Venerdì 18 maggio 2012: Cabo da Roca – Cascais – Estoril – Evora

Sintra ci è piaciuta molto, ma dobbiamo lasciare il nostro appartamentino di prima mattina per cominciare la nostra ultima giornata di visite prima di raggiungere la capitale, Lisbona. Acquistiamo dei biscotti tipici a una pasticceria sulla piazza principale, per portare via con noi un dolce ricordo di questa cittadina, e ci rimettiamo in auto, destinazione Cabo da Roca.

1

Cabo da Roca non è un paese vero e proprio ma un promontorio roccioso che si affaccia a strapiombo sull’Oceano Atlantico, famoso non solo per la sua bellezza naturale ma perché e’ il punto più a ovest d’Europa. Come dire che quando disegni la cartina dell’Europa, questo e’ il punto che più di tutti si protende verso occidente. Oltre queste rocce c’è solo acqua, tutta l’immensa striscia blu dell’Oceano che divide il nostro continente dall’America. Un ennesimo Finis Terrae di quelli che piacciono a me, che abbiamo già tracciato anche in Irlanda, in Spagna e in Francia, solo che questo è quello vero, proprio il più sporgente di tutti, la vera punta della freccia che indica la via verso il Nuovo Mondo.

2

A segnalare il Cabo c’è un bel faro, come in molti posti del genere, una costruzione larga e bassa con una torretta in pietra sormontata da una grossa lanterna di metallo rosso. E’ semplice, ma suggestiva e affascinante come solo i fari sanno essere; colorati, solitari, vigili, strane sentinelle perpetuamente intente a lanciare il loro messaggio rovesciato – attenzione naviganti, qui finisce il mare, e comincia la terra.

2b

Non c’è molto nella zona del Cabo oltre al faro, solo una specie di obelisco di pietra con una croce in cima, e un grande prato fiorito che si getta nello strapiombo della falesia, alta più di 100 metri. Null’altro. Ma questo luogo e’ preso regolarmente d’assalto dai numerosissimi gruppi di turisti che si trovano a passare da queste parti, perché è bellissima da vedere, questa immensa distesa d’acqua che dilaga a perdita d’occhio davanti a te, e pensare che, anche se sembra impossibile, invece a un certo punto finisce, e arrivi in America.

3

Insomma, se ti affacci di qui e guardi bene, laggiù in fondo in fondo puoi vedere New York. Nei giorni senza foschia, come dice Luca.

4

Volendo, all’ufficio del turismo del Cabo ti rilasciano anche un certificato che attesta che ci sei stato, nel punto più occidentale del continente europeo, ci hai messo i piedi, e più di lì non potevi andare. Ma devi pagarlo la bellezza di 5,20€, oppure 10,00€ se lo vuoi in versione un po’ più fighetta. Ci e’ sembrata una trappola troppo palesemente turistica, così abbiamo lasciato perdere,decidendo che le nostre foto saranno una prova più che sufficiente a testimoniare l’evento.

56

Falesia a parte, è veramente bellissimo il mare, qui. E’ quello che la gente viene a vedere fin quaggiù, l’Oceano – senza fine, disteso davanti a questo estremo lembo di terra che punta a ovest, ritaglio irregolare di puzzle che si incastra perfettamente nel continente liquido. Non si può andare oltre, da qui, se non con lo sguardo. O con il coraggio folle dei grandi navigatori portoghesi che si lasciarono questa terra alle spalle portando il loro sogno e la loro lingua in tutto il Sudamerica. Una meraviglia rara. Ce ne andiamo prima che arrivino i bus carichi di turisti vocianti, per conservare nel nostro ricordo l’atmosfera magica di silenzio e solitudine che questo luogo ci ha regalato.

8

Da Cabo de Roca ci dirigiamo direttamente a Cascais, famosa località balneare poco fuori Lisbona tra le preferite dei portoghesi come meta di vacanze estive. E’ una cittadina molto piccola ma affascinante, con un porticciolo sul mare e un famoso mercato del pesce che si anima ogni mattina al rientro dei pescherecci locali.

9

Caratteristici della cittadina sono alcuni edifici eleganti e una piazza con la tipica pavimentazione a motivi geometrici bianchi e neri, che regala l’impressione di camminare dentro a un gigantesco disegno a china.

10

Visitiamo anche la chiesa, dall’architettura semplice ,ma che offre allo sguardo metri e metri di bellissimi Azulejos a tema religioso che decorano le pareti e l’altare. C’è un pellegrino che conosciamo, nel giardinetto davanti al sagrato, uno di quelli che nei suoi innumerevoli viaggi sarà certamente arrivato anche qui.

11

La zona più bella è comunque quella del porto, con le mura degli antichi bastioni, i giardini, la passeggiata a mare, e il faro di Santa Marta a righe bianche e azzurre (chissà perché sono quasi sempre a righe, i fari). In un piccolo slargo proprio lungo il molo ci colpisce la vista di un’insolita statua in bronzo: è un comandante in divisa, fisicamente ben piazzato, dallo sguardo immobile, che fissa l’Oceano di fronte a sé dalla sua postazione di vedetta sul ponte di una nave invisibile. Un inatteso Drogo in versione marinara che scruta perennemente l’orizzonte, aspettando chissà quali invasori.

1213

E’ una cittadina piccola e semplice Cascais, ma di grande fascino, quello un po’ scolorito dei posti che hanno visto tempi migliori, ma che neanche il passare inesorabile del tempo riesce a rovinare del tutto. Un luogo che vale una piccola sosta.

14

Circa 3 km oltre Cascais troviamo Estoril, dove paghiamo la ragguardevole cifra di 0,60€ per parcheggiare la nostra auto nella piazza principale di questa nota località balneare. Più che nota, Estoril è stata fino a qualche anno fa una cittadina decisamente rinomata, meta mondana di VIP e rifugio di molte famiglie reali europee, una specie di Montecarlo in versione portoghese dove trovare alberghi di lusso con giardini di palme e campi da golf, spiagge attrezzate, musica fino a notte fonda e un famoso Casinò aperto giorno e notte. Ma soprattutto, qui si teneva ogni anno un evento che attirava moltissimi visitatori, la tappa portoghese del Gran Premio di Formula 1.

