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Domenica 24 agosto 2014: CharlecotePark – David Austin’s Gardens – Lichfield Cathedral

5 aprile, 2018 in Viaggi. Commenti: nessuno

C’è il sole stamani nella città del Bardo, e si sta bene. Facciamo la colazione Full English da Morris e parliamo un po’ con lui, ed è così gentile che mi stampa anche le carte d’imbarco per il volo di ritorno, che non avevo potuto fare da casa con così grande anticipo. Alla fine lo dobbiamo salutare, ma speriamo davvero di poter tornare a trovarlo un giorno. La prima tappa di oggi è a una ventina di minuti in auto: Charlecote Park. Si tratta di un’antica magione Tudor costruita a metà del 1550 dalla famiglia Lucy ma gestita dal National Trust ormai da molti anni, e che fa parte della storia di quest’area da oltre 4 secoli. Nel suo parco vive un branco di cervi e si racconta che Shakespeare in persona, da giovane, sia stato colto in flagrante caccia di frodo in questi boschi e portato davanti al giudizio del padrone, dal quale fu redarguito pesantemente. Pare che lui, per vendetta, si sia ispirato proprio alla sua figura di giudice sussiegoso creandone una caricatura nella sua commedia “Le allegre comari di Windsor”. Potere della penna…
All’ingresso entriamo Free grazie alle nostre tessere FAI – il signore alla cassa ci conferma che non ne vede spesso in questa tenuta e sembra molto contento. Mai quanto noi dear, obviuosly.

La casa, dall’aspetto imponente, ha un lungo viale d’ingresso e un portale ad arco con torrette laterali ed è effettivamente un edificio splendido, in mattoni e pietra, con la facciata rientrante e due edifici che gli fanno ala decorati di rose rampicanti. Il parco intorno è vasto parecchi ettari, tutto a boschi e prati dove pascolano pecore e mucche; è lì che vivono i cervi. Vicino alla casa scorre sinuoso il fiume Avon, e buona parte dell’area sistemata a giardini fu progettata dal mitico Capability Brown nel settecento.

Il giro comincia con la visita dei locali più umili, le antiche cucine, enormi, spettacolari e piene di stoviglie, piatti e strumenti da cottura vittoriani originali. Quindi passiamo nella lavanderia dove sono conservati i vecchi mastelli, i barattoli di soda per lavare la biancheria e perfino una pressa per strizzare i panni bagnati prima di stenderli al filo. Molto belli sono anche i locali dove veniva prodotta la birra per la casa, in grande quantità e in diverse gradazioni, sia per i padroni che per gli ospiti e per il personale, una bella area ampia e completa perfettamente restaurata. In quelle che un tempo erano state le scuderie dei cavalli fu riadattata una rimessa per le numerose e più moderne carrozze, che sono in mostra in perfetto stato di conservazione.

Gli interni dell’edificio principale sono raffinati e decisamente eleganti, benché lo stile cinquecentesco sia stato pesantemente modificato e riadattato al gusto del periodo vittoriano. Persino la camera nella quale era stata ospite la Regina Elisabetta I e’ stata trasformata in un salotto da ricevimento. I grandi saloni sono pieni di ritratti degli antenati della famiglia Lucy e arredati con grandi mobili intarsiati, divani, porcellane, vasi, specchiere dorate e sculture, compreso un busto in marmo di Shakespeare che somiglia molto a quello che abbiamo visto vicino alla sua tomba, a sottolineare l’alto livello sociale di questa famiglia.

Una delle stanze più belle è la biblioteca, piena di libri antichi e rari, preziosi soprammobili d’argento e avorio, sedute ricamate a mano, consolle intarsiate e un grande caminetto di legno sul cui fronte è scolpito il motto LIVE TO LEARN AND LEARN TO LIVE. Un consiglio niente male. In una teca di vetro è esposta con orgoglio una lettera firmata da Cromwell in persona che richiama il Lord della casa per un’importante riunione politica. La finestra a bovindo è grande e luminosa e si affaccia direttamente sul parco e sul fiume Avon, che scorre lento lì sotto. Non doveva essere male, lavorare seduti a questa bellissima scrivania davanti a questa vista fantastica.

L’antica sala da biliardo è illuminata da belle lampade a luce elettrica, mentre la sala da musica contiene un’arpa tutta dorata. La stanza da letto padronale ha un baldacchino in legno di quercia e tappezzerie in seta rossa, mentre nella sala da pranzo, apparecchiata con porcellane e argenti, domina un enorme mobile barocco scolpito ad altorilievo di proporzioni gigantesche, così imponente da mettere soggezione.

I giardini sul retro della casa, che sono quelli sui quali si affaccia la biblioteca, ospitano belle aiuole a forma di fiore fatte con piante colorate e siepi di rose e si estendono fino all’argine dell’Avon, che scorre poco più in basso.

Dai giardini passiamo al parco vero e proprio, che è davvero molto grande. Facciamo un lungo giro nel bosco e seguiamo per un po’ un signore che fa da guida volontaria ai visitatori raccontando i fatti principali della storia della casa e della sua gestione. Con lui arriviamo vicino a una parte del branco dei cervi, saranno almeno una ventina, che si riposano tranquilli brucando l’erba. Non ci possiamo avvicinare oltre una decina di metri per non spaventarli, ma li vediamo benissimo, sono fantastici, così liberi e aggraziati. In un gruppo un po’ più lontano c’è anche un esemplare completamente bianco e la guida spiega che nel branco ce ne sono almeno due; ci sono sempre stati esemplari bianchi in questo branco, ed è un fatto particolarmente speciale perché il cervo bianco è uno dei simboli del Re.

Lentamente il parco si riempie di gente con bambini e cestini da picnic, la giornata è buona e questo posto sembra davvero ideale per trascorrere qualche ora di tranquillità e pace in mezzo alla natura, alla maniera inglese.

Prima di lasciare questa zona arriviamo fino alla vicina chiesa di St. Leonard, un piccolo gioiello vittoriano fatto costruire dalla famiglia Lucy in onore di uno dei suoi discendenti. E’ una chiesetta di grandissimo fascino immersa nel verde, con il campanile a punta e il prato tutto intorno, bella come una classica cartolina della campagna inglese.

L’interno è delizioso, con le vivaci vetrate istoriate che lo rendono piacevolmente luminoso. In una cappella laterale ci sono tombe appartenenti a nobili della famiglia Lucy risalenti a vari periodi, ornate di grandi statue funebri in marmo e alabastro, molto particolari.

Pare che in questo piccolo cimitero intorno alla chiesa sia sepolto l’attore inglese Michael Williams, marito di Dame Judy Dench, che viveva con lei in una casa qui nei dintorni e che aveva recitato con lei nella Royal Shakespearian Company di Stratford per molti anni. Un saluto anche a lui, dunque.

Dopo una breve visita riprendiamo l’auto e ci spostiamo una cinquantina di miglia più a nord, a Albrighton, per la seconda tappa di oggi, che è un’altra di quelle che attendevo con impazienza: i giardini di rose di David Austin. Li troviamo facilmente e scopriamo che Albrighton, sul cartello di benvenuto in città, ha proprio scritto “La città natale delle rose inglesi”. Ci siamo, finalmente. Il posto è grande e ben organizzato, e l’ingresso appare proprio come sul catalogo che mi arriva a casa, solo che questa volta non è una foto, siamo proprio qui! Non mi sembra vero…

Entriamo nel vivaio (ingresso e parking Free) e poi subito nei grandi giardini, creati da David Austin per esporre le sue rose e dare un’idea esatta ai visitatori di come si possono sistemare questi fiori, che dimensioni e che colori hanno, e che tipo di corolla, per poter scegliere quelli più adatti alle proprie esigenze. Forse lo scopo teorico iniziale era davvero questo, ma credo che Mr Austin abbia disegnato questo meraviglioso roseto soprattutto per la sua bellezza e il suo profumo, per circondarsi di grazia e armonia, con una gran voglia di mostrare a tutti la straordinaria meraviglia di queste nuove rose da lui create nei primi anni sessanta, e godere ogni giorno dei frutti del suo lavoro.

I giardini sono assolutamente eccezionali, anche se è estate inoltrata e alcune varietà di rose non sono più in fiore. Ma molte lo sono ancora, straripano di fiori e boccioli, profumano l’aria dappertutto e offrono macchie di colore fantastiche: rosa tenue, rosa carico, lilla, giallo, arancio, viola, rosso, bianco candido o color crema… ce ne sono di ogni tipo, e riconosco anche molte delle nostre, che sono partite proprio da qui.

In alcune zone sono esposte sculture in pietra fatte da Pat Austin (la cui rosa omonima ha una delle mie sfumature preferite), e mentre Luca mi fa una foto vicino a una di queste opere una signora ci chiede se vogliamo che ci scatti una foto insieme, senza che noi le chiediamo nulla. Stavolta approfitto volentieri di tanta gentilezza gratuita, perché sono davvero contenta di essere qui oggi, e avere una foto insieme a Luca proprio in questo posto speciale sarà per me un ricordo unico.

