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Sabato 23 agosto 2014: Stratford-upon-Avon

25 marzo, 2018 in Viaggi. Commenti: nessuno

Si comincia con il sole nella piccola città del Bardo, ma l’aria è piuttosto fresca. La colazione è buona e abbondante nel piccolo salotto che da sulla via principale, e Morris è veramente gentile e premuroso. Gli raccontiamo quello che abbiamo visto ieri e nei giorni scorsi e lui ci dice con orgoglio che anche sua figlia ha studiato a Oxford. Una bella soddisfazione, per lui che è di origini orientali e ha i genitori che hanno fatto grandi sacrifici per crearsi una loro vita in questo paese.

Ci sistemiamo e partiamo in auto questa volta, in direzione della prima delle due case comprese nel nostro Shakespeare Pass che ancora dobbiamo visitare, la Mary Arden’s Farm. Mary Arden era la madre di Will e viveva a Wilmcote, a circa 4 miglia da Stratford, prima di sposarsi con John Shakespeare e trasferirsi in città. Che poi città è una parola grossa, visto che Stratford è veramente piccola, ha tre strade principali e due chiese, di cui una leggermente fuori dal centro, e si può fare tutto il giro del paese a piedi in meno di un’ora. Comunque, rispetto a Wilmcote la si poteva considerare una città. Parcheggiamo vicino a un grande edificio in legno dove è indicato l’ingresso ed entriamo, mostrando il nostro Pass delle case.

Superata la cassa passiamo subito nella zona esterna, dove cominciamo il nostro giro di quella che è effettivamente una grande fattoria elisabettiana perfettamente conservata, con tanto di recinti di animali appartenenti a razze più o meno rare che sono allevate in questa zona da secoli. La fattoria è quella originale in cui viveva Mary Arden, ma nel tempo è stata sistemata e ampliata ed è passata a proprietari esterni alla famiglia. Le strutture in legno a graticcio sono bellissime, perfettamente preservate, e anche gli animali sono numerosi e ben tenuti. Ci sono papere, galline, colombi, tacchini, capre, conigli, pecore, mucche, un cavallo bianco, maiali piccoli e grandi, alcuni di un insolito color terracotta che li fanno somigliare a dei grandi salsicciotti, e tutto quello che era di solito presente in una fattoria agricola nella prima metà del 1500.

Oltre agli animali, in uno spazio speciale al centro di un grande prato troviamo una serie di bancarelle di legno ognuna con esposti oggetti e prodotti specifici di una certa attività, dietro alle quali donne e uomini vestiti in abiti in stile elisabettiano sono a disposizione dei visitatori per raccontare quello che fanno. Di fatto qui è stata ricostruita una vera fattoria Tudor che porta avanti ancora oggi tutte le attività tipiche dell’epoca svolte con gli strumenti e le tecniche del tempo. Entrare qui è come fare un vero tuffo nel passato. Ci sono signore che sanno tutto sulle erbe e sulle loro proprietà curative o lenitive, profumanti o detergenti, e come si devono trattare per conservarle a lungo. Una signora sta facendo infeltrire della lana di pecora con una specie di schiuma di sapone, per ottenere un tessuto spesso e pesante che possa proteggere dal freddo in questo clima difficile, come quello che indossa e che ha fatto lei personalmente, mentre in una specie di ambaradan di legno fatto con pali, corde e contrappesi un uomo sta lavorando al tornio per produrre scodelle, posate e stoviglie per utilizzi vari.

Ci sono giochi da bambini in corda e legno, trottole o semplici animali scolpiti, c’è il forno del pane e la distilleria della birra, e c’è persino un piccolo palcoscenico per menestrelli e attori, per divertirsi un po’ nei momenti di pausa. In un angolo, uno scalpellino lavora la pietra con bellissime incisioni, mentre poco più in là c’è un banchetto dove si impara a farsi da soli le candele di cera d’api.

Ci sono le pecore che forniscono la materia prima, e poi ci sono le signore che cardano la lana, la filano, la lavorano e creano bellissime stoffe e tessuti ricamati a colori vivaci. C’è la macina per la farina, e poi un grande focolare dove viene mostrato come si cucinava e quali erano i cibi principali ai tempi di Mary Arden. Qui si può vedere cosa mangiava la gente del tempo, come si vestiva, come apparecchiava la tavole, come dormiva, come lavorava nei campi e come si divertiva, come viveva le diverse stagioni e perfino come si curava, grazie a un lungo tavolo allestito con inquietanti strumenti di ferro, legno e vetro e un dottore con tanto di barba e cappello che ci racconta quali erano i mali e i rimedi più frequenti del tempo.

Visitiamo anche la casa vera e propria, che ha possenti graticci a vista sia dentro che fuori, con stanze dalle porte molto basse e dai sottotetti molto alti, dove sono stati sistemati bellissimi arredi d’epoca, tra i più semplici e i più suggestivi visti finora.

Con mia grande gioia scopriamo che in un angolo del giardino ci sono le voliere dei rapaci, con un’aquila, un falco, una piccola civetta e diversi gufi, e in tarda mattinata c’è anche un piccolo spettacolo di falconeria durante il quale un uomo che impersona il Signore della fattoria fa volare i vari rapaci, spiegando ai bambini presenti quanto questi animali siano straordinariamente intelligenti e affezionati. In particolare ci tiene a mostrare con orgoglio le capacità della sua piccola civetta personale, un’adorabile creatura bianca di nome Ivy, alla quale ha insegnato moltissimi trucchetti divertenti che incantano grandi e piccini.

Il sole sparisce a tratti ma tutto sommato si sta bene all’aperto e il posto piano piano si affolla di famiglie alla ricerca di un po’ di pace e di relax alla maniera semplice dei tempi andati. Restiamo fino all’una, ed è un tempo veramente piacevole.

Quando usciamo dalla fattoria torniamo in direzione di Stratford, verso l’ultima casa da visitare che è anche una delle più famose, Anne Hathaway’s Cottage. Anne era la fidanzata di Will, la donna che poi divenne sua moglie, e lui la corteggiò proprio in questa casa, situata un miglio fuori dal centro del paese. E chissà quante volte Will ha fatto a piedi questo stesso tratto di strada per andare a trovare la sua bella, con la testa tra le nuvole e il cuore in subbuglio all’idea di rivederla…

Il cottage di Anne è originale nella sua struttura ed è sicuramente il più bello tra quelli visti finora, con i suoi graticci a vista e il grosso tetto di paglia ondulato, immerso in un giardino incredibilmente romantico strabordante di fiori.

L’interno è strutturato su due piani ed è molto interessante, anche se gli arredi in legno sono meno eleganti di altri già visti. Però qui alcuni pezzi sono oggetti originali effettivamente appartenuti alla famiglia di Anne fin dal XVI secolo, compresa una sedia in legno dalla foggia molto raffinata che ha le iniziali WS scolpite sullo schienale, e che forse era stata fatta proprio in onore di Will.

Le stanze, che da fuori sembrerebbero enormi, sono in realtà abbastanza piccole, tutte con pavimenti in assi di legno, pareti e soffitti con travi a vista e piccole finestre, ma gli ambienti sono molto accoglienti. La cucina con il focolare è spaziosa e vivace, c’è una bella lavanderia con i mastelli di legno, una camera sobria con un tavolino e due sedie per riposare, e altre due camere con letti a baldacchino inaspettatamente importanti.

Uno dei pezzi speciali della casa è la Courting Settle, una strana panca di legno molto stretta con lo schienale alto, sistemata vicino al focolare, che appare in condizioni di conservazione assai precarie. La storia della famiglia racconta che questa era la panca sulla quale Will sedeva vicino a Anne le sere in cui veniva a casa a corteggiarla, e qui la chiese in sposa. Pare che sia più malmessa del dovuto perché nell’ottocento, quando la casa di Anne fu ampliata e sistemata, una donna che viveva qui, discendente diretta di Bartholomew, fratello di Anne, era solita accompagnare gli amici in giro per la casa mostrando con orgoglio tutti gli arredi e le suppellettili originali dei tempi in cui Will frequentava queste stanze, e spesso, dopo aver raccontato la storia di questa particolare seduta, staccava un piccolo frammento di legno dalla panca per donarlo ai suoi ospiti come ricordo della loro visita, danneggiando sempre di più questo prezioso reperto storico. Fino a non molti anni fa i visitatori della casa ci si potevano ancora sedere durante il giro – senza staccare nulla però! – e pare che molti ragazzi abbiano chiesto in moglie la loro fidanzata stando proprio seduti su questa stessa panca sulla quale questo speciale momento d’amore era stato vissuto dal creatore di Romeo e Giulietta. Beh. Ognuno è romantico a modo suo.

Credo che, anche potendo, non avrei osato sedermi su quella panca così vecchia e delicata, troppo preziosa per poterla anche solo sfiorare. Questa cosa dalla forma apparente di panchina, che forse Will toccò con le sue stesse mani, che ha ascoltato la sua giovane voce dire parole d’amore alla donna amata, e sulla quale magari le sue mani, i suoi abiti o la sua cintura hanno lasciato piccole tracce incise nel legno, è per me una specie di oggetto-magico capace di materializzare nella mia realtà la leggenda lontana della vita di Shakespeare. Non ho bisogno di toccarlo. Mi basta guardarlo, per percepirne il potere.

Mi piace molto il cottage di Anne Hathaway, e oltre a tutte le emozioni suscitate dalla sua atmosfera romantica, me lo ricorderò anche per la presenza dei piccoli topolini di lana sparsi qua e là tra tavoli e scaffali che rappresentano i personaggi delle tragedie più famose, e che riconosco subito come quelli della serie medievale di Alan Dart che ho fatto anche io ai ferri. Very British….
Dopo la visita del cottage facciamo un giro nel bosco di William, al di là del giardino e del frutteto, che fu creato qui piantando tutti i tipi di alberi citati nelle sue commedie e tragedie, e che è davvero uno spazio ideale per una passeggiata tranquilla.

Nel giardino delle sculture incontriamo anche un piccolo amico, un magnifico gatto a strisce nere placido e amichevole che si fa accarezzare e prendere in braccio e che ci fa compagnia per un po’. C’è un po’ più di gente qui rispetto alle case visitate eri, ma è inevitabile, questa casa è una delle più famose e delle più belle del quintetto di abitazioni legate alla vita di Will, anche per il lato romantico della sua storia che la coinvolge, ma insomma è fattibile, e la visita risulta piacevole e interessante.

All’uscita dal cottage scopriamo che il cielo si è fatto scuro, e piove a tratti. Portiamo l’auto a casa, a neanche un miglio, e passeggiamo fino in centro, mentre la pioggerella piano piano sparisce lasciando l’aria ancora più fresca. Facciamo un giro per prendere qualche cartolina e ci fermiamo in una sala da tè a mangiare qualcosa e a scrivere a casa, visto che siamo un po’ stanchi. Per fortuna ottimi scones con burro e marmellata e una bella teiera di tè bollente ci rinfrancano in fretta – cominciamo davvero ad apprezzare questa cosa della pausa per il cream tea!

