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Mercoledì 1 gennaio: Dachau – Alte Pinakothek – Neue Pinakothek

16 giugno, 2014 in Viaggi. Commenti: nessuno

Ed eccoci nel 2014. Dopo lo spettacolo dei fuochi d’artificio a cui abbiamo assistito per oltre un’ora dalla nostra finestra, ieri sera, stamani ci alziamo un po’ più tardi, come tutta la città. Facciamo la prima colazione dell’anno in una lounge affollata e assonnata, quindi scendiamo in garage a prendere la macchina diretti verso la prima meta di oggi: Dachau. Non potevo venire qua e non andarci. Il mio primo viaggio in Germania doveva necessariamente comprendere una visita a un luogo come questo, o non avrebbe avuto senso neppure partire. Ci si arriva in neanche mezz’ora seguendo i cartelli stradali, che però non parlano mai chiaramente del Campo, solo del paese dove sorge un antico castello. Avevo letto della scarsa segnaletica al riguardo e ho preso informazioni: si deve seguire l’indicazione “KZ Gedenkstätte Dachau”. Quello è il luogo esatto dove siamo diretti in questa prima mattina del nuovo anno, silenziosa, fredda, e bianca come un fantasma.

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C’è un grande parcheggio vicino all’ingresso del centro visitatori e resto sorpresa di vedere che già diverse auto sono arrivate fin qua in questo giorno così particolare. Credevo che non lo avrebbero scelto in molti come prima meta dell’anno, ma evidentemente mi sbagliavo. Devo controllare l’emozione, che comincia a farsi sentire con una certa intensità: alla fine ci siamo, stiamo per entrare e vedere con i nostri occhi quello che è accaduto qui. Cerco di restare calma, non voglio cedere e scappare di fronte all’orrore. Voglio provare a vedere tutto invece, a camminare attraverso i resti dell’inferno che questo posto è stato per oltre duecentomila innocenti, e toccare con mano una delle cicatrici più orribili della storia dell’Uomo moderno. Non per provare qualcosa a me, ma per rispetto di tutti coloro che qui hanno terminato il loro viaggio nella maniera più folle che sia mai stata concepita.
Siamo qui per testimoniare che non sono stati dimenticati. Perché finché resterà la Memoria loro saranno vivi, e la loro lezione non sarà andata perduta.
E’ l’unica cosa che ci hanno chiesto. L’unica che ormai possiamo fare.

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L’ingresso è gratuito, ma si può prendere un’audio guida a 3,50€ con la quale seguire tutto il percorso di visita. Prendiamo le nostre, e ci avviamo.
Una mappa esposta fuori dall’ingresso disegna il Campo in tutta la sua assurda planimetria, dettagliandone ogni singola area in base allo scopo per il quale fu metodicamente progettata. Più che la pianta di un complesso di prigionia sembra la mappa di un villaggio, un paese intero con edifici e strade, zone di lavoro e zone di detenzione, aree di attività e luoghi di morte. Un assurdo micro-mondo ricostruito in ogni dettaglio, ritagliato via dal mondo reale.

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Dachau fu il primo campo di detenzione e lavoro costruito dai tedeschi e divenne poi il modello di campo di sterminio per tutti quelli che furono costruiti in seguito in Germania e in molti altri paesi d’Europa. Ci si dedicarono con cura meticolosa.
Vi si accede attraverso il Jourhaus, l’edificio di guardia principale con la torretta e l’arco d’ingresso chiuso dal tristemente famoso cancello di ferro, rimasto ancora oggi esattamente com’era e dov’era nel marzo del 1933, quando le porte del Campo cominciarono a spalancarsi per inghiottire migliaia di prigionieri catturati dalle SS in tutta Europa.

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Non ci sono le parole per dire che esperienza è questa. Che cosa si prova ad attraversare quel cancello di ferro che per decine di migliaia di persone fu l’ingresso per l’inferno, l’estremo confine della realtà conosciuta, l’ultima trasparente menzogna. Quella porta che, chiudendosi, tagliò fuori tutti coloro che rimasero dentro dal novero degli esseri umani.

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Una delle prime cose di cui ci si rende conto è la dimensione reale di ciò che ad un tratto abbiamo di fronte. Il Campo è grande. Molto grande. Il primo impatto suscita una sensazione di smarrimento, e di assenza.

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Il piazzale dell’adunata è immenso, e silenzioso. Ci sono persone in giro, visitatori che camminano lenti da un edificio all’altro, ma la sensazione prevalente è che quello sia uno spazio completamente vuoto. Non c’è più nulla, qui.

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Una traccia di quello che c’è stato ce la illustra il Memoriale Internazionale, composto di diversi monumenti creati da artisti sopravvissuti al Campo che con la loro opera hanno voluto testimoniare l’orrore vissuto. La prima parte è costituita da un muro basso e lungo coperto di scritte in molte lingue, che sottolineano l’importanza della Pace tra i popoli. Più avanti lungo un vialetto troviamo una scultura in rilievo fatta di triangoli colorati uniti da grosse catene, simbolo delle stelle di vario colore che i prigionieri erano costretti a indossare sui loro abiti per permettere un’identificazione immediata del loro “reato”.

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In fondo, lungo un marciapiede in discesa che porta verso il punto più basso del campo, sia fisico che metaforico, si erge la grande scultura commemorativa di Nandor Glid in cemento e ferro, che rappresenta una sintesi esatta del Campo, con pali di recinzione, filo spinato, fossati, e sagome umane consunte e nere che si gettano verso la morte in un ultimo gesto di muta disperazione. Un’immagine potente e drammatica, carica di dolore ma anche di pietà. Non c’è spettacolarizzazione, non c’è accusa diretta né autocommiserazione, in quest’opera. Solo verità, necessità di testimoniare. Volontà di rivelare almeno una parte di quello che, chi non era qui, non potrà mai comprendere del tutto.

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Nell’ultima parte del Memoriale troviamo l’urna di pietra che contiene le ceneri del prigioniero sconosciuto, simbolo di tutti i prigionieri uccisi e cremati a Dachau, e il muro con le parole MAI PIU’ scritte nelle principali lingue europee. L’ultima riga, è in Yiddish.

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Tutto intorno, riconosciamo la sagoma terribile della rete di recinzione fatta di filo spinato elettrificato, con le torrette di muratura dalle quali i soldati di guardia sparavano a vista a chiunque si avvicinasse a meno di 2 metri dalla rete. Ci sono le lampade, i pali di cemento, il fossato, le sbarre mobili per il passaggio dei soldati e delle colonne di prigionieri spostate ogni giorno verso i luoghi dei lavori forzati. E’ tutto esattamente come lo conosciamo dai racconti dei sopravvissuti e dalle fotografie del tempo. Ogni cosa è così esattamente al suo posto da sembrare il set di un film abbandonato dopo le riprese. Solo che questo non è un film. Quella che abbiamo di fronte è la vera recinzione che 80 anni fa segnò il confine tra mondo reale e inferno per decine di migliaia di innocenti. Per molti, che non riuscirono a sopportare l’assurdo intollerabile di questo luogo, fu fisicamente il limite ultimo della vita.

