Sabato 5 ottobre 2019: London

Ci svegliamo con il sole e un bel cielo azzurro, e una consapevolezza che ci rattrista un po’: niente spettacolo, stasera. Vabbè, cercheremo di fare meglio la prossima volta.
Facciamo la nostra ultima colazione dai gentilissimi ragazzi di Speedy’s (la domenica è chiuso), quindi prendiamo la Tube e ci dirigiamo ancora verso nord, direzione privilegiata in questo London break, fino a Camden.

Qui visitiamo il famoso Camden Market, per certi versi simile a quello di Portobello ma ancora più grande e organizzato un po’ diversamente, con parecchie zone anche al coperto. Ci accolgono i famosi palazzi della via principale decorati da sculture di cartapesta a forma di scarpe e abiti, simboli dark o draghi, e ricoperti di bellissimi murales colorati che creano subito un’aria di festa e di pacifica anarchia.

Non c’è ancora troppa gente e si gira con tranquillità tra le moltissime bancarelle, che vendono davvero di tutto: piccola bigiotteria in argento e pietre dure, abbigliamento nuovo e usato, scarpe, stivali, cinture, borse, sciarpe e cappelli, manufatti in cuoio, quadri e stampe e mille tipi di suppellettili e oggetti decorativi. Ci sono anche stand di mobili e arredi antichi restaurati, alcuni molto belli, anche se forse qui mi sembrano meno specializzati in questo settore rispetto a Portobello. Molti sono i banchi di abiti vintage particolari, capi che erano di moda 30 o 40 anni fa e che sono ancora bellissimi e ben conservati, e naturalmente non mancano i classici capi punk e rock in pelle, borchie e catene metalliche.

C’è anche una coppia di punk seduta tranquillamente al tavolo di un bar, non lontano dalla bella statua in bronzo dedicata a Amy Winehouse cha amava molto questo luogo speciale di Londra e i cui fan vengono spesso qui a renderle omaggio. Sia lei che lui hanno lunghe creste colorate sulla testa e spille da balia sparse ovunque sui vestiti di pelle, sono molto belli. Mi fanno venire in mente la prima volta che venni a Londra con un’amica nel 1989 e a Piccadilly ne vedevamo tantissimi, tutti con delle incredibili creste di capelli dritte sulle teste parzialmente rasate e gli abiti neri borchiati. Erano dappertutto in realtà, non solo a Piccadilly, ma a Trafalgar Square, sulla Tube, a Carnaby e anche a Leicester Square, erano bellissimi come uccelli esotici e stranissimi come alieni, soprattutto agli occhi di due ragazzette arrivate da uno sperduto paesotto di provincia come noi. Adesso la loro stranezza è dovuta al fatto che qui ci sono solo loro due, in mezzo a questa folla distratta armata di telefoni cellulari che aumenta sempre di più, a rappresentare quel periodo storico particolare ormai appartenente al passato. Somigliano anche loro a due bei reperti vintage in buono stato, approdati come relitti sulla spiaggia di Camden Market dopo il naufragio del punk nel mare del tempo.

Alla fine del nostro lungo giro arriviamo nella zona dello street food (c’è il gonfiabile della melanzana gigante!), con bancarelle di cibi di vario genere che cominciano a essere già piuttosto affollate, soprattutto quelle nel vicolo italiano (sono davvero molti gli italiani, qui). Mangiamo del buon pollo indiano e beviamo succo di arancia spremuto fresco seduti in una piazzetta, e ci riposiamo un po’ prima di tornare verso il centro. Comincia a esserci troppa gente qui, e abbiamo visto tutto quello che volevamo vedere.

La Tube ci porta a Leicester Square e da lì facciamo un salto a Chinatown, anche questa piena di gente a passeggio. In meno di 20 minuti passiamo dalle atmosfere tipicamente inglesi dei negozietti di abbigliamento vintage alla Cina antica, con le strade decorate da centinaia di lanterne di carta arancioni appese tra i palazzi, le insegne dei locali scritte in caratteri dorati e i ristoranti di cibi laccati e fritti aperti giorno e notte. Questa città è veramente un mondo in miniatura.

Facciamo un giro nel quartiere colorato e affollato, ed entriamo nell’unico negozietto di cineserie che incontriamo (ce ne sono di più da noi!) per acquistare un souvenir che desideravo da tempo: un piccolo Lucky Cat dorato che dondola il suo braccino portafortuna su e giù, e che volevo comprare proprio qui e in nessun altro posto al mondo. E’ esattamente come lo volevo, e con soli 6£ Luca mi fa felice.