Quindi riprendiamo la nostra passeggiata per le vie del centro e in High Street, proprio accanto al ristorante dove abbiamo cenato ieri sera, troviamo la casa della signora Harvard, la madre di John Harvard, che viveva qui ai tempi del Bardo.
Anche John fu uno studente di Cambridge e dopo gli studi si trasferì in America, nel Massachusetts, per cercare nuova fortuna. Alla sua morte lascio in eredità 400 libri e un bel gruzzolo di soldi al New College della sua città, Boston, che in suo onore cambiò il proprio nome in Harvard College. Da lì in poi, è storia nota. Un altro studente di Cambridge che ha saputo lasciare un segno indelebile nel mondo.

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Comincia a fare fresco e abbiamo fame quindi, dopo un ultimo giro per le tranquille vie del centro in mezzo a queste case bellissime, cerchiamo un posto dove cenare. Un locale che ci piaceva molto purtroppo è pieno, quindi ci fermiamo al Golden Bee, un pub allegro e vivace pieno di gente del posto, dove si sta al caldo e si mangia a prezzi onesti. Ordiniamo bistecca e patatine e mentre ceniamo già ci invade un po’ di nostalgia al pensiero di lasciare l’incantevole villaggio di Stratford, così affascinante e intimo, piccolo e familiare.

Venire qui è stata la realizzazione di un sogno molto antico per me, che ora finalmente è diventato realtà. E chissà che non potremo tornarci, a visitare ancora i magici luoghi del Bardo inglese. Dopo tutto, il nostro pass per le case vale per un anno intero…

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Venerdì 22 agosto 2014: Kenilworth Castle – Stratford-upon-Avon

11 marzo, 2018 in Viaggi. Commenti: nessuno

Aria freschetta stamattina a Rugby, ma pare che il sole regga. Niente full English per questa volta, qui abbiamo la colazione continentale inclusa così prendiamo toast con burro e marmellata, yogurt, frutta fresca, dolci, caffè, tè e simili, tutto gustato in un ambiente molto accogliente e tranquillo. 

La prima tappa di oggi è il Kenilworth Castle, a una ventina di miglia di distanza dal nostro Lodge. Ci arriviamo presto, non c’è molta gente ancora, e anche in questa occasione sfruttiamo la nostra tessera di soci dell’English Heritage per entrare Free. Del possente castello normanno originario in realtà è rimasto poco, ma quel che c’è basta a dare un’idea dello straordinario fascino che questo luogo doveva avere nei suoi tempi migliori. Gli edifici, per buona parte in rovina, spiccano sul prato verdissimo per il loro colore insolito, una particolare sfumatura di rosso tipica dell’arenaria locale utilizzata per costruirlo, di grande impatto estetico.

Tra le porzioni meglio conservate restano diverse torri massicce e lunghi tratti di mura di fortificazione, altissime finestre gotiche ritagliate in pareti imponenti e un gran salone da ballo, misteriose scale a chiocciola e piccole feritoie che spiano le fioriture colorate di un giardino elisabettiano perfettamente ricostruito. Un’atmosfera genuinamente romantica e suggestiva, che rende questo posto diverso da tutti gli altri già visitati. 

La storia del castello è lunga e importante. La sua origine risale ai primi del 1200 e il suo passato comprende assedi, battaglie e scontri decisivi per gli esiti della famigerata Guerra delle due Rose tra i Lancaster e gli York, che si contesero la corona a suon di duelli all’ultimo sangue e tremende vendette. Ma il suo periodo di maggior fasto è stato durante la seconda metà del 1500, epoca in cui apparteneva a Robert Dudley, I Conte di Leicester e favorito della regina Elisabetta I. La storia racconta che la regina amava (ricambiata) Robert Dudley fin da bambina, ma non poté mai sposarlo in quanto lui non era di origine sufficientemente nobile per una donna della sua importanza politica. Dudley dovette sposare un’altra donna, che in seguito morì misteriosamente, per allontanare qualunque sospetto sui suoi rapporti con la Corona. Elisabetta I lo tenne come suo favorito per anni, gli conferì incarichi e titoli importanti e gli fece molti doni prestigiosi, compresa questa fortezza che lui restaurò e ampliò per renderla adeguata alla sua ospite favorita. Qui la Regina fu accolta più volte durante i suoi viaggi, e rimase famoso soprattutto il suo soggiorno del 1575, con un dispiego di giochi e divertimenti così sfarzosi da divenire quasi leggendari. Si racconta che furono queste feste fantastiche a ispirare a Shakespeare il suo ‘Sogno di una notte di mezza estate’. Quando si dice camminare nella storia….

La fortezza aveva grandi mura di cinta collegate al castello da un ponte di pietra a più arcate e un enorme bacino artificiale d’acqua era stato scavato tutto intorno al complesso di edifici. Oltre il lago si trovava la foresta di Arden, uno dei più grandi boschi di quercia dell’Inghilterra dell’epoca, in cui la Regina amava andare a cacciare i cervi. Facciamo una passeggiata nel giardino elisabettiano, le cui aiuole fiorite perfettamente disegnate, la grande voliera e la fontana in marmo sono frutto di uno studio meticoloso che ha cercato di ricostruire quest’area esattamente com’era ai tempi di Elisabetta I, investigata sulla base di antichi documenti storici arrivati fino a noi.

Nella mostra allestita all’interno di una delle aree create da Dudley, che è stata usata fino agli anni ‘60 come abitazione privata, visitiamo una bella esposizione di oggetti tipici della Golden Age: dipinti, riproduzioni di manoscritti, ritratti, abiti e tutto quello che può aiutare a ricostruire l’atmosfera che si viveva qui ai tempi in cui si svolse la storia dell’impossibile amore di Elisabetta e Robert. Anche una regina assoluta come Elisabetta I, signora di un impero grandioso e personaggio potente più di chiunque altro nel suo tempo, dovette piegarsi al suo destino e sottomettersi alla legge della casta, costretta a rinunciare al suo unico amore per dedicarsi al suo dovere di guida del suo popolo.

Il fascino tipicamente ‘romantico’ di questo posto fu poi diffuso enormemente nell’800 da Sir Walter Scott grazie al suo romanzo storico ‘Kenilworth’, che raccontava dell’infelice vicenda d’amore di Dudley ed Elisabetta I e della morte misteriosa della prima moglie di lui, il cui enorme successo tra il pubblico dei lettori dell’epoca accese di nuovo i riflettori su questo importante luogo storico inglese.

Un luogo affascinate legato alla storia di una delle più grandi e potenti regine della Corona inglese.

Da Kenilworth arriviamo in una mezz’ora alla seconda tappa di oggi, che è una di quelle che aspettavo con molta impazienza: Stratford-upon-Avon. Oh God….here we go.
La nostra base per due notti è un b&b molto bello, la Moonraker House, e il proprietario Morris – è proprio il suo nome, da non credere oggi… – ci accoglie con grande gentilezza e ci fa sistemare subito anche se siamo arrivati con un po’ di anticipo sull’orario del check-in. La nostra stanza è la Rosalynd, effettivamente tutta rosa, comoda e pulitissima, e il b&b è a 10 minuti di passeggiata dal centro cittadino, per cui non abbiamo neppure bisogno di spostare la macchina. 

Il paese è minuscolo e molto caratteristico, la via principale è una bella strada pedonale sulla quale si affacciano negozietti tipici davanti ai quali passeggiano molti turisti. Entriamo in un caffè e facciamo una pausa per un lunch veloce, quindi proseguiamo fino al centro culturale che si occupa della gestione delle visite alle case legate alla storia della famiglia di Shakespeare e della loro conservazione. Morris ci ha dato un librettino turistico su Stratford e ci ha mostrato la pagina che da diritto all’ingresso di 2 persone al prezzo di 1 se si fa il Pass per la visita di tutte e 5 le case, che vale 1 anno. Mostriamo la pagina alla cassa del centro shakespeariano e la ragazza conferma: non solo un Pass costa molto meno dei 5 singoli biglietti sommati insieme, ma con questa promozione acquistiamo 1 Pass e ne otteniamo 2. Excellent. Paghiamo un totale di 23,00£ circa ed entriamo subito nella casa più importante, lo Shakespeare’s Birthplace, la casa dove il Bardo nacque il 23 aprile 1564. Oh God… ho il cuore in gola, non mi sembra vero di essere qui.
La casa, che si affaccia sul corso principale, è in stile Tudor, con la facciata color nocciola e il classico graticcio fatto con travi di quercia, ed è organizzata su 2 livelli più un sottotetto. Il percorso iniziale ci fa passare attraverso una piccola esposizione di oggetti legati alla storia della famiglia di Will, che comprende mappe dell’area di Stratford, registri e volumi dell’epoca. Un grande albero genealogico è stato disegnato su una parete per illustrare i rami principali che componevano la sua famiglia, e in una teca è conservata persino la base di una colonna in pietra che faceva certamente parte della casa originale al tempo in cui era abitata dagli Shakespeare.

Qui è esposto il famoso ‘seal ring’, un anello d’oro a sigillo con su incise le iniziali WS circondate da ghirigori elisabettiani. La storia di questo piccolo anello è piuttosto misteriosa e contribuisce ad accrescere la leggenda che circonda la vita del grande Poeta. Fu ritrovato nel 1810 da un contadino in un campo vicino alla Holy Trinity Church, in una zona che il Bardo frequentava regolarmente per i suoi affari pubblici e privati. Da quel momento sono stati cercati ovunque, nei registri locali, documenti legali relativi alla famiglia di Shakespeare che potessero riportare un sigillo con quel particolare disegno, nella speranza di poter affermare una volta per tutte l’originalità del gioiello e la sua definitiva appartenenza al famoso Poeta, purtroppo però sono state ricerche ad oggi ancora senza fortuna. Non sembrerebbe un gioiello moderno fatto in secoli successivi e semplicemente dedicato alla memoria del drammaturgo, sia per la foggia originale che per il tipo specifico di anello, il cui sigillo ufficiale sarebbe stato inutilizzabile da chiunque tranne che dal Bardo stesso, ma fino ad ora non si sono neppure trovate prove decisive che sia davvero appartenuto a Will. Però a vederlo è bellissimo, e chi, come me, in certe cose crede per fede, ci mette un attimo a vedere questo piccolo gioiello raffinato adornare la mano del Bardo mentre fa scivolare sui fogli una piuma intinta nell’inchiostro, nell’atto di trascrivere i suoi versi immortali.

All’interno della casa vera e propria siamo accolti dalle solite volontarie, signore gentili e preparate che rispondono a ogni curiosità con grande entusiasmo, e che qui indossano abiti rigorosamente elisabettiani. Le stanze sono semplici, piccole, con pavimenti in pietra, soffitti a travi di legno e tappezzerie magnificamente decorate alle pareti. I mobili sono dell’epoca o, più spesso, copie moderne di arredi simili a quelli che Will poteva avere a quel tempo nella casa dei suoi genitori. Tavoli con panche di quercia e stoviglie in peltro, grandi focolari per cucinare e combattere il freddo, finestrelle con vetri a losanghe, tessuti e tappeti colorati a rallegrare i piccoli ambienti.

