Venerdì 12 agosto 2016: Honey Farm a New Quey – St Davids Cathedral – Roch

Stavolta, anche se l’hotel è carino e lo staff abbastanza gentile, la notte a Aberystwyth è la peggiore che abbiamo passato in Galles, e forse una delle peggiori di sempre. Un forte rumore di motore simile a una ventola gigante viene dal corridoio e non smette mai per tutta la notte. Il fatto che abbiamo trovato dei tappi per le orecchie sul comodino non è stato incoraggiante, e infatti verso le 4 del mattino devo cedere e usarli, anche se non è che risolvano davvero il problema, lo mitigano solo un po’. Un vero disagio, per me che odio i rumori e amo il silenzio totale della notte. A colazione poi il sevizio è lento e la cameriera ci porta un solo ordine dei due richiesti, e io devo aspettare venti minuti per avere la mia full Welsh (si chiama così, è appurato). Meno male che qui avevo prenotato una sola notte, ma mi è dispiaciuto fare questa brutta esperienza. Speriamo resti l’unica.
Dopo il check-out prendiamo la macchina e andiamo a New Quay, a visitare il più grande centro di apicoltura di tutto il Galles. Abbiamo trovato un folder all’ufficio informazioni di Aberystwyth ieri, e abbiamo deciso subito di venite a vedere, visto che è sul percorso da fare verso la nostra prossima tappa. Ci arriviamo in meno di un’ora di strada in mezzo a un paesaggio verde pieno di pecore, campi e alberi, con sullo sfondo il mare.

La fattoria delle api ha sede al piano superiore di una vecchia cappella sconsacrata, dove sono state sistemate delle teche in vetro che permettono di vedere le api al lavoro senza pericolo di essere punti e senza disturbarle. Ci sono diversi alveari in mostra con migliaia di piccole operaie indaffarate nei loro compiti, e c’è un tunnel in vetro sul fondo di ogni teca che la collega direttamente con l’esterno, così che le api possono andare fuori a cercare il polline e poi tornare dalla loro regina.

Alcuni cartelloni mostrano abitudini e strumenti usati dagli apicoltori della fattoria, e in una stanza in fondo uno schermo mostra un filmato sul comportamento sociale di queste incredibili comunità di insetti. Davvero straordinarie, queste piccolette.

Prendiamo un barattolo di miele nello shop, e quando lo useremo a casa, ci ricorderemo di questa visita così interessante. Luca sarebbe bravissimo con le api…

Proseguiamo ancora verso sud e attraversiamo Fishguard, dove torneremo domani, fino a St Davids, uno dei centri che attira più turisti in quest’area bellissima del Pembrokeshire grazie alla sua famosa cattedrale dedicata appunto a St David, che è il santo patrono del Galles. Le sue reliquie sono sepolte qui da molti secoli, il che fa di questa chiesa un punto di riferimento molto importante per i pellegrini britannici.

In effetti, nonostante il paesino sia molto piccolo e ci siano solo 1800 abitanti circa, la presenza della cattedrale ha innalzato il paese al grado di città, e ora questa è la città più piccola del Galles e anche di tutto il Regno Unito. Un altro record da ricordare.

Arriviamo alla cattedrale verso le 14,15 e dopo un quarto d’ora comincia la visita guidata gratuita che stavamo aspettando. Un volontario del posto, molto simpatico e bravo, porta il nostro gruppo in giro per la chiesa, dentro e fuori, e ci svela un po’ dei suoi segreti. La cattedrale originale risaliva al XII secolo, costruita su resti di un monastero attivo oltre 500 anni prima, ai tempi di David in persona, che non fu un martire ma che compiva comunque miracoli. David era nato qui vicino e fu destinato a portare e diffondere il cristianesimo in Galles. Il suo nome antico era Dewi, poi divenuto David dopo l’arrivo dei normanni, e ha dato origine anche alla parola Dove (colomba della pace), ragion per cui nell’iconografia cattolica David è sempre rappresentato con un uccellino sulla spalla.