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Non ci sono più le guardie sulle torrette, adesso, e ci possiamo avvicinare quanto vogliamo a quella rete spettrale che ha cambiato per sempre la percezione globale del comune filo spinato. Eppure, non riusciamo ad allungare la mano per toccarla.

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Alle spalle del monumento di Nandor Glid c’è l’Edificio di Manutenzione, che oggi è diventato il Museo dove sono state ricostruite la storia e l’evoluzione del Campo, con la sua dettagliatissima organizzazione interna.

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Qui si possono ancora visitare le stanze di arrivo dove i prigionieri ammassati come animali dovevano spogliarsi nudi e lasciare tutti i loro beni. In queste sale contigue venivano meticolosamente registrati dai militari delle SS e poi fatti lavare, rasati, tatuati col famigerato numero, ed infine forniti dei pochi oggetti in dotazione e delle tristi divise a strisce, cenciose e sottili, completamente inadeguate al clima rigido di questa zona. Un senso di assurdo aleggia in queste stanze vuote e silenziose, mentre i visitatori che sono con noi si guardano intorno con aria incredula. E’ accaduto tutto davvero, qui, dove passeggiamo noi adesso.

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Le sale del museo hanno ancora la disposizione originale, e gli allestimenti esposti seguono cronologicamente la storia del Campo stesso. In queste stanze sono state raccolte le testimonianze di parte di coloro che sono passati di qui e che non ne sono mai più usciti. Oggetti, divise, suppellettili quotidiane, libri, documenti, foto. Gigantografie appese ovunque, dalle quali occhi muti e scuri raccontano storie di intere famiglie, di gruppi, di etnie, tutti diversi e tutti accomunati dalla stessa terribile sorte. La voce dell’audio guida ricostruisce storia per storia con esattezza, mentre passiamo davanti a grandi pannelli dai quali ci fissano volti scavati e sofferenti, gruppi di uomini macilenti e infreddoliti, donne rasate vestite di abiti informi, visi di bambini in cui spiccano solo occhi immensi, incapaci di comprendere. Le loro storie sono tutte diverse, eppure loro sembrano ormai tutti uguali, tutti ugualmente affamati, terrorizzati, inerti. Privati di qualunque dignità, di qualunque volontà, di ogni traccia residua di umanità. Totalmente spersonalizzati. Eppure, basta fermarsi un momento a guardare dentro quegli occhi muti che ci fissano dal passato, per rendersi conto di non aver mai incrociato sguardi così profondamente e completamente umani.

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Il museo è la tappa più lunga di questo percorso nel passato, quella che ci da la dimensione reale dell’immensità di questa tragedia. Lì comprendi che non avere nessuna risposta di fronte a quegli occhi è la cosa più difficile con la quale hai a che fare quando sei qui. Con la quale dovrai avere a che fare per tutto il resto del tempo.
In alcune sale quello che c’è da sentire e da vedere è troppo, non ce la posso fare. Spengo la voce e proseguo in silenzio. Non c’è bisogno di molte parole, in certi casi.

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Accanto al museo si trova il blocco delle prigioni, detto Bunker, una struttura composta di minuscole celle nelle quali venivano rinchiusi e torturati i prigionieri speciali, i ribelli, i religiosi, o quelli che potevano rappresentare un pericolo secondo le guardie. Questo è davvero qualcosa a cui non avrei mai pensato, e che ben rappresenta il livello di incredibile follia raggiunta qui: un carcere all’interno di un campo di prigionia.

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Attraversiamo l’immenso piazzale dell’adunata, vuoto e gelido, e ci dirigiamo verso lo spazio nel quale sorgevano gli alloggi dei prigionieri, le famose baracche di legno, che furono costruite da loro stessi secondo regole e indicazioni dettagliatissime. Oggi sono visibili solo 2 edifici di legno, che però non sono originali. Il Campo venne quasi raso al suolo nelle settimane precedenti la liberazione nel tentativo maldestro di cancellare le tracce dell’orrore, e nulla era rimasto di quelle due file da 17 baracche ciascuna la cui costruzione costò la vita a molti prigionieri della prima ora. In seguito ne sono state ricostruite due esattamente com’erano, sulle fondamenta originali, seguendo le indicazioni ritrovate nei registri e, soprattutto, le testimonianze dei sopravvissuti.

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Le stanze lunghe e strette, le file dei letti a castello di legno con i giacigli di paglia, gli armadietti, i tavoli con i miseri sgabelli, le finestre piccole e buie, tutto da tenere perfettamente ordinato e immacolato. Entrare dentro fa paura, fa sentire immediatamente prigionieri, viene voglia di uscire in fretta.

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Poi guardi il piazzale fuori dalla finestra, gelido e desolato come un deserto di morte, e non sai più se sia peggio stare dentro o uscire fuori.

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Una delle più famigerate tra le 34 baracche distrutte, posizionata nella fila di destra lungo il viale di pioppi, era quella adibita a ospedale e laboratorio medico sperimentale, genericamente indicata sulla mappa come Infermeria. Un altro nome falso, un’altra parola completamente snaturata nel suo significato primario, in questo luogo dove la realtà si disperse e la ragione si frantumò in schegge di follia. In quella baracca, di cui resta solo una traccia sul suolo scuro e ghiacciato, furono perpetrate alcune delle atrocità più innominabili e vergognose del XX secolo. Non ci sono abbastanza fiori, sulla Terra, per alleviare quel dolore.

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Percorriamo il viale alberato fino in fondo, nell’aria fredda e immobile che fa scricchiolare la ghiaia, e raggiungiamo una zona diversa, sistemata solo molti anni dopo la Liberazione. Qui, per ricordare e onorare le vittime di questa tragedia, dal 1960 in poi sono state costruite 5 strutture in rappresentanza delle diverse religioni professate dai prigionieri. Visitiamo la cappella cattolica, il convento dei Carmelitani, la chiesa protestante, la cappella russo-ortodossa e il memoriale ebraico. Edifici simbolici innalzati per ricordare coloro che qui incontrarono la morte, e per i quali nessuna preghiera, in quei giorni, valse la salvezza. Un tentativo postumo di riportare Dio dentro a questo luogo inghiottito dalle tenebre.

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Le piccole chiese sono belle, e commoventi; si ha la netta sensazione che la loro presenza qui, per quanto tardiva, sia necessaria. Sorgono in una zona ampia, proprio dalla parte opposta del Museo, lungo l’asse verticale del viale che divideva simmetricamente le file delle baracche, come a tentare di riequilibrare in qualche modo il buio di quell’orrore con lo splendore della luce divina. Eppure si sente che sono diverse, come più leggere, e nuove, non integrate al resto del Campo. Sono arrivate dopo, quando tutto era già stato.
Più che sollievo, suscitano pietà, voglia di riflessione, ammonimento.

