Domenica 7 agosto 2016: Beaumaris Castle – Pier – Butterfly world

Eccoci alla domenica anche qui, che purtroppo comincia con un tempo più cupo del previsto. Facciamo colazione al b&b della signora meno socievole incontrata finora, mentre fuori è parecchio coperto e c’è un vento forte che spazza il cielo e nasconde il sole. Non fa freddo quando usciamo, non piove ancora ma il cielo non promette bene. In circa mezz’ora raggiungiamo la cittadina di Beaumaris, a sud-est dell’isola di Anglesey, parcheggiamo vicino al molo e cerchiamo il chiosco delle escursioni verso l’isola di Puffin che era prevista per oggi, e per la quale avevo già acquistato i biglietti online. Lo troviamo facilmente in mezzo agli altri chioschetti che organizzano attività per i vacanzieri di questa bella cittadina di mare, e purtroppo la signora conferma i nostri timori. Il tempo è avverso e le escursioni sono tutte annullate per ragioni di sicurezza.

Beh, posso vivere senza vedere le Puffin ma non posso vivere in fondo al mare….. quindi va bene così. Né in Scozia né in Irlanda alla fine eravamo riusciti a incontrarle, si vede che è destino che non riusciamo a vedere le simpatiche Puffin nel loro ambiente naturale. Riproveremo alla prossima occasione. La signora ci offre di spostare la prenotazione a domani ma noi abbiamo già altri progetti, per cui concordiamo per un refund da accreditare direttamente sulla mia carta. Semplice e veloce.

Visto che non possiamo fare l’escursione all’isola, ben visibile di fronte a noi nonostante una lieve foschia, passiamo subito alla seconda visita di oggi, Beaumaris Castle, che è proprio alle nostre spalle, a neanche 50 metri dal mare. Per raggiungerlo passiamo da una piazzetta del paese dove c’è un mercatino di oggetti di artigianato e dolci locali, e con mia somma gioia c’è anche un camioncino speciale del centro protezione rapaci dell’isola, con diversi esemplari di gufi e civette sistemati sui loro trespoli e un cartello che dice “Hold an Owl only 2£”. Due ragazzi volontari del centro spiegano che se si offrono 2£ si può tenere un rapace sul braccio e accarezzarlo quanto si vuole. Non è che me lo debbano ripetere due volte, son già qui con la mia moneta in mano.

Scelgo uno dei gufi di dimensione media, un adorabile furbetto dall’aria sonnacchiosa e dall’insolito nome di Cheeky Chops, che si lascia prendere con una certa coolness. Mi faccio aiutare a indossare il guanto di cuoio, e un momento dopo ho una creatura bellissima posata sulla mano, con gli occhioni tondi grandi come tazzine e lo sguardo curioso, leggero come un alito di vento, le piume striate soffici e lisce come la seta. Lo accarezzo piano piano ma non ha paura, si lascia toccare volentieri, mentre il volontario dell’associazione di salvataggio di questi uccelli bellissimi ci spiega un po’ le sue abitudini e le caratteristiche principali di questa specie di rapaci.

È leggero e delicato, bellissimo, non smetterei mai di accarezzarlo. Si fa toccare volentieri sulla testa, anzi pare proprio gradire quando lo grattiamo delicatamente, e socchiude i suoi occhioni luminosi. Mi ci affeziono in 5 minuti, chissà che darei per non doverlo restituire.

È una creatura fantastica, ma anche le altre lo sono, grandi e piccole, coccolate dai bambini che si sono avvicinati a frotte e dagli adulti che fingono di essere lì per i bimbi e invece poi vogliono tutti sentire quanto sono soffici quelle piume striate, così in contrasto con quei becchi adunchi e quegli artigli affilati da predatori. Alla fine lo devo rimettere al suo posto, a malincuore, ma è stato bellissimo aver avuto l’opportunità di avvicinarmi a delle creature tanto meravigliose.

All’ingresso del castello, che è lì vicino, ci mettiamo in fila dietro una famiglia di inglesi, e noto che il signore mostra alla cassa le sue tessere dell’English Heritage per avere diritto all’accesso gratuito. Sul sito non c’era scritto che il castello era convenzionato ma ci provo anch’io, e la cassiera mi conferma che visto che siamo membri possiamo entrare senza pagare. Very well then, let’s go!

