Mercoledì 10 agosto 2016: Hay-on-Wye – Brecon-Beacons National Park and Waterfalls – Brecon

La giornata comincia col sole al nostro Inn, in mezzo al verde della campagna inglese. La stanza che ci è stata assegnata è in una piccola dependance a parte dal corpo principale della locanda, e la sala dove facciamo colazione è tutta rivestita in legno, molto bella e di grande carattere. Chiacchieriamo ancora un po’ con Simon prima di ripartire, e lui ci saluta augurandoci di tornare a trovarlo presto. Speriamo.

Lasciamo Shobdon in direzione del Galles, più precisamente verso Hay-on-Wye, conosciuta come la città dei libri. Ci arriviamo in meno di un’ora e parcheggiamo nel grande parcheggio esterno, due ore per 1,50£. La cittadina è mo carina, piccola, con le case in pietra e i giardini curatissimi e pieni di fiori – hanno fiori ovunque, qui – e al momento non c’è troppa gente.

Facciamo un giro per le vie centrali e poi cominciamo ad entrare in alcune delle innumerevoli librerie del centro, che sono un più bella dell’altra e hanno sia la sezione de libri nuovi che quella dei piccoli gioielli usati, o come li chiamano loro, i pre-loved books. Sono tutti negozi antichi con piccole porte a vetri, pavimenti in legno un po’ irregolari e lunghe librerie a vista stracolme di libri di ogni genere e epoca, dalla letteratura alla poesia, dalla cucina ai viaggi, dalla storia al giardinaggio. Decine e decine di metri di scaffalature cariche di volumi di favole, dizionari, fotografia, cinema, mappe, sport, gialli, medicina, zoologia, religione e infiniti altri soggetti.

Una delle librerie più grandi è così fantastica che perdiamo il senso del tempo, e restiamo dentro molto più del previsto. È un posto incredibile dove si respira l’inconfondibile profumo dei libri e del legno degli scaffali, e dove sono state sistemate qua e là poltrone e divanetti per sedersi liberamente a leggere tutto ciò che si vuole. I tre piani, organizzati in maniera efficiente senza però cedere un grammo del loro fascino antico ben lontano dall’anonima freddezza dei negozi moderni, sono completati da una caffetteria e un’area di gioco per i bambini, e c’è persino il bagno con i doppi lavandini, normali e più bassi, adeguati alle esigenze dei piccoli lettori. Questa è certamente la libreria più grande e organizzata del villaggio, ma sono tutte fantastiche, dalle più piccole, strapiene di libri impilati nelle cassette di legno e affastellati lungo le scale, a quelle che si sviluppano su diversi livelli e in più stanze, tra le quali lettori appassionati vagano silenziosi facendo scorrere i loro sguardi attenti e concentrati sulle file di volumi come cani da caccia in cerca del tartufo più prezioso. Le più piccole hanno anche le classiche bancarelle fuori con esposti i volumi usati e la Honesty Box da una parte, si sceglie quello che si vuole e si lasciano i soldi del prezzo nella scatola senza bisogno di entrare. Le mie preferite.

Ci sono talmente tanti volumi fantastici che non so cosa scegliere, mi gira la testa dalla meraviglia. Se il paradiso esiste, deve essere questo. Alla fine prendo un libro che mi ispira e che mi ricorderà sempre questo giorno e questo viaggio, un’autobiografia di Dylan Thomas in una vecchia edizione degli anni ’70, sicuramente in tema con questo giro in terra gallese.

Da Hay-on-Wye ci spostiamo ancora a sud, verso il Brecon-Beacons National Park, lungo una via semi-deserta che attraversa una campagna così bella da sembrare finta. Le uniche creature locali che incontriamo – neanche troppo a sorpresa – sono un gruppetto di pecore paffute che riposano sul ciglio della strada e brucano l’erba fresca, totalmente incuranti delle (rare) auto che passano senza disturbarle. Sembra di essere stati teletrasportati improvvisamente in un angolo di Scozia. Bellissimo.