Lasciamo la Cina e raggiungiamo la City, molto meno affollata e più tranquilla di sabato pomeriggio. Facciamo un giro dietro a St Paul’s fino giù lungo Fleet Street e, visto che è l’ora giusta, ci infiliamo in un locale per prendere un tè con un po’ di dolce. Non è proprio il locale che volevo, ma era il più comodo per noi al momento, visto che non vogliamo allontanarci troppo dalla cattedrale, e il dolce al cioccolato col gelato è molto buono, anche se non proprio a buon mercato.

Dopo la pausa raggiungiamo di nuovo la scalinata di St Paul’s (la vecchina dei piccioni è già andata a casa, direi…) ed entriamo dal portone di sinistra, per assistere agli Evensong delle 17. C’è già un po’ di gente sulle sedie intorno al grande cerchio del transetto, di fronte al coro scolpito. Era tanto che non entravo nella cattedrale, e devo dire che è sempre affascinante. Restiamo subito colpiti dai suoi spazi immensi e dalla sua architettura inconfondibile, con il pavimento a scacchiera, le enormi colonne barocche tutte bianche e oro e l’incredibile struttura della gigantesca cupola. Ispirata a quella San Pietro (e a sua volta ispirazione per quella del Campidoglio americano e del Panthéon parigino, perché la cupola con le colonne funziona sempre, Palladio docet), fu molto difficile da realizzare e Sir Christopher Wren, l’architetto di fine 1600 al quale si deve questo capolavoro, dovette escogitare una soluzione tecnica unica che mettesse d’accordo la stabilità di una struttura così alta e possente (oltre 110 metri) con un’esigenza estetica da mantenere ai massimi livelli, indispensabile per un edificio di questa valenza simbolica e storica. Ci riuscì naturalmente, ed è per questo che ancora oggi St Paul’s è una delle cattedrali anglicane più famose e ammirate del mondo.
E’ una chiesa un po’ strana in effetti, capace di racchiudere in sé delle contraddizioni intrinseche che la rendono particolarmente affascinante: è barocca ma senza esagerazioni, con pochi fronzoli e moltissimi richiami classici nelle decorazioni esterne e interne, e tende tutta verso l’alto, con i suoi due campanili alti quanto la Torre di Pisa che fanno somigliare la linea della sua facciata a quella delle chiese gotiche. E’ la più grande cattedrale inglese, con navate che si srotolano per oltre 150 metri dal portone all’altare, eppure la sue parti davvero speciali sono sopra e sotto di lei, nella incredibile cupola a 3 strati (mi ricordo della stranissima Galleria dei Sospiri che visitai molti anni fa, dove la voce viaggia in modo magico) e nella cripta sottostante, la più grande d’Europa, dove sono sepolti alcuni dei personaggi più importanti della Storia inglese come Wellington, l’Ammiraglio Orazio Nelson, Sir Winston Churchill e la Tatcher, senza contare i molti artisti che riposano qui tra i quali anche il suo creatore, Sir Christopher Wren.

E’ il più grande edificio di culto inglese, luogo di celebrazioni storiche ufficiali come funerali di stato, giubilei di regine e compleanni reali, eppure è anche uno dei luoghi più familiari della città, una delle prime immagini che ti viene in mente quando pensi a Londra. Una silhouette inconfondibile che conoscono tutti, anche quelli che a Londra non ci sono mai stati, perché l’hanno vista mille volte in mille versioni diverse: nei quadri di Canaletto, nei film di Mary Poppins e di Harry Potter, stampata sulle tazze da tè, sulle borse, sulle cartoline, e soprattutto nelle immagini trasmesse in mondovisione del matrimonio del secolo (scorso). Sono ormai iconiche le immagini di Lady Diana che sale i gradini di St Paul su quella guida rossa, con lo strascico di quel suo assurdo abito che è ancora in fondo alla rampa mentre lei è già arrivata all’ingresso di questa chiesa che fece di lei la Principessa di tutti. Avevo 13 anni in quell’estate del 1981 mentre la guardavo sposarsi in diretta Tv planetaria e non mi piaceva niente di quel che vedevo, non mi piaceva il suo vestito da bambola tutto infiocchettato, non mi piaceva quel principe un po’ sciapito e rigido, non mi piaceva quel bouquet enorme, sproporzionato per una ragazza così giovane e semplice, con i capelli corti e la frangetta bionda. Però mi piaceva il suo sorriso, un sorriso normale. Mi pareva vero, e uguale a quello di tutte le spose che camminano verso l’altare e che non hanno bisogno di sposare un principe per sentirsi delle principesse. Lei magari non era nobile di nascita, ma non ho mai più visto indossare una tiara con tanta naturale eleganza.