La camera padronale ha un bel letto a baldacchino con un buffo letto di scorta sotto, che viene fuori come un cassetto, dove di solito dormivano i bambini di casa, e una piccola culla di legno chiaro è sistemata vicino alla finestra. Pare che Will sia nato proprio in questa casa, al piano di sopra, anche se non si sa in quale camera esattamente. Quella che adesso è chiamata la Camera della Nascita fu scelta senza nessun reale criterio storico dal grande attore shakespeariano del settecento Garrick, al quale fu fatto l’onore simbolico di decidere a sua personale discrezione in quale di questi ambienti il più grande drammaturgo del teatro inglese di tutti i tempi trasse il suo primo respiro.

La Camera di Nascita, da quel momento, divenne meta di pellegrinaggio dei devoti ammiratori del Bardo provenienti da ogni luogo e appartenenti a ogni ceto sociale, da semplici appassionati a critici, attori, scrittori e persino membri della Royal family, e molti dei visitatori più importanti presero presto l’abitudine di lasciare la loro firma sui vetri della finestra della stanza, a ricordo del loro passaggio qui. Ecco com’è che ci si può ritrovare nella stanza dove nacque Shakespeare a cercare di districare i nomi di Sir Walter Scott o Charles Dickens, Irving o Lord Tennyson in un incredibile garbuglio di sottili ghirigori d’inchiostro tracciati sui piccoli pannelli di vetro opaco, in una litterary full immersion da sogno.

A pianterreno si trova una ricostruzione del laboratorio artigiano del padre di Will, John, che era mercante di lana e produttore di guanti in pelle da uomo e da donna di alta qualità, il cui lavoro preciso e raffinato fu molto apprezzato dai nobili del tempo e gli garantì una certa fortuna economica. Lo dimostrano facilmente anche la dimensione e il livello di qualità degli arredi di questa casa non certo tipici delle abitazioni più modeste del tempo. Qui Will visse con i suoi genitori, i fratelli e le sorelle fino a 18 anni, quando si trasferì in una casa tutta sua dopo le nozze con Anne Hathaway, una ragazza 26enne che abitava poco fuori dal paese e che lui aveva corteggiato molto appassionatamente, tanto che le cronache riportano che di fatto si trattò di un matrimonio riparatore…

Alla fine del giro usciamo nel piccolo giardino sul retro, dove ci sediamo sulle panchine sistemate in mezzo al roseto per goderci alcuni brani di commedie shakespeariane recitate da due giovani attrici in costume dell’epoca. Un modo perfetto di congedarsi da questo luogo storico così emozionante.

Dallo Shakespeare’s Birthplace ci dirigiamo alla vicina Nash’s House, la casa di Thomas Nash ed Elisabeth Hall, la nipote di Shakespeare, figlia di sua figlia Susanna e di John Hall. Si tratta di una bella casa Tudor che al tempo confinava direttamente con lo Shakespeare New Place, la casa signorile che Will si fece costruire qui quando i proventi dei suoi lavori teatrali messi in scena a Londra cominciarono a farsi interessanti. Purtroppo l’edificio non esiste più, ad un certo punto fu abbattuto e sostituito da un bel giardino molto curato, che è ancora oggi visitabile.

La casa dei Nash è spaziosa e semplice ma ben arredata, con un bellissimo pavimento in mattoni a lisca di pesce e ampie finestre che danno sul verde tutto intorno. Immancabile il busto scolpito in legno del famoso nonno di Elisabeth, conservato nel salone principale.

Qui troviamo anche una piccola mostra didattica di oggetti simbolo legati ai principali lavori teatrali del Bardo, che comprendono il teschio e il pensatore per Hamlet, gli anelli e i vasi di pozioni velenose per Romeo and Juliet o il crogiolo e i gioielli reali per Macbeth.

Il giardino che si trova ora dove un tempo sorgeva il New Place è un tripudio di fiori e aiuole colorate, ben delimitate da vialetti geometrici e decorate da sculture che ricordano i personaggi delle tragedie principali. Con questo bel sole di oggi, è una visita veramente piacevole.

La terza casa che visitiamo in paese, anche questa raggiungibile a piedi, è Hall’s Croft, in direzione della chiesa di Holy Trinity, che era la casa di Susanna e di suo marito, il dottor John Hall.

Già dall’ingresso si capisce subito che era la casa di una famiglia facoltosa: grande, elegante, luminosa, con un graticcio bellissimo all’esterno e mobili notevoli all’interno. Benché non siano realmente appartenuti alla famiglia ma siano solo dei pezzi d’epoca, riescono a ricreare perfettamente l’atmosfera del tempo: poltrone, scrittoi, madie, letti, credenze, cassapanche, ritratti, focolari, tutti pezzi di grande pregio corredati da suppellettili in peltro, piatti, vasi, calici, tappeti, copriletti ricamati e candelabri di grande raffinatezza.

C’è anche un piccolo studio medico con vasi di pozioni ed erbe essiccate, testi scientifici, strumenti in vetro e ottone e un bello scrittoio.

Nel giardino c’è un gelso così grande che si è piegato sotto il suo stesso peso e sta quasi disteso sul prato, e probabilmente ha anni quanto la casa stessa.

Lasciamo questa bella casa con un po’ di rammarico, domandandoci se e quanto queste antiche stanze potrebbero davvero raccontare della vera vita di Will se potessero parlare. Pochi minuti di piacevole passeggiata nella campagna intorno a Stratford ci portano poi all’ultima meta di oggi, che è anche l’ultima tappa della vita del Bardo: la chiesa di Holy Trinity, sistemata in una bella area verde lungo le sponde del fiume Avon.

In questa semplice chiesetta parrocchiale, che è probabilmente la più visitata di tutto il Regno Unito, Shakespeare è stato battezzato, si è sposato (copie dei certificati ufficiali di questi riti sono esposti in una bacheca), ha battezzato i suoi due figli, e ha assistito al funerale del suo unico figlio maschio Hamnet morto a soli 11 anni. Qui si sono svolti anche i suoi funerali il 25 aprile 1616 e qui è stato sepolto insieme ad altri membri della sua famiglia. E qui siamo venuti finalmente anche noi, a portargli il nostro doveroso omaggio.

La struttura della chiesa è quella classica, in mezzo a un prato-cimitero con vecchie tombe sparse in giro, mura in pietra e una grande guglia appuntita sul campanile. All’interno ci colpiscono un bellissimo coro scolpito, un grande organo in legno e belle vetrate istoriate che illustrano le storie dei santi.

Ma la parte che tutti sono qui per vedere (previo extra ticket di 2,00£ a testa) è quella dell’altare maggiore, davanti al quale sono disposte le 5 tombe della più famosa famiglia inglese dopo quella reale: Anne, William, Susanna, suo marito John Hall e Thomas Nash, il primo marito di Elisabeth, figlia di Susanna, che invece è sepolta altrove perché dopo essere rimasta vedova di Nash si risposò in seconde nozze e si trasferì al nord lasciando Stratford definitivamente.

Ed eccoci qua dunque, alla fine simbolica e anche effettiva del nostro pellegrinaggio shakespeariano, davanti al luogo dove lo possiamo finalmente incontrare. La tomba di Will è la seconda da sinistra, segnalata da un cordone blu posato a terra a delimitare il perimetro della semplice pietra che la ricopre. A non saperlo, sembrerebbe la tomba di un uomo qualunque. Magari uno molto religioso, o molto ricco, per avere avuto l’onore della sepoltura proprio davanti all’altare maggiore, ma insomma, non è che ci siano monumenti imponenti o particolari sfoggi di maestosità a sottolineare l’immortale grandezza dell’artista eccelso che questa tomba ha l’onore di ospitare. Anzi. Solo una semplice lapide a livello del suolo, sistemata accanto a quella della moglie e degli altri suoi familiari, tanto che il cordone blu sembra proprio stare lì a facilitare il compito dei visitatori che cercano di identificare, tra queste 5 lapidi uguali, proprio quella che racchiude i resti mortali di uno dei più grandi Spiriti della Storia dell’Uomo.

L’unico particolare insolito, benché quasi invisibile, tanto che sul momento ci si fa appena caso, è l’epitaffio inciso sulla pietra, che a leggerlo lascia un po’ perplessi. Non è una preghiera, e neppure una delle sue citazioni immortali, come ci si potrebbe aspettare, ma una sequenza di 4 versi che somigliano a una vera e propria maledizione, un monito oscuro che minaccia in maniera inquietante chiunque pensi di venire a scavare questa tomba e spostare le ossa che contiene. Si direbbe che ha funzionato, visto che il Bardo è ancora qui in questa piccola parrocchia di paese, e non nella Westminster Abbey o in qualche mausoleo più grandioso in mezzo a personaggi degni del suo calibro.

Un piccolo busto di Will in pietra colorata c’è in effetti, un po’ più in alto sulla parete a sinistra, donato da alcuni colleghi scrittori qualche anno dopo la sua morte come tributo al suo genio. Pare che, essendo stato ordinato da artisti che lo avevano conosciuto personalmente, dovrebbe effettivamente somigliare al vero Will: un po’ stempiato, baffetti e pizzetto scuri, un viso ovale e appuntito che ricorda vagamente quello di un moschettiere, una posa un po’ rigida delle spalle e un bel vestito elegante. Non un capolavoro di busto, a dire la verità. Ma con delle bellissime mani. Chissà se erano davvero la cosa di lui che più si notava, incontrandolo. Probabilmente sì.

Comunque. Questo è quello che ci resta oggi di visibile del Bardo. Tutto il resto è da immaginare. Da leggere, ascoltare, interpretare, per cercare di capirci qualcosa di più di questo viaggio da umani che ci è dato di fare. Paradossalmente, la sua tomba, che segna il luogo eterno della sua morte, è l’unico elemento tangibile del fatto che lui sia realmente vissuto, in questo luogo e in quel tempo. Da questo punto fermo finale, piazzato in fondo al nostro giro come un’ancora di pietra inesorabilmente aggrappata al mondo fisico, si può risalire via via lungo i luoghi e le persone della sua misteriosa vita, così che acquistino sempre maggior spessore e consistenza, per restituirgli la loro stessa sostanza di sogno. Farewell, Will. I can no other answer make, but thanks, and thanks; and ever thanks.

Le altre case le visiteremo domani, per oggi basta così. Siamo stanchi, ma contenti delle cose viste. Torniamo lentamente in paese passeggiando in silenzio, ancora presi dalla commozione intensa suscitata dall’incontro eccezionale che abbiamo appena fatto. Ci sono posti che sono davvero molto più speciali di altri.

Ceniamo all’Old Garrick Inn, un locale bellissimo e pieno di fascino sistemato in fondo al corso principale del paese, che è anche il più antico pub di Stratford, con un’ottima beef pie per me e pollo con salsa e cheddar cheese per Luca, tutto eccellente.

Ci prendiamo il nostro tempo a tavola nel nostro angolo comodo e tranquillo, abbiamo voglia di chiacchierare e di non muoverci da qui per un po’, pervasi da quella sensazione mista di esaltazione e spossatezza che lasciano addosso le emozioni forti. Quando rientriamo al b&b per farci un caffè prima di andare a dormire, fuori si sta già facendo scuro.