Nei secoli l’edificio originale subì molti danneggiamenti, a causa di guerre e assalti militari ma anche a causa di eventi naturali, come il terremoto che lo distrusse parzialmente alla metà del XIII secolo. Molti architetti lavorarono alla sua ricostruzione in epoche diverse, e la sovrapposizione di stili è evidente fin dall’esterno, ma i rimaneggiamenti più pesanti risalgono al 1500, al 1800 e al 1900, quando furono fatti grandi lavori di stabilizzazione e restauro della chiesa allo scopo di renderla accessibile al pubblico senza rischi.

Parte delle mura basse e del coro sono originali ma il resto è tutto successivo, aggiunto tra il trecento e il novecento, compresa la parte superiore della grossa torre quadrata che sta sopra al transetto, e l’organo che è addirittura del 2012.

Tra le particolarità di questa chiesa ce ne sono alcune davvero insolite: il pavimento è a scivolo e degrada dall’altare verso il portale anteriore, e in effetti camminando si percepisce nettamente che il terreno non è in piano ma tende a scendere verso l’esterno; le colonne che fiancheggiano la navata centrale, collegate da archi normanni, non sono perfettamente verticali ma pendono verso destra di almeno 2 gradi (‘like the Leaning Tower’ dice la nostra guida, al che noi ci facciamo vivi e gli spieghiamo che, da veri Pisani, gli possiamo garantire che il grado di pendenza dei 57 metri della Leaning Tower è praticamente il doppio di quella di queste belle colonne… ma insomma, la coincidenza è simpatica); c’è un buco a forma di fiore su una parete tra il coro e una cappella di fondo, che nessuno ha mai capito a cosa servisse; il sepolcro di St David, così venerato dai pellegrini per le reliquie che racchiude, si è scoperto poi non contenere effettivamente i resti originali del santo fondatore della cattedrale e principale promotore della diffusione del cristianesimo in Galles; davanti all’altare maggiore si trova la tomba di Edward Tudor, nonno di Enrico VIII, sepolto qui per salvaguardare l’edificio dagli sconquassi della Riforma, stratagemma astuto che di fatto funzionò, visto che Enrico impedì che la chiesa venisse completamente devastata da Cromwell, nonostante fosse cattolica, proprio perché suo nonno riposava al suo interno; in un angolo c’è una bella cappella cinquecentesca in stile gotico perpendicolare, con un interessante soffitto a ventagli che pare abbia in parte ispirato i creatori del meraviglioso soffitto della King’s College Chapel di Cambridge; le decorazioni dei pavimenti e delle finestre istoriate sono in puro stile vittoriano, e le figure hanno l’aria un po’ vaga di pellegrini smarriti, arrivati chissà come in questo ambiente di atmosfera medievale.

Insomma, un bel miscuglio di epoche caratterizza questa cattedrale, che ha almeno due elementi bellissimi che mi ricorderò: il soffitto della navata centrale, a cassettoni in legno di quercia irlandese grezza, originale del 1500 e rarissimo, straordinariamente bello nella sua nuda semplicità, solido, imperituro, e con un che di sacro che risalta immediatamente. E la facciata antica sulla quale si apre il portale principale, fatta di una pietra viola locale mai vista prima, e incredibilmente suggestiva.

Secondo la tradizione medievale che regolava la cancellazione dei peccati, Papa Callisto II stabilì che due pellegrinaggi a St Davids valevano come uno a Roma. Beh, il primo lo abbiamo fatto.

Facciamo un giro nello shop, che è dentro alla cattedrale stessa, per alcuni piccoli acquisti, quindi ci fermiamo alla caffetteria, un ambiente stretto e lungo in stile moderno aggiunto di recente, e ci gustiamo un meritato (e ottimo) cream tea. Gli scone qui sono insolitamente spolverizzati di zucchero, mai visti prima in questa versione, e quando li tagliamo per spalmarli di crema e marmellata sembrano un po’ duri, ‘originali del medioevo’ come dice Luca, invece poi si rivelano molto gustosi e friabili. Ci voleva proprio, una pausa di dolcezza.