15

Oggi le cose sono un po’ cambiate, il Gran Premio non si corre più, buona parte della vita notturna si è trasferita a Lisbona, e il Casinò apre solo dopo le 15,00. Quel che resta è un paesino posato davanti all’Oceano affascinante come un villaggio di fiabe, con il suo castello, la spiaggia, un lungo molo di legno, e un mare cristallino che per la prima volta non somiglia neppure lontanamente all’Atlantico immenso e grigio visto fin qui.

16

Tra il Casinò e l’Oceano, la scelta è semplice. Attraversiamo la piazza e la via del lungomare cercando l’accesso alla spiaggia, e poco dopo scopriamo qualcosa di inaspettato. Lungo la costa, esattamente tra la spiaggia e la strada, corre la ferrovia. Passa proprio in mezzo, parallela a entrambe, e di fatto taglia via la spiaggia dal resto del paese. L’unico modo per raggiungere l’area attrezzata è attraversare la stazione. Si deve camminare per un pezzo lungo la pensilina del binario 1 e scendere la scala del sottopassaggio come se si dovesse partire, invece poi, proprio all’ultimo, si va dritti invece di voltare verso il binario 2, si sale una breve scaletta e si sbuca direttamente sulla spiaggia. Il profumo intenso del salmastro arriva già sotto il tunnel, dove i viaggiatori con borse e valige si mescolano ai bagnanti in ciabatte che vanno agli ombrelloni con l’asciugamano a spalla. Alla fine, è tutto solo una questione di destinazione.

17

La spiaggia è bellissima, lunga e bianca, con sabbia fine e rocce lisciate da secoli di carezze atlantiche. Un mare trasparente con riflessi turchesi e radi ombrelloni di palme completano il quadro da angolo di paradiso tropicale. Per la prima volta so che farei il bagno in questo Oceano senza la minima paura. Se non fosse per il cielo di quell’azzurro inconfondibile dove immense nuvole bianche si inseguono come lenzuola impazzite, potrebbe sembrare una tipica località di vacanza esotica.

18

Facciamo con piacere una passeggiata per il paese, lindo e ordinato come un presepe di lusso, ma quando risaliamo in auto sentiamo che non avremo poi troppa nostalgia di questa cartolina elegante. Un luogo decisamente più adatto ad annoiati re e regine in esilio che a vagabondi curiosi come noi.

19

Recuperiamo l’auto e lasciamo Estoril, direzione Evora. Un’altra delle mete speciali di questo viaggio, dalla quale ci aspettiamo molto. La raggiungiamo all’ora di pranzo, dopo un lungo tratto di autostrada, e ci sistemiamo alla Pension Policarpo, affascinante b&b di grande atmosfera, semplice ma con un bell’arredamento tradizionale, che ha almeno due grandi vantaggi, la posizione centrale e il parcheggio riservato gratuito. La giornata si è fatta calda e luminosa, le case imbiancate a calce e decorate da fregi color ocra sono coperte di fiori, e si stagliano nitide contro l’azzurro intenso del cielo. Ad un tratto il paesaggio si è fatto mediterraneo.

20

Ci sistemiamo e usciamo a cercare qualcosa da mangiare, fa così caldo che decidiamo per un piccolo chiosco all’aperto dove mangiamo ottimi panini seduti sotto a un ombrellone, completando lo spuntino con i dolcetti acquistati questa mattina a Sintra. Siamo accanto ad un bel giardino, con aiuole, prati e panchine, ma l’elemento che ci colpisce di più è una strana fontana sistemata proprio in fondo alla terrazza panoramica, con una vasca triangolare al cui centro due buffe figure stilizzate che sembrano appena uscite da un fumetto si scambiano un bacio di marmo senza fine.

2121b

Fin da subito, Evora ci appare per quello che è: una bellissima città-museo circondata dall’originaria cinta muraria le cui tracce risalgono indietro fino ai Romani, un luogo pieno di fascino e di storia, e decisamente una delle radici più antiche della nazione portoghese. Le stradine acciottolate si incrociano tra salite e scalinate, ordinate e silenziose, abbellite qua e là da azulejos fioriti e piccoli balconi di ferro battuto lavorato a mano. Imponenti e misteriosi, spiccano sulla piazza i resti del tempio di Diana, con le 14 colonne corinzie ancora in piedi dal II secolo AC, anno della sua costruzione avvenuta sotto il regno di Cesare Augusto. Un testimone che non ti aspetti, messo lì in mezzo alle case bianche, così classico e mediterraneo, lontanissimo e familiare a un tempo.

22

Tra le visite da non perdere c’è certamente la Cattedrale gotica, una costruzione in pietra risalente al XIII secolo che è a tutt’oggi la cattedrale cattolica più grande di tutto il Portogallo. Costruita in stile misto romanico e gotico, colpisce immediatamente per la sua imponenza e per l’aspetto di chiesa-fortezza tipico del periodo, con il grande portale a ogiva fiancheggiato dalle statue dei 12 Apostoli e due alte torri laterali a fare da sentinelle all’ingresso dei fedeli.

23

Il biglietto d’ingresso costa 3,50€ e permette l’accesso al chiostro interno e alla torre,che porta al tetto. Il chiostro è molto bello nella sua semplicità, con un camminamento perimetrale elegante, soffitti a volte e colonne sottili che uniscono archi aperti verso un giardino che è quello tipico dei chiostri, ritaglio silenzioso dal caos del mondo esterno.

24

L’interno della cattedrale di Santa Maria Assunta è molto interessante, con una navata ampia e lunga dal classico soffitto altissimo, delicate colonne in pietra, decorazioni sofisticate sugli altari, e una insolita statua lignea policroma di una Madonna del parto con la mano posata sul ventre rotondo che è venerata in tutta la regione per la sua fama di elargitrice di grazie alle donne che desiderano un figlio.

25

Ma anche più bello dell’interno è il panorama che si gode dalla cima della Sè, una volta scalata la chiocciola della Torre che porta proprio sul tetto della cattedrale-fortezza. Uno spettacolo straordinario di spazi aperti verso l’infinito, tra torrette, cuspidi, comignoli, vele campanarie ed elementi decorativi gotici, con un panorama che dilaga a perdita d’occhio su tutta la regione dell’Alentejo, di cui questa magnifica città è il capoluogo.