Good night good night, parting is such sweet sorrow that I shall say good night till it be morrow…

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Mercoledì 20 agosto 2014: Kelmscott Manor – Oxford – Cambridge

16 febbraio, 2018 in Viaggi. Commenti: nessuno

Splende il sole stamani a Bourton, anche se l’aria è fresca. Visto che è l’ultima colazione che facciamo qui, ieri abbiamo ordinato a Bob uno special e lui ci porta un piatto con uova scrambled e ottimo salmone affumicato, insieme a tutto il solito ben di Dio: frutta fresca, cereali, yogurt, pane tostato con la marmellata, torta… un vero banchetto. Alla fine raccogliamo le nostre cose e salutiamo, è già ora di ripartire.

Questi giorni nelle Cotswolds sono volati, ma non sono troppo triste all’idea di spostarmi perché la prima tappa di oggi è un posto di quelli davvero speciali, che sogno di visitare da moltissimo tempo. Si tratta del magnifico Kelmscott Manor, a Lechlade, a poco più di una ventina di miglia di distanza da Bourton. Questa stupenda proprietà era nientemeno che la casa di campagna di William Morris, mitico fondatore del movimento Arts & Crafts, in cui l’artista scelse di vivere con la sua famiglia nel 1871 per allontanarsi dal già notevole caos metropolitano di Londra. Qui studiò e lavorò insieme alla moglie, alle figlie e agli amici Burne-Jones e Dante Gabriel Rossetti, cercando la sua ispirazione di disegnatore e poeta nella magnificenza della natura circostante. Non riesco a credere che entreremo davvero in casa sua.

Già arrivare nelle vicinanze del cottage è sufficiente per capire che aveva scelto un angolo di campagna davvero speciale. Il posto è incantevole, immerso nel verde, circondato di frutteti e fiori. La casa, che risale circa al 1600, è bellissima, rigorosamente in pietra locale, strutturata su tre piani con una stupenda facciata coperta di edera.

Il giardino non è molto grande ma è ben coltivato: rose, peonie e grandi fiori bianchi delicati ed eleganti, tanti alberi da frutto e, naturalmente, uno spettacolare melo carico di frutti rossi che sembra uscito direttamente da una delle classiche carte da parati di Morris.

Lungo il vialetto troviamo la siepe più originale che abbiamo visto fino ad ora, potata in modo da assomigliare a una grande balena verde con la coda sollevata che saluta i visitatori arrivati fin qui, adoranti come pellegrini giunti finalmente alla meta del loro cammino spirituale.

Facciamo il biglietto e, mentre aspettiamo l’orario d’ingresso, visitiamo brevemente lo shop dove, ad avere in tasca parecchi soldi e un biglietto aereo che comprende il trasporto di svariati bagagli da stiva, si possono acquistare manufatti molto particolari ispirati al lavoro di Morris. Devo fingere – con grande difficoltà – di non vedere almeno la metà delle cose esposte, per non cadere in tentazione, ma è una di quelle volte in cui questa ormai consueta operazione tattica mi risulta particolarmente difficile. Alla fine mi concedo un paio di sottobicchieri dipinti con il classico ‘Strawberry Thief’ e una mattonella di maiolica blu con un tralcio di fiori e una citazione poetica, da aggiungere alla collezione che decora la parete del nostro terrazzo. Ci starà perfettamente, già lo so.

Alla fine entriamo in casa (dove purtroppo è vietato fare foto), ed è come entrare in un mondo magico sul quale avevo sempre fantasticato ma che quasi non credevo potesse esistere davvero. Gli ambienti interni sono luminosi e spaziosi, e incredibilmente insoliti. Ovunque ci sono oggetti o tappezzerie disegnate da Morris in persona o da una delle sue figlie e poi realizzate a mano dalla moglie Jane o, in seguito, prodotte direttamente dalla ditta artigiana Morris&Co. Arazzi con scene in perfetto stile gotico, coperture di sedie e poltrone con meravigliose fiorature, pannelli ricamati con eteree dame medievali e boschi fatati, rivestimenti di caminetti in maioliche azzurre o ricoperte di disegni ispirati al mondo naturale. Siamo circondati da magnifici tessuti da parati dipinti a ramage e tralci con fiori e uccellini che creano atmosfere incantate, mobili scolpiti e scale in legno dal design così equilibrato e perfetto da essere vere opere d’arte in sé. Un universo lontano nel tempo rievocato con grandissima raffinatezza ed eleganza, e quel tocco personale d’artista che lo faceva vivo e nuovo per il XIX secolo.
Una delle stanze più belle è la camera da letto di Morris, con un grande letto a baldacchino in legno scolpito intorno alla cui sommità gira un pannello di tessuto alto circa 50cm sul quale è ricamata a caratteri gotici una poesia che lui aveva scritto proprio per questa stanza, che sua moglie Jane ricamò a mano personalmente per poterla poi sistemare qui. Sul letto c’è una coperta di seta ricamata con delicati tralci di fiori dai colori tenui, realizzata per lui da un disegno della figlia minore May, un altro elemento cardine di questa famiglia così piena di talento artistico.
Di fronte al letto ci sono alcuni gradini che portano a una grande stanza molto luminosa, che è quella che più di tutte desideravo vedere. Eccoci qua finalmente, proprio dentro al suo studio. C’è ancora il grande tavolo di legno sul quale lavorava, con sopra alcuni oggetti che usava al tempo in cui viveva qui, pennini, carta, una piccola tavolozza per i colori, e un intero piano di legno grezzo da poter utilizzare per mescolare direttamente le tinte e procedere a dipingere le sue incredibili creazioni. C’è anche un bel caminetto nella stanza, decorato con due grandi pavoni in ottone di provenienza orientale portati direttamente dalla casa di Londra, sulla cui superficie si notano ancora i forellini che venivano utilizzati per reggere i bastoncini di incenso da bruciare per profumare la stanza. Originali in una maniera che più esotica non si può.
Ma l’effetto maggiore lo regalano gli enormi arazzi che ricoprono buona parte delle pareti, ricamati sui toni del blu e del verde scuro, che raccontano scene della vita di Ercole. I colori sono un po’ alterati dalla carezza di quasi un secolo e mezzo di luce che ci si strofina contro quotidianamente, ma l’impatto visivo resta comunque molto forte.
Dunque, era qui che Morris lavorava. Qui, chino su questo grande tavolo grezzo, passava le ore a scrivere e a disegnare quelle trame fantastiche e delicatissime che neppure il tempo ha saputo più cancellare, in questo luogo raffinato e meraviglioso in cui doveva essere facile trovare ispirazione ed esprimere creatività e originalità. Da questa stanza, in cui passeggiamo muti e ammirati, partì una rivoluzione estetica e ideologica che non si sarebbe più fermata.
Anche il resto della casa è decorato in questo stile fantastico. La camera di Jane e i salottini destinati alle varie attività sono stati resi unici da oggetti e tessuti pieni di fascino legati alla professione di artigiani del bello di questa incredibile, talentuosa famiglia. Notevoli sono alcune sedie in legno con la spalliera scolpita, dalla linea così elegante da sembrare già Art Nouveau con diversi decenni di anticipo, e naturalmente le incredibili tappezzerie decorate a fiori e soggetti naturali, dai colori così vividi da sembrare appena tessute. E fantastica è anche la piccola scala in legno che porta al sottotetto, un raro esempio di rampa con i gradini divisi a metà e sfalsati, per cui per salire si appoggia un piede dopo l’altro ritrovandosi sempre a procedere su livelli differenti. Un design assolutamente moderno e primario al tempo stesso, bellissima. Fa immediatamente venire voglia di averne una in casa.
Tra i dipinti alle pareti, due spiccano su tutti gli altri: il famoso ritratto di Jane con indosso un abito di seta blu, eseguito da Rossetti, in cui lei appare come una meravigliosa creatura appartenente a un mondo magico, con i capelli scuri morbidamente ondulati, gli occhi languidi ed enigmatici e la bocca rossa e carnosa come una ciliegia matura. Morris diventerà geloso del modo estremamente sensuale in cui l’amico ritrae sempre sua moglie, e più di un pettegolezzo piccante sulla strana relazione tra questi tre artisti circolò sottovoce nei salotti vittoriani frequentati dalla buona società impegnata nel rito del tè pomeridiano…. Altri due disegni di Rossetti ritraggono le figlie dei Morris, May e Jenny, tramandandoci la loro incredibile somiglianza con la bellissima madre che posò per tutti i maggiori pittori della Confraternita dei Pre-Raffaelliti divenendone la vera musa ispiratrice.
In uno dei salotti scopriamo persino un gioiello inaspettato, un piccolo quadro appeso con nonchalance sopra al caminetto, così come se niente fosse, è che non sapevamo dove metterlo e lo abbiamo piazzato qui, ci sembrava un buon posto. Solo che non si tratta di un quadro qualsiasi, e non per la sua cornice dorata completamente fuori stile rispetto a tutto il resto, o per i soggetti raffigurati in maniera quasi naif: uomini e donne in abiti semplici, con attrezzi vari in mano, tutti al lavoro in un giardino dove piantano, seminano, puliscono, potano. L’atmosfera è tranquilla e dolce, quasi consolante, e la bellezza si spande nell’aria a ogni respiro. Gli abiti che questi personaggi indossano non sono ottocenteschi, e neppure medievali, e i tratti sono nientemeno che quelli inconfondibili di Bruegel il Giovane. Un universo incantato dentro un altro universo incantato, magicamente incastrati tra loro come scatole cinesi dentro le quali saltare trattenendo il respiro, per lasciarsi trascinare giù in una vertiginosa matriosca di emozioni.
Il giro si conclude, contrariamente al percorso consueto, nella parte più alta della casa, il sottotetto, un ambiente grande e arioso dove possenti travi di legno a vista delimitano in maniera spettacolare le altezze e i volumi di quest’ultimo piano, nel quale erano state ricavate le camerette delle due figlie. Piccoli letti di legno dipinto di verde, semplici arredi di uso quotidiano come librerie, cassapanche e specchi, mobiletti dal design lineare ed essenziale si armonizzano perfettamente ad un magnifico pavimento di assi grezze che richiama le travi portanti della struttura, creando un insieme così genuinamente bello da farci desiderare di non voler più andare via.
Alla fine usciamo passando attraverso una piccola porticina di forma irregolare, che fa tanto Alice nel Paese delle Meraviglie, e ci fermiamo nell’ultimo spazio da visitare dedicato alla storia delle tappezzerie e ai cataloghi dei disegni di tessuti e carte da parati ancora oggi prodotti dalla Morris&Co e disponibili alla vendita. Sono uno più bello dell’altro, ma certo danno veramente il meglio di sé quando vengono utilizzati per abbellire una casa già straordinariamente piena di fascino come questo Kelmscott Manor. L’uscita è attraverso una cupa scala interna (che ha tutta l’aria di essere un’aggiunta recente) che ci riporta fino all’ingresso iniziale. La visita è completata, dobbiamo proprio uscire e lasciare questo mondo magico dietro di noi. Un peccato. Anche se in realtà sento che un po’ di questa atmosfera incantata la porterò via con me, insieme al ricordo di questa visita che desideravo così tanto fare dopo aver letto pile di libri e biografie su questo luogo quasi mitologico. Questa è un’altra delle magie che i viaggi sanno fare. E che sa fare Luca, il mio dreamcatcher. Non lo ringrazierò mai abbastanza per avermi portata – anche – fino a qui.

