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Mercoledì 20 agosto 2014: Kelmscott Manor – Oxford – Cambridge

16 febbraio, 2018 in Viaggi. Commenti: nessuno

Splende il sole stamani a Bourton, anche se l’aria è fresca. Visto che è l’ultima colazione che facciamo qui, ieri abbiamo ordinato a Bob uno special e lui ci porta un piatto con uova scrambled e ottimo salmone affumicato, insieme a tutto il solito ben di Dio: frutta fresca, cereali, yogurt, pane tostato con la marmellata, torta… un vero banchetto. Alla fine raccogliamo le nostre cose e salutiamo, è già ora di ripartire.

Questi giorni nelle Cotswolds sono volati, ma non sono troppo triste all’idea di spostarmi perché la prima tappa di oggi è un posto di quelli davvero speciali, che sogno di visitare da moltissimo tempo. Si tratta del magnifico Kelmscott Manor, a Lechlade, a poco più di una ventina di miglia di distanza da Bourton. Questa stupenda proprietà era nientemeno che la casa di campagna di William Morris, mitico fondatore del movimento Arts & Crafts, in cui l’artista scelse di vivere con la sua famiglia nel 1871 per allontanarsi dal già notevole caos metropolitano di Londra. Qui studiò e lavorò insieme alla moglie, alle figlie e agli amici Burne-Jones e Dante Gabriel Rossetti, cercando la sua ispirazione di disegnatore e poeta nella magnificenza della natura circostante. Non riesco a credere che entreremo davvero in casa sua.

Già arrivare nelle vicinanze del cottage è sufficiente per capire che aveva scelto un angolo di campagna davvero speciale. Il posto è incantevole, immerso nel verde, circondato di frutteti e fiori. La casa, che risale circa al 1600, è bellissima, rigorosamente in pietra locale, strutturata su tre piani con una stupenda facciata coperta di edera.

Il giardino non è molto grande ma è ben coltivato: rose, peonie e grandi fiori bianchi delicati ed eleganti, tanti alberi da frutto e, naturalmente, uno spettacolare melo carico di frutti rossi che sembra uscito direttamente da una delle classiche carte da parati di Morris.

Lungo il vialetto troviamo la siepe più originale che abbiamo visto fino ad ora, potata in modo da assomigliare a una grande balena verde con la coda sollevata che saluta i visitatori arrivati fin qui, adoranti come pellegrini giunti finalmente alla meta del loro cammino spirituale.

Facciamo il biglietto e, mentre aspettiamo l’orario d’ingresso, visitiamo brevemente lo shop dove, ad avere in tasca parecchi soldi e un biglietto aereo che comprende il trasporto di svariati bagagli da stiva, si possono acquistare manufatti molto particolari ispirati al lavoro di Morris. Devo fingere – con grande difficoltà – di non vedere almeno la metà delle cose esposte, per non cadere in tentazione, ma è una di quelle volte in cui questa ormai consueta operazione tattica mi risulta particolarmente difficile. Alla fine mi concedo un paio di sottobicchieri dipinti con il classico ‘Strawberry Thief’ e una mattonella di maiolica blu con un tralcio di fiori e una citazione poetica, da aggiungere alla collezione che decora la parete del nostro terrazzo. Ci starà perfettamente, già lo so.

Alla fine entriamo in casa (dove purtroppo è vietato fare foto), ed è come entrare in un mondo magico sul quale avevo sempre fantasticato ma che quasi non credevo potesse esistere davvero. Gli ambienti interni sono luminosi e spaziosi, e incredibilmente insoliti. Ovunque ci sono oggetti o tappezzerie disegnate da Morris in persona o da una delle sue figlie e poi realizzate a mano dalla moglie Jane o, in seguito, prodotte direttamente dalla ditta artigiana Morris&Co. Arazzi con scene in perfetto stile gotico, coperture di sedie e poltrone con meravigliose fiorature, pannelli ricamati con eteree dame medievali e boschi fatati, rivestimenti di caminetti in maioliche azzurre o ricoperte di disegni ispirati al mondo naturale. Siamo circondati da magnifici tessuti da parati dipinti a ramage e tralci con fiori e uccellini che creano atmosfere incantate, mobili scolpiti e scale in legno dal design così equilibrato e perfetto da essere vere opere d’arte in sé. Un universo lontano nel tempo rievocato con grandissima raffinatezza ed eleganza, e quel tocco personale d’artista che lo faceva vivo e nuovo per il XIX secolo.
Una delle stanze più belle è la camera da letto di Morris, con un grande letto a baldacchino in legno scolpito intorno alla cui sommità gira un pannello di tessuto alto circa 50cm sul quale è ricamata a caratteri gotici una poesia che lui aveva scritto proprio per questa stanza, che sua moglie Jane ricamò a mano personalmente per poterla poi sistemare qui. Sul letto c’è una coperta di seta ricamata con delicati tralci di fiori dai colori tenui, realizzata per lui da un disegno della figlia minore May, un altro elemento cardine di questa famiglia così piena di talento artistico.
Di fronte al letto ci sono alcuni gradini che portano a una grande stanza molto luminosa, che è quella che più di tutte desideravo vedere. Eccoci qua finalmente, proprio dentro al suo studio. C’è ancora il grande tavolo di legno sul quale lavorava, con sopra alcuni oggetti che usava al tempo in cui viveva qui, pennini, carta, una piccola tavolozza per i colori, e un intero piano di legno grezzo da poter utilizzare per mescolare direttamente le tinte e procedere a dipingere le sue incredibili creazioni. C’è anche un bel caminetto nella stanza, decorato con due grandi pavoni in ottone di provenienza orientale portati direttamente dalla casa di Londra, sulla cui superficie si notano ancora i forellini che venivano utilizzati per reggere i bastoncini di incenso da bruciare per profumare la stanza. Originali in una maniera che più esotica non si può.
Ma l’effetto maggiore lo regalano gli enormi arazzi che ricoprono buona parte delle pareti, ricamati sui toni del blu e del verde scuro, che raccontano scene della vita di Ercole. I colori sono un po’ alterati dalla carezza di quasi un secolo e mezzo di luce che ci si strofina contro quotidianamente, ma l’impatto visivo resta comunque molto forte.
Dunque, era qui che Morris lavorava. Qui, chino su questo grande tavolo grezzo, passava le ore a scrivere e a disegnare quelle trame fantastiche e delicatissime che neppure il tempo ha saputo più cancellare, in questo luogo raffinato e meraviglioso in cui doveva essere facile trovare ispirazione ed esprimere creatività e originalità. Da questa stanza, in cui passeggiamo muti e ammirati, partì una rivoluzione estetica e ideologica che non si sarebbe più fermata.
Anche il resto della casa è decorato in questo stile fantastico. La camera di Jane e i salottini destinati alle varie attività sono stati resi unici da oggetti e tessuti pieni di fascino legati alla professione di artigiani del bello di questa incredibile, talentuosa famiglia. Notevoli sono alcune sedie in legno con la spalliera scolpita, dalla linea così elegante da sembrare già Art Nouveau con diversi decenni di anticipo, e naturalmente le incredibili tappezzerie decorate a fiori e soggetti naturali, dai colori così vividi da sembrare appena tessute. E fantastica è anche la piccola scala in legno che porta al sottotetto, un raro esempio di rampa con i gradini divisi a metà e sfalsati, per cui per salire si appoggia un piede dopo l’altro ritrovandosi sempre a procedere su livelli differenti. Un design assolutamente moderno e primario al tempo stesso, bellissima. Fa immediatamente venire voglia di averne una in casa.
Tra i dipinti alle pareti, due spiccano su tutti gli altri: il famoso ritratto di Jane con indosso un abito di seta blu, eseguito da Rossetti, in cui lei appare come una meravigliosa creatura appartenente a un mondo magico, con i capelli scuri morbidamente ondulati, gli occhi languidi ed enigmatici e la bocca rossa e carnosa come una ciliegia matura. Morris diventerà geloso del modo estremamente sensuale in cui l’amico ritrae sempre sua moglie, e più di un pettegolezzo piccante sulla strana relazione tra questi tre artisti circolò sottovoce nei salotti vittoriani frequentati dalla buona società impegnata nel rito del tè pomeridiano…. Altri due disegni di Rossetti ritraggono le figlie dei Morris, May e Jenny, tramandandoci la loro incredibile somiglianza con la bellissima madre che posò per tutti i maggiori pittori della Confraternita dei Pre-Raffaelliti divenendone la vera musa ispiratrice.
In uno dei salotti scopriamo persino un gioiello inaspettato, un piccolo quadro appeso con nonchalance sopra al caminetto, così come se niente fosse, è che non sapevamo dove metterlo e lo abbiamo piazzato qui, ci sembrava un buon posto. Solo che non si tratta di un quadro qualsiasi, e non per la sua cornice dorata completamente fuori stile rispetto a tutto il resto, o per i soggetti raffigurati in maniera quasi naif: uomini e donne in abiti semplici, con attrezzi vari in mano, tutti al lavoro in un giardino dove piantano, seminano, puliscono, potano. L’atmosfera è tranquilla e dolce, quasi consolante, e la bellezza si spande nell’aria a ogni respiro. Gli abiti che questi personaggi indossano non sono ottocenteschi, e neppure medievali, e i tratti sono nientemeno che quelli inconfondibili di Bruegel il Giovane. Un universo incantato dentro un altro universo incantato, magicamente incastrati tra loro come scatole cinesi dentro le quali saltare trattenendo il respiro, per lasciarsi trascinare giù in una vertiginosa matriosca di emozioni.
Il giro si conclude, contrariamente al percorso consueto, nella parte più alta della casa, il sottotetto, un ambiente grande e arioso dove possenti travi di legno a vista delimitano in maniera spettacolare le altezze e i volumi di quest’ultimo piano, nel quale erano state ricavate le camerette delle due figlie. Piccoli letti di legno dipinto di verde, semplici arredi di uso quotidiano come librerie, cassapanche e specchi, mobiletti dal design lineare ed essenziale si armonizzano perfettamente ad un magnifico pavimento di assi grezze che richiama le travi portanti della struttura, creando un insieme così genuinamente bello da farci desiderare di non voler più andare via.
Alla fine usciamo passando attraverso una piccola porticina di forma irregolare, che fa tanto Alice nel Paese delle Meraviglie, e ci fermiamo nell’ultimo spazio da visitare dedicato alla storia delle tappezzerie e ai cataloghi dei disegni di tessuti e carte da parati ancora oggi prodotti dalla Morris&Co e disponibili alla vendita. Sono uno più bello dell’altro, ma certo danno veramente il meglio di sé quando vengono utilizzati per abbellire una casa già straordinariamente piena di fascino come questo Kelmscott Manor. L’uscita è attraverso una cupa scala interna (che ha tutta l’aria di essere un’aggiunta recente) che ci riporta fino all’ingresso iniziale. La visita è completata, dobbiamo proprio uscire e lasciare questo mondo magico dietro di noi. Un peccato. Anche se in realtà sento che un po’ di questa atmosfera incantata la porterò via con me, insieme al ricordo di questa visita che desideravo così tanto fare dopo aver letto pile di libri e biografie su questo luogo quasi mitologico. Questa è un’altra delle magie che i viaggi sanno fare. E che sa fare Luca, il mio dreamcatcher. Non lo ringrazierò mai abbastanza per avermi portata – anche – fino a qui.

Da Lechlade-on-Thames ci spostiamo a una mezz’ora di distanza per visitare un altro luogo assolutamente speciale: Oxford! Oh my God! Se non mi viene un attacco di cuore oggi… non mi viene più!

Lasciamo la macchina in un Parking sotterraneo dopo aver raggiunto il centro cittadino intasato di traffico e andiamo subito alla ricerca del primo College da visitare, il famosissimo Christ Church College, con la sua torre a cupola che svetta sulla città ed è ormai diventata il simbolo di questa istituzione culturale di fama internazionale. Ho già il cuore che corre a mille.