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Dopo i memoriali religiosi, forse non a caso, l’itinerario tocca l’ultimo punto del percorso previsto, il più difficile da affrontare. La Baracca X.
Costruita in una zona fuori mano, seminascosta nella parte posteriore del Campo, vietata di fatto anche alla maggior parte di quei prigionieri che non furono obbligati a lavorarci, era la costruzione che comprendeva la sequenza di ambienti più atroce che sia stato possibile immaginare in questo luogo già infernale, l’orrore degli orrori: lo spogliatoio, la camera a gas e i forni crematori. Se ciò che abbiamo visto finora, per quanto brutale, poteva essere in qualche modo classificabile dalla nostra mente come l’atrocità tipica di un regime di prigionia particolarmente duro, quello che abbiamo di fronte adesso traghetta questo luogo direttamente nell’abisso del disumano. Qui, davanti a qualcosa di tangibile che è difficile da concepire perfino in maniera astratta, come per uno strano effetto di ribaltamento della realtà tutto diventa surreale, e incredibile. L’assurdo si espande e si ingigantisce a tal punto che il cervello fatica a misurarne i confini, e a incasellarlo nella sezione realtà. Non credi a quello che vedi, letteralmente. Non può essere vero. Invece lo è.

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Quest’ultima parte della visita è la più dura. Bisogna cercare di guardare senza sentire. E non è facile. Perché qui tutto parla. Interroga. Grida. Un grido muto e immobile, infinito, che ti arriva dritto dentro al cuore. Come è stato possibile, questo?
Lo attraversiamo come fantasmi, in silenzio, con la sensazione di non riuscire a far stare tutto dentro agli occhi. Ma anche consapevoli che quello che vediamo noi oggi non è altro che una sottile ombra. L’orma scura lasciata sul terreno dal passaggio della Storia. Misurare l’enormità della prova che quegli uomini e quelle donne furono costretti ad affrontare ridimensiona il nostro compito di viaggiatori nella Memoria, e ci restituisce il coraggio di continuare, e di fare quello che siamo venuti a fare: conoscere, per non dimenticare.

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E così sarà. Non potrò dimenticare nulla di quello che ho visto qui, ma più di tutto ricorderò: il gelo, che copriva di un bianco opaco tutto quanto, alberi, edifici, viali, recinzioni, perfino l’aria scricchiolava di ghiaccio. Il silenzio, che stagnava nell’aria fredda nonostante un numero notevole di visitatori che continuavano ad arrivare. Il vuoto, che era dappertutto in questo spazio enorme così esattamente progettato, così follemente organizzato, così irreparabilmente segnato dall’assenza. Qui c’è stato qualcosa che ora non c’è più. Ci sono stati esseri umani di cui non resta più nulla, neppure lo spirito. Rimane solo la Memoria.

1.23

Ecco perché si viene fin qui.
Per salvarli. Per portarli per sempre via insieme a noi, quando attraversiamo nuovamente quel cancello maledetto che osa sporcare con la sua bieca menzogna la parola più importante di tutte – Libertà – e torniamo nel mondo reale, lasciando l’inferno al passato a cui appartiene.

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Guidiamo lentamente fino all’hotel, per smaltire le forti emozioni accumulate e tornare gradualmente al presente. Questa visita ha lasciato un segno dentro di noi, una piccola cicatrice che ritroveremo intatta ogni volta che torneremo a sfiorarla col dito.
Dopo tutto, è questo il compito di un viaggio. Anche di un viaggio nella Memoria.

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Lasciamo l’auto in garage e prendiamo la U-bahn per raggiungere il centro. Timbriamo il ticket valido 3 giorni e scendiamo a Theresienstrasse, dove si trovano le pinacoteche che vogliamo visitare oggi. Ci accorgiamo che in effetti è abbastanza tardi, perché la visita del Campo è durata più del previsto, ma ce la possiamo fare.Dopo tanto orrore, abbiamo bisogno di ammirare un po’ di vera bellezza, di avere una prova che ci sono stati anche uomini capaci di cose straordinarie, oltre ai mostri.
Facciamo il biglietto combinato per l’ingresso a 2 musei in un giorno e cominciamo con la Alte Pinakothek, la Pinacoteca Vecchia,  dove sono conservate opere dal Medioevo all’Ottocento circa. Non è enorme, ha solo due piani, ma l’edificio è notevole, e anche la collezione è di quelle davvero preziose. Tra le tante meraviglie ammirate, tre opere su tutte resteranno nella mia memoria per sempre: Giotto, con una presella di legno sulla quale è raffigurata un’Ultima Cena simile a quella della Cappella degli Scrovegni , un piccolo gioiello. I colori, le forme, la composizione, la vivacità, l’emozione, ogni volta si guarda Giotto con lo stesso stupore, e non si finisce mai di chiedersi dove riuscisse a trovare quella grazia assoluta.

G

L’Autoritratto come Cristo di Dürer, bellissimo! Scuro, misterioso, con lo sguardo vivo e la mano destra in luce, a enfatizzare gli strumenti primari del pittore, ma anche un volto intenso, simbolico, i capelli lunghi sulle spalle, la veste ricca perfettamente dettagliata. Uno degli autoritratti più affascinanti che abbia mai visto.

1.26

La Sacra Famiglia Canigiani di Raffaello, una tavola magnifica in cui la Sacra Famiglia al completo è raffigurata in un’atmosfera informale, dolce, piena di affetto e di unità grazie a un perfetto gioco di sguardi, e dove, ancora una volta, su tutto domina la bellezza di una delle incomparabili Madonne di Raffaello, così sacre e vive allo stesso tempo.

R

Oltre a questa, tutta la sala italiana ospita opere di assoluto rilievo, con Guido Reni, Tintoretto, Lippi, Botticelli, Ghirlandaio, Veronese, c’è perfino una Madonna con Bambino del giovane Leonardo. E tra i non italiani, tanto Rubens, alcuni straordinari ritratti di Rembrandt, e due meraviglie di Pieter Bruegel per il quale ho un debole personale.
In una sala dedicata all’arte francese, il Compianto sul Cristo morto di Poussin ci mette davanti agli occhi il corpo grigio e scarno di un Innocente disteso a terra, nudo, martoriato, posato tra le braccia di donne disperate e impotenti davanti all’accaduto. Non c’è immagine più esatta e universale di questa, per dire il dolore di Dachau.