Il castello è diroccato, ma è comunque bellissimo, uno dei più spettacolari ancora esistenti. Voluto anche questo da Edoardo I a fine 1200, fu progettato da un famoso architetto di castelli, James St. Georges, che questa volta aveva a disposizione una location perfetta e un budget spropositato per tirare su qualcosa di veramente speciale. E lui non si lasciò sfuggire l’occasione.

La pianta del castello è praticamente perfetta: un fossato d’acqua, un giro di mura esterne scandite da 12 torri di guardia, una striscia di terreno libero, e un secondo giro di mura completate da altre 6 torri dal disegno simmetrico, con porte serrate da inferriate, ponti levatoi, feritoie, merli, bastioni, camminamenti e scale. E al centro, un enorme spazio ormai occupato solo da un prato verdissimo e perfettamente rasato, sul quale si affaccia l’edificio principale con le sue file di finestre parallele e ormai vuote come orbite cieche.

Torri rotonde possenti, mura inaccessibili, spazi armonici, e una potenza indiscutibile mostrata con assoluta eleganza. Insieme ai castelli di Caernarfon, Conwy e Harlech costituisce un segmento di quello che fu chiamato “L’anello di Ferro”, una serie di 8 fortezze volute da Edoardo I per assicurarsi la vittoria durante la sua conquista dei territori del Galles, e dal 1987 è stato inserito nei beni Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Davvero un esempio magnifico di fortezza difensiva medievale.

E se è ancora così impressionante oggi che è diroccato, chissà come doveva apparire 700 anni fa a chi ci arrivava da fuori, dalla terra o dal mare, tutto addobbato e armato al meglio delle sue possibilità. Magnifico.

Dopo il castello andiamo in centro per una passeggiata, oltre che per cercare qualcosa da mangiare. Ci fermiamo in un locale molto antico, uno dei più vecchi della città, tutto costruito a graticcio dentro e fuori con magnifiche decorazioni in ottone sbalzato attaccate alle pareti e alle travi, con caminetti e tavoli rivestiti di lastre di rame. Un pub bellissimo dove mangiamo qualcosa e ci riposiamo prima di rimetterci in movimento.

Dopo mangiato andiamo di nuovo verso il molo a fare una passeggiata. Il vento si è fatto così forte e teso da rendere difficile camminare, anche se il mare non è particolarmente agitato. Il molo è pieno di gente che si gode l’aria profumata di salmastro, soprattutto famiglie con bambini felicissimi di poter scorrazzare a piacere tra le urla dei gabbiani impazziti e il vento che li soffia di qua e di là.

Alcuni gruppi sembrano impegnati a pescare giù dal parapetto del molo, anche se non so come facciano a lanciare l’amo con questo vento. Quando ci avviciniamo di più notiamo che tutti hanno dei secchielli pieni d’acqua e in realtà non stanno pescando pesci, ma granchi. E ci stanno riuscendo molto bene, a giudicare dal numero di prede di ogni dimensione ammonticchiate nei secchi. Stasera spaghetti al granchio per tutti!

Ripercorriamo il molo all’indietro diretti verso il parcheggio e già che ci siamo passiamo dalla spiaggia per andare a toccare l’acqua – non si può perdere l’occasione di toccare l’Oceano, quando capita – e quando arriviamo a uno scivolo per barche ci aspetta uno spettacolo imprevisto: un gruppetto di bimbi si agita intorno a un secchio, e poco dopo una cascata d’acqua scende giù per lo scivolo insieme a una massa informe e verdastra – i granchi! Il secchio è stato svuotato e dopo un momento di stupore decine di granchi di tutte le dimensioni corrono verso il mare, con quella loro andatura laterale buffa e altalenante. Il tempo di fare arrivare queste creature all’acqua ed ecco altri bimbi vocianti e altri secchi colmi, che vengono svuotati di colpo nel divertimento generale, mentre scie di granchi confusi e irritati corrono svelti verso il bagnasciuga sassoso. Al terzo giro, capiamo. Altro che spaghetti al granchio, qui si tratta di una specie di catch and release fatto giusto per divertimento, si pescano e si rilasciano per guardarli correre, deve essere una tradizione locale, chissà, e alla fine tutti sono contenti e soddisfatti, e più di tutti i granchi, ovviamente…

