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Martedì 31: Dinkelsbühl e Monaco di Baviera

6 marzo, 2014 - in: Viaggi - Commenti: nessuno

Stamani il cielo è bianco e fa molto freddo, ma prima di uscire ci conforta un’ottima colazione alla nostra locanda in una saletta che somiglia a una baita di montagna, con addobbi natalizi, fiori, candele accese e porcellane candide, una gioia per gli occhi. Il buffet è sia salato che dolce, con qualche torta ma soprattutto pane con burro artigianale, marmellate fatte in casa, yogurt, cereali e succo. Tutto delizioso.

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A un tavolo vicino al nostro siedono dei francesi di mezza età che parlano con una coppia di italiani seduta lì accanto, e la ragazza specifica che abita vicino a Siena. Allora il signore francese comincia a fare grandi elogi dell’Italia e della Toscana in particolare, e ad elencare una serie di città che ha visitato e che gli sono molto piaciute, in particolare Siena, Firenze, e poi Lucca, che proprio gli piace tanto, e Pisa… a quel punto non resisto e gli faccio un cenno: eccoci! Noi siamo di Pisa! Passiamo subito a uno scambio di saluti e presentazioni a 6, e ci raccontiamo i nostri itinerari tedeschi. A tutti Rothenburg e’ piaciuta moltissimo, e quando la ragazza italiana chiede “ma voi siete riusciti a non comprare nulla?” scoppiamo a ridere. Qui? Scherzi?! Dopo il check out salutiamo e torniamo al parcheggio fuori le mura a recuperare la macchina, mentre il termometro segna -2. Questa volta ci muoviamo in direzione sud, verso Dinkelsbühl, un altro paesino lungo la Strada Romantica. Ci arriviamo poco prima di mezzogiorno, e parcheggiamo proprio nel centro storico.

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Il rilevatore in macchina segna ancora -1 quando scendiamo a fare un giro per il borgo di casette col tetto a punta, che, a differenza di quelle già viste, qui sono tutte colorate. Non bianche coi graticci marroni, ma dipinte a colori pastello, rosa, giallo, verdino, celeste, rosso, ocra, arancio…. tutte una differente dall’altra, con le tendine di pizzo alle finestre e i decori di Natale sulle porte.

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Il paese ha una cinta muraria ancora ben conservata che comprende molte torri di avvistamento in perfette condizioni, tanto che alcune sono ancora abitate. Mentre percorriamo la passeggiata lungo le mura, dalla salita ci viene incontro una bici guidata da un ragazzo robusto che pedala ansimante indossando pantaloni tecnici, un giubbotto nero e giallo, guanti e una fascia di lana in testa. La bici ha una specie di grosso cesto nero, dietro. Appena ci passa davanti, comprendiamo: è il postino! Consegna la posta pedalando nel gelo invernale, in salita e in discesa, sole o neve che sia, portando le sue lettere nel cesto dietro al sellino. Mi domando che stipendio riceva, per questo lavoro.

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Visitiamo il centro storico e la chiesa gotica di San Georg, fredda come un igloo, altissima, e con un bell’altare laterale del ‘500 con un San Sebastiano dipinto.

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La cosa più bella però è il Presepe, che non solo è enorme, ma mette in scena praticamente l’Antico Testamento, con il paradiso degli animali, la Cacciata con l’Angelo e Adamo ed Eva, e poi Maria da giovane, l’Annunciazione, la natività nella stalla con angeli e pastori, la Fuga in Egitto, e il Tempio con l’Hanukkah.

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Il tutto è fatto di bellissime statuette di legno intagliate sistemate in mezzo a riproduzioni giganti delle casette a graticcio del paese, alte almeno un metro e compete di luci, alberi, montagne e musica natalizia. Un presepe originalissimo, un’opera di alto artigianato molto bella e tipica che tutti vengono a vedere.

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Il paese è veramente carino, con le mura, le torri, le porte d’ingresso e le case colorate. Pare che di sera, col buio, sia ancora più incantevole, e non è difficile immaginarlo.

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Uscire dalla chiesa e ritrovarsi nelle antiche vie fa uno strano effetto. Per un attimo, è come sentirsi di colpo rimpiccioliti, a passeggio tra le casette di legno del Presepe appena ammirate.

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Dopo un giro di circa un’ora ripartiamo, finalmente in direzione Monaco. Sono circa 220 km di strada, la maggior parte autostrada, ma anche se andiamo a sud e il cielo si apre, la temperatura resta ostinatamente sotto lo zero anche nel primo pomeriggio. Troviamo l’hotel facilmente e sistemiamo la macchina nel parking sotterraneo, al sicuro e al riparo dal gelo notturno. La stanza che ci danno è al quarto piano, molto confortevole anche se non enorme. Sistemiamo le nostre cose e usciamo per andare a visitare un po’ il centro, che è a sole 5 fermate di metro da noi. Camminiamo dalla stazione centrale a Marienplatz e subito notiamo che c’è molto movimento, e tantissimi italiani in giro. L’atmosfera è bella e luccicante, c’è gente a passeggio e tutti i palazzi sono decorati di stelle e luci.

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Visitiamo 3 diverse chiese, tutte con la messa in corso e tutte piene di gente. La più interessante è anche la preferita dei tedeschi locali, la Frauen Kirche, con le due torri laterali  dal tetto a cipolla. Da fuori è imponente ma dentro è molto sobria, quasi spoglia, e non particolarmente accogliente. C’è addirittura un cardinale che dice messa, ma oggi è davvero una giornata speciale e i fedeli sono qui per ricevere la benedizione di fine anno. La Sankt Peters Kirche invece è molto bella, è la chiesa più antica di Monaco, di origini gotiche ma piena di barocco, con dipinti, colonne, altari affrescati, pulpiti scolpiti, e due grandi alberi di Natale pieni di luci che si allargano fino all’altare principale. C’è un organo che suona, con una piccola orchestra di musicisti e un coro, e ad un certo punto, mentre aspettiamo la fine della funzione per poter fare un giro di visita, succede qualcosa di inaspettato. Lentamente si spengono tutte le luci intorno, restano accese solo le lucine degli alberi di Natale e dell’altare, e il coro dei fedeli comincia a cantare una dolce Stille Nacht. Un momento molto suggestivo e intenso, un modo commovente di salutare questo anno che sta finendo.

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L’ultima chiesa che vediamo è la St. Michael, ancora diversa dalle altre due. Questa è elegantissima, rinascimentale, a navata unica con un soffitto dalla volta a botte di larghezza notevolissima e senza pilastri centrali di sostegno, davvero spettacolare. Anche qui c’è la messa e c’è molta gente, non si può andare in giro liberamente, ma in ogni caso quello che volevamo vedere a quest’ora è chiuso. Nella cripta di questa chiesa, infatti, c’è la tomba di Ludwig II di Baviera, il re folle dei castelli fiabeschi visitati nei giorni scorsi, e se troveremo un momento torneremo certo a fargli visita.
Ma la cosa più bella della città vecchia è, ovviamente, la Neues Rathaus, l’imponente  palazzo del Municipio con la sua spettacolare facciata in stile neogotico dalle mille guglie arricchita dalla Glockenspiel, la torre dell’orologio sormontata da uno dei carillon più grandi del mondo, che si innalza al centro di Marienplatz. Splendida. Il buio nasconde in parte i suoi ricchissimi dettagli, ma l’impatto è decisamente impressionante.

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Il vecchio Municipio si erge, bianco e semplice con il classico tetto rosso a punta, sul lato destro di Marienplatz, in direzione del Viktualienmarkt. La sua torre e l’edificio adiacente risalgono al 1200 e conservano ancora gli elementi architettonici originali, insieme a momenti di storia della città e del paese difficili da dimenticare. Fu in queste sale, nel novembre del 1938, che i nazisti proclamarono l’inizio della Notte dei Cristalli, causa di centinaia di morti e deportazioni, e di gravi devastazioni a negozi e abitazioni di proprietà della comunità ebraica. Qui, sotto queste volte dove adesso si trova l’innocua e nostalgica sede del Museo dei Giocattoli, risuonarono le voci più terribili della storia tedesca in una delle notti più cupe e buie che l’Europa si sia trovata a dover superare.