Quando raggiungiamo Pontneddfechan, dove secondo la guida si trova l’ingresso delle Waterfalls Trail, scopriamo che il centro visitatori è stato traferito da poco e non c’è nessuno che ci possa dare informazioni. C’è comunque una mappa del luogo accanto all’ingresso con segnalati i diversi sentieri che portano alle principali cascate presenti un questo parco naturale (gratuito) conosciuto e frequentato già dai Celti, il Brecon-Beacons Park. Si tratta di uno dei parchi più estesi e importanti di tutto il Galles ed è noto anche come la terra delle cascate per l’abbondanza di ruscelli e salti d’acqua che lo caratterizzano, e per i quali è visitato ogni anno da centinaia di migliaia di appassionati.

Nonostante non ci possiamo considerare hikers professionisti, ci piace molto passeggiare per boschi e luoghi naturali incontaminati quando ci capita l’occasione, quindi non ci facciamo scoraggiare dal fango che ricopre il terreno e ci mettiamo in cammino dopo aver studiato la mappa sistemata vicina all’ingresso del Parco, dando finalmente un senso ai nostri nuovi scarponcini da trekking.

Il primo sentiero non è troppo difficile a parte qualche salita e scalino qua e là e lo percorriamo senza particolari problemi, immersi in un sottobosco fresco e profumato di muschio e legno umido, in un silenzio che scricchiola solo dei nostri passi sulle rocce fangose e delle foglie che frusciano nella brezza leggera. In sottofondo, solo la voce argentata e vivace del ruscello che ci corre a incontro all’infinito.

In una quarantina di minuti siamo alla prima tappa del sentiero, le Lady Falls, belle cascate di acqua rossa e spumosa come birra Ale che si buttano giù per una decina di metri da un piano roccioso nascosto in un angolo di bosco a forma di piccolo anfiteatro. Raggiungiamo il laghetto alla base della cascata, dove ci sono già altri visitatori, scavalcando tronchi e cercando di restare in equilibrio sulle rocce più scivolose senza cadere nelle pozze d’acqua intorno a noi, e mi impegno molto per completare con soddisfazione quella che mi sembra di poter considerare un’impresa niente male. E’ ovvio che non ho ancora visto quello che sto per vedere.

In cima alla cascata ci sono alcuni ragazzi che indossano indubitabilmente il costume da bagno e che si sporgono verso il laghetto con la chiara intenzione di buttarsi giù, da un’altezza che è più o meno quella di un edificio di 3 piani. In basso l’acqua è scura e non si vede nulla sotto la superficie, e poi è gelida e corre via veloce, ma evidentemente questi non sono per loro motivi sufficienti a lasciar perdere. Pochi istanti dopo stanno già prendendo la rincorsa e si tuffano tra alte grida di gioia. Il salto e’ impressionante e spettacolare, e dopo il primo tuffatore parte subito a ruota il secondo, altrettanto entusiasta di godersi il suo giro sulla sua giostra preferita in questo Luna Park della Natura. Come dice Luca, sono cascati nella cascata…

Dopo una breve pausa di riposo proseguiamo oltre la cascata, lungo un altro sentiero che porta più in alto, e dopo altri 40 minuti di percorso lungo il torrente e su per salite rocciose e ponticelli di legno arriviamo alla seconda cascata, più bassa e larga, che si butta a sua volta in una serie di cascatelle più piccole, immerse in un sottobosco fitto e fresco dove risuona solo la voce scintillante e acuta dell’acqua che corre. Uno scenario incantevole.

Alla fine arriviamo ad alcune cascate più alte e spettacolari che si buttano dalle rocce di arenaria in un salto potente, per unirsi alle acque del fiume sottostante come migliaia di cubetti di ghiaccio in un gigantesco bicchiere di whisky. Molto belle. Lungo il sentiero passiamo anche vicino a una grande roccia dalla cima della quale di solito salta altra acqua, che però in questo momento è quasi secca tranne per piccoli rivoli che vengono giù lenti e regolari come tubi che perdono, o come una grondaia durante un temporale. L’emozione di passarci sotto è comunque divertente.