All’uscita diamo un’occhiata al vicino palazzo del vescovo, o a quel che resta dell’edificio del trecento, e a giudicare dalle rovine intuiamo che doveva essere molto elegante e prezioso. L’elemento che ci colpisce di più è il cancello che ne delimita l’accesso, un’incredibile opera di artigianato a tema naturale che ci lascia incantati. Sia i due battenti che la ringhiera che corre intorno al confine del palazzo sono decorati da fiori, piante, foglie, tralci e piccole creature in ferro battuto create dalla mano di un artista locale, che ha realizzato davvero un’opera straordinaria. Ciuffi di foglie, ghiande, rami, fronde, ma anche ragnatele con il ragno all’opera, piccoli insetti, lumache, funghi, bruchi, farfalle, tutto tridimensionale e con un effetto realistico incredibile, un vero capolavoro di scultura in ferro. Mi piacerebbe moltissimo avere un cancello così attraverso il quale passare per entrare in casa. Vorrà dire che ci faremo ispirare da questa meraviglia, quando verrà il momento.

Alla fine della visita risaliamo su lungo una scalinata che porta in cima alla collina e facciamo una passeggiata nella piccola città di pietra, elegante e piena di fori. Negozi e locali hanno nomi ispirati al mare e alla nautica, i turisti vestono in pantaloni corti e infradito e portano al braccio borse da spiaggia, dalle vetrine fanno capolino ciambelle di gomma e ombrelloni colorati, tavole da surf e costumi, e allora ci ricordiamo che in effetti questa dovrebbe essere una delle più esclusive località balneari del Galles, ma dovunque proviamo a guardare, non c’è traccia d’acqua. Un posto di mare senza il mare, che ci lascia un po’ straniti e divertiti. Alla fine scopriamo che effettivamente la costa c’è, ma è a circa tre chilometri dal paese, e si intravede solo da alcuni punti più elevati lungo la strada. Fin qui, arriva solo il vento profumato di salmastro.

Passiamo all’agenzia dove abbiamo prenotato da casa l’escursione in barca di domattina e confermiamo la nostra prenotazione con una signora molto gentile, quindi facciamo un giro in auto fino al molo per vedere dove dovremo trovarci domani entro le 11,45.

Quando è tutto sistemato raggiungiamo il b&b di stasera, a una decina di chilometri dal paese, in un posto magnifico in mezzo al nulla di Roch, circondato solo da campi verdi e vento. Finalmente stanotte non ci saranno rumori molesti a infastidirci. I proprietari sono molto gentili, ci accolgono con calore e ci assegnano una bellissima stanza nella mansarda, con un grande letto soffice, una zona salotto, un bagno molto spazioso e una vista spettacolare sulla campagna circostante che corre piatta fino al mare. Scopriamo che i padroni di casa viaggiano molto in Europa e anche in Italia con il loro camper, e conoscono piuttosto bene il nostro paese. Ci suggeriscono un pub qui vicino dove andare a cena (in auto però, non a piedi, dato che qui intorno non c’è altro che verde e vento nel raggio di diverse miglia), e accettiamo volentieri il consiglio. The Duke of Edinburgh si rivela un locale molto carino, semplice e alla mano, con una bella atmosfera amichevole e diversi clienti già intenti a gustare la loro cena. Ci sediamo a un tavolo grande, l’ultimo libero, che poco dopo accettiamo volentieri di dividere con un un signore e una signora stranieri con cui facciamo un po’ di conversazione in misto inglese e francese, mentre ci gustiamo la nostra cena. Tornati in stanza ci facciamo un caffè e ce ne andiamo a letto presto a riposare un po’, visto che domani sarà un’altra giornata impegnativa.
Hanno sempre molte cose da fare, i pellegrini.