Gli Evensong sono molto belli, il coro è composto soprattutto di ragazzini con indosso lunghe tuniche bianche che cantano inni sacri, riempiendo la grande cupola sopra di noi con le loro voci d’angelo. Li ascoltiamo seduti vicino a una signora americana che vive in Canada con la quale chiacchieriamo un po’ prima dell’inizio, e che è contenta di sapere che siamo italiani. Lei viene spesso a Londra e ogni volta che viene in città cerca di trovare almeno un pomeriggio per venire ad ascoltare questa particolare funzione. La possiamo capire, è davvero molto bella.

Alla fine usciamo di nuovo sulla doppia scalinata, e ci godiamo subito un altro dei tanti motivi per cui amo questa cattedrale: è vicinissima al fiume. Attraversiamo la strada sulla sinistra, scendiamo la scaletta, poi attraversiamo ancora la via e in due minuti siamo al mitico ponte di Harry – il Millennium Bridge, per i non addetti. Anche se ha ormai superato la maggiore età, per me è sempre il ponte nuovo di Londra, e raramente vengo in città senza passare a farci un giro.

Mi piace tutto di questo posto: lo spazio urbano che si apre improvvisamente regalando scorci bellissimi su due zone opposte della città, uno è il cuore finanziario della City con i suoi moderni grattacieli di vetro e acciaio, dove però la skyline è dominata dalla cupola barocca di St Paul, l’altro è l’antico nucleo di Southwark con quel magnifico e prezioso nido bianco che è il Globe, dove però svetta la scheggia tagliente e lucida dello Shard di Renzo Piano, l’edificio più alto e più stiloso della città.

Mi piace il fiume, incredibilmente largo tra le due sponde sassose, sempre pieno di un fermento di barche da oltre due millenni, che corre verso il mare cavalcato dalle chiatte delle merci e dai battelli con le seggioline sul tetto piene di turisti che li puoi salutare guardando giù e loro ti risalutano con la mano, come per dire “hei, hai visto? ma guarda un po’ dove siamo oggi!”.

Mi piace che sia un ponte d’acciaio fatto solo per le persone, con un doppio camminamento iniziale che si unisce poi in un’unica via larga solo pochi metri, come un grosso filo metallico sospeso sull’acqua per passanti-equilibristi, o un’enorme ragnatela allungata attraverso il fiume, posata delicatamente su quella specie di gigantesche fionde di cemento che sono i suoi pilastri d’appoggio.

Mi piace camminarci sopra tra i turisti che si fanno i selfie, mentre spio verso sud cercando di rintracciare con lo sguardo gli altri due vertici simbolici del famoso triangolo Fosteriano. E’ che a me questo ponte piace davvero molto, e quando cercai di documentarmi un po’ sulla sua storia feci una scoperta che mi lasciò stupefatta: il Millennium Bridge è stato progettato da una vera Archistar internazionale, l’architetto inglese Norman Foster, che poi ha disegnato anche altri 2 tra i miei edifici londinesi preferiti: il 30 St Mary Axe, aka the Gherkin, inconfondibile ogiva blu pronta al lancio verso le stelle sistemata nel cuore della City commerciale, e poi la City Hall, fantastico edificio a forma di uovo decostruito che mi piace tantissimo, considerato il municipio più moderno del mondo e – simbolicamente – anche il più trasparente. Un triangolo incredibile di architetture high-tech che all’inizio del nuovo millennio segnarono l’ingresso definitivo della città di Londra nel XXI secolo.
(A me piace anche leggerli come una specie di profetizzazione simbolica della triade dei Deathly Hallows, con il Ponte-Bacchetta, il Municipio-Pietra e il Gherkin-Mantello, in un triangolo spaziale-ideale che li fa diventare davvero magici, ma questa è un’opinione personale basata solo sul fatto che non credo troppo nelle coincidenze, e non ha comunque alcun valore tranne che per me…).