Facciamo un po’ di foto in giro ma ad un certo punto comincia a cadere una pioggerellina leggera, che ci convince che è il momento di cominciare a rientrare. Sono stanca e c’è grandissima umidità, quindi riprendiamo il nostro cammino al contrario nell’aria fresca del bosco, diretti verso il parcheggio dell’auto. Ci vuole un po’, ma alla fine arriviamo di nuovo al cancello che era stato il nostro punto di partenza, e sono contenta di avercela fatta senza problemi. Abbiamo scarpinato nel parco per oltre 2 ore e mezzo! Proprio una bella escursione, in questo parco delle cascate.

Ripartiamo in direzione Brecon e lungo la strada incontriamo nuovamente le nostre amiche pecore che se ne stanno ancora a riposare e brucare l’erba, e che ci osservano passare con una certa sdegnosa, altolocata indifferenza, completamente padrone del territorio circostante. Con buona ragione, direi.

Il nostro B&B di stasera è una magnifica casa a 3 piani con giardino gestita dai proprietari Rodney e Jackie che ci accolgono con grandissimo affetto e cortesia, ci offrono il tè coi biscotti chiacchierando con noi di viaggi fatti e da fare, e ci spiegano le regole della casa. Abbiamo praticamente tutta la mansarda per noi, con una camera romantica nel sottotetto e un lenzuolo di San Gallo sul letto, un bagno grande con morbidi asciugamani profumati, una stanza armadio a parte e un salottino in cima alle scale dove troviamo il necessario per farci tè e caffè. La casa è bellissima e curata in ogni dettaglio, in uno stile tipicamente British. Ci sono soprammobili, stemmi e quadri ovunque, piccoli oggetti decorativi in legno e porcellana lungo le scale, fotografie di famiglia posate in giro, tendine con le ruches alle finestre e un’adorabile collezione di grossi orsi di peluche sistemati su panchette, sedie e mobiletti vari, che popolano le stanze con allegria.

Siamo contentissimi dell’accoglienza e non vorremmo uscire subito, ma è ora di cena e dobbiamo andare a cercare qualcosa da mangiare. Giriamo un po’ a piedi per il paesino e alla fine entriamo in un bistrot che fa anche le Pie, e ne scegliamo una di pollo con i famosi Welsh Leaks, i porri nazionali, che si rivela molto gustosa. Rientriamo un po’ stanchi dopo la lunga giornata, e soprattutto impazienti di goderci la nostra magnifica sistemazione per la notte. Peccato che domani sarà già ora di lasciarla.

Martedì 9 agosto 2016: Caernarfon Castle – Llandudno – Powis Castle

Giornata di castelli oggi, che comincia con una ricca full English (si chiamerà full Welsh qui? devo indagare…) dalla signora coi capelli verdini. La stanza della colazione è carina, il cibo è buono e servito bene, e il marito della signora è gentile come lei. Quando andiamo giù per pagare ci presenta con orgoglio la loro amata tartaruga, una creatura di una quindicina di centimetri di diametro e 5 anni di età che ha un suo terrario completo di rocce, tronchi e ciotole di cibo, ma che gira anche libera in un salotto a lei riservato tra tappeti e coperte sistemate per terra. E’ molto carina, ma non so se questo sia davvero l’ambiente ideale dove tenere un animale del genere e, per quanto mi riguarda, l’odore nella stanza non propende a favore di questa idea….

Lasciamo la macchina dove l’abbiamo parcheggiata ieri sera e ci avviamo al castello di Caernarfon, che si raggiunge in 5 minuti di passeggiata. Mentre passiamo per il paese ci fermiamo a un Argos per chiedere del famoso cavetto per il Tom Tom di cui abbiamo bisogno e la commessa conferma che conosce l’articolo, ma purtroppo loro li hanno terminati. Però ne hanno disponibili a un Argos a Llandudno e ce ne prenota uno senza impegno di acquisto, magari nel pomeriggio riusciamo a farci un salto.