Giovedì 11 agosto 2016: Devil’s Bridge and Rheidol Gorge – Aberystwyth Castle – Constitution Hill Cliff Railway

Giornata grigia oggi, dopo una notte tranquilla nella magnifica casa di Rodney e Jackie, piena di teddy bears e oggetti curiosi e con la sala della colazione che ha una bellissima vista sul giardino. La tavola è perfetta e il cibo ottimo e abbondante, così ce la prendiamo comoda stamani, viziati e coccolati dai padroni di casa che ci hanno presi in simpatia e condividono con noi ricordi e aneddoti affettuosi legati ai loro figli e nipoti che ci sorridono dalle foto sparse in giro.

Persino il loro cane, un cocker un po’ anziano che di solito non interagisce con gli ospiti occasionali, viene a giocare con Luca e a farsi accarezzare, con grande meraviglia dei suoi padroni che lo devono sempre tenere fuori dalla sala per paura che si innervosisca troppo di fronte a degli estranei. Ma Luca è amico degli animali, si sa. Io non mi meraviglio affatto di quello che vedo.

Ci facciamo un paio di foto insieme e restiamo il più possibile, ma alla fine dobbiamo raccogliere le nostre cose e ripartire, però solo dopo esserci salutati alla maniera italiana, con baci e abbracci. Anche se il viaggio non è neanche a metà, già siamo sicuri che questa sarà la sosta più bella di tutto il giro gallese, e non la dimenticheremo. Prima di ripartire, mentre Rodney ci aiuta a far uscire la macchina dal vialetto e controlla che la strada sia libera per noi, promettiamo che se ricapiteremo da queste parti torneremo certamente a trovarli. E dentro di noi speriamo davvero che sia possibile, un giorno. In fondo, non si sa mai…

Dopo pochi minuti che siamo in viaggio comincia a pioviscolare appena, ma in mezz’ora la pioggia si fa più intensa e il cielo si chiude completamente. Attraversiamo un paesaggio verde di colline basse e pascoli soffici che si stendono tutto intorno a noi, tagliati solo dalla lama grigia dell’asfalto che diventa sempre più scuro.

Ci sono pochissime auto in giro e rare case lungo la via, ma in compenso incontriamo centinaia di pecore, sparse nei campi e lungo i bordi della strada, che brucano l’erba placide e incuranti della pioggia che cade. Sono lanose e paffute, alcune sdraiate e altre che se ne vanno in giro lente, e ce ne sono alcune che arrivano proprio fin sul ciglio della via ignorando le auto che passano. Dappertutto i cartelli stradali avvisano di fare attenzione a pecore e cavalli che girano in libertà e possono attraversare la carreggiata all’improvviso. Sembra di essere finiti in Irlanda, ma un po’ meno verde.

In circa un’ora e mezza arriviamo alla prima tappa di oggi, il Devil’s Bridge and Waterfalls, che è più vicino alla costa rispetto a Brecon. Speravamo che in questa zona il tempo sarebbe stato migliore, invece una pioggia leggera continua a cadere imperterrita. Facciamo il biglietto per ponte e cascata, indossiamo i nostri impermeabili e ci incamminiamo decisi giù per la scala che porta nel bosco ignorando il maltempo alla grande, come dei veri gallesi.

La discesa non è difficile – non lo è quasi mai, la discesa – ci sono gradini e corrimano per tenersi, e le foglie delle piante ci riparano in parte dall’acqua che cade. Dopo una breve camminata già vediamo il famoso ponte a tre livelli, che ci colpisce subito per il suo strano profilo. Si tratta di un’architettura veramente insolita, in cui tre diversi ponti di pietra si accavallano uno sull’altro senza una particolare armonia strutturale.