Facciamo il biglietto da una signora molto gentile e cominciamo il giro seguendo una specie di mappa stilizzata fornitaci insieme ai ticket, che è assai semplice da leggere. E ci ritroviamo subito nel famosissimo cortile quadrato, racchiuso in un giro di edifici eleganti di grande fascino. Siamo circondati dalla storia, e da un’atmosfera così tipicamente Old British da sentirci di colpo catapultati in uno spazio ritagliato fuori dal tempo, in un luogo fisso come una roccia e immutabile nel passare dei secoli. Un’emozione molto forte.

In effetti questo College esiste, sotto vari nomi, fin dalla fine del 1300, e ha preso il suo nome e la sua forma definitivi nel 1546 per volere di Enrico VIII. Il Re stesso innalzò la Cappella del Christ Church College a Cattedrale di Oxford, creando di fatto la più piccola cattedrale d’Inghilterra.

Magari è piccola, ma è davvero molto bella. La visitiamo con una guida locale, un volontario che ogni giorno accompagna i visitatori gratuitamente solo per il piacere di fornire un servizio ad un luogo a lui caro e rendere il giro più proficuo per chi arriva fino qui assetato di scoperte. E’ un signore simpatico e preparato che ci rivela molti dettagli sulla storia e l’architettura del luogo, ma anche molti aneddoti sulle tradizioni e sui personaggi che hanno studiato e lavorato qui nei vari secoli della sua esistenza.

Una storia in particolare è curiosa, e assolutamente affascinante. Su una parete di una navata laterale, in mezzo alle elegantissime vetrate istoriate create apposta per questa chiesa dai preraffaelliti, c’è un bel busto in marmo del giovane Leopold, uno dei figli della Regina Vittoria, anche lui studente del Christ Church College. Quando studiava qui cominciò a frequentare una giovane ragazza di nome Alice, che era la figlia minore del diacono del collegio, e i due si innamorarono perdutamente. Purtroppo però lui era un membro della famiglia reale mentre lei non era di estrazione nobile, quindi i due giovani non poterono sposarsi, e anzi Leopold fu allontanato dal collegio dietro vaghi pretesti di necessità politiche per interrompere questa relazione scomoda . Ma anche se furono tristemente separati da ragioni superiori, l’amore dei due giovani non fu mai cancellato. Quando Leopold, in seguito, si sposò ed ebbe una figlia la chiamò Alice, e quando lei si sposò ed ebbe un figlio lo chiamò Leopold. Sarebbe solo un curioso aneddoto amoroso come tanti, se non fosse che lei altri non era che Alice Liddell, la ragazza che, da bambina, aveva ispirato a Lewis Carroll (nome de plume di Charles Dodgson, docente di matematica qui a Oxford) la straordinaria storia di Alice nel Paese delle Meraviglie. “I found myself in Wonderland…”

Facciamo anche un immancabile giro alla Hall, affollata di giovani visitatori non solo perché è un refettorio medievale bellissimo e perfettamente conservato presieduto da un imponente ritratto di Enrico VIII, ma anche perché è l’originale che ha ispirato il refettorio scolastico inglese più famoso al mondo, quello di Hogwarts. Nei film della saga di ‘Harry Potter’ infatti, le scene in cui gli studenti dell’Accademia di Magia sono tutti riuniti per cena sono state girate in gran parte proprio qui. È’ più piccolo di quanto pensassi, ma ha un fascino straordinario: i vetri colorati delle bifore lasciano filtrare la luce morbida del pomeriggio inoltrato, una bellissima boiserie in legno di quercia gira tutto intorno al salone rivestendo le pareti, come a conferire solidità e perpetuità al luogo stesso, e una serie di ritratti di Decani e Presidi che hanno fatto la storia di questa istituzione scrutano dall’alto della loro posizione privilegiata i Dottori e gli Scienziati di domani.

I lunghissimi tavoli di legno scuro sono già pronti per la cena, apparecchiati con semplici stoviglie di vetro e porcellana bianca, illuminati da discrete abat-jour con lampade gemelle che rendono l’ambiente confortevole e calmo, una sorta di nicchia a sé stante ritagliata fuori dal resto del mondo. Qui si respira solidità, ci si nutre di cibo, cultura e tradizione. Si ha l’impressione che frequentare un posto così nei propri anni di formazione porti a credere di poter arrivare a fare qualunque cosa, realizzare qualunque potenzialità.

A poterci guardare, secondo me, si scoprirebbe che il destino di immortalità di questo Paese millenario è inciso direttamente nel DNA degli studenti passati di qui. Questo College ha dato all’Inghilterra 13 primi ministri, più di tutti gli altri collegi della città messi insieme (e sono quasi 40 in tutto….) e al mondo ben 9 premi Nobel, senza tralasciare artisti, scienziati e politici di grande fama che hanno contribuito a dare alla storia e al mondo la forma che hanno oggi. Essere studente in un posto come questo deve essere uno dei privilegi e delle soddisfazioni maggiori che possano capitare nella vita di un giovane essere umano.

Dal Christ Church passiamo nel cortile della vicina Bodleian Library, una delle maggiori biblioteche del mondo e la più grande di Oxford, con 188km di scaffali per oltre 7 milioni di volumi in archivio. Seconda solo alla British Library per quantità di opere possedute, custodisce tesori eccezionali che sono pietre miliari della storia dell’evoluzione della cultura umana: dai Codici Medievali ai Vangeli in copto, dalla Magna Charta alla Chanson de Roland, dai più antichi testi in Middle English miniati e dipinti a mano alla Bibbia di Gutenberg, dal Milione di marco Polo in antico francese a un rarissimo First Folio di Shakespeare, il tutto incastonato in un’architettura così raffinata e magnifica da lasciare senza fiato. Un paradiso di carta in terra.

Vicino c’è la Radcliffe Camera, che è parte della Bodleian, con la sua famosa struttura neoclassica a base rotonda e il tetto a cupola, un vero tempio della conoscenza.

Dopo il Christ Church visitiamo il secondo college più famoso della città, il Magdalen College, quello dove studiò anche Oscar Wilde e dove il suo talento per la poesia e la scrittura ricevettero i primi importanti riconoscimenti ufficiali – a dispetto del risentimento di molti insegnanti più strettamente tradizionalisti. Non è grande come il Christ Church, ma è bellissimo anche questo, forse anche più elegante, con palazzi in pietra color dell’oro, una torre merlata possente, un chiostro incantevole con un loggiato che affaccia direttamente su un prato verdissimo. Visitiamo la chiesa con belle finestre istoriate, che contiene un’importante copia del ‘700 dell’Ultima cena di Leonardo, un refettorio rivestito di legno di quercia, un parco dove, tra gli altri, venivano a passeggiare CS Lewis e Tolkien nelle ore libere dallo studio, e un prato dove pascola liberamente un branco di bellissimi daini.

Alla fine, stanchi e soddisfatti, ci fermiamo alla caffetteria a prendere un tè con due muffin enormi e buonissimi, e ci riposiamo seduti lungo un canale, lasciando sedimentare piano piano le tante emozioni di questa visita così intensa. Eppure, nonostante la grandezza simbolica di questo posto, qui le dimensioni sono relative, gli spazi vivibili, e l’atmosfera è austera senza essere intimidatoria. Un luogo ideale.

Dopo un ultimo giro per le antiche stradine acciottolate torniamo in centro e passeggiamo fino alla macchina, paghiamo un (salato) parcheggio e ripartiamo in direzione di Cambridge, verso est, dove abbiamo la stanza per la notte.

Impieghiamo circa 2 ore per arrivare, e la signora del B&B è un po’ meno carina delle precedenti, ma la stanza è pulita e comoda e la casa sembra bellissima. Usciamo a cercare qualcosa per cena, ma siamo in una zona un po’ isolata e gli unici due pub aperti ormai non danno più cibo (sono già le 20,30) così ci adattiamo alle circostanze e prendiamo una pizza a un Domino’s, e devo ammettere che tutto sommato è buona, sottile e con un buon condimento. Ma ad essere onesta, anche se fosse di cartone non me ne accorgerei stasera, la testa ancora completamente immersa in tutte le meraviglie in mezzo alle quali abbiamo camminato oggi.

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Mercoledì 13 agosto 2014: Exeter Cathedral – Greenway House – Mayflower Steps – Looe

22 ottobre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

La notte è silenziosissima al Park Edge B&B, come dappertutto, quassù. Niente schiamazzi, echi di traffico o rumori di motori che passano, solo un silenzio spesso e liscio che cala sulle case col buio come una coperta di velluto nero. Come piace a me. E pazienza se in questo Paese le tende alle finestre sono solo decorative e la luce del giorno entra nelle stanze già dalla mattina presto. Mi ci potrei anche abituare, in cambio di un silenzio perfetto come questo.
Il sole sembra abbastanza stabile stamani, quando scendiamo a colazione nella saletta del nostro cottage in miniatura che è tanto piccolo quanto curato nei dettagli, comprese tutte quelle buffe stramberie indispensabili per creare un’atmosfera tipicamente British,tipo i nani di gesso in fondo alle scale o gli animaletti del bosco che spuntano dagli angoli più impensati. Dettagli che fanno di questi b&b posti unici, imprescindibili per vivere un’esperienza completamente inglese. La signora che ci accoglie è molto simpatica, intrattiene i suoi ospiti con allegria e serve tutti con gentilezza e generosità. Stavolta la sala e l’apparecchiatura sono più semplici, ma la full English è molto buona e la spazzoliamo con grande piacere. Lo confermiamo anche al padrone di casa e cuoco in armi, che esce dalla cucina per farci un saluto dopo aver finito di preparare per tutti. Ha un forchettone in mano e indossa con una certa disinvoltura un cappello da cuoco e un gran grembiule bianco sopra un improbabile completo giacca e pantaloni in una stoffa a rombi in una fantasia arlecchino che ci lascia letteralmente a bocca aperta, e ci conquista definitivamente. E’ il Dorset, ma ci sentiamo a casa.

Purtroppo però non lo siamo, e dobbiamo cominciare a raccogliere le nostre cose per ripartire alla scoperta delle nuove mete di oggi, tra i ringraziamenti, i saluti e le raccomandazioni affettuose dei nostri ospiti. Ci spostiamo verso nord, nel Devon, diretti a Exeter, a poco meno di 2 ore di distanza. Il traffico è scorrevole, le strade perfette e libere, il tempo regge tranne qualche piovasco via via, ma la temperatura è sui 18 gradi e il paesaggio è ancora incantevole.
Exeter è una città piena di movimento e di begli edifici, e la sua famosa Cattedrale anglicana medievale è davvero notevole. Si affaccia su una piazzetta circondata di antichi palazzi ed è costruita in stile gotico inglese con due torri possenti a base quadrata e decine di sculture di santi a decorare la facciata, che purtroppo non sono in buone condizioni. L’edificio, rimaneggiato più volte anche in seguito ai pesanti danni causati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, è un luogo di grande fascino. In tutta la Cattedrale sono in corso lavori di ristrutturazione e conservazione, che purtroppo riguardano anche la biblioteca dove è conservato il famoso “Exeter Book”, una delle più antiche raccolte arrivate fino a noi di riddles e poemi della letteratura anglosassone risalente a prima dell’anno 1000, che al momento non è visitabile. Un vero peccato.

L’entrata a pagamento (6,00£ a testa) ci rende contribuenti dei lavori di restauro, il che da una dimensione diversa e più accettabile al concetto di ‘biglietto d’ingresso’ in un tempio spirituale. L’impressione di imponenza e ricchezza ricevute all’esterno trovano il loro naturale continuo all’interno della chiesa dove, nonostante le impalcature per i lavori in corso che coprono parte delle decorazioni, si rimane immediatamente colpiti dalla maestosa galleria centrale che vanta il soffitto a volte gotiche a navata unica più lungo del mondo. Davvero impressionante.