Costruito in posizione ideale sulla sponda del fiume Seiont e vicinissimo al mare, il castello è imponente e massiccio già da fuori, nonostante il tempo abbia infierito impietoso sulle sue spesse mura di pietra grigia e sulle sue altissime torri spigolose. L’interno, quando varchiamo la porta del Re, conferma subito l’impressione di formidabile fortezza militare perfettamente organizzata, con camminamenti a più livelli, torrette di guardia a base ottagonale, merlature possenti e grandi spazi armoniosi che un tempo erano dedicati agli appartamenti reali. Non c’è nulla di frivolo o meramente estetico qui, tutto è militare, forte, studiato per impressionare e scoraggiare qualsiasi nemico – draghi compresi. La sua costruzione fu ordinata da Edoardo I alla fine del 1200 e si dice che il suo architetto di fiducia, lo stesso James St George del castello di Beaumaris, si ispirò per questa opera nientemeno che alle mura di Costantinopoli, creando per Edoardo I un richiamo simbolico potente all’Imperatore romano Magnus Maximum che aveva dominato proprio su queste terre molti secoli prima.

Edoardo sposò una giovanissima Eleonora di Castiglia dalla quale ebbe ben 16 figli, di cui solo 6 sopravvissero ai genitori. In una delle torri, dove si trovavano gli appartamenti della regina, è stato creato un bel diorama intagliato a forma di corona, sui cui lati si possono ammirare scene che ricostruiscono l’incontro e le nozze dei coniugi reali e l’arrivo del loro figlio primogenito e futuro re d’Inghilterra (inclusi i territori gallesi).

La storia racconta, infatti, che qui nacque il famigerato Edoardo II, quello di Pierce Gaveston e Isabella di Francia, della guerra scozzese con Robert the Bruce e delle faide sanguinose coi Lancaster, che finì deposto a forza e poi ucciso probabilmente su ordine del suo stesso figlio ed erede, l’Edoardo II di cui poeti e drammaturghi della grandezza di Marlowe hanno scritto per secoli e il cui nome pare non essere molto fortunato neppure tra i Re più recenti. Figlio di Edoardo I ed erede al trono inglese, Edoardo II nacque proprio in questo castello e qui fu incoronato Principe di Galles, un “erede al trono nato in Galles che non parla una sola parola d’inglese”. A questo evento risale la tradizione secondo la quale qui avviene l’investitura (più rituale che legale in effetti) di ogni nuovo erede al trono insignito del titolo onorifico di Principe di Galles, compresi i recenti Edoardo VIII, figlio maggiore di Giorgio V (che abdicherà a favore del fratello minore Giorgio VI), e l’attuale Carlo d’Inghilterra, incoronato qui nel 1969 da sua madre Elisabetta II. La regina attuale invece non è mai stata incoronata Principessa di Galles in quanto, essendo donna, avrebbe perso il diritto alla successione in favore di un eventuale fratello maschio che fosse nato in famiglia anche dopo di lei. Recentemente, nonostante la rigidità proverbiale delle tradizioni britanniche, almeno questa regola è stata attualizzata e il diritto al titolo di erede al trono passa al primogenito del sovrano a prescindere dal suo genere di appartenenza. La prossima sarà probabilmente la volta di William, che qui riceverà la sua investitura ufficiale di Principe di Galles quando suo padre sarà Re. Deve essere strano, passare gli anni ad aspettare che tuo padre muoia perché la tua vita ufficiale cominci.

Nel grande prato che adesso si estende in mezzo ai resti delle mura fortificate si trova la grande pedana rotonda in ardesia, la pietra locale più diffusa che fu commercializzata in quest’area per secoli, sopra alla quale vengono sistemati la sedia reale e l’inginocchiatoio sul quale il nuovo Principe si inchina per ricevere l’investitura dal suo predecessore.