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Ormai è sera, fa molto freddo e cominciamo ad avere fame, così dopo un ultimo giro della piazza affollata di gente che si prepara a festeggiare l’ultima notte del 2013, andiamo a cena al famoso Augustiner, uno dei locali più antichi della città, fondato addirittura nel ‘300. Dentro fa caldo e c’è una folla, ma quasi miracolosamente il cameriere ci trova un tavolo nel salone grande, e finalmente ci sediamo. C’è movimento ma l’atmosfera è bella, con un gran via vai di persone che vanno e vengono salutandosi in tutte le lingue. Mangiamo bene nonostante questa non sia proprio la serata ideale per una cena senza prenotazione, e ci gustiamo anche un’ottima fetta di torta al cioccolato, per chiudere l’anno in dolcezza.

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Quando usciamo la folla in giro per le vie del centro se possibile è ancora aumentata, e fa molto freddo. Mancano sempre un paio d’ore alla mezzanotte e siamo stanchi, quindi decidiamo di tornare al nostro hotel e di vedere lo spettacolo dei fuochi d’artificio dalla finestra, restandocene tranquilli al caldo. Saranno bellissimi lo stesso, ne siamo certi. E speriamo che lo sarà per tutti anche questo nuovo 2014 che sta arrivando. Auguri.

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Lunedì 30: Nördlingen e Rothenburg ob der Tauber

16 febbraio, 2014 - in: Viaggi - Commenti: nessuno

La colazione non è inclusa nel nostro soggiorno all’hotel NH Klösterle, così usciamo prima del solito per fare un giro del paese, che conta meno di 20.000 abitanti ed è situato lungo la Romantische Strasse bavarese. Tutte le case sono a graticcio, con il tetto a punta e belle decorazioni sui portoni, sembra proprio un paesino da fiaba. Quando nevica, qui, dev’essere uno spettacolo.

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Arriviamo fino alla torre Daniel, un bellissimo campanile che si innalza a fianco della chiesa, e decidiamo di seguire il consiglio della LP e salire su per godere del panorama di questo borgo dall’alto, e per riconoscere meglio anche la sua principale caratteristica, che è quella che lo rende unico.

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Nördlingen infatti, la cui pianta è perfettamente rotonda, è stato costruito nel cratere del diametro di una ventina di chilometri lasciato sul terreno da un enorme meteorite precipitato sulla terra 15 milioni di anni fa. Gli scienziati hanno ormai definitivamente escluso che possa trattarsi del cratere di un vulcano, dimostrando che siamo veramente di fronte alla traccia di un antichissimo meteorite. Questo fatto lo rende un posto particolarmente interessante dal punto di vista geologico, tanto che perfino gli astronauti americani che andarono sulla Luna con le missioni Apollo vennero qua, durante gli anni ‘60, per un periodo di studio e di preparazione. Oggi si può visitare, in quello che era un vecchio granaio, un museo di geologia dove sono mostrate nei dettagli le particolari caratteristiche delle rocce di quest’area, e dove è esposto un frammento di vera roccia lunare raccolto dagli astronauti dell’Apollo 16 e donato alla città come ringraziamento per l’ospitalità durante gli addestramenti. La porta d’ingresso della torre è aperta ma non c’è nessuno, solo l’indicazione della tariffa di 3,00€ a persona per la visita. Proviamo a entrare.

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Cominciamo a salire lungo la stretta scala a chiocciola, e poco dopo avverto i segni della fatica avvinghiarmisi alle gambe, mentre Luca, come al solito, sale su come se niente fosse. L’ambiente è bellissimo, tutto in pietra con finestre a bifore e trifore, c’è perfino un albero di Natale su uno dei ballatoi, ma non c’è nessuno, non si sente alcun suono intorno a noi.

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Dopo un po’ ci fermiamo a riprendere fiato, e un cartello sul muro ci informa che non siamo neppure a metà dei 350 gradini previsti. Mi prende un principio di sconforto, non tanto per il resto degli scalini ancora da fare, quanto piuttosto per la possibilità che arriviamo in cima solo per scoprire che è chiuso…!

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Nella seconda parte della salita l’atmosfera si fa diversa, e l’ambiente cambia anche visivamente. Finisce la scala a chiocciola di pietra e comincia una serie di rampe di legno, molto belle e molto strette, ma non pericolose. Siamo ancora soli lungo la scala, e non si vede nessuno fino in cima, a oltre 70 metri di altezza. L’ultima piccola rampa finisce contro una porticina di legno bassa con una carrucola di corda e una campanella collegata alla maniglia. Abbassandola per aprire si tira il filo, e la campanella suona. Proviamo, e pochi istanti dopo, quasi miracolosamente, un omino esce da una stanzetta nascosta e ci viene incontro, facendoci entrare nella biglietteria vera e propria. Meno male! Non siamo saliti invano lungo tutte quelle rampe.

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Il guardiano ci accoglie molto gentilmente, ci fa il biglietto e ci fornisce un opuscolo informativo sulla torre Daniel e sulla storia della città di Nördlingen. È un signore simpatico e molto mite, semplice. Da l’impressione di vivere tutto solo arroccato in cima al campanile senza scendere mai giù, e che aspetti che siano gli altri a salire da lui.

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Facciamo gli ultimi 18 gradini autorizzati dal nostro biglietto, e arriviamo al piccolo varco di legno che porta sulla terrazza panoramica.

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La terrazza è in realtà una specie di strapuntino che gira tutto intorno alla torre, con un pavimento di grata metallica larga si e no mezzo metro che farebbe venire le vertigini anche a un astronauta e un parapetto di pietra alto poco più di un metro, ma il panorama che si gode da quassù è veramente spaziale.

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Dall’alto, nella luce piena del sole e del cielo finalmente limpido, si vede tutto il paese con i suoi tetti rossi a punta, le stradine, la chiesa, la piazza del mercatino di Natale, il municipio, ma soprattutto si vedono le mura di cinta, che girano tutto intorno al paese circondandolo come un abbraccio totale, a formare un cerchio perfetto dentro al quale si sviluppa la vita di questo antico villaggio. È davvero una vista incantevole.

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Facciamo un po’ di foto dello spettacolare panorama godendoci l’aria fredda e lucida che illumina la piana bavarese distesa tutto intorno, poi salutiamo l’omino e torniamo verso le scale, mentre altri coraggiosi visitatori si stanno avventurando fin quassù ansimanti e lenti.

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Ripercorriamo al contrario la lunga scala ritrovando i pianerottoli pieni di atmosfera e le bellissime finestre in pietra, e prima di uscire riusciamo a vedere anche la campana che suona i rintocchi delle ore per gli abitanti del villaggio, ancora oggi come un secolo fa.

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Proprio davanti all’ingresso della torre Daniel scopriamo una magnifica pasticceria, e noi non abbiamo ancora fatto colazione…. Entriamo con l’idea di prendere solo una pastarella, e invece poi ci sediamo e ci regaliamo un breakfast completo di croissant, pane burro e marmellata e cappuccino, tutto molto buono e niente affatto caro. Ci voleva proprio!

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Dopo colazione torniamo alla macchina e ripartiamo in direzione nord, verso Rothenburg ob der Tauber. Sognavo da tanto di vedere questo posto, conosciuto come il paese dove è Natale tutto l’anno. Qui c’è addirittura il museo del Natale, e poi c’è Käthe Wolfhart, uno dei negozi di addobbi e decorazioni natalizie più famoso della Germania. Figurarsi se me lo potevo perdere. Ci arriviamo in circa un’ora, e lasciamo la macchina fuori dalla cinta muraria per andare a vedere dove si trova il nostro hotel di stasera. Che è una Gasthaus in realtà, e che Gasthaus! La più famosa e caratteristica di tutto il paese. La troviamo poco dopo, in una traversa della via principale, ed è bellissima! Una casetta tradizionale in pietra con la facciata ricoperta di piante, decorata con oggetti natalizi in legno e ferro battuto in stile rustico, davvero originalissima.