Il giardino lungo comprende un pergolato e diverse file di cespugli di colori e qualità miste, mentre il giardino rinascimentale ha siepi, una vasca d’acqua e un loggiato con panchine in legno dove ci si può sedere ad ammirare tutta quella bellezza distesa li davanti.

Dopo un po’ di tempo passato a girovagare tra le aiuole perfettamente disegnate dei giardini all’italiana e i viali di cespugli in fiore che inondano l’aria di profumi delicati ci dirigiamo verso la Tea Room, ed entriamo per fare una sosta ristoratrice. Quante volte ho sognato di poter prendere un tè proprio qui! Sono incredibilmente contenta di poterlo fare oggi. Una ragazza gentilissima e molto carina ci porta il nostro Lady Gray con due scone belli paffuti, marmellata e clotted cream, buonissimi, serviti in fantastiche tazze di porcellana decorate con il disegno delle rose David Austin, una meraviglia per gli occhi oltre che per la gola. Ce la prendiamo comoda e ci riposiamo un po’, godendoci appieno il luogo e il momento.

Quando usciamo facciamo un giro tra gli scafali delle piante in vendita, anche se so benissimo che purtroppo non potrò comprare nulla. Peccato. Però è stato un pomeriggio bellissimo, una tappa importante di questo giro inglese, e il ricordo di queste ore resterà nel mio cuore a lungo.

L’ultima tappa di oggi è Lichfield, a neanche mezz’ora d’auto di distanza, dove abbiamo l’hotel per stasera e dove visitiamo la Lichfield Cathedral dedicata a St Chad e St Mary. È aperta con ingresso libero, ed è davvero una meraviglia, dentro e fuori. L’esterno è molto originale, in pietra arenaria rossa macchiata di nero dal tempo, enorme e imponente, con due altissime guglie laterali all’ingresso e la facciata completamente ricoperta di statue di Re e Santi. La terza guglia, centrale e più arretrata, è quella del campanile e la rende l’unica chiesa inglese con tre guglie di queste dimensioni possenti. L’impatto è sorprendente, e bellissimo. Finalmente una cattedrale che ha davvero i requisiti per essere definita tale: una navata lunga oltre 110 metri, guglie di facciata alte 60 metri e una torre campanaria di quasi 80 metri, così pesante che nel tempo è stato necessario apportare diverse modifiche strutturali per alleggerire il peso che gravava sulle pareti esterne ed evitare possibili rischi di collasso. Un mastodonte di pietra rossa che il gotico sospinge all’insù con leggerezza sorprendente, come fosse un palloncino pieno d’aria. Magnifica.

L’interno è a tre navate, con un bosco di colonne grandiose che salgono fino al cielo e archi a punta dappertutto, un pavimento del coro a mosaico policromo molto raffinato e un altare dorato dedicato alla Vergine Maria straordinariamente ricco. Purtroppo, durante la guerra civile inglese di metà ‘600 le vetrate originali di questa cappella vennero distrutte, sostituite in parte da vetri trasparenti e in parte da preziose vetrate istoriate fiamminghe portate qui nell’ottocento dal Belgio, prelevate da un’abbazia rimasta vittima delle guerre napoleoniche, per cui l’interno adesso è insolitamente luminoso per una chiesa in stile gotico di queste proporzioni.

Nella chiesa è conservata la reliquia di St Chad, antico vescovo anglosassone venerato dai pellegrini da oltre 1500 anni. In una cappella laterale si può visitare anche il monumento funebre alle Sleeping Children, una commovente tomba ottocentesca che raffigura due bambine abbracciate per sempre nell’eternità del marmo la cui madre, dopo averle perdute a distanza di un anno l’una dall’altra in modo imprevisto e doloroso, fece fare a un artista del tempo questa scultura speciale per ricordarle e averne un po’ di consolazione. Un angolo sentimentalmente romantico ed emozionante, in questa selva di linee gotiche imperturbabili.

All’uscita non c’è quasi più nessuno, e passeggiamo lentamente girando tutto intorno all’enorme cattedrale rossa appoggiata precariamente sul grande prato che va un po’ in salita, quasi si fosse posata qui per caso a riposare un momento prima di riprendere il suo volo verso l’alto. C’è una pace incredibile nell’aria della sera, e tutto sembra immerso nel silenzio e nella luce. Questa di Lichfield è davvero un bellissima cattedrale, sono contenta che siamo riusciti a farle visita.

Il nostro albergo è vicinissimo alla chiesa, un Best Western tranquillo e centrale dove ci danno una camera semplice ma spaziosa. Facciamo una cena veloce e rientriamo per riposarci finalmente, dopo tante emozioni. Domani ci aspetta ancora qualcosa di molto speciale prima di raggiungere la città di Liverpool, da dove prenderemo il nostro volo di ritorno per l’Italia.

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Venerdì 22 agosto 2014: Kenilworth Castle – Stratford-upon-Avon

11 marzo, 2018 in Viaggi. Commenti: nessuno

Aria freschetta stamattina a Rugby, ma pare che il sole regga. Niente full English per questa volta, qui abbiamo la colazione continentale inclusa così prendiamo toast con burro e marmellata, yogurt, frutta fresca, dolci, caffè, tè e simili, tutto gustato in un ambiente molto accogliente e tranquillo. 

La prima tappa di oggi è il Kenilworth Castle, a una ventina di miglia di distanza dal nostro Lodge. Ci arriviamo presto, non c’è molta gente ancora, e anche in questa occasione sfruttiamo la nostra tessera di soci dell’English Heritage per entrare Free. Del possente castello normanno originario in realtà è rimasto poco, ma quel che c’è basta a dare un’idea dello straordinario fascino che questo luogo doveva avere nei suoi tempi migliori. Gli edifici, per buona parte in rovina, spiccano sul prato verdissimo per il loro colore insolito, una particolare sfumatura di rosso tipica dell’arenaria locale utilizzata per costruirlo, di grande impatto estetico.

Tra le porzioni meglio conservate restano diverse torri massicce e lunghi tratti di mura di fortificazione, altissime finestre gotiche ritagliate in pareti imponenti e un gran salone da ballo, misteriose scale a chiocciola e piccole feritoie che spiano le fioriture colorate di un giardino elisabettiano perfettamente ricostruito. Un’atmosfera genuinamente romantica e suggestiva, che rende questo posto diverso da tutti gli altri già visitati. 

La storia del castello è lunga e importante. La sua origine risale ai primi del 1200 e il suo passato comprende assedi, battaglie e scontri decisivi per gli esiti della famigerata Guerra delle due Rose tra i Lancaster e gli York, che si contesero la corona a suon di duelli all’ultimo sangue e tremende vendette. Ma il suo periodo di maggior fasto è stato durante la seconda metà del 1500, epoca in cui apparteneva a Robert Dudley, I Conte di Leicester e favorito della regina Elisabetta I. La storia racconta che la regina amava (ricambiata) Robert Dudley fin da bambina, ma non poté mai sposarlo in quanto lui non era di origine sufficientemente nobile per una donna della sua importanza politica. Dudley dovette sposare un’altra donna, che in seguito morì misteriosamente, per allontanare qualunque sospetto sui suoi rapporti con la Corona. Elisabetta I lo tenne come suo favorito per anni, gli conferì incarichi e titoli importanti e gli fece molti doni prestigiosi, compresa questa fortezza che lui restaurò e ampliò per renderla adeguata alla sua ospite favorita. Qui la Regina fu accolta più volte durante i suoi viaggi, e rimase famoso soprattutto il suo soggiorno del 1575, con un dispiego di giochi e divertimenti così sfarzosi da divenire quasi leggendari. Si racconta che furono queste feste fantastiche a ispirare a Shakespeare il suo ‘Sogno di una notte di mezza estate’. Quando si dice camminare nella storia….

La fortezza aveva grandi mura di cinta collegate al castello da un ponte di pietra a più arcate e un enorme bacino artificiale d’acqua era stato scavato tutto intorno al complesso di edifici. Oltre il lago si trovava la foresta di Arden, uno dei più grandi boschi di quercia dell’Inghilterra dell’epoca, in cui la Regina amava andare a cacciare i cervi. Facciamo una passeggiata nel giardino elisabettiano, le cui aiuole fiorite perfettamente disegnate, la grande voliera e la fontana in marmo sono frutto di uno studio meticoloso che ha cercato di ricostruire quest’area esattamente com’era ai tempi di Elisabetta I, investigata sulla base di antichi documenti storici arrivati fino a noi.

Nella mostra allestita all’interno di una delle aree create da Dudley, che è stata usata fino agli anni ‘60 come abitazione privata, visitiamo una bella esposizione di oggetti tipici della Golden Age: dipinti, riproduzioni di manoscritti, ritratti, abiti e tutto quello che può aiutare a ricostruire l’atmosfera che si viveva qui ai tempi in cui si svolse la storia dell’impossibile amore di Elisabetta e Robert. Anche una regina assoluta come Elisabetta I, signora di un impero grandioso e personaggio potente più di chiunque altro nel suo tempo, dovette piegarsi al suo destino e sottomettersi alla legge della casta, costretta a rinunciare al suo unico amore per dedicarsi al suo dovere di guida del suo popolo.