In una delle torri è stata ricostruita una linea del tempo con la sequenza dei re da quelli più antichi fino a Edoardo I, tutti raffigurati da belle sculture in resina, e sono esposti anche il trono con lo schienale in ardesia col Drago inciso e l’inginocchiatoio usati da Elisabetta II e Carlo l’ultima volta che questa cerimonia ha avuto luogo qui.
Intanto, su un monitor posto vicino alla teca del trono reale scorrono le immagini registrate dalla BBC nel 1969 in occasione di quell’evento storico. Il ventunenne Carlo sembra un ragazzino appena uscito da scuola in quel filmato d’epoca, in alta uniforme e ben pettinato, mentre la regina è una donna minuta ed elegante in abito color crema. Ha il passo sicuro mentre incede verso la pedana d’ardesia dove si tiene la cerimonia, ma il suo solito aplomb regale sembra sparito e il suo sguardo sorride più del solito mentre presenta al mondo il prossimo Re d’Inghilterra. Chissà se ancora oggi, dopo lunghi decenni da regnante, penserà che quello è davvero il miglior destino che si possa regalare a un figlio.

Giriamo per camminamenti e torri, su e giù per scale a chiocciola e corridoi stretti illuminati solo da lunghe feritoie, impressionati dalle dimensioni e dalla complessità dell’architettura di questo castello collegato a una cinta muraria esterna di cui resta solo una piccola porzione. Per la prima volta qui sentiamo due persone parlare italiano.

In una della torri è stato allestito il bel museo dei Fucilieri Reali del Galles, con divise e oggetti che vanno dall’origine di questo famoso e rispettato corpo miliare fino ai soldati attualmente impegnati in missione in Afganistan e ci facciamo un giro, se non altro come omaggio a un Capitano dei Fucilieri del V Northumberland a noi molto caro….

Davvero una visita soddisfacente a questo bellissimo castello gallese, inserito con merito nei Siti Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1986.

Usciti dal castello riprendiamo la macchina diretti a Llandudno per cercare il cavo, ma non troviamo subito il negozio Argos che ci hanno indicato perché la cittadina è grande, caotica e piuttosto trafficata. Così ci fermiamo in un parcheggio a piani per lasciare la macchina e muoverci a piedi in centro, e lì scopriamo che l’uscita del parcheggio porta direttamente in una galleria di negozi intorno a un centro commerciale. Lo shop Vodafone non ha niente che ci vada bene, ma un negozietto all’angolo opposto ha finalmente il nostro cavo e con poco più di 7,00£ siamo di nuovo a cavallo, senza bisogno di ammattire a cercare Argos. Meglio così. Ripartiamo in direzione del secondo castello di oggi, Powis Castle, che è a circa due ore di distanza compresa una sosta al distributore per fare il pieno di benzina. Oltre che distante da Caernarfon, Powis Castle è vicino al territorio inglese e il TomTom (ora perfettamente funzionante) sceglie per noi una strada che attraversa continuamente il confine dei due paesi, per cui non facciamo altro che vedere cartelli di “Benvenuti nello Shropshire” alternati a quelli di “Benvenuti in Galles”. Come dice Luca… è indeciso!
In effetti la bellezza quasi irreale della campagna inglese si riconosce immediatamente tutto intorno a noi, con i fazzoletti dei campi perfettamente lavorati, il verde brillante dei prati alternato a quello profondo delle querce, il giallo del grano ancora da raccogliere, gli sbuffi bianchi delle pecore al pascolo e il nastro grigio della strada che si srotola liscio in mezzo a tunnel di vegetazione ombrosa. Una meraviglia. Sembra di essere tornati all’estate di due anni fa.