26

Verso l’esterno, lo spazio infinito e libero di un’intera regione e tutto il cielo del Portogallo, abbellito da batuffoli di nuvole sospese così perfette da sembrare finte. Verso l’interno, la conchiglia chiusa del chiostro, la pace, il silenzio, il raccoglimento, il mondo dello spirito ritagliato via dal reale dalle mura protettive della chiesa-fortezza. Tutti e due bellissimi. Ma più bello di tutto è stare quassù in cima al tetto, sopra a tutto, e poter vedere questo e quello, e non essere obbligati a stare dentro a nessuno dei due.

27

Dopo la Sè visitiamo un’altra chiesa famosa di Evora, quella di San Francesco, a lato della quale c’è una cappella nota per una lugubre caratteristica: la Capela dos Ossos. Questa cappella francescana del XVI secolo è molto conosciuta per le sue decorazioni inquietanti che furono realizzate utilizzando proprio ossa umane. Avevo visto qualcosa del genere a Roma molti anni fa, nella cripta dei cappuccini di Santa Maria Immacolata a Via Veneto, dove le cappelle sono più piccole e più numerose e le decorazioni molto più artistiche, ma l’effetto è più o meno lo stesso. Anche qui, le pareti, le colonne, le volte, le finestre, ogni porzione della cappella è ricoperta da ossa e teschi umani appartenuti ai frati francescani che vivevano nella zona, un materiale ricavato da un totale di oltre 5000 persone. Il risultato finale e’ decisamente macabro, ma l’intento dei frati che ebbero questa idea non era di spaventare o far inorridire i visitatori, bensì quello di farli riflettere sulla precarietà della vita, sull’inutilità della vanità e sul tempo che ci è concesso su questa terra, tanto più prezioso quanto più si è consapevoli della sua brevità. Sulla porta un’iscrizione dice: “noi ossa che siamo qui aspettiamo le vostre”. Non molto allegro, in effetti. Comunque, visitare questa insolita cappella non mi lascia tanto sgomenta quanto pensare a come si saranno sentiti quei frati che la realizzarono, chiusi lì per giorni e notti a selezionare ossa da montagne di scheletri di loro confratelli scavati dai cimiteri locali, e scegliere come e dove sistemarli in questa macabra decorazione muraria.

28

Solo all’uscita della Capela dos Ossos mi accorgo che, purtroppo, in un qualche momento di questa giornata di visita per chiostri e chiese, deve essersi sfilato uno dei miei orecchini di Thun con le coccinelle, e si è perso. Sono molto dispiaciuta di questo fatto, non per il suo valore intrinseco ma perché era un regalo da parte di persone che amo molto e che mi amano molto, e per me era un oggetto speciale. Potrei averlo perso sui tetti della Se’, perché ogni tanto, quando eravamo lassù, ho passato agli altri la mia macchina fotografica per farmi fare una foto, e forse nel togliermi il laccio dal collo l’orecchino si e’ sfilato, ma è solo un’ipotesi. Abbiamo fatto così tanti passi da stamani, non è facile indovinare dove possa essere caduto. Continuiamo il nostro giro guardando per terra mentre camminiamo per le stradine già percorse e per i giardini, nella vaga speranza di poterlo notare da qualche parte, ma sappiamo che le probabilità di ritrovarlo sono quasi inesistenti. Il mio morale è visibilmente a terra, tanto che poco dopo, in un negozio di artigianato locale, i nostri amici mi regalano un nuovo paio di bellissimi orecchini in argento e sughero con dei piccoli pendenti a forma di farfalla, facendomi luccicare di nuovo gli occhi di gioia. Non importa che i regali siano preziosi, quando lo è chi te li fa.

29

Non possiamo completare la visita a questa meravigliosa cittadina medievale senza arrivare alla sua Università, la seconda più antica del Portogallo dopo quella di Coimbra. La sede attuale è ancora nel palazzo originario del 1559, Il Collegio dello Spirito Santo, un bellissimo edificio con un cortile interno circondato sui lati da un loggiato a due livelli incredibilmente elegante, delimitato da archi e colonne. Per visitare l’interno ci mescoliamo agli studenti provenienti da tutto il mondo, indaffarati dietro ai loro zaini pieni di libri e sogni, e l’ambiente che scopriamo è interessante e vivace. Naturalmente, anche qui non mancano intere pareti decorate di Azulejos di un blu intenso, preziose testimoni di un antico passato culturale che continuano a ispirare chi viene qui a studiare come costruire il futuro.

30

Nel nostro lungo giro della città arriviamo fino ai suoi bordi estremi dove si può ancora vedere un tratto dell’antico acquedotto romano detto del Sertorio, lungo oltre 4 chilometri. L’espansione del piccolo borgo ha portato all’incontro tra questa magnifica infrastruttura antica e la periferia abitata, permettendoci così di assistere ad un fenomeno insolito. Nel suo dilagare verso l’esterno, il quartiere ha sfiorato, e poi raggiunto, e quindi inglobato l’antico acquedotto, facendolo diventare parte integrante dell’area abitata;. Il risultato è alquanto bizzarro: mura e finestre costruite sotto le arcate, archi accecati utilizzati come pareti divisorie, entrate di negozi che si aprono direttamente sotto le volte, e case intonacate a calce addossate direttamente ai piloni dell’acquedotto romano, in una sorta di invasione barbarica allegra e informale che ha integrato passato e presente senza alcuna difficoltà, con uno straordinario impatto estetico finale.