Il fascino tipicamente ‘romantico’ di questo posto fu poi diffuso enormemente nell’800 da Sir Walter Scott grazie al suo romanzo storico ‘Kenilworth’, che raccontava dell’infelice vicenda d’amore di Dudley ed Elisabetta I e della morte misteriosa della prima moglie di lui, il cui enorme successo tra il pubblico dei lettori dell’epoca accese di nuovo i riflettori su questo importante luogo storico inglese.

Un luogo affascinate legato alla storia di una delle più grandi e potenti regine della Corona inglese.

Da Kenilworth arriviamo in una mezz’ora alla seconda tappa di oggi, che è una di quelle che aspettavo con molta impazienza: Stratford-upon-Avon. Oh God….here we go.
La nostra base per due notti è un b&b molto bello, la Moonraker House, e il proprietario Morris – è proprio il suo nome, da non credere oggi… – ci accoglie con grande gentilezza e ci fa sistemare subito anche se siamo arrivati con un po’ di anticipo sull’orario del check-in. La nostra stanza è la Rosalynd, effettivamente tutta rosa, comoda e pulitissima, e il b&b è a 10 minuti di passeggiata dal centro cittadino, per cui non abbiamo neppure bisogno di spostare la macchina. 

Il paese è minuscolo e molto caratteristico, la via principale è una bella strada pedonale sulla quale si affacciano negozietti tipici davanti ai quali passeggiano molti turisti. Entriamo in un caffè e facciamo una pausa per un lunch veloce, quindi proseguiamo fino al centro culturale che si occupa della gestione delle visite alle case legate alla storia della famiglia di Shakespeare e della loro conservazione. Morris ci ha dato un librettino turistico su Stratford e ci ha mostrato la pagina che da diritto all’ingresso di 2 persone al prezzo di 1 se si fa il Pass per la visita di tutte e 5 le case, che vale 1 anno. Mostriamo la pagina alla cassa del centro shakespeariano e la ragazza conferma: non solo un Pass costa molto meno dei 5 singoli biglietti sommati insieme, ma con questa promozione acquistiamo 1 Pass e ne otteniamo 2. Excellent. Paghiamo un totale di 23,00£ circa ed entriamo subito nella casa più importante, lo Shakespeare’s Birthplace, la casa dove il Bardo nacque il 23 aprile 1564. Oh God… ho il cuore in gola, non mi sembra vero di essere qui.
La casa, che si affaccia sul corso principale, è in stile Tudor, con la facciata color nocciola e il classico graticcio fatto con travi di quercia, ed è organizzata su 2 livelli più un sottotetto. Il percorso iniziale ci fa passare attraverso una piccola esposizione di oggetti legati alla storia della famiglia di Will, che comprende mappe dell’area di Stratford, registri e volumi dell’epoca. Un grande albero genealogico è stato disegnato su una parete per illustrare i rami principali che componevano la sua famiglia, e in una teca è conservata persino la base di una colonna in pietra che faceva certamente parte della casa originale al tempo in cui era abitata dagli Shakespeare.

Qui è esposto il famoso ‘seal ring’, un anello d’oro a sigillo con su incise le iniziali WS circondate da ghirigori elisabettiani. La storia di questo piccolo anello è piuttosto misteriosa e contribuisce ad accrescere la leggenda che circonda la vita del grande Poeta. Fu ritrovato nel 1810 da un contadino in un campo vicino alla Holy Trinity Church, in una zona che il Bardo frequentava regolarmente per i suoi affari pubblici e privati. Da quel momento sono stati cercati ovunque, nei registri locali, documenti legali relativi alla famiglia di Shakespeare che potessero riportare un sigillo con quel particolare disegno, nella speranza di poter affermare una volta per tutte l’originalità del gioiello e la sua definitiva appartenenza al famoso Poeta, purtroppo però sono state ricerche ad oggi ancora senza fortuna. Non sembrerebbe un gioiello moderno fatto in secoli successivi e semplicemente dedicato alla memoria del drammaturgo, sia per la foggia originale che per il tipo specifico di anello, il cui sigillo ufficiale sarebbe stato inutilizzabile da chiunque tranne che dal Bardo stesso, ma fino ad ora non si sono neppure trovate prove decisive che sia davvero appartenuto a Will. Però a vederlo è bellissimo, e chi, come me, in certe cose crede per fede, ci mette un attimo a vedere questo piccolo gioiello raffinato adornare la mano del Bardo mentre fa scivolare sui fogli una piuma intinta nell’inchiostro, nell’atto di trascrivere i suoi versi immortali.

All’interno della casa vera e propria siamo accolti dalle solite volontarie, signore gentili e preparate che rispondono a ogni curiosità con grande entusiasmo, e che qui indossano abiti rigorosamente elisabettiani. Le stanze sono semplici, piccole, con pavimenti in pietra, soffitti a travi di legno e tappezzerie magnificamente decorate alle pareti. I mobili sono dell’epoca o, più spesso, copie moderne di arredi simili a quelli che Will poteva avere a quel tempo nella casa dei suoi genitori. Tavoli con panche di quercia e stoviglie in peltro, grandi focolari per cucinare e combattere il freddo, finestrelle con vetri a losanghe, tessuti e tappeti colorati a rallegrare i piccoli ambienti.

La camera padronale ha un bel letto a baldacchino con un buffo letto di scorta sotto, che viene fuori come un cassetto, dove di solito dormivano i bambini di casa, e una piccola culla di legno chiaro è sistemata vicino alla finestra. Pare che Will sia nato proprio in questa casa, al piano di sopra, anche se non si sa in quale camera esattamente. Quella che adesso è chiamata la Camera della Nascita fu scelta senza nessun reale criterio storico dal grande attore shakespeariano del settecento Garrick, al quale fu fatto l’onore simbolico di decidere a sua personale discrezione in quale di questi ambienti il più grande drammaturgo del teatro inglese di tutti i tempi trasse il suo primo respiro.

La Camera di Nascita, da quel momento, divenne meta di pellegrinaggio dei devoti ammiratori del Bardo provenienti da ogni luogo e appartenenti a ogni ceto sociale, da semplici appassionati a critici, attori, scrittori e persino membri della Royal family, e molti dei visitatori più importanti presero presto l’abitudine di lasciare la loro firma sui vetri della finestra della stanza, a ricordo del loro passaggio qui. Ecco com’è che ci si può ritrovare nella stanza dove nacque Shakespeare a cercare di districare i nomi di Sir Walter Scott o Charles Dickens, Irving o Lord Tennyson in un incredibile garbuglio di sottili ghirigori d’inchiostro tracciati sui piccoli pannelli di vetro opaco, in una litterary full immersion da sogno.

A pianterreno si trova una ricostruzione del laboratorio artigiano del padre di Will, John, che era mercante di lana e produttore di guanti in pelle da uomo e da donna di alta qualità, il cui lavoro preciso e raffinato fu molto apprezzato dai nobili del tempo e gli garantì una certa fortuna economica. Lo dimostrano facilmente anche la dimensione e il livello di qualità degli arredi di questa casa non certo tipici delle abitazioni più modeste del tempo. Qui Will visse con i suoi genitori, i fratelli e le sorelle fino a 18 anni, quando si trasferì in una casa tutta sua dopo le nozze con Anne Hathaway, una ragazza 26enne che abitava poco fuori dal paese e che lui aveva corteggiato molto appassionatamente, tanto che le cronache riportano che di fatto si trattò di un matrimonio riparatore…

Alla fine del giro usciamo nel piccolo giardino sul retro, dove ci sediamo sulle panchine sistemate in mezzo al roseto per goderci alcuni brani di commedie shakespeariane recitate da due giovani attrici in costume dell’epoca. Un modo perfetto di congedarsi da questo luogo storico così emozionante.

Dallo Shakespeare’s Birthplace ci dirigiamo alla vicina Nash’s House, la casa di Thomas Nash ed Elisabeth Hall, la nipote di Shakespeare, figlia di sua figlia Susanna e di John Hall. Si tratta di una bella casa Tudor che al tempo confinava direttamente con lo Shakespeare New Place, la casa signorile che Will si fece costruire qui quando i proventi dei suoi lavori teatrali messi in scena a Londra cominciarono a farsi interessanti. Purtroppo l’edificio non esiste più, ad un certo punto fu abbattuto e sostituito da un bel giardino molto curato, che è ancora oggi visitabile.

La casa dei Nash è spaziosa e semplice ma ben arredata, con un bellissimo pavimento in mattoni a lisca di pesce e ampie finestre che danno sul verde tutto intorno. Immancabile il busto scolpito in legno del famoso nonno di Elisabeth, conservato nel salone principale.