Visto che abbiamo ancora tempo perché non abbiamo fatto l’escursione dalle Puffin, decidiamo di fare un’altra sosta prima di tornare verso il nostro b&b di Holyhead. Lungo la strada stamani abbiamo visto dei cartelli indicatori per un misterioso Butterfly Palace, e decidiamo di andare a vedere. Lo ritroviamo facilmente sulla via del ritorno, a pochi minuti di strada da Beaumaris, vicino al Menai Bridge, e scopriamo che si tratta di un piccolo parco che comprende non solo la casa delle farfalle, ma anche altri animali.

Le farfalle sono magnifiche e molto numerose, è una delle case di farfalle migliori che abbiamo mai visitato, non solo per la quantità di esemplari ma anche per la loro varietà. Ci sono oltre 30 gradi dentro, che per noi che arriviamo dai 16 esterni è un bel salto, ma la visita è comunque piacevole. Alcune farfalle sono così brave a mimetizzarsi che è facile scambiarle per semplici foglie, finché di colpo spalancano le ali liberando colori fantastici e volano via leggere come piume.

Nei padiglioni vicini ci sono i rettili, gli insetti – con le formiche rosse che ritagliano via pezzetti di una grossa pianta spinosa e la portano centimetro per centimetro nel loro formicaio, pazienti, efficienti e testarde – i pappagalli che dicono Hello ai visitatori, e molte diverse specie di uccelli.

In un padiglione la signorina sta mostrando ai bambini alcune chiocciole giganti e un millepiedi africano enorme, nero e grosso come un serpentello ma con infinite gambine, lungo almeno 25 cm. Ci spiega un po’ di cose e si offre di farcelo accarezzare, e anche se all’inizio mi fa un po’ impressione la curiosità ha la meglio, e alla fine lo tocco. È liscio e innocuo, carino, anche se non vorrei mai e poi mai trovarmelo tra i piedi in giro….

Tra gli animali più simpatici vediamo i Meerkat (suricati) che hanno una bella area di gioco delimitata dai vetri, per cui riusciamo a vederli in ogni momento. Irresistibili. Sarà che la Disney ci ha influenzati per sempre ormai, ma dopo il Re Leone, per noi ogni esemplare si chiama Timon e ogni volta che ne incontriamo uno ci aspettiamo di vedere un facocero che spunta fuori da qualche parte. Invece questi sono John, Paul e George. Diversamente famosi, direi.

Facciamo il giro degli animali della fattoria accarezzando capre, pecore, ciuchini, conigli e porcellini d’India, e arriviamo fino al capanno nel bosco dove facciamo bird watching con i binocoli messi a disposizione dei visitatori, riuscendo a riconoscere varie specie di uccellini. Gli unici che non riusciamo ad avvicinare sono i lama nel recinto esterno, ma come dice Luca, meglio così, che quelli sputano..!

Quando usciamo torniamo verso il b&b, ma vista la serata brutta decidiamo di fermarci a mangiare qualcosa per poi rientrare e non uscire più fino a domani, sperando che il tempo si rimetta un po’. Mangiamo in un locale del centro, un pub carino e grande gestito da un signore molto gentile che sembra conoscere tutti i presenti, e che ci accoglie con grande cortesia e amicizia. Da lui mi faccio finalmente insegnare la parola gallese che più mi interessa imparare: ‘diolch yn fawr yawn’. Grazie.

Venerdì 6 agosto 2016: Anglesey sea zoo – Llanfair – Plas Newydd – Holyhead

Ed ecco confermato che anche in Galles, come nel resto del Regno Unito, non si usano le tapparelle. La giornata è soleggiata e la camera è piena di luce già alle 6 del mattino. Vabbè, vuol dire che il tempo è buono oggi, e possiamo andare in giro senza rischi di pioggia. Facciamo colazione da Phil, la nostra prima Full English che si rivela ottima e abbondante, poi salutiamo e partiamo in direzione Anglesey, a una quarantina di chilometri da Llandudno. Dobbiamo cominciare a familiarizzare con le indicazioni scritte in doppia lingua, e subito appare ovvio che il gallese è estremamente difficile… ma dove hanno lasciato tutte le vocali..?