Lungo le navate laterali ci sono antiche tombe di prelati e cavalieri in pietra policroma di grande bellezza, e prima dell’altare maggiore c’è il coro in quercia scolpito con angeli e fiori, con la cattedra vescovile incredibilmente lavorata che, oltre a essere preziosa per la sua lavorazione raffinata, è un capolavoro di tecnica artigianale in quanto è montata a incastro, senza l’utilizzo di chiodi.

Nel transetto di sinistra si trova un orologio astronomico della fine del XV secolo ancora funzionante in cui la Terra è rappresentata come una sfera dorata posta al centro dell’universo, con il sole che le gira intorno. Sotto all’orologio c’è una piccola porta che andava verso i locali privati del parroco, e nell’angolo della porta, in basso a destra, c’è un foro che era la porta utilizzata dal gatto, utilissima sentinella medievale contro i topi rosicchiatori del legno.

Nel susseguirsi simmetrico delle cappelle laterali ci sono dipinti e sculture preziose, tombe raffinate, vetrate istoriate bellissime e altari lavorati di epoche diverse, dal medioevo al Seicento, e c’è anche una piccola area un po’ insolita che ci incuriosisce, dove mi fermo a dare un’occhiata.

Su una pedana di legno sono sistemati cestini di paglia di varie dimensioni, pieni di pietre di differente grandezza e volume. In un altro cestino ci sono delle conchiglie, e nell’ultimo delle piume. Poco distante, una mattonella di cemento fa da base a quello che sono tutti invitati a costruire, un “Cairn of Hope”, un cumulo di speranza. Un piccolo cartello spiega in due parole di cosa si tratta, e come funziona la cosa. Chi vuole, riflette sulla dimensione della propria situazione di difficoltà personale o familiare, calcola il “peso” che lui o qualcuno a cui vuole bene deve portare quotidianamente, poi prende il sasso – o la conchiglia, o la piuma – che simbolicamente corrisponde alla misura di questo dolore e lo poggia sulla mattonella con gli altri, insieme alla sua preghiera. Un cumulo doloroso di sassi – e conchiglie, e piume – che la preghiera a Colui che ha portato il peso della Croce per la Salvezza di tutti gli Uomini trasformerà in un cumulo di speranza. Un ammasso di dolore la cui forza negativa si scarica quando si unisce al disagio altrui, che si ridimensiona grazie al confronto con la misura del dolore degli altri, che trova forza ed energia nell’unione con altre sventure, tutte consegnate nelle mani di quel Cristo che, per chi crede, è la Sola Speranza. Un sistema quasi banale, per una riflessione più profonda di quanto possa sembrare. Non saprei dire se questa del Cairn of Hope sia una tradizione anglicana diffusa tra i fedeli o un’idea che hanno avuto proprio qui nella Cattedrale di Exeter, di fatto non avevamo mai visto niente del genere in nessuna chiesa. Di certo, ce ne ricorderemo.

In una delle cappelle troviamo una sepoltura congiunta molto bella dedicata al II conte di Devon e sua moglie, con le classiche statue medievali dei coniugi distese vicine circondate di angeli, e intorno uno degli organi con le canne più grandi che ci sia mai capitato di vedere. Lì accanto a vegliare i due sposi, nientemeno che la Vergine delle Rocce di Leonardo e la Madonna della Seggiola di Raffaello. Copie naturalmente, ma pur sempre due raggi di luce.

Dopo la visita alla Cattedrale facciamo un giro per le stradine del centro, e al ritorno prendiamo dei sandwich e ci sediamo su un muretto davanti alla chiesa a mangiarli al sole, dove molta gente sta facendo una pausa, chiacchierando e pranzando all’aperto.

Facciamo appena in tempo a finire di mangiare che ricomincia a piovere leggermente, così torniamo alla macchina e ripartiamo per la seconda tappa di oggi. Mentre viaggiamo in direzione Torquay viene giù un diluvio così spaventoso che quasi non si vede più neppure la strada, ma naturalmente dopo una decina di miglia è già tutto passato, e rispunta un sole allegro. Ormai ci stiamo abituando: non siamo troppo tranquilli anche se la giornata pare bella, e non siamo troppo preoccupati anche se diluvia – tanto non dura.
A Torquay, nel Devon del sud, cerchiamo Greenway House, la casa delle vacanze di Agatha Christie, seminascosta in fondo a una stradina tortuosa e sterrata bordata da siepi alte, su una punta di terra affacciata sul bordo del fiume Dart, in mezzo a un bosco bellissimo e non facile da individuare. Questo è uno dei beni del National Trust segnalati peggio per ora, ma alla fine ci arriviamo.

Parcheggiamo nella zona riservata ai visitatori e andiamo all’ingresso, dove il ragazzo alla cassa riconosce immediatamente le nostre tessere FAI e si mostra contentissimo, ci fa i complimenti e ci da i biglietti gratuiti per l’ingresso alla casa, che è poco più giù nel giardino. Ci sono delle impalcature sul davanti perché stanno ritinteggiando la facciata, ma si capisce lo stesso che l’edificio è imponente e elegante. Il posto è isolato ma davvero bello, con una vista mozzafiato. Una signora gentilissima ci accoglie e ci da tutte le spiegazioni necessarie alla visita, quindi ci fornisce una breve guida con il percorso da seguire e ci lascia proseguire da soli.

Gli interni sono molto belli e accoglienti, e praticamente uguali a com’erano quando la famosa scrittrice di gialli veniva qui in vacanza con figli e nipoti, dal 1938 alla metà degli anni ’70. Questa è una casa di vacanza in effetti, non la casa principale dove scriveva e lavorava ai suoi libri, ma Agatha e la sua famiglia amavano questo posto e ci hanno portato gran parte dei mobili e dei loro oggetti preferiti, come i ritratti di famiglia e le molte collezioni di oggetti di ogni genere, porcellane, scatole intarsiate, libri statuette, vasi e mille altre cose.

Le stanze sono grandi e belle, perfettamente arredate, eleganti ma non fredde, anzi, gli ambienti sono molto accoglienti e l’atmosfera è quella di una vera casa vissuta, non di un museo di cimeli. Il salotto con il camino e i giochi da tavolo dei nipoti ancora sparsi sul tappeto, e il pianoforte che Agatha sapeva suonare ma al quale la sua timidezza la obbligava a sedersi solo quando era sola, la camera da letto con i tessuti chiari e il guardaroba con ancora i suoi vestiti e le borsette da sera, la sala da pranzo col lungo tavolo apparecchiato, il salottino con la collezione di cineserie, con alla parete il ritratto di Agatha da bambina seduta su una poltrona a fiori con in braccio la sua bambola preferita, appeso proprio sopra quella stessa poltrona sulla quale siede ancora la stessa bambola vestita di seta.

C’è la bellissima biblioteca, con un fregio che gira tutto intorno in cima alle pareti dipinto da un tenente dell’esercito americano che aveva preso possesso della casa con la sua guarnigione durante la Seconda Guerra mondiale, in cui è narrata la storia delle avventure europee di quel piccolo gruppo di soldati. L’esercito americano si offrì di ridipingere la stanza di bianco e risistemare tutto come prima alla fine della guerra, ma Agatha rifiutò preferendo mantenere il fregio come testimonianza di un evento che aveva segnato la storia di Greenway House. Ci sono ancora le bambole della figlia Rosalind sul divano, e negli scaffali di legno intorno è raccolta una stupefacente collezione di volumi tra romanzi, libri di storia e trattati di archeologia del secondo marito di Agatha, Max Mallowan, e un’atmosfera così calda e tranquilla che fa venire voglia di mettersi qui con un libro sulle ginocchia a leggere per tutto il giorno, buttando giusto un’occhiata ogni tanto dalla grande finestra per ammirare la vista del fiume che scorre placido più in basso.

I famosi romanzi di Agatha, nelle prime edizioni pubblicate in molte lingue diverse, sono esposti in una speciale vetrina nel corridoio del piano superiore, mentre all’ingresso c’è un tavolino antico sul quale sono sistemate tutta una serie di fialette e bottigliette di vetro contenenti polveri e liquidi misteriosi provenienti dalla farmacia dell’ospedale universitario londinese nella quale Agatha lavorò come volontaria durante la Seconda Guerra Mondiale, esperienza che in seguito le tornò utilissima per descrivere in maniera scientificamente esatta le scene di avvelenamento delle sue crime stories, alcune delle quali furono ambientate proprio in questa bellissima casa.

Ogni stanza ha una sua particolarità e un suo fascino di luogo vissuto, ed è bello a modo suo. E anche se non è in queste stanze che Dame Agatha Christie, come l’aveva nominata la Regina Elisabetta II, liberava il suo talento e la sua fantasia trascinando Poirot e Miss Marple in avventure intricatissime e geniali, questa dimora elegante e accogliente rappresenta un po’ la sintesi della vita piena di successo e di avventure di questa incredibile autrice, che è addirittura entrata nel Guinness dei Primati per il maggior numero di copie di libri vendute nei 5 continenti. Romanzi che sono stati tradotti in oltre 100 lingue, le cui storie appassionanti vengono ancora messe in scena nei teatri di tutto il mondo e i cui personaggi sono stati interpretati dai più grandi attori, che li hanno resi vivi e indimenticabili per il pubblico di ogni paese e di ogni tempo. Una casa piena di oggetti e di ricordi, di cose belle e di passioni, elegante e raffinata ma anche semplice e vera, che sa trarre il meglio da ogni cosa. Proprio come la sua famosa e talentuosa proprietaria.

L’esterno è altrettanto bello dell’interno, naturalmente, pieno di fiori di ogni tipo, soprattuto ortensie e fucsie, e colorato come un dipinto. C’è un giardino recintato, un orto con alberi da frutto, una serra con una bellissima vite che porta già piccoli grappoli verdi, un boschetto con viali per le passeggiate e panchine per le soste, una fontanella gorgogliante e un’infinità di alberi che, a giudicare dalle dimensioni, devono essere parecchio vecchi. Sarebbe molto grande da esplorare, ma si sta facendo tardi e dobbiamo deciderci a lasciare Greenway House e tornare alla macchina.

Dobbiamo raggiungere Plymouth, e sappiamo che il traffico su questo tratto di costa è molto intenso perché questa è una località balneare esclusiva e ricercata, non a caso la chiamano la Riviera del Devon, e tutti vengono volentieri fino qua a fare un giro, soprattutto nelle belle giornate di sole come oggi. In effetti qui troviamo le prime code di auto che abbiamo visto da quando abbiamo cominciato questo giro, oltre a moltissimi semafori che sono in funzione perfino nelle rotonde e che hanno il verde che dura solo pochi secondi. A Plymouth centro le cose non sono diverse, anzi forse sono anche peggiori, e dopo tutta la bellezza delle colline immerse nei boschi, finire in mezzo a code di automobili e odore di gas di scarico non è proprio un piacere. Riuscire a parcheggiare è una vera impresa, che ci ruba quasi 40 minuti e diverse sterline.

Però, alla fine, siamo dove volevamo arrivare. Al Barbican di Plymouth, nel mezzo al porto, tra il mercato del pesce e l’imbarcadero dei traghetti turistici, proprio davanti ai Mayflower Steps, dove nel 1934 è stato costruito un piccolo portico commemorativo con colonne doriche e una balaustra in metallo per ricordare il punto esatto dal quale, il 6 settembre 1620, i padri pellegrini salparono sul Mayflower diretti in America. Un altro luogo storicamente cruciale e incredibilmente simbolico, un altro punto di origine dal quale la storia prese una direzione nuova che avrebbe cambiato il futuro dell’Europa e del mondo. Un’altra bella emozione.