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Entriamo, e l’interno è ancora più spettacolare dell’esterno. C’è un pianoforte verticale, sedili di legno scolpiti stile coro di chiesa, un tavolo decorato di lucine e renne, fiori e ghirlande, ci sono cuscini ricamati e animali sparsi in giro, vasi con piante e babbi natali, tappeti e portacandele, bottiglie di champagne e lanterne…. un bric-a-brac fantastico, che crea la più incredibile atmosfera natalizia da cui si possa essere accolti durante un viaggio.

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Non c’è nessuno, ma su una lavagnetta c’è un numero di cellulare da chiamare per fare il check-in, così chiamo e lascio un messaggio. Dopo 5 minuti Paul mi richiama dicendo che arriverà entro 10 minuti per darci la stanza, e infatti è così. La camera numero 4 al secondo piano è davvero bella, c’è un letto di legno scolpito con le sponde in stile tirolese uguale all’armadio, un tavolino con due poltroncine, tv, lampadario e lampade sui comodini vestiti di tessuto abbinato, e un bagno grande e nuovissimo. La finestra ha le tendine fiorite e sul soffitto passano travi a vista che rendono l’atmosfera veramente romantica. Sistemiamo le nostre cose e usciamo di nuovo, alla scoperta del centro storico. Che è assolutamente all’altezza delle nostre aspettative.

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Tutte le case sono a graticcio, e decorate con addobbi natalizi e luci. La piazza del mercato, la principale, è uno spazio ampio su cui si affacciano bellissimi edifici storici, il più imponente e interessante dei quali è la Rathaus, con la sua architettura per metà classica e per metà gotica, completa di torri e guglie.

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La chiesa principale del paese è quella di San Jakob, una chiesa Evangelista-Luterana costruita in stile tardo gotico situata nei pressi della piazza del mercato. Di fronte all’ingresso incontriamo con piacere una statua in bronzo di San Giacomo, l’Apostolo pellegrino con tanto di conchiglia, poiché anche questa chiesa è una delle innumerevoli tappe europee del Cammino di Santiago di Compostela. Questa statua è semplice, ma basta a richiamare i ricordi del nostro viaggio spagnolo fino al bordo occidentale del continente, e delle emozioni vissute in quella meravigliosa cattedrale dalla facciata del colore dei fondali marini.

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L’entrata nella chiesa è a pagamento, ma la visita vale certo i 2,00€ richiesti. La navata è ampia, le volte sono altissime, ma è soprattutto l’altare principale in legno scolpito di Friedrich Herlin ad attirare l’attenzione, un vero gioiello di alta manifattura tedesca raffigurante l’Ultima Cena, nella quale il Giuda, seduto tradizionalmente dal lato opposto del tavolo rispetto agli altri apostoli, è una figura mobile che viene rimossa dalla scena nel periodo della Pasqua.

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Sul lato sinistro della navata centrale, di fianco alle panche di fondo, ci sorprende la presenza di una straordinaria scultura in legno d’ebano, scura e lucida, elegantissima, in perfetto stile africano, testimonianza della collaborazione di questa parrocchia con alcune missioni in Tanzania. In quella che somiglia a una sorta di imbarcazione primordiale sono rappresentati i 12 apostoli, con fattezze e tratti africani, in adorazione della Sacra Famiglia: un Giuseppe umile dallo sguardo rivolto verso il basso, una Maria essenziale, seduta con gli occhi chini su suo figlio, e un Bambino addormentato sulle ginocchia della madre, più innocente di chiunque altro al mondo. Mai ho visto tanta dignità e umiltà in una Sacra Famiglia, mai il Padre e la Madre mi sono parsi così immediatamente i genitori dell’Umanità china ai loro piedi rappresentata dagli Apostoli, uomini fatta quasi solo di occhi e sguardi, che li cercano come l’unica luce nel buio del mistero dell’esistenza.

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Ma il vero pezzo forte di questa chiesa si trova al piano superiore, in un grande spazio luminoso proprio dietro l’enorme organo, che è uno dei più grandi d’Europa. Qui è esposto l’Altare del Preziosissimo Sangue, uno straordinario altare in legno di tiglio scolpito dall’artista locale Tilman Riemenschneider ai primi del ‘500, che all’interno della Croce dorata racchiude una capsula di cristallo di rocca che contiene tre gocce del sangue di Cristo. Un’opera spettacolare e raffinatissima, con pannelli di legno incredibilmente cesellati nei quali figurano decine di statue ognuna con un volto, un’espressione, un’emozione, una posa, e in cui uno degli Apostoli, Paolo, indossa addirittura gli occhiali. Un vero capolavoro di scultura risalente a oltre 500 anni fa.

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Dopo la visita alla chiesa giriamo ancora per le vie del paese e troviamo finalmente il negozio di Käthe Wohlfahrt, attaccato al Museo del Natale, con la sua insegna decorata di ghirlande rosse e luci, un gigantesco principe schiaccianoci sulla porta e il furgoncino dei doni parcheggiato fuori e pronto alla partenza: una vera meraviglia.

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Avevamo visto anche altri negozi di Natale, a Vienna, a Salisburgo, a Innsbruck, a Dublino, a Edimburgo… ma questo veramente li batte tutti. Non solo per la sua dimensione – enorme! – ma per l’atmosfera che c’è dentro, per le migliaia e migliaia di decorazioni di ogni genere esposte ai vari piani del locale in mobiletti di legno stile casa di Santa Claus, le bambole, i pupazzi, gli orsacchiotti, le slitte, i centrini, i calendari dell’Avvento, e le decine di alberi di Natale completamente addobbati di ninnoli di ogni tipo, da quelli super luccicanti a quelli di stoffa, da quelli più tipicamente tirolesi di paglia e rafia a quelli di latta dorata, e di vetro, di metallo, di legno, di piume… roba da far girare la testa a un appassionato del genere.

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Troppe sono le cose viste e adorate in questo negozio, che in meno di due ore scala la classifica fino a diventare il mio preferito di sempre. Vorrei poter portare via di tutto… Ovviamente, la nota dolente di questi posti è che i prezzi non sono mai bassi, specialmente degli oggetti più belli, quindi ci dobbiamo limitare, però un piccolo cestino lo facciamo anche noi, da portare a casa come ricordo di questo luogo magico.

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Non lontano da Käthe Wohlfahrt c’è un altro negozio magnifico, quello degli orsetti originali Steiff, ed entriamo a fare un giro per ammirare dal vivo queste creature deliziose. Purtroppo, questa volta possiamo davvero solo guardare, non osiamo neppure sfiorare questi capolavori artigianali di peluche dagli occhi lucidi e dai musetti irresistibili che costano quanto piccoli gioielli, ma è comunque piacevole scoprire quante versioni e quanti modelli ne fanno.

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Un regalino ce lo facciamo, comunque. Vediamo delle casette di porcellana in un negozietto lungo la via centrale del paese, casette che in realtà sono lanterne per candele. Il negozio si chiama Leyk ed è una vera chicca nel suo genere. Le casette sono di ceramica dipinta a mano, prodotte in un laboratorio artigianale poco fuori Rothenburg e vendute solo in tre o quattro negozi in Germania, e riproducono gli edifici più famosi del centro storico, come la chiesa, il municipio, il forno, le case a graticcio a più piani e tutto quello che è tipico di questo paesino.

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Sono bellissime, con le finestrelle aperte attraverso le quali passa la luce morbida della candela, e a farne un gruppetto stile piccolo villaggio si ottiene un effetto davvero magico. Questo è il tipo di oggetto a cui non so proprio resistere, così ne prendiamo una, tanto per cominciare quella che spero potrà un giorno diventare una piccola collezione.

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Passeggiare per il paese con questa atmosfera è davvero come passeggiare in un luogo fatato. Le vetrine cariche di oggetti sembrano cornucopie natalizie traboccanti di colori e sapori: pagnotte di pane, dolciumi, ninnoli, cioccolato, pizzi, merletti, stelle, pupazzetti, boccali di birra dipinti in stile bavarese, davvero una gioia per gli occhi.