Anglesey in effetti è un’isola situata all’estremità nord occidentale del Galles alla quale si accede tramite un ponte stradale in pietra che attraversa lo stretto di Menai, una striscia di terra già conosciuta dai romani che arrivarono qui nel I secolo dopo Cristo. Un’invasione che probabilmente per loro fu una roba da ridere, la terra di fronte è proprio lì davanti, se allunghi la mano la puoi quasi toccare per quanto è vicina. L’isola dell’isola, sempre quel quid di meraviglia in più.

Andiamo a vedere un Acquario, un sea zoo molto famoso in questa zona, anche se naturalmente non può essere molto grande, visto dove siamo. Luca profetizza che qui avranno si e no tre pesci rossi nella boccia, ma invece poi ci divertiamo molto a fare il giro delle vasche e a fotografare numerosi esemplari di pesci e crostacei tra i più disparati.

Aragoste enormi, granchi, sogliole, calamari, razze, anemoni, stelle marine, cernie, c’è molta varietà per essere un sea zoo così piccolo.

Gli incontri più belli sono due per noi: le meduse, fantasmi trasparenti che vagano nella vasca scura come nebbiolina che emerge dallo spazio profondo.

Gli ippocampi, millenari cavalieri alieni chiusi dentro alla loro armatura appuntita, che riposano il riposo del guerriero con le code avvinghiate a fili sottili di alghe, per non essere trascinati via dal movimento dell’acqua. Spettacolari.

Una bella vasca grande comprende un meccanismo che riproduce il movimento e il suono inconfondibile delle onde che si infrangono eterne sugli scogli, con un effetto di spruzzi, schiuma e profumo di salsedine molto efficace.

In fondo al giro, prima dello shop e del bagno più divertente incontrato finora, troviamo le nursery dove vengono cresciuti i piccoli delle varie specie presenti, una vasca con le razze e, appesa sopra alla vasca, la riproduzione in cartapesta di un enorme esemplare di squalo con la bocca spalancata, così grande da farci agghiacciare di paura anche a essere fuori dall’acqua. Spielberg ci ha rovinati tutti per sempre, ormai…

Dopo aver lasciato l’acquario ci spostiamo in un pesino a pochi chilometri di distanza, che in effetti non avrebbe nulla di particolarmente attraente di per se’ se non fosse per il suo nome. Questo infatti è universalmente riconosciuto come il paese con il nome più lungo d’Europa e il secondo più lungo al mondo, dopo quello di un posto sperduto nella lontanissima Nuova Zelanda .del mondo di sotto E’ anche il più impronunciabile direi, non solo per la sua sconsiderata lunghezza ma anche per la sua composizione fonetica. Comunque, già al secondo giorno qui abbiamo capito che il Gallese è una lingua complicatissima in cui sembra che a un certo punto abbiamo perso le vocali da qualche parte e siano stati costretti ad arrangiarsi mettendo insieme le parole usando più consonanti possibile, con risultati non difficili da immaginare. Per ora ho imparato solo una parola: ARAF, cioè slow-rallentare, che sta scritta sulla strada prima di ogni incrocio o di ogni rotonda. Parecchie volte, quindi. E poi naturalmente Cymru [‘kәm.ri], che significa Galles.
Il paese col nome impronunciabile è detto Llanfairpwllgwyngyll per praticità, e già questo la dice lunga sull’idea gallese di semplificazione. Comunque il luogo è carino, e l’edificio della stazione con il nome infinito scritto sul muro ci regala una foto divertente e particolare da riportare a casa.