31

Ceniamo in un locale del centro e dopo un’ultima passeggiata me ne vado a letto contenta per la visita a questa antica città, certo una delle mie preferite fino a questo momento, e rattristata solo per il mio orecchino perduto, rimasto da qualche sotto la pioggia battente di questa notte. Un pezzetto di me che lascio per sempre in questo luogo bellissimo.
Ci penso ancora la mattina dopo, non riesco a rassegnarmi all’idea di aver perso un oggetto così speciale, sento che è là fuori che vuole essere ritrovato e che devo fare almeno un ultimo tentativo prima di ripartire. Così lascio che gli altri sbrighino le formalità del check out e del carico dei bagagli per fare di nuovo una corsa fino alla Sè, dove credo di averlo perso. Visto che l’ingresso è a pagamento, spiego in qualche modo la situazione alla signora della biglietteria chiedendo se per caso le è stato recapitato un orecchino smarrito uguale a quello che tengo in mano, ma lei non ne sa nulla. Però è gentilissima e mi invita senza che neppure glielo chieda ad entrare nella chiesa a cercare. Percorro la navata con gli occhi a terra, ma so che le probabilità di trovarlo qui sono poche, sento che l’ho perso all’aperto, sul tetto, ma non oso chiedere che mi facciano andare fino su senza pagare. Un signore seduto accanto al bancone della biglietteria mi vede tornare mestamente dalla mia missione di ricerca e mi chiede più dettagli su quello che è successo, così gli spiego il giro che abbiamo fatto ieri e la mia sensazione di averlo perso sul tetto, in cima alla torre, dove non penso di poter salire. Invece lui dice: su? allora vai a vedere! Ma non ho il biglietto… Vai vai, corri! E mentre lo dice, sorride. Non riesco a credere alla gentilezza e alla cortesia di queste persone, alla semplicità con cui riescono a distinguere un dovere da un favore. Salgo la scala a chiocciola della torre come un fulmine, so che ho poco tempo e poche speranze, gli altri mi aspettano e non voglio che perdano tempo per colpa mia, ma voglio ripartire sapendo di non aver lasciato nulla di intentato. Il tetto è grande e chissà dove può essere caduto, ammesso che lo abbia perso proprio quassù come sono assurdamente certa che sia accaduto. Ignoro le uniche altre due persone presenti sul tetto ad ammirare il panorama e comincio a cercare in giro scannerizzando il suolo con lo sguardo, col respiro affannato per le scale fatte di corsa e la sensazione di avere troppo poco tempo a disposizione. Ma non me ne serve molto. Fatti pochi passi verso una torretta, mi pare di vedere da lontano qualcosa di arancione per terra, un piccolo oggetto colorato che spicca sul grigio delle pietre umide. Mi fermo, non è possibile. Sarà qualcos’altro, un foglietto di caramella o uno scherzo della mia miopia, non può essere proprio il mio orecchino. In pochi passi sono lì, e solo quando lo tocco e lo raccolgo nella mano chiudendolo stretto nel pugno mi rendo che è vero – l’ho ritrovato! L’ho cercato più per disperazione che per convinzione, sono salita quassù solo per dire che ci avevo guardato, solo per seguire una sensazione, un richiamo istintivo che nulla aveva a che fare con la mia razionalità ma che mi avrebbe permesso di andare via da qui più serena, e invece l’ho trovato davvero! L’incredulità è così forte che mi travolge come un’onda improvvisa e mi metto a ridere da sola, continuando a stringere nella mano la mia coccinella arancione come se temessi di vederla volare via. Scendo la scala della torre di corsa ripetendomi che è incredibile, e in un attimo sono di nuovo al banco della biglietteria, dove il signore che mi ha lasciata salire su mi vede arrivare di corsa con la mano stretta davanti a me, felicissima: incredibile, guardi! l’ho trovato! l’ho trovato! Apro la mano solo nel momento in cui arrivo davanti a lui, per mostrargli il risultato miracoloso della mia follia e della sua gentilezza unite insieme, e lui ha un reazione che mi lascia di stucco. Si mette a ridere e a parlarmi in portoghese, sembra perfino più contento di me, tocca l’orecchino dicendo qualcosa che deve essere di congratulazioni, poi mi racchiude le mani nelle sue e le bacia, felicissimo. Non avrebbe potuto condividere più sinceramente la sua gioia per questo piccolo miracolo. Mi commuove che lui sia così contento solo perché vede che io lo sono. Lo ringrazio mille volte, lui e l’altra signora, e poi scappo via, verso Luca e gli altri che mi aspettano, col mio tesoro stretto nella mano. Quando la riapro, vedo riflesso sui loro volti lo stupore che deve essere stato il mio nel momento esatto in cui ho raccolto la coccinella dal tetto. Da questo momento, Evora per noi è definitivamente magica. Dopo tutto Lisbona, a pochi chilometri da qui, è la città d’origine di Sant’Antonio, che è il protettore degli oggetti smarriti, e la nostra amica è proprio di Padova, la città del Santo. Coincidenze, certo. Che però ci fanno ripartire più allegri verso la capitale di questa terra bellissima.

32

Giovedì 17 maggio 2012: Obidos – Sintra

La giornata è leggermente velata di nubi quando partiamo da Alcobaça, dopo una buona colazione a un tavolo con vista sul Monastero. La prima meta di oggi è Obidos, paesino medievale nella regione della Leiria, un piccolo borgo carico di fascino che nella sua storia ha avuto l’insolito destino di essere parte della dote di matrimonio di molte regine del Portogallo. Pare che la prima sia stata Santa Isabella, che se ne innamorò quando le capitò di visitarlo e subito lo ebbe in dono dal Re, inaugurando così una tradizione che si è ripetuta per molti secoli. Si tratta di un minuscolo borgo pedonale raccolto intorno a un castello difeso da possenti bastioni e torri merlate, all’interno delle quali si nasconde un centro abitato che sembra uscito dritto dritto da una fiaba.

Stradine di pietra orlate di fiori si incrociano in mezzo a casette bianche piccole come quelle delle fate, tutte insolitamente decorate da strisce di pittura azzurre, gialle e rosse lungo i bordi e gli spigoli. L’effetto è inaspettato, e delizioso: un misto di favola e isoletta greca, un’atmosfera blu marino in mezzo alle verdi campagne del Portogallo centrale.

Il paese e’ racchiuso da una cinta muraria intatta lunga circa 3 km i cui camminamenti, risalenti ai tempi in cui le sentinelle li percorrevano scrutando la vasta piana circostante per non farsi sorprendere dagli attacchi dei nemici, sono accessibili senza ticket. Basta fare attenzione a dove si mettono i piedi, perché il terreno è irregolare e lo spazio molto ridotto. Ma ad avere un po’ di coraggio, e un vago spirito di avventura, arrivi in cima alla scaletta stretta, e poi a un viottolo di sassi irregolari, e lo spettacolo del panorama ti si spalanca davanti agli occhi come un mare d’erba dalle mille sfumature verdi.

In quello che era il Castello adesso c’è una meravigliosa Pousada, un hotel di lusso dall’atmosfera magica, con vista sul piccolo borgo di casette candide bordate di strisce colorate e cespugli di fiori.

Dopo il Castello, l’edificio più interessante è senza dubbio la Chiesa di Santa Maria, in fondo alla via principale, che si affaccia su una piccola piazza dominata da un unico, altissimo albero. L’interno è minuscolo ma prezioso, con una navata fiancheggiata da colonne sottili che conduce a un bellissimo altare decorato. Nella chiesa sono conservate alcune tele di una famosa pittrice locale, Josefa di Obidos, ma l’elemento più interessante è ancora una volta costituito dai raffinatissimi Azulejos che ricoprono completamente le pareti della chiesa con il loro blu intenso.

