Cavalieri di Cristo, con lunghi corridoi silenziosi sui quali si aprivano le piccole semplici celle. Ci sono le cucine comuni, la cappella, la sala delle riunioni, e piccoli chiostri interni nei quali domina un’atmosfera di pace e tranquillità.

La visita del complesso templare è lunga ma molto interessante, e ce la prediamo comoda nel girovagare per questo edificio un po’ mistico un po’ guerriero che è l’attrazione principale della piccola cittadina di Tomar. All’uscita ci accorgiamo che si è fatto abbastanza tardi, e cominciamo a cercare un posto dove poter mangiare qualcosa. Non lontano dal giardino dal quale siamo entrati, in fondo al bosco, c’è uno dei locali consigliati dalla LP, così ci avviamo verso il piccolo ristorante intenzionati a verificare se anche questa volta la segnalazione è affidabile. E lo è, decisamente. I cibi sono gustosi, il locale è carino e accogliente, ma soprattutto la signora è fenomenale, e va ad allungare la nostra lista di signore adorabili dei ristoranti che stiamo incontrando qui. Il tutto per l’incredibile costo finale di 28,00€ in 4. Una sosta davvero gradevole.

Dopo pranzo rientriamo in albergo per riposarci un po’, provati dalla fatica della lunga camminata e dal caldo intenso, e usciamo di nuovo solo dopo le 5. Volevamo vedere un piccolo museo un po’ particolare in una piazzetta non lontana dal nostro hotel, il Museu du Fosforos, che vanta la collezione di fiammiferi più grande d’Europa con oltre 40.000 diverse scatole decorate in ogni modo, ma purtroppo quando arriviamo lì lo troviamo chiuso, nonostante la nostra guida indichi le 19 come orario di chiusura. Così proseguiamo fino in centro gironzolando per stradine e piazzette circondate di edifici rivestiti di Azulejos bellissimi, fino a un piccolo parco con le panchine sistemate lungo un corso d’acqua dove ci sediamo a chiacchierare al fresco.

Visitiamo anche la sinagoga, una delle sole 4 chiese ebraiche presenti in tutto il Portogallo, e anche qui una signora gentilissima ci fornisce spiegazioni dettagliate sulla storia dell’edificio, degli oggetti esposti, delle famiglie ebraiche locali (solo 2 a Tomar) e delle loro tradizioni. Parla solo portoghese e capisce che noi comprendiamo solo in parte le sue parole e non siamo in grado di comunicare con lei se non in un misto di spagnolo e italiano accompagnato da gesti vaghi, ma ci tiene tanto a farci vedere tutto e a condividere con noi quei piccoli tesori, e noi restiamo ad ascoltare i suoi racconti incantati dalla sua cortesia e dalla sua affabilità.

Nella bella Praca da Republica visitiamo anche la Chiesa del paese, e passeggiamo lungo il corso principale dove si concentrano i negozi e i ristoranti. Alla fine ne scegliamo uno con i tavolini all’aperto, dove un cameriere molto gentile ci spiega tutti i piatti del menu e ci consiglia come abbinare sapori e vini. Dopo un po’ di consultazioni e dell’ottimo formaggio locale che nel frattempo gustiamo per antipasto, scegliamo delle terrine di baccalà tritato e mescolato con pure’ di patate e panna gratinato al forno, e lo accompagniamo con vino bianco portoghese. E’ tutto buonissimo e servito con grande cortesia, e nonostante aggiungiamo anche 4 caffè finali spendiamo solo 43,00€ in totale. E il cameriere, alla fine, ci regala perfino 4 bicchierini di Porto bianco! Evviva il Portogallo!

Rientriamo in stanza col fresco della sera, decisi a riposarci un po’ in vista delle esplorazioni che ci aspettano domani. Chissà se saranno interessanti come quella di oggi.

Lunedì 14 Maggio 2012

Anche la colazione è buona nel bell’hotel di Aveiro, dove la notte scivola via tranquilla e silenziosa come l’acqua dei canali. Salutiamo e ringraziamo il ragazzo della reception, e quando gli dico che siamo diretti a Coimbra lui mi guarda e dice una sola parola: Fado!
Ma prima di rivolgere la nostra attenzione alla prossima città passiamo per la vicina Praja da Barra, dove siamo accolti da un classico Farol cilindrico a righe colorate sormontato da una piccola lanterna che ci conferma che abbiamo finalmente trovato quello che stavamo cercando: l’Oceano.

E’ spettacolare, come al solito, e il cielo grigio e nuvoloso gli regala quel fascino nordico che lo differenzia immediatamente dal nostro Mediterraneo azzurro. L’aria e’ salmastra e libera, lo spazio vastissimo, la spiaggia chiara si estende sui due lati della costa a perdita d’occhio. Moli di pietra si protendono qua e là verso il mare, sui quali rari pescatori si avviano con le loro canne a spalle a provare a tirar su pesci da quell’acquario infinito.