Qui troviamo anche una piccola mostra didattica di oggetti simbolo legati ai principali lavori teatrali del Bardo, che comprendono il teschio e il pensatore per Hamlet, gli anelli e i vasi di pozioni velenose per Romeo and Juliet o il crogiolo e i gioielli reali per Macbeth.

Il giardino che si trova ora dove un tempo sorgeva il New Place è un tripudio di fiori e aiuole colorate, ben delimitate da vialetti geometrici e decorate da sculture che ricordano i personaggi delle tragedie principali. Con questo bel sole di oggi, è una visita veramente piacevole.

La terza casa che visitiamo in paese, anche questa raggiungibile a piedi, è Hall’s Croft, in direzione della chiesa di Holy Trinity, che era la casa di Susanna e di suo marito, il dottor John Hall.

Già dall’ingresso si capisce subito che era la casa di una famiglia facoltosa: grande, elegante, luminosa, con un graticcio bellissimo all’esterno e mobili notevoli all’interno. Benché non siano realmente appartenuti alla famiglia ma siano solo dei pezzi d’epoca, riescono a ricreare perfettamente l’atmosfera del tempo: poltrone, scrittoi, madie, letti, credenze, cassapanche, ritratti, focolari, tutti pezzi di grande pregio corredati da suppellettili in peltro, piatti, vasi, calici, tappeti, copriletti ricamati e candelabri di grande raffinatezza.

C’è anche un piccolo studio medico con vasi di pozioni ed erbe essiccate, testi scientifici, strumenti in vetro e ottone e un bello scrittoio.

Nel giardino c’è un gelso così grande che si è piegato sotto il suo stesso peso e sta quasi disteso sul prato, e probabilmente ha anni quanto la casa stessa.

Lasciamo questa bella casa con un po’ di rammarico, domandandoci se e quanto queste antiche stanze potrebbero davvero raccontare della vera vita di Will se potessero parlare. Pochi minuti di piacevole passeggiata nella campagna intorno a Stratford ci portano poi all’ultima meta di oggi, che è anche l’ultima tappa della vita del Bardo: la chiesa di Holy Trinity, sistemata in una bella area verde lungo le sponde del fiume Avon.

In questa semplice chiesetta parrocchiale, che è probabilmente la più visitata di tutto il Regno Unito, Shakespeare è stato battezzato, si è sposato (copie dei certificati ufficiali di questi riti sono esposti in una bacheca), ha battezzato i suoi due figli, e ha assistito al funerale del suo unico figlio maschio Hamnet morto a soli 11 anni. Qui si sono svolti anche i suoi funerali il 25 aprile 1616 e qui è stato sepolto insieme ad altri membri della sua famiglia. E qui siamo venuti finalmente anche noi, a portargli il nostro doveroso omaggio.

La struttura della chiesa è quella classica, in mezzo a un prato-cimitero con vecchie tombe sparse in giro, mura in pietra e una grande guglia appuntita sul campanile. All’interno ci colpiscono un bellissimo coro scolpito, un grande organo in legno e belle vetrate istoriate che illustrano le storie dei santi.

Ma la parte che tutti sono qui per vedere (previo extra ticket di 2,00£ a testa) è quella dell’altare maggiore, davanti al quale sono disposte le 5 tombe della più famosa famiglia inglese dopo quella reale: Anne, William, Susanna, suo marito John Hall e Thomas Nash, il primo marito di Elisabeth, figlia di Susanna, che invece è sepolta altrove perché dopo essere rimasta vedova di Nash si risposò in seconde nozze e si trasferì al nord lasciando Stratford definitivamente.

Ed eccoci qua dunque, alla fine simbolica e anche effettiva del nostro pellegrinaggio shakespeariano, davanti al luogo dove lo possiamo finalmente incontrare. La tomba di Will è la seconda da sinistra, segnalata da un cordone blu posato a terra a delimitare il perimetro della semplice pietra che la ricopre. A non saperlo, sembrerebbe la tomba di un uomo qualunque. Magari uno molto religioso, o molto ricco, per avere avuto l’onore della sepoltura proprio davanti all’altare maggiore, ma insomma, non è che ci siano monumenti imponenti o particolari sfoggi di maestosità a sottolineare l’immortale grandezza dell’artista eccelso che questa tomba ha l’onore di ospitare. Anzi. Solo una semplice lapide a livello del suolo, sistemata accanto a quella della moglie e degli altri suoi familiari, tanto che il cordone blu sembra proprio stare lì a facilitare il compito dei visitatori che cercano di identificare, tra queste 5 lapidi uguali, proprio quella che racchiude i resti mortali di uno dei più grandi Spiriti della Storia dell’Uomo.

L’unico particolare insolito, benché quasi invisibile, tanto che sul momento ci si fa appena caso, è l’epitaffio inciso sulla pietra, che a leggerlo lascia un po’ perplessi. Non è una preghiera, e neppure una delle sue citazioni immortali, come ci si potrebbe aspettare, ma una sequenza di 4 versi che somigliano a una vera e propria maledizione, un monito oscuro che minaccia in maniera inquietante chiunque pensi di venire a scavare questa tomba e spostare le ossa che contiene. Si direbbe che ha funzionato, visto che il Bardo è ancora qui in questa piccola parrocchia di paese, e non nella Westminster Abbey o in qualche mausoleo più grandioso in mezzo a personaggi degni del suo calibro.

Un piccolo busto di Will in pietra colorata c’è in effetti, un po’ più in alto sulla parete a sinistra, donato da alcuni colleghi scrittori qualche anno dopo la sua morte come tributo al suo genio. Pare che, essendo stato ordinato da artisti che lo avevano conosciuto personalmente, dovrebbe effettivamente somigliare al vero Will: un po’ stempiato, baffetti e pizzetto scuri, un viso ovale e appuntito che ricorda vagamente quello di un moschettiere, una posa un po’ rigida delle spalle e un bel vestito elegante. Non un capolavoro di busto, a dire la verità. Ma con delle bellissime mani. Chissà se erano davvero la cosa di lui che più si notava, incontrandolo. Probabilmente sì.

Comunque. Questo è quello che ci resta oggi di visibile del Bardo. Tutto il resto è da immaginare. Da leggere, ascoltare, interpretare, per cercare di capirci qualcosa di più di questo viaggio da umani che ci è dato di fare. Paradossalmente, la sua tomba, che segna il luogo eterno della sua morte, è l’unico elemento tangibile del fatto che lui sia realmente vissuto, in questo luogo e in quel tempo. Da questo punto fermo finale, piazzato in fondo al nostro giro come un’ancora di pietra inesorabilmente aggrappata al mondo fisico, si può risalire via via lungo i luoghi e le persone della sua misteriosa vita, così che acquistino sempre maggior spessore e consistenza, per restituirgli la loro stessa sostanza di sogno. Farewell, Will. I can no other answer make, but thanks, and thanks; and ever thanks.

Le altre case le visiteremo domani, per oggi basta così. Siamo stanchi, ma contenti delle cose viste. Torniamo lentamente in paese passeggiando in silenzio, ancora presi dalla commozione intensa suscitata dall’incontro eccezionale che abbiamo appena fatto. Ci sono posti che sono davvero molto più speciali di altri.

Ceniamo all’Old Garrick Inn, un locale bellissimo e pieno di fascino sistemato in fondo al corso principale del paese, che è anche il più antico pub di Stratford, con un’ottima beef pie per me e pollo con salsa e cheddar cheese per Luca, tutto eccellente.

Ci prendiamo il nostro tempo a tavola nel nostro angolo comodo e tranquillo, abbiamo voglia di chiacchierare e di non muoverci da qui per un po’, pervasi da quella sensazione mista di esaltazione e spossatezza che lasciano addosso le emozioni forti. Quando rientriamo al b&b per farci un caffè prima di andare a dormire, fuori si sta già facendo scuro.

Good night good night, parting is such sweet sorrow that I shall say good night till it be morrow…

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Sabato 16 agosto 2014: Tintagel Castle – Glastonbury Abbey and Tor – Wells Cathedral

2 dicembre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

Dopo una notte tranquilla e un’abbondante full Cornish breakfast raccogliamo le nostre cose e ci muoviamo verso nord, direzione Tintagel, per la prima tappa di oggi.
Ci arriviamo in poco più di un’ora di viaggio lungo strade semi-deserte e immerse nel verde.

Nel momento in cui scendiamo dalla macchina comincia a piovere leggermente. Non ci voleva, perché il sito del Tintagel Castle si trova in cima a una rocca a strapiombo sul mare, e se piove o c’è vento le cose si fanno difficoltose. Alla biglietteria faccio vedere la nostra ricevuta di abbonamento all’English Heritage, la ragazza alla cassa è italiana e ci conferma che probabilmente le tessere ci arriveranno a casa presto, ma anche se non sono arrivate in tempo e’ tutto ok, abbiamo diritto all’ingresso Free. Il tempo di cominciare la salita su per la lunghissima scalinata di pietra che porta al castello e non solo smette di piovere, ma dalla coltre di nuvole esce il sole.