Prima di ripartire facciamo un giro per i negozietti di artigianato locale e acquistiamo un pannello di azulejos con un disegno floreale da mettere sul nostro balcone, per portarci a casa un po’ del fascino e della bellezza di questa terra antica. Riprendiamo l’auto che abbiamo lasciato lungo la via fuori dal borgo pedonale e in breve tempo raggiungiamo Sintra, a nord-ovest della capitale portoghese, dove abbiamo prenotato un piccolo appartamento per la notte, la Casa da Pendoa, vicinissima al centro storico. La cittadina, che è patrimonio dell’UNESCO, ci appare subito affollata e piena di traffico. Ci sistemiamo in fretta e usciamo per la nostra prima visita, la Quinta da Regaleria, che raggiungiamo in auto.

Si tratta di una vasta tenuta che comprende un Palazzo nobiliare progettato dall’architetto italiano Luigi Manini ai primi del Novecento su commissione del facoltoso signore Antonio Monteiro. Il biglietto (6,00€) permette l’accesso sia alla villa che al parco circostante, che e’ uno dei più stravaganti che ci sia capitato di visitare. Il progetto, relativamente recente rispetto al resto della città, rispecchia i gusti capricciosi del suo proprietario, che chiese all’architetto di creare per lui un mondo a parte che potesse essere solo suo. E la sua richiesta fu esaudita, senza ombra di dubbio. Fin dall’ingresso si può ammirare l’architettura particolarissima della villa, un misto di stili diversi che comprende il gotico, il manuelino, il romanico e il barocco in un intreccio fantastico così sorprendente da confondere gli occhi e i sensi. Una casa di fate, un castello stregato, il palazzo turrito dove la principessa è tenuta prigioniera dal drago. Un luogo d’incanto.

Gli interni da visitare non sono molti, ma sono certamente notevoli. La sala da pranzo ha un’intera parete a finestre affacciate sul giardino dalle quali filtra una luce obliqua che illumina il grande caminetto scolpito come un merletto, e mostra un incredibile pavimento a mosaico sul quale sono raffigurate vivaci scene di caccia: uccelli, cani, oche, cervi rappresentati in ogni minimo dettaglio sono racchiusi in medaglioni dai colori delicati, decorati da tralci di fiori e piante esotiche. Le porte, laccate di rosso intenso e rifinite in argento sbalzato a imitazione dei portoni dei castelli medievali, sono incredibilmente originali, soprattutto per il contrasto evidente tra i colori chiari e vivaci e lo stile cupo delle forme gotiche.

Nel giardino si trova anche una piccola chiesetta, la Cappella della Santissima Trinità, caratterizzata da numerosissimi riferimenti iconografici di tipo esoterico, massonico e alchemico. Ovunque sono visibili croci templari, sfere armillari, triangoli con al centro l’occhio divino e simboli misteriosi di interpretazione oscura, mentre sulle vetrate colorate di una finestra è dipinto l’episodio, già rappresentato nella chiesa di Nazarè, del nobile cavaliere che per inseguire un cervo rischia di precipitare in un burrone ed è salvato dall’intervento della Vergine Maria. Una piccola cappella insolita e molto luminosa, davvero interessante.

Intorno all’edificio principale si estende il grande parco, che e’ ancora più stravagante del palazzo. Tutto un groviglio di piante e sentieri, boschetti e labirinti, laghetti e grotte, panchine monumentali e architetture dalle fogge più strane e dai nomi suggestivi: la Fontana dell’Ibis, il Terrazzo dei Mondi Celesti, il Portale dei Guardiani, il Pianerottolo degli Dei, La Grotta di Leda, il Laghetto senza Nome, e la bellissima Torre da Regaleira, elegante e misteriosa, dalla quale si gode una vista magnifica sulla città di Sintra.

Gironzoliamo per l’enorme tenuta come in un parco dei divertimenti, con la mappa alla mano solo per assicurarci di non tralasciare nulla, passando da una zona all’altra attratti soltanto dalla nostra curiosità. All’uscita dall’ennesima torretta seguiamo un percorso che arriva a una piccola cascata che sgorga dall’alto di una roccia, dietro la quale si intravede una grotta buia mentre davanti si forma un piccolo bacino d’acqua. Passiamo su un ponticello di legno e ci ritroviamo sulla sponda del laghetto, che si può attraversare camminando sopra piccole rocce piatte che affiorano dall’acqua. La curiosità e il divertimento prevalgono sul buon senso, così mi avventuro, e quando mi rendo conto che queste non sono esattamente cose adatte a me sono ormai dall’altra parte, in salvo e soprattutto ancora asciutta. La grotta dietro alla cascata si allunga in un tunnel completamente buio che percorriamo alla cieca senza avere idea di dove stiamo andando, finche’ svoltiamo in una seconda galleria illuminata appena da un filo di lucine posate a terra, e quando rivediamo la luce del giorno scopriamo finalmente il mistero: siamo in fondo al Pozzo dell’Iniziazione! Il pavimento circolare ricoperto di marmi colorati che formano figure geometriche e’ la base di un pozzo profondo in cui un giro elicoidale di finestre ad archi e colonnine si affacciano lungo le pareti cilindriche creando un effetto di leggerezza ed eleganza inaspettato. Risaliamo lentamente lungo una scalinata che passa dietro alle arcate fino ad arrivare di nuovo in cima; sembra di camminare all’interno di un flauto gigante, affacciandoci ogni tanto dai fori delle note. E’ una strana sensazione poi, uscire di nuovo fuori all’aria aperta. Abbiamo fatto il pozzo, ora siamo anche noi degli Iniziati – anche se non abbiamo idea a cosa siamo stati iniziati, effettivamente…

Ma il bello del parco non sono solo le statue o le torri o le guglie, bensì il parco stesso, le piante, i vialetti, i fiori che spuntano ovunque. E tra tutte le creature verdi che incrociamo, incontro a sorpresa una delle mie preferite in assoluto: una Sequoia americana. Non ho idea di come sia finita qui e perché, è una sorpresa, ed è fantastica. Altissima, rigogliosa, con quella sua corteccia spugnosa e soffice che fa venire voglia di accarezzarla. Certo non è immensa e magica come quelle del National Sequoia Park, quelle per il momento rimangono nella mia lista dei sogni ancora da realizzare, ma è comunque una creatura straordinaria che rende questa giornata ancora più speciale.