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Il centro storico di sera risplende di tutta la sua bellezza, con le torri, le mura, gli edifici più antichi con i dettagli dei graticci illuminati, la fontana, e quell’atmosfera incantata che capita di sperimentare solo in quei luoghi che riescono magicamente a ritagliarsi uno spazio fuori dal tempo. Non c’era neve qui oggi, ma so che nei miei ricordi questo posto sarà sempre ricoperto da una soffice coltre candida.

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Dopo la passeggiata in centro rientriamo alla nostra Gasthaus, giusto in tempo per la cena. La sala è bella come il resto, con un fuoco scoppiettante che danza nel caminetto, le candele bianche accese sui tavoli e pochissima luce elettrica. Tutto l’arredo è di legno, caldo e intimo, il cibo è ottimo e presentato in maniera degna del posto. Il modo perfetto per concludere una delle giornate più piacevoli del nostro giro in Baviera.

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Domenica 29: Schloss Hohenschwangau e Schloss Neuschwanstein

26 gennaio, 2014 - in: Viaggi - Commenti: nessuno

Dopo una notte di quiete assoluta alla Pension Carina e una colazione a base di prosciutto, formaggio, salmone, yogurt, pane, marmellata e tè nero, carichiamo le nostre cose e usciamo alla ricerca della biglietteria dei castelli, per i quali ho già fatto la prenotazione da casa. La distanza è di circa 6 chilometri, il tempo è grigio ma non sembra che debba piovere. Tutto intorno si vedono solo montagne innevate stagliarsi contro un cielo ovattato, poco lontano un lago luccica nel gelo invernale. Cerco di seguire le indicazioni stradali e quelle del GPS insieme a Luca per essere sicuri di non sbagliare strada, quando ad un tratto alzo gli occhi e mi appare davanti come una visione magica: Neuschwanstein!

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Bianco e turrito, elegantissimo, posato in cima a uno spuntone di roccia come un nido gigantesco, circondato da nuvole e nebbia: una visione così suggestiva da sembrare frutto della magia di Hollywood! Invece era solo il sogno del Re Pazzo, trasformato in realtà tra il 1869 e il 1886. Proseguiamo verso il parcheggio e li accanto vediamo subito dopo anche il castello di Hohenschwangau, il primo costruito cronologicamente parlando, che si alza sulla collina più a destra, molto più grande e tradizionale, con mura, merli, torri e bastioni. Però, e’ giallo. Completamente giallo, di una bella sfumatura color tuorlo, elegante in effetti, ma insolito, quanto meno. Mai visto un castello così giallo, prima. Beh.

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Parcheggiamo (5€ per la giornata) e andiamo al Ticket Center a convertire le prenotazioni in biglietti. I gestori della pensione di ieri sera ci hanno dato un coupon di sconto per la visita dei castelli, e una ragazza alla biglietteria ci conferma che possiamo utilizzare anche quello. Lo Schloss Neuschwanstein è compreso nel Ticket Partner cumulativo fatto ieri, quindi non paghiamo nulla per entrare, mentre lo Schloss Hohenschwangau è privato, e’ ancora di proprietà degli eredi della ex famiglia reale dei Wittelsbach di Baviera, quindi bisogna pagare l’ingresso extra di 11,00€ a testa (con lo sconto). La prenotazione online costa 1,80€ a persona a castello, e probabilmente è indispensabile quando si viene qui in estate e ci sono code chilometriche con attese di ore, ma oggi l’afflusso di turisti è normale e si poteva benissimo farne a meno, risparmiando quei 7,20€. Pazienza, l’importante è essere qui.

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Saliamo a piedi la salita che porta al primo castello, quello giallo di Hohenschwangau, non molto lunga ma ripida, fiancheggiata da bellissime case e hotel decorati in puro stile bavarese, e incrociamo anche la carrozzella con i cavalli di cui avevo letto nel sito, che ti porta su pagando un extra di circa 6,00€ a persona. Poveri cavalli, a fare tutta quella fatica con questo freddo, e comunque a noi piace camminare per vedere tutto quello che c’è intorno. Ce la prendiamo comoda visto che abbiamo più di un’ora prima del nostro turno, e torniamo fino alla macchina a cambiarci le scarpe per essere nelle condizioni ideali per questa visita. Dato che i visitatori dei castelli sono moltissimi (una media di 3000 persone al giorno con picchi di oltre 5000 in agosto!), le visite sono solo guidate, divise a gruppi linguistici e scandite da orari precisi assegnati dalla biglietteria. Non si può assolutamente entrare prima del proprio turno, e se si fa tardi anche di pochi minuti si perde il diritto alla visita, senza né a né ba. Organizzazione molto germanica!

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Saliamo lentamente la via che porta al castello, ricostruito come residenza di caccia nel 1832-1836 da Maximilian, padre di Ludwig, sui resti di un antico castello medievale, che diventa sempre più grosso e imponente a mano a mano che ci avviciniamo. Torri, archi, merlature, mura, tutto ci viene incontro e ci accoglie con solennità regale.

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All’interno delle mura di cinta scopriamo un giardino molto armonioso, non grande ma elegante, più romantico di quanto ci saremmo aspettati. Purtroppo non ci sono fiori, per via della stagione invernale, e tutte le famose fontane con le statue e i giochi d’acqua volute da Ludwig sono coperte da strutture di legno che le proteggono dal gelo notturno. Peccato perché pare che siano molto belle, specialmente quella detta dei Leoni, ispirata a quella dell’Alhambra andalusa. Si vede che è destino che non la vediamo, questa famosa fontana, visto che anche quando siamo andati fin là per ammirare quella originale, era chiusa al pubblico per un importante restauro.

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Comunque, la cosa più spettacolare quassù è la vista, che si apre a libro sulla distesa della piana bavarese e sulle montagne tutte intorno, e soprattutto sullo Schloss Neuschwanstein, candido come zucchero, immerso nella nebbia del mattino che lo fa apparire e sparire ai nostri occhi come una visione d’incanto.

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Facciamo un giro nello shop, anche per riscaldarci un po’ dopo la lunga passeggiata nell’aria fredda, e finalmente alle 11,40 tocca anche a noi entrare. La guida che ci accompagna è una ragazza italiana che ci spiega tutto della storia del castello e delle incredibili decorazioni che ricoprono completamente le pareti e i soffitti. Gli interni, dove è vietato scattare foto, sono belli, ma decisamente insoliti. Tutto è decorato in tema medievale, in ogni sala ci sono enormi affreschi che raffigurano episodi delle saghe cavalleresche germaniche più famose, con cavalieri in battaglia, eroi dai lunghi capelli, dame in tuniche color pastello e bionde trecce, cavalli, lance, calici e corone tepestate di pietre preziose. Sembra di camminare tra le pagine di un gigantesco libro di fiabe rimasto aperto. Le stanze della regina sono completamente ricoperte da scene raffiguranti dame coi sandali che reggono in mano ciuffi di rose e cavalieri dalla lucente armatura in ginocchio ai loro piedi. Ci sono oggetti originali appartenuti al nonno e poi al padre e alla madre di Ludwig, e la guida racconta che lui stesso passò tutte le sue estati di bambino e di ragazzo in questa dimora. Probabilmente fu qui che nacque in lui la passione per il medioevo e per le antiche saghe cavalleresche, che lo portò, da adulto, a progettare quella follia architettonica che è il castello candido che si trova qui di fronte. Nella sua stanza Ludwig aveva fatto mettere molti elementi originalissimi: un letto circondato da pareti affrescate con boschi, dee della notte e laghi luccicanti, un soffitto dipinto di stelle in cui faceva infilare dei bastoncini di cristalli liquidi che rilucevano di notte, in modo che, anche se dormiva in un interno, vedeva sopra di sé un cielo stellato come fosse all’aperto. Nello studio c’e’ un pianoforte scolpito in legno di cedro del libano fatto costruire apposta per Wagner, e sul quale il grande compositore, ospite al castello per due settimane, suonò e scrisse musica esclusivamente per Ludwig.
Ma la cosa che mi è piaciuta più non sono gli stravaganti lampadari di metallo di foggia medievale, gli enormi cigni di porcellana, o la poltrona imbottita dotata di ruote, poggiapiedi estraibile e leggio mobile sistemata in un piccolo bovindo con vista sul lago e sulle Alpi bavaresi. Ludwig, appassionato del passato e Cavaliere redivivo, nello studio teneva un moderno cannocchiale di ottone puntato verso la finestra, attraverso il quale controllava i lavori in corso nel cantiere di Neuschwanstein lì di fronte. Poteva spiare la materializzazione del suo sogno a mano a mano che prendeva forma davanti ai suoi occhi – non sono fortune che capitano spesso, queste.
Comunque, anche se il castello è interessante, la storia dei suoi abitanti è triste, e Ludwig non appare mai come qualcuno da invidiare. Colto e gentile, già re a 19 anni per l’improvvisa morte del padre ancora giovane, ha vissuto male il suo ruolo e il suo tempo, e non ha neppure potuto vedere il suo sogno completamente realizzato, poiché è morto prima che Neuschwanstein fosse completato.