Il setting in cui ci troviamo è veramente straordinario, sulla costa occidentale della Cornovaglia, circondati da immensi promontori rocciosi tappezzati di erba verdissima ed erica violetta e con le rovine del castello medievale distese tutto intorno a noi.
Si racconta che questo era il vero castello in cui nel VI secolo nacque il mitico Artù, il cavaliere che fu educato dal potente Mago Merlino a diventare il più coraggioso e il più valoroso di tutti i Re inglesi – ammesso di credere alla leggenda. Non ci sono prove della sua reale esistenza storica, il suo nome si ritrova solo nelle pagine delle antiche cronache medievali sulla ‘Storia del Regno Britannico’ di Geoffrey of Monmouth e poi nella ‘Morte d’Arthur’ di Thomas Malory, che ne hanno narrato le gesta in opere letterarie di enorme successo popolare, ma ad oggi non sappiamo molto di più riguardo alla sua vera storia.
Non che a noi serva, è ovvio. Ci crediamo fermamente senza bisogno di prove e siamo venuti a rendergli omaggio fino a qui, nella sua terra leggendaria e magica, per camminare passo dopo passo sul sentiero del suo mito immortale.

E a quanto pare, il sentiero comincia con una salita. Più che una camminata è una vera arrampicata lungo la scala contorta che porta in cima all’isola di roccia, collegata alla terraferma da un lungo ponte di legno. Sulla sommità della collina si trovano ormai solo rovine di pietra di varie epoche, medievali quelle più in superficie e molto più antiche quelle che sono state scoperte nel sottosuolo e non ancora riportate alla luce.

Se quel che resta degli antichi edifici è così poco che è necessario un certo lavoro di fantasia per far scattare l’effetto meraviglia, lo scenario che ci circonda è invece spavaldamente spettacolare, da lasciare ammutoliti. Siamo così in alto e in un luogo così aperto e libero, che vediamo chiaramente la curvatura dell’orizzonte disegnarsi davanti a noi. Un panorama all’altezza dello sguardo di un Re.

Intorno a noi sembra che il mondo sia scomparso, lasciando solo chilometri di costa nera e verde, grotte profonde come gole dove riecheggia la voce cupa del mare, gabbiani che gridano nel vento profumato di salmastro, e Oceano a perdita d’occhio. Negli antri più oscuri di una di queste grotte pare vivesse proprio Merlino, il potente Mago maestro di Artù e ideatore della Tavola Rotonda, alla quale sedevano 12 cavalieri così perfetti e valorosi da essere gli unici degni di cimentarsi nella ricerca del Santo Graal, arrivato a Avalon dalla Terra Promessa.

Infinite leggende sono nate e sono circolate per secoli in tutta Europa su Artù e i suoi cavalieri, storie di conquiste e cadute, avventure e battaglie, eroi valorosi e gesta epiche, tante da creare un intero universo mitologico al quale quello storico non può più fare a meno di ispirarsi. Non importa se quello che stiamo facendo è un viaggio nel tempo o un salto nel libro, l’emozione non cambia, e il numero di persone che arrivano fin quassù da ogni parte del mondo, ogni giorno, tutti i giorni dell’anno, ne è la riprova. Una verità abbagliante come una magia.

Risaliamo anche lungo il costone opposto della piccola isola, dove ci sono tracce di un’antica costruzione difensiva con una hall principale, una chiesetta e alte mura perimetrali in parte precipitate in mare nel corso dei secoli, e anche da li la vista è assolutamente spettacolare.

Ci sono molti visitatori, ma il sito è grande e si può vedere tutto senza essere disturbati. Il sole va e viene tra le nuvole, ma si sta bene e il mare è un tappeto infinito, verde e lucido come uno smeraldo. Deve essere spettacolare, qui, durante le tempeste invernali.

Quando, alla fine, scendiamo dalla rocca, facciamo un breve giro nel paesino di Tintagel, che è veramente piccolo e tutto focalizzato sulla leggenda arturiana, con unico extra un antico Post Office di pietra gestito dal National Trust. Facciamo qualche spesa per negozietti, quindi riprendiamo la macchina e partiamo per una lunga tappa, la più lunga fatta fino ad ora, verso Glastonbury.

Ci arriviamo in due ore circa, grazie a una bella strada veloce e comoda che si chiama Atlantic Highway. A Glastonbury, una piccola cittadina che è considerata la culla della Cristianità inglese, vogliamo vedere un paio di cose in particolare, la Glastonbury Abbey e il Glastonbury Tor. L’Abbazia benedettina è gestita dalla Chiesa, quindi si paga un biglietto d’ingresso (7,00£ a testa), ma in questo caso possiamo dire che sono veramente soldi ben spesi. Sapevo che era bella, ma non me l’aspettavo così meravigliosa.

Purtroppo non resta molto della struttura originaria, ricostruita nel XIII secolo dopo un incendio che distrusse completamente gli edifici sassoni dell’VIII° secolo. Restano in piedi solo una parte della parete occidentale, una cappella laterale dedicata alla Madonna, la Lady Chapel, parte dell’ingresso e porzioni delle arcate del transetto, ma senza più volte ne’ coperture. È un’altra di quelle affascinanti abbazie con l’erba che ci cresce dentro, e qui è un perfetto prato all’inglese.

Eppure, quel poco che rimane è sufficiente a dare l’idea di quanto doveva essere meravigliosa quando era al massimo del suo splendore. L’architettura è magnifica, imponente ed elegante allo stesso tempo, sofisticata, con un sistema di archi intrecciati di rara bellezza. Poche volte ho avuto un’impressione così netta di armonia e grazia in un edificio di queste dimensioni e con colonne tanto imponenti. È un vero peccato che sia stata così pesantemente danneggiata nel tempo, poterla vedere completa doveva essere un’esperienza incredibile.

Intorno alla chiesa ci sono ancora tracce degli edifici monastici che si trovavano qui intorno, il refettorio, la cucina, le celle dei monaci, e poco lontano si può visitare una cucina medievale perfettamente ricostruita con tanto di accessori, stoviglie, forni ed esempi di portate che si consumavano al tempo.

Ma l’elemento che attira più turisti in questo luogo è ancora legato alle leggende arturiane. Si racconta che intorno al 1300 alcuni monaci che vivevano qui ebbero delle visioni riguardanti la sepoltura di Re Artù in quest’area e pare che, quando si decisero a scavare nei dintorni, trovarono due tombe preziose e ancora intatte: una fu identificata come quella di Artù e l’altra come quella della Regina Ginevra, i lunghi capelli biondi ancora visibili tra i veli laceri che avvolgevano i suoi resti. Sul prato non lontano dalla chiesa una targa segna il punto in cui avvenne questo miracoloso ritrovamento.

Una volta scavate le tombe, i monaci spostarono i due sovrani all’interno della chiesa e li seppellirono proprio davanti all’altare maggiore, dove sarebbero stati omaggiati da tutti nel modo più degno possibile. Ancora oggi una lapide segna la posizione di quest’antica sepoltura alla fine della navata centrale. Enrico VIII poi al suo tempo, da buon fondatore della Chiesa Anglicana e Difensore della Fede, fece distruggere tutto e uccidere l’ultimo abate che ancora viveva nell’Abbazia, e non si è mai saputo che fine abbiano fatto le sepolture dei due sovrani anglosassoni. Un altro mistero arturiano.

Nel cortile vicino all’uscita troviamo un’altra cosa che volevo tanto vedere qui: l’albero detto Holy Thorn, la Spina Santa. La leggenda dice che Giuseppe di Arimatea, dopo la morte di Gesù, tornò qui dove viveva da ragazzo e dove aveva delle proprietà terriere, portando con sé il messaggio cristiano e, forse, il Sacro Graal, che pare sia nascosto in fondo a un pozzo qui vicino. Giuseppe infilò il suo bastone nel terreno e da quel bastone miracolosamente nacque la pianta della Sacra Spina, che è coltivata solo in una ristretta area di questa zona del Somerset e che fiorisce solo due volte l’anno: a Natale e a Pasqua. Ogni anno per le Feste un ramoscello di questa pianta santa viene tagliato e inviato a Buckingham Palace, per ornare la tavola di Natale della Regina Elisabetta II. È un piccolo albero dalla chioma ampia, semplice, ben vegeto, sostenuto da pali in legno fissati ai lati. Bello come solo gli alberi sanno esserlo. Un paio d’anni fa ha perfino subito assurdi atti di vandalismo che hanno rischiato di distruggerlo completamente, invece eccolo qua, florido. E’ sistemato in un angolo riparato e tranquillo da dove si potrebbe godere una bella vista sulla facciata dell’abbazia, se questa ancora ci fosse. Sono contenta di averlo visto, e toccato.