P

Attraversiamo il prato ed entriamo nel palazzo di fronte, la Neue Pinakothek, dove possiamo girare con più calma visto che il mercoledì chiude alle 20. Qui la collezione va dal Settecento al Novecento, è esposta tutta su un unico piano, e comprende pezzi di notevole interesse. David, Canova, Böcklin e i romantici tedeschi, e poi gli Impressionisti con Monet, Pissarro, Sisley, Seurat, oltre a opere di Manet, Gauguin, Klimt. Uno o due pezzi di ognuno, a volte tre, poca roba ma buona. Anche qui, alcuni quadri su tutti: Monet con il Ponte ad Argenteuil, la struttura fantastica di metallo e pietra, le barche, l’acqua e il cielo che ci si specchia dentro, l’immagine un po’ sfumata, vaga, e quella incredibile sensazione di aria fresca, come se pittura en plein air volesse dire che ti doveva sembrare proprio di respirarla, l’aria fresca, quando guardavi il quadro.

E

Cézanne, o la geometria applicata alla frutta. Natura morta con comò lascia a bocca aperta, una meraviglia. La composizione è originale, il punto di vista rialzato stupisce, l’equilibrio dei colori tra oggetti e frutti incanta, il tratto è quello inconfondibile del Maestro. Lo sfondo è spezzato e contrastato nelle cromie, e il comò diventa co-protagonista di una delle nature morte più vive che mi sia capitato di vedere.

E

Manet, con la sua seconda colazione più famosa dopo quella sull’erba, la Colazione nell’atelier. Uno splendore. Un ambiente piuttosto tradizionale, una luce uniforme, tre personaggi misteriosi che si ignorano l’un l’altro in questa stanza dove il pranzo è appena terminato e ognuno rincorre i propri pensieri incurante degli altri. Dettagli insoliti uniti a elementi classici creano un’atmosfera dal fascino unico: armi e corazze lucenti posate su una sedia, porcellane e vetri sparsi sulla tovaglia, bianca del bianco di Manet, il suo colore fondamentale, una buccia di limone arricciolata alla maniera dei fiamminghi, una cameriera fatta solo di grigi che sembra di metallo come la caffettiera che porta in mano, ma diversa dal grigio della nuvola di fumo che sale dalla sigaretta e da quello della parete che delimita lo sfondo. Al centro, Leon, il figliastro di Manet (suo fratello? mistère…), un giovanotto bellissimo e altero, elegante, appoggiato con noncuranza alla tavola apparecchiata, la mano in tasca, lo sguardo altrove, la posa ardita. Ma questo ritratto non ha niente di tradizionale, l’inquadratura originale tagliata all’altezza delle gambe lo rivela immediatamente. Leon è giovane, e moderno: è la nuova borghesia, la nuova società, il nuovo mondo che sta spodestando quello vecchio. Indossa una giacca di velluto nero, ha vicino un gatto nero, forse lo stesso della bella Olympia, ed entrambi sono di un nero totale, l’altro colore caratteristico di Manet insieme al bianco, quello che lo allontana dai canoni Impressionisti facendo di lui un artista atipico e unico. Due non-colori difficilissimi da usare eppure sempre perfetti nelle sue opere, ispirati ai maestri spagnoli ma utilizzati in maniera personale, capaci di esprimere con largo anticipo la sensibilità dell’artista moderno e contemporaneo. Un’opera bellissima.

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E poi, Van Gogh. Il più stupefacente di tutti. Con una delle sue incredibili versioni dei girasoli, ma soprattutto una Campagna presso Auvers in cui un cielo carico di grosse nuvole riflette le sue infinite sfumature di turchese su tutta la campagna tingendo tutto quello che incontra, coltivazioni, alberi, sentieri, case, e in cui l’immenso campo di grano in primo piano si trasforma in un inquieto mare fatto di onde in eterno movimento. Una marea azzurra in cui ci si perde completamente in un attimo.

E

Infine, la Veduta di Arles, quella con gli alberi blu in primo piano. Un’opera straordinaria, unica per forza espressiva e originalità. Un punto di vista insolito e sorprendente, che rivela la capacità di questo artista eccezionale di spiare la natura, osservarla, ascoltarla, e comprendere il suo arcano messaggio. Chiuso nella sua prigione, che fosse il manicomio, la povertà o la solitudine non ha importanza, attraverso le sbarre verticali della sua gabbia trasformate in tronchi d’albero blu, Vincent osserva il mondo esterno, e lo legge a modo suo, lo colora a suo piacimento, ne decifra segreti che solo lui riesce ad afferrare. Lo vede, ma non sempre gli è dato di raggiungerlo, di viverlo fino in fondo. Allora, lo dipinge.
Tra tutte le opere ammirate stasera in queste due bellissime pinacoteche, questa è quella che vorrei portarmi a casa. L’ultima forte emozione di questa prima giornata dell’anno, cominciato in maniera decisamente intensa.

E

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Caravaggio

5 giugno, 2010 in Arte. Commenti: 4

Ho fatto più di 350 km e la fila più lunga della mia vita per vedere questa mostra, e ne avrei fatti il doppio pur di non perdermela. In occasione dei 400 anni dalla morte, per la prima volta 30 Caravaggio sono stati raccolti in un’unica esposizione e sono stati messi in fila uno dopo l’altro a disposizione di tutti quei visitatori che fino al 13 giugno avranno voglia di recarsi alle Scuderie del Quirinale per ammirarli. Nel momento stesso in cui ho letto la notizia di questo allestimento senza precedenti ho saputo che ci sarei andata, che sarei stata uno degli innumerevoli appassionati del pittore della luce ad accorrere a Roma per non perdere l’occasione unica di assistere ad un evento irripetibile, uno di quelli per cui un giorno potrò dire “io c’ero”, e dirlo con nella voce l’eco di un’emozione indimenticabile. Che poi questo viaggio mi abbia regalato un intero fine settimana di aprile pieno di bellezza e divertimento e ore spensierate passate insieme ad alcuni dei miei familiari più cari è stato solo un surplus, un omaggio graditissimo del pacchetto tutto compreso di una piccola vacanza che mi resterà nel cuore. Perché Roma è Roma e anche se ci sei stata mille volte non finisce mai di stupirti, ma se alla meraviglia della città unisci il piacere della compagnia giusta, allora il cocktail diventa perfetto, e una mostra unica come questa non è altro che la ciliegina sulla torta. Una delizia che ci siamo dovuti guadagnare comunque, mettendoci pazientemente in fila verso mezzogiorno per varcare la soglia delle Scuderie solo intorno alle quattro del pomeriggio, fisicamente stanchissimi ma con l’entusiasmo alle stelle per essere finalmente a un passo dalla nostra agognata meta. Siamo stati ripagati subito di tutta la nostra fatica non appena abbiamo messo piede nella prima sala, dove, nella semioscurità dell’ambiente, ci siamo trovati di fronte alla prima straordinaria opera, la famosa “Canestra di frutta”,