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All’uscita dalla visita, che dura circa 45 minuti, scendiamo verso i chioschetti per mangiare qualcosa, in attesa dell’orario pomeridiano che ci è stato assegnato per entrare nel secondo castello. Spazzoliamo un bratwurst con un bel caffè caldo, che ci rinfranca un po’ in quest’aria gelida, e poi risaliamo sull’altro sentiero insieme a gruppi di persone di varie nazionalità che si stanno facendo sempre più numerosi. Per raggiungere l’ingresso di Neuschwanstein si percorre un tratto abbastanza lungo e con molte curve che sale su in mezzo ai boschi, fino alla cima dell’altura che Ludwig considerò ideale per posarci sopra il suo giocattolo magico. Una macchina del tempo che in un attimo lo poteva portare in un passato lontanissimo, in un posto che finalmente gli piaceva e nel quale si sentiva a casa, fuori dal mondo reale. Funzionava allora e funziona ancora oggi, senza il minimo problema.

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Non importa neppure entrare, in effetti. Basta arrivarci davanti e alzare lo sguardo, per sentire di essere già in un altro posto, e in un altro tempo. Torrette merlate, guglie, scalinate, file e file di finestre, altissimi bastioni candidi come neve e possenti come pareti di roccia, e quell’insolita facciata smerlata di mattoni rossi, all’ingresso, che subdolamente prefigura un qualche assurdo che si sta per manifestare.

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Ma mai, in nessun modo, nonostante la folla di gente che parla tutte le lingue e scatta migliaia di foto in attesa di entrare, il contatore dei numeri a orologeria davanti ai tornelli dell’ingresso, il doppio San Giorgio con lancia e stendardo bavarese dipinto sull’edificio interno del cortile, o la guglia più alta col tetto grigio che ispirò perfino Walt Disney per il suo castello più famoso – e lui era uno che di fiabe se ne intendeva…. – mai niente di quello che si vede da fuori, può preparare i visitatori a quello che troveranno all’interno.

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Un caleidoscopio di colori, un fuoco d’artificio della fantasia, un altro mondo. E’ come prendere la mano di Mary Poppins e saltare nel quadro – hopla’! – siamo dentro, e la realtà scompare magicamente per lasciare il posto al mondo dei cavalieri medievali. Lohengrin e il suo cigno, dappertutto, sui mobili, sui tessuti, sulle pareti, scolpito, dipinto, ricamato, inciso, vivo, cavaliere dal cuore purissimo, nobile destinato ad aiutare i più nobili grazie al suo animo senza macchia ma legato all’incantesimo del cigno che gli vieta di rivelare la sua vera origine, pena il ritorno solitario alla Fortezza del Santo Graal, una vera personificazione di Ludwig II. Parsifal, cavaliere della Tavola Rotonda, padre di Lohengrin, amico di Re Artù e considerato tra i cavalieri più valorosi, con il suo Santo Graal presente sulle pareti, sugli oggetti, in mille scene e colori. Ogni centimetro di ogni parete è decorato in qualche modo, non c’è un solo pezzettino libero da immagini simboliche, comprese la grotta e la magnifica Sala dei Cantori, ispirata direttamente dal Tannhäuser di Wagner. Un interno in cui pare di essere all’esterno, in mezzo a un modo gotico sorprendentemente vivo e reale. Incredibile anche la Sala del Trono per sfarzo, simbologia ed eleganza, dove però manca proprio l’elemento più importante: il trono. Ci stavano ancora lavorando quando Ludwig morì, e non venne mai completato. Sotto l’abside dominata dal Cristo, in cima alla scala ai cui lati sono raffigurati gli Apostoli e i Re francesi canonizzati, a significare la sacralità della linea monarchica, resta solo uno spazio vuoto. Simbolico anche questo, forse, della difficoltà di Ludwig II ad accettare e mettere in atto il suo compito di Re.
A parte la meraviglia che fa spalancare gli occhi in ogni sala, almeno tre cose si capiscono, a visitare questo castello fiabesco. Che Ludwig era raffinatissimo, molto colto, e sapeva cosa era la bellezza. Che era devoto all’arte, alla musica, e alle radici della sua missione di re germanico. E che doveva essere davvero un po’ fuori di testa….
Perché questo castello non è solo bello, o artistico. È proprio fiabesco. Basta entrare dentro e in un attimo ti porta via, fuori dalla realtà, in un mondo immaginario fatto di cavalieri ed eroi, antiche saghe e miti oscuri, leggende e simboli, dove tutto è controllato così esattamente e dettagliatamente che l’illusione che si crea è perfetta, immediata, e potente. Progettare un castello del genere e pensare di viverci dentro, significa vivere pericolosamente al limite dello squilibrio mentale. O in un mondo di sogno.

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Alla fine della visita guidata (in inglese stavolta), usciamo dal castello e prendiamo il sentiero subito a sinistra che si inoltra tra i boschi e porta fino al Marienbrücke, il Ponte di Maria, teso su uno strapiombo in mezzo alle montagne, dal quale si ha una prospettiva visiva particolarmente buona sul castello. In effetti la strada è chiusa per via del ghiaccio, ma tutti scavalcano la barriera metallica e si inoltrano su per la via che porta al ponte, così ci avventuriamo anche noi, dopo esserci ritemprati con delle ottime pallette fritte, dolci e belle calde, prese a un banchetto lì vicino.

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La strada è davvero scivolosa e diverse persone tornano indietro, ma noi riusciamo a percorrere in qualche modo tutto il tratto ghiacciato, raggiungendo un punto dal quale si gode di una vista perfetta sulle montagne e i laghi circostanti e sul magnifico complesso giallo dello Shloss Hohenschwangau lì di sotto. Uno spettacolo straordinario. Peccato solo che non ci sia più neve, sarebbe stato veramente un perfetto scenario da fiaba.

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Dalla strada tagliamo su per il bosco e prendiamo una scorciatoia, un po’ faticosa ma fattibile, che si snoda in mezzo alle piante alte e spoglie, e finalmente arriviamo sul famoso ponte di Maria. Che merita senz’altro qualche piccolo scivolone, non c’è dubbio. La vista da qui è semplicemente spettacolare! Da un’altezza di 90 metri su uno strapiombo a picco su un ruscello che forma una cascata in fondo al bosco, il ponte si affaccia sul lato lungo dello Schloss Neuschwanstein mostrandolo in tutta la sua bellezza, con la piana bavarese alle spalle, i laghi ai lati, e le montagne tutte intorno. Una cartolina incantevole!

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Restiamo per un po’ a fare foto, al castello e a tutti quelli che ci chiedono di fargliene una per favore, e in effetti non si può pensare di arrivare fino qui, e ritrovarsi tutta questa meraviglia davanti agli occhi, e non farsi una foto ricordo da portare a casa…
La luce inizia a calare, l’aria è fredda, dobbiamo rifare tutta la strada all’indietro fino al parcheggio e cominciamo a sentire la stanchezza della lunga giornata, così, a malincuore, lasciamo lo spettacolo di questo sfondo da fiaba e riprendiamo la via del ritorno.

