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Domenica 24 agosto 2014: CharlecotePark – David Austin’s Gardens – Lichfield Cathedral

5 aprile, 2018 in Viaggi. Commenti: nessuno

C’è il sole stamani nella città del Bardo, e si sta bene. Facciamo la colazione Full English da Morris e parliamo un po’ con lui, ed è così gentile che mi stampa anche le carte d’imbarco per il volo di ritorno, che non avevo potuto fare da casa con così grande anticipo. Alla fine lo dobbiamo salutare, ma speriamo davvero di poter tornare a trovarlo un giorno. La prima tappa di oggi è a una ventina di minuti in auto: Charlecote Park. Si tratta di un’antica magione Tudor costruita a metà del 1550 dalla famiglia Lucy ma gestita dal National Trust ormai da molti anni, e che fa parte della storia di quest’area da oltre 4 secoli. Nel suo parco vive un branco di cervi e si racconta che Shakespeare in persona, da giovane, sia stato colto in flagrante caccia di frodo in questi boschi e portato davanti al giudizio del padrone, dal quale fu redarguito pesantemente. Pare che lui, per vendetta, si sia ispirato proprio alla sua figura di giudice sussiegoso creandone una caricatura nella sua commedia “Le allegre comari di Windsor”. Potere della penna…
All’ingresso entriamo Free grazie alle nostre tessere FAI – il signore alla cassa ci conferma che non ne vede spesso in questa tenuta e sembra molto contento. Mai quanto noi dear, obviuosly.

La casa, dall’aspetto imponente, ha un lungo viale d’ingresso e un portale ad arco con torrette laterali ed è effettivamente un edificio splendido, in mattoni e pietra, con la facciata rientrante e due edifici che gli fanno ala decorati di rose rampicanti. Il parco intorno è vasto parecchi ettari, tutto a boschi e prati dove pascolano pecore e mucche; è lì che vivono i cervi. Vicino alla casa scorre sinuoso il fiume Avon, e buona parte dell’area sistemata a giardini fu progettata dal mitico Capability Brown nel settecento.

Il giro comincia con la visita dei locali più umili, le antiche cucine, enormi, spettacolari e piene di stoviglie, piatti e strumenti da cottura vittoriani originali. Quindi passiamo nella lavanderia dove sono conservati i vecchi mastelli, i barattoli di soda per lavare la biancheria e perfino una pressa per strizzare i panni bagnati prima di stenderli al filo. Molto belli sono anche i locali dove veniva prodotta la birra per la casa, in grande quantità e in diverse gradazioni, sia per i padroni che per gli ospiti e per il personale, una bella area ampia e completa perfettamente restaurata. In quelle che un tempo erano state le scuderie dei cavalli fu riadattata una rimessa per le numerose e più moderne carrozze, che sono in mostra in perfetto stato di conservazione.

Gli interni dell’edificio principale sono raffinati e decisamente eleganti, benché lo stile cinquecentesco sia stato pesantemente modificato e riadattato al gusto del periodo vittoriano. Persino la camera nella quale era stata ospite la Regina Elisabetta I e’ stata trasformata in un salotto da ricevimento. I grandi saloni sono pieni di ritratti degli antenati della famiglia Lucy e arredati con grandi mobili intarsiati, divani, porcellane, vasi, specchiere dorate e sculture, compreso un busto in marmo di Shakespeare che somiglia molto a quello che abbiamo visto vicino alla sua tomba, a sottolineare l’alto livello sociale di questa famiglia.

Una delle stanze più belle è la biblioteca, piena di libri antichi e rari, preziosi soprammobili d’argento e avorio, sedute ricamate a mano, consolle intarsiate e un grande caminetto di legno sul cui fronte è scolpito il motto LIVE TO LEARN AND LEARN TO LIVE. Un consiglio niente male. In una teca di vetro è esposta con orgoglio una lettera firmata da Cromwell in persona che richiama il Lord della casa per un’importante riunione politica. La finestra a bovindo è grande e luminosa e si affaccia direttamente sul parco e sul fiume Avon, che scorre lento lì sotto. Non doveva essere male, lavorare seduti a questa bellissima scrivania davanti a questa vista fantastica.

L’antica sala da biliardo è illuminata da belle lampade a luce elettrica, mentre la sala da musica contiene un’arpa tutta dorata. La stanza da letto padronale ha un baldacchino in legno di quercia e tappezzerie in seta rossa, mentre nella sala da pranzo, apparecchiata con porcellane e argenti, domina un enorme mobile barocco scolpito ad altorilievo di proporzioni gigantesche, così imponente da mettere soggezione.

I giardini sul retro della casa, che sono quelli sui quali si affaccia la biblioteca, ospitano belle aiuole a forma di fiore fatte con piante colorate e siepi di rose e si estendono fino all’argine dell’Avon, che scorre poco più in basso.

Dai giardini passiamo al parco vero e proprio, che è davvero molto grande. Facciamo un lungo giro nel bosco e seguiamo per un po’ un signore che fa da guida volontaria ai visitatori raccontando i fatti principali della storia della casa e della sua gestione. Con lui arriviamo vicino a una parte del branco dei cervi, saranno almeno una ventina, che si riposano tranquilli brucando l’erba. Non ci possiamo avvicinare oltre una decina di metri per non spaventarli, ma li vediamo benissimo, sono fantastici, così liberi e aggraziati. In un gruppo un po’ più lontano c’è anche un esemplare completamente bianco e la guida spiega che nel branco ce ne sono almeno due; ci sono sempre stati esemplari bianchi in questo branco, ed è un fatto particolarmente speciale perché il cervo bianco è uno dei simboli del Re.

Lentamente il parco si riempie di gente con bambini e cestini da picnic, la giornata è buona e questo posto sembra davvero ideale per trascorrere qualche ora di tranquillità e pace in mezzo alla natura, alla maniera inglese.