arrivata per l’occasione dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano da dove non si era mai spostata. Ora, io non sono particolarmente amante delle nature morte, non sono il mio tema preferito direi, forse perché mi lasciano sempre addosso come una specie di tristezza, un senso di solitudine e silenzio che, senza arrivare a diventare dolore, mi suscita una malinconia profonda. Ma quando mi sono ritrovata davanti a questo dipinto, che è probabilmente la natura morta più famosa della storia della pittura, sono rimasta letteralmente folgorata dalla sua straordinaria bellezza. Eppure avevo ben chiaro l’effetto di potente meraviglia che le opere di questo pittore sanno suscitare – ero lì proprio per quello – ma evidentemente non ero preparata a quello che mi sono ritrovata davanti agli occhi. Un miracolo. Una visione. Uno sfondo fatto solo di delicatissima luce dorata, un piano d’appoggio appena visibile, e sul nulla di quella linea illusoria come un orizzonte, il più straordinario cesto di frutta che abbia mai visto. Uva, fichi, mele, limoni, forme perfette al punto da sembrare vere con tanto di foglie accartocciate, ombre, ammaccature e gocce di rugiada fresca. Tutta la Natura più simbolica raccolta e mostrata nel momento del suo massimo splendore, in bilico su quel limite estremo che divide la maturità perfetta dall’inizio della decadenza, che poi è la sintesi ideale della sua Bellezza. E a contenere tutta questa perfezione, raffigurata nella maniera più realistica mai raggiunta, la fiscella, il piccolo canestro di vimini intrecciato protagonista dell’immagine al pari della frutta, talmente esatto e reale che pare di poterlo toccare. Anzi pare proprio di doverlo toccare, di dover allungare la mano e spingerlo un po’ indietro per evitare che cada, così sbilanciato oltre il bordo del tavolo. Un trucchetto da niente eppure geniale, per dare vita a un tipo di rappresentazione che è quella dell’immobilità per eccellenza, tanto da essere “morta” per definizione. Assolutamente meraviglioso. Comunque, quello che incanta di più in tutta quella bellezza è l’incredibile potere della luce che domina la tela, una luce diffusa e intensa che pare emanare dai frutti stessi, dal cesto, e dallo sfondo dorato, infinito luminoso che contiene tutto ciò che esiste. Bisogna assolutamente vederla dal vivo per capire la straordinarietà di quest’opera, perché non c’è mezzo tecnico capace di rendere questa luminosità, questi colori, questa incredibile definizione. E’ magia questa, e bisogna guardarla con i propri occhi per lasciarsi sommergere da tutta questa dilagante meraviglia. Da lì in avanti, la mostra non è altro che uno straordinario percorso nella luce che risplende nella semioscurità delle sale, affollate di gente incantata. Poco più avanti rincontro, dopo moltissimi anni, lo straordinario gruppo de “I Musici”

che avevo visto per la prima volta al MET di New York, un’opera dove la giovinezza e la bellezza sono così evidenti da essere protagoniste assolute, capaci di illuminare le carni candide, i volti rosei, le labbra dischiuse, i tessuti morbidamente drappeggiati intorno ai corpi di questi musicisti tutti dediti alla loro arte. E lì accanto, in una specie di ideale composizione doppia, vedo finalmente per la prima volta il meraviglioso “Suonatore di liuto”,

un ragazzo dalla bellezza straordinaria che suona l’antico strumento a corde per accompagnare il suo canto. Vicino a lui ancora frutti perfetti, strumenti musicali, spartiti, e un grande mazzo di fiori infilati in una bottiglia di vetro sulla quale si intravede il riflesso della finestra dalla quale arriva il raggio di luce che illumina tutta la scena. Sensualità seducente in equilibrio con la più esatta geometria. Incantevole. Sulla parete opposta alza il suo calice il Bacco degli Uffizi,

una vecchia conoscenza, con quella fantastica corona di foglie di vite dei colori dell’autunno e la splendida coppa rinascimentale piena di vino rosso, tanto esplicitamente invitante che lì per lì ti confonde, e non sai più se è il Dio del vino o quello dell’amore a chiamarti. Il percorso prosegue nel buio interrotto soltanto dalle luci direzionali che inquadrano le opere appese, che sono sistemate benissimo, alla giusta altezza e giusta distanza le une dalle altre e avvicinabili a sufficienza per poterne godere al massimo, ma nonostante questo l’allarme spaziale suona spessissimo nella sala. Perché anche se Caravaggio aveva questa bella abitudine di dipingere tele di dimensioni notevoli, da grandi a molto grandi in effetti, e nonostante le installazioni siano ottime e perfettamente fruibili per il pubblico, non si riesce a fare a meno di avvicinarsi, di sporgersi verso quelle immagini così vivide da sembrare scene reali che stanno accadendo adesso al di là del riquadro della cornice, e viene da accostarsi al massimo per cercare di scoprire il segreto di tanta perfetta illusione. Altro che cinema in 3D… Poco più avanti mi trovo finalmente di fronte ad uno dei pezzi migliori di tutto il piano terra, un’opera che non avevo ancora mai visto se non nei libri, ed è inevitabilmente un’altra rivelazione. Direttamente dai Musei Vaticani, di solito restii a prestare i loro grandi capolavori, “La Deposizione”

risplende davanti a me come un faro, un’illuminazione, una visione. La scena è drammatica e potente, ogni personaggio interpreta un’emozione diversa e tutti insieme creano il quadro perfetto e vivido di un evento cruciale. C’è la disperazione giovane e assolutamente spaventata di Maria di Cleofa, il dolore straziante che piega la testa e fa chiudere gli occhi alla Maddalena, bella come un gioiello, la sofferenza impietrita degli occhi di Maria, la madre alla quale conoscere quel destino fin dall’inizio non serve a nulla adesso, e la pietà devota dei discepoli Giovanni e Niccodemo che fanno quello che si deve fare, e lo fanno nel modo più misericordioso e doloroso mai rappresentato, così fisicamente potenti e veri da sembrare scolpiti più che ritratti. Questo è il momento più tragico della storia dell’Uomo, il destino annunciato si è compiuto, Cristo è morto e viene sepolto da coloro che più lo hanno amato mentre tutto intorno è il buio. Mi viene in mente una definizione che avevo letto in un libro riguardo ad un’altra deposizione bellissima e mi pare che calzi perfettamente anche qui: “mai un Dio è stato meno Dio”. E’ esattamente così, questo è il corpo esangue di un uomo morto che nulla ha più di divino, questo è il momento finale in cui la divinità del Cristo si è dovuta completamente annullare per poter donare la Salvezza all’Umanità. Eppure, l’unica vera luce di tutto il quadro viene da lì, da quel corpo vuoto, col braccio forte e abbandonato omaggio al Cristo del più grande dei Maestri, una luce che già sa di miracolo, quella della Grazia che sconfigge la Tenebra. E lì in mezzo, protagonista silenziosa tra gli altri attori della scena, l’immagine che forse più di tutto il resto testimonia la grandezza e la genialità di questo artista, la pietra sepolcrale, la lastra squadrata messa di traverso in modo da puntare il suo spigolo direttamente verso l’osservatore, dritta e inesorabile come una freccia, a ricordare che Cristo è la pietra angolare del mondo, e che quello che ora appare morto diventerà l’unica Speranza sulla quale poserà il destino dell’Umanità intera. Drammatico, potente, stupefacente. Questa grande tela racconta una verità universale che va al di là di qualunque fede, che è quella della grandezza dello Spirito dell’Uomo capace di manifestarsi in maniera spettacolare nell’Arte e nella Bellezza. Ma la fine della meraviglia è ancora parecchio lontana, oggi… Non si fa in tempo a riprendersi da una visione che subito un’altra prende il suo posto, a risvegliare nuove emozioni. E’ la volta della “Flagellazione di Cristo”,