Facciamo una passeggiata sul molo affollato e scattiamo un po’ di foto, godendoci appieno la bella atmosfera marina che si respira in questo piccolo porto, che sembra molto attivo. La luce è incantevole e l’ambiente è vivace, si sta molto bene qui, però si sta facendo tardi ed è già ora di ripartire. Risalendo lungo la via verso il parcheggio passiamo accanto a un vecchio edificio che potrebbe essere quello che ospitò i padri pellegrini nelle ore e nei giorni precedenti la partenza del Mayflower, e notiamo che sul muro esterno c’è una statuetta di una Madonna adorna di fiori. Una piccola Stella Maris messa lì a vegliare sui marinai, come se ne trovano quasi in ogni porto. Perché l’Oceano è grande, e fa paura. E partire per mare è un’avventura grande come la vita, e ci vuole tutto il coraggio del mondo per scendere quei tre gradini e salire su una nave, qualunque sia la destinazione da raggiungere. E allora ogni protezione possibile è la benvenuta, non si sa mai.

Il nostro B&B di stasera è lo Schooner Point di Looe, in Cornovaglia, e ci arriviamo poco prima delle 20,00. I proprietari ci accolgono con grandissima gentilezza facendoci sistemare l’auto nel loro parcheggio privato, e noi restiamo incantati dalla bellezza della casa e del punto in cui si trova, poco fuori dal piccolo villaggio di pescatori, su una collinetta oltre il ponte che passa per il centro del paese.

La camera è molto bella e confortevole, pulitissima e spaziosa, già sappiamo che sarà tristissimo lasciarla, domani. Ci sistemiamo e usciamo per andare a cena, siamo affamati e curiosi di cominciare a scoprire questo primo angolo di Cornovaglia, che sarà la nostra terra per i prossimi giorni.

Il paesino di Looe è davvero un incanto, con le case che si arrampicano fin sul promontorio intorno alla baia, il ponte di pietra a arcate regolari che l’attraversa, e le barche ormeggiate tutto intorno come in una piccola marina del settecento. La luce del giorno sta calando dolcemente quaggiù, come a non voler dare fastidio, e i lampioni che si accendono ci trasportano magicamente dentro a un presepe appoggiato sul bordo del mare.

Passeggiamo nel centro del villaggio, dove i negozi sono chiusi ma c’è ancora gente in giro a godersi l’atmosfera, e troviamo un ristorante perfetto dove cenare. Si chiama “The Golden Guinea”, un locale molto caratteristico all’interno di un edificio che risale addirittura al 1632, registrato nell’elenco di edifici di valore storico protetti dal Ministero dei Beni Culturali inglesi. Mangiamo zuppa del giorno e piatti tipici di carne e pesce e ci gustiamo tutto fino all’ultima briciola, nella bella atmosfera tranquilla del vecchio lacale.

Siamo stanchi, ma anche contenti di questa bella serata alla fine di una bellissima giornata. Domani vedremo cosa ci riserverà questa landa estrema di Inghilterra la cui magia già si preannuncia all’altezza della sua fama.

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Lunedì 11 agosto 2014: Portsmouth – Jane Austen’s House – Winchester Cathedral and Great Hall

30 settembre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

Notte di vento teso e nuvole gonfie d’acqua, a Brighton. Quando lasciamo l’hotel, pare che il cielo voglia venire giù tutto insieme. Viaggiamo lungo la costa fino a Portsmouth, e per tutta l’ora abbondante del nostro spostamento siamo accompagnati da un diluvio scrosciante. Nelle vicinanze del porto della cittadina però la pioggia si calma e il cielo si apre, e quando parcheggiamo spunta addirittura un po’ di sole. La proverbiale variabilità del clima inglese da il meglio di sé qua nel sud, dimostrandoci che non è solo una leggenda per turisti.

Ci avviciniamo alla zona storica dei Docks, ma so già che non entreremo, vogliamo solo dare un’occhiata visto che siamo di passaggio in zona. Qui il porto antico è molto famoso e attira frotte di turisti ogni anno, specialmente famiglie con bambini, perché ospita diverse navi storiche vanto e orgoglio della Marina di Sua Maestà, tanto che ne hanno fatto una specie di parco a tema. Si paga un biglietto d’ingresso unico e, una volta dentro, si possono visitare tutti i vascelli antichi conservati qui, salire a bordo, assistere alle ricostruzioni delle battaglie navali storiche e sperimentare con mano la grandezza e la potenza della marina inglese. Il vero gioiello conservato qui è il Victory, il veliero da guerra comandato dall’Ammiraglio Nelson durante la battaglia di Trafalgar del 1805, alla quale fu poi intitolata una delle piazze più famose di Londra. Non si tratta di una copia ricostruita, questo è proprio l’originale, la vera nave che andò in battaglia contro le armate di Napoleone alleate agli spagnoli, e che, in inferiorità numerica di uomini e armi, riuscì a riportare una vittoria clamorosa e irripetibile. Sul ponte di questo stesso vascello l’Ammiraglio Nelson trovò la morte colpito da una pallottola nemica, ma almeno fece in tempo a sapere che le sue navi avevano vinto la battaglia.

Il biglietto d’ingresso costa molto, circa 20£ a testa, e la visita richiederebbe tutta una giornata, perché nel parco navale sono ormeggiati anche il Warrior, la Mary Rose, un sottomarino da guerra e molte altre imbarcazioni storiche, ma noi non abbiamo tempo ne’ un particolare interesse per questa attrazione. Facciamo qualche foto al Warrior, che si vede anche da fuori del porto storico, con la sua chiglia corazzata nera e lucida, gli alberi imponenti sui quali riposano le vele ripiegate, la prua decorata da un guerriero armato di spada e scudo, le file dei cannoni allineati lungo la fiancata. Una nave possente e ardita, in perfette condizioni, immobile al suo ormeggio ma che sembra pronta a partire da un momento all’altro per affrontare qualunque battaglia.

Prendiamo dei sandwich da portare via in un piccolo negozio vicino al molo, dove la fila dei visitatori con bambini al seguito non accenna a diminuire, e torniamo alla macchina. Ci spostiamo a pochi isolati di distanza, in un quartiere residenziale elegante e tranquillo, tutto fatto di case in mattoni e vialetti alberati, giardinetti fioriti e facciate perfette come dipinti, e ci fermiamo a fare qualche foto alla casa natale di Charles Dickens.

Di fatto lui abitò qui per poco tempo, era ancora un bambino quando i suoi trasferirono l’intera famiglia a Londra, ma è pur sempre il luogo d’origine del mitico autore del Circolo Pickwick, non si può tirare dritto senza fermarsi a rendergli omaggio. Sapevo che purtroppo il lunedì la casa museo è chiusa e non potremo entrare, ma questa sosta mi fa sentire già soddisfatta.

Da Portsmouth proseguiamo fino a Chawton, nell’East Hampshire, alla ricerca di una casa che invece mi interessa moltissimo: Jane Austen’s House. La troviamo senza difficoltà grazie alle indicazioni della Miss del navigatore, e restiamo incantati dal bel cottage di mattoni circondato da un giardino fiorito. Purtroppo non fa parte di nessuna delle associazioni di cui abbiamo le tessere, quindi paghiamo il biglietto richiesto di 7,50£ a testa ed entriamo, curiosi e pieni di aspettative. All’inizio del giro c’è un centro visitatori con pannelli informativi e un grande schermo sul quale viene proiettato un film di una decina di minuti che racconta la vita della grande autrice inglese e la sua storia in questa dimora. Quindi si procede alla visita della casa vera e propria, che è rimasta molto simile a com’era quando Jane viveva qui con sua madre, sua sorella minore Cassandra e l’amica di famiglia Martha Lloyd. Questo cottage era stato ereditato dal fratello minore di Jane, Edward, che lo mise a disposizione della madre e delle sorelle quando caddero in difficoltà economiche dopo la morte improvvisa del padre, il reverendo George Austen.

E non avrebbe potuto sistemarle meglio. Il posto è davvero incantevole, tranquillo e pieno di verde e aiuole fiorite, decorate da uccellini di carta tipici della fauna locale. La casa è grande, su due piani, dotata di tutti i comfort e molto accogliente. Nel salotto, che è la stanza da dove ha inizio la visita, ci sono un pianoforte, una libreria, una chaise-longue e un manichino con indosso un abito bianco in tessuto a pois decorato da un nastro, un abito molto bello che Jane avrebbe potuto benissimo indossare durante le sue passeggiate per le strade di questo paesino immerso nella campagna inglese. Sulla chaise-longue vicino al caminetto, come su tutte le sedie e le poltrone della casa, sono sistemati mazzetti di lavanda legati da nastrini viola, segno che non ci si può sedere, una soluzione che mi pare molto austeniana. Il pianoforte è aperto e ci sono diversi spartiti disponibili, i preferiti di Jane, e la signora che ci accoglie nella stanza mi invita ad accomodarmi tranquillamente sullo sgabello e suonare quello che voglio. Questa è davvero una di quelle volte in cui mi dispiace molto di non saper suonare il piano.

La camera da letto è abbastanza piccola, ma con un bel caminetto e un letto a baldacchino con le tende color crema e le ruches tutto intorno, a creare un’atmosfera ottocentesca che più Jane Austen non si può. Qui sono esposti oggetti appartenuti a Jane e alla sorella Cassandra, alcuni lavori di ricamo fatti dalle due sorelle, il ritratto della zia fatto da Jane ad acquarello e una famosa silhouette che pare sia l’immagine del vero profilo della famosa autrice preromantica. Nella stanza degli ammiragli, che erano i fratelli marinai di Jane, c’è addirittura la trapunta patchwork cucita a mano per loro da Jane e sua madre, davvero un bellissimo reperto.

La sala da pranzo è semplice ed elegante, e dappertutto ci sono ritratti, libri, stampe che raffigurano scene tratte dai romanzi di Jane e piccoli oggetti che appartenevano alla famiglia. Ma la cosa che mi colpisce di più è nella sala della colazione, dove, proprio tra il tavolo da pranzo e una grande finestra luminosa, è sistemato un tavolino con vicino una semplice sedia in legno. Il tavolino è di quelli piccoli, tondeggiante, con una sola gamba centrale a tre piedi e un diametro di neanche 50 centimetri, col piano scuro un po’ consumato sul quale è appoggiato un calamaio d’inchiostro con una piuma da scrittore. Sembra incredibile, eppure questo è proprio il tavolo originale al quale Jane sedeva per scrivere i suoi romanzi. C’è spazio appena per una paginetta, già un secondo foglio non si saprebbe bene dove metterlo, e invece lei ha composto e rielaborato tutti i suoi libri più famosi china su questa postazione in miniatura, che sembra uscita da una casa di bambole.

Giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, Jane ha creato le sue eroine romantiche su questi pochi centimetri di legno scuro, scrivendo con una piuma e inchiostro nero su piccole pagine di carta avorio, con una grafia minuta e precisa, regolare e dritta, alla luce che entrava dalla finestra della sala da colazione, mentre la vita degli abitanti del piccolo paese scorreva sotto ai suoi occhi mescolandosi all’andirivieni indaffarato delle altre donne della casa alle prese con le normali attività quotidiane. Una cosa che, solo a pensarla, commuove.

Ieri nel frutteto di Virginia Woolf, che era una grande ammiratrice di Jane Austen, abbiamo visto la sua stanza tutta per sé, appartata e quasi segreta, immersa nella tranquillità della natura, come un rifugio ritagliato via dal mondo reale nel quale la grande scrittrice poteva concentrare e liberare tutta la sua creatività. La sua scrivania era grande e piena di oggetti, fogli, penne, cartelline, libri, occhiali, quaderni di appunti, e soprattutto, era circondata dal silenzio. Qui invece, sembra tutto il contrario. Un ambiente vivace e rumoroso, movimenti e suoni intorno, e un minuscolo spazio sul quale chinarsi a comporre storie. Evidentemente, ogni artista ha bisogno del suo modo speciale di lavorare.