Il nome del ponte deriva da una leggenda locale secondo la quale una contadina che portava al pascolo le sue mucche ne perse una, che era scesa da sola lungo il dirupo oltre il torrente, ma il terreno era così ripido che l’animale non riusciva più a tornare indietro. Allora il diavolo, che aveva visto tutta la scena, si presentò alla contadina e le promise di far apparire un ponte per aiutare la sua mucca se lei in cambio gli lasciava prendere per se’ la prima creatura che lo avrebbe attraversato, sicuro che questa creatura sarebbe stata la contadina stessa diretta a recuperare la sua mucca. La donna accettò e il diavolo fece apparire il ponte, ma la contadina, scaltra, fece passare prima il suo cane e poi attraversò a sua volta, riuscendo così a salvarsi dal diavolo e a recuperare la sua mucca smarrita. E’ evidente che anche in Galles le donne ne sanno una più del diavolo…

Proseguiamo oltre il ponte fin nel fondo del bosco, seguendo il sentiero che, con diverse tappe, porta fino alla grande cascata che sgorga dalla montagna, potente e rumorosa e certamente molto bella. Restiamo ad ammirarla per un po’ godendoci l’aria fresca e i profumi del bosco che la pioggia scioglie lentamente dal terreno.

C’è grande umidità, abbiamo i capelli arricciati e gli impermeabili bagnati, e cominciamo a sentire la fatica nelle gambe mentre risaliamo i gradini di pietra del percorso circolare che ci riporta verso la strada, ma siamo allegri e soddisfatti per aver completato questa nuova impresa. Ci è piaciuto vedere questa cascata, anche se come dice Luca, così sudati per la fatica della risalita e per il nylon degli impermeabili, quando arriviamo in cima siamo lessi.

Da qui proseguiamo verso il mare, e in meno di un’ora arriviamo al paesino costiero di Aberystwyth, una località balneare molto graziosa assai frequentata da turisti e britannici indistintamente. Infatti c’è un traffico notevole al quale non eravamo più abituati, e la prima impresa che dobbiamo affrontare qui è trovare un parcheggio per la macchina! Il nostro albergo è un piccolo hotel-ristorante lungo una delle vie centrali e la stanza è semplice ma pulita con un bagno grande. Ovviamente è lontana mille miglia dal fascino e dalla comodità della casa di Rodney e Jackie…. ma tant’è, stasera è così.

Sistemiamo le cose e usciamo a fare un giro per il paese, che è molto vivace e pieno di gente che passeggia in ciabatte di gomma e canottiera come se fosse davvero in una qualunque località marina in estate, nonostante ci siano 15 gradi scarsi. Arriviamo alle rovine del castello appena fuori dal centro su una collinetta, che sono belle anche se ridotte al minimo, e da lì discendiamo per una via principale fiancheggiata da negozi di ogni genere. In uno di questi trovo finalmente la bandiera del Galles della dimensione che volevo, simile a tutte le altre della mia collezione, e il signore del negozio è molto colpito e orgoglioso quando gli rivolgo il mio grazie in lingua gallese.

Ci fermiamo da un Costa a prendere un tè con dei muffin enormi e buonissimi, per riscaldarci e riposarci un po’, e poi riprendiamo il nostro giro fino all’ufficio turistico e giù sul lungomare, che è veramente spettacolare. Una grande luna di spiaggia sassosa con un bel Pier sulla sinistra e una collina verde sulla destra, e una fila di bellissime case alte ed eleganti dalle facciate colorate a fare da barriera alle spalle della spiaggia.

Il cielo è biancastro e carico di una pioggia che non vuole cadere, il mare è grigio cupo e piatto, ma si rovescia in onde di spuma proprio sulla riva, mentre i gabbiani strillano impazziti nel vento che soffia teso. Potrebbe essere un paesaggio marino invernale dei più classici, se non fosse che è agosto.

Facciamo un giro col vento che ci arriva in faccia direttamente da Dublino, dritta davanti a noi al di là del braccio di mare, e decidiamo di salire sulla collina con la funicolare elettrica, che è una delle attrazioni locali. Si tratta del classico trenino a doppio binario come quelli di Lisbona, un vagone che va in su tirato da quello che viene in giù, lenti e tranquilli ma capaci di risalire pendii ripidissimi senza nessuna difficoltà.

In cima la vista è spettacolare, con la grande baia distesa davanti a noi nella luce argentata del pomeriggio, e il paese che si allarga sulla sinistra, con le case tutte raggruppate dietro alla spiaggia e i tetti neri di ardesia che spiccano contro le facciate dai colori pastello.