Prima di lasciare questa zona arriviamo fino alla vicina chiesa di St. Leonard, un piccolo gioiello vittoriano fatto costruire dalla famiglia Lucy in onore di uno dei suoi discendenti. E’ una chiesetta di grandissimo fascino immersa nel verde, con il campanile a punta e il prato tutto intorno, bella come una classica cartolina della campagna inglese.

L’interno è delizioso, con le vivaci vetrate istoriate che lo rendono piacevolmente luminoso. In una cappella laterale ci sono tombe appartenenti a nobili della famiglia Lucy risalenti a vari periodi, ornate di grandi statue funebri in marmo e alabastro, molto particolari.

Pare che in questo piccolo cimitero intorno alla chiesa sia sepolto l’attore inglese Michael Williams, marito di Dame Judy Dench, che viveva con lei in una casa qui nei dintorni e che aveva recitato con lei nella Royal Shakespearian Company di Stratford per molti anni. Un saluto anche a lui, dunque.

Dopo una breve visita riprendiamo l’auto e ci spostiamo una cinquantina di miglia più a nord, a Albrighton, per la seconda tappa di oggi, che è un’altra di quelle che attendevo con impazienza: i giardini di rose di David Austin. Li troviamo facilmente e scopriamo che Albrighton, sul cartello di benvenuto in città, ha proprio scritto “La città natale delle rose inglesi”. Ci siamo, finalmente. Il posto è grande e ben organizzato, e l’ingresso appare proprio come sul catalogo che mi arriva a casa, solo che questa volta non è una foto, siamo proprio qui! Non mi sembra vero…

Entriamo nel vivaio (ingresso e parking Free) e poi subito nei grandi giardini, creati da David Austin per esporre le sue rose e dare un’idea esatta ai visitatori di come si possono sistemare questi fiori, che dimensioni e che colori hanno, e che tipo di corolla, per poter scegliere quelli più adatti alle proprie esigenze. Forse lo scopo teorico iniziale era davvero questo, ma credo che Mr Austin abbia disegnato questo meraviglioso roseto soprattutto per la sua bellezza e il suo profumo, per circondarsi di grazia e armonia, con una gran voglia di mostrare a tutti la straordinaria meraviglia di queste nuove rose da lui create nei primi anni sessanta, e godere ogni giorno dei frutti del suo lavoro.

I giardini sono assolutamente eccezionali, anche se è estate inoltrata e alcune varietà di rose non sono più in fiore. Ma molte lo sono ancora, straripano di fiori e boccioli, profumano l’aria dappertutto e offrono macchie di colore fantastiche: rosa tenue, rosa carico, lilla, giallo, arancio, viola, rosso, bianco candido o color crema… ce ne sono di ogni tipo, e riconosco anche molte delle nostre, che sono partite proprio da qui.

In alcune zone sono esposte sculture in pietra fatte da Pat Austin (la cui rosa omonima ha una delle mie sfumature preferite), e mentre Luca mi fa una foto vicino a una di queste opere una signora ci chiede se vogliamo che ci scatti una foto insieme, senza che noi le chiediamo nulla. Stavolta approfitto volentieri di tanta gentilezza gratuita, perché sono davvero contenta di essere qui oggi, e avere una foto insieme a Luca proprio in questo posto speciale sarà per me un ricordo unico.

Il giardino lungo comprende un pergolato e diverse file di cespugli di colori e qualità miste, mentre il giardino rinascimentale ha siepi, una vasca d’acqua e un loggiato con panchine in legno dove ci si può sedere ad ammirare tutta quella bellezza distesa li davanti.

Dopo un po’ di tempo passato a girovagare tra le aiuole perfettamente disegnate dei giardini all’italiana e i viali di cespugli in fiore che inondano l’aria di profumi delicati ci dirigiamo verso la Tea Room, ed entriamo per fare una sosta ristoratrice. Quante volte ho sognato di poter prendere un tè proprio qui! Sono incredibilmente contenta di poterlo fare oggi. Una ragazza gentilissima e molto carina ci porta il nostro Lady Gray con due scone belli paffuti, marmellata e clotted cream, buonissimi, serviti in fantastiche tazze di porcellana decorate con il disegno delle rose David Austin, una meraviglia per gli occhi oltre che per la gola. Ce la prendiamo comoda e ci riposiamo un po’, godendoci appieno il luogo e il momento.

Quando usciamo facciamo un giro tra gli scafali delle piante in vendita, anche se so benissimo che purtroppo non potrò comprare nulla. Peccato. Però è stato un pomeriggio bellissimo, una tappa importante di questo giro inglese, e il ricordo di queste ore resterà nel mio cuore a lungo.

L’ultima tappa di oggi è Lichfield, a neanche mezz’ora d’auto di distanza, dove abbiamo l’hotel per stasera e dove visitiamo la Lichfield Cathedral dedicata a St Chad e St Mary. È aperta con ingresso libero, ed è davvero una meraviglia, dentro e fuori. L’esterno è molto originale, in pietra arenaria rossa macchiata di nero dal tempo, enorme e imponente, con due altissime guglie laterali all’ingresso e la facciata completamente ricoperta di statue di Re e Santi. La terza guglia, centrale e più arretrata, è quella del campanile e la rende l’unica chiesa inglese con tre guglie di queste dimensioni possenti. L’impatto è sorprendente, e bellissimo. Finalmente una cattedrale che ha davvero i requisiti per essere definita tale: una navata lunga oltre 110 metri, guglie di facciata alte 60 metri e una torre campanaria di quasi 80 metri, così pesante che nel tempo è stato necessario apportare diverse modifiche strutturali per alleggerire il peso che gravava sulle pareti esterne ed evitare possibili rischi di collasso. Un mastodonte di pietra rossa che il gotico sospinge all’insù con leggerezza sorprendente, come fosse un palloncino pieno d’aria. Magnifica.