Di certo Jane aveva un talento naturale grandissimo, visto che, in quanto figlia femmina, suo padre non si preoccupò di garantirle una formazione culturale che fosse al livello delle sue potenzialità, preferendo educarla personalmente a casa e mettendo a disposizione della sua enorme curiosità e sensibilità la sua grande biblioteca privata. Ma tanto bastò, visto che le sue storie d’amore analizzano con ironia e acume l’universo femminile del tempo come mai era stato fatto prima, e che le sue figure di donne dai caratteri sfaccettati hanno ancora oggi un valore letterario che si può considerare universale, e sono ancora capaci di ispirare registi, sceneggiatori e Janeites di ogni luogo.

Prima di uscire passiamo dalla cucina esterna dove, davanti a un grande focolare, è stato allestito un tavolo con tutto l’occorrente per farsi i propri sacchettini di lavanda lasciando una piccola offerta. Su una panca vicino al muro ci sono abiti e cappellini di foggia ottocentesca, a disposizione delle visitatrici che vogliono calarsi nell’atmosfera fino in fondo indossando una mise nello stile dell’epoca di Jane. Ovvio che non ci penso su un attimo. Mi infilo un cappello di paglia, lego il bel nastro viola sotto alla gola e vado a farmi il mio sacchetto di lavanda personale, in uno stile perfettamente austeniano.

Dopo una sosta nel piccolo shop, dove è particolarmente difficile resistere alla tentazione di acquistare ogni genere di souvenir da Janeites, torniamo al parcheggio dove abbiamo lasciato l’auto, davanti al quale c’è un parco verdissimo – ma dove non c’è, un parco, qui?
Stanchi e affamati, ci sediamo su una panchina a riposare e a mangiare i nostri ottimi sandwich con insalata di pollo, all’ombra di una quercia dai rami enormi. Chissà se era già qui, quando Jane passeggiava da queste parti.

Quindi riprendiamo la strada che taglia per la campagna, con le sue rotonde a sinistra e i magnifici tunnel alberati, e proseguiamo in direzione Winchester, dove arriviamo in poco più di mezz’ora. Il paese è piccolo e molto caratteristico, con un bel corso pedonale sul quale si affacciano antichi edifici dalle facciate decorate, ma vero il gioiello qui è la Cattedrale in stile romanico-gotico, che è una delle più antiche e importanti d’Inghilterra. Prima dell’arrivo di Guglielmo il Conquistatore, e della fatidica battaglia di Hastings del 1066 che cambiò il corso della Storia, Winchester era la capitale del Regno dei Sassoni e la città dove risiedevano e si incoronavano i Re, quella che per un periodo fu considerata la vera Camelot, in cui si ipotizzava fosse celata perfino la tomba del mitico Re Artù.

La Cattedrale di Winchester è una delle più grandi del paese, e la sua elegante imponenza impressiona già dall’esterno, con le sue guglie candide che guarniscono un bell’edificio posato su un prato verdissimo. Per entrare si paga un biglietto di 7,50£ a testa che è valido per 1 anno, e che da diritto d’ingresso a uno dei luoghi spirituali più suggestivi di tutta l’Inghilterra. L’interno è veramente impressionante, sia per la bellezza dell’architettura delle navate e delle volte che per le dimensioni stupefacenti di questa chiesa, lunga oltre 170 metri.

Oltre alle tombe scolpite di cavalieri e uomini politici, gli altari laterali, le nicchie e le enormi vetrate istoriate che si ammirano durante la visita, rimaniamo colpiti dal coro ligneo sistemato dietro l’altare maggiore, particolarmente elaborato e raffinato, che è un vero gioiello artistico. Qui troviamo il gruppo dei cantori della Cattedrale che sta facendo le prove dei canti dei vespri, e restiamo per un po’ ad ascoltare le loro voci angeliche che salgono verso quelle meravigliose volte riempiendo l’aria di dolcezza.

Nella navata di sinistra, quasi in fondo vicino all’ingresso, visitiamo la tomba di Jane Austen, che fu sepolta qui dopo la sua morte prematura causata da un malattia sconosciuta. Aveva solo 41 anni e aveva già scritto i suoi romanzi più famosi, ma due non erano ancora stati pubblicati e un ultimo rimase incompiuto. Naturalmente, in quanto autrice donna, Jane doveva pubblicare senza usare il suo vero nome anche dopo che ebbe riscosso un certo successo di pubblico, e fu solo dopo la sua morte che il nipote curò le nuove edizioni dei suoi romanzi rivelando il vero nome dell’autrice.

La tomba è semplice e molto bella, risistemata e arricchita da una targa in ottone che celebra la grandezza della donna oltre che dell’artista, e che fu aggiunta dai suoi discendenti dopo il grande successo letterario postumo di Jane. E’ abbellita da una composizione di fiori sui toni del rosa e del lilla, ranuncoli, rose, margherite viola e fresie che le sarebbero piaciuti molto, e che ne fanno un angolo davvero poetico all’interno di questa cattedrale già impressionante. E se ai suoi contemporanei non fu dato conoscere il vero nome dell’autrice di alcuni dei più famosi e amati romanzi dell’epoca, ancora oggi nessuno ha dimenticato le romantiche eroine create dalla penna leggera e acuta di Jane Austen, e la sua tomba è meta quotidiana di un pellegrinaggio ininterrotto di fan in arrivo da ogni parte del mondo. Oggi è arrivato finalmente anche il nostro turno.

Dalla Cattedrale torniamo verso il centro storico, che è davvero caratteristico, e visitiamo la Great Hall (ingresso gratuito), un salone enorme del castello reale di Winchester in cui è conservata quella che viene considerata la Tavola Rotonda di Re Artù, creata nientemeno che da Mago Merlino per il Re che sarebbe stato l’unico in grado di estrarre la spada dalla roccia.

È’ appesa alla parete di fondo, fatta in legno di quercia dipinto a spicchi color avorio e verde, ognuno dedicato a uno dei cavalieri del mitico Re. I nomi dei cavalieri sono scritti tutti intorno al bordo della Tavola, con eleganti caratteri gotici: Lancillotto, Parsifal, Tristano, Ivano, Galvano, Mordred, tutti riuniti in un cerchio magico di 25 uomini che, nella leggenda, furono i depositari del bene e della giustizia e tra le cui avventure c’è perfino la ricerca e la custodia del Santo Graal. L’unica figura presente sulla Tavola è proprio quella di re Artù seduto sul suo trono, col manto di ermellino, la corona, il globo e la sua spada Excalibur in mano, democraticamente circondato dai suoi uomini più leali e coraggiosi. La Tavola ha un diametro totale di oltre 5 metri, è in condizioni perfette, ed è davvero bellissima.

Attendevo questo momento da molto tempo, da quando avevo inserito questa tappa nel nostro giro inglese. Avevo visitato questo stesso salone ai tempi della scuola, esattamente 25 anni fa, ed ero curiosa di sapere che emozioni mi avrebbe regalato tornare qui dopo così tanto tempo, con molta più vita alle spalle e occhi diversi per vedere il mondo. E il luogo non mi ha deluso, anzi. La Tavola è ancora magica e affascinante come me la ricordavo, e anche questa volta, come 25 anni fa, ignoro le didascalie esplicative sulla probabile vera storia di questo mirabile oggetto e mi limito a godermi di nuovo la sua visione. Voglio ancora credere di essere di fronte alla vera Tavola di Re Artù e dei suoi perfetti cavalieri, sistemata al sicuro nel salone del castello della città di Camelot in attesa del ritorno del suo legittimo proprietario. Crediamo a cose ben più strane di questa, a volte.

All’uscita dalla Great Hall le nuvole scure sono tornate, ma non piove. Cerchiamo un posto per cenare, in perfetto orario inglese, prima di andare a riposarci in hotel. Giriamo un po’ in centro senza fortuna, il solo locale che ci piace comincia a servire la cena solo più tardi, e quando stiamo per lasciar perdere scoviamo un pub antico con una bella atmosfera, in una vietta nascosta, che offre piatti interessanti a prezzi abbordabili. Visto che è un pub, ormai abbiamo imparato come si fa. Stasera prendiamo un tortino di manzo alla birra con purè di patate e piselli, accompagnato da una salsa molto buona. Luca prova la Foster, ma io cedo alla nostalgia e mi prendo una Guinness.

All’uscita dal pub comincia a piovere forte, ma per fortuna questa volta abbiamo con noi un ombrello. Arriviamo alla macchina giusto in tempo e raggiungiamo il Lodge prenotato per stasera con facilità, rifugiandoci subito in camera a rilassarci dopo una lunga giornata di scoperte.

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10 agosto 2014: Battle Abbey and Battlefield – Bateman’s House – Monk’s House – Brighton

19 settembre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

Terza notte inglese sotto un piumone azzurro con stampe di uccellini, mentre diluvia incessantemente sul bosco. La nostra terrazza non è utilizzabile stamattina, ma la vista sul giardino resta bella anche con la pioggia. Facciamo colazione in una veranda a vetri che somiglia a una piccola serra, a un tavolo tondo apparecchiato a meraviglia: tovaglia candida, porcellane Evesham dipinte a fiori e frutta, posate con impugnature dai decori in rilevo, bicchieri a calice, bricchi panciuti di tè e caffè, ciottoline di burro e marmellata fresca fatte a forma di fiore. Come tocco finale, portatovaglioli di porcellana. Potrei fare colazione qui per il resto della mia vita.

Il cibo è ottimo e abbondante, e l’atmosfera molto piacevole. Luca prende una ricca Full English, mentre io provo una soffice omelette di prosciutto e formaggio, deliziosa. Il marito della signora ci racconta come riesce a gestire tutto da solo, e naturalmente ci informa dettagliatamente sul tempo previsto per la giornata. Quando gli dico che a noi piacciono molto le rose inglesi, che qui non vediamo, la signora ci spiega con aria rassegnata che anche lei ha provato a piantarle, ma subito arrivano i conigli dal bosco e si mangiano tutto. Pare che siano molto golosi di rose. I piccoli inconvenienti di vivere in un posto da fiaba… Raccontiamo un po’ del nostro programma e del giro che abbiamo intenzione di fare, e alla fine dobbiamo raccogliere le nostre cose e partire. Ma ci ricorderemo sempre di questa casa in mezzo al bosco.
In pochissimi minuti raggiungiamo il centro del villaggio di Battle, che è nato proprio intorno alla sua attrazione principale: l’Abbazia e il luogo della Battaglia di Hastings, a poche miglia da qui, visitati da moltissimi turisti ogni anno e curati dell’English Heritage

Purtroppo il tempo è brutto, il cielo si è fatto cupo e poco dopo il nostro arrivo si scatena una vera tempesta. In una sala di proiezione predisposta nel centro visitatori guardiamo un bel filmato che, in un quarto d’ora di immagini di grande effetto, spiega come andarono i fatti quel fatidico 14 ottobre 1066, quando l’esercito normanno guidato da Guglielmo il Conquistatore sconfisse l’esercito di Re Harold mettendo fine all’era Anglo-Sassone e dando inizio alla storia dell’Inghilterra come la conosciamo oggi. Oltre 7000 soldati morirono qui tra l’alba e il tramonto di quel terribile giorno, e tra loro un Re, Harold, e molti capi di nobili famiglie. La storia inglese cambio’ il suo corso in questo luogo, e anche quella dell’Europa intera.