Non c’è nessuno in giro, la calma e’ assoluta e il vento e’ lieve, più un profumo vago che una vera carezza, l’unico suono che si sente tutto intorno e’ il piccolo sciacquio delle onde che si rovesciano sulla riva in una soffice spuma bianca. Uno spettacolo uniforme di grigio e spazio dove non si riesce più a distinguere dove finisce il cielo e comincia il mare. Potrei restare a guardarlo per sempre.

La voce di Luca è l’unico suono che mi raggiunge in questa pace immobile. “Vuoi scendere a toccare l’acqua?” Of course. Non posso arrivare a pochi metri dall’Oceano e non andare a toccarlo, lo sa benissimo. Ci incamminiamo verso la riva mentre i nostri amici vanno a cercare delle cartoline, e io prometto che farò presto – lo prometto sempre, i loro sorrisi rassegnati annuiscono e mi lasciano andare, pazienti. E finalmente, su questo tratto di spiaggia liscia e chiara rinnovo la mia amicizia col Grande Mare, stringendogli ancora una volta le dita lievi di schiuma. L’ho già fatto diverse volte ormai, me ne rendo conto mentre lo tocco, e il pensiero mi fa sentire meglio. Lui sarà sempre lì, e io tornerò a trovarlo ogni volta che mi sarà possibile, e’ una promessa che cercherò di mantenere finché avrò occhi per vederlo e mani per sfiorarlo. E lui si lascia accarezzare piano, placido come un animale addormentato, tranquillo ma non indifferente, morbido, immerso nel suo respiro infinito profumato di salmastro. Alla fine mi regala alcune piccole conchiglie lucide, ossa di schiuma cave e perfette, ventagli di polvere rosa modellati con pazienza inesauribile dalle dita lievi delle onde. Le sento suonare nella tasca della mia giacca mentre mi allontano risalendo la spiaggia, e mi pare che non ci sia modo migliore per salutare l’Oceano che portarmene via un pezzetto. Alla prossima volta, grande mare. Obrigada.

Non lontano della spiaggia visitiamo il paesino di Costa Nova, una minuscola stazione balneare assolutamente da vedere per le sue casette caratteristiche, conosciute come Palheiros, un tempo tipiche case di pescatori ormai diventate alloggi per le vacanze. Il tempo di parcheggiare l’auto, e ci scopriamo a passeggiare lungo un’incredibile fila di casine di legno tutte rivolte verso il mare, con i tetti a punta e le facciate dipinte a righe verticali colorate, rosse, blu, verdi, gialle, sistemate una accanto all’altra come teli da bagno stesi sul filo ad asciugare, deliziose come casine di Candycanes, surreali come il set di un film di fiabe.


Un’atmosfera che più marina non si può, completata dal bellissimo viale pavimentato di pietre bianche e nere decorato con disegni in tema marinaro. Una meraviglia.

Ci fermiamo in un bar del lungomare a prendere un caffè e degli “ovos moles”, dolcetti tipici di questa zona che non eravamo riusciti a gustare ad Aveiro. Sono buoni in fondo, forse troppo dolci e un po’ pesanti per i miei gusti, ma siamo contenti di essere riusciti finalmente ad assaggiarli.

Dopo la breve sosta ripartiamo in direzione Coimbra, dove arriviamo quasi a mezzogiorno. La signora Lourdes della reception dell’Hotel Oslo e’ molto simpatica e affabile, e dopo averci fatti sistemare nelle nostre stanze ci fornisce una mappa con un itinerario consigliato per visitare tutti i posti migliori della città. Non è ancora l’ora di pranzo quando usciamo tutti insieme, pianta alla mano, alla scoperta del centro storico di questa città di origini romane la quale, oltre ad essere famosa per la sua antichissima Università, ha dato i natali a ben 6 Re del Portogallo.