Dall’Abbazia facciamo un salto fino al vicino Glastonbury Tor, una torre massiccia a base quadrata che sorge su una collina vicina, visibile anche dalla strada. Non saliamo su in cima perché è tardi e sta per chiudere, ma anche perché, dopo l’arrampicata al Tintagel Castle, non ce la potrei fare a salire anche questa infinita scalinata da 45 minuti. Lo vediamo dal basso il famoso Tor, che secondo alcuni è proprio Avalon, il luogo letterario mitico in cui fu portato a riposare il corpo addormentato di Artù in attesa del suo risveglio, il giorno in cui l’Inghilterra avrà nuovamente bisogno del suo Re migliore e della sua spada Excalibur.

Da Glastonbury raggiungiamo la vicina cittadina di Wells, dove visitiamo la famosa Wells Cathedral. La sua fama è grande nel Paese, e assolutamente meritata. La sua bellezza è pari alla sua imponenza e lascia incantati, con una facciata tra le più ricche e preziose che ci sia capitato di vedere finora in un magnifico stile gotico fiorito. Il colore giallo della pietra contribuisce a renderla unica, ma certo le torri laterali, la raffinatezza delle centinaia di sculture e le sue incredibili decorazioni la fanno classificare tra le migliori di tutta l’Inghilterra.

L’ingresso è gratuito, si può lasciare un’offerta a piacere, e l’interno è magnifico quanto l’esterno. La navata, fiancheggiata da pilastri fitti come filari di alberi, è enorme e spettacolare, lunga oltre 125 metri fino oltre il coro, e larga 45 nel transetto, con un spazio molto luminoso.

Ci sono immense finestre dalle vetrate istoriate (alcune ancora originali), cappelle laterali scolpite e un organo notevole, ma la cosa più impressionante è la croce del transetto, sostenuta da un sistema di archi speciali chiamati scissor arches. Si tratta di una serie di archi rovesciati appoggiati sui classici archi acuti, che crea un effetto visivo simile a delle enormi forbici aperte, un’incredibile geometria che regala all’immensa struttura grande armonia e leggerezza, oltre a essere una soluzione architettonica ideale. Le colonne del transetto infatti, dal tempo della prima costruzione del XII secolo, cominciarono a sprofondare nel XIV secolo dopo l’aggiunta della torre centrale sopra al coro, il cui enorme peso stava divenendo insostenibile per l’insieme della struttura. Per questo l’architetto dell’epoca pensò di mettere in atto questa soluzione tecnica straordinaria, che riuscì ad ottenere un doppio risultato: stabilità e grande bellezza.

C’è anche qui un antico orologio con un quadrante solare e lunare e un meccanismo vecchio di secoli, e, diversamente dalle chiese già visitate, qui troviamo anche un Crocifisso, anche se non è sull’altare e non è antico come il resto delle sculture. Il coro non è visitabile perché i cantori stanno facendo le prove, ma possiamo vedere abbastanza dell’interno attraverso la porta d’accesso, mentre ci godiamo le loro voci. Quando usciamo restiamo ancora colpiti dall’imponenza e dalla bellezza di questa cattedrale, che ci ha colti quasi di sorpresa alla fine di questa giornata già piena di meraviglie.

Anche il vicariato, poco fuori dal perimetro della cattedrale, è incantevole. Un posto di una pace assoluta, con piccolissimi giardini fioriti davanti a ogni casa e una stradina tutta di pietra.

Qui a Wells abbiamo prenotato quello che ci aspettiamo possa essere uno dei B&B più belli del tour, e la realtà non delude le aspettative. The Old Parsonage, a Farrington Gurney, e’ un’antica magione nobiliare del 1600 costruita in pietra e circondata da un giardino, con una grande facciata coperta di edera e un cortile privato dove parcheggiamo la nostra auto.

I proprietari ci accolgono con grande gentilezza e ci mostrano la stanza dove dormiremo, nell’ala sud della casa. La camera è molto bella, con carta da parati settecentesca e tende azzurre alle finestre, un grande letto in legno con un piumone candido, un caminetto (spento) e mobili antichi, quadri di pregio, statuine di porcellana Wedgwood e Royal Danimarca sparse in giro, bagno privato e un parquet scricchiolante coperto da una spessa moquette.

La signora ci fa sistemare e, visto che è ora di cena, ci consiglia alcuni locali dei dintorni e ci prenota un tavolo al The Old Station Inn, che ci è piaciuto sul dépliant. E’ un pub tipico inglese pieno di vecchi oggetti di ogni tipo appesi ovunque, con un bellissimo bancone e molti riferimenti agli anni 60. Deve il suo nome al fatto che una delle stanze del pub è stata ricavata da una vecchia carrozza ferroviaria in legno portata fin qui e trasformata in sala ristorante, con sedili al posto delle sedie, piccole abàs-jour vicino ai finestrini e un servizio davvero particolare.

Il cibo è ottimo, la birra anche, e nonostante sia un po’ affollato l’atmosfera è allegra e piacevole. E’ un peccato venire via, anche se non vediamo l’ora di goderci un po’ la nostra elegante camera azzurra prima del giro di domani.

Proprio magnifico, per il momento, questo angolo di Somerset.

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9 agosto 2014: Leeds Castle, Sissinghurst Tower and Gardens, Bodiam Castle, Battle

16 luglio, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

Il nuovo giorno comincia con un bel cielo pulito e un sole deciso, che entra in camera prepotente già prima delle 7. La signora del b&b è gentilissima e ci prepara un’ottima Full English ricca di tutto, dalle salsicce ai funghi, servita in un salotto dall’atmosfera casalinga. Dividiamo il tavolo con Sinclair, un ospite scozzese del b&b che i proprietari conoscono bene perché viene a trovarli abbastanza spesso, e chiacchieriamo un po’ con lui, anche se è anziano e parla in maniera davvero strana, e non è sempre facile seguire i suoi racconti. Alla fine dobbiamo salutare tutti e ripartire per il nostro giro, dopo una sosta davvero piacevole.
La prima tappa di oggi è il Leeds Castle, una delle attrazioni principali del Kent e uno dei castelli più antichi e importanti della storia inglese, noto anche con il modesto soprannome di “The loveliest Castle in the World”.


Proprio per la sua bellezza e importanza ho deciso di inserirlo nel programma, nonostante qui non possiamo utilizzare nessuna delle nostre varie tessere di associazioni culturali e dobbiamo pagare un biglietto d’ingresso di ben 18,00£ a testa, ben più alto della media di altri castelli del genere. Arriviamo proprio all’apertura e troviamo già un po’ di gente, visto che oggi c’è il sole e tutti vogliono approfittare di una delle aree per cui questo luogo è particolarmente famoso: il parco.


Le signore alla cassa sono gentilissime e ci spiegano tutto sulle attrazioni e le varie attività della giornata, quindi apriamo la nostra mappa ed entriamo in un immenso spazio verde, che si rivela subito spettacolare.


Camminiamo per una ventina di minuti prima di vedere il castello, in mezzo ad alberi antichissimi con tronchi enormi e rami contorti, prati d’erba perfettamente tagliata, aiuole fiorite, vialetti con panchine, canali d’acqua limpida, ponticelli, salici immensi, laghetti, siepi, mentre tutto intorno a noi papere, uccellini, anatre e cigni si affaccendano liberamente, in un’atmosfera da vero bosco incantato. C’è persino una zona dedicata ai rapaci dove troviamo gufi e falchi, e un guardiano pronto a spiegare a grandi e bambini caratteristiche e abitudini di tutte queste creature.


Il castello, quando ci arriviamo, è all’altezza del suo prologo naturale. Appare davanti a noi come sospeso sull’acqua, circondato non da un semplice fossato ma da un vero e proprio lago, collegato alla terra da un ponte di pietra.

E’ composto da più edifici di diverse epoche collegati tra loro da viali, ponti e zone veri, che conducono all’edificio principale caratterizzato da una facciata con torri in stile medievale. Fu fondato da un nobile normanno nel XII secolo sui resti di un precedente castello come bastione di difesa contro gli inglesi da poco conquistati, e rimase di proprietà della corona inglese almeno fino alla metà del XVI secolo.


E’ conosciuto anche col nome di “Ladies’ Castle”, poiché in diversi secoli qui furono ospitate ben 6 regine, da Isabella di Castiglia a Caterina d’Aragona, che trasformò questo luogo di difesa in una vera e propria residenza reale. Anche Anna Bolena ed Enrico VIII lo frequentarono regolarmente. Proprio in onore di Enrico VIII è aperta in questo mese di agosto una mostra speciale in cui viene esposta una sua armatura in metallo finemente cesellata completa di elmo, spada e corazza, davvero meravigliosa.

Non si tratta di una copia, e’ proprio una sua armatura originale, e fa un certo effetto trovarsela lì davanti sapendo che il Re l’ha effettivamente indossata. A giudicare dai suoi ritratti, direi che me lo immaginavo più robusto…

Gli interni del castello sono stati grandemente rimaneggiati, poiché dopo che Re Edoardo VI lo donò a un suo collaboratore, togliendolo di fatto dai possedimenti privati della corona, è stato di proprietà di diverse famiglie nobili che ne fecero una dimora più moderna e vivibile.