altra tela molto grande dalla composizione essenziale in cui, ancora una volta, la scena drammatica di Cristo legato alla colonna e torturato dai suoi aguzzini suscita commozione e dolore per il realismo estremo della rappresentazione, ma ha anche il potere evidente di donare Speranza attraverso la magia della luce, ancora protagonista. Un’illuminazione che è quasi cinematografica, dove la colonna della tortura sembra in realtà fatta anch’essa di luce, un fascio potente al centro della scena che scende dall’alto come un riflettore ad illuminare la figura di Cristo, ferito, umiliato, piegato, con gli occhi chiusi e la fronte insanguinata per le sevizie subite. Eppure quel corpo ferito è l’unico intatto, e la luce sembra avvolgerlo in pieno e quasi emanare fuori da lui, verso le tenebre che dominano tutto intorno, e da quel corpo splendente riesce ad illuminare in parte anche i volti malvagi degli aguzzini, come ad anticipare che il suo sacrificio salverà dalle tenebre tutti gli Uomini, compresi i peccatori più oscuri. Straordinaria è la potenza del dramma che si compie in questa scena, dove in realtà il protagonista è immobile, e l’oscurità domina i tre quarti della rappresentazione. Diverso è l’effetto che fa la visione di “Giuditta e Oloferne”,

dove tutto è così veloce e animato da sembrare quasi un film. Giuditta brandisce la spada e, con la bocca aperta a invocare dal cielo il coraggio di portare a termine il suo piano, la cala con tutte le sue forze sul collo di Oloferne addormentato e mezzo stordito dal vino, che proprio in quel momento si sveglia spalancando gli occhi e gridando per la sorpresa e il terrore, mentre il sangue comincia a uscirgli a fiotti dalla ferita mortale alla gola. Accade tutto in un attimo, i muscoli si tendono, gli occhi si rovesciano, il grido è spezzato dalla lama che lo trapassa lacerando la carne. Oloferne è ritratto nei suoi ultimissimi istanti di vita, quando non è ancora morto ma la sua vita non è altro che un ultimo spasmo di terrore. Opposta alla sua agitazione scomposta è l’immobilità attenta della vecchia serva, che attende muta la fine di tutto per raccogliere nel sacco la testa decapitata da Giuditta. Una Giuditta bellissima, che anche in un momento topico come questo in cui è chiamata dal destino a compiere un gesto di grandissima violenza, riesce a risplendere nell’oscurità. Da lei emanano grazia femminile e forza, finezza e coraggio, risoluzione e raccapriccio. Il suo volto è ritratto con la fronte accigliata, la bocca dischiusa, lo sguardo fisso sull’orrore che si sta compiendo, eppure nessun dettaglio è trascurato, neppure i più piccoli, dall’acconciatura raccolta cui sfuggono dei riccioli ribelli ai meravigliosi orecchini di perle a goccia. Quanta bellezza, anche nella tragedia. Mentre sto lì a osservare quest’opera noto un gruppo di bambini tra i quattro e i cinque anni che siedono sul pavimento davanti alla grande tela, ascoltando l’insegnante che spiega i dettagli dell’episodio rappresentato. I bimbi sembrano incantati, fissano la scena drammatica a occhi spalancati ma non sembrano affatto spaventati, osservano, domandano, vogliono sapere perché la ragazza bella colpisce quell’uomo con la spada facendogli uscire il sangue, e se lui era cattivo e se lo meritava. Bisognerebbe rispondere che no, nessuno si merita una cosa del genere a prescindere da cosa ha fatto, bisognerebbe spiegare che quella è una storia molto antica che è accaduta in un tempo in cui le persone si comportavano in maniera diversa ma oggi il mondo è cambiato e nessuno può più agire così, e bisognerebbe sottolineare che anche se qui Giuditta è evidentemente ritratta come il personaggio positivo della scena, quello che sta facendo non va bene, non si fa e nessuno può avere il diritto di farlo a nessun altro. Però bisognerebbe anche che fosse vero. Invece no. Per questo, sono contenta di non dover rispondere a nessuna domanda per questa volta, e di poter continuare a guardarmi questa Giuditta nella maniera che preferisco. Una donna coraggiosa e libera che da vittima predestinata diventa carnefice del suo aguzzino, una donna capace di sottrarsi a un destino di violenza che è di troppe donne e con un unico gesto fare la giustizia di tutte. Perché mi piace l’idea che possa esistere una Giuditta per ogni Oloferne, almeno su una tela dipinta. Dal dramma cupo passo alla gioia pura in un niente, mi basta spostarmi di poco ed ecco davanti a me la luce allegra e calda di “Amor vincit omnia”,

dove un irresistibile amorino siede in bilico sul mondo in una posa maliziosamente divertita, consapevole di essere trionfatore assoluto su tutto il resto, dalla musica alla pittura, dall’architettura alla gloria delle armi. Tutte le Arti e le attività umane più alte sono citate, e tutte sono ai suoi piedi, inutili, vinte, vane come giochi abbandonati di bimbi di fronte al potere assoluto del richiamo di Amore. La posa esplicita, le carni morbide e luminose, il capo inclinato, le fossette sulle guance sorridenti, le labbra rosse come ciliegie, lo sguardo malizioso e innocente insieme, ogni minimo dettaglio fa di questo ragazzo l’immagine perfetta dell’amore sensuale e del suo immenso potere. E alla fine le sue ali, meravigliosamente grandi e piumate, sembrano quasi confondersi con lo sfondo scuro, mimetizzate, semplicemente decorative e basta, spalancate come un abbraccio semmai, ma assolutamente incapaci di togliere a questo giovane la forza fisica e reale della sua sensualità che poco ha di ideale o angelico. Anche questo Amorino non è altro che una rivelazione, e basta incrociare i suoi occhi scuri per pochi istanti per capire davvero come tutto, assolutamente tutto nella nostra vita, possa diventare diverso quando Amore ci sorride così. Poco più avanti ritrovo un’opera vista solo pochi mesi fa al KHM di Vienna, “L’incoronazione di spine”,