Non ci mettiamo molto a capire come mai la zona dell’Università si chiama Città Alta – per raggiungerla dobbiamo scarpinare su per salite ripidissime pavimentate di ciottoli e fare diverse rampe di scale, il tutto reso ancora più faticoso da un sole inatteso e caldissimo che ormai e’ alla sua massima altezza. Per entrare nel vecchio centro storico passiamo sotto l’Arco dell’Almedina, restaurato da poco, che testimonia ancora oggi la funzione difensiva della fortezza araba che si trovava quassù prima della nascita della nazione portoghese vera e propria, e dello sviluppo culturale di questa città che ha avuto un ruolo chiave nella storia del Portogallo. La Cattedrale vecchia e’ il regalo a sorpresa che riceviamo per aver scalato la collina, un’apparizione che impressiona subito a prima vista. La Sé Velha, così chiamata per distinguerla dalla cattedrale nuova di epoca barocca, è una grossa chiesa romanica del XII secolo con una possente facciata in pietra orlata di merlature che la fa somigliare a una fortezza, e che si è mantenuta praticamente inalterata nel tempo. Unica evidente aggiunta architettonica alla struttura originaria è il portale nord, la Porta Especiosa, di fattura rinascimentale che, nonostante la sua presenza importante e certo non discreta, non riesce ad alterare radicalmente lo spirito essenzialmente romanico di questa chiesa, che è una delle più importanti di tutto il Portogallo.

Peccato solo che la sua collocazione non sia delle migliori, e che davanti alla sua scalinata invece di un bel sagrato ci sia un orrendo parcheggio. Ma il suo fascino resta davvero notevole. Più su ancora troviamo la Cattedrale Nuova, in stile rinascimentale un po’ barocchizzante, di una bellezza decisamente inferiore alla chiesa precedente ma con interni interessanti. Paghiamo 1€ a testa per percorrere tutta la navata che porta all’altare maggiore, lungo la quale si aprono cappelle laterali incredibilmente grandi e decorate con sfarzo, tra legni scolpiti e colonne tortili, madonne infilzate e angeli enormi, santi volanti e scintillii di nuvole d’oro, un po’ alla maniera del barocco spagnolo.

Anche davanti a questa chiesa c’è praticamente un parcheggio, mentre comprendiamo a poco a poco che gli edifici che vediamo tutt’intorno sono le varie facoltà moderne dell’Università di Coimbra. Le strutture sono bruttine a dire il vero, grossi parallelepipedi di cemento dalla linea piatta e anonima di un colore chiaro un po’ macchiato dal tempo, con solo un gruppo scultoreo di grandi proporzioni a decorare uno dei lati, in uno stile tipicamente razionalista da ventennio. L’effetto finale e’ decisamente triste e poco stimolante, sembrano più ospedali che luoghi di studio, ma ci auguriamo che all’interno siano più belli di quanto non appaiano esternamente. Comunque questa e’ solo la parte nuova dell’Università, e noi siamo diretti alla scoperta di quella antica. Prima pero’ decidiamo di mangiare qualcosa, e riscendiamo fino a un piccolo caffè lungo una vietta interna che ha dei tavolini all’aperto. I prezzi sono incredibilmente bassi anche qui, e per soli 6,50€ a persona mangiamo crocchette di carne con patatine e verdure, dolce e birra, e prendiamo pure un ottimo caffè. La signora che ci serve e’ simpaticissima, si fa capire in qualche modo anche se non parla né italiano né inglese e ci consiglia sui cibi da scegliere, e’ davvero amichevole, cosa che sembra accomunare tutti i portoghesi che abbiamo incontrato fin qui. Questo posto mi piace, ma soprattutto mi piace questo popolo gentile.

Dopo pranzo facciamo finalmente il giro della vecchia Università (7,00€ a testa il biglietto cumulativo per i diversi edifici), un prestigioso polo culturale tra i più antichi d’Europa, fondato alla fine del 1200 e ancora attivo ad altissimo livello per gli oltre 20.000 studenti iscritti. I vari edifici, compresa la chiesa, sono riuniti attorno ad un grande cortile centrale a pianta quadrata che da una magnifica impressione di armonia e compattezza architettonica, mentre sul lato opposto al blocco principale in cui ha sede la Facoltà di Giurisprudenza lo scenario si apre su un bel panorama della città vista dall’alto. L’edificio principale, con una scalinata esterna e un porticato ad archi aggiunto successivamente alla sua costruzione, ospita soprattutto la magnifica Aula Magna, un salone che un tempo faceva parte del palazzo reale che e’ stato trasformato in luogo dedicato alle cerimonie speciali, come l’apertura dell’anno accademico, l’insediamento del Rettore e alcune sessioni di esami pubblici. Dominata dalla cattedra del Rettore, presenta una serie di seggi per i docenti, le panche per il pubblico e il tavolo riservato all’esaminando, ma soprattutto spicca il bellissimo soffitto decorato di grande raffinatezza. Una serie di balconi che si affacciano sulla sala all’altezza del piano più alto permette una vista spettacolare dell’aula, dal fascino davvero regale. Una piccola porta oltre la sala dei ritratti dei Rettori del passato da accesso a un balconcino stretto che gira intorno a due lati dell’edificio, dal quale si gode una vista sulla città e sul fiume Mondego davvero notevole.