Arriviamo al castello alle 16.20 e scopriamo che, anche se la chiusura è prevista alle 17.30, purtroppo già dalle 16.00 non fanno più entrare i visitatori. L’imprevisto della ricerca del cavetto ci ha fatto saltare il programma di quel tanto che è bastato per arrivare tardi. Peccato. Comunque, almeno i bellissimi giardini chiudono alle 18.00 e ci possiamo ancora fare un giro. Visto che è un bene del National Trust entriamo gratis con la tessera del FAI e la signora alla cassa è tutta contenta di vederla, e ci conferma di sapere benissimo cos’è il FAI e come lavora in Italia. Very good! Facciamo una breve sosta alla caffetteria per un Cream Tea con ottimi scone e marmellata, e ci rifocilliamo un po’ prima della lunga passeggiata all’aperto.

Nonostante la sua origine risalga alla fine del XIII secolo, il castello di Powis è molto diverso dai classici castelli difensivi medievali a merli e torrette e, nonostante la presenza anche qui di possenti torrioni a base rotonda, ha un aspetto molto più elegante che militare, anche grazie ai meravigliosi giardini barocchi che lo circondano e all’insolita sfumatura rossa della pietra usata per costruirlo.

Costruito su permesso reale da un principe gallese vicino alla corona, è rimasto poi nei secoli di proprietà di importanti famiglie nobili inglesi che hanno avuto l’onore di ospitare diversi Re nelle sue ricche stanze. Ma il vero punto di interesse oggi è la Collezione Clive, ospitata nelle stanze del palazzo e proveniente dai ricchi possedimenti in India di questa importante famiglia il cui capo, Edward Clive, lavorò nella mitica Compagnia delle Indie Orientali e fu Governatore di Madras. Un imperialista coi contro-fiocchi, si direbbe. Mobili laccati, manufatti intarsiati, tappeti, sete, animali impagliati, gioielli cesellati in giada e avorio, armature, statuette, armi, pare ci sia di tutto nella raffinata collezione Clive, di cui si conosce il proprietario ma non sempre la precisa modalità di acquisizione. Anche se non possiamo vederli, non è difficile immaginare che siano squisiti. Come altrettanto squisiti sono i giardini barocchi terrazzati che circondano il palazzo, davvero meravigliosi per estensione, ricchezza di fioriture e cura.

Un giardino dell’eden dall’architettura apparentemente spontanea che invece è disegnato e progettato in ogni sua più piccola linea, per un risultato finale assolutamente straordinario. Non a caso è classificato come il giardino barocco originale più bello e meglio conservato del Galles, che ci regala una passeggiata piacevolissima.

Da Powis ripartiamo in direzione sud, diretti al b&b di stasera che è ancora in Inghilterra in effetti, nel Herefordshire, in un luogo in mezzo al nulla lungo una via che sembra uscita dall’illustrazione di una fiaba. Si tratta di una locanda vecchio stile, un vero Inn che ha sia le camere che il pub per cenare, e ne siamo molto contenti perché non sapremmo davvero dove andare a mangiare in questo fazzoletto di campagna verdissima dove non si vedono case o villaggi nel raggio di chilometri. Il proprietario Simon è gentilissimo, ci accoglie con amicizia chiedendoci un po’ di cose sul nostro viaggio, e a cena ci riserva un tavolo in una bella stanza tranquilla dove ci serve ottimi piatti di carne e pesce.

Concludiamo questa giornata perfetta con un dessert di ciliegie e mandorle fatto in casa che è una delizia assoluta. E domani si va nella città dei libri.

Lunedì 8 agosto 2016: South Stack Lighthouse – Snowdon Mountain Railway – Caernarfon