L’interno è a tre navate, con un bosco di colonne grandiose che salgono fino al cielo e archi a punta dappertutto, un pavimento del coro a mosaico policromo molto raffinato e un altare dorato dedicato alla Vergine Maria straordinariamente ricco. Purtroppo, durante la guerra civile inglese di metà ‘600 le vetrate originali di questa cappella vennero distrutte, sostituite in parte da vetri trasparenti e in parte da preziose vetrate istoriate fiamminghe portate qui nell’ottocento dal Belgio, prelevate da un’abbazia rimasta vittima delle guerre napoleoniche, per cui l’interno adesso è insolitamente luminoso per una chiesa in stile gotico di queste proporzioni.

Nella chiesa è conservata la reliquia di St Chad, antico vescovo anglosassone venerato dai pellegrini da oltre 1500 anni. In una cappella laterale si può visitare anche il monumento funebre alle Sleeping Children, una commovente tomba ottocentesca che raffigura due bambine abbracciate per sempre nell’eternità del marmo la cui madre, dopo averle perdute a distanza di un anno l’una dall’altra in modo imprevisto e doloroso, fece fare a un artista del tempo questa scultura speciale per ricordarle e averne un po’ di consolazione. Un angolo sentimentalmente romantico ed emozionante, in questa selva di linee gotiche imperturbabili.

All’uscita non c’è quasi più nessuno, e passeggiamo lentamente girando tutto intorno all’enorme cattedrale rossa appoggiata precariamente sul grande prato che va un po’ in salita, quasi si fosse posata qui per caso a riposare un momento prima di riprendere il suo volo verso l’alto. C’è una pace incredibile nell’aria della sera, e tutto sembra immerso nel silenzio e nella luce. Questa di Lichfield è davvero un bellissima cattedrale, sono contenta che siamo riusciti a farle visita.

Il nostro albergo è vicinissimo alla chiesa, un Best Western tranquillo e centrale dove ci danno una camera semplice ma spaziosa. Facciamo una cena veloce e rientriamo per riposarci finalmente, dopo tante emozioni. Domani ci aspetta ancora qualcosa di molto speciale prima di raggiungere la città di Liverpool, da dove prenderemo il nostro volo di ritorno per l’Italia.

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Mercoledì 20 agosto 2014: Kelmscott Manor – Oxford – Cambridge

16 febbraio, 2018 in Viaggi. Commenti: nessuno

Splende il sole stamani a Bourton, anche se l’aria è fresca. Visto che è l’ultima colazione che facciamo qui, ieri abbiamo ordinato a Bob uno special e lui ci porta un piatto con uova scrambled e ottimo salmone affumicato, insieme a tutto il solito ben di Dio: frutta fresca, cereali, yogurt, pane tostato con la marmellata, torta… un vero banchetto. Alla fine raccogliamo le nostre cose e salutiamo, è già ora di ripartire.

Questi giorni nelle Cotswolds sono volati, ma non sono troppo triste all’idea di spostarmi perché la prima tappa di oggi è un posto di quelli davvero speciali, che sogno di visitare da moltissimo tempo. Si tratta del magnifico Kelmscott Manor, a Lechlade, a poco più di una ventina di miglia di distanza da Bourton. Questa stupenda proprietà era nientemeno che la casa di campagna di William Morris, mitico fondatore del movimento Arts & Crafts, in cui l’artista scelse di vivere con la sua famiglia nel 1871 per allontanarsi dal già notevole caos metropolitano di Londra. Qui studiò e lavorò insieme alla moglie, alle figlie e agli amici Burne-Jones e Dante Gabriel Rossetti, cercando la sua ispirazione di disegnatore e poeta nella magnificenza della natura circostante. Non riesco a credere che entreremo davvero in casa sua.

Già arrivare nelle vicinanze del cottage è sufficiente per capire che aveva scelto un angolo di campagna davvero speciale. Il posto è incantevole, immerso nel verde, circondato di frutteti e fiori. La casa, che risale circa al 1600, è bellissima, rigorosamente in pietra locale, strutturata su tre piani con una stupenda facciata coperta di edera.

Il giardino non è molto grande ma è ben coltivato: rose, peonie e grandi fiori bianchi delicati ed eleganti, tanti alberi da frutto e, naturalmente, uno spettacolare melo carico di frutti rossi che sembra uscito direttamente da una delle classiche carte da parati di Morris.

Lungo il vialetto troviamo la siepe più originale che abbiamo visto fino ad ora, potata in modo da assomigliare a una grande balena verde con la coda sollevata che saluta i visitatori arrivati fin qui, adoranti come pellegrini giunti finalmente alla meta del loro cammino spirituale.

Facciamo il biglietto e, mentre aspettiamo l’orario d’ingresso, visitiamo brevemente lo shop dove, ad avere in tasca parecchi soldi e un biglietto aereo che comprende il trasporto di svariati bagagli da stiva, si possono acquistare manufatti molto particolari ispirati al lavoro di Morris. Devo fingere – con grande difficoltà – di non vedere almeno la metà delle cose esposte, per non cadere in tentazione, ma è una di quelle volte in cui questa ormai consueta operazione tattica mi risulta particolarmente difficile. Alla fine mi concedo un paio di sottobicchieri dipinti con il classico ‘Strawberry Thief’ e una mattonella di maiolica blu con un tralcio di fiori e una citazione poetica, da aggiungere alla collezione che decora la parete del nostro terrazzo. Ci starà perfettamente, già lo so.