Facciamo un giro in un grande mall proprio lì nella piazza e poi ripartiamo per l’altra meta di oggi, Plas Newydd (New Hall in gallese), a 5 minuti di auto. Il palazzo in questione è un bene gestito dal National Trust per cui abbiamo diritto all’ingresso gratuito grazie alla tessera del FAI, anche se di fatto la signorina alla cassa non ne sa nulla né sa dove cercare per verificare che le cose stiano effettivamente così, quindi si fida semplicemente della nostra parola. Dice che non le capitano molti italiani in visita e tanto meno tessere come la nostra ma non vede perché dovremmo dirle una cosa falsa, e alla fine entriamo free in buona fede, molto contenti della fiducia che ci dimostra.

Questa casa era la residenza dei Marchesi di Anglesey, ceduta al NT nel 1976, ed è una magione molto bella e raffinata del XV secolo catalogata a livello 1 nel registro dei beni storici e culturali britannici, immersa in un parco enorme posato sul bordo del mare.

Dopo aver attraversato una parte di giardino arriviamo all’ingresso del palazzo, aperto al pubblico, e mentre stiamo per entrare siamo testimoni di un piccolo incidente. Il signore davanti a noi sta spingendo la moglie su una sedia a rotelle su per la rampa di ingresso messa per ovviare ai gradini, ma siccome la rampa è particolarmente stretta e la signora sulla sedia è piuttosto robusta, nel momento in cui una ruota esce dalla guida della rampa, la sedia si ribalta all’indietro e lui non ce la fa a reggerla, finendo per farla cappottare con un botto che spaventa tutti. Accorrono subito un addetto della casa e un signore che era lì in visita, e anche Luca naturalmente, e tutti insieme con un po’ di fatica ritirano su la sedia e la riportano sul terreno pari, fuori dalla trappola della rampa troppo stretta. La signora è un po’ spaventata povera donna, ma neanche troppo tutto considerato, e comunque non si è fatta nulla, per cui tutti insieme riprovano a spingerla e alla fine riescono a farla salire oltre ai gradini e dentro l’ingresso della villa, nella soddisfazione generale. Meno male che è finita bene, e la signora ha dimostrato un vero aplomb britannico!

La casa è molto elegante, ancora perfettamente ammobiliata e piena di ritratti e oggetti appartenuti ai marchesi Anglesey. Attraversiamo camere da letto riccamente decorate e complete di bagno attrezzato, guardaroba e caminetto, salotti con morbidi divani e preziose porcellane sparse in giro, e un grande studio con una bella libreria a parete e una scrivania enorme ricoperta di carte, volumi, appunti e fotografie di ogni tipo. La sala da musica è elegante e accogliente, con tanto di pianoforte e grammofono a puntina, e su una parete troviamo un’opera molto particolare che è anche il quadro inglese più grande ancora esistente, dipinto da Whister, che era spesso ospite dei suoi amici marchesi, verso la fine degli anni ’30. E’ una veduta a trompe-l’oeil del parco della villa con le montagne della Snowdonia in lontananza, ville e chiese in stile romantico ottocentesco, e un grande porto che si affaccia sullo stretto di Menai, molto caratteristico.

Un signore che fa da guida nella casa racconta che Henry William Paget, proprietario dell’antica dimora, prese parte alla campagna napoleonica come stretto collaboratore nientemeno che del Duca di Wellington dimostrandosi un valoroso comandante di cavalleria durante la battaglia di Waterloo . Fu proprio il suo eroismo a valergli il titolo di Primo Marchese di Alglesey. Purtroppo però, durante gli scontri sul campo Paget fu colpito da una palla di cannone e perse una gamba, mentre suo fratello – sempre in quella battaglia – perse un braccio, tanto che poi entrambi erano soliti dire che Napoleone era costato alla loro famiglia “an arm and a leg”, da cui forse l’origine di questo tipico modo di dire inglese. La cosa interessante è che in seguito il Marchese si rifiutò assolutamente di andare in giro con una gamba di legno rigida che lo avrebbe fatto zoppicare malamente, per cui si fece costruire, primo al mondo, una protesi in legno con le articolazioni mobili al ginocchio, alla caviglia e all’alluce, riuscendo così a camminare quasi normalmente e divenendo un vero pioniere della medicina prostetica. La notizia di questo suo successo medico si sparse in fretta e, dopo di lui, tutti coloro che potevano permetterselo si fecero fare una protesi simile, che rimase la miglior soluzione disponibile fino a dopo la seconda guerra mondiale, quando la medicina fece passi avanti sufficienti per riuscire a offrire di meglio alle persone colpite da questo tipo di invalidità. C’è una bella mostra napoleonica nella villa, con ritratti, documenti, divise, armi e oggetti originali d’epoca, e tra questi – inaspettata reliquia profana – c’è anche la famosa prima protesi in legno e viti metalliche in bella mostra in una teca, insieme ad alcuni abiti e oggetti appartenuti al marchese. Insolitamente originale, e di sicuro interesse storico.