Guglielmo si dimostrò un leader coraggioso e astuto e condusse il suo esercito alla vittoria con una tattica militare brillante, conquistando per se’ il regno che tanto desiderava. Ma fu ben consapevole del prezzo che tutti dovettero pagare perché questo avvenisse, e pochi anni dopo, su esortazione di Papa Alessandro II, fece costruire su questo campo di battaglia un’abbazia benedettina, in memoria di tutti coloro che persero la vita quel giorno.

Facciamo il giro con l’aiuto dell’audio-guida ricevuta all’ingresso ma piove con una certa intensità, così ci adeguiamo agli usi locali sfoggiando quello che sfoggia ogni vero inglese di fronte ad agenti atmosferici avversi: una mantellina di gomma col cappuccio e una dignitosa impassibilità. Luca ha quella azzurra con le orche del Loro Parque di Tenerife, io quella nera del Museo delle navi Vichinghe di Oslo. Per l’impassibilità, facciamo il possibile. E quando proprio il vento si alza e la pioggia si fa troppo intensa, ci rifugiamo dentro a un bellissimo dormitorio di monaci che faceva parte del complesso benedettino, ad ascoltare la ricostruzione storica dei fatti narrati dalla voce dell’audio guida con tanto di sottofondo di scontri di spade e scudi, grida di attacco e frastuono di combattimenti. Molto suggestivo.

In giro troviamo anche volontari in abiti medievali che organizzano dimostrazioni di duelli con scudi e spade di legno e postazioni di tiro con l’arco che coinvolgono i più piccoli, e i bambini che partecipano sono entusiasti di queste attività che rendono la storia antica una cosa viva ai loro occhi.

Il Campo di Battaglia è grande e sommerso di erba incolta, circondato da un lungo sentiero di visita che oggi, per via del maltempo, non prende quasi nessuno. Ma di fatto, tutta la zona sulla quale ci troviamo fu il vero campo di battaglia quel giorno, e sul terreno dove camminiamo si svolsero proprio gli scontri più violenti. La terra sotto ai nostri piedi, oggi inzuppata di pioggia, fu intrisa del sangue di migliaia di soldati inglesi e normanni, e nel punto esatto dove poi Guglielmo fece piazzare l’altare maggiore della chiesa dell’Abbazia, fu versato sangue di Re. Oggi c’è una lapide a segnare il luogo esatto in cui Harold cadde infilzato dalle spade normanne, ormai quasi 1000 anni fa.

La chiesa dell’Abbazia non c’è più, restano solo le tracce delle sue fondamenta risalenti al 1070 insieme a quelle di una cripta di epoca successiva, ma il complesso dell’Abbazia con i vari edifici dalla bella architettura rende esattamente l’idea di come doveva essere questo posto fino al XVI secolo, quando andò incontro con gli altri edifici cristiani alle devastazioni ordinate da Enrico VIII.

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È una visita che mi impressiona parecchio, molto più di quanto mi aspettassi, e alla fine anche la pioggia e il cielo cupo contribuiscono a creare l’atmosfera perfetta per questa esperienza. Ero già rimasta incantata a Bayeux, anni fa, ammirando il meraviglioso arazzo nel quale i fatti accaduti in quei giorni furono narrati in straordinarie scene ricamate a colori vividi, così dettagliate e realistiche da superare qualunque cronaca verbale. Ma venire qui di persona è davvero un’altra cosa.

Finalmente posso vedere con i miei occhi questo luogo che sta proprio all’origine della storia dell’Inghilterra, e dare corpo e realtà fisica a quella che durante gli anni della scuola è solo una nozione da ricordare a memoria: 1066, Battaglia di Hastings.

Il cielo è scuro ma non piove quasi più quando torniamo alla macchina, pronti a dirigerci verso la seconda tappa di oggi, Bateman’s House.
La nostra meta è a una decina di miglia da Battle, in un piccolo centro chiamato Burwash, dove si trova la casa nella quale lo scrittore Rudyard Kipling ha vissuto per oltre 30 anni fino alla sua morte, dopo i lunghissimi viaggi che lo hanno portato in giro per il mondo. È un bene del National Trust, quindi entriamo con la nostra tessera FAI.

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La casa è semplicemente magnifica. Una villa in pietra del 1600 immersa in un giardino favoloso che è un’oasi di pace al riparo dal mondo, con boschetto, frutteto, laghetto delle ninfee, roseto e sentieri lastricati perfettamente disegnati, un incanto per eleganza e raffinatezza.

Gli interni sono altrettanto preziosi, con splendidi mobili originali scolpiti e intarsiati, pannellature di quercia e cuoio dipinto alle pareti, enormi finestre all’inglese che lasciano entrare la luce a fiotti e moltissimi oggetti insoliti che Kipling riporto’ dai suoi viaggi in oriente e in America. Lo studio è anche qui la stanza più bella della casa, ampia e luminosa, ricercata ma in fondo semplice e molto accogliente, un luogo dove lavorare doveva essere un vero piacere.

La cosa più interessante sono le moltissime testimonianze originali dello scrittore, dagli oggetti usati quotidianamente agli abiti che indossava, dai bauli in cuoio dei suoi viaggi alla corrispondenza privata, dalle sue collezioni di memorabilie indiane ai bassorilievi raffiguranti i personaggi più famosi dei suoi libri. E poi tutte le prime edizioni dei romanzi, i quaderni di appunti, alcuni manoscritti di poesia e molte fotografie della sua vita pubblica e privata.

Sebbene per temi trattati e stile narrativo sia un autore più vicino all’800 che non al ‘900, secolo nel quale ha vissuto per metà della sua vita, Kipling è pur sempre colui che ci ha regalato il personaggio di Mowgli, il cucciolo d’uomo, insieme all’orso Baloo, alla pantera Bagheera, alla tigre Shere Khan e alle loro incredibili avventure nel mondo lontano e misterioso dell’India più esotica: impensabile non venire a rendergli omaggio. A chi non è mai capitato di sentirsi come Mowgli, non del tutto animale tra gli animali e non del tutto uomo tra gli uomini, mai davvero nel posto giusto?
“Il Libro della Giungla” è il romanzo che gli è valso il Nobel per la Letteratura nel 1907, e che ancora oggi adulti e bambini di tutto il mondo leggono con la stessa emozione di quando fu pubblicato per la prima volta nel 1893.

Dopo la visita all’elegante dimora di Kipling ci spostiamo alla ricerca di un’altra casa che mi interessa moltissimo, quella di Virginia Woolf, della quale non c’è traccia sulla mia fidata LP ma che ho scovato sul sito del NT nell’elenco dei beni da loro gestiti, con una generica indicazione del paese di Lewes come sede. Purtroppo l’efficiente Miss del navigatore integrato dell’auto, che ci da le indicazioni nel suo perfetto upper class English, non ha questa destinazione nel suo archivio, ma speriamo che una volta sul posto verremo aiutati dai famosi cartelli marroni che indicano i luoghi di interesse turistico.
Invece una volta arrivati a Lewes, che è una cittadina molto carina, non troviamo traccia di cartelli di nessun colore, e l’ufficio informazioni dove proviamo a passare è già chiuso perché è domenica. Non voglio farmi prendere dallo sconforto, così andiamo alla stazione e proviamo a chiedere lì, ma pare che nessuno sappia niente di Monk’s House. Le cose si complicano, ma dobbiamo trovare una soluzione in qualche modo. Non posso essere così vicina a questo posto che sogno di vedere da anni e andarmene senza visitarlo…
Passando in auto per il centro, all’arrivo, ho notato sui cartelli indicatori che in paese c’è anche la casa-museo della Principessa di Clèves, quindi mi viene un’idea un po’ azzardata: se anche quella fosse gestita dal National Trust, magari lì mi saprebbero dire come raggiungere la casa di Virginia, tutelata da questa stessa associazione. Potrebbe funzionare. E comunque non è che abbiamo molta scelta, quindi andiamo. Non ci possiamo arrendere proprio adesso.

All’ingresso della piccola casa con la facciata a graticcio non c’è traccia della foglia di quercia simbolo del National Trust, ma entro lo stesso a chiedere. Alla cassa c’è un signore piuttosto robusto e gentilissimo, che appena nomino Monk’s House fa subito cenno di si con la testa, riaccendendo le mie speranze! La casa è vicina ma non si trova a Lewes, bensì a Rodmell, una frazione a pochi chilometri di distanza. Basta prendere la via che mi segna sulla cartina della zona che abbiamo preso alla stazione, e poi seguire i soliti cartelli marroni. Ce l’abbiamo fatta, e abbiamo ancora tutto il tempo per fare la nostra sospirata visita!
Lo ringrazio mille volte prima di uscire, quindi lasciamo Lewes diretti a Rodmell, e pochi minuti dopo siamo davanti a Monk’s House. Alla cassa riconoscono subito le nostre tessere FAI gemellate col NT, e otteniamo i nostri biglietti d’ingresso gratuiti senza problemi.
Finalmente, alziamo il paletto del piccolo cancello di legno bianco ed entriamo nel giardino di casa di Virginia Woolf. Un’emozione che non dimenticherò molto presto.

La casa è immersa nel verde, tanto che da fuori quasi non si vede. È un semplice cottage in legno bianco, con una grande veranda aggiunta chiusa da vetri spioventi e circondata da moltissime piante. Gli infissi sono in legno verde, e quando entriamo scopriamo che anche le pareti del salotto sono dipinte di verde chiaro, molto raffinate. I mobili sono pochi ma bellissimi, pezzi decorati in stile liberty ricevuti in regalo da artisti amici di Virginia e Leonard o acquistati durante i loro viaggi all’estero, però l’atmosfera non è affatto pretenziosa, anzi è accogliente, tipica di una casa di campagna. Ci sono quadri, soprammobili e libri ovunque, vasi di fiori e giochi di carte sparsi in giro, c’è la posta ancora chiusa sullo scrittoio di Leonard e piatti e bicchieri a portata di mano nella piccola cucina, dove sulle sedie sono posati cuscini ricamati da Vanessa Bell, la sorella di Virginia. Tutto è sistemato con assoluta naturalezza, le stanze hanno grande personalità e ci accolgono con una specie di rustica raffinatezza. I ritratti di Virginia appesi alle pareti, realizzati dai suoi amici pittori del Bloomsbury Group, rendono l’ambiente unico. Viene voglia di mettersi comodi sul divano davanti al camino, con una tazza di tè, ad aspettare il ritorno dei padroni di casa.


Non si può fare, naturalmente. In ogni stanza c’è una signora pronta a rispondere a tutte le curiosità dei visitatori, sono volontarie del NT che sanno tutto sui beni che proteggono e ognuna di loro ci regala storie, spiegazioni e aneddoti sui tempi in cui Virginia e Leonard vivevano qui. Ci raccontano come passavano le giornate, come lavoravano con dedizione ognuno ai propri libri, come progettavano il giardino, del quale erano appassionatissimi, e quali ospiti avevano regolarmente – semplici amici per loro, ma famosi scrittori e pittori per noi, come i Bell, Morgan Forster, Lytton Strachey, Roger Fry, e persino T.S. Eliot, insieme a molti degli autori pubblicati dalla Hogarth Press, la mitica casa editrice fondata a Londra da Leonard Woolf. Visitiamo anche la stanza che da un certo momento in poi fu la camera da letto di Virginia, con un semplice lettino vicino alla finestra e una libreria piena di prime edizioni dei suoi romanzi, tradotti in oltre 50 lingue. Unico lusso concesso, un lavandino con acqua corrente e uno specchio. Il piccolo caminetto è l’elemento speciale della camera, decorato con piastrelle in ceramica sulle quali Vanessa aveva dipinto per la sorella il mare delle loro vacanze di bambine a St Ives, in Cornovaglia.