Seconda notte extra silenziosa a Holyhead, e mattinata nuvolosa ma senza pioggia. A colazione ci serve un signore che non avevamo visto prima e che è molto gentile e chiacchiera a lungo con noi, al contrario della signora di ieri che ci aveva rivolto appena la parola. Meglio così, ci fa piacere. Quando usciamo cerchiamo un negozio un po’ grande che abbia articoli di elettronica, perché si è rotto il cavetto di alimentazione da auto del Tom Tom e dovremo trovarne un altro. Passiamo a un Tesco enorme aperto 24 ore su 24 ma hanno solo delle versioni più piccole del cavo, quindi niente da fare. Proveremo altrove, ma non so quanto sarà facile. I paesini qui sono molto piccoli e non hanno negozi specializzati o catene di elettronica come si trovano nelle grandi città, per cui non sarà semplice trovare proprio questo cavo, che secondo Luca è anche di un tipo un po’ superato (e infatti al Tesco avevano tutti quelli più nuovi). Vedremo come fare. Intanto procediamo con il nostro programma e in pochi minuti arriviamo alla prima tappa prevista per oggi, che dovrebbe essere spettacolare: South Stack Lighthouse, un faro a pochi chilometri a nord-ovest di Holyhead. Parcheggiamo al Visitor Centre e facciamo i biglietti, e la signora ci avvisa subito che ci solo oltre 412 gradini per arrivare giù al faro! Lo sapevamo già e non ci facciamo spaventare dall’impresa, anzi partiamo decisi per la scalata camminando in mezzo a un panorama sconfinato di mare, vento e bellezza da lasciare ammutoliti. Luca soprattutto lo affronta quasi impaziente, io un po’ meno perché so bene che le scale sono il mio arcinemico numero uno, ma, non mi importa, sono troppo curiosa di andare a vedere anche questo Finis Terrae ritagliato nel territorio gallese, e aggiungerlo alla nostra collezione privata.

La scarpinata è lunga e piuttosto difficile, parte in discesa e parte in salita su un terreno molto sconnesso, ma il panorama è di quelli che si possono definire mozzafiato senza tema di esagerare. La prima tappa del percorso è una strana torretta squadrata decorata da merli, candida come un’architettura greca e austera come un castello medievale formato giocattolo, circondata da un paesaggio di erica e oceano degno delle scogliere della Scozia più selvaggia.

La torretta è un centro informazioni a due piani sulla storia del faro, con depliant e schermi attivi in cui scorrono filmati che mostrano l’utilità di questa particolare lanterna lungo questo pericoloso tratto di costa, ma l’unica cosa che davvero colpisce tutti coloro che entrano qui è la parete di vetro che affaccia sull’oceano, dalla quale vediamo finalmente questo famoso faro bianco, e il folle percorso zigzagante necessario a raggiungerlo. Usciamo in fretta lasciando perdere le pagine informative, ad un tratto impazienti di misurarci con qualunque assurdo sentiero capace di portarci fino a quel luogo di fiaba posato sul bordo del mondo.

Il faro si trova su una minuscola isola rocciosa collegata alla terraferma attraverso un piccolo ponte di metallo sospeso, al quale si arriva scendendo i tratto finale dei famosi 412 gradini, ed è circondato solo da mare, vento e gabbiani in volo. Una minuscola propaggine di terra spenzolata sull’oceano, con piantata sopra una torretta bianca piccola come un panno steso, e una lanterna illuminata da una lucetta intermittente che da oltre 100 anni tiene lontane dal pericolo le navi in viaggio nel tratto di mare che separa Galles e Irlanda. Perché ad avere una buona vista, guardando sempre dritto di fronte a noi di là da tutto questo blu, si potrebbe vedere il porto di Dublino. E anche qui, come in ogni luogo in cui la terra finisce, la natura ha ritenuto che non era il caso di fare la modesta, e ha deciso di dare spettacolo a modo suo.

Saliamo fino in cima alla lanterna lungo una scala a chiocciola ripida e stretta insieme a un gruppetto di altri visitatori, e una signora ci spiega la storia di questo edificio così speciale, che è il lembo estremo della Gran Bretagna su questo lato del mare di Irlanda.

Il setting è veramente incredibile, e l’impatto visivo di questa location è di quelli che non si dimenticano, insieme ai profumi e ai suoni del mare. Ma di certo non dimenticherò neppure questi infiniti gradini, scesi e risaliti con la fatica mescolata alla meraviglia di essere riuscita ad arrivare fino qui, davanti a questa bellezza estrema in tutti i sensi. Fino al bordo della terra, ancora una volta.