Il parco intorno alla villa è molto grande e bellissimo, ci sono piante di ortensie enormi e alberi centenari, una casa di legno sull’albero di dimensioni sorprenti e una terrazza fiorita che straborda di fiori colorati, veramente spettacolare.

C’è persino una zona riservata agli scoiattoli rossi, creaturine incantevoli che riesco a fotografare mentre raccolgono i semi da una piccola mangiatoia appesa a un albero.

Siamo stanchi quando raggiungiamo la tea room per un meritato spuntino. Prendiamo un Cream Tea completo di scones, clotted cream e marmellata, e ce lo gustiamo con calma prima di finire il giro del parco.

Quando usciamo, dopo la visita ai giardini, alle pecore e al percorso di sopravvivenze che Luca si diverte a provare mentre io scatto foto in giro, il cielo si è ulteriormente scurito e minaccia pioggia.

Ripartiamo verso nord-ovest e dopo neanche mezz’ora attraversiamo un altro ponte che ci porta in una situazione ancora più strana: siamo sull’isola dell’isola dell’isola, a Holyhead, una mini isoletta di fronte ad Anglesey. Il b&b di stasera è grande e pulitissimo, vicino al mare, con getori molto accoglienti.

Siamo stanchi e si è raffrescato, per cui lasciamo le nostre cose e andiamo subito a cercare qualcosa da mangiare nei dintorni della casa per rientrare in fretta. Il locale che avevo scelto su internet non ha posto purtroppo, quindi riprendiamo la macchina e andiamo verso il centro del paese, e troviamo subito un pub tipico che ci piace molto, il Kings of Arms. L’uomo che lo gestisce è un rappresentante tipico dei proprietari di pub inglesi, tranquillo ma con la battuta pronta, e i suoi avventori non sono da meno. Parlare con loro è come stare in una sit com, un’esperienza assolutamente divertente. Una volta accertato che oltre alla birra locale ci daranno anche da mangiare (fish and chips, of course), ci sediamo e ci godiamo l’ospitalità gallese, che è davvero eccellente.

Rientriamo mentre la pioggia comincia a sbrizzolare, il che non è incoraggiante. Speriamo che smetta, perché domani dovremmo fare un’escursione e ci serve un bel tempo. L’uomo del pub ha promesso che sarà bella, e noi ci vogliamo credere.

Giovedì 5 agosto 2016: Conwy Castle – Smallest House in Great Britain – Bodnant Garden

Ok – eccoci di nuovo qua, legati al sedile di un marchingegno volante e pronti al decollo, con tanta stanchezza addosso e un cumulo di sonno arretrato, ma anche un bel batticuore da emozione e tanta voglia di andare a vedere se questo Galles è davvero così bello come dicono. Scommetto di si.
Il volo fila via liscio, 2 ore e 25 di calma accettabile nonostante ci siano molti bimbi a bordo, e con un atterraggio un po’ deciso siamo di nuovo al John Lennon di Liverpool. E’ sempre come me lo ricordavo, piccolo e ordinato, moderno e indaffarato, pulito ed efficiente, probabilmente l’unico aeroporto al mondo che ha un sottomarino giallo parcheggiato di fronte all’uscita. Adorable.