E davanti a noi, finché c’è spazio per guardare, solo mare, e profumo di salmastro. Bellissimo.

Sulla collina, che si chiama Constitution Hill, c’è un ristorante e alcune attrazioni turistiche con giochi e divertimenti vari, ma a quest’ora è tutto chiuso e c’è poca gente, il che rende l’atmosfera ancora più intima e piacevole. Quando riscendiamo giù dalla collina, sul piccolo treno di legno ci siamo solo io e Luca.

Percorriamo ancora tutto il lungomare nel senso contrario fino al Pier dove, come vuole la tradizione, si trovano varie sale giochi e un paio di ristoranti. Entriamo in uno che ci piace, si chiama Brasserie ma ha il menù tipico dei pub inglesi e la birra spillata, e sediamo a un tavolo vicino alla finestra che guarda il mare mangiando cod fish con purè di patate accompagnato da due pinte di Guinness. Tanto per fare un omaggio alla nostra amata Irlanda, così vicina che se il cielo fosse terso la potremmo vedere.

Rientriamo piano piano in albergo, stanchi e contenti, a farci una doccia e riposarci in previsione delle scoperte di domani. Che ci potrebbero riservare qualche sorpresa…
Buonanotte dal bordo del mare d’Irlanda.

Mercoledì 10 agosto 2016: Hay-on-Wye – Brecon-Beacons National Park and Waterfalls – Brecon

La giornata comincia col sole al nostro Inn, in mezzo al verde della campagna inglese. La stanza che ci è stata assegnata è in una piccola dependance a parte dal corpo principale della locanda, e la sala dove facciamo colazione è tutta rivestita in legno, molto bella e di grande carattere. Chiacchieriamo ancora un po’ con Simon prima di ripartire, e lui ci saluta augurandoci di tornare a trovarlo presto. Speriamo.

Lasciamo Shobdon in direzione del Galles, più precisamente verso Hay-on-Wye, conosciuta come la città dei libri. Ci arriviamo in meno di un’ora e parcheggiamo nel grande parcheggio esterno, due ore per 1,50£. La cittadina è mo carina, piccola, con le case in pietra e i giardini curatissimi e pieni di fiori – hanno fiori ovunque, qui – e al momento non c’è troppa gente.

Facciamo un giro per le vie centrali e poi cominciamo ad entrare in alcune delle innumerevoli librerie del centro, che sono un più bella dell’altra e hanno sia la sezione de libri nuovi che quella dei piccoli gioielli usati, o come li chiamano loro, i pre-loved books. Sono tutti negozi antichi con piccole porte a vetri, pavimenti in legno un po’ irregolari e lunghe librerie a vista stracolme di libri di ogni genere e epoca, dalla letteratura alla poesia, dalla cucina ai viaggi, dalla storia al giardinaggio. Decine e decine di metri di scaffalature cariche di volumi di favole, dizionari, fotografia, cinema, mappe, sport, gialli, medicina, zoologia, religione e infiniti altri soggetti.

Una delle librerie più grandi è così fantastica che perdiamo il senso del tempo, e restiamo dentro molto più del previsto. È un posto incredibile dove si respira l’inconfondibile profumo dei libri e del legno degli scaffali, e dove sono state sistemate qua e là poltrone e divanetti per sedersi liberamente a leggere tutto ciò che si vuole. I tre piani, organizzati in maniera efficiente senza però cedere un grammo del loro fascino antico ben lontano dall’anonima freddezza dei negozi moderni, sono completati da una caffetteria e un’area di gioco per i bambini, e c’è persino il bagno con i doppi lavandini, normali e più bassi, adeguati alle esigenze dei piccoli lettori. Questa è certamente la libreria più grande e organizzata del villaggio, ma sono tutte fantastiche, dalle più piccole, strapiene di libri impilati nelle cassette di legno e affastellati lungo le scale, a quelle che si sviluppano su diversi livelli e in più stanze, tra le quali lettori appassionati vagano silenziosi facendo scorrere i loro sguardi attenti e concentrati sulle file di volumi come cani da caccia in cerca del tartufo più prezioso. Le più piccole hanno anche le classiche bancarelle fuori con esposti i volumi usati e la Honesty Box da una parte, si sceglie quello che si vuole e si lasciano i soldi del prezzo nella scatola senza bisogno di entrare. Le mie preferite.