Alla fine entriamo in casa (dove purtroppo è vietato fare foto), ed è come entrare in un mondo magico sul quale avevo sempre fantasticato ma che quasi non credevo potesse esistere davvero. Gli ambienti interni sono luminosi e spaziosi, e incredibilmente insoliti. Ovunque ci sono oggetti o tappezzerie disegnate da Morris in persona o da una delle sue figlie e poi realizzate a mano dalla moglie Jane o, in seguito, prodotte direttamente dalla ditta artigiana Morris&Co. Arazzi con scene in perfetto stile gotico, coperture di sedie e poltrone con meravigliose fiorature, pannelli ricamati con eteree dame medievali e boschi fatati, rivestimenti di caminetti in maioliche azzurre o ricoperte di disegni ispirati al mondo naturale. Siamo circondati da magnifici tessuti da parati dipinti a ramage e tralci con fiori e uccellini che creano atmosfere incantate, mobili scolpiti e scale in legno dal design così equilibrato e perfetto da essere vere opere d’arte in sé. Un universo lontano nel tempo rievocato con grandissima raffinatezza ed eleganza, e quel tocco personale d’artista che lo faceva vivo e nuovo per il XIX secolo.
Una delle stanze più belle è la camera da letto di Morris, con un grande letto a baldacchino in legno scolpito intorno alla cui sommità gira un pannello di tessuto alto circa 50cm sul quale è ricamata a caratteri gotici una poesia che lui aveva scritto proprio per questa stanza, che sua moglie Jane ricamò a mano personalmente per poterla poi sistemare qui. Sul letto c’è una coperta di seta ricamata con delicati tralci di fiori dai colori tenui, realizzata per lui da un disegno della figlia minore May, un altro elemento cardine di questa famiglia così piena di talento artistico.
Di fronte al letto ci sono alcuni gradini che portano a una grande stanza molto luminosa, che è quella che più di tutte desideravo vedere. Eccoci qua finalmente, proprio dentro al suo studio. C’è ancora il grande tavolo di legno sul quale lavorava, con sopra alcuni oggetti che usava al tempo in cui viveva qui, pennini, carta, una piccola tavolozza per i colori, e un intero piano di legno grezzo da poter utilizzare per mescolare direttamente le tinte e procedere a dipingere le sue incredibili creazioni. C’è anche un bel caminetto nella stanza, decorato con due grandi pavoni in ottone di provenienza orientale portati direttamente dalla casa di Londra, sulla cui superficie si notano ancora i forellini che venivano utilizzati per reggere i bastoncini di incenso da bruciare per profumare la stanza. Originali in una maniera che più esotica non si può.
Ma l’effetto maggiore lo regalano gli enormi arazzi che ricoprono buona parte delle pareti, ricamati sui toni del blu e del verde scuro, che raccontano scene della vita di Ercole. I colori sono un po’ alterati dalla carezza di quasi un secolo e mezzo di luce che ci si strofina contro quotidianamente, ma l’impatto visivo resta comunque molto forte.
Dunque, era qui che Morris lavorava. Qui, chino su questo grande tavolo grezzo, passava le ore a scrivere e a disegnare quelle trame fantastiche e delicatissime che neppure il tempo ha saputo più cancellare, in questo luogo raffinato e meraviglioso in cui doveva essere facile trovare ispirazione ed esprimere creatività e originalità. Da questa stanza, in cui passeggiamo muti e ammirati, partì una rivoluzione estetica e ideologica che non si sarebbe più fermata.
Anche il resto della casa è decorato in questo stile fantastico. La camera di Jane e i salottini destinati alle varie attività sono stati resi unici da oggetti e tessuti pieni di fascino legati alla professione di artigiani del bello di questa incredibile, talentuosa famiglia. Notevoli sono alcune sedie in legno con la spalliera scolpita, dalla linea così elegante da sembrare già Art Nouveau con diversi decenni di anticipo, e naturalmente le incredibili tappezzerie decorate a fiori e soggetti naturali, dai colori così vividi da sembrare appena tessute. E fantastica è anche la piccola scala in legno che porta al sottotetto, un raro esempio di rampa con i gradini divisi a metà e sfalsati, per cui per salire si appoggia un piede dopo l’altro ritrovandosi sempre a procedere su livelli differenti. Un design assolutamente moderno e primario al tempo stesso, bellissima. Fa immediatamente venire voglia di averne una in casa.
Tra i dipinti alle pareti, due spiccano su tutti gli altri: il famoso ritratto di Jane con indosso un abito di seta blu, eseguito da Rossetti, in cui lei appare come una meravigliosa creatura appartenente a un mondo magico, con i capelli scuri morbidamente ondulati, gli occhi languidi ed enigmatici e la bocca rossa e carnosa come una ciliegia matura. Morris diventerà geloso del modo estremamente sensuale in cui l’amico ritrae sempre sua moglie, e più di un pettegolezzo piccante sulla strana relazione tra questi tre artisti circolò sottovoce nei salotti vittoriani frequentati dalla buona società impegnata nel rito del tè pomeridiano…. Altri due disegni di Rossetti ritraggono le figlie dei Morris, May e Jenny, tramandandoci la loro incredibile somiglianza con la bellissima madre che posò per tutti i maggiori pittori della Confraternita dei Pre-Raffaelliti divenendone la vera musa ispiratrice.
In uno dei salotti scopriamo persino un gioiello inaspettato, un piccolo quadro appeso con nonchalance sopra al caminetto, così come se niente fosse, è che non sapevamo dove metterlo e lo abbiamo piazzato qui, ci sembrava un buon posto. Solo che non si tratta di un quadro qualsiasi, e non per la sua cornice dorata completamente fuori stile rispetto a tutto il resto, o per i soggetti raffigurati in maniera quasi naif: uomini e donne in abiti semplici, con attrezzi vari in mano, tutti al lavoro in un giardino dove piantano, seminano, puliscono, potano. L’atmosfera è tranquilla e dolce, quasi consolante, e la bellezza si spande nell’aria a ogni respiro. Gli abiti che questi personaggi indossano non sono ottocenteschi, e neppure medievali, e i tratti sono nientemeno che quelli inconfondibili di Bruegel il Giovane. Un universo incantato dentro un altro universo incantato, magicamente incastrati tra loro come scatole cinesi dentro le quali saltare trattenendo il respiro, per lasciarsi trascinare giù in una vertiginosa matriosca di emozioni.
Il giro si conclude, contrariamente al percorso consueto, nella parte più alta della casa, il sottotetto, un ambiente grande e arioso dove possenti travi di legno a vista delimitano in maniera spettacolare le altezze e i volumi di quest’ultimo piano, nel quale erano state ricavate le camerette delle due figlie. Piccoli letti di legno dipinto di verde, semplici arredi di uso quotidiano come librerie, cassapanche e specchi, mobiletti dal design lineare ed essenziale si armonizzano perfettamente ad un magnifico pavimento di assi grezze che richiama le travi portanti della struttura, creando un insieme così genuinamente bello da farci desiderare di non voler più andare via.
Alla fine usciamo passando attraverso una piccola porticina di forma irregolare, che fa tanto Alice nel Paese delle Meraviglie, e ci fermiamo nell’ultimo spazio da visitare dedicato alla storia delle tappezzerie e ai cataloghi dei disegni di tessuti e carte da parati ancora oggi prodotti dalla Morris&Co e disponibili alla vendita. Sono uno più bello dell’altro, ma certo danno veramente il meglio di sé quando vengono utilizzati per abbellire una casa già straordinariamente piena di fascino come questo Kelmscott Manor. L’uscita è attraverso una cupa scala interna (che ha tutta l’aria di essere un’aggiunta recente) che ci riporta fino all’ingresso iniziale. La visita è completata, dobbiamo proprio uscire e lasciare questo mondo magico dietro di noi. Un peccato. Anche se in realtà sento che un po’ di questa atmosfera incantata la porterò via con me, insieme al ricordo di questa visita che desideravo così tanto fare dopo aver letto pile di libri e biografie su questo luogo quasi mitologico. Questa è un’altra delle magie che i viaggi sanno fare. E che sa fare Luca, il mio dreamcatcher. Non lo ringrazierò mai abbastanza per avermi portata – anche – fino a qui.