Alla Hertz perdiamo un po’ di tempo per via di un impiccio tra il loro posse e una nostra carta di credito, ma alla fine tutto si sistema e ci assegnano una Smart Forfour nera e grigia praticamente nuova, il contachilometri segna solo 10 miglia. E’ completamente accessoriata e molto più spaziosa di quanto sembri, ben rifinita e comoda per noi e i nostri 3 bagagli. Credo che sarà una buona compagna di viaggio, in questo nuovo tour che sta per cominciare. Facciamo una colazione veloce allo Starbucks dell’aeroporto, visto che ci siamo alzati prestissimo e non abbiamo ancora mangiato niente, quindi partiamo in direzione di Conwy, col nostro navigatore personale pronto a guidarci nel traffico intenso della periferia di Liverpool.

Ogni volta l’impatto con la guida a sinistra è strano e vagamente eccitante, come mettersi a fare qualcosa di molto rischioso approfittando del fatto che tanto non ti vede nessuno, con la testa di colpo leggera e il cervello che si deve sforzare per convincersi che è tutto a posto mentre infili impunemente le rotonde al contrario e cerchi di calcolare velocemente di chi diamine è la precedenza al prossimo incrocio. Il lieve senso di disorientamento dura poco comunque e lascia il posto al divertimento, e alla sensazione che siamo davvero in un altro posto, lontano da casa e dalle solite cose di tutti i giorni: una nuova avventura sta cominciando. Facciamo la A55, un’autostrada larga e ben tenuta che va verso sud-ovest, che si rivela comoda e senza noiosi pedaggi. In circa un’ora e un quarto ci lasciamo l’Inghilterra alle spalle e raggiungiamo Conwy, prima tappa gallese, un villaggio sul mare molto piccolo e molto carino con una grande baia sabbiosa dominata da una rocca sulla quale si erge il castello medievale che lo ha reso famoso.

Eretto alla fine del 1200, fu costruito nei territori a nord del paese per volere di Edoardo I insieme a una serie di altri castelli simili che costituirono The Iron Ring, un cerchio di cittadelle fortificate volute dal re inglese per tenere meglio a bada i nobili gallesi. Questo è tra quelli che si sono conservati meglio, anche se purtroppo il passaggio dei secoli e delle guerre di potere ha lasciato il segno sulle sue vecchie pietre. Comunque, quel che resta basta e avanza per dare un’idea di quanto dovesse essere magnifico ai suoi tempi. Il perimetro delle mura difensive è intatto, tutte le sue imponenti torri merlate a base rotonda ancora svettano come sentinelle sull’attenti, mentre dall’alto dei camminamenti si può seguire con lo sguardo la linea delle vecchie mura fortificate che racchiudevano il centro storico originale.

Oggi il tetto del castello non esiste più, non ci sono i solai che delimitavano i vari piani delle zone abitate, e la Great Hall ha un pavimento di erba verdissima, ma l’impressione che suscita questo edificio è ancora regale.

L’atmosfera che si respira nel castello, girovagando tra stanze scoperchiate e torri massicce, corridoi bui e feritoie sottili, merli di pietra e ripide scale a chiocciola, non potrebbe essere più medievale di così. Se si riesce a far finta di non vedere il parcheggio di auto proprio sotto le mura, il viaggio nel tempo è assicurato.

La cosa più incredibile resta comunque la vista che si può godere dall’alto delle torri di vedetta, veramente spettacolare. Sotto di noi si distende una grande baia fitta di barchette colorate che galleggiano tranquille sullo specchio d’acqua racchiuso tra le montagne e illuminato dalla luce intensa della tarda mattinata, per nulla intimorite dalle mura possenti, splendidamente fuori epoca rispetto al castello di pietra che le sovrasta.

Facciamo un bel po’ di fotografie, con la scusa di testare sia le capacità della nuova fotocamera che la durata sconosciuta della sua batteria, e il sole si mantiene splendente nel cielo blu anche se il vento soffia deciso sui draghi delle bandiere issate in cima alle torri.

Usciamo con la sensazione che stiamo lasciando un posto speciale, uno di quei rari ‘luoghi-portali’ che hanno il potere magico di trasportarci in un altro tempo in un attimo e senza nessuna fatica, un’epoca fatta di assedi e battaglie, spade e armature, torri e fossati, cavalieri e draghi. Uno dei castelli più belli che abbiamo mai visto, questo di Conwy. Il tour comincia veramente nella maniera migliore possibile.