L’ultima proprietaria, Lady Baillie, era un’ereditiera americana che lo trasformò in una villa di lusso per accogliervi i suoi amici del jet-set, che andavano dagli attori più noti di Hollywood come Charlie Chaplin e James Stewart fino a JFK. Per fortuna gli interventi sono stati fatti con criterio apportando ammodernamenti sempre nel rispetto della storia di questi luoghi, e ora i saloni e le varie camere da pranzo e da letto sono bellissime stanze dove trascorrere giornate piacevoli immersi in un’atmosfera dal fascino antico. Il castello può essere anche affittato per eventi, convegni, matrimoni o ricevimenti, ed è aperto al pubblico ogni giorno dell’anno.


Una delle stanze più belle è la biblioteca, coperta di librerie a parete cariche di volumi di ogni genere tutti rilegati in cuoio, comodi divani, lampade liberty e un grande caminetto da accendere nelle fredde sere d’inverno. Magnifica.

Dopo il giro all’interno torniamo fuori per visitare il resto dell’immenso parco, progettato nel settecento dal mitico architetto di giardini Capability Brown. Le diverse sezioni comprendono un giardino formale stracolmo di fiori, una zona giochi per bambini a tema medievale, un bellissimo labirinto di siepi che termina in un grotto centrale un po’ kitsch, con stravaganti effetti di luce e suoni, una voliera con una bella collezione di rapaci, e l’immancabile caffetteria.



Lo spettacolo di falconeria comincia solo alle 2 e non possiamo restare, ma passiamo dalla voliera ad ammirare i rapaci e a fare qualche foto. Ci sono le aquile, un paio di falchi, due civette sonnacchiose e altri piccoli uccelli, ma soprattutto c’è un gufo reale enorme, con gli artigli affilati e lo sguardo altrettanto aguzzo, che ci fissa immobile con i suoi occhi di lava come fossimo le prossime prede da cacciare. E’ magnifico, nobile e altero, indomito oggi così come lo era secoli fa quando viveva a fianco dei Re.



Decidiamo di prendere due sandwich da portare via alla caffetteria e torniamo verso la macchina pronti a muovere in direzione della seconda tappa di oggi, ma proprio all’uscita ci imbattiamo in una di quelle classiche signore che fanno le volontarie in questi posti e che ti chiedono con tutta la gentilezza del mondo se hai voglia di rispondere a qualche breve domanda sulla tua esperienza del luogo appena visitato, porgendoti un foglio e una piccola matita con un gran sorriso, rendendo difficilissimo dire di no. Così ci sediamo su una panchina e rispondiamo diligentemente a tutte le domande, suddivise in ben 4 pagine di questionario, in cui confermiamo la nostra ottima impressione di questo magnifico luogo e della sua perfetta gestione. Peccato che non ci sia nessuna domanda specifica riguardo alla nostra opinione sul prezzo del biglietto d’ingresso…


A una mezz’ora di auto da Leeds, a Sissinghurst, ci sono i famosi Sissinghurst Tower and Gardens (curati dal National Trust, ingresso free con la tessera FAI) che desidero visitare da tanto tempo. Questo è un luogo speciale, voluto e creato da Vita Sackwille-West e suo marito Harold Nicolson che acquistarono questa proprietà ormai in rovina negli anni ‘30 e gli dedicarono decenni di lavoro e attenzioni, fino a farlo diventare uno dei più bei giardini di tutta l’Inghilterra. Vita, grande esperta di giardinaggio oltre che scrittrice, ci lavorò personalmente e ne disegnò le varie zone creando ‘stanze’ naturali di diverso impatto visivo, simbolismo e colore, ben separate una dall’altra ma tutte collegate da passaggi semi-segreti che regalano punti di vista ogni volta nuovi e sorprendenti sulle aree attigue, rendendo la passeggiata nei giardini una vera esperienza d’incanto.

Il più famoso dei giardini di Sissinghurst è il White Garden, in cui ogni fiore delle decine di diverse specie di piante presenti ha i petali di un bianco candido, caratteristica che lo rese famoso e di gran moda nell’alta società inglese della prima metà del 900. E’ veramente uno dei giardini più poetici e commoventi che mi sia mai capitato di visitare, e il pensiero di Vita che passeggia lungo questi vialetti insieme a Virginia Woolf in un luminoso pomeriggio d’estate rende l’atmosfera quasi magica.



La casa, nella quale fu ospite persino Elisabetta I, non è visitabile, ma la torre principale e’ magnifica, in stile elisabettiano di mattoni rossi con un ampio arco d’accesso di grande personalità. La vista dall’alto è impareggiabile, e rende bene l’idea dell’immenso lavoro che è stato fatto qui per trasformare un rudere in un luogo assolutamente incantevole.



Oltre ai giardini, ci sono l’angolo delle piante officinali, il frutteto, la serra, il canale, l’orto, e un vecchio granaio ristrutturato e ancora bellissimo, in cui è stata allestita una romantica mostra fotografica sulla storia d’amore unica di Vita e Harold. Vita e suo marito hanno vissuto qui fino alla loro morte, e di certo hanno saputo creare un mondo tutto loro, in cui rifugiarsi quando avevano voglia di restare lontani da ogni altra cosa.




Mangiamo i nostri sandwich seduti su una panchina nel frutteto, godendoci il sole e l’aria tiepida. Poi facciamo un giro nel bellissimo shop, e visto che non è tardi, decidiamo di provare ad arrivare fino al vicino Bodiam Castle, nel paesino di Robertsbrige, nella vicina contea dell’East Sussex.

Lo avevo incluso nel giro di oggi solo come opzione eventuale perché non ero sicura di farcela con i tempi, ma a questo punto vale la pena tentare. Il parcheggio è vicino alla cassa, dove mostriamo la nostra tessera FAI agli addetti NT che ci accolgono con calore. Però l’ingresso è lontano dalla cassa e ci raccomandano di correre, perché anche se il castello chiude alle 17, l’ultimo ingresso è alle 16,30 e sono già le 16,26! Dobbiamo seguire un sentiero che si snoda in un boschetto e raggiungere una specie di ponte di legno, che collega il castello, circondato dall’acqua, alla terraferma, e abbiamo solo pochi minuti. Un’altra giovane coppia di visitatori ritardatari corre con noi, ma siamo tutti un po’ preoccupati dalla distanza da coprire, quando improvvisamente compare un signore dello staff del parco con una di quelle macchinette elettriche usate sui campi da golf, e ci invita a salire. L’uomo giusto al momento giusto! In pochissimo tempo  arriviamo al ponte, scendiamo tra mille ringraziamenti, camminiamo oltre il fossato fino al portone ed entriamo – sono le 16,30 esatte, ce l’abbiamo fatta!

Il castello è un classico edificio medievale di pietra a base quadrangolare, con un grande cortile interno e gli edifici principali sistemati ai 4 lati. La facciata è arricchita da alte torri a tre livelli e possenti mura merlate più basse, con un grande fossato tutto intorno e un bellissimo ingresso tipico dei castelli del XIV secolo. All’interno restano solo le mura trecentesche e alcune parti senza tetto, anche se si distinguono abbastanza bene le diverse zone adibite ad abitazione nobile, zona di comando militare o area di lavoro della servitù.



Il castello non ha mai subito un vero assedio né fatto parte di battaglie decisive per la storia inglese, e pare inoltre che il suo appariscente sistema difensivo fatto di mura, fossato e alte torri sia molto più impressionante alla vista che non veramente pratico, e probabilmente si rivelerebbe ben poco utile in caso di vera battaglia, ma questo è solo il punto di vista militare. Quello che colpisce di più noi, e tutti i visitatori che decidono di arrivare fino qui, è certamente il suo lato estetico, di grande impatto emotivo, e il suo innegabile fascino romantico, capace di riportarci in un attimo indietro nel tempo di oltre 6 secoli.



Quando la campana suona le 5 dobbiamo deciderci a uscire, ma a quel punto abbiamo già fatto in tempo a vedere tutto quello che c’era da vedere e fotografare ogni angolo di questo luogo magico. Passeggiamo nel bel parco pieno di anatre – senza correre, questa volta – e ci fermiamo alla caffetteria vicino all’ingresso a prendere un tè, seduti a un tavolino all’aperto. La giornata è ancora bellissima.





Il b&b prenotato per stasera è “The Chantlers” a Battle, e ci arriviamo in circa 25 minuti. Non lo troviamo subito perché non ha numero civico ed è praticamente nascosto dentro a un bosco, ma quando lo scoviamo siamo entusiasti della nostra scelta. I proprietari sono gentilissimi e ci fanno vedere la nostra camera spiegandoci tutto. Siamo sistemati in una specie di mansarda, in una bella stanza grande e linda, con un bagno comodo, finestre a abbaino, molto spazio a disposizione per le nostre cose, e addirittura una terrazza tutta per noi arredata con tavolo e sedie.