Il giardino è in piena fioritura, ed è una meraviglia. Decine di specie di piante diverse creano nuvole di mille colori, l’aria è profumata vicino all’angolo delle erbe officinali, e si fa più delicata mentre passeggiamo lungo vialetti fiancheggiati di rose. Dappertutto lo sguardo incontra fiori e alberi che però qui crescono più liberi di quanto abbiamo visto in altri giardini precedenti, creando un’atmosfera decisamente informale.

Se il White Garden di Vita traeva il suo fascino proprio dal suo essere perfettamente controllato, definito, costruito geometricamente nella sua bellezza color bianco puro, il giardino di Virginia, al contrario, concentra il suo massimo splendore nell’assoluta libertà della sua costruzione, nella fluidità senza barriere delle sue aiuole variegate, nel mescolarsi dei suoi colori e dei suoi profumi. L’atmosfera qui è lieve e libera, e la bellezza si esprime in maniera completamente naturale senza limitazioni. Una sorta di Stream of Beauty, perfettamente coerente con lo stile artistico della sua creatrice.

Sulla sinistra di uno dei vialetti, in una zona particolarmente tranquilla circondata da un basso muretto, troviamo una piccola vasca di ninfee con intorno alcune panchine dove sedersi a riposare.

Nell’angolo in alto a sinistra c’è un bell’albero fronzuto, e sul muretto lì accanto è stato sistemato un busto in bronzo di Virginia con sotto una targa, messa da Leonard nell’aprile del 1941 quando seppellì qui le ceneri della moglie morta suicida nel fiume Ouse.
E’ il punto più commovente di tutto il giardino, e forse il più sereno. C’è un senso di calma e armonia intorno, come se lo spirito di Virginia appartenesse a questo luogo e si trovasse finalmente nel posto giusto, in pace con tutto il resto.
Anche Leonard Woolf alla sua morte, avvenuta molti anni dopo, fu sepolto qui vicino a sua moglie.

L’ultima grande emozione di questa visita la viviamo nel frutteto, dove, in fondo a un piccolo sentiero ai confini col bosco, troviamo il rifugio che fu lo studio da lavoro di Virginia Woolf. Una minuscola casetta di legno bianco, con grandi vetrate per far entrare la luce naturale, al riparo sotto un magnifico castagno.

Nel rifugio furono ricavati due locali, un’anticamera dove si può entrare a dare un’occhiata e uno studio vero e proprio, più indietro, che si può ammirare solo attraverso un vetro. Li c’è ancora il grande tavolo che Virginia usava come scrivania, con sopra tutti i suoi oggetti: i fogli di appunti, le penne, le matite, gli occhiali rotondi, la lampada, le cartelle dove riponeva il materiale pronto, il cestino, sempre pieno di fogli scritti e poi stracciati, vittime del suo perfezionismo tecnico. Ogni mattina dopo colazione, Virginia si ritirava qui a scrivere e ci rimaneva per giornate intere, immersa nella letteratura, lontana dal resto del mondo. Una stanza tutta per sé.

Nella bolla silenziosa di questo spazio definito, al riparo da distrazioni o fastidi di qualunque genere, poteva concentrare al massimo la sua mente irrequieta e riversare tutto il suo talento nelle pagine dei suoi libri. “Mrs Dalloway”, “Gita al faro”, “Le onde”, “Orlando”, molti dei personaggi e dei romanzi di una delle scrittrici più grandi del ‘900, che ha cambiato il modo di scrivere di generazioni di autori, sono nati in questa piccola stanza su questa semplice scrivania di legno, immersa nel verde silenzioso di un frutteto dell’East Sussex.
A questo stesso tavolo Virginia ha scritto la sua lettera di addio all’amato marito Leonard, prima di riempirsi le tasche di sassi e avviarsi verso le fredde acque del vicino fiume Ouse.

Un luogo emozionante, reso ancora più vivo dal pannello con le fotografie d’epoca esposto nel piccolo ingresso, nelle quali si scopre una giovane Virginia in abiti belle époque seduta in questo stesso giardino, in compagnia dei suoi amici più cari, da Morgan Forster a Lytton Strachey a TS Eliot con la moglie. C’è anche la sua foto forse più famosa, che non mi stancavo mai di ammirare da studentessa, il ritratto di lei ventenne con lo sguardo perso in un mondo solo suo, i capelli scuri raccolti con grazia sulla nuca, il profilo delicato e antico così simile a quello di sua madre, che aveva fatto da modella per alcune delle meravigliose creature pre-raffaellite dei dipinti di Burne-Jones.

L’emozione che rivive in questo luogo è così intensa che, se ora mi voltassi e la vedessi camminare nel giardino diretta qui, col suo corpo esile e un po’ rigido, lo sguardo basso, la mente instancabile persa dietro chissà quale pensiero, non ne resterei affatto sorpresa. E’ questo tipo di magia che chiedo a certi luoghi, e questa casa non mi ha delusa, lo sento mentre richiudiamo il piccolo cancello di legno dietro di noi.

La nostra auto è parcheggiata poco distante in fondo alla strada, e a occhio intuisco che il fiume deve essere molto vicino. Ma non ho voglia di vederlo. Non è quella dell’acqua grigia, l’ultima immagine che voglio portare via da Rodmell. Virginia è là nel suo giardino, lo posso dire con certezza adesso. Sono stata a trovarla.

Il nostro hotel di stasera è a Brighton, una città che desideravo vedere da molto tempo. E’ un tipico Best Western come ce ne sono tanti, appena fuori dal centro, dignitoso e pulito ma che non ha un decimo del fascino inglese della casa di ieri sera. Però, con la sua posizione proprio davanti alla distesa cupa del canale della Manica, ha una dote che le case di campagna non hanno: una vista stupefacente. Chilometri di mare grigio e agitato, una fila tesa di bandiere colorate di là dalla strada, enormi nuvole trascinate nel cielo basso, e un vento pazzesco che soffia senza sosta. Questo posto già mi piace.

Sistemiamo le nostre cose e in tre minuti raggiungiamo il centro in auto, dove il traffico è più intenso. Lasciamo la macchina in un parcheggio sotterraneo, soluzione costosa ma senza alternativa, e ci dirigiamo subito sul lungomare fiancheggiato da begli edifici eleganti, fino al Palace Pier, che ci incuriosisce molto. Siamo qui per questo, in effetti. Questa per gli inglesi è una famosa località balneare dove si fanno le vacanze estive e ci si da ai divertimenti fino a notte fonda. A dire il vero, non credo che farei mai il bagno in queste acque agitate e scure, che per me sono già Oceano. Però il paesaggio è fantastico, e ci conquista immediatamente.

Il Palace Pier è un lungo molo di legno che si protende nel mare, largo e piatto, fissato su una doppia fila di pali sottili che si infilano nelle acque inquiete della Manica. Lungo tutto il molo, iniziato nel 1899, hanno costruito nientemeno che un Luna Park con tanto di giostre, sale giochi e bancarelle di dolciumi, compresi un paio di ristoranti. C’è persino un giro di montagne russe affacciato direttamente sull’acqua. Deve essere un’attrazione imperdibile, per gli amanti del genere.

Dove ora c’è questa incredibile attrazione, fino agli anni ’70 c’era un teatro; pare che un giorno rimase coinvolto in un incredibile incidente con una nave trascinata dalla tempesta, che si scontrò violentemente contro la base della struttura danneggiandola gravemente. Il teatro rimase distrutto, e non venne mai più ricostruito. Un teatro in bilico sul bordo del mare abbattuto dalla prua di una nave, pazzesco. Peccato, però. Doveva essere meraviglioso, venire a vedere uno spettacolo teatrale in questo posto assurdo, seduti tra acqua e vento. Passeggiamo fino in fondo al lungo molo, incantati.

Nonostante la folla e alcuni elementi architettonici moderni, la cosa davvero bella è l’atmosfera d’altri tempi che circonda il Pier, quel senso di divertimenti antichi, di giochi da bambini, e semplicità. Forse sono le assi di legno sul pavimento, il vento forte, la luce argentata del tramonto che sommerge tutto, o la differenza stridente con la nuova ruota panoramica elettrica che hanno messo da poco sulla spiaggia, fatto sta che il Palace Pier ha un’aria antiquata che ci piace davvero tanto.

Da qui possiamo vedere anche il West Pier, non troppo lontano, sulla destra dell’arco d’ingresso al Luna Park. Il West Pier era un molo di legno simile al Palace Pier ma più piccolo e più antico nel quale si trovava anche una sala da ballo, che fu chiuso a metà degli anni ’70. Una decina d’anni fa un incendio ha distrutto completamente le parti in legno del vecchio molo abbandonato, lasciando solo un groviglio di metallo scuro. Indeciso su come procedere al riguardo, il Comune di Brighton alla fine ha semplicemente deciso di non fare nulla per eliminare i resti del West Pier, che quindi è ancora al suo posto, perfettamente visibile in mezzo all’acqua, isolato senza più una passerella a collegarlo alla riva, annerito e contorto. Lo scheletro metallico di un’epoca che non c’è più.

Ceniamo in un pub caratteristico sul Palace Pier, in un salone decorato con oggetti insoliti e originali, tavoli sparsi da dividere con altri avventori e comode poltrone imbottite dove riposarsi al riparo della forza del vento teso che spinge contro i vetri.

Quando torniamo al nostro hotel, la luce d’argento già cola lenta sulla costa diritta della Manica. Il vento non accenna a diminuire, facendo impazzire i gabbiani e portando ovunque un acuto profumo di mare.

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9 agosto 2014: Leeds Castle, Sissinghurst Tower and Gardens, Bodiam Castle, Battle

16 luglio, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

Il nuovo giorno comincia con un bel cielo pulito e un sole deciso, che entra in camera prepotente già prima delle 7. La signora del b&b è gentilissima e ci prepara un’ottima Full English ricca di tutto, dalle salsicce ai funghi, servita in un salotto dall’atmosfera casalinga. Dividiamo il tavolo con Sinclair, un ospite scozzese del b&b che i proprietari conoscono bene perché viene a trovarli abbastanza spesso, e chiacchieriamo un po’ con lui, anche se è anziano e parla in maniera davvero strana, e non è sempre facile seguire i suoi racconti. Alla fine dobbiamo salutare tutti e ripartire per il nostro giro, dopo una sosta davvero piacevole.
La prima tappa di oggi è il Leeds Castle, una delle attrazioni principali del Kent e uno dei castelli più antichi e importanti della storia inglese, noto anche con il modesto soprannome di “The loveliest Castle in the World”.


Proprio per la sua bellezza e importanza ho deciso di inserirlo nel programma, nonostante qui non possiamo utilizzare nessuna delle nostre varie tessere di associazioni culturali e dobbiamo pagare un biglietto d’ingresso di ben 18,00£ a testa, ben più alto della media di altri castelli del genere. Arriviamo proprio all’apertura e troviamo già un po’ di gente, visto che oggi c’è il sole e tutti vogliono approfittare di una delle aree per cui questo luogo è particolarmente famoso: il parco.


Le signore alla cassa sono gentilissime e ci spiegano tutto sulle attrazioni e le varie attività della giornata, quindi apriamo la nostra mappa ed entriamo in un immenso spazio verde, che si rivela subito spettacolare.


Camminiamo per una ventina di minuti prima di vedere il castello, in mezzo ad alberi antichissimi con tronchi enormi e rami contorti, prati d’erba perfettamente tagliata, aiuole fiorite, vialetti con panchine, canali d’acqua limpida, ponticelli, salici immensi, laghetti, siepi, mentre tutto intorno a noi papere, uccellini, anatre e cigni si affaccendano liberamente, in un’atmosfera da vero bosco incantato. C’è persino una zona dedicata ai rapaci dove troviamo gufi e falchi, e un guardiano pronto a spiegare a grandi e bambini caratteristiche e abitudini di tutte queste creature.