Da Lechlade-on-Thames ci spostiamo a una mezz’ora di distanza per visitare un altro luogo assolutamente speciale: Oxford! Oh my God! Se non mi viene un attacco di cuore oggi… non mi viene più!

Lasciamo la macchina in un Parking sotterraneo dopo aver raggiunto il centro cittadino intasato di traffico e andiamo subito alla ricerca del primo College da visitare, il famosissimo Christ Church College, con la sua torre a cupola che svetta sulla città ed è ormai diventata il simbolo di questa istituzione culturale di fama internazionale. Ho già il cuore che corre a mille.

Facciamo il biglietto da una signora molto gentile e cominciamo il giro seguendo una specie di mappa stilizzata fornitaci insieme ai ticket, che è assai semplice da leggere. E ci ritroviamo subito nel famosissimo cortile quadrato, racchiuso in un giro di edifici eleganti di grande fascino. Siamo circondati dalla storia, e da un’atmosfera così tipicamente Old British da sentirci di colpo catapultati in uno spazio ritagliato fuori dal tempo, in un luogo fisso come una roccia e immutabile nel passare dei secoli. Un’emozione molto forte.

In effetti questo College esiste, sotto vari nomi, fin dalla fine del 1300, e ha preso il suo nome e la sua forma definitivi nel 1546 per volere di Enrico VIII. Il Re stesso innalzò la Cappella del Christ Church College a Cattedrale di Oxford, creando di fatto la più piccola cattedrale d’Inghilterra.

Magari è piccola, ma è davvero molto bella. La visitiamo con una guida locale, un volontario che ogni giorno accompagna i visitatori gratuitamente solo per il piacere di fornire un servizio ad un luogo a lui caro e rendere il giro più proficuo per chi arriva fino qui assetato di scoperte. E’ un signore simpatico e preparato che ci rivela molti dettagli sulla storia e l’architettura del luogo, ma anche molti aneddoti sulle tradizioni e sui personaggi che hanno studiato e lavorato qui nei vari secoli della sua esistenza.

Una storia in particolare è curiosa, e assolutamente affascinante. Su una parete di una navata laterale, in mezzo alle elegantissime vetrate istoriate create apposta per questa chiesa dai preraffaelliti, c’è un bel busto in marmo del giovane Leopold, uno dei figli della Regina Vittoria, anche lui studente del Christ Church College. Quando studiava qui cominciò a frequentare una giovane ragazza di nome Alice, che era la figlia minore del diacono del collegio, e i due si innamorarono perdutamente. Purtroppo però lui era un membro della famiglia reale mentre lei non era di estrazione nobile, quindi i due giovani non poterono sposarsi, e anzi Leopold fu allontanato dal collegio dietro vaghi pretesti di necessità politiche per interrompere questa relazione scomoda . Ma anche se furono tristemente separati da ragioni superiori, l’amore dei due giovani non fu mai cancellato. Quando Leopold, in seguito, si sposò ed ebbe una figlia la chiamò Alice, e quando lei si sposò ed ebbe un figlio lo chiamò Leopold. Sarebbe solo un curioso aneddoto amoroso come tanti, se non fosse che lei altri non era che Alice Liddell, la ragazza che, da bambina, aveva ispirato a Lewis Carroll (nome de plume di Charles Dodgson, docente di matematica qui a Oxford) la straordinaria storia di Alice nel Paese delle Meraviglie. “I found myself in Wonderland…”

Facciamo anche un immancabile giro alla Hall, affollata di giovani visitatori non solo perché è un refettorio medievale bellissimo e perfettamente conservato presieduto da un imponente ritratto di Enrico VIII, ma anche perché è l’originale che ha ispirato il refettorio scolastico inglese più famoso al mondo, quello di Hogwarts. Nei film della saga di ‘Harry Potter’ infatti, le scene in cui gli studenti dell’Accademia di Magia sono tutti riuniti per cena sono state girate in gran parte proprio qui. È’ più piccolo di quanto pensassi, ma ha un fascino straordinario: i vetri colorati delle bifore lasciano filtrare la luce morbida del pomeriggio inoltrato, una bellissima boiserie in legno di quercia gira tutto intorno al salone rivestendo le pareti, come a conferire solidità e perpetuità al luogo stesso, e una serie di ritratti di Decani e Presidi che hanno fatto la storia di questa istituzione scrutano dall’alto della loro posizione privilegiata i Dottori e gli Scienziati di domani.