Anyway. Mi piace ricordare anche che Mr Foster è il creatore di molte altre opere di grandissimo rilievo che mi piacciono senza riserve: prima fra tutte la copertura della Great Court del British Museum, uno spazio fantastico dedicato a Elizabeth II che è attualmente la piazza coperta più grande d’Europa, un luogo luminoso e bellissimo che accoglie i visitatori del museo in un’atmosfera estremamente moderna prima di avviarli verso le diverse sezioni degli edifici che conservano il passato dell’Uomo.

Un’altra sua bella opera che abbiamo visto lo scorso agosto è il Sage Gateshead a Newcastle, la città dei ponti che include il bellissimo Gateshead Bridge.

Posato proprio sulla sponda del fiume Tyne, il Sage Gateshead è un’enorme sala da concerto e scuola di musica in in vetro e acciaio disegnata in puro stile high-tech. Dalla forma bombata, assomiglia un po’ a una nuvola o a una meravigliosa conchiglia lucida fatta per l’orecchio di un gigante in cui la musica riecheggia senza fine, mentre la facciata in vetro riflette i palazzi circostanti raddoppiando all’infinito l’acqua e il cielo che la circondano.

Una delle sue opere che invece non abbiamo ancora visitato (ma che sarei curiosissima di vedere) è il famosissimo Apple Park di Cupertino, la sede americana della Mela ispirata ai Campus universitari e fatta a forma di anello perfetto. Un misterioso disco volante atterrato qui dal futuro che al suo interno racchiude centinaia di uffici, laboratori di ricerca, un teatro per le presentazioni, un parco con migliaia di alberi e persino un lago. Chapeau, caro Norman. Spero tanto di poterci andare, un giorno.

Oltre alla sua bellezza tecnologica e ai panorami urbani che offre, del Millennium Bridge mi piacciono anche le piccolissime opere di cui ho letto recentemente su un sito online, e che stavolta riusciamo a scovare. Sono stranissime pitture in miniatura create dall’artista Ben Wilson, detto anche Chewing Gum Man perché utilizza proprio le gomme gettate a terra dai passanti per inventare i suoi paesaggi e le sue creaturine aliene. Sono davvero piccole, bisogna chinarsi e avvicinarsi molto al metallo del pavimento ma poi si riescono a individuare benissimo, e si resta davvero sorpresi dalla grazia di queste minuscole opere d’arte fatte di figurine colorate sparse a terra come coriandoli caduti. Pare che le persone che lo vedono al lavoro si fermino incuriosite e gli lascino poi nomi e messaggi da dipingere sulle gomme per ricordare persone care o luoghi amati, e infatti in molte ci sono date, nomi, bandierine, automobiline, animali strani, buffi uccellini e dischi volanti. Una piccola scia colorata di mini pitture sulla via che porta direttamente alla Tate Gallery. Un modo poetico per trasformare un rifiuto urbano tra i più sgradevoli in una mini decorazione artistica.

Ma se le miniature del pavimento sono deliziose, basta alzare lo sguardo per rimanere incantati: la vista sulla parte di città che si gode da questo ponte è unica, e a quest’ora diventa ancora più spettacolare per via delle migliaia di luci che cominciano ad accendersi negli edifici e nelle vie lungo le sponde del fiume. Scendiamo giù dal ponte e giriamo a destra, e cominciamo la nostra lunga passeggiata in mezzo a una nuvola di profumo di noccioline ricoperte di zucchero. Questa è ormai la zona tipica di Londra dove si possono acquistare questi dolcetti mentre si passeggia e quando, in qualunque altro luogo del mondo mi trovassi, mi è capitato di annusare questo profumo di zucchero caldo, mi sono ritrovata di colpo qui su questa riva, a camminare lungo il Tamigi illuminato dalle luci della sera. Meravigliosi scherzetti proustiani…

Scendiamo lungo la passeggiata piena di gente oltrepassando locali illuminati, negozi e gallerie, in una zona che negli ultimi 20 anni è stata completamente riqualificata, abbellita e resa sicura, e che è adesso una delle più frequentate sia dai turisti che dai londinesi.

Qui, nello spazio di poco più di un miglio del Queen’s Walk, incontriamo un miscuglio di elementi così disparati che non si possono trovare in nessun’altra parte del mondo: un teatro elisabettiano (IL teatro elisabettiano per eccellenza, il Globe di shakespeariana memoria), una copia esatta del Golden Hinde, il bellissimo veliero col quale Sir Francis Drake circumnavigò il globo terrestre e che ha compiuto a sua volta la stessa impresa più volte nel XX secolo prima di essere attraccato definitivamente qui, il Southwark Bridge con le sue grandi arcate di ferro verdi e gialle di fianco al quale fa capolino a sorpresa la punta luminosa della lama dello Shard, la HMS Belfast, uno dei più valorosi incrociatori della Royal Navy ormai in pensione (ci dovremo salire prima o poi) e la modernissima City Hall di Foster, dirimpettaia della London Tower di William the Conqueror, origine e sede storia della Corona più famosa del pianeta.