una tela bellissima dove la tristezza domina tutto, dove il silenzio sgomenta, e non si incontra lo sguardo di nessuno dei personaggi. Basso quello di Cristo che patisce il martirio sottomettendosi al suo destino, impegnato nelle loro azioni malvagie quello degli aguzzini, assente quello del soldato che presenzia alla scena di spalle, come noi che guardiamo con lui, e che come noi non comprende, non agisce, resta immobile nell’ombra mentre quello che doveva accadere accade. Cristo ha la testa china, il suo corpo nudo è avvolto da una veste rossa che preannuncia il dramma, il sangue già gli scende sul volto mentre i suoi torturatori vanno avanti nella loro opera, senza concitazione ma con determinazione. Tutto sembrerebbe definitivo, e finale. Invece, nell’apparente staticità della scena, un fascio di luce intensa cala dall’alto a illuminare tutti, testimonianza silenziosa e salvifica del potere Dio. E’ stato bello rivederla dopo così poco tempo, mi era piaciuta immediatamente quest’opera dalla composizione così particolare, con Cristo seduto, i personaggi inquadrati da vicino, e quello strano soldato nella sua uniforme lucente messo insieme a noi davanti a qualcosa che non è capace di comprendere pienamente, impotente e muto. Ottenere un grande effetto con pochissimi elementi essenziali e perfetti, questa è una delle cose che Caravaggio sa fare benissimo e che mi piacciono di più delle sue opere. E tra quelle che più riflettono questa caratteristica c’è sicuramente “La cena in Emmaus”,

quella della National Gallery di Londra (anche se qui è presente anche la versione conservata a Brera). Tela spettacolare, che ogni volta che la rivedo mi fa lo stesso effetto di sorpresa e rivelazione della prima volta. L’episodio è quello classico del vangelo di Luca, due apostoli che hanno fatto un pezzo di cammino con un viandante sconosciuto si fermano con lui a mangiare all’osteria in Emmaus, ed è solo nel momento in cui lui spezza il pane e lo benedice che loro lo riconoscono come Gesù risorto. Un momento chiave, una rivelazione fondamentale per ogni cristiano, rappresentata qui nell’attimo esatto in cui la Verità si svela. E la scena è decisamente all’altezza delle aspettative. Un Gesù dai lineamenti giovani e dolcissimi, lo sguardo abbassato sul tavolo al quale siede, benedice il pane con la mano destra alzata, rivelando con quel semplice gesto la sua vera identità agli occhi dei due apostoli presenti. Che restano stupiti, e di più, stupefatti e meravigliati da quella rivelazione clamorosa, tanto da non riuscire a controllare le proprie reazioni spontanee. Quello a sinistra, quasi di spalle all’osservatore, si alza di scatto dalla sedia spingendo in fuori il braccio piegato, con il gomito che sembra sul punto di uscire dalla tela per venirci incontro. L’altro seduto sulla destra, in abiti da pellegrino con tanto di conchiglia appuntata sul petto, spalanca le braccia per la sorpresa, creando una linea visiva che va dall’occhio dell’osservatore fino ad uno spazio indefinito dietro le spalle di Gesù, dando alla scena una profondità prospettica che non ci si aspetta da un ritratto ravvicinato di questo tipo. I gesti degli apostoli sono così repentini e inattesi che perfino l’oste, in piedi vicino a Gesù e ignaro della sua identità, intuisce cha sta accadendo qualcosa di grande e lo guarda con aria sorpresa, incapace di allontanarsi. Il tavolo è anch’esso protagonista, con tutto quello che c’è posato sopra: pane, vino, carne, e un’altra bellissima fiscella che contiene frutti altamente simbolici come uva nera, uva bianca, fichi, melograni, tutti ritratti con una veridicità e una cura straordinarie. Ma quello che più colpisce, al di là della perfezione tecnica e dell’armonia dei colori e dei contrasti luci ombre, è la capacità di catturare l’istante rivelatore, l’efficacia visiva di tutta la scena che nel momento stesso in cui la guardi ti attira in un attimo all’interno di quella stanza, ti mette di colpo di fronte a quella verità rivelata, e ti ritrovi lì a spalancare gli occhi e inarcare le sopracciglia insieme ai due apostoli, scosso dalla loro stessa emozione di fronte alla rivelazione della presenza di Cristo risorto. Una magia, di quelle cui capita raramente di assistere. Altre meraviglie passano sotto ai nostri occhi, dal magnifico “Sacrificio di Isacco”, tra le pochissime tele di Caravaggio che ritraggono una scena in un esterno giorno, alla “Conversione di Saulo”, piena di agitazione e pathos, dalla “Cattura di Gesù nell’orto”, drammaticamente struggente, ai fantastici personaggi de “I bari”, ritratto ironico di popolani truffaldini intenti a derubare l’ingenuo ragazzotto ricco, fino alla dolcezza assoluta dell’ ”Adorazione dei pastori” arrivata direttamente da Messina. Ma tra tanta bellezza spiccano ben quattro diverse rappresentazioni di una delle figure preferite dell’autore, San Giovanni, ognuna diversa ed ognuna splendida a suo modo. In una delle più originali Giovanni

è un ragazzino bellissimo e sorridente, il corpo nudo semi adagiato su un tronco coperto di panneggi e pelli nel folto del bosco, la posa provocante e sensuale, le braccia intorno al collo di un ariete simbolo di sacrificio, lo sguardo dritto negli occhi di chi lo osserva, mentre un gioco straordinario di luci e ombre sembra riuscire a dare vita a ogni muscolo del suo corpo. Una rappresentazione nuova e diversa di questo personaggio, che qui ha il volto somigliantissimo a quello del cupido di Amor vincit omnia, tanto da far pensare che il modello dei due ritratti sia stato il medesimo. Un Giovannino giovane e vivace, quasi monello, senza la Croce delle iconografie classiche ma con un’espressione di grande amore nel gesto dolce col quale abbraccia l’ariete simbolo di Gesù, di cui è il discepolo prediletto e il battista. Diverso è il San Giovanni di Galleria Borghese,

sempre molto giovane, solo in un luogo oscuro e accompagnato ancora da un ariete, stavolta regge con la mano la classica croce ma non c’è traccia di sorrisi o gioia sul suo viso, l’espressione è dolorosa e la posa abbandonata, come di chi sia solo e distaccato da tutto. Più adulto ma simile per ambientazione della scena è il San Giovanni di Kansas City,

un giovane avvolto in ricchi panneggi rossi che però ha l’aria accigliata, lo sguardo abbassato, l’espressione seria e profonda di chi riflette su un destino tragico. L’ariete sacrificale è sparito, mentre la croce di canne è qui in primo piano. Il mio preferito resta comunque il San Giovanni di Palazzo Corsini,

un bellissimo giovane seduto nel bosco deserto, solo, cupo, drammaticamente agitato da pensieri oscuri e intento alla sua meditazione profonda. Il suo corpo magro è inondato di luce, ma il suo viso è nell’ombra, i suoi pensieri sono celati, il suo io interiore irraggiungibile e misterioso. Una solitudine toccante quella di questo Giovanni, un’oscurità spirituale che inquieta e commuove, e suscita emozioni intense. Meraviglioso. Non meno drammatico è il “Davide con la testa di Golia”,