Alla fine, dopo tanti giri e tante emozioni dobbiamo deciderci a uscire da questa tenuta così originale, lasciando i suoi misteri e le sue stravaganze dietro al grande cancello di ferro battuto a riccioli.

All’uscita riprendiamo l’auto e saliamo ancora più su lungo la strada tortuosa che si arrampica sulla collina subito fuori da Sintra, e raggiungiamo il Palacio Nacional da Pena, uno dei più famosi palazzi del Portogallo, anche questo compreso nel Patrimonio mondiale dell’Unesco.

Il Palazzo risale alla metà dell’800, fu fatto costruire dalla regina Maria II di Braganza come dono di nozze per suo marito Ferdinando II del Portogallo ed è una costruzione assolutamente sorprendente, anche più della Quinta da Regaleira. O per lo meno, lo è in un modo tutto suo, imprevisto e spettacolare.

Il biglietto e’ doppio e comprende la visita del palazzo e del parco, che e’ molto grande, tanto che per raggiungere l’edificio principale, posato in cima alla Rocca di Sintra, si prende un piccolo bus verde che risale il lungo viale fino all’ingresso. L’impatto con il palazzo è notevole, e inatteso. Un miscuglio di stili architettonici differenti e poco compatibili, che però sembra funzionare, forse grazie ai colori incredibili che decorano i diversi edifici che lo fanno somigliare a una Disneyland romantica.

Torrette rosse, grandi facciate interamente ricoperte di Azulejos blu, cupole gialle, merlature ocra, finestre manueline con grovigli di corde e alghe e inquietanti creature di pietra grigia, archi moreschi giallo limone, edicole gotiche rosa col tetto a disegni geometrici, un caleidoscopio di forme e colori che stupisce e da l’impressione di trovarsi su un set cinematografico, in un luogo artificiale e fiabesco allo stesso tempo, che stupì perfino Lord Byron e fu capace di incantare Richard Strauss.

Il parco intorno al Palazzo e’ immenso e incantevole, seguiamo i sentieri sulla mappa incontrando laghetti, aiuole fiorite, fontane, casette di fata e punti panoramici, ci inoltriamo tanto che perdiamo completamente di vista gli edifici in cima alla collina.

Il giro è faticoso e lungo, ma ripagato dall’incontro con altre sequoie, piante giapponesi ammantate di fiori delicati come farfalle, vialetti romantici e atmosfere da bosco incantato. Sembra di essere fuori dal mondo, in un luogo magico e misterioso dove non c’è più nessun altro tranne noi quattro, immersi nella Natura originaria.

Alla fine della visita salutiamo il parco e il bizzarro palazzo colorato e torniamo verso l’uscita con il solito bus verde che ci aveva portati su, e riprendiamo la nostra auto per raggiungere la Casa da Pendoa. Ci riposiamo un po’ dalle lunghe camminate cercando sulla guida consigli per un buon ristorante per stasera, quindi usciamo di nuovo a fare un giro in centro per raggiungere l’ultima attrazione imperdibile della città, il Palazzo Nazionale. Si tratta in effetti di un complesso di edifici separati costruiti in stili molto diversi, dal manuelino al gotico al barocco, che fu utilizzato come residenza estiva da molti re e regine del Portogallo. Purtroppo è tardi e non è più possibile entrare per la visita degli interni, ma anche da fuori si riesce a percepire la raffinata eleganza di questo palazzo e la bellezza del gruppo eterogeneo di edifici che lo compone. Su tutto spiccano i due enormi coni dei camini delle cucine, vero simbolo del Palazzo Nazionale e della città intera.

Per finire la giornata ci regaliamo una buona cena a base di carne e pesce grigliato in un ristorante tipico del centro, accompagnato da Vinho Verde ben fresco. Una cena un po’ meno economica di quelle fatte nelle sere precedenti, ma comunque un buon modo per concludere una giornata molto speciale.

Mercoledì 16 maggio 2012: Batalha – Alcobaça – Nazarè

Facciamo colazione e usciamo presto, in una mattinata lucente che preannuncia una giornata di sole intenso. Per raggiungere la nostra prima tappa di oggi, Batalha, passiamo per il piccolo paesino di Fatima, dove i tre pastorelli ebbero le apparizioni della Bella Signora che affidò loro i misteriosi 3 segreti. Non ci fermiamo perché non fa parte del nostro itinerario né dei nostri interessi spirituali, ma a dire la verità sono incuriosita da questo luogo di devozione mariana dove è stata costruita una basilica che ha di fronte una piazza lunga un chilometro per poter accogliere le migliaia di fedeli che arrivano qui da tutto il mondo ogni 13 maggio. Non mi sarebbe dispiaciuto visitare la Chiesa e vederla coi miei occhi, questa Signora che ha nella Corona un frammento di una delle sue predizioni divenuta realtà. Ma forse è meglio onorare questo posto col rispetto che gli è dovuto, lasciandolo alla cura esclusiva di coloro che arrivano qui guidati solo dal cuore.

La nostra meta è il Monastero di Santa Maria de Batalha, fondato intorno alla fine del 1300 per commemorare la vittoria di una difficile battaglia in cui un esercito numerosissimo di spagnoli si scontrò con un gruppetto sparuto di soldati portoghesi. Ma i portoghesi avevano pregato la Madonna e lei li aiutò a riportare l’improbabile vittoria finale, così per ringraziarla fu costruita questa grandiosa abbazia benedettina in suo onore. Parcheggiamo la macchina in una piazzetta vicino alla chiesa scoprendo con grande sorpresa che la tariffa prevista per la sosta è di soli 60 centesimi l’ora! Lo stile esterno della costruzione principale e’ gotico fiammeggiante, tutto riccioli, ghirigori e altissime guglie, archi rampanti e pinnacoli, portali scolpiti e statue di santi e apostoli a decine, davvero impressionante per grandiosità e qualità. La pietra è ben conservata, di un color oro che mi piace sempre nelle chiese, specialmente in strutture così originali.

L’interno e’ il gotico più spettacolare, una navata stretta e lunga che va verso l’altare fiancheggiata da due file di colonne altissime, potenti e fitte, una foresta di pietra di un’altezza vertiginosa, tanto che quasi non se ne vede la fine. Volte a croce, altari, vetrate verticali attraverso le quali passano fasci di luce colorati, tutta la magia del gotico che avvolge e incanta.