Ci sono talmente tanti volumi fantastici che non so cosa scegliere, mi gira la testa dalla meraviglia. Se il paradiso esiste, deve essere questo. Alla fine prendo un libro che mi ispira e che mi ricorderà sempre questo giorno e questo viaggio, un’autobiografia di Dylan Thomas in una vecchia edizione degli anni ’70, sicuramente in tema con questo giro in terra gallese.

Da Hay-on-Wye ci spostiamo ancora a sud, verso il Brecon-Beacons National Park, lungo una via semi-deserta che attraversa una campagna così bella da sembrare finta. Le uniche creature locali che incontriamo – neanche troppo a sorpresa – sono un gruppetto di pecore paffute che riposano sul ciglio della strada e brucano l’erba fresca, totalmente incuranti delle (rare) auto che passano senza disturbarle. Sembra di essere stati teletrasportati improvvisamente in un angolo di Scozia. Bellissimo.

Quando raggiungiamo Pontneddfechan, dove secondo la guida si trova l’ingresso delle Waterfalls Trail, scopriamo che il centro visitatori è stato traferito da poco e non c’è nessuno che ci possa dare informazioni. C’è comunque una mappa del luogo accanto all’ingresso con segnalati i diversi sentieri che portano alle principali cascate presenti un questo parco naturale (gratuito) conosciuto e frequentato già dai Celti, il Brecon-Beacons Park. Si tratta di uno dei parchi più estesi e importanti di tutto il Galles ed è noto anche come la terra delle cascate per l’abbondanza di ruscelli e salti d’acqua che lo caratterizzano, e per i quali è visitato ogni anno da centinaia di migliaia di appassionati.

Nonostante non ci possiamo considerare hikers professionisti, ci piace molto passeggiare per boschi e luoghi naturali incontaminati quando ci capita l’occasione, quindi non ci facciamo scoraggiare dal fango che ricopre il terreno e ci mettiamo in cammino dopo aver studiato la mappa sistemata vicina all’ingresso del Parco, dando finalmente un senso ai nostri nuovi scarponcini da trekking.

Il primo sentiero non è troppo difficile a parte qualche salita e scalino qua e là e lo percorriamo senza particolari problemi, immersi in un sottobosco fresco e profumato di muschio e legno umido, in un silenzio che scricchiola solo dei nostri passi sulle rocce fangose e delle foglie che frusciano nella brezza leggera. In sottofondo, solo la voce argentata e vivace del ruscello che ci corre a incontro all’infinito.

In una quarantina di minuti siamo alla prima tappa del sentiero, le Lady Falls, belle cascate di acqua rossa e spumosa come birra Ale che si buttano giù per una decina di metri da un piano roccioso nascosto in un angolo di bosco a forma di piccolo anfiteatro. Raggiungiamo il laghetto alla base della cascata, dove ci sono già altri visitatori, scavalcando tronchi e cercando di restare in equilibrio sulle rocce più scivolose senza cadere nelle pozze d’acqua intorno a noi, e mi impegno molto per completare con soddisfazione quella che mi sembra di poter considerare un’impresa niente male. E’ ovvio che non ho ancora visto quello che sto per vedere.