Da Lechlade-on-Thames ci spostiamo a una mezz’ora di distanza per visitare un altro luogo assolutamente speciale: Oxford! Oh my God! Se non mi viene un attacco di cuore oggi… non mi viene più!

Lasciamo la macchina in un Parking sotterraneo dopo aver raggiunto il centro cittadino intasato di traffico e andiamo subito alla ricerca del primo College da visitare, il famosissimo Christ Church College, con la sua torre a cupola che svetta sulla città ed è ormai diventata il simbolo di questa istituzione culturale di fama internazionale. Ho già il cuore che corre a mille.

Facciamo il biglietto da una signora molto gentile e cominciamo il giro seguendo una specie di mappa stilizzata fornitaci insieme ai ticket, che è assai semplice da leggere. E ci ritroviamo subito nel famosissimo cortile quadrato, racchiuso in un giro di edifici eleganti di grande fascino. Siamo circondati dalla storia, e da un’atmosfera così tipicamente Old British da sentirci di colpo catapultati in uno spazio ritagliato fuori dal tempo, in un luogo fisso come una roccia e immutabile nel passare dei secoli. Un’emozione molto forte.

In effetti questo College esiste, sotto vari nomi, fin dalla fine del 1300, e ha preso il suo nome e la sua forma definitivi nel 1546 per volere di Enrico VIII. Il Re stesso innalzò la Cappella del Christ Church College a Cattedrale di Oxford, creando di fatto la più piccola cattedrale d’Inghilterra.

Magari è piccola, ma è davvero molto bella. La visitiamo con una guida locale, un volontario che ogni giorno accompagna i visitatori gratuitamente solo per il piacere di fornire un servizio ad un luogo a lui caro e rendere il giro più proficuo per chi arriva fino qui assetato di scoperte. E’ un signore simpatico e preparato che ci rivela molti dettagli sulla storia e l’architettura del luogo, ma anche molti aneddoti sulle tradizioni e sui personaggi che hanno studiato e lavorato qui nei vari secoli della sua esistenza.

Una storia in particolare è curiosa, e assolutamente affascinante. Su una parete di una navata laterale, in mezzo alle elegantissime vetrate istoriate create apposta per questa chiesa dai preraffaelliti, c’è un bel busto in marmo del giovane Leopold, uno dei figli della Regina Vittoria, anche lui studente del Christ Church College. Quando studiava qui cominciò a frequentare una giovane ragazza di nome Alice, che era la figlia minore del diacono del collegio, e i due si innamorarono perdutamente. Purtroppo però lui era un membro della famiglia reale mentre lei non era di estrazione nobile, quindi i due giovani non poterono sposarsi, e anzi Leopold fu allontanato dal collegio dietro vaghi pretesti di necessità politiche per interrompere questa relazione scomoda . Ma anche se furono tristemente separati da ragioni superiori, l’amore dei due giovani non fu mai cancellato. Quando Leopold, in seguito, si sposò ed ebbe una figlia la chiamò Alice, e quando lei si sposò ed ebbe un figlio lo chiamò Leopold. Sarebbe solo un curioso aneddoto amoroso come tanti, se non fosse che lei altri non era che Alice Liddell, la ragazza che, da bambina, aveva ispirato a Lewis Carroll (nome de plume di Charles Dodgson, docente di matematica qui a Oxford) la straordinaria storia di Alice nel Paese delle Meraviglie. “I found myself in Wonderland…”

Facciamo anche un immancabile giro alla Hall, affollata di giovani visitatori non solo perché è un refettorio medievale bellissimo e perfettamente conservato presieduto da un imponente ritratto di Enrico VIII, ma anche perché è l’originale che ha ispirato il refettorio scolastico inglese più famoso al mondo, quello di Hogwarts. Nei film della saga di ‘Harry Potter’ infatti, le scene in cui gli studenti dell’Accademia di Magia sono tutti riuniti per cena sono state girate in gran parte proprio qui. È’ più piccolo di quanto pensassi, ma ha un fascino straordinario: i vetri colorati delle bifore lasciano filtrare la luce morbida del pomeriggio inoltrato, una bellissima boiserie in legno di quercia gira tutto intorno al salone rivestendo le pareti, come a conferire solidità e perpetuità al luogo stesso, e una serie di ritratti di Decani e Presidi che hanno fatto la storia di questa istituzione scrutano dall’alto della loro posizione privilegiata i Dottori e gli Scienziati di domani.

I lunghissimi tavoli di legno scuro sono già pronti per la cena, apparecchiati con semplici stoviglie di vetro e porcellana bianca, illuminati da discrete abat-jour con lampade gemelle che rendono l’ambiente confortevole e calmo, una sorta di nicchia a sé stante ritagliata fuori dal resto del mondo. Qui si respira solidità, ci si nutre di cibo, cultura e tradizione. Si ha l’impressione che frequentare un posto così nei propri anni di formazione porti a credere di poter arrivare a fare qualunque cosa, realizzare qualunque potenzialità.

A poterci guardare, secondo me, si scoprirebbe che il destino di immortalità di questo Paese millenario è inciso direttamente nel DNA degli studenti passati di qui. Questo College ha dato all’Inghilterra 13 primi ministri, più di tutti gli altri collegi della città messi insieme (e sono quasi 40 in tutto….) e al mondo ben 9 premi Nobel, senza tralasciare artisti, scienziati e politici di grande fama che hanno contribuito a dare alla storia e al mondo la forma che hanno oggi. Essere studente in un posto come questo deve essere uno dei privilegi e delle soddisfazioni maggiori che possano capitare nella vita di un giovane essere umano.

Dal Christ Church passiamo nel cortile della vicina Bodleian Library, una delle maggiori biblioteche del mondo e la più grande di Oxford, con 188km di scaffali per oltre 7 milioni di volumi in archivio. Seconda solo alla British Library per quantità di opere possedute, custodisce tesori eccezionali che sono pietre miliari della storia dell’evoluzione della cultura umana: dai Codici Medievali ai Vangeli in copto, dalla Magna Charta alla Chanson de Roland, dai più antichi testi in Middle English miniati e dipinti a mano alla Bibbia di Gutenberg, dal Milione di marco Polo in antico francese a un rarissimo First Folio di Shakespeare, il tutto incastonato in un’architettura così raffinata e magnifica da lasciare senza fiato. Un paradiso di carta in terra.

Vicino c’è la Radcliffe Camera, che è parte della Bodleian, con la sua famosa struttura neoclassica a base rotonda e il tetto a cupola, un vero tempio della conoscenza.

Dopo il Christ Church visitiamo il secondo college più famoso della città, il Magdalen College, quello dove studiò anche Oscar Wilde e dove il suo talento per la poesia e la scrittura ricevettero i primi importanti riconoscimenti ufficiali – a dispetto del risentimento di molti insegnanti più strettamente tradizionalisti. Non è grande come il Christ Church, ma è bellissimo anche questo, forse anche più elegante, con palazzi in pietra color dell’oro, una torre merlata possente, un chiostro incantevole con un loggiato che affaccia direttamente su un prato verdissimo. Visitiamo la chiesa con belle finestre istoriate, che contiene un’importante copia del ‘700 dell’Ultima cena di Leonardo, un refettorio rivestito di legno di quercia, un parco dove, tra gli altri, venivano a passeggiare CS Lewis e Tolkien nelle ore libere dallo studio, e un prato dove pascola liberamente un branco di bellissimi daini.

Alla fine, stanchi e soddisfatti, ci fermiamo alla caffetteria a prendere un tè con due muffin enormi e buonissimi, e ci riposiamo seduti lungo un canale, lasciando sedimentare piano piano le tante emozioni di questa visita così intensa. Eppure, nonostante la grandezza simbolica di questo posto, qui le dimensioni sono relative, gli spazi vivibili, e l’atmosfera è austera senza essere intimidatoria. Un luogo ideale.

Dopo un ultimo giro per le antiche stradine acciottolate torniamo in centro e passeggiamo fino alla macchina, paghiamo un (salato) parcheggio e ripartiamo in direzione di Cambridge, verso est, dove abbiamo la stanza per la notte.

Impieghiamo circa 2 ore per arrivare, e la signora del B&B è un po’ meno carina delle precedenti, ma la stanza è pulita e comoda e la casa sembra bellissima. Usciamo a cercare qualcosa per cena, ma siamo in una zona un po’ isolata e gli unici due pub aperti ormai non danno più cibo (sono già le 20,30) così ci adattiamo alle circostanze e prendiamo una pizza a un Domino’s, e devo ammettere che tutto sommato è buona, sottile e con un buon condimento. Ma ad essere onesta, anche se fosse di cartone non me ne accorgerei stasera, la testa ancora completamente immersa in tutte le meraviglie in mezzo alle quali abbiamo camminato oggi.

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Mercoledì 13 agosto 2014: Exeter Cathedral – Greenway House – Mayflower Steps – Looe

22 ottobre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

La notte è silenziosissima al Park Edge B&B, come dappertutto, quassù. Niente schiamazzi, echi di traffico o rumori di motori che passano, solo un silenzio spesso e liscio che cala sulle case col buio come una coperta di velluto nero. Come piace a me. E pazienza se in questo Paese le tende alle finestre sono solo decorative e la luce del giorno entra nelle stanze già dalla mattina presto. Mi ci potrei anche abituare, in cambio di un silenzio perfetto come questo.
Il sole sembra abbastanza stabile stamani, quando scendiamo a colazione nella saletta del nostro cottage in miniatura che è tanto piccolo quanto curato nei dettagli, comprese tutte quelle buffe stramberie indispensabili per creare un’atmosfera tipicamente British,tipo i nani di gesso in fondo alle scale o gli animaletti del bosco che spuntano dagli angoli più impensati. Dettagli che fanno di questi b&b posti unici, imprescindibili per vivere un’esperienza completamente inglese. La signora che ci accoglie è molto simpatica, intrattiene i suoi ospiti con allegria e serve tutti con gentilezza e generosità. Stavolta la sala e l’apparecchiatura sono più semplici, ma la full English è molto buona e la spazzoliamo con grande piacere. Lo confermiamo anche al padrone di casa e cuoco in armi, che esce dalla cucina per farci un saluto dopo aver finito di preparare per tutti. Ha un forchettone in mano e indossa con una certa disinvoltura un cappello da cuoco e un gran grembiule bianco sopra un improbabile completo giacca e pantaloni in una stoffa a rombi in una fantasia arlecchino che ci lascia letteralmente a bocca aperta, e ci conquista definitivamente. E’ il Dorset, ma ci sentiamo a casa.