Alla destra dell’ingresso si trova la Cappella del Fondatore, una cappella a pianta quadrata dalla volta altissima illuminata da una lanterna ottagonale decorata da vetri colorati, nella quale sono sepolti il fondatore del monastero Re Joao I, sua moglie Filippa di Lancaster e i loro figli, compreso Enrico il Navigatore. Le tombe della coppia reale sono di marmo bianco scolpito come un merletto prezioso, raffinatissime e regali. Sui piedistalli, decorati su tutti i lati da figure simboliche, stemmi e motti, sono distesi i due sovrani vestiti di abiti fastosi. Ma non è questo che rende speciali queste tombe. Insolitamente, le sepolture affiancate sono vicinissime, e se ti alzi un po’ sulla punta dei piedi riesci a vedere che le statue si tengono per mano. Non un Re e una Regina, ma due innamorati che un piccolo gesto unisce anche nel tempo infinito della morte. Mano nella mano per l’eternità. Può bastare poco, per dire una cosa immensa.

Nella parte adiacente alla chiesa si possono visitare una serie di chiostri bellissimi, a doppio livello, con lunghi corridoi silenziosi decorati finemente, archi, colonne scolpite, giardini e una fontana dove nuotano dei pesci rossi, splendida.

Lungo uno dei corridoi si apre la Sala Capitolare, nella quale si trova la Tomba del Milite Ignoto della Prima Guerra Mondiale a cui due soldati e una fiamma eterna fanno da sentinella perpetua, insieme a un bellissimo crocifisso ligneo parzialmente distrutto. Un Cristo ancora più doloroso e straziato del solito, simbolo perfetto dell’orrore di una delle guerre più tragiche della storia moderna. Ma la sala ha la principale attrattiva nella sua ardita costruzione architettonica, per le dimensioni notevoli della splendida volta progettata senza l’ausilio di alcun supporto centrale. Un luogo che fu considerato così precario da essere per un certo periodo riservato ad alloggio dei prigionieri condannati a morte, ma che invece è perfettamente stabile e sicuro, e magnificamente disegnato.

Quando finiamo il giro e pensiamo di aver visto tutto, ci accorgiamo che invece non abbiamo ancora visto il meglio. In una zona attigua al Monastero accessibile solo dall’esterno si trovano le Capelas Imperfeitas, il vero gioiello di questo complesso bellissimo. Sono dette imperfeitas poiché sono rimaste incompiute in quanto non vi fu mai aggiunto il tetto, ma di imperfetto non hanno veramente nulla…

Un giro di sette cappelle a base esagonale sono ordinate intorno a una struttura a pianta ottagonale, tutte decorate da ornamenti e fregi in stile gotico e manuelino di una complessità e una ricchezza straordinaria. I pilastri, gli archi, le merlature, i fregi, perfino l’immenso portale alto 15 metri, tutto è scolpito fittamente di edere, fiori, serpi, funi, angeli alati, motti e sfere armillari, in un trionfo di pietra merlettata che lascia storditi.

L’azzurro aperto della volta del cielo dona a questo giro di cappelle di pietra dorata un fascino straordinario, lasciando libera la luce di colorarle a suo piacimento nelle diverse ore del giorno.

Nelle Cappelle Incompiute si trovano le tombe di Edoardo del Portogallo e di sua moglie Eleonora d’Aragona, anche loro sepolti in un’unica tomba gotica molto più semplice di quella della Cappella del Fondatore, con le statue che li immortalano mentre si tengono dolcemente la mano.

Una visita davvero interessante a un luogo bellissimo, Patrimonio dell’Umanità dal 1983.

Dopo la visita del Monastero riprendiamo l’auto e percorriamo i circa 20 chilometri di distanza che ci separano dal paese di Alcobaça, dove dormiamo stasera. Il nostro hotel è vicinissimo al Monastero e abbiamo perfino un balcone con vista sulla piazza della chiesa di Santa Maria, veramente una posizione perfetta. Sulla stessa piazza ci fermiamo a un ristorante turistico a mangiare delle insalate fresche all’ombra di un albero, per ripararci un po’ dai 33 gradi della giornata quasi estiva. Qui un cameriere stravagante e un po’ troppo guascone ci tratta con poca cortesia e alla fine sbaglia – o prova a sbagliare – per ben due volte il conto, presentandoci un totale pari al doppio di quanto dobbiamo pagare e calcolando portate e bevande in più che non abbiamo mai ordinato. Glielo facciamo notare ma lui continua a calcolare male, e solo quando entro nel locale e parlo con la signora alla cassa riesco a far valere le nostre ragioni. E’ vero che c’era confusione e aveva molto da fare, e magari un errore ci poteva stare, ma per la prima volta non ci troviamo bene in un locale, e ci alziamo un po’ delusi.

Quello che non ci delude invece è il Monastero di Santa Maria, un monastero cistercense che fu il primo edificio gotico del Portogallo e che ha una lunga e importante storia intrecciata a quella dei reali di questa terra. Una serie di splendidi chiostri sono racchiusi in questo monastero medievale dalle linee raffinate, con giardini curati e porticati di grande eleganza. Qui si trova anche la Stanza dei Re, a pianta quadrata, che contiene una serie di statue che raffigurano la sequenza dei Re del Portogallo, mentre le pareti sono piastrellate di Azulejos che riproducono scene della storia del Monastero.

Tra i vari chiostri visitabili, il più bello è il Chiostro del Silenzio, aggiunta rinascimentale, con le colonne e gli archi decorati a motivi floreali e animali, davvero imponente. In un angolo di questo chiostro si trova una magnifica fontana di pietra scolpita in rilievo con motivi rinascimentali e decorata da stemmi e animali mitologici, mentre tutto il piano superiore dei loggiati è ornato in stile manuelino molto evoluto, veramente splendido.

L’antico dormitorio è un salone enorme con volte a croce sorrette da colonne, dove un tempo i monaci dormivano tutti insieme. Solo più tardi fu creata un’ala con celle individuali nelle quali i monaci potevano riposare e pregare in solitudine.