In cima alla cascata ci sono alcuni ragazzi che indossano indubitabilmente il costume da bagno e che si sporgono verso il laghetto con la chiara intenzione di buttarsi giù, da un’altezza che è più o meno quella di un edificio di 3 piani. In basso l’acqua è scura e non si vede nulla sotto la superficie, e poi è gelida e corre via veloce, ma evidentemente questi non sono per loro motivi sufficienti a lasciar perdere. Pochi istanti dopo stanno già prendendo la rincorsa e si tuffano tra alte grida di gioia. Il salto e’ impressionante e spettacolare, e dopo il primo tuffatore parte subito a ruota il secondo, altrettanto entusiasta di godersi il suo giro sulla sua giostra preferita in questo Luna Park della Natura. Come dice Luca, sono cascati nella cascata…

Dopo una breve pausa di riposo proseguiamo oltre la cascata, lungo un altro sentiero che porta più in alto, e dopo altri 40 minuti di percorso lungo il torrente e su per salite rocciose e ponticelli di legno arriviamo alla seconda cascata, più bassa e larga, che si butta a sua volta in una serie di cascatelle più piccole, immerse in un sottobosco fitto e fresco dove risuona solo la voce scintillante e acuta dell’acqua che corre. Uno scenario incantevole.

Alla fine arriviamo ad alcune cascate più alte e spettacolari che si buttano dalle rocce di arenaria in un salto potente, per unirsi alle acque del fiume sottostante come migliaia di cubetti di ghiaccio in un gigantesco bicchiere di whisky. Molto belle. Lungo il sentiero passiamo anche vicino a una grande roccia dalla cima della quale di solito salta altra acqua, che però in questo momento è quasi secca tranne per piccoli rivoli che vengono giù lenti e regolari come tubi che perdono, o come una grondaia durante un temporale. L’emozione di passarci sotto è comunque divertente.

Facciamo un po’ di foto in giro ma ad un certo punto comincia a cadere una pioggerellina leggera, che ci convince che è il momento di cominciare a rientrare. Sono stanca e c’è grandissima umidità, quindi riprendiamo il nostro cammino al contrario nell’aria fresca del bosco, diretti verso il parcheggio dell’auto. Ci vuole un po’, ma alla fine arriviamo di nuovo al cancello che era stato il nostro punto di partenza, e sono contenta di avercela fatta senza problemi. Abbiamo scarpinato nel parco per oltre 2 ore e mezzo! Proprio una bella escursione, in questo parco delle cascate.

Ripartiamo in direzione Brecon e lungo la strada incontriamo nuovamente le nostre amiche pecore che se ne stanno ancora a riposare e brucare l’erba, e che ci osservano passare con una certa sdegnosa, altolocata indifferenza, completamente padrone del territorio circostante. Con buona ragione, direi.

Il nostro B&B di stasera è una magnifica casa a 3 piani con giardino gestita dai proprietari Rodney e Jackie che ci accolgono con grandissimo affetto e cortesia, ci offrono il tè coi biscotti chiacchierando con noi di viaggi fatti e da fare, e ci spiegano le regole della casa. Abbiamo praticamente tutta la mansarda per noi, con una camera romantica nel sottotetto e un lenzuolo di San Gallo sul letto, un bagno grande con morbidi asciugamani profumati, una stanza armadio a parte e un salottino in cima alle scale dove troviamo il necessario per farci tè e caffè. La casa è bellissima e curata in ogni dettaglio, in uno stile tipicamente British. Ci sono soprammobili, stemmi e quadri ovunque, piccoli oggetti decorativi in legno e porcellana lungo le scale, fotografie di famiglia posate in giro, tendine con le ruches alle finestre e un’adorabile collezione di grossi orsi di peluche sistemati su panchette, sedie e mobiletti vari, che popolano le stanze con allegria.

Siamo contentissimi dell’accoglienza e non vorremmo uscire subito, ma è ora di cena e dobbiamo andare a cercare qualcosa da mangiare. Giriamo un po’ a piedi per il paesino e alla fine entriamo in un bistrot che fa anche le Pie, e ne scegliamo una di pollo con i famosi Welsh Leaks, i porri nazionali, che si rivela molto gustosa. Rientriamo un po’ stanchi dopo la lunga giornata, e soprattutto impazienti di goderci la nostra magnifica sistemazione per la notte. Peccato che domani sarà già ora di lasciarla.