Martedì 9 agosto 2016: Caernarfon Castle – Llandudno – Powis Castle

Giornata di castelli oggi, che comincia con una ricca full English (si chiamerà full Welsh qui? devo indagare…) dalla signora coi capelli verdini. La stanza della colazione è carina, il cibo è buono e servito bene, e il marito della signora è gentile come lei. Quando andiamo giù per pagare ci presenta con orgoglio la loro amata tartaruga, una creatura di una quindicina di centimetri di diametro e 5 anni di età che ha un suo terrario completo di rocce, tronchi e ciotole di cibo, ma che gira anche libera in un salotto a lei riservato tra tappeti e coperte sistemate per terra. E’ molto carina, ma non so se questo sia davvero l’ambiente ideale dove tenere un animale del genere e, per quanto mi riguarda, l’odore nella stanza non propende a favore di questa idea….

Lasciamo la macchina dove l’abbiamo parcheggiata ieri sera e ci avviamo al castello di Caernarfon, che si raggiunge in 5 minuti di passeggiata. Mentre passiamo per il paese ci fermiamo a un Argos per chiedere del famoso cavetto per il Tom Tom di cui abbiamo bisogno e la commessa conferma che conosce l’articolo, ma purtroppo loro li hanno terminati. Però ne hanno disponibili a un Argos a Llandudno e ce ne prenota uno senza impegno di acquisto, magari nel pomeriggio riusciamo a farci un salto.

Costruito in posizione ideale sulla sponda del fiume Seiont e vicinissimo al mare, il castello è imponente e massiccio già da fuori, nonostante il tempo abbia infierito impietoso sulle sue spesse mura di pietra grigia e sulle sue altissime torri spigolose. L’interno, quando varchiamo la porta del Re, conferma subito l’impressione di formidabile fortezza militare perfettamente organizzata, con camminamenti a più livelli, torrette di guardia a base ottagonale, merlature possenti e grandi spazi armoniosi che un tempo erano dedicati agli appartamenti reali. Non c’è nulla di frivolo o meramente estetico qui, tutto è militare, forte, studiato per impressionare e scoraggiare qualsiasi nemico – draghi compresi. La sua costruzione fu ordinata da Edoardo I alla fine del 1200 e si dice che il suo architetto di fiducia, lo stesso James St George del castello di Beaumaris, si ispirò per questa opera nientemeno che alle mura di Costantinopoli, creando per Edoardo I un richiamo simbolico potente all’Imperatore romano Magnus Maximum che aveva dominato proprio su queste terre molti secoli prima.

Edoardo sposò una giovanissima Eleonora di Castiglia dalla quale ebbe ben 16 figli, di cui solo 6 sopravvissero ai genitori. In una delle torri, dove si trovavano gli appartamenti della regina, è stato creato un bel diorama intagliato a forma di corona, sui cui lati si possono ammirare scene che ricostruiscono l’incontro e le nozze dei coniugi reali e l’arrivo del loro figlio primogenito e futuro re d’Inghilterra (inclusi i territori gallesi).

La storia racconta, infatti, che qui nacque il famigerato Edoardo II, quello di Pierce Gaveston e Isabella di Francia, della guerra scozzese con Robert the Bruce e delle faide sanguinose coi Lancaster, che finì deposto a forza e poi ucciso probabilmente su ordine del suo stesso figlio ed erede, l’Edoardo II di cui poeti e drammaturghi della grandezza di Marlowe hanno scritto per secoli e il cui nome pare non essere molto fortunato neppure tra i Re più recenti. Figlio di Edoardo I ed erede al trono inglese, Edoardo II nacque proprio in questo castello e qui fu incoronato Principe di Galles, un “erede al trono nato in Galles che non parla una sola parola d’inglese”. A questo evento risale la tradizione secondo la quale qui avviene l’investitura (più rituale che legale in effetti) di ogni nuovo erede al trono insignito del titolo onorifico di Principe di Galles, compresi i recenti Edoardo VIII, figlio maggiore di Giorgio V (che abdicherà a favore del fratello minore Giorgio VI), e l’attuale Carlo d’Inghilterra, incoronato qui nel 1969 da sua madre Elisabetta II. La regina attuale invece non è mai stata incoronata Principessa di Galles in quanto, essendo donna, avrebbe perso il diritto alla successione in favore di un eventuale fratello maschio che fosse nato in famiglia anche dopo di lei. Recentemente, nonostante la rigidità proverbiale delle tradizioni britanniche, almeno questa regola è stata attualizzata e il diritto al titolo di erede al trono passa al primogenito del sovrano a prescindere dal suo genere di appartenenza. La prossima sarà probabilmente la volta di William, che qui riceverà la sua investitura ufficiale di Principe di Galles quando suo padre sarà Re. Deve essere strano, passare gli anni ad aspettare che tuo padre muoia perché la tua vita ufficiale cominci.