dove dall’oscurità più nera emerge in un cono di luce il corpo del giovane Davide mentre solleva la testa appena tagliata di Golia. La spada ancora nell’altra mano, ha lo sguardo fisso sull’orrendo volto del nemico sconfitto sul quale è dipinto il terrore della morte, mentre tutto intorno è tenebra e buio. Ma quello di Davide non è un gesto di spavalderia, anzi. La sua grandezza sta proprio nello sguardo di desolata pietà che rivolge a Golia, nell’espressione malinconica di umana compassione riservata al suo nemico, a sottolineare l’inutilità dell’odio e della voglia di vendetta. Nei tratti stravolti di Golia appena ucciso si riconosce l’autoritratto di Caravaggio, condannato a morte per omicidio, braccato e costretto alla fuga. Ma Golia è anche tutti gli uomini, peccatori irredenti da compiangere per la loro miserevole condizione. L’incredibile poesia dello sguardo di Davide commuove il cuore rivelando la grandezza assoluta di questo artista, padrone incontrastato della luce. L’ultima opera esposta è un pezzo straordinario appena uscito da un lungo restauro che lo ha riportato al suo splendore originario, “L’Annunciazione” di Nancy.

Attendevo di vederlo dal vivo con particolare interesse perché questo delle Vergini annunciate è decisamente uno dei miei temi preferiti, mi piace sempre scoprire con quale sguardo il grande Maestro di turno racconta un momento così particolare, come immagina l’umile figura di Maria nel momento solenne in cui riceve dall’Angelo la rivelazione del suo destino straordinario, quale elemento sceglie di evidenziare, quale sguardo l’uomo pittore decide di mettere negli occhi di una donna chiamata a diventare la madre del Figlio di Dio. Tutti i più grandi si sono in qualche modo confrontati con questo tema, alcuni con risultati straordinari come Leonardo o Botticelli, Lorenzo Lotto o Raffaello, per non parlare della spettacolare “Annunciata” di Antonello da Messina, e per quanto sia difficile scegliere forse questa è una delle mie preferite, raffinatissima, elegante, ricca di dettagli meravigliosamente definiti, e capace allo stesso tempo di rendere l’emozione complessa e il turbamento di questo momento sacro. Quasi 300 anni dopo, Caravaggio presenta una scena completamente diversa e originale, un’Annunciazione a modo suo in cui la composizione è nettamente divisa in due, in basso la Vergine inginocchiata al volere di Dio, umile e china, avvolta nella sua veste azzurra, con lo sguardo basso e gli occhi in ombra, in alto l’angelo in volo che impone la sua mano e la volontà di Dio sul capo di Maria, e lo fa con impeto e protezione insieme, immerso nel raggio di luce che scende con lui dall’alto. Però, come per Maria, il suo volto è nascosto dietro alla spalla e lo sguardo è illeggibile, i pensieri restano celati, troppo misterioso e alto è il momento per poter essere rappresentato. Il risultato è una scena piena di mistero e fascino, solennità e pathos, veramente straordinaria. L’emozione che mi regala quest’ultima visione stride con la delusione per la consapevolezza che il giro della mostra è completato, non ci sono altre opere da ammirare. Difficile da accettare, ma inevitabile. Percorro lentamente il disimpegno che porta al ballatoio esterno del primo piano, dove in una specie di piccola sala sono state sistemate alcune sedute per riposarsi prima dell’uscita, e raggiungo gli altri del mio gruppo che sono già lì, storditi e stanchi per l’emozione, la fatica, la folla. Ma ci resto per poco. Il ritorno alla luce naturale dopo tanto tempo passato nelle sale oscure è sgradevole e fastidioso. Io che adoro il sole e la luce intensa delle stagioni calde, per la prima volta trovo insopportabile la luce del giorno, mi sembra falsa, asettica, fredda, completamente incapace della sua funzione primaria di illuminare il mondo. Sento il bisogno di tornare ancora nell’oscurità della galleria, dove tutto è mostrato attraverso l’unica straordinaria luce capace di rivelare la verità delle cose. Mentre sto per oltrepassare la soglia del corridoio per tornare sui miei passi mi fermo, e per un attimo non capisco se sto vedendo davvero quello che mi pare di vedere o se la stanchezza e l’emozione mi stanno giocando un brutto scherzo. Davanti a me a impedirmi il passaggio c’è un cane – un bel cane grande, color miele, che procede tranquillamente tra la gente senza tirare affatto il suo guinzaglio rosso. Sarà la sorpresa, o la stanchezza, o sarà che proprio non me lo aspettavo qui in questo momento, ma mi ci vuole un po’ a capire. Solo quando vedo il ragazzo dietro di lui, con gli occhiali neri e l’andatura regolare, realizzo che quello è un cane per ciechi. Quel ragazzo col giubbino di jeans e i capelli corti è cieco, e quello è il suo cane guida. Sta uscendo dalla galleria espositiva e intanto chiacchiera con una ragazza, il guinzaglio rosso in una mano e l’apparecchietto dell’audioguida nell’altra. Il tempo di attraversare lo spazio affollato e raggiungere le scale, e sparisce con il suo cane tra le altre persone che stanno scendendo. Resto lì a guardare imbambolata, come chi abbia in mano due tessere di un puzzle e non riesca a trovare il verso giusto di farle combaciare. Un ragazzo cieco e una galleria di pittura. La magia del pittore della luce e occhi che non la vedranno mai. Eppure era qui, lui che non poteva vedere era qui, ad ascoltare una voce tentare l’impossibile compito di raccontare il miracolo dello splendore. In un secondo sono di nuovo nella penombra della sala, io che ho l’infinita fortuna di poter vedere tutta quella meraviglia non riesco a uscire da lì. Se non fosse stato per gli altri che mi aspettavano per ripartire, probabilmente sarei venuta via solo all’ora di chiusura. Perché quando capita l’occasione rara di trovarsi in un posto straordinario, è difficile decidersi a lasciarlo. Quando finalmente lo faccio, dopo aver dato un ultimo saluto alla fiscella del primo piano che è quella che idealmente mi porto a casa, passo nello shop e mi arrendo all’unico gesto che mi sembra capace di alleviare la tristezza di dover ripartire, e darmi la sottile illusione di portare via con me qualcosa di tangibile di questa visita indimenticabile: acquistare il catalogo della mostra. Che è un bel catalogo comunque, ottime stampe a risoluzione più che discreta e opere accuratamente commentate dai maggiori esperti di questo autore rivoluzionario. Certo non è la stessa cosa, ma credo che mi farà buona compagnia ogni volta che sentirò il desiderio di rivivere queste emozioni. E magari potrò sognarci su fino alla prossima volta in cui potrò veder risplendere la bellezza di queste tele con i miei occhi.

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