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Saliamo in macchina e ci muoviamo ancora verso nord diretti a Nördlingen, dove arriviamo dopo quasi 2 ore. Il paesino e’ piccolo e delizioso, tutto fatto di casette dai tetti a punta, con la piazzetta, il corso principale, la chiesa e tutto, così perfetto che sembra uscito pari pari da un presepe. L’hotel di stasera, un NH, è molto bello e centralissimo, con un comodo parcheggio sotterraneo. Dopo esserci sistemati cerchiamo un posto dove mangiare qualcosa e troviamo un locale carino indicato dalla LP, il Cafè Radlos, dove ordiniamo la cena aiutati da una cameriera gentile, che non parla inglese ma si sforza di parlarci in italiano. E alla fine ci regaliamo anche una bella fetta di torta al cioccolato, per chiudere in dolcezza questa giornata da favola.

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Sabato 28: Schloss Linderhof e Oberammergau

20 gennaio, 2014 - in: Viaggi - Commenti: nessuno

Sembra che ci siamo per davvero, stavolta: si parte per la Germania. Sveglia all’alba, valigie in macchina e via, verso nord. Preferisco pensare che stiamo andando in Baviera, ma insomma, si va. Ora che siamo partiti, sento che sono curiosa di visitare questa terra ancora sconosciuta, così vicina eppure così lontana dal mio orizzonte di viaggio. La mattinata è serena e pulita, la temperatura più alta del previsto, il traffico scarso. Arriviamo in Trentino senza problemi, e lì ritroviamo le più belle montagne del mondo che subito ci circondano e ci vengono incontro, come vecchi amici che aspettavano il nostro ritorno.

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Acquistiamo la Vignette per l’Austria (8,50€), passiamo accanto a Innsbruck, distesa nella sua conchiglia ai piedi delle montagne, bella e diversa senza la neve che la ricopriva quando venimmo qui 2 anni fa, e neanche un’ora dopo oltrepassiamo il cartello che segnala il passaggio del confine. Siamo in Germania.
Procede tutto liscio fino alla nostra prima tappa di oggi, lo Schloss Linderhof, vicino al paese di Ettal, il primo dei molti castelli di Ludwig II di Baviera che abbiamo in programma di visitare. Per parcheggiare si passa davanti a un casottino con una macchinetta dove si inseriscono 2 euro e si riceve un tagliando da esporre sul cruscotto. Non c’è una sbarra e neppure un guardiano, per cui in teoria, se entri a diritto senza pagare, difficilmente qualcuno se ne accorge. Naturalmente, tutti pagano.
Alla biglietteria dello Schloss facciamo il Ticket Partner valido 14 giorni, che per 20,00€ a testa ci permetterà di visitare tutti i palazzi reali di Baviera gestiti dall’amministrazione pubblica, soluzione che avevo visto in internet e che ci conviene decisamente.
Il parco del castello è molto bello, lo si capisce anche adesso che è piuttosto spoglio, senza foglie e fiori ma ugualmente elegante, con la neve che lo imbianca delicatamente. Il sentiero sale e fa una piccola curva, e subito dopo appare un laghetto incastonato tra i boschi e la collinetta del Belvedere, così lucido che pare di cristallo. Sul bordo dell’acqua nuotano diverse anatre e due cigni bianchi, simbolo della casa reale di Baviera e noti per essere gli animali preferiti del padrone di casa Ludwig II, il Re Folle. È grazie a lui se ora siamo qui, a visitare uno dei suoi incredibili castelli di fiaba.

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Qui Ludwig ha vissuto per circa 8 anni verso la fine della sua vita, terminata misteriosamente nelle acque di un lago non lontano da qui quando aveva solo 40 anni, ed era stato già interdetto come incapace di intendere e di volere. Il Re pazzo, cugino dell’imperatrice Sissi d’Austria, che era bellissimo ma anche timido e schivo, era re ma voleva vivere isolato dal mondo, un raffinato sognatore amante del settecento francese, della poesia e della musica di Wagner, che desiderava realizzare tutte le sue più folli fantasie artistiche e che invece doveva fare i conti con le casse dello Stato. Questa la realizzò, comunque, e ora si fa la fila per visitarla.

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La visita è solo guidata, in inglese o in tedesco. Scegliamo l’inglese, e seguiamo con una decina di altre persone una ragazza molto gentile che ci spiega a grandi linee la storia del castello. Che è più una villa in effetti, o un castello in miniatura, completato nel 1879 in stile rococò e ispirato al Petit Trianon di Versailles appartenuto a Maria Antonietta. Se è molto più piccolo di quanto si pensi, il castello è anche molto più ricco di quanto si potrebbe mai immaginare. Le stanze visitabili sono si e no una dozzina, ma mai in nessun castello ci è capitato di vedere una tale concentrazione di decorazioni, stucchi, ori, porcellane, specchi, ritratti, drappeggi, marmi, broccati, e una tale ricchezza di dettagli preziosi, di particolari studiati con cura assoluta, di armonie cromatiche e formali così perfette da lasciare a bocca aperta. Salottini rosa, lilla, o argento con appesi alle pareti i ritratti dei maggiori protagonisti della corte di Versailles, il vero mito di Ludwig II, una sala del trono con un baldacchino dorato decorato da piume di struzzo, una stanza da letto di 100 metri quadrati con un letto di velluto blu sormontato dallo stemma reale bavarese e due consolle con immense specchiere arricchite da cascate straordinarie di fiori in porcellana Meissen, in mezzo alle quali si trova una finestra che si affaccia direttamente sulla scalinata d’acqua che abbellisce il parco esterno, e che viene attivata solo in estate. E poi, stupefacente, una sala da pranzo con un tavolo magico che veniva calato nella stanza di sotto attraverso il pavimento tramite un sistema a manovella, apparecchiato di stoviglie e cibi e fatto risalire su nella stanza del re, che in questo modo evitava di essere disturbato perfino dalla presenza dei camerieri che lo servivano. Ammiriamo una stupenda collezione di vasi di porcellana, un orologio con un meccanismo vecchio di 300 anni, un enorme lampadario in cristallo di Boemia che regge ben 108 candele e pesa 500 kg, chissà come luccicava quando erano tutte accese. E le meraviglie continuano. Soffitti e pareti completamente affrescati con scene mitologiche, statuette di marmo copie perfette di grandi opere del Louvre amate dal re, poltrone e divani di manifattura Gobelin originale, pavoni di porcellana a grandezza naturale, rarissimi tavolini in malachite dono di una zarina di Russia, un incredibile pianoforte verticale decorato all’inverosimile di stucchi dorati fatto costruire apposta per Wagner, che purtroppo non poté mai suonarlo, e il fantastico gioco di specchi dello studio, in cui due enormi specchiere dorate messe una di fronte all’altra moltiplicano all’infinito lo spazio e i decori della stanza, facendo apparire dal nulla una galleria di luce che sembra portare dritta in paradiso! Ma più stupefacente di tutto, un meraviglioso lampadario a bracci ricoperto di ciuffi di fiori e tralci, angeli e corone, tutto completamente scolpito nell’avorio più perfetto! Spettacolare! Mai visto niente di più raffinato ed elegante…un’opera d’arte davvero degna di un Re.
Certo, il risultato finale è decisamente carico, ma in qualche modo riesce e non essere pacchiano, solo straordinariamente sfarzoso. La dimensione ridotta degli ambienti e la quantità inusuale di oggetti eccezionali creano uno strano effetto di bellezza concentrata, dando veramente l’impressione di camminare in un regno miniaturizzato, o in una favola.
Forse un po’ folle lo era davvero Ludwig II, che dormiva di giorno e viveva di notte nella luce magica delle candele, ma di certo sapeva quello che voleva.
Peccato che fino a Marzo il resto degli edifici del parco restino chiusi e non si possano visitare, perché devono essere altrettanto fiabeschi, ma non avrei rinunciato all’atmosfera invernale di questo luogo per nulla al mondo.