Nel grande prato che adesso si estende in mezzo ai resti delle mura fortificate si trova la grande pedana rotonda in ardesia, la pietra locale più diffusa che fu commercializzata in quest’area per secoli, sopra alla quale vengono sistemati la sedia reale e l’inginocchiatoio sul quale il nuovo Principe si inchina per ricevere l’investitura dal suo predecessore.

In una delle torri è stata ricostruita una linea del tempo con la sequenza dei re da quelli più antichi fino a Edoardo I, tutti raffigurati da belle sculture in resina, e sono esposti anche il trono con lo schienale in ardesia col Drago inciso e l’inginocchiatoio usati da Elisabetta II e Carlo l’ultima volta che questa cerimonia ha avuto luogo qui.
Intanto, su un monitor posto vicino alla teca del trono reale scorrono le immagini registrate dalla BBC nel 1969 in occasione di quell’evento storico. Il ventunenne Carlo sembra un ragazzino appena uscito da scuola in quel filmato d’epoca, in alta uniforme e ben pettinato, mentre la regina è una donna minuta ed elegante in abito color crema. Ha il passo sicuro mentre incede verso la pedana d’ardesia dove si tiene la cerimonia, ma il suo solito aplomb regale sembra sparito e il suo sguardo sorride più del solito mentre presenta al mondo il prossimo Re d’Inghilterra. Chissà se ancora oggi, dopo lunghi decenni da regnante, penserà che quello è davvero il miglior destino che si possa regalare a un figlio.

Giriamo per camminamenti e torri, su e giù per scale a chiocciola e corridoi stretti illuminati solo da lunghe feritoie, impressionati dalle dimensioni e dalla complessità dell’architettura di questo castello collegato a una cinta muraria esterna di cui resta solo una piccola porzione. Per la prima volta qui sentiamo due persone parlare italiano.

In una della torri è stato allestito il bel museo dei Fucilieri Reali del Galles, con divise e oggetti che vanno dall’origine di questo famoso e rispettato corpo miliare fino ai soldati attualmente impegnati in missione in Afganistan e ci facciamo un giro, se non altro come omaggio a un Capitano dei Fucilieri del V Northumberland a noi molto caro….

Davvero una visita soddisfacente a questo bellissimo castello gallese, inserito con merito nei Siti Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1986.

Usciti dal castello riprendiamo la macchina diretti a Llandudno per cercare il cavo, ma non troviamo subito il negozio Argos che ci hanno indicato perché la cittadina è grande, caotica e piuttosto trafficata. Così ci fermiamo in un parcheggio a piani per lasciare la macchina e muoverci a piedi in centro, e lì scopriamo che l’uscita del parcheggio porta direttamente in una galleria di negozi intorno a un centro commerciale. Lo shop Vodafone non ha niente che ci vada bene, ma un negozietto all’angolo opposto ha finalmente il nostro cavo e con poco più di 7,00£ siamo di nuovo a cavallo, senza bisogno di ammattire a cercare Argos. Meglio così. Ripartiamo in direzione del secondo castello di oggi, Powis Castle, che è a circa due ore di distanza compresa una sosta al distributore per fare il pieno di benzina. Oltre che distante da Caernarfon, Powis Castle è vicino al territorio inglese e il TomTom (ora perfettamente funzionante) sceglie per noi una strada che attraversa continuamente il confine dei due paesi, per cui non facciamo altro che vedere cartelli di “Benvenuti nello Shropshire” alternati a quelli di “Benvenuti in Galles”. Come dice Luca… è indeciso!
In effetti la bellezza quasi irreale della campagna inglese si riconosce immediatamente tutto intorno a noi, con i fazzoletti dei campi perfettamente lavorati, il verde brillante dei prati alternato a quello profondo delle querce, il giallo del grano ancora da raccogliere, gli sbuffi bianchi delle pecore al pascolo e il nastro grigio della strada che si srotola liscio in mezzo a tunnel di vegetazione ombrosa. Una meraviglia. Sembra di essere tornati all’estate di due anni fa.