Purtroppo però non lo siamo, e dobbiamo cominciare a raccogliere le nostre cose per ripartire alla scoperta delle nuove mete di oggi, tra i ringraziamenti, i saluti e le raccomandazioni affettuose dei nostri ospiti. Ci spostiamo verso nord, nel Devon, diretti a Exeter, a poco meno di 2 ore di distanza. Il traffico è scorrevole, le strade perfette e libere, il tempo regge tranne qualche piovasco via via, ma la temperatura è sui 18 gradi e il paesaggio è ancora incantevole.
Exeter è una città piena di movimento e di begli edifici, e la sua famosa Cattedrale anglicana medievale è davvero notevole. Si affaccia su una piazzetta circondata di antichi palazzi ed è costruita in stile gotico inglese con due torri possenti a base quadrata e decine di sculture di santi a decorare la facciata, che purtroppo non sono in buone condizioni. L’edificio, rimaneggiato più volte anche in seguito ai pesanti danni causati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, è un luogo di grande fascino. In tutta la Cattedrale sono in corso lavori di ristrutturazione e conservazione, che purtroppo riguardano anche la biblioteca dove è conservato il famoso “Exeter Book”, una delle più antiche raccolte arrivate fino a noi di riddles e poemi della letteratura anglosassone risalente a prima dell’anno 1000, che al momento non è visitabile. Un vero peccato.

L’entrata a pagamento (6,00£ a testa) ci rende contribuenti dei lavori di restauro, il che da una dimensione diversa e più accettabile al concetto di ‘biglietto d’ingresso’ in un tempio spirituale. L’impressione di imponenza e ricchezza ricevute all’esterno trovano il loro naturale continuo all’interno della chiesa dove, nonostante le impalcature per i lavori in corso che coprono parte delle decorazioni, si rimane immediatamente colpiti dalla maestosa galleria centrale che vanta il soffitto a volte gotiche a navata unica più lungo del mondo. Davvero impressionante.

Lungo le navate laterali ci sono antiche tombe di prelati e cavalieri in pietra policroma di grande bellezza, e prima dell’altare maggiore c’è il coro in quercia scolpito con angeli e fiori, con la cattedra vescovile incredibilmente lavorata che, oltre a essere preziosa per la sua lavorazione raffinata, è un capolavoro di tecnica artigianale in quanto è montata a incastro, senza l’utilizzo di chiodi.

Nel transetto di sinistra si trova un orologio astronomico della fine del XV secolo ancora funzionante in cui la Terra è rappresentata come una sfera dorata posta al centro dell’universo, con il sole che le gira intorno. Sotto all’orologio c’è una piccola porta che andava verso i locali privati del parroco, e nell’angolo della porta, in basso a destra, c’è un foro che era la porta utilizzata dal gatto, utilissima sentinella medievale contro i topi rosicchiatori del legno.

Nel susseguirsi simmetrico delle cappelle laterali ci sono dipinti e sculture preziose, tombe raffinate, vetrate istoriate bellissime e altari lavorati di epoche diverse, dal medioevo al Seicento, e c’è anche una piccola area un po’ insolita che ci incuriosisce, dove mi fermo a dare un’occhiata.

Su una pedana di legno sono sistemati cestini di paglia di varie dimensioni, pieni di pietre di differente grandezza e volume. In un altro cestino ci sono delle conchiglie, e nell’ultimo delle piume. Poco distante, una mattonella di cemento fa da base a quello che sono tutti invitati a costruire, un “Cairn of Hope”, un cumulo di speranza. Un piccolo cartello spiega in due parole di cosa si tratta, e come funziona la cosa. Chi vuole, riflette sulla dimensione della propria situazione di difficoltà personale o familiare, calcola il “peso” che lui o qualcuno a cui vuole bene deve portare quotidianamente, poi prende il sasso – o la conchiglia, o la piuma – che simbolicamente corrisponde alla misura di questo dolore e lo poggia sulla mattonella con gli altri, insieme alla sua preghiera. Un cumulo doloroso di sassi – e conchiglie, e piume – che la preghiera a Colui che ha portato il peso della Croce per la Salvezza di tutti gli Uomini trasformerà in un cumulo di speranza. Un ammasso di dolore la cui forza negativa si scarica quando si unisce al disagio altrui, che si ridimensiona grazie al confronto con la misura del dolore degli altri, che trova forza ed energia nell’unione con altre sventure, tutte consegnate nelle mani di quel Cristo che, per chi crede, è la Sola Speranza. Un sistema quasi banale, per una riflessione più profonda di quanto possa sembrare. Non saprei dire se questa del Cairn of Hope sia una tradizione anglicana diffusa tra i fedeli o un’idea che hanno avuto proprio qui nella Cattedrale di Exeter, di fatto non avevamo mai visto niente del genere in nessuna chiesa. Di certo, ce ne ricorderemo.

In una delle cappelle troviamo una sepoltura congiunta molto bella dedicata al II conte di Devon e sua moglie, con le classiche statue medievali dei coniugi distese vicine circondate di angeli, e intorno uno degli organi con le canne più grandi che ci sia mai capitato di vedere. Lì accanto a vegliare i due sposi, nientemeno che la Vergine delle Rocce di Leonardo e la Madonna della Seggiola di Raffaello. Copie naturalmente, ma pur sempre due raggi di luce.

Dopo la visita alla Cattedrale facciamo un giro per le stradine del centro, e al ritorno prendiamo dei sandwich e ci sediamo su un muretto davanti alla chiesa a mangiarli al sole, dove molta gente sta facendo una pausa, chiacchierando e pranzando all’aperto.

Facciamo appena in tempo a finire di mangiare che ricomincia a piovere leggermente, così torniamo alla macchina e ripartiamo per la seconda tappa di oggi. Mentre viaggiamo in direzione Torquay viene giù un diluvio così spaventoso che quasi non si vede più neppure la strada, ma naturalmente dopo una decina di miglia è già tutto passato, e rispunta un sole allegro. Ormai ci stiamo abituando: non siamo troppo tranquilli anche se la giornata pare bella, e non siamo troppo preoccupati anche se diluvia – tanto non dura.
A Torquay, nel Devon del sud, cerchiamo Greenway House, la casa delle vacanze di Agatha Christie, seminascosta in fondo a una stradina tortuosa e sterrata bordata da siepi alte, su una punta di terra affacciata sul bordo del fiume Dart, in mezzo a un bosco bellissimo e non facile da individuare. Questo è uno dei beni del National Trust segnalati peggio per ora, ma alla fine ci arriviamo.

Parcheggiamo nella zona riservata ai visitatori e andiamo all’ingresso, dove il ragazzo alla cassa riconosce immediatamente le nostre tessere FAI e si mostra contentissimo, ci fa i complimenti e ci da i biglietti gratuiti per l’ingresso alla casa, che è poco più giù nel giardino. Ci sono delle impalcature sul davanti perché stanno ritinteggiando la facciata, ma si capisce lo stesso che l’edificio è imponente e elegante. Il posto è isolato ma davvero bello, con una vista mozzafiato. Una signora gentilissima ci accoglie e ci da tutte le spiegazioni necessarie alla visita, quindi ci fornisce una breve guida con il percorso da seguire e ci lascia proseguire da soli.

Gli interni sono molto belli e accoglienti, e praticamente uguali a com’erano quando la famosa scrittrice di gialli veniva qui in vacanza con figli e nipoti, dal 1938 alla metà degli anni ’70. Questa è una casa di vacanza in effetti, non la casa principale dove scriveva e lavorava ai suoi libri, ma Agatha e la sua famiglia amavano questo posto e ci hanno portato gran parte dei mobili e dei loro oggetti preferiti, come i ritratti di famiglia e le molte collezioni di oggetti di ogni genere, porcellane, scatole intarsiate, libri statuette, vasi e mille altre cose.

Le stanze sono grandi e belle, perfettamente arredate, eleganti ma non fredde, anzi, gli ambienti sono molto accoglienti e l’atmosfera è quella di una vera casa vissuta, non di un museo di cimeli. Il salotto con il camino e i giochi da tavolo dei nipoti ancora sparsi sul tappeto, e il pianoforte che Agatha sapeva suonare ma al quale la sua timidezza la obbligava a sedersi solo quando era sola, la camera da letto con i tessuti chiari e il guardaroba con ancora i suoi vestiti e le borsette da sera, la sala da pranzo col lungo tavolo apparecchiato, il salottino con la collezione di cineserie, con alla parete il ritratto di Agatha da bambina seduta su una poltrona a fiori con in braccio la sua bambola preferita, appeso proprio sopra quella stessa poltrona sulla quale siede ancora la stessa bambola vestita di seta.

C’è la bellissima biblioteca, con un fregio che gira tutto intorno in cima alle pareti dipinto da un tenente dell’esercito americano che aveva preso possesso della casa con la sua guarnigione durante la Seconda Guerra mondiale, in cui è narrata la storia delle avventure europee di quel piccolo gruppo di soldati. L’esercito americano si offrì di ridipingere la stanza di bianco e risistemare tutto come prima alla fine della guerra, ma Agatha rifiutò preferendo mantenere il fregio come testimonianza di un evento che aveva segnato la storia di Greenway House. Ci sono ancora le bambole della figlia Rosalind sul divano, e negli scaffali di legno intorno è raccolta una stupefacente collezione di volumi tra romanzi, libri di storia e trattati di archeologia del secondo marito di Agatha, Max Mallowan, e un’atmosfera così calda e tranquilla che fa venire voglia di mettersi qui con un libro sulle ginocchia a leggere per tutto il giorno, buttando giusto un’occhiata ogni tanto dalla grande finestra per ammirare la vista del fiume che scorre placido più in basso.

I famosi romanzi di Agatha, nelle prime edizioni pubblicate in molte lingue diverse, sono esposti in una speciale vetrina nel corridoio del piano superiore, mentre all’ingresso c’è un tavolino antico sul quale sono sistemate tutta una serie di fialette e bottigliette di vetro contenenti polveri e liquidi misteriosi provenienti dalla farmacia dell’ospedale universitario londinese nella quale Agatha lavorò come volontaria durante la Seconda Guerra Mondiale, esperienza che in seguito le tornò utilissima per descrivere in maniera scientificamente esatta le scene di avvelenamento delle sue crime stories, alcune delle quali furono ambientate proprio in questa bellissima casa.

Ogni stanza ha una sua particolarità e un suo fascino di luogo vissuto, ed è bello a modo suo. E anche se non è in queste stanze che Dame Agatha Christie, come l’aveva nominata la Regina Elisabetta II, liberava il suo talento e la sua fantasia trascinando Poirot e Miss Marple in avventure intricatissime e geniali, questa dimora elegante e accogliente rappresenta un po’ la sintesi della vita piena di successo e di avventure di questa incredibile autrice, che è addirittura entrata nel Guinness dei Primati per il maggior numero di copie di libri vendute nei 5 continenti. Romanzi che sono stati tradotti in oltre 100 lingue, le cui storie appassionanti vengono ancora messe in scena nei teatri di tutto il mondo e i cui personaggi sono stati interpretati dai più grandi attori, che li hanno resi vivi e indimenticabili per il pubblico di ogni paese e di ogni tempo. Una casa piena di oggetti e di ricordi, di cose belle e di passioni, elegante e raffinata ma anche semplice e vera, che sa trarre il meglio da ogni cosa. Proprio come la sua famosa e talentuosa proprietaria.

L’esterno è altrettanto bello dell’interno, naturalmente, pieno di fiori di ogni tipo, soprattuto ortensie e fucsie, e colorato come un dipinto. C’è un giardino recintato, un orto con alberi da frutto, una serra con una bellissima vite che porta già piccoli grappoli verdi, un boschetto con viali per le passeggiate e panchine per le soste, una fontanella gorgogliante e un’infinità di alberi che, a giudicare dalle dimensioni, devono essere parecchio vecchi. Sarebbe molto grande da esplorare, ma si sta facendo tardi e dobbiamo deciderci a lasciare Greenway House e tornare alla macchina.