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Dopo il giro del castello, che dura una quarantina di minuti, mangiamo qualcosa veloce al chiosco sulla piazza della biglietteria e poi riprendiamo la macchina diretti verso la seconda tappa in programma per oggi, Oberammergau. Questo paesino di poco più di 5000 abitanti dista una dozzina di chilometri da Linderhof ed è famoso come il più bel paese della Baviera con le case dalle facciate dipinte. La tradizione di dipingere grandi scene di vario soggetto sulle facciate delle case c’è anche in Tirolo, la conosciamo ed è molto suggestiva, per cui siamo venuti a vedere se anche qui è bella come ce l’aspettiamo. Lo è.

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Il paesino è veramente eccezionale, con le casette dal tetto a punta e i balconi di legno intagliato, e tutte le facciate completamente dipinte con scene religiose, di caccia, di fiaba, o con semplici decorazioni geometriche colorate. L’effetto è bellissimo, lo sarebbe già con 2 o 3 case così decorate, ma qui sono tutte dipinte: decine di metri quadrati di facciate su cui spuntano enormi angeli, Madonne, pastori, contadini, intagliatori di legno, lupi, conigli, uccelli, orsi, capre, fiori, nuvole…… sembra di camminare in un paese incantato.

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Anche la chiesa è molto bella, semplice e piccola all’esterno, con un campanile dal tetto a cupola e un sorprendente interno ampio e luminoso, in stile barocco, tutto rosa e bianco e molto elegante. Qui si organizza l’evento più famoso del paese, la rappresentazione della Passione di Gesù, che si svolge ogni 10 anni e che coinvolge per mesi oltre 2000 dei 5000 abitanti del posto, un evento che attira qui migliaia di spettatori da tutto il mondo.

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Le decorazioni e le luci natalizie moltiplicano l’effetto magico del posto, e i negozi completano alla perfezione l’atmosfera fiabesca. L’attività artigianale prevalente è la scultura del legno, una lavorazione tradizionale famosa e apprezzata in tutta la Germania, per cui in ogni vetrina si vedono centinaia di figure del presepe, animali di ogni genere, angeli, babbi natali, casette, castelli, madonne, bambinelli, stelle, fiori, alberi, cuori, suonatori, e soprattutto Crocifissi. Ci sono statue di tutte le dimensioni, da pochi centimetri a due metri, lavorate in maniera semplice o scolpite come vere opere d’arte, grezze o colorate, divertenti o più tradizionali, e tutte fantastiche. Non resistiamo, e facciamo anche noi qualche piccolo acquisto in uno di questi meravigliosi negozi.

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E’ buio quando ripartiamo a malincuore da questo paesino di fiaba diretti all’hotel prenotato per stasera, ma di certo non dimenticheremo presto questo posto.

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Facciamo gli ultimi 50 km di oggi per raggiungere Füssen, poco più a nord sulla Romantische Strasse. E’ buio sulla strada secondaria che percorriamo attraverso una zona fatta solo di boschi e rade abitazioni, la temperatura è ormai fissa sotto lo zero e la strada è ghiacciata e scivolosa come una saponetta. Per fortuna arriviamo senza problemi alla Pension Carina, una specie di locanda familiare molto confortevole, dove troviamo gestori gentilissimi e una bella stanza pulitissima e calda. Qui facciamo anche la nostra prima cena tedesca, e Luca si gusta un ottimo stinco alla birra in stile Flinstones con un osso così grosso che esce dal piatto. Hohenschwangau e Neuschwanstein, i due castelli più famosi fatti costruire da Ludwig II, sono ormai vicinissimi, e domattina dopo colazione andremo proprio lì a fare il nostro tanto atteso giro di visita.

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Sabato 19 e domenica 20 maggio: Lisbona

26 maggio, 2013 - in: Viaggi - Commenti: 4

E alla fine ci siamo arrivati, là dove volevamo arrivare. Dopo un lento pellegrinaggio durato ben 8 giorni e oltre 1000 km, eccoci finalmente davanti a lei: Lisbona. La capitale-mito di questa terra antica e genuina, la città misteriosa e affascinante che era nei nostri sogni da sempre. Quella che farà da pietra di paragone per ogni bellezza appena ammirata, e per ogni altra già conosciuta altrove. Una capitale strettamente legata alla storia più antica del nostro continente che però se ne sta defilata sul bordo estremo d’Europa, come volontariamente appartata, voltata verso l’Oceano a dare le spalle a tutto il resto, a prendersi in faccia il vento di mare e scrutare fisso verso occidente. Perché chi stava qui lo sapeva, che laggiù c’era il resto del mondo da scoprire.
Gli dedichiamo due giorni, a questo luogo mitico, niente, in effetti, per un posto che non basterebbero due vite a conoscere, ma abbastanza per rimanerne stregati per sempre. Già l’arrivo è di quelli che non si dimenticano, attraverso il maestoso ponte di ferro XXV Aprile, immenso e rosso a cavallo dell’estuario del Tago. Un ponte che è il fratello minore del Golden Gate del Pacifico ma altrettanto bello, e anche lui a fare da porta d’ingresso a un Oceano smisurato.

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Dal ponte rosso si accede a una città insolita, unica, e bellissima. Una città piena di storia e di fascino, affacciata sul mare, spazzata dal vento e dalle nuvole più grandi che abbiamo mai visto. Palazzi eleganti, piazze enormi e accoglienti, una stazione dai decori unici, tracce di fasti lontani che ancora mandano bagliori di fascino.

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Tra le piazze più spettacolari, la Praça do Comércio, uno spazio di 170 metri per 170 circondato su tre lati da palazzi raffinati con splendidi porticati alla base, e con lo scenario immenso del Tago che si apre sul quarto lato. Al centro del lato opposto al fiume, un arco trionfale ottocentesco collega a un’altra piazza importante della città, il Rossio. In mezzo alla piazza si può ammirare un’imponente statua equestre in bronzo di Re Giuseppe I, monumento a uno dei grandi Re del Portogallo.

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Anche a Lisbona ritroviamo le meravigliose pavimentazioni geometriche di pietre bianche e nere che decorano gli spazi immensi riservati a piazze e marciapiedi: cerchi, onde, fiori, greche, tralci. Uno spettacolo extra che si aggiunge gratuitamente a tutta la bellezza che circonda chiunque decida di fare una delle cose migliori che si possano fare qui: una tranquilla passeggiata in giro.

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Una città fantastica e unica che, come non avevamo mai visto da nessun’altra parte, è divisa in due non in orizzontale ma in verticale, in cui la zona della Baixa affacciata sul Tago si contrappone al Bairro Alto, antico quartiere caratteristico arroccato in cima a una collina, dominato dalle nuvole e dal Fado. E per andare da una zona all’altra, basta prendere una vecchia funicolare che monta su ritta come quelle che scalano le vette alpine, oppure salire su uno di quegli sferraglianti tram gialli che si arrampicano su per le stradine contorte come enormi e lenti insetti, fatti di legno lucido e metallo scricchiolante, cavi dondolanti e campanelle allegre. Sali su e ti siedi, e il viaggio comincia.

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E se poi i tram e le funicolari che risalgono le viuzze ripide fino al Bairro Alto non bastassero, in questa sorprendente capitale si trova anche un altro mezzo di trasporto assolutamente unico, l’Elevador de Santa Justa. Progettato da un architetto francese alla fine dell’ottocento per celebrare l’arrivo del nuovo millennio, è di fatto un vero e proprio ascensore che collega la Baixa col Bairro Alto coprendo un dislivello di oltre 30 metri. Dal design raffinato, tutto in ferro in stile vagamente neogotico, si innalza a fianco di un palazzo in una piccola via laterale, ed è una delle attrazioni preferite dai turisti. Perché non capita spesso di poter dire che per andare in una certa zona della città non si è preso un taxi, né un bus, o un tram o una metro, ma un ascensore. E uno bellissimo, poi.

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Cuore storico, spirituale e artistico della città e monumento imperdibile per ogni persona che passi di qui, la Sé, posata in cima a una collina che si affaccia sul mare, è certo l’edificio più importante e rappresentativo di Lisbona. Una cattedrale-fortezza dall’aspetto potente e solido come un castello, con un enorme portale strombato sormontato da un bel rosone e affiancato da due torri gemelle ornate di merli. Cominciata nel 1150 per volere del re Alfonso I, ha subito diverse ricostruzioni a causa di danneggiamenti dovuti a guerre e terremoti che risultano in diverse sovrapposizioni stilistiche, dal romanico al barocco al manuelino, comunque mai fastidiose o disarmoniche.