Il giardino dietro alla casa è enorme e perfettamente tenuto, e sulla sinistra notiamo dei recinti per animali ben suddivisi e organizzati. Ci avviciniamo e troviamo galline, pecore, due mucche e anche alcuni maiali. Il proprietario ci raggiunge e ci spiega con grande gentilezza come li alleva, che razze sono, e come riconoscono subito la sua voce quando lui li chiama. Gli chiedo se le pecore siano per il formaggio e per la lana, da buona knitter, ma lui risponde “no, meat!” e illustra nei dettagli come alleva quelle simpaticissime creature. Poi ci spostiamo verso il recinto delle mucche, e allora io dico convinta “però queste sono per il latte”. Ma lui ripete “no, meat!“, e procede con altre spiegazioni. A quel punto non ho il coraggio di chiedere nulla sui maiali… Dopo tutto, come sottolinea lui, questa è una Farm, anche se ha un giardino così bello ed elegante da assomigliare a una villa.



Per cena andiamo nel vicino paesino di Battle, dove in un pub caratteristico ordiniamo due ottimi piatti di fish and chips. L’atmosfera è cordiale e siamo molto soddisfatti, sia della cena che di tutta questa giornata.

Domani il nostro giro comincerà proprio da qui, la città della Battaglia.

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Sabato 4 gennaio 2014: Scholss Herrenchiemsee – Casa

10 luglio, 2014 in Viaggi. Commenti: nessuno

Ultima colazione al nostro Motel One, purtroppo. Un po’ mi dispiace partire, devo dire che la città mi è piaciuta e avrei voluto vedere altre cose e viverla un po’ di più. In effetti Monaco non è grandissima, non tanto da diventare invivibile, e allo stesso tempo non è un centro troppo piccolo da esser tagliato fuori da eventi culturali e modernità. In un certo senso somiglia a certe città del Tirolo, con le loro architetture particolari e quello stile genuino da vita di montagna, ma con un tocco in più di cosmopolitismo che la rende interessante senza essere snob. Di certo qui non sono esosi come a Vienna, dove sono geneticamente imperiali……
Non so se si possa definire una città tipicamente tedesca, gli stessi tedeschi lo negano perché nel sud si vive in modo diverso dal resto del Paese, ma è questo che la rende familiare e accogliente per noi italiani. In fondo, se Monaco per molti tedeschi è al sud, per noi è comunque al nord, e ne ha tutte le caratteristiche. Efficienza, pulizia, organizzazione, servizi, solo che sono forniti in maniera più vivace di quanto forse non accada nel loro nord. Comunque, mi è sembrata una bella città, accogliente e vivibile. Un posto dove ritornare.

4.1

L’ultimo castello che visitiamo, situato a circa 90 km a sud di Monaco, è lo Schloss Herrenchiemsee (ultima occasione per sfruttare il nostro ticket Partner), che è forse la follia più grande di Ludwig II per sfarzosità e costo, tanto che non fu mai completato per mancanza di fondi e ancora oggi ha oltre 50 stanze da finire. Si trova a Prien, una tranquilla località nota per il bel lago Chiemsee. Nel lago ci sono alcune isole, e su una di esse, la Herren Insel, l’isola degli Uomini, così chiamata per via della presenza di un convento di monaci agostiniani (un’altra delle isole si chiama Fraueninsel, isola delle donne, sulla quale si trova un convento di monache benedettine) c’è un palazzo molto elegante circondato di giardini e fontane: lo Schloss Herrenchiemsee. Lasciamo l’auto nel parcheggio a pagamento e ci avviamo alla biglietteria dei battelli.

4.2

Il passaggio fino all’isola di Herren costa 7,20€ a persona A/R e il battello impiega circa un quarto d’ora per raggiungere la riva opposta, navigando su acque immobili e lucide come specchi, tra boschi e montagne, in mezzo a una natura silenziosa e possente che sembra quella Romantica per antonomasia rimasta intatta dall’Ottocento.

4.3

Una volta sbarcati, percorriamo un lungo sentiero che si snoda nel bosco, tra alberi scuri e rigidi come scheletri e tappeti di foglie rosse, e alla fine della passeggiata cominciamo a intravedere una sagoma chiara, dalla forma inconfondibile.

4.4

Il castello è veramente bellissimo, con una facciata in pietra lunga un centinaio di metri, tre ordini di finestre di grande eleganza e grandiose fontane lungo il viale d’ingresso decorate da Nettuni, tritoni e delfini di bronzo, che purtroppo sono vuote e spente per via del clima invernale. Sembra un luna-park dopo la fine della festa. Però c’è un bel silenzio. Dalla cima del viale si apre una vista straordinaria che arriva fino giù al lago, diverse centinaia di metri più a valle.

4.5

Visto che l’ingresso è a orario fisso con visita guidata obbligatoria (e niente foto), abbiamo tempo di fermarci al self service a mangiare qualcosa e allo shop a prendere qualche cartolina prima di cominciare il giro. La cosa più incredibile è che questo palazzo è praticamente una copia ridotta della reggia di Versailles, il palazzo del Re Sole Luigi XIV di Francia, del quale Ludwig era un grande ammiratore. Qui, infatti, non sono presenti gli stemmi reali di Baviera né i ritratti dei Wittelsbach, e neppure il ritratto dello stesso Ludwig. Ci sono solo ritratti del Re Sole e di altri grandi imperatori francesi, affreschi che celebrano grandi battaglie vinte dall’esercito francese e riproduzioni esatte di oggetti presenti alla reggia di Versailles: statue di marmo, scrittoi favolosamente cesellati, tappezzerie coi gigli dorati, ritratti di nobili dame e cavalieri della corte di Francia, e sfarzosissime camere da letto reali identiche a quelle originali. La raffinatezza dei dettagli raggiunge livelli straordinari in ogni stanza. In una camera scopriamo una lampada a globo di vetro di Murano blu nella quale si potevano accendere 3 candele per ottenere una luce argentata che somigliava al chiarore lunare, tanto caro all’ombroso Ludwig. Vicino a questa stanza troviamo una vasca rotonda che può contenere 60.000 litri d’acqua, praticamente una piscina privata. Ci sono lampadari di cristallo di Boemia e lampadari in porcellana Meissen stracolmi di fiori colorati che sono veri capolavori d’arte. C’è anche qui un tavolo magico, come a Neuschwanstein, che sparisce nel pavimento e torna su apparecchiato e colmo di cibi, e un cabinet dove venivano conservati gli abiti del re decorato come una sala del trono. Ma il pezzo forte è la galleria degli specchi, nella quale Ludwig ha voluto proprio esagerare progettandola addirittura più lunga di quella originale di Versailles: 98 metri! Oltre alle meravigliose specchiere e ai fregi dorati, lungo il salone ci sono ben 44 lampadari di cristallo che reggevano un totale di 2200 candele. Che spettacolo doveva essere, quando erano tutte accese e moltiplicate all’infinito dalle decine di specchi della galleria! Una vera atmosfera da fiaba…..
Un intero mondo è stato ricostruito alla perfezione nello stile architettonico tipico di almeno un secolo prima, per far rivivere l’epoca fastosa di un regno grandioso e di un Re vissuto solo di eccessi. Fa uno strano effetto, a dire la verità. Sostituire la propria realtà con un altro mondo, e un altro tempo. A un costo altissimo, e quasi inutilmente. Ludwig, infatti, passò qui solo un paio di settimane della sua vita, e non vide mai il castello finito perché fu interdetto e imprigionato per aver trascurato il suo dovere di re e aver dilapidato tutti i soldi delle casse dello stato.
Nel palazzo c’è anche il Ludwig Museum, dove sono conservati oggetti personali, mobili, progetti dei vari castelli e teatri e ritratti fotografici del Re, comprese le foto con la fidanzata Sofia che non sposò mai, di sua cugina Sissi, dei suoi genitori, e di Wagner, del quale era un fervente ammiratore.

4.6
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C’è il suo abitino di battesimo, un mantello reale color porpora, un statua in abiti da Re Sole, un busto di marmo, e perfino la sua maschera funebre, che conserva il mistero della sua morte al di là di quello della sua vita inconsueta.

4.9

Davvero un personaggio controverso questo Re, amato e odiato, ammirato e deriso come un povero pazzo, e che in una ventina d’anni di regno ha segnato profondamente la storia della Baviera diventando un vero mito della sua terra. Comunque lo si giudichi, le persone che ancora oggi arrivano fin quassù da ogni paese del mondo vengono soprattutto per ammirare i sogni folli e fiabeschi di Ludwig II.

4.10

Riprendiamo il battello che scivola sulle acque argentate circondate da montagne salutando anche l’ultimo castello, e ci rimettiamo in auto per raggiungere i nostri amici che ci aspettano a Padova. Nella tristezza della fine della vacanza, almeno questa è una cosa buona. Arrivederci Baviera, alla prossima volta.

4.11

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