Una volta risaliti al parcheggio riprendiamo la macchina e partiamo in direzione di Llanberis, a quasi un’ora di distanza in direzione est. Ci aspetta la Snowdon Mountain Railway, la più lunga ferrovia a scartamento ridotto rimasta in Galles che sale su in cima alla montagna più alta del paese, per la quale ho prenotato i biglietti da casa per la corsa delle 14,30. Parcheggiamo vicino alla stazione, ritiriamo i ticket definitivi e mangiamo un sandwich in attesa del nostro turno. L’area della stazione è carina, tutta fatta di edifici in legno a tema ferroviario e decorata da ceste di fiori, e nella zona riservata agli operatori vediamo anche un vecchio trenino a carbone che soffia nuvole di vapore bianco come un ferro da stiro.

Il nostro treno arriva poco dopo e saliamo nella carrozza B con altri viaggiatori. La salita fino in cima al monte Snowdon dura circa un’ora, si sale a velocità molto ridotta lungo binari stretti che si arrampicano su per rocce e pendii, scivolando in mezzo a panorami incredibili. Lo Snowdon è il monte più alto di questo importante parco naturale, ma c’è tutta una catena di montagne intorno a lui con vette appuntite che sembrano disegnate a matita, valli ampie e rotonde, laghi, rocce, e soprattutto prati sterminati che si srotolano fino in cima alle vette, lisci e perfetti come velluto, sui quali pascolano le immancabili pecore. Un paesaggio incantevole, che resta bello e morbido fino alla vetta.

La ferrovia è lunga circa 7,5 km e la cima è a un’altitudine di 1085 metri sul livello del mare, per cui in vetta il clima è molto diverso da come era giù. Siamo praticamente in mezzo alle nuvole, è tutto bianco latte intorno a noi, l’aria è pungente e umida e molti scalatori che incontriamo sono vestiti da montagna, con piumini, cappelli e sciarpe. In effetti, per chi vuole e se la sente, ci sono diversi sentieri ben segnalati che permettono di arrivare fino su a piedi, e ne incontriamo alcuni che stanno arrivando proprio mentre siamo lì, stanchissimi e arrossati dalla fatica delle oltre 4 ore di scalata, ma assolutamente soddisfatti e orgogliosi dell’impresa completata.

Facciamo un po’ di foto dal lato più libero dalle nuvole ammirando questa vastità che ci circonda, poi entriamo nel grande rifugio a scaldarci un po’ con una tazza di tè, in attesa di riprendere il treno che ci riporterà giù.

All’ora prevista risaliamo sul nostro trenino che, con la sua velocità a scartamento ridotto, ci fa riscendere piano lungo lo scivolo di velluto verde della montagna fin giù alla stazione di partenza, con negli occhi ancora tutto l’incanto di questo luogo ritagliato fuori dal mondo.

Anche la bellezza libera e inalterata del parco dello Snowdonia ci resterà a lungo nel cuore, come quella del faro candido di Holyhead. Due posti estremi di questa terra gallese dove la Natura riesce a dare il meglio di sé con un’eleganza spudorata.

Da Llanberis ci dirigiamo a Caernarfon, dove abbiamo il b&b prenotato per stasera. Ci accoglie una signora gentilissima dai capelli verdolini che ci sistema in una stanza ampia e pulitissima, con un bel piumone azzurro sul letto. Ci spiega tutto per la colazione di domattina e su nostra richiesta ci consiglia un pub dove cenare, che si rivela davvero ottimo come ci aveva promesso.

Diamo un’occhiata per un negozio di elettronica anche qui, ma il paese è piccolo e i negozi sono sopratutto shop di bric-a-brac e anticaglie varie o supermercati di generi alimentari, quindi niente da fare. Cercheremo altrove. Intanto, altri castelli ci attendono per domani.