Arriviamo al castello alle 16.20 e scopriamo che, anche se la chiusura è prevista alle 17.30, purtroppo già dalle 16.00 non fanno più entrare i visitatori. L’imprevisto della ricerca del cavetto ci ha fatto saltare il programma di quel tanto che è bastato per arrivare tardi. Peccato. Comunque, almeno i bellissimi giardini chiudono alle 18.00 e ci possiamo ancora fare un giro. Visto che è un bene del National Trust entriamo gratis con la tessera del FAI e la signora alla cassa è tutta contenta di vederla, e ci conferma di sapere benissimo cos’è il FAI e come lavora in Italia. Very good! Facciamo una breve sosta alla caffetteria per un Cream Tea con ottimi scone e marmellata, e ci rifocilliamo un po’ prima della lunga passeggiata all’aperto.

Nonostante la sua origine risalga alla fine del XIII secolo, il castello di Powis è molto diverso dai classici castelli difensivi medievali a merli e torrette e, nonostante la presenza anche qui di possenti torrioni a base rotonda, ha un aspetto molto più elegante che militare, anche grazie ai meravigliosi giardini barocchi che lo circondano e all’insolita sfumatura rossa della pietra usata per costruirlo.

Costruito su permesso reale da un principe gallese vicino alla corona, è rimasto poi nei secoli di proprietà di importanti famiglie nobili inglesi che hanno avuto l’onore di ospitare diversi Re nelle sue ricche stanze. Ma il vero punto di interesse oggi è la Collezione Clive, ospitata nelle stanze del palazzo e proveniente dai ricchi possedimenti in India di questa importante famiglia il cui capo, Edward Clive, lavorò nella mitica Compagnia delle Indie Orientali e fu Governatore di Madras. Un imperialista coi contro-fiocchi, si direbbe. Mobili laccati, manufatti intarsiati, tappeti, sete, animali impagliati, gioielli cesellati in giada e avorio, armature, statuette, armi, pare ci sia di tutto nella raffinata collezione Clive, di cui si conosce il proprietario ma non sempre la precisa modalità di acquisizione. Anche se non possiamo vederli, non è difficile immaginare che siano squisiti. Come altrettanto squisiti sono i giardini barocchi terrazzati che circondano il palazzo, davvero meravigliosi per estensione, ricchezza di fioriture e cura.

Un giardino dell’eden dall’architettura apparentemente spontanea che invece è disegnato e progettato in ogni sua più piccola linea, per un risultato finale assolutamente straordinario. Non a caso è classificato come il giardino barocco originale più bello e meglio conservato del Galles, che ci regala una passeggiata piacevolissima.

Da Powis ripartiamo in direzione sud, diretti al b&b di stasera che è ancora in Inghilterra in effetti, nel Herefordshire, in un luogo in mezzo al nulla lungo una via che sembra uscita dall’illustrazione di una fiaba. Si tratta di una locanda vecchio stile, un vero Inn che ha sia le camere che il pub per cenare, e ne siamo molto contenti perché non sapremmo davvero dove andare a mangiare in questo fazzoletto di campagna verdissima dove non si vedono case o villaggi nel raggio di chilometri. Il proprietario Simon è gentilissimo, ci accoglie con amicizia chiedendoci un po’ di cose sul nostro viaggio, e a cena ci riserva un tavolo in una bella stanza tranquilla dove ci serve ottimi piatti di carne e pesce.