E poi lui, il Tower Bridge, con le sue due sentinelle vittoriane con i piedi piantati in mezzo al fiume e i tiranti di metallo azzurri e bianchi drappeggiati verso le rive come allegri festoni issati per la fiera del paese, il ponte mobile che non si vede mai muovere (purtroppo), la porta d’ingresso che dà il benvenuto in città a chi arriva dal mare. Sarà perché ha una forma che ricorda un po’ una corona, o perché è semplicemente bellissimo, ma certo questo ponte è ormai uno dei simboli più famosi di Londra, e un vero milestone per tutti quelli che transitano per questa infinita città.

Arriviamo al ponte e lo attraversiamo a piedi in mezzo a quell’atmosfera di fiaba che si ricrea qui ogni sera, e in mezzo a tutti i turisti che scattano foto troviamo pure degli sposini orientali che si fanno immortalare con la City Hall tutta illuminata alle spalle. Certo, avere lo sfondo di Londra nell’album di nozze non deve essere niente male…

Una volta oltrepassato il ponte passiamo accanto alle possenti mura della Tower of London, con le sue torrette illuminate nel buio della sera, e ci fermiamo poco dopo in un pub tranquillo per la cena, scegliendo un tavolo al piano di sopra dove possiamo vedere i grandi schermi con lo sport in diretta senza stare in mezzo al gruppetto di tifosi che abbiamo visto giù. Ci godiamo l’ultima cena senza fretta riposandoci un po’, cercando di non farci prendere troppo dalla malinconia.

Quando usciamo di nuovo in strada proseguiamo verso la City, in mezzo a strade deserte e grattacieli illuminati, e arriviamo fino al palazzo che stavamo cercando per chiudere il nostro triangolo Fosteriano: il 30 St Mary Axe, il caro cetriolo con la cima a ogiva, che non ho mai visto proprio da sotto. E’ molto bello anche così da vicino, con la sua struttura a rombi in acciaio che lo racchiudono completamente come una gigantesca rete da pesca e le strisce diagonali di vetro scuro che lo avvolgono a spirale, facendolo somigliare davvero a un proiettile lanciato verso il cielo.

In realtà i vetri di questo palazzo non sono curvi ma piatti, e sembrano incurvati solo grazie alla speciale struttura a reticolato studiata da Foster che ha permesso di posizionarli in modo da creare questo effetto particolare. L’unico vetro curvo del palazzo è il cupolino in cima ai 180 metri del tetto, che chiude l’ogiva in maniera perfetta.

Normalmente il piano più alto del palazzo non è aperto al pubblico, tranne in poche occasioni speciali nelle quali si creano vere file curiosi che desiderano salire in cima a questo edificio iconico per vedere come appare Londra da lassù. A noi piace molto anche da giù, così vuoto e illuminato dolcemente nel buio della sera, perfettamente a suo agio nel silenzio sospeso del quartiere che si riposa prima dell’inizio di una nuova frenetica settimana.

Ci lasciamo il Gherkin alle spalle proseguendo la nostra passeggiata per la City deserta e silenziosa e poco dopo arriviamo davanti a un altro luogo che compare nella prima serie di Sherlock BBC, e che riconosciamo subito: l’Aon Centre, grattacielo di acciaio e vetro al quale si accede tramite scale mobili esterne luccicanti e un po’ spaziali che somigliano a lunghi nastri di accesso a una navicella aliena, usate dal nostro duo di investigatori preferiti per andare a indagare sul mistero del banchiere cieco.

Ultramoderne e bellissime, testimoniano l’incredibile evoluzione di questa metropoli che in poco più di un secolo è passata dai fiochi lampioni a gas immersi nella nebbia notturna a soluzioni architettoniche ardite tra le più originali d’Europa.

Rientriamo verso North Gower Street via Tube, stanchi e soddisfatti di tutto quello che ci ha regalato questa lunga giornata di pellegrinaggio urbano. La luce è ancora accesa alla finestra del 221B. Nel buio della sera pare di sentire il delicato suono di un violino filtrare dalle tende, ad ascoltare bene.

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