I lunghissimi tavoli di legno scuro sono già pronti per la cena, apparecchiati con semplici stoviglie di vetro e porcellana bianca, illuminati da discrete abat-jour con lampade gemelle che rendono l’ambiente confortevole e calmo, una sorta di nicchia a sé stante ritagliata fuori dal resto del mondo. Qui si respira solidità, ci si nutre di cibo, cultura e tradizione. Si ha l’impressione che frequentare un posto così nei propri anni di formazione porti a credere di poter arrivare a fare qualunque cosa, realizzare qualunque potenzialità.

A poterci guardare, secondo me, si scoprirebbe che il destino di immortalità di questo Paese millenario è inciso direttamente nel DNA degli studenti passati di qui. Questo College ha dato all’Inghilterra 13 primi ministri, più di tutti gli altri collegi della città messi insieme (e sono quasi 40 in tutto….) e al mondo ben 9 premi Nobel, senza tralasciare artisti, scienziati e politici di grande fama che hanno contribuito a dare alla storia e al mondo la forma che hanno oggi. Essere studente in un posto come questo deve essere uno dei privilegi e delle soddisfazioni maggiori che possano capitare nella vita di un giovane essere umano.

Dal Christ Church passiamo nel cortile della vicina Bodleian Library, una delle maggiori biblioteche del mondo e la più grande di Oxford, con 188km di scaffali per oltre 7 milioni di volumi in archivio. Seconda solo alla British Library per quantità di opere possedute, custodisce tesori eccezionali che sono pietre miliari della storia dell’evoluzione della cultura umana: dai Codici Medievali ai Vangeli in copto, dalla Magna Charta alla Chanson de Roland, dai più antichi testi in Middle English miniati e dipinti a mano alla Bibbia di Gutenberg, dal Milione di marco Polo in antico francese a un rarissimo First Folio di Shakespeare, il tutto incastonato in un’architettura così raffinata e magnifica da lasciare senza fiato. Un paradiso di carta in terra.

Vicino c’è la Radcliffe Camera, che è parte della Bodleian, con la sua famosa struttura neoclassica a base rotonda e il tetto a cupola, un vero tempio della conoscenza.

Dopo il Christ Church visitiamo il secondo college più famoso della città, il Magdalen College, quello dove studiò anche Oscar Wilde e dove il suo talento per la poesia e la scrittura ricevettero i primi importanti riconoscimenti ufficiali – a dispetto del risentimento di molti insegnanti più strettamente tradizionalisti. Non è grande come il Christ Church, ma è bellissimo anche questo, forse anche più elegante, con palazzi in pietra color dell’oro, una torre merlata possente, un chiostro incantevole con un loggiato che affaccia direttamente su un prato verdissimo. Visitiamo la chiesa con belle finestre istoriate, che contiene un’importante copia del ‘700 dell’Ultima cena di Leonardo, un refettorio rivestito di legno di quercia, un parco dove, tra gli altri, venivano a passeggiare CS Lewis e Tolkien nelle ore libere dallo studio, e un prato dove pascola liberamente un branco di bellissimi daini.

Alla fine, stanchi e soddisfatti, ci fermiamo alla caffetteria a prendere un tè con due muffin enormi e buonissimi, e ci riposiamo seduti lungo un canale, lasciando sedimentare piano piano le tante emozioni di questa visita così intensa. Eppure, nonostante la grandezza simbolica di questo posto, qui le dimensioni sono relative, gli spazi vivibili, e l’atmosfera è austera senza essere intimidatoria. Un luogo ideale.

Dopo un ultimo giro per le antiche stradine acciottolate torniamo in centro e passeggiamo fino alla macchina, paghiamo un (salato) parcheggio e ripartiamo in direzione di Cambridge, verso est, dove abbiamo la stanza per la notte.

Impieghiamo circa 2 ore per arrivare, e la signora del B&B è un po’ meno carina delle precedenti, ma la stanza è pulita e comoda e la casa sembra bellissima. Usciamo a cercare qualcosa per cena, ma siamo in una zona un po’ isolata e gli unici due pub aperti ormai non danno più cibo (sono già le 20,30) così ci adattiamo alle circostanze e prendiamo una pizza a un Domino’s, e devo ammettere che tutto sommato è buona, sottile e con un buon condimento. Ma ad essere onesta, anche se fosse di cartone non me ne accorgerei stasera, la testa ancora completamente immersa in tutte le meraviglie in mezzo alle quali abbiamo camminato oggi.

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Sabato 16 agosto 2014: Tintagel Castle – Glastonbury Abbey and Tor – Wells Cathedral

2 dicembre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

Dopo una notte tranquilla e un’abbondante full Cornish breakfast raccogliamo le nostre cose e ci muoviamo verso nord, direzione Tintagel, per la prima tappa di oggi.
Ci arriviamo in poco più di un’ora di viaggio lungo strade semi-deserte e immerse nel verde.

Nel momento in cui scendiamo dalla macchina comincia a piovere leggermente. Non ci voleva, perché il sito del Tintagel Castle si trova in cima a una rocca a strapiombo sul mare, e se piove o c’è vento le cose si fanno difficoltose. Alla biglietteria faccio vedere la nostra ricevuta di abbonamento all’English Heritage, la ragazza alla cassa è italiana e ci conferma che probabilmente le tessere ci arriveranno a casa presto, ma anche se non sono arrivate in tempo e’ tutto ok, abbiamo diritto all’ingresso Free. Il tempo di cominciare la salita su per la lunghissima scalinata di pietra che porta al castello e non solo smette di piovere, ma dalla coltre di nuvole esce il sole.