Concludiamo questa giornata perfetta con un dessert di ciliegie e mandorle fatto in casa che è una delizia assoluta. E domani si va nella città dei libri.

Lunedì 8 agosto 2016: South Stack Lighthouse – Snowdon Mountain Railway – Caernarfon

Seconda notte extra silenziosa a Holyhead, e mattinata nuvolosa ma senza pioggia. A colazione ci serve un signore che non avevamo visto prima e che è molto gentile e chiacchiera a lungo con noi, al contrario della signora di ieri che ci aveva rivolto appena la parola. Meglio così, ci fa piacere. Quando usciamo cerchiamo un negozio un po’ grande che abbia articoli di elettronica, perché si è rotto il cavetto di alimentazione da auto del Tom Tom e dovremo trovarne un altro. Passiamo a un Tesco enorme aperto 24 ore su 24 ma hanno solo delle versioni più piccole del cavo, quindi niente da fare. Proveremo altrove, ma non so quanto sarà facile. I paesini qui sono molto piccoli e non hanno negozi specializzati o catene di elettronica come si trovano nelle grandi città, per cui non sarà semplice trovare proprio questo cavo, che secondo Luca è anche di un tipo un po’ superato (e infatti al Tesco avevano tutti quelli più nuovi). Vedremo come fare. Intanto procediamo con il nostro programma e in pochi minuti arriviamo alla prima tappa prevista per oggi, che dovrebbe essere spettacolare: South Stack Lighthouse, un faro a pochi chilometri a nord-ovest di Holyhead. Parcheggiamo al Visitor Centre e facciamo i biglietti, e la signora ci avvisa subito che ci solo oltre 412 gradini per arrivare giù al faro! Lo sapevamo già e non ci facciamo spaventare dall’impresa, anzi partiamo decisi per la scalata camminando in mezzo a un panorama sconfinato di mare, vento e bellezza da lasciare ammutoliti. Luca soprattutto lo affronta quasi impaziente, io un po’ meno perché so bene che le scale sono il mio arcinemico numero uno, ma, non mi importa, sono troppo curiosa di andare a vedere anche questo Finis Terrae ritagliato nel territorio gallese, e aggiungerlo alla nostra collezione privata.

La scarpinata è lunga e piuttosto difficile, parte in discesa e parte in salita su un terreno molto sconnesso, ma il panorama è di quelli che si possono definire mozzafiato senza tema di esagerare. La prima tappa del percorso è una strana torretta squadrata decorata da merli, candida come un’architettura greca e austera come un castello medievale formato giocattolo, circondata da un paesaggio di erica e oceano degno delle scogliere della Scozia più selvaggia.

La torretta è un centro informazioni a due piani sulla storia del faro, con depliant e schermi attivi in cui scorrono filmati che mostrano l’utilità di questa particolare lanterna lungo questo pericoloso tratto di costa, ma l’unica cosa che davvero colpisce tutti coloro che entrano qui è la parete di vetro che affaccia sull’oceano, dalla quale vediamo finalmente questo famoso faro bianco, e il folle percorso zigzagante necessario a raggiungerlo. Usciamo in fretta lasciando perdere le pagine informative, ad un tratto impazienti di misurarci con qualunque assurdo sentiero capace di portarci fino a quel luogo di fiaba posato sul bordo del mondo.

Il faro si trova su una minuscola isola rocciosa collegata alla terraferma attraverso un piccolo ponte di metallo sospeso, al quale si arriva scendendo i tratto finale dei famosi 412 gradini, ed è circondato solo da mare, vento e gabbiani in volo. Una minuscola propaggine di terra spenzolata sull’oceano, con piantata sopra una torretta bianca piccola come un panno steso, e una lanterna illuminata da una lucetta intermittente che da oltre 100 anni tiene lontane dal pericolo le navi in viaggio nel tratto di mare che separa Galles e Irlanda. Perché ad avere una buona vista, guardando sempre dritto di fronte a noi di là da tutto questo blu, si potrebbe vedere il porto di Dublino. E anche qui, come in ogni luogo in cui la terra finisce, la natura ha ritenuto che non era il caso di fare la modesta, e ha deciso di dare spettacolo a modo suo.