Dobbiamo raggiungere Plymouth, e sappiamo che il traffico su questo tratto di costa è molto intenso perché questa è una località balneare esclusiva e ricercata, non a caso la chiamano la Riviera del Devon, e tutti vengono volentieri fino qua a fare un giro, soprattutto nelle belle giornate di sole come oggi. In effetti qui troviamo le prime code di auto che abbiamo visto da quando abbiamo cominciato questo giro, oltre a moltissimi semafori che sono in funzione perfino nelle rotonde e che hanno il verde che dura solo pochi secondi. A Plymouth centro le cose non sono diverse, anzi forse sono anche peggiori, e dopo tutta la bellezza delle colline immerse nei boschi, finire in mezzo a code di automobili e odore di gas di scarico non è proprio un piacere. Riuscire a parcheggiare è una vera impresa, che ci ruba quasi 40 minuti e diverse sterline.

Però, alla fine, siamo dove volevamo arrivare. Al Barbican di Plymouth, nel mezzo al porto, tra il mercato del pesce e l’imbarcadero dei traghetti turistici, proprio davanti ai Mayflower Steps, dove nel 1934 è stato costruito un piccolo portico commemorativo con colonne doriche e una balaustra in metallo per ricordare il punto esatto dal quale, il 6 settembre 1620, i padri pellegrini salparono sul Mayflower diretti in America. Un altro luogo storicamente cruciale e incredibilmente simbolico, un altro punto di origine dal quale la storia prese una direzione nuova che avrebbe cambiato il futuro dell’Europa e del mondo. Un’altra bella emozione.

Facciamo una passeggiata sul molo affollato e scattiamo un po’ di foto, godendoci appieno la bella atmosfera marina che si respira in questo piccolo porto, che sembra molto attivo. La luce è incantevole e l’ambiente è vivace, si sta molto bene qui, però si sta facendo tardi ed è già ora di ripartire. Risalendo lungo la via verso il parcheggio passiamo accanto a un vecchio edificio che potrebbe essere quello che ospitò i padri pellegrini nelle ore e nei giorni precedenti la partenza del Mayflower, e notiamo che sul muro esterno c’è una statuetta di una Madonna adorna di fiori. Una piccola Stella Maris messa lì a vegliare sui marinai, come se ne trovano quasi in ogni porto. Perché l’Oceano è grande, e fa paura. E partire per mare è un’avventura grande come la vita, e ci vuole tutto il coraggio del mondo per scendere quei tre gradini e salire su una nave, qualunque sia la destinazione da raggiungere. E allora ogni protezione possibile è la benvenuta, non si sa mai.

Il nostro B&B di stasera è lo Schooner Point di Looe, in Cornovaglia, e ci arriviamo poco prima delle 20,00. I proprietari ci accolgono con grandissima gentilezza facendoci sistemare l’auto nel loro parcheggio privato, e noi restiamo incantati dalla bellezza della casa e del punto in cui si trova, poco fuori dal piccolo villaggio di pescatori, su una collinetta oltre il ponte che passa per il centro del paese.

La camera è molto bella e confortevole, pulitissima e spaziosa, già sappiamo che sarà tristissimo lasciarla, domani. Ci sistemiamo e usciamo per andare a cena, siamo affamati e curiosi di cominciare a scoprire questo primo angolo di Cornovaglia, che sarà la nostra terra per i prossimi giorni.

Il paesino di Looe è davvero un incanto, con le case che si arrampicano fin sul promontorio intorno alla baia, il ponte di pietra a arcate regolari che l’attraversa, e le barche ormeggiate tutto intorno come in una piccola marina del settecento. La luce del giorno sta calando dolcemente quaggiù, come a non voler dare fastidio, e i lampioni che si accendono ci trasportano magicamente dentro a un presepe appoggiato sul bordo del mare.

Passeggiamo nel centro del villaggio, dove i negozi sono chiusi ma c’è ancora gente in giro a godersi l’atmosfera, e troviamo un ristorante perfetto dove cenare. Si chiama “The Golden Guinea”, un locale molto caratteristico all’interno di un edificio che risale addirittura al 1632, registrato nell’elenco di edifici di valore storico protetti dal Ministero dei Beni Culturali inglesi. Mangiamo zuppa del giorno e piatti tipici di carne e pesce e ci gustiamo tutto fino all’ultima briciola, nella bella atmosfera tranquilla del vecchio lacale.

Siamo stanchi, ma anche contenti di questa bella serata alla fine di una bellissima giornata. Domani vedremo cosa ci riserverà questa landa estrema di Inghilterra la cui magia già si preannuncia all’altezza della sua fama.

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Lunedì 11 agosto 2014: Portsmouth – Jane Austen’s House – Winchester Cathedral and Great Hall

30 settembre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

Notte di vento teso e nuvole gonfie d’acqua, a Brighton. Quando lasciamo l’hotel, pare che il cielo voglia venire giù tutto insieme. Viaggiamo lungo la costa fino a Portsmouth, e per tutta l’ora abbondante del nostro spostamento siamo accompagnati da un diluvio scrosciante. Nelle vicinanze del porto della cittadina però la pioggia si calma e il cielo si apre, e quando parcheggiamo spunta addirittura un po’ di sole. La proverbiale variabilità del clima inglese da il meglio di sé qua nel sud, dimostrandoci che non è solo una leggenda per turisti.

Ci avviciniamo alla zona storica dei Docks, ma so già che non entreremo, vogliamo solo dare un’occhiata visto che siamo di passaggio in zona. Qui il porto antico è molto famoso e attira frotte di turisti ogni anno, specialmente famiglie con bambini, perché ospita diverse navi storiche vanto e orgoglio della Marina di Sua Maestà, tanto che ne hanno fatto una specie di parco a tema. Si paga un biglietto d’ingresso unico e, una volta dentro, si possono visitare tutti i vascelli antichi conservati qui, salire a bordo, assistere alle ricostruzioni delle battaglie navali storiche e sperimentare con mano la grandezza e la potenza della marina inglese. Il vero gioiello conservato qui è il Victory, il veliero da guerra comandato dall’Ammiraglio Nelson durante la battaglia di Trafalgar del 1805, alla quale fu poi intitolata una delle piazze più famose di Londra. Non si tratta di una copia ricostruita, questo è proprio l’originale, la vera nave che andò in battaglia contro le armate di Napoleone alleate agli spagnoli, e che, in inferiorità numerica di uomini e armi, riuscì a riportare una vittoria clamorosa e irripetibile. Sul ponte di questo stesso vascello l’Ammiraglio Nelson trovò la morte colpito da una pallottola nemica, ma almeno fece in tempo a sapere che le sue navi avevano vinto la battaglia.

Il biglietto d’ingresso costa molto, circa 20£ a testa, e la visita richiederebbe tutta una giornata, perché nel parco navale sono ormeggiati anche il Warrior, la Mary Rose, un sottomarino da guerra e molte altre imbarcazioni storiche, ma noi non abbiamo tempo ne’ un particolare interesse per questa attrazione. Facciamo qualche foto al Warrior, che si vede anche da fuori del porto storico, con la sua chiglia corazzata nera e lucida, gli alberi imponenti sui quali riposano le vele ripiegate, la prua decorata da un guerriero armato di spada e scudo, le file dei cannoni allineati lungo la fiancata. Una nave possente e ardita, in perfette condizioni, immobile al suo ormeggio ma che sembra pronta a partire da un momento all’altro per affrontare qualunque battaglia.

Prendiamo dei sandwich da portare via in un piccolo negozio vicino al molo, dove la fila dei visitatori con bambini al seguito non accenna a diminuire, e torniamo alla macchina. Ci spostiamo a pochi isolati di distanza, in un quartiere residenziale elegante e tranquillo, tutto fatto di case in mattoni e vialetti alberati, giardinetti fioriti e facciate perfette come dipinti, e ci fermiamo a fare qualche foto alla casa natale di Charles Dickens.

Di fatto lui abitò qui per poco tempo, era ancora un bambino quando i suoi trasferirono l’intera famiglia a Londra, ma è pur sempre il luogo d’origine del mitico autore del Circolo Pickwick, non si può tirare dritto senza fermarsi a rendergli omaggio. Sapevo che purtroppo il lunedì la casa museo è chiusa e non potremo entrare, ma questa sosta mi fa sentire già soddisfatta.

Da Portsmouth proseguiamo fino a Chawton, nell’East Hampshire, alla ricerca di una casa che invece mi interessa moltissimo: Jane Austen’s House. La troviamo senza difficoltà grazie alle indicazioni della Miss del navigatore, e restiamo incantati dal bel cottage di mattoni circondato da un giardino fiorito. Purtroppo non fa parte di nessuna delle associazioni di cui abbiamo le tessere, quindi paghiamo il biglietto richiesto di 7,50£ a testa ed entriamo, curiosi e pieni di aspettative. All’inizio del giro c’è un centro visitatori con pannelli informativi e un grande schermo sul quale viene proiettato un film di una decina di minuti che racconta la vita della grande autrice inglese e la sua storia in questa dimora. Quindi si procede alla visita della casa vera e propria, che è rimasta molto simile a com’era quando Jane viveva qui con sua madre, sua sorella minore Cassandra e l’amica di famiglia Martha Lloyd. Questo cottage era stato ereditato dal fratello minore di Jane, Edward, che lo mise a disposizione della madre e delle sorelle quando caddero in difficoltà economiche dopo la morte improvvisa del padre, il reverendo George Austen.

E non avrebbe potuto sistemarle meglio. Il posto è davvero incantevole, tranquillo e pieno di verde e aiuole fiorite, decorate da uccellini di carta tipici della fauna locale. La casa è grande, su due piani, dotata di tutti i comfort e molto accogliente. Nel salotto, che è la stanza da dove ha inizio la visita, ci sono un pianoforte, una libreria, una chaise-longue e un manichino con indosso un abito bianco in tessuto a pois decorato da un nastro, un abito molto bello che Jane avrebbe potuto benissimo indossare durante le sue passeggiate per le strade di questo paesino immerso nella campagna inglese. Sulla chaise-longue vicino al caminetto, come su tutte le sedie e le poltrone della casa, sono sistemati mazzetti di lavanda legati da nastrini viola, segno che non ci si può sedere, una soluzione che mi pare molto austeniana. Il pianoforte è aperto e ci sono diversi spartiti disponibili, i preferiti di Jane, e la signora che ci accoglie nella stanza mi invita ad accomodarmi tranquillamente sullo sgabello e suonare quello che voglio. Questa è davvero una di quelle volte in cui mi dispiace molto di non saper suonare il piano.

La camera da letto è abbastanza piccola, ma con un bel caminetto e un letto a baldacchino con le tende color crema e le ruches tutto intorno, a creare un’atmosfera ottocentesca che più Jane Austen non si può. Qui sono esposti oggetti appartenuti a Jane e alla sorella Cassandra, alcuni lavori di ricamo fatti dalle due sorelle, il ritratto della zia fatto da Jane ad acquarello e una famosa silhouette che pare sia l’immagine del vero profilo della famosa autrice preromantica. Nella stanza degli ammiragli, che erano i fratelli marinai di Jane, c’è addirittura la trapunta patchwork cucita a mano per loro da Jane e sua madre, davvero un bellissimo reperto.