Il setting in cui ci troviamo è veramente straordinario, sulla costa occidentale della Cornovaglia, circondati da immensi promontori rocciosi tappezzati di erba verdissima ed erica violetta e con le rovine del castello medievale distese tutto intorno a noi.
Si racconta che questo era il vero castello in cui nel VI secolo nacque il mitico Artù, il cavaliere che fu educato dal potente Mago Merlino a diventare il più coraggioso e il più valoroso di tutti i Re inglesi – ammesso di credere alla leggenda. Non ci sono prove della sua reale esistenza storica, il suo nome si ritrova solo nelle pagine delle antiche cronache medievali sulla ‘Storia del Regno Britannico’ di Geoffrey of Monmouth e poi nella ‘Morte d’Arthur’ di Thomas Malory, che ne hanno narrato le gesta in opere letterarie di enorme successo popolare, ma ad oggi non sappiamo molto di più riguardo alla sua vera storia.
Non che a noi serva, è ovvio. Ci crediamo fermamente senza bisogno di prove e siamo venuti a rendergli omaggio fino a qui, nella sua terra leggendaria e magica, per camminare passo dopo passo sul sentiero del suo mito immortale.

E a quanto pare, il sentiero comincia con una salita. Più che una camminata è una vera arrampicata lungo la scala contorta che porta in cima all’isola di roccia, collegata alla terraferma da un lungo ponte di legno. Sulla sommità della collina si trovano ormai solo rovine di pietra di varie epoche, medievali quelle più in superficie e molto più antiche quelle che sono state scoperte nel sottosuolo e non ancora riportate alla luce.

Se quel che resta degli antichi edifici è così poco che è necessario un certo lavoro di fantasia per far scattare l’effetto meraviglia, lo scenario che ci circonda è invece spavaldamente spettacolare, da lasciare ammutoliti. Siamo così in alto e in un luogo così aperto e libero, che vediamo chiaramente la curvatura dell’orizzonte disegnarsi davanti a noi. Un panorama all’altezza dello sguardo di un Re.

Intorno a noi sembra che il mondo sia scomparso, lasciando solo chilometri di costa nera e verde, grotte profonde come gole dove riecheggia la voce cupa del mare, gabbiani che gridano nel vento profumato di salmastro, e Oceano a perdita d’occhio. Negli antri più oscuri di una di queste grotte pare vivesse proprio Merlino, il potente Mago maestro di Artù e ideatore della Tavola Rotonda, alla quale sedevano 12 cavalieri così perfetti e valorosi da essere gli unici degni di cimentarsi nella ricerca del Santo Graal, arrivato a Avalon dalla Terra Promessa.

Infinite leggende sono nate e sono circolate per secoli in tutta Europa su Artù e i suoi cavalieri, storie di conquiste e cadute, avventure e battaglie, eroi valorosi e gesta epiche, tante da creare un intero universo mitologico al quale quello storico non può più fare a meno di ispirarsi. Non importa se quello che stiamo facendo è un viaggio nel tempo o un salto nel libro, l’emozione non cambia, e il numero di persone che arrivano fin quassù da ogni parte del mondo, ogni giorno, tutti i giorni dell’anno, ne è la riprova. Una verità abbagliante come una magia.

Risaliamo anche lungo il costone opposto della piccola isola, dove ci sono tracce di un’antica costruzione difensiva con una hall principale, una chiesetta e alte mura perimetrali in parte precipitate in mare nel corso dei secoli, e anche da li la vista è assolutamente spettacolare.

Ci sono molti visitatori, ma il sito è grande e si può vedere tutto senza essere disturbati. Il sole va e viene tra le nuvole, ma si sta bene e il mare è un tappeto infinito, verde e lucido come uno smeraldo. Deve essere spettacolare, qui, durante le tempeste invernali.

Quando, alla fine, scendiamo dalla rocca, facciamo un breve giro nel paesino di Tintagel, che è veramente piccolo e tutto focalizzato sulla leggenda arturiana, con unico extra un antico Post Office di pietra gestito dal National Trust. Facciamo qualche spesa per negozietti, quindi riprendiamo la macchina e partiamo per una lunga tappa, la più lunga fatta fino ad ora, verso Glastonbury.

Ci arriviamo in due ore circa, grazie a una bella strada veloce e comoda che si chiama Atlantic Highway. A Glastonbury, una piccola cittadina che è considerata la culla della Cristianità inglese, vogliamo vedere un paio di cose in particolare, la Glastonbury Abbey e il Glastonbury Tor. L’Abbazia benedettina è gestita dalla Chiesa, quindi si paga un biglietto d’ingresso (7,00£ a testa), ma in questo caso possiamo dire che sono veramente soldi ben spesi. Sapevo che era bella, ma non me l’aspettavo così meravigliosa.

Purtroppo non resta molto della struttura originaria, ricostruita nel XIII secolo dopo un incendio che distrusse completamente gli edifici sassoni dell’VIII° secolo. Restano in piedi solo una parte della parete occidentale, una cappella laterale dedicata alla Madonna, la Lady Chapel, parte dell’ingresso e porzioni delle arcate del transetto, ma senza più volte ne’ coperture. È un’altra di quelle affascinanti abbazie con l’erba che ci cresce dentro, e qui è un perfetto prato all’inglese.

Eppure, quel poco che rimane è sufficiente a dare l’idea di quanto doveva essere meravigliosa quando era al massimo del suo splendore. L’architettura è magnifica, imponente ed elegante allo stesso tempo, sofisticata, con un sistema di archi intrecciati di rara bellezza. Poche volte ho avuto un’impressione così netta di armonia e grazia in un edificio di queste dimensioni e con colonne tanto imponenti. È un vero peccato che sia stata così pesantemente danneggiata nel tempo, poterla vedere completa doveva essere un’esperienza incredibile.

Intorno alla chiesa ci sono ancora tracce degli edifici monastici che si trovavano qui intorno, il refettorio, la cucina, le celle dei monaci, e poco lontano si può visitare una cucina medievale perfettamente ricostruita con tanto di accessori, stoviglie, forni ed esempi di portate che si consumavano al tempo.

Ma l’elemento che attira più turisti in questo luogo è ancora legato alle leggende arturiane. Si racconta che intorno al 1300 alcuni monaci che vivevano qui ebbero delle visioni riguardanti la sepoltura di Re Artù in quest’area e pare che, quando si decisero a scavare nei dintorni, trovarono due tombe preziose e ancora intatte: una fu identificata come quella di Artù e l’altra come quella della Regina Ginevra, i lunghi capelli biondi ancora visibili tra i veli laceri che avvolgevano i suoi resti. Sul prato non lontano dalla chiesa una targa segna il punto in cui avvenne questo miracoloso ritrovamento.