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La navata di questa Sè è degna di una vera cattedrale di capitale, immensa, profonda, dalle volte altissime sorrette da colonne di pietra possenti e riccamente decorate. La luce entra dalle finestre a ogiva dalle vetrate istoriate creando un’atmosfera di grande fascino.

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Nel transetto, le tombe del re Alfonso I e della regina sua moglie, e sarcofagi medievali scolpiti come vere opere d’arte. Ma mentre il re riposa da antico guerriero, con la sua spada tra le mani, la regina se ne sta distesa con la testa appoggiata a un cuscino vestita di tutto punto, coi gioielli e la corona e tutto, e tiene tra le mani un libro di preghiere che è intenta a leggere devotamente, mentre i suoi fedeli cani sono distesi ai suoi piedi a farle compagnia per l’eternità. Magari il marmo sarà un materiale più nobile e sfarzoso, ma la pietra – non c’è nulla di più bello della pietra, per dare materia e colore a una tomba.

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Non lontano dalla magnifica Sé si trova la chiesa di Sant’Antonio, il Santo di Lisbona diventato poi famoso come Antonio da Padova e venerato in tutto il mondo come uno dei Dottori della Chiesa Cattolica. Antonio non poteva non avere un luogo sacro a lui dedicato nella sua città natale, proprio nel sito dove pare si trovasse la sua casa di famiglia. E’ una bella chiesa barocca, dalla facciata elegante, con una piccola piazzetta davanti dove è stata sistemata una statua in bronzo del Santo che, secondo l’iconografia più classica, porta in braccio il Bambino. Ci si potrebbe trovare in una qualunque piccola piazza del nord Italia, se non fosse per il blu sfacciato dell’Oceano disteso a poche decine di metri dalla chiesa, e per le enormi nuvole candide che si rincorrono nel cielo infinito.

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Posata sul bordo estremo dell’Oceano, terra di esploratori e naviganti, Lisbona non poteva non rendere omaggio ai suoi tanti eroi leggendari partiti da queste sponde a bordo delle loro caravelle con le croci templari dipinte sulle vele, pronti ad affrontare l’ignoto con coraggio smisurato e a sfidare l’orizzonte per aprire vie nuove verso l’Africa, l’America del sud, le Indie, e le acque e le terre mai conosciute prima. Così, per celebrare i 500 anni dalla morte di Enrico il Navigatore, che abbiamo visto riposare nel bellissimo monastero di Batalha, hanno costruito un monumento che è un’enorme caravella di pietra, e hanno pensato di metterlo proprio sulle rive del Tago, lì dove le sue acque dolci si mescolano con quelle salate del mare.

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E’ un monumento sorprendente, e bellissimo. Una vela di pietra gonfia di vento pronta a salpare per nuove terre, enorme, possente, e leggera. Ai suoi lati, due file discendenti di uomini si accalcano verso la prua curiosi, attenti, pronti a qualunque avventura. Sono navigatori, eroi, re, poeti, i migliori uomini del Portogallo che hanno contribuito a fare la grande storia di questa terra posata al confine con l’ignoto.

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Sul pavimento dello spiazzo che accoglie il Monumento alle Scoperte, una enorme rosa dei venti e una mappa ricordano i viaggi degli antichi navigatori. Nel cielo, nuvole immense corrono verso l’Oceano, spinte dallo stesso vento che 500 anni fa gonfiava le vele delle caravelle portoghesi verso nuovi mondi.

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Poco più avanti sul lungofiume spazioso, sorge un’altra testimonianza dell’orgoglio portoghese per i suoi esploratori, la magnifica Torre di Belèm, voluta dal re Giovanni II per commemorare l’apertura della rotta per le Indie da parte di Vasco de Gama e per proteggere la foce del Tago.

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Costruita agli inizi del 1500, è un’impressionante torre quadrata alta circa 30 metri, possente, un bastione in pietra a più piani decorato da torrette, colonnine, merli e finestre in stile tipicamente manuelino, elegante e solitaria, strano faro senza luce posato sul bordo estremo dell’acqua.

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Non lontano dalla Torre di Belèm facciamo un’altra scoperta straordinaria, in questa città che celebra ovunque i suoi famosi navigatori, il Monasteiro dos Jeronimos. Costruito sulla pianta della piccola chiesa nella quale Vasco de Gama e i suoi marinai pregarono prima di cominciare il loro avventuroso viaggio verso l’India, è diventato uno dei gioielli di Lisbona, un edificio inconfondibile progettato nel più evoluto stile manuelino, che oltre al monastero comprende la chiesa, il chiostro, la sacrestia e il refettorio.

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Se il monastero è bello, il chiostro è assolutamente meraviglioso, e certamente il più bello che abbiamo visto fin qui tra quelli costruiti in questo particolarissimo stile portoghese ricco di rilievi, riccioli, tortiglioni, foglie e figure inquietanti. Strutturato su due livelli ornati di diverse serie di archi, colonne e guglie, è un pizzo di pietra che racchiude un quadrato di pace assoluta. Un’oasi di silenzio e armonia, una doppia galleria ombrosa che apre i suoi archi dolci sulla luce prepotente del cielo spazzato da un vento che profuma di mare.

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Tra gli spazi più belli c’è decisamente il Refettorio, completamente rivestito di spettacolari Azulejos floreali dai toni azzurri e gialli di un’eleganza rinascimentale. E sotto il loggiato silenzioso, sacro nel sacro, la sepoltura di Vasco de Gama, l’eroe, e il semplice cippo che è la tomba di Fernando Pessoa, anima di questo paese e coscienza artistica di questa terra di uomini avventurosi che hanno i sogni già scritti nel DNA.

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La chiesa del Monastero è all’altezza del resto del complesso, e una delle più belle che abbiamo visto in tutto il Portogallo. Costruita in stile gotico manuelino, ha tre navate ampie tracciate da colonne altissime scolpite in maniera spettacolare, con una volta a nervature intrecciate che rende la pietra elegante come un pizzo e leggera come una ragnatela.

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Dal livello superiore del chiostro si ha accesso a una balconata interna che si affaccia sulla navata centrale della Chiesa, dalla quale si può godere di uno spettacolo privilegiato sulla straordinaria architettura di questo edificio incluso dall’Unesco tra i tesori Patrimonio dell’Umanità. Questo sito è anche Panteon, in quanto include le tombe di vari re e regine portoghesi compreso quel Manuele I che diede il nome a questo insolito stile decorativo. Un gioiello sorprendente che da solo vale il viaggio in questa affascinante capitale.

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Una città che regala arte e bellezza ad ogni angolo, che è musica e storia, ed è soprattutto poesia nella figura onnipresente del suo rappresentante più significativo, il grande autore Fernando Pessoa oggi come in passato seduto al suo tavolo del Cafè a Brasileira, nel vivace quartiere del Chiado.

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Una capitale magica, Lisbona, grande, aperta, arrampicata sulla costa ultima dell’Oceano, divisa su due livelli quasi fosse impossibile tollerare tutta la sua bellezza in una volta sola, quasi fosse un peccato imperdonabile non regalare ai suoi visitatori certi indimenticabili Miradouros belli da lasciare senza parole.

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Il tempo è poco ma la personalità di questa città è potente, e lascia una traccia indelebile in noi. Le piazze enormi e vive, i castelli e le chiese, le funicolari con i loro assurdi dislivelli, i navigatori celebrati ovunque, i ponti, il fiume immenso, la pietra, le nuvole, la musica, le parole – Alfama, Bairro, Chiado, Baixa, Rossio, Miradouro, elevador – che suonano dolci come un Fado. E l’aria, la luce, l’Oceano. Qui è la radice della Saudade, ed è questo strano sentimento che ci rimane appiccicato addosso quando ripartiamo, la nostalgia di questa città magnifica e la voglia di tornarci presto.

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