La visita più interessante pero’ e’ certamente quella della Biblioteca Joanina, una delle biblioteche universitarie più belle del mondo. Non e’ grandissima, solo tre saloni a pianta quadrata collegati insieme da archi in legno finemente scolpiti, ma e’ sicuramente impressionante, oltre che per i tesori che custodisce, per la ricchezza delle decorazioni delle librerie e dei tavoli, del soffitto e degli archi ornati dagli stemmi reali, dei cornicioni e dei capitelli ionici. Uno spettacolo meraviglioso per un luogo di antica tradizione e di grandissimo fascino. In questo ambiente prezioso sono conservati gioielli rari della storia della cultura portoghese, tra i quali una delle prime Bibbie stampate in spagnolo del ‘600, un’interpretazione rinascimentale del Cantico dei Cantici, gli antichi Statuti reali dell’Università e le cronache del regno del primo re portoghese Dom Alfonso Henriques. Probabilmente gli studenti di oggi non utilizzano nessuno dei 250.000 volumi conservati con enorme cura in questo scrigno, ma sanno che il loro sapere attuale poggia anche su quelli. Una guida francese alla quale rubiamo un po’ di informazioni racconta al suo gruppo che in alto, dietro alle tende di velluto rosso che coprono le finestre per proteggere i volumi antichi dalla luce troppo intensa, vive una piccola colonia di pipistrelli di una sessantina di individui, che sono ormai chiamati i guardiani dell’Università. La notte escono fuori attraverso una fessura per andare in cerca di cibo, e il giorno si rifugiano dentro la biblioteca, proteggendo i preziosi volumi dall’attacco di piccoli insetti e ricambiando così l’ospitalità assolutamente esclusiva della quale godono in queste magnifiche sale. Dopo tutto, anche loro indossano il lungo mantello nero d’ordinanza che contraddistingue tutti gli universitari di Coimbra.

Dopo la visita dell’Università torniamo in centro, e raggiungiamo la vivace Plaza 8 de Mayo dove si trova il Mosteiro de Santa Cruz, dichiarato monumento nazionale in quanto qui sono sepolti i primi 2 Re del Portogallo. Si tratta di una chiesa imponente, di una bellezza folgorante. Al romanico iniziale si è sovrapposto il manuelino della metà del ‘500, per un risultato finale davvero sontuoso: sulla facciata di pietra bionda si staglia un magnifico portale chiaro riccamente scolpito nel tipico stile manuelino, con un effetto finale di mix tra potenza e raffinatezza molto pregevole. Anche l’interno è all’altezza della particolarità del portale. Bellissimi Azulejos blu intenso decorano con scene grandiose le pareti lungo la navata centrale, fino alle tombe monumentali dei 2 Re scolpite da Chanterène in maniera grandiosa nella cappella dietro all’altare maggiore. Un complesso magnifico, una delle bellezze di Coimbra assolutamente da non perdere.

Dopo un ultimo giro del centro scendiamo di nuovo per le stradine e le scalinate dell’Almedina tornando nella Città Bassa, e andiamo in albergo a riposarci un po’. Solo dopo che il caldo più intenso ha mollato la presa sulla città usciamo di nuovo e raggiungiamo il Parco del Mondego, una zona tranquilla fuori dalla confusione del centro, per fare una passeggiata. Il percorso nel Parco comprende giardini e viali ridisegnati di recente per regalare ai cittadini una zona verde dove rilassarsi e godersi il fresco. Ci sono bar, locali, aree per bambini, spazi per chi vuole allenarsi e zone dove starsene semplicemente a riposare leggendo un libro distesi all’ombra sulla sponda del fiume. C’è perfino una zona gioco dove incontriamo un enorme orso fatto di erba sintetica che attira immancabilmente grandi e bambini, molto divertente.

Per cena ci lasciamo consigliare ancora una volta dalla LP e andiamo da Ze Neto, un piccolo ristorante in una vietta del centro, dove troviamo un tavolo libero giusto poco prima che il locale si riempia. Il cibo è semplice ma buono, cucinato alla maniera tradizionale, deciso e preparato direttamente dal titolare del locale che compila quotidianamente il suo menu su una vecchia macchina per scrivere, per appenderlo ogni mattina in una bacheca vicino alla porta d’ingresso. La signora che serve ai tavoli è gentilissima e molto simpatica e cerca di darci spiegazioni sui piatti e consigli in ogni modo, anche se parla solo portoghese. Una buona bottiglia di Vinho Verde ben fresco completa una serata molto piacevole.

Mi aspettavo molto da questa città dal nome bellissimo e musicale, il cui solo suono basta a evocare sapienza antichissima e tradizioni secolari, e non sono rimasta delusa.