Una volta scavate le tombe, i monaci spostarono i due sovrani all’interno della chiesa e li seppellirono proprio davanti all’altare maggiore, dove sarebbero stati omaggiati da tutti nel modo più degno possibile. Ancora oggi una lapide segna la posizione di quest’antica sepoltura alla fine della navata centrale. Enrico VIII poi al suo tempo, da buon fondatore della Chiesa Anglicana e Difensore della Fede, fece distruggere tutto e uccidere l’ultimo abate che ancora viveva nell’Abbazia, e non si è mai saputo che fine abbiano fatto le sepolture dei due sovrani anglosassoni. Un altro mistero arturiano.

Nel cortile vicino all’uscita troviamo un’altra cosa che volevo tanto vedere qui: l’albero detto Holy Thorn, la Spina Santa. La leggenda dice che Giuseppe di Arimatea, dopo la morte di Gesù, tornò qui dove viveva da ragazzo e dove aveva delle proprietà terriere, portando con sé il messaggio cristiano e, forse, il Sacro Graal, che pare sia nascosto in fondo a un pozzo qui vicino. Giuseppe infilò il suo bastone nel terreno e da quel bastone miracolosamente nacque la pianta della Sacra Spina, che è coltivata solo in una ristretta area di questa zona del Somerset e che fiorisce solo due volte l’anno: a Natale e a Pasqua. Ogni anno per le Feste un ramoscello di questa pianta santa viene tagliato e inviato a Buckingham Palace, per ornare la tavola di Natale della Regina Elisabetta II. È un piccolo albero dalla chioma ampia, semplice, ben vegeto, sostenuto da pali in legno fissati ai lati. Bello come solo gli alberi sanno esserlo. Un paio d’anni fa ha perfino subito assurdi atti di vandalismo che hanno rischiato di distruggerlo completamente, invece eccolo qua, florido. E’ sistemato in un angolo riparato e tranquillo da dove si potrebbe godere una bella vista sulla facciata dell’abbazia, se questa ancora ci fosse. Sono contenta di averlo visto, e toccato.

Dall’Abbazia facciamo un salto fino al vicino Glastonbury Tor, una torre massiccia a base quadrata che sorge su una collina vicina, visibile anche dalla strada. Non saliamo su in cima perché è tardi e sta per chiudere, ma anche perché, dopo l’arrampicata al Tintagel Castle, non ce la potrei fare a salire anche questa infinita scalinata da 45 minuti. Lo vediamo dal basso il famoso Tor, che secondo alcuni è proprio Avalon, il luogo letterario mitico in cui fu portato a riposare il corpo addormentato di Artù in attesa del suo risveglio, il giorno in cui l’Inghilterra avrà nuovamente bisogno del suo Re migliore e della sua spada Excalibur.

Da Glastonbury raggiungiamo la vicina cittadina di Wells, dove visitiamo la famosa Wells Cathedral. La sua fama è grande nel Paese, e assolutamente meritata. La sua bellezza è pari alla sua imponenza e lascia incantati, con una facciata tra le più ricche e preziose che ci sia capitato di vedere finora in un magnifico stile gotico fiorito. Il colore giallo della pietra contribuisce a renderla unica, ma certo le torri laterali, la raffinatezza delle centinaia di sculture e le sue incredibili decorazioni la fanno classificare tra le migliori di tutta l’Inghilterra.

L’ingresso è gratuito, si può lasciare un’offerta a piacere, e l’interno è magnifico quanto l’esterno. La navata, fiancheggiata da pilastri fitti come filari di alberi, è enorme e spettacolare, lunga oltre 125 metri fino oltre il coro, e larga 45 nel transetto, con un spazio molto luminoso.

Ci sono immense finestre dalle vetrate istoriate (alcune ancora originali), cappelle laterali scolpite e un organo notevole, ma la cosa più impressionante è la croce del transetto, sostenuta da un sistema di archi speciali chiamati scissor arches. Si tratta di una serie di archi rovesciati appoggiati sui classici archi acuti, che crea un effetto visivo simile a delle enormi forbici aperte, un’incredibile geometria che regala all’immensa struttura grande armonia e leggerezza, oltre a essere una soluzione architettonica ideale. Le colonne del transetto infatti, dal tempo della prima costruzione del XII secolo, cominciarono a sprofondare nel XIV secolo dopo l’aggiunta della torre centrale sopra al coro, il cui enorme peso stava divenendo insostenibile per l’insieme della struttura. Per questo l’architetto dell’epoca pensò di mettere in atto questa soluzione tecnica straordinaria, che riuscì ad ottenere un doppio risultato: stabilità e grande bellezza.

C’è anche qui un antico orologio con un quadrante solare e lunare e un meccanismo vecchio di secoli, e, diversamente dalle chiese già visitate, qui troviamo anche un Crocifisso, anche se non è sull’altare e non è antico come il resto delle sculture. Il coro non è visitabile perché i cantori stanno facendo le prove, ma possiamo vedere abbastanza dell’interno attraverso la porta d’accesso, mentre ci godiamo le loro voci. Quando usciamo restiamo ancora colpiti dall’imponenza e dalla bellezza di questa cattedrale, che ci ha colti quasi di sorpresa alla fine di questa giornata già piena di meraviglie.

Anche il vicariato, poco fuori dal perimetro della cattedrale, è incantevole. Un posto di una pace assoluta, con piccolissimi giardini fioriti davanti a ogni casa e una stradina tutta di pietra.

Qui a Wells abbiamo prenotato quello che ci aspettiamo possa essere uno dei B&B più belli del tour, e la realtà non delude le aspettative. The Old Parsonage, a Farrington Gurney, e’ un’antica magione nobiliare del 1600 costruita in pietra e circondata da un giardino, con una grande facciata coperta di edera e un cortile privato dove parcheggiamo la nostra auto.