La sala da pranzo è semplice ed elegante, e dappertutto ci sono ritratti, libri, stampe che raffigurano scene tratte dai romanzi di Jane e piccoli oggetti che appartenevano alla famiglia. Ma la cosa che mi colpisce di più è nella sala della colazione, dove, proprio tra il tavolo da pranzo e una grande finestra luminosa, è sistemato un tavolino con vicino una semplice sedia in legno. Il tavolino è di quelli piccoli, tondeggiante, con una sola gamba centrale a tre piedi e un diametro di neanche 50 centimetri, col piano scuro un po’ consumato sul quale è appoggiato un calamaio d’inchiostro con una piuma da scrittore. Sembra incredibile, eppure questo è proprio il tavolo originale al quale Jane sedeva per scrivere i suoi romanzi. C’è spazio appena per una paginetta, già un secondo foglio non si saprebbe bene dove metterlo, e invece lei ha composto e rielaborato tutti i suoi libri più famosi china su questa postazione in miniatura, che sembra uscita da una casa di bambole.

Giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, Jane ha creato le sue eroine romantiche su questi pochi centimetri di legno scuro, scrivendo con una piuma e inchiostro nero su piccole pagine di carta avorio, con una grafia minuta e precisa, regolare e dritta, alla luce che entrava dalla finestra della sala da colazione, mentre la vita degli abitanti del piccolo paese scorreva sotto ai suoi occhi mescolandosi all’andirivieni indaffarato delle altre donne della casa alle prese con le normali attività quotidiane. Una cosa che, solo a pensarla, commuove.

Ieri nel frutteto di Virginia Woolf, che era una grande ammiratrice di Jane Austen, abbiamo visto la sua stanza tutta per sé, appartata e quasi segreta, immersa nella tranquillità della natura, come un rifugio ritagliato via dal mondo reale nel quale la grande scrittrice poteva concentrare e liberare tutta la sua creatività. La sua scrivania era grande e piena di oggetti, fogli, penne, cartelline, libri, occhiali, quaderni di appunti, e soprattutto, era circondata dal silenzio. Qui invece, sembra tutto il contrario. Un ambiente vivace e rumoroso, movimenti e suoni intorno, e un minuscolo spazio sul quale chinarsi a comporre storie. Evidentemente, ogni artista ha bisogno del suo modo speciale di lavorare.

Di certo Jane aveva un talento naturale grandissimo, visto che, in quanto figlia femmina, suo padre non si preoccupò di garantirle una formazione culturale che fosse al livello delle sue potenzialità, preferendo educarla personalmente a casa e mettendo a disposizione della sua enorme curiosità e sensibilità la sua grande biblioteca privata. Ma tanto bastò, visto che le sue storie d’amore analizzano con ironia e acume l’universo femminile del tempo come mai era stato fatto prima, e che le sue figure di donne dai caratteri sfaccettati hanno ancora oggi un valore letterario che si può considerare universale, e sono ancora capaci di ispirare registi, sceneggiatori e Janeites di ogni luogo.

Prima di uscire passiamo dalla cucina esterna dove, davanti a un grande focolare, è stato allestito un tavolo con tutto l’occorrente per farsi i propri sacchettini di lavanda lasciando una piccola offerta. Su una panca vicino al muro ci sono abiti e cappellini di foggia ottocentesca, a disposizione delle visitatrici che vogliono calarsi nell’atmosfera fino in fondo indossando una mise nello stile dell’epoca di Jane. Ovvio che non ci penso su un attimo. Mi infilo un cappello di paglia, lego il bel nastro viola sotto alla gola e vado a farmi il mio sacchetto di lavanda personale, in uno stile perfettamente austeniano.

Dopo una sosta nel piccolo shop, dove è particolarmente difficile resistere alla tentazione di acquistare ogni genere di souvenir da Janeites, torniamo al parcheggio dove abbiamo lasciato l’auto, davanti al quale c’è un parco verdissimo – ma dove non c’è, un parco, qui?
Stanchi e affamati, ci sediamo su una panchina a riposare e a mangiare i nostri ottimi sandwich con insalata di pollo, all’ombra di una quercia dai rami enormi. Chissà se era già qui, quando Jane passeggiava da queste parti.

Quindi riprendiamo la strada che taglia per la campagna, con le sue rotonde a sinistra e i magnifici tunnel alberati, e proseguiamo in direzione Winchester, dove arriviamo in poco più di mezz’ora. Il paese è piccolo e molto caratteristico, con un bel corso pedonale sul quale si affacciano antichi edifici dalle facciate decorate, ma vero il gioiello qui è la Cattedrale in stile romanico-gotico, che è una delle più antiche e importanti d’Inghilterra. Prima dell’arrivo di Guglielmo il Conquistatore, e della fatidica battaglia di Hastings del 1066 che cambiò il corso della Storia, Winchester era la capitale del Regno dei Sassoni e la città dove risiedevano e si incoronavano i Re, quella che per un periodo fu considerata la vera Camelot, in cui si ipotizzava fosse celata perfino la tomba del mitico Re Artù.

La Cattedrale di Winchester è una delle più grandi del paese, e la sua elegante imponenza impressiona già dall’esterno, con le sue guglie candide che guarniscono un bell’edificio posato su un prato verdissimo. Per entrare si paga un biglietto di 7,50£ a testa che è valido per 1 anno, e che da diritto d’ingresso a uno dei luoghi spirituali più suggestivi di tutta l’Inghilterra. L’interno è veramente impressionante, sia per la bellezza dell’architettura delle navate e delle volte che per le dimensioni stupefacenti di questa chiesa, lunga oltre 170 metri.

Oltre alle tombe scolpite di cavalieri e uomini politici, gli altari laterali, le nicchie e le enormi vetrate istoriate che si ammirano durante la visita, rimaniamo colpiti dal coro ligneo sistemato dietro l’altare maggiore, particolarmente elaborato e raffinato, che è un vero gioiello artistico. Qui troviamo il gruppo dei cantori della Cattedrale che sta facendo le prove dei canti dei vespri, e restiamo per un po’ ad ascoltare le loro voci angeliche che salgono verso quelle meravigliose volte riempiendo l’aria di dolcezza.

Nella navata di sinistra, quasi in fondo vicino all’ingresso, visitiamo la tomba di Jane Austen, che fu sepolta qui dopo la sua morte prematura causata da un malattia sconosciuta. Aveva solo 41 anni e aveva già scritto i suoi romanzi più famosi, ma due non erano ancora stati pubblicati e un ultimo rimase incompiuto. Naturalmente, in quanto autrice donna, Jane doveva pubblicare senza usare il suo vero nome anche dopo che ebbe riscosso un certo successo di pubblico, e fu solo dopo la sua morte che il nipote curò le nuove edizioni dei suoi romanzi rivelando il vero nome dell’autrice.

La tomba è semplice e molto bella, risistemata e arricchita da una targa in ottone che celebra la grandezza della donna oltre che dell’artista, e che fu aggiunta dai suoi discendenti dopo il grande successo letterario postumo di Jane. E’ abbellita da una composizione di fiori sui toni del rosa e del lilla, ranuncoli, rose, margherite viola e fresie che le sarebbero piaciuti molto, e che ne fanno un angolo davvero poetico all’interno di questa cattedrale già impressionante. E se ai suoi contemporanei non fu dato conoscere il vero nome dell’autrice di alcuni dei più famosi e amati romanzi dell’epoca, ancora oggi nessuno ha dimenticato le romantiche eroine create dalla penna leggera e acuta di Jane Austen, e la sua tomba è meta quotidiana di un pellegrinaggio ininterrotto di fan in arrivo da ogni parte del mondo. Oggi è arrivato finalmente anche il nostro turno.

Dalla Cattedrale torniamo verso il centro storico, che è davvero caratteristico, e visitiamo la Great Hall (ingresso gratuito), un salone enorme del castello reale di Winchester in cui è conservata quella che viene considerata la Tavola Rotonda di Re Artù, creata nientemeno che da Mago Merlino per il Re che sarebbe stato l’unico in grado di estrarre la spada dalla roccia.

È’ appesa alla parete di fondo, fatta in legno di quercia dipinto a spicchi color avorio e verde, ognuno dedicato a uno dei cavalieri del mitico Re. I nomi dei cavalieri sono scritti tutti intorno al bordo della Tavola, con eleganti caratteri gotici: Lancillotto, Parsifal, Tristano, Ivano, Galvano, Mordred, tutti riuniti in un cerchio magico di 25 uomini che, nella leggenda, furono i depositari del bene e della giustizia e tra le cui avventure c’è perfino la ricerca e la custodia del Santo Graal. L’unica figura presente sulla Tavola è proprio quella di re Artù seduto sul suo trono, col manto di ermellino, la corona, il globo e la sua spada Excalibur in mano, democraticamente circondato dai suoi uomini più leali e coraggiosi. La Tavola ha un diametro totale di oltre 5 metri, è in condizioni perfette, ed è davvero bellissima.

Attendevo questo momento da molto tempo, da quando avevo inserito questa tappa nel nostro giro inglese. Avevo visitato questo stesso salone ai tempi della scuola, esattamente 25 anni fa, ed ero curiosa di sapere che emozioni mi avrebbe regalato tornare qui dopo così tanto tempo, con molta più vita alle spalle e occhi diversi per vedere il mondo. E il luogo non mi ha deluso, anzi. La Tavola è ancora magica e affascinante come me la ricordavo, e anche questa volta, come 25 anni fa, ignoro le didascalie esplicative sulla probabile vera storia di questo mirabile oggetto e mi limito a godermi di nuovo la sua visione. Voglio ancora credere di essere di fronte alla vera Tavola di Re Artù e dei suoi perfetti cavalieri, sistemata al sicuro nel salone del castello della città di Camelot in attesa del ritorno del suo legittimo proprietario. Crediamo a cose ben più strane di questa, a volte.

All’uscita dalla Great Hall le nuvole scure sono tornate, ma non piove. Cerchiamo un posto per cenare, in perfetto orario inglese, prima di andare a riposarci in hotel. Giriamo un po’ in centro senza fortuna, il solo locale che ci piace comincia a servire la cena solo più tardi, e quando stiamo per lasciar perdere scoviamo un pub antico con una bella atmosfera, in una vietta nascosta, che offre piatti interessanti a prezzi abbordabili. Visto che è un pub, ormai abbiamo imparato come si fa. Stasera prendiamo un tortino di manzo alla birra con purè di patate e piselli, accompagnato da una salsa molto buona. Luca prova la Foster, ma io cedo alla nostalgia e mi prendo una Guinness.

All’uscita dal pub comincia a piovere forte, ma per fortuna questa volta abbiamo con noi un ombrello. Arriviamo alla macchina giusto in tempo e raggiungiamo il Lodge prenotato per stasera con facilità, rifugiandoci subito in camera a rilassarci dopo una lunga giornata di scoperte.

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