Un altro degli ambienti famosi di questo Monastero sono le cucine, gigantesche, capaci di ospitare cibi sufficienti a sfamare centinaia di persone. L’elemento più imponente è senz’altro il caminetto, altissimo, completamente rivestito da una piastrellatura bianca che lo fa apparire ancora come nuovo. Nelle cucine si trova anche una grande vasca di pietra nella quale arriva un canale proveniente dall’esterno che era collegato direttamente al fiume del paese, per portare pesce vivo e freschissimo fin dentro alle cucine dei monaci. Veramente stupefacente.

Il refettorio, dove i monaci consumavano i loro pasti, è un elegante salone che contiene colonne e volte, e dove il pulpito dal quale il monaco di turno leggeva passi della Bibbia mentre gli altri mangiavano in silenzio è sistemato in una nicchia molto in alto, sotto una specie di piccolo loggiato interno molto armonioso al quale si accede attraverso una scala di pietra.

Molto importante, oltre alla chiesa, era la Sala Capitolare, dove i monaci si riunivano per discutere le loro faccende e per prendere le decisioni. E’ una sala molto bella, ampia, piuttosto bassa, dalle proporzioni gradevoli, che oggi contiene una serie di statue in pietra in stile barocco.

Anche la Sacrestia, che si apre lungo uno dei corridoi del chiostro, ha un magnifico portone in stile manuelino che sembra sormontato da corde e rami di corallo intrecciati. Comincio a familiarizzare con questo strano stile architettonico così ricco e stravagante. Mi piace il modo in cui mi ricorda immediatamente il mare.

Il cuore del Monastero è ovviamente la Chiesa, che è la più grande chiesa gotica di tutto il Portogallo con i suoi 125 metri di lunghezza per 23 di altezza. Una foresta di colonne altissime e potenti, in quelle proporzioni esagerate del gotico vero che ti fanno sentire una formica che vaga in un prato.

Nel transetto, scrigno nello scrigno, si trovano altri due gioielli preziosi: le tombe di Re Pietro I figlio di don Alfonso IV e della sua amata Doña Inés de Castro. La loro storia e’ molto drammatica, e tra le più romantiche di questa terra. Racconta che Pietro era già sposato quando si innamoro’ di Doña Inés, una dama di corte spagnola che a causa di questo scandalo fu rimandata nel suo paese. In seguito Pietro rimase vedovo, e fece richiamare alla corte portoghese la donna mai dimenticata. Ma Re Alfonso non voleva che il figlio sposasse Inés perché temeva il potere e la possibile ingerenza della famiglia di lei sulla politica portoghese, e li ostacolò in ogni modo. Però i due giovani si amavano, e Pietro la sposo’ di nascosto senza che suo padre venisse a saperlo. Dopo poco tempo alcuni faccendieri agli ordini del Re organizzarono un complotto e riuscirono ad assassinare Inés, ignari del fatto che lei era ormai la moglie di Pietro, che ne ebbe il cuore spezzato e giuro’ vendetta. Quando finalmente divenne Re al posto del padre, convocò i responsabili dell’assassinio, li fece confessare e poi torturare e giustiziare. Quindi rese pubblica la notizia del suo matrimonio segreto con Doña Inés, che era divenuta di fatto Regina del Portogallo, la fece riesumare, vestire con abiti sfarzosi, incoronare e onorare nel modo più degno dovuto a una donna del suo rango da tutti coloro che l’avevano giudicata e cacciata quando era viva. Poi la fece seppellire in un magnifico sepolcro scolpito con angeli guardiani e scene che raffiguravano episodi della loro storia d’amore, sistemato nel transetto di sinistra della Chiesa del Monastero. La tomba di Pietro, ugualmente preziosa e raffinata, fu poi sistemata nello spazio uguale e opposto del transetto di destra, proprio di fronte a quella di Inés, invece che al suo lato come si era soliti fare al tempo. Questo perché così, quando verra’ il giorno del giudizio e tutti i morti si risveglieranno e si alzeranno dalle loro tombe, i due sovrani si tireranno su e la prima cosa che faranno sarà guardarsi dritto negli occhi. Un epilogo molto romantico per una storia dalle tinte gotiche.

Dopo la visita del monastero usciamo di nuovo sulla piazza e facciamo un giro per il paese, e ci gustiamo un gelato fresco per contrastare il caldo. Quindi torniamo in albergo a riposare un po’ prima di cena. Quando usciamo di nuovo è quasi il tramonto, l’aria è tiepida e la luce è finalmente più dolce. Riprendiamo l’auto e andiamo a Nazarè, un paesino vicino che fa ancora parte del comune di Alcobaça e che si divide in due parti distinte, una bassa, allungata sui bordi di una spiaggia fine, e l’altra arroccata in cima a un costone roccioso, dal quale si affaccia direttamente sull’Oceano. La chiesa della Madonna di Nazareth, che da il nome al paese, si trova nella metà in alto, ai bordi di una bella piazza decorata da palme e banchetti di prodotti artigianali. Ma lo spettacolo comincia esattamente dove la piazza finisce. Una distesa infinita di acqua blu viene a dondolarsi su una striscia di sabbia lunghissima, a pochi metri dalle prime file di case del paese, distesa quasi 100 metri più in basso della finestra naturale che ci regala questo panorama mozzafiato. L’Oceano è dappertutto davanti a noi, possiamo vederlo, e sentirne il profumo salmastro che il vento soffia fin quassù spazzando via pensieri e nuvole.

Scendiamo di nuovo giù e parcheggiamo davanti all’Oceano, disteso senza fine davanti a noi. Il sole sta tramontando, la luce cala e l’acqua risplende. La giornata sta finendo in maniera bellissima, così come si è svolta.

Per cena scegliamo un locale indicato dalla LP, “A Tasquinha”, un piccolo ristorante a gestione familiare seminascosto tra le viette interne, con un’atmosfera semplice e accogliente e le pareti decorate di Azulejos. Una signora gentilissima – un’altra, ma le scelgono apposta, qui? – ci consiglia zuppa di pesce, pesce grigliato con contorno di verdure, uno spettacolare spiedino di calamari presentato su uno spiedo verticale, Vinho Verde e coppette di dolci al cucchiaio deliziose, e alla fine ci offre persino un bicchierino di Porto bianco.

Un’ottima cena a un prezzo incredibilmente conveniente, dopo la quale torniamo felici e contenti al nostro Hotel con vista sul Monastero di Santa Maria. Una serata perfetta, che conclude una bellissima giornata di visite a luoghi di grande fascino.