Saliamo fino in cima alla lanterna lungo una scala a chiocciola ripida e stretta insieme a un gruppetto di altri visitatori, e una signora ci spiega la storia di questo edificio così speciale, che è il lembo estremo della Gran Bretagna su questo lato del mare di Irlanda.

Il setting è veramente incredibile, e l’impatto visivo di questa location è di quelli che non si dimenticano, insieme ai profumi e ai suoni del mare. Ma di certo non dimenticherò neppure questi infiniti gradini, scesi e risaliti con la fatica mescolata alla meraviglia di essere riuscita ad arrivare fino qui, davanti a questa bellezza estrema in tutti i sensi. Fino al bordo della terra, ancora una volta.

Una volta risaliti al parcheggio riprendiamo la macchina e partiamo in direzione di Llanberis, a quasi un’ora di distanza in direzione est. Ci aspetta la Snowdon Mountain Railway, la più lunga ferrovia a scartamento ridotto rimasta in Galles che sale su in cima alla montagna più alta del paese, per la quale ho prenotato i biglietti da casa per la corsa delle 14,30. Parcheggiamo vicino alla stazione, ritiriamo i ticket definitivi e mangiamo un sandwich in attesa del nostro turno. L’area della stazione è carina, tutta fatta di edifici in legno a tema ferroviario e decorata da ceste di fiori, e nella zona riservata agli operatori vediamo anche un vecchio trenino a carbone che soffia nuvole di vapore bianco come un ferro da stiro.

Il nostro treno arriva poco dopo e saliamo nella carrozza B con altri viaggiatori. La salita fino in cima al monte Snowdon dura circa un’ora, si sale a velocità molto ridotta lungo binari stretti che si arrampicano su per rocce e pendii, scivolando in mezzo a panorami incredibili. Lo Snowdon è il monte più alto di questo importante parco naturale, ma c’è tutta una catena di montagne intorno a lui con vette appuntite che sembrano disegnate a matita, valli ampie e rotonde, laghi, rocce, e soprattutto prati sterminati che si srotolano fino in cima alle vette, lisci e perfetti come velluto, sui quali pascolano le immancabili pecore. Un paesaggio incantevole, che resta bello e morbido fino alla vetta.

La ferrovia è lunga circa 7,5 km e la cima è a un’altitudine di 1085 metri sul livello del mare, per cui in vetta il clima è molto diverso da come era giù. Siamo praticamente in mezzo alle nuvole, è tutto bianco latte intorno a noi, l’aria è pungente e umida e molti scalatori che incontriamo sono vestiti da montagna, con piumini, cappelli e sciarpe. In effetti, per chi vuole e se la sente, ci sono diversi sentieri ben segnalati che permettono di arrivare fino su a piedi, e ne incontriamo alcuni che stanno arrivando proprio mentre siamo lì, stanchissimi e arrossati dalla fatica delle oltre 4 ore di scalata, ma assolutamente soddisfatti e orgogliosi dell’impresa completata.

Facciamo un po’ di foto dal lato più libero dalle nuvole ammirando questa vastità che ci circonda, poi entriamo nel grande rifugio a scaldarci un po’ con una tazza di tè, in attesa di riprendere il treno che ci riporterà giù.

All’ora prevista risaliamo sul nostro trenino che, con la sua velocità a scartamento ridotto, ci fa riscendere piano lungo lo scivolo di velluto verde della montagna fin giù alla stazione di partenza, con negli occhi ancora tutto l’incanto di questo luogo ritagliato fuori dal mondo.

Anche la bellezza libera e inalterata del parco dello Snowdonia ci resterà a lungo nel cuore, come quella del faro candido di Holyhead. Due posti estremi di questa terra gallese dove la Natura riesce a dare il meglio di sé con un’eleganza spudorata.

Da Llanberis ci dirigiamo a Caernarfon, dove abbiamo il b&b prenotato per stasera. Ci accoglie una signora gentilissima dai capelli verdolini che ci sistema in una stanza ampia e pulitissima, con un bel piumone azzurro sul letto. Ci spiega tutto per la colazione di domattina e su nostra richiesta ci consiglia un pub dove cenare, che si rivela davvero ottimo come ci aveva promesso.

Diamo un’occhiata per un negozio di elettronica anche qui, ma il paese è piccolo e i negozi sono sopratutto shop di bric-a-brac e anticaglie varie o supermercati di generi alimentari, quindi niente da fare. Cercheremo altrove. Intanto, altri castelli ci attendono per domani.

Domenica 7 agosto 2016: Beaumaris Castle – Pier – Butterfly world

Eccoci alla domenica anche qui, che purtroppo comincia con un tempo più cupo del previsto. Facciamo colazione al b&b della signora meno socievole incontrata finora, mentre fuori è parecchio coperto e c’è un vento forte che spazza il cielo e nasconde il sole. Non fa freddo quando usciamo, non piove ancora ma il cielo non promette bene. In circa mezz’ora raggiungiamo la cittadina di Beaumaris, a sud-est dell’isola di Anglesey, parcheggiamo vicino al molo e cerchiamo il chiosco delle escursioni verso l’isola di Puffin che era prevista per oggi, e per la quale avevo già acquistato i biglietti online. Lo troviamo facilmente in mezzo agli altri chioschetti che organizzano attività per i vacanzieri di questa bella cittadina di mare, e purtroppo la signora conferma i nostri timori. Il tempo è avverso e le escursioni sono tutte annullate per ragioni di sicurezza.

Beh, posso vivere senza vedere le Puffin ma non posso vivere in fondo al mare….. quindi va bene così. Né in Scozia né in Irlanda alla fine eravamo riusciti a incontrarle, si vede che è destino che non riusciamo a vedere le simpatiche Puffin nel loro ambiente naturale. Riproveremo alla prossima occasione. La signora ci offre di spostare la prenotazione a domani ma noi abbiamo già altri progetti, per cui concordiamo per un refund da accreditare direttamente sulla mia carta. Semplice e veloce.

Visto che non possiamo fare l’escursione all’isola, ben visibile di fronte a noi nonostante una lieve foschia, passiamo subito alla seconda visita di oggi, Beaumaris Castle, che è proprio alle nostre spalle, a neanche 50 metri dal mare. Per raggiungerlo passiamo da una piazzetta del paese dove c’è un mercatino di oggetti di artigianato e dolci locali, e con mia somma gioia c’è anche un camioncino speciale del centro protezione rapaci dell’isola, con diversi esemplari di gufi e civette sistemati sui loro trespoli e un cartello che dice “Hold an Owl only 2£”. Due ragazzi volontari del centro spiegano che se si offrono 2£ si può tenere un rapace sul braccio e accarezzarlo quanto si vuole. Non è che me lo debbano ripetere due volte, son già qui con la mia moneta in mano.

Scelgo uno dei gufi di dimensione media, un adorabile furbetto dall’aria sonnacchiosa e dall’insolito nome di Cheeky Chops, che si lascia prendere con una certa coolness. Mi faccio aiutare a indossare il guanto di cuoio, e un momento dopo ho una creatura bellissima posata sulla mano, con gli occhioni tondi grandi come tazzine e lo sguardo curioso, leggero come un alito di vento, le piume striate soffici e lisce come la seta. Lo accarezzo piano piano ma non ha paura, si lascia toccare volentieri, mentre il volontario dell’associazione di salvataggio di questi uccelli bellissimi ci spiega un po’ le sue abitudini e le caratteristiche principali di questa specie di rapaci.

È leggero e delicato, bellissimo, non smetterei mai di accarezzarlo. Si fa toccare volentieri sulla testa, anzi pare proprio gradire quando lo grattiamo delicatamente, e socchiude i suoi occhioni luminosi. Mi ci affeziono in 5 minuti, chissà che darei per non doverlo restituire.

È una creatura fantastica, ma anche le altre lo sono, grandi e piccole, coccolate dai bambini che si sono avvicinati a frotte e dagli adulti che fingono di essere lì per i bimbi e invece poi vogliono tutti sentire quanto sono soffici quelle piume striate, così in contrasto con quei becchi adunchi e quegli artigli affilati da predatori. Alla fine lo devo rimettere al suo posto, a malincuore, ma è stato bellissimo aver avuto l’opportunità di avvicinarmi a delle creature tanto meravigliose.

All’ingresso del castello, che è lì vicino, ci mettiamo in fila dietro una famiglia di inglesi, e noto che il signore mostra alla cassa le sue tessere dell’English Heritage per avere diritto all’accesso gratuito. Sul sito non c’era scritto che il castello era convenzionato ma ci provo anch’io, e la cassiera mi conferma che visto che siamo membri possiamo entrare senza pagare. Very well then, let’s go!

Il castello è diroccato, ma è comunque bellissimo, uno dei più spettacolari ancora esistenti. Voluto anche questo da Edoardo I a fine 1200, fu progettato da un famoso architetto di castelli, James St. Georges, che questa volta aveva a disposizione una location perfetta e un budget spropositato per tirare su qualcosa di veramente speciale. E lui non si lasciò sfuggire l’occasione.

La pianta del castello è praticamente perfetta: un fossato d’acqua, un giro di mura esterne scandite da 12 torri di guardia, una striscia di terreno libero, e un secondo giro di mura completate da altre 6 torri dal disegno simmetrico, con porte serrate da inferriate, ponti levatoi, feritoie, merli, bastioni, camminamenti e scale. E al centro, un enorme spazio ormai occupato solo da un prato verdissimo e perfettamente rasato, sul quale si affaccia l’edificio principale con le sue file di finestre parallele e ormai vuote come orbite cieche.

Torri rotonde possenti, mura inaccessibili, spazi armonici, e una potenza indiscutibile mostrata con assoluta eleganza. Insieme ai castelli di Caernarfon, Conwy e Harlech costituisce un segmento di quello che fu chiamato “L’anello di Ferro”, una serie di 8 fortezze volute da Edoardo I per assicurarsi la vittoria durante la sua conquista dei territori del Galles, e dal 1987 è stato inserito nei beni Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Davvero un esempio magnifico di fortezza difensiva medievale.

E se è ancora così impressionante oggi che è diroccato, chissà come doveva apparire 700 anni fa a chi ci arrivava da fuori, dalla terra o dal mare, tutto addobbato e armato al meglio delle sue possibilità. Magnifico.

Dopo il castello andiamo in centro per una passeggiata, oltre che per cercare qualcosa da mangiare. Ci fermiamo in un locale molto antico, uno dei più vecchi della città, tutto costruito a graticcio dentro e fuori con magnifiche decorazioni in ottone sbalzato attaccate alle pareti e alle travi, con caminetti e tavoli rivestiti di lastre di rame. Un pub bellissimo dove mangiamo qualcosa e ci riposiamo prima di rimetterci in movimento.

Dopo mangiato andiamo di nuovo verso il molo a fare una passeggiata. Il vento si è fatto così forte e teso da rendere difficile camminare, anche se il mare non è particolarmente agitato. Il molo è pieno di gente che si gode l’aria profumata di salmastro, soprattutto famiglie con bambini felicissimi di poter scorrazzare a piacere tra le urla dei gabbiani impazziti e il vento che li soffia di qua e di là.

Alcuni gruppi sembrano impegnati a pescare giù dal parapetto del molo, anche se non so come facciano a lanciare l’amo con questo vento. Quando ci avviciniamo di più notiamo che tutti hanno dei secchielli pieni d’acqua e in realtà non stanno pescando pesci, ma granchi. E ci stanno riuscendo molto bene, a giudicare dal numero di prede di ogni dimensione ammonticchiate nei secchi. Stasera spaghetti al granchio per tutti!

Ripercorriamo il molo all’indietro diretti verso il parcheggio e già che ci siamo passiamo dalla spiaggia per andare a toccare l’acqua – non si può perdere l’occasione di toccare l’Oceano, quando capita – e quando arriviamo a uno scivolo per barche ci aspetta uno spettacolo imprevisto: un gruppetto di bimbi si agita intorno a un secchio, e poco dopo una cascata d’acqua scende giù per lo scivolo insieme a una massa informe e verdastra – i granchi! Il secchio è stato svuotato e dopo un momento di stupore decine di granchi di tutte le dimensioni corrono verso il mare, con quella loro andatura laterale buffa e altalenante. Il tempo di fare arrivare queste creature all’acqua ed ecco altri bimbi vocianti e altri secchi colmi, che vengono svuotati di colpo nel divertimento generale, mentre scie di granchi confusi e irritati corrono svelti verso il bagnasciuga sassoso. Al terzo giro, capiamo. Altro che spaghetti al granchio, qui si tratta di una specie di catch and release fatto giusto per divertimento, si pescano e si rilasciano per guardarli correre, deve essere una tradizione locale, chissà, e alla fine tutti sono contenti e soddisfatti, e più di tutti i granchi, ovviamente…

Visto che abbiamo ancora tempo perché non abbiamo fatto l’escursione dalle Puffin, decidiamo di fare un’altra sosta prima di tornare verso il nostro b&b di Holyhead. Lungo la strada stamani abbiamo visto dei cartelli indicatori per un misterioso Butterfly Palace, e decidiamo di andare a vedere. Lo ritroviamo facilmente sulla via del ritorno, a pochi minuti di strada da Beaumaris, vicino al Menai Bridge, e scopriamo che si tratta di un piccolo parco che comprende non solo la casa delle farfalle, ma anche altri animali.

Le farfalle sono magnifiche e molto numerose, è una delle case di farfalle migliori che abbiamo mai visitato, non solo per la quantità di esemplari ma anche per la loro varietà. Ci sono oltre 30 gradi dentro, che per noi che arriviamo dai 16 esterni è un bel salto, ma la visita è comunque piacevole. Alcune farfalle sono così brave a mimetizzarsi che è facile scambiarle per semplici foglie, finché di colpo spalancano le ali liberando colori fantastici e volano via leggere come piume.

Nei padiglioni vicini ci sono i rettili, gli insetti – con le formiche rosse che ritagliano via pezzetti di una grossa pianta spinosa e la portano centimetro per centimetro nel loro formicaio, pazienti, efficienti e testarde – i pappagalli che dicono Hello ai visitatori, e molte diverse specie di uccelli.

In un padiglione la signorina sta mostrando ai bambini alcune chiocciole giganti e un millepiedi africano enorme, nero e grosso come un serpentello ma con infinite gambine, lungo almeno 25 cm. Ci spiega un po’ di cose e si offre di farcelo accarezzare, e anche se all’inizio mi fa un po’ impressione la curiosità ha la meglio, e alla fine lo tocco. È liscio e innocuo, carino, anche se non vorrei mai e poi mai trovarmelo tra i piedi in giro….

Tra gli animali più simpatici vediamo i Meerkat (suricati) che hanno una bella area di gioco delimitata dai vetri, per cui riusciamo a vederli in ogni momento. Irresistibili. Sarà che la Disney ci ha influenzati per sempre ormai, ma dopo il Re Leone, per noi ogni esemplare si chiama Timon e ogni volta che ne incontriamo uno ci aspettiamo di vedere un facocero che spunta fuori da qualche parte. Invece questi sono John, Paul e George. Diversamente famosi, direi.

Facciamo il giro degli animali della fattoria accarezzando capre, pecore, ciuchini, conigli e porcellini d’India, e arriviamo fino al capanno nel bosco dove facciamo bird watching con i binocoli messi a disposizione dei visitatori, riuscendo a riconoscere varie specie di uccellini. Gli unici che non riusciamo ad avvicinare sono i lama nel recinto esterno, ma come dice Luca, meglio così, che quelli sputano..!

Quando usciamo torniamo verso il b&b, ma vista la serata brutta decidiamo di fermarci a mangiare qualcosa per poi rientrare e non uscire più fino a domani, sperando che il tempo si rimetta un po’. Mangiamo in un locale del centro, un pub carino e grande gestito da un signore molto gentile che sembra conoscere tutti i presenti, e che ci accoglie con grande cortesia e amicizia. Da lui mi faccio finalmente insegnare la parola gallese che più mi interessa imparare: ‘diolch yn fawr yawn’. Grazie.