Attraversiamo il centro del paese, fitto di negozi tipici e turisti a passeggio, e arriviamo fino al bordo del mare, dove troviamo la seconda attrazione che vogliamo visitare oggi: la casa più piccola della Gran Bretagna.

È proprio la casa più piccola in tutto il territorio britannico, è registrata perfino nel Guinness dei Primati, ed è deliziosa: una minuscola struttura in fondo a una fila di case standard, proprio di fronte al mare, con la facciata dipinta di rosso e gli infissi neri. Ci mettiamo in fila (si entra una famiglia per volta, per ovvi motivi logistici…), paghiamo il nostro Pound alla simpatica signora in abito tradizionale che accoglie i visitatori, e attendiamo il nostro turno chiacchierando un po’ con lei.

La casa è minuscola come promesso, sarà 3x2m e non ha neppure una pianta regolare, in pratica c’è solo un mini salotto con caminetto, una piccola panca a parete dove sedersi, un tavolino da una parte e alcuni quadri e foto appesi alle pareti. Alla destra della porta d’ingresso una scala a pioli sale verso il soppalco, dove ci si può solo affacciare per scorgere un letto singolo in ferro, una toletta e un comodino, con una finestrella minuscola che si affaccia sulla baia. La sua costruzione risale al 1600 ed è stata regolarmente abitata fino al 1900, quando il pescatore che ci viveva dovette trasferirsi per ragioni di sicurezza legate a problemi strutturali dell’edificio, dichiarato non più agibile. Dopo un po’ fu risistemata e trasformata in attrazione turistica, ormai imperdibile per chi passa da qui. Molto curiosa e carina, sono proprio contenta di esserci stata; questa va diretta nell’elenco di quei luoghi speciali che non dimenticheremo. Quando si dice la mia casa è il mio castello…

Dopo la mini-visita alla casina rossa risaliamo lungo la via principale del paese e ci fermiamo per un lunch veloce in un locale arredato in vago stile provenzale, a mangiare ottime zuppe vegetali, sandwich di formaggio e tè serviti benissimo a un prezzo più che ragionevole. Davvero niente male, Conwy.

Dopo la pausa di rifocillo, che ci voleva proprio, ripartiamo in auto diretti a Llandudno, e più esattamente al Bodnant Garden. Ci arriviamo in 10 minuti, e ce ne servono altrettanti per far scoprire alla signorina della cassa che i membri del FAI italiano hanno diritto a entrare gratis visto che il giardino è gestito dal National Trust. Quando trova la conferma nel suo librone resta molto soddisfatta, e ci fa finalmente accedere con dei biglietti a 0,00£.

Il giardino è molto bello, e molto grande. È più un parco che un giardino in effetti, che si estende per vari ettari intorno a una villa spettacolare che però è privata, e quindi non accessibile. Altro che la casa più piccola della Gran Bretagna…

La residenza è stupenda e il parco è certo all’altezza della magione che circonda. Querce, magnolie, aceri, sequoie, bossi, abeti, faggi, e una varietà di siepi, bordure e fiori così ben sistemati da far intuire l’opera di uno squadrone invisibile di giardinieri perché tutto questo sembri sempre perfetto e bellissimo per natura.

Ci sono un roseto terrazzato, una vasca enorme di ninfee fiorite e vari laghetti e ruscelli, c’è perfino una cascata d’acqua sotto a un ponte di legno, a rendere tutto incredibilmente fiabesco. Davvero un luogo di tranquillità e bellezza, tenuto splendidamente.

Nel fornitissimo shop, pieno di bellissimi oggetti da giardino che non potremo mai portare via con Ryanair, mi regalo un foulard grigio con le rondini che mi piace molto e costa poco (lucky me) e, visto che sta chiudendo, torniamo alla macchina diretti al b&b di stasera.

Il proprietario si chiama Phil, è gentilissimo anche se parla buffo, e la nostra stanza è accogliente e pulitissima. Ci sistemiamo e andiamo a cena in un pub vicino consigliatoci da Phil, The Albert, dove mangiamo piatti abbondanti e ci gustiamo la prima pinta di questo nuovo tour britannico che è finalmente incominciato. Sentirsi a casa è un attimo.