Kitty

kitty

Il gattino Hello Kitty è in assoluto l’animale preferito della mia nipotina Benedetta, così mi sono data un po’ da fare con i motori di ricerca e alla fine nella magica rete ho pescato questo pattern che mi è parso convincente. O almeno, la foto del gattino realizzato, alto circa 12cm in tutto, sembrava carina, anche se non conoscevo affatto questo sito. La spiegazione a una prima lettura veloce mi è parsa abbastanza valida così ho deciso di provare a farlo per regalarglielo come sorpresa per il giorno di Pasqua.
Non ho lavorato con il giro di ferri (a doppie punte) come da indicazioni perché preferisco di gran lunga i ferri classici e, visto che non si trattava di calzini o realizzazioni in cui la cucitura può dare particolari problemi, ho usato normali ferri a una punta di 3mm e scampoli di lana sottile bianca e rosa. Le gambine, il corpo e la testa si realizzano insieme, basta semplicemente cambiare il colore al momento indicato, invece le braccine si fanno a parte e si attaccano in seguito con una cucitura invisibile. Anche le piccole orecchie sono fatte a parte e applicate dopo, quando l’animaletto è già imbottito di ovatta. Ricamare il muso è stato più semplice del previsto, temevo di non riuscire a farlo così somigliante e invece, una volta fatti gli occhi belli grandi e rilevati, il resto viene quasi da sé. Lana nera per i baffi, un filo giallo chiaro per il naso, la bocca… neppure c’è, quindi è ancora più semplice. Ho legato un filo di lana rosa attorno al collo per separare meglio la testa dal corpo, e alla fine tutto sembrava funzionare.
Eppure… c’era qualcosa che mi sfuggiva, ma non riuscivo a capire cosa. Poi ho guardato meglio e ho capito: il fiocchino rosso! In tutte le immagini e le riproduzioni che ho visto in giro Kitty ha sempre un fiocchetto rosso appuntato su un lato della testa, e invece in questo pattern non era previsto. Ovviamente mia nipote si sarebbe accorta subito dell’errore, quindi ho rimediato da sola. Ho intrecciato un po’ di lana rossa a doppio capo trillandola finché non si è avvolta su se stessa a formare un cordoncino, poi l’ho chiusa con un nodino, ho fatto un fiocco e l’ho cucito sulla testa di Kitty dove di solito sta il suo fiocchetto. Il rosso della lana ha ravvivato tutto e direi che ci voleva proprio a completare un Kitty degno di essere regalato.
Credo che Benedetta avrà una bella sorpresa di Pasqua, e il suo sorriso di gioia sarà il regalo più bello che potrò ricevere in cambio del mio lavoro.

Rosina

rosina

Questo coniglietto copriuovo è in assoluto una delle creature più deliziose che io abbia mai visto e realizzarlo mi ha dato incredibile gioia e soddisfazione. Lo so che è una piccola cosa, e che non è affatto una sfida difficile dal punto di vista tecnico, ma ho sperato tanto di poter avere a disposizione questo pattern per provarlo e quando finalmente l’ho avuto tra le mani mi ci sono dedicata con tutta la mia passione. Ci tenevo a vedere se sarei riuscita a realizzare un coniglietto che fosse all’altezza dell’originale, e alla fine mi ritengo molto contenta del risultato ottenuto. Per realizzarlo ho utilizzato piccoli scampoli di lana rosa chiaro e rosa fucsia, e un po’ di lana color biscotto per il musino e le zampine, lavorando con i ferri di 3mm. Per ricamare gli occhi ho imparato a fare il “nodo francese”, che permette di annodare la lana con l’ago in modo da creare un rilievo definito e preciso proprio dove serve e che abbia lo spessore a le rotondità desiderati. Non è difficile da realizzare ed è particolarmente adatto in caso di lavori di piccole dimensioni come questo.
Ho deciso che farò altri coniglietti nei prossimi giorni, e anche se noi non abbiamo l’abitudine di mangiare uova sode a colazione, credo proprio che diversi di questi adorabili musetti verranno a rallegrare la nostra tavola di Pasqua.

Everything is illuminated

illuminato

Luca mi ha portato questo strano romanzo in versione originale inglese di ritorno da un viaggio di lavoro ad Amsterdam. Avevo già letto un altro libro di Safran Foer, “Molto forte, incredibilmente vicino” e mi era piaciuto abbastanza, soprattutto per la delicatezza e la tenerezza con la quale trattava il tema doloroso di un bambino che ha perso suo padre nell’attacco al WTC. Questo romanzo però è molto diverso, e devo ammettere che non sapevo esattamente di cosa si trattasse nel momento in cui ho cominciato a leggerlo. Jonathan, un giovane ebreo americano, intraprende un avventuroso viaggio in Ukraina con poche informazioni e una sola foto in tasca alla ricerca della donna che, al tempo della seconda guerra mondiale e delle persecuzioni naziste contro gli ebrei, salvò suo nonno (al tempo ragazzino) dai campi di concentramento facendolo fuggire in America e donandogli la libertà. Poiché il giovane americano non parla ukraino viene aiutato nella sua ricerca da Alex, un ragazzo del luogo che gli fa da traduttore e da guida insieme a suo Nonno e a Sammy Davis Junior Junior, il cane più strano che sia mai stato raccontato in un romanzo. Il problema sta nel fatto che, nonostante la sua buona volontà, l’ukraino Alex è veramente un pessimo traduttore, e la comunicazione tra lui e Jonathan – e tra loro e il lettore – diventa veramente complicata e spesso paradossale. La lingua viene completamente stravolta, le frasi sono rivoltate, i verbi utilizzati con significati nuovi evidenti solo per Alex, con un effetto finale spesso divertente, ma a volte anche oscuro. Di fatto, ho dovuto leggere quasi metà libro per avere l’illuminazione sul significato del titolo…
Forse non era il libro giusto da leggere in versione originale, visto che pare che gli stessi lettori di madrelingua inglese abbiano fatto fatica a volte a seguire il racconto, specie nei lunghi capitoli della narrazione secondaria in cui Alex ricostruisce la saga dei suoi antenati ebrei con largo utilizzo di lingua yiddish. Buona parte del senso del romanzo si basa sull’ambiguità del messaggio, sul gioco di parole, sul fraintendimento e sull’effetto comico dell’espressione sbagliata nel posto sbagliato. In certi punti mi è risultato divertente in effetti, ma in altri un po’ faticoso, e per me che cerco sempre la bellezza della narrazione oltre a quella della storia non è stata una lettura sempre piacevole. Lo definirei certamente un romanzo strano, a tratti tenero a tratti duro e straziante, raccontato in una lingua stravagante e decisamente insolita.

La mia scena preferita: Alex, Jonathan e il Nonno incontrano l’anziana donna che li dovrà accompagnare a quel che resta del paese di Trachimbrod, e che conserva in casa pile di scatole piene ricordi dei suoi parenti e amici del tempo della guerra, grandi scatole colme di oggetti suddivisi per categoria: JOURNALS/DIARIES, WEDDINGS AND OTHER CELEBRATIONS, FIGURINES/SPECTACLES, WATCHES/WINTER, DARKNESS, REMAINS, DUST… Per quando loro torneranno a cercarli.

La frase che ricorderò:
Just because I was not a Jew, it does not mean that it did not happen to me.