Il castello, quando ci arriviamo, è all’altezza del suo prologo naturale. Appare davanti a noi come sospeso sull’acqua, circondato non da un semplice fossato ma da un vero e proprio lago, collegato alla terra da un ponte di pietra.

E’ composto da più edifici di diverse epoche collegati tra loro da viali, ponti e zone veri, che conducono all’edificio principale caratterizzato da una facciata con torri in stile medievale. Fu fondato da un nobile normanno nel XII secolo sui resti di un precedente castello come bastione di difesa contro gli inglesi da poco conquistati, e rimase di proprietà della corona inglese almeno fino alla metà del XVI secolo.


E’ conosciuto anche col nome di “Ladies’ Castle”, poiché in diversi secoli qui furono ospitate ben 6 regine, da Isabella di Castiglia a Caterina d’Aragona, che trasformò questo luogo di difesa in una vera e propria residenza reale. Anche Anna Bolena ed Enrico VIII lo frequentarono regolarmente. Proprio in onore di Enrico VIII è aperta in questo mese di agosto una mostra speciale in cui viene esposta una sua armatura in metallo finemente cesellata completa di elmo, spada e corazza, davvero meravigliosa.

Non si tratta di una copia, e’ proprio una sua armatura originale, e fa un certo effetto trovarsela lì davanti sapendo che il Re l’ha effettivamente indossata. A giudicare dai suoi ritratti, direi che me lo immaginavo più robusto…

Gli interni del castello sono stati grandemente rimaneggiati, poiché dopo che Re Edoardo VI lo donò a un suo collaboratore, togliendolo di fatto dai possedimenti privati della corona, è stato di proprietà di diverse famiglie nobili che ne fecero una dimora più moderna e vivibile.

L’ultima proprietaria, Lady Baillie, era un’ereditiera americana che lo trasformò in una villa di lusso per accogliervi i suoi amici del jet-set, che andavano dagli attori più noti di Hollywood come Charlie Chaplin e James Stewart fino a JFK. Per fortuna gli interventi sono stati fatti con criterio apportando ammodernamenti sempre nel rispetto della storia di questi luoghi, e ora i saloni e le varie camere da pranzo e da letto sono bellissime stanze dove trascorrere giornate piacevoli immersi in un’atmosfera dal fascino antico. Il castello può essere anche affittato per eventi, convegni, matrimoni o ricevimenti, ed è aperto al pubblico ogni giorno dell’anno.


Una delle stanze più belle è la biblioteca, coperta di librerie a parete cariche di volumi di ogni genere tutti rilegati in cuoio, comodi divani, lampade liberty e un grande caminetto da accendere nelle fredde sere d’inverno. Magnifica.

Dopo il giro all’interno torniamo fuori per visitare il resto dell’immenso parco, progettato nel settecento dal mitico architetto di giardini Capability Brown. Le diverse sezioni comprendono un giardino formale stracolmo di fiori, una zona giochi per bambini a tema medievale, un bellissimo labirinto di siepi che termina in un grotto centrale un po’ kitsch, con stravaganti effetti di luce e suoni, una voliera con una bella collezione di rapaci, e l’immancabile caffetteria.



Lo spettacolo di falconeria comincia solo alle 2 e non possiamo restare, ma passiamo dalla voliera ad ammirare i rapaci e a fare qualche foto. Ci sono le aquile, un paio di falchi, due civette sonnacchiose e altri piccoli uccelli, ma soprattutto c’è un gufo reale enorme, con gli artigli affilati e lo sguardo altrettanto aguzzo, che ci fissa immobile con i suoi occhi di lava come fossimo le prossime prede da cacciare. E’ magnifico, nobile e altero, indomito oggi così come lo era secoli fa quando viveva a fianco dei Re.



Decidiamo di prendere due sandwich da portare via alla caffetteria e torniamo verso la macchina pronti a muovere in direzione della seconda tappa di oggi, ma proprio all’uscita ci imbattiamo in una di quelle classiche signore che fanno le volontarie in questi posti e che ti chiedono con tutta la gentilezza del mondo se hai voglia di rispondere a qualche breve domanda sulla tua esperienza del luogo appena visitato, porgendoti un foglio e una piccola matita con un gran sorriso, rendendo difficilissimo dire di no. Così ci sediamo su una panchina e rispondiamo diligentemente a tutte le domande, suddivise in ben 4 pagine di questionario, in cui confermiamo la nostra ottima impressione di questo magnifico luogo e della sua perfetta gestione. Peccato che non ci sia nessuna domanda specifica riguardo alla nostra opinione sul prezzo del biglietto d’ingresso…


A una mezz’ora di auto da Leeds, a Sissinghurst, ci sono i famosi Sissinghurst Tower and Gardens (curati dal National Trust, ingresso free con la tessera FAI) che desidero visitare da tanto tempo. Questo è un luogo speciale, voluto e creato da Vita Sackwille-West e suo marito Harold Nicolson che acquistarono questa proprietà ormai in rovina negli anni ‘30 e gli dedicarono decenni di lavoro e attenzioni, fino a farlo diventare uno dei più bei giardini di tutta l’Inghilterra. Vita, grande esperta di giardinaggio oltre che scrittrice, ci lavorò personalmente e ne disegnò le varie zone creando ‘stanze’ naturali di diverso impatto visivo, simbolismo e colore, ben separate una dall’altra ma tutte collegate da passaggi semi-segreti che regalano punti di vista ogni volta nuovi e sorprendenti sulle aree attigue, rendendo la passeggiata nei giardini una vera esperienza d’incanto.

Il più famoso dei giardini di Sissinghurst è il White Garden, in cui ogni fiore delle decine di diverse specie di piante presenti ha i petali di un bianco candido, caratteristica che lo rese famoso e di gran moda nell’alta società inglese della prima metà del 900. E’ veramente uno dei giardini più poetici e commoventi che mi sia mai capitato di visitare, e il pensiero di Vita che passeggia lungo questi vialetti insieme a Virginia Woolf in un luminoso pomeriggio d’estate rende l’atmosfera quasi magica.



La casa, nella quale fu ospite persino Elisabetta I, non è visitabile, ma la torre principale e’ magnifica, in stile elisabettiano di mattoni rossi con un ampio arco d’accesso di grande personalità. La vista dall’alto è impareggiabile, e rende bene l’idea dell’immenso lavoro che è stato fatto qui per trasformare un rudere in un luogo assolutamente incantevole.



Oltre ai giardini, ci sono l’angolo delle piante officinali, il frutteto, la serra, il canale, l’orto, e un vecchio granaio ristrutturato e ancora bellissimo, in cui è stata allestita una romantica mostra fotografica sulla storia d’amore unica di Vita e Harold. Vita e suo marito hanno vissuto qui fino alla loro morte, e di certo hanno saputo creare un mondo tutto loro, in cui rifugiarsi quando avevano voglia di restare lontani da ogni altra cosa.




Mangiamo i nostri sandwich seduti su una panchina nel frutteto, godendoci il sole e l’aria tiepida. Poi facciamo un giro nel bellissimo shop, e visto che non è tardi, decidiamo di provare ad arrivare fino al vicino Bodiam Castle, nel paesino di Robertsbrige, nella vicina contea dell’East Sussex.

Lo avevo incluso nel giro di oggi solo come opzione eventuale perché non ero sicura di farcela con i tempi, ma a questo punto vale la pena tentare. Il parcheggio è vicino alla cassa, dove mostriamo la nostra tessera FAI agli addetti NT che ci accolgono con calore. Però l’ingresso è lontano dalla cassa e ci raccomandano di correre, perché anche se il castello chiude alle 17, l’ultimo ingresso è alle 16,30 e sono già le 16,26! Dobbiamo seguire un sentiero che si snoda in un boschetto e raggiungere una specie di ponte di legno, che collega il castello, circondato dall’acqua, alla terraferma, e abbiamo solo pochi minuti. Un’altra giovane coppia di visitatori ritardatari corre con noi, ma siamo tutti un po’ preoccupati dalla distanza da coprire, quando improvvisamente compare un signore dello staff del parco con una di quelle macchinette elettriche usate sui campi da golf, e ci invita a salire. L’uomo giusto al momento giusto! In pochissimo tempo  arriviamo al ponte, scendiamo tra mille ringraziamenti, camminiamo oltre il fossato fino al portone ed entriamo – sono le 16,30 esatte, ce l’abbiamo fatta!

Il castello è un classico edificio medievale di pietra a base quadrangolare, con un grande cortile interno e gli edifici principali sistemati ai 4 lati. La facciata è arricchita da alte torri a tre livelli e possenti mura merlate più basse, con un grande fossato tutto intorno e un bellissimo ingresso tipico dei castelli del XIV secolo. All’interno restano solo le mura trecentesche e alcune parti senza tetto, anche se si distinguono abbastanza bene le diverse zone adibite ad abitazione nobile, zona di comando militare o area di lavoro della servitù.



Il castello non ha mai subito un vero assedio né fatto parte di battaglie decisive per la storia inglese, e pare inoltre che il suo appariscente sistema difensivo fatto di mura, fossato e alte torri sia molto più impressionante alla vista che non veramente pratico, e probabilmente si rivelerebbe ben poco utile in caso di vera battaglia, ma questo è solo il punto di vista militare. Quello che colpisce di più noi, e tutti i visitatori che decidono di arrivare fino qui, è certamente il suo lato estetico, di grande impatto emotivo, e il suo innegabile fascino romantico, capace di riportarci in un attimo indietro nel tempo di oltre 6 secoli.



Quando la campana suona le 5 dobbiamo deciderci a uscire, ma a quel punto abbiamo già fatto in tempo a vedere tutto quello che c’era da vedere e fotografare ogni angolo di questo luogo magico. Passeggiamo nel bel parco pieno di anatre – senza correre, questa volta – e ci fermiamo alla caffetteria vicino all’ingresso a prendere un tè, seduti a un tavolino all’aperto. La giornata è ancora bellissima.





Il b&b prenotato per stasera è “The Chantlers” a Battle, e ci arriviamo in circa 25 minuti. Non lo troviamo subito perché non ha numero civico ed è praticamente nascosto dentro a un bosco, ma quando lo scoviamo siamo entusiasti della nostra scelta. I proprietari sono gentilissimi e ci fanno vedere la nostra camera spiegandoci tutto. Siamo sistemati in una specie di mansarda, in una bella stanza grande e linda, con un bagno comodo, finestre a abbaino, molto spazio a disposizione per le nostre cose, e addirittura una terrazza tutta per noi arredata con tavolo e sedie.




Il giardino dietro alla casa è enorme e perfettamente tenuto, e sulla sinistra notiamo dei recinti per animali ben suddivisi e organizzati. Ci avviciniamo e troviamo galline, pecore, due mucche e anche alcuni maiali. Il proprietario ci raggiunge e ci spiega con grande gentilezza come li alleva, che razze sono, e come riconoscono subito la sua voce quando lui li chiama. Gli chiedo se le pecore siano per il formaggio e per la lana, da buona knitter, ma lui risponde “no, meat!” e illustra nei dettagli come alleva quelle simpaticissime creature. Poi ci spostiamo verso il recinto delle mucche, e allora io dico convinta “però queste sono per il latte”. Ma lui ripete “no, meat!“, e procede con altre spiegazioni. A quel punto non ho il coraggio di chiedere nulla sui maiali… Dopo tutto, come sottolinea lui, questa è una Farm, anche se ha un giardino così bello ed elegante da assomigliare a una villa.



Per cena andiamo nel vicino paesino di Battle, dove in un pub caratteristico ordiniamo due ottimi piatti di fish and chips. L’atmosfera è cordiale e siamo molto soddisfatti, sia della cena che di tutta questa giornata.

Domani il nostro giro comincerà proprio da qui, la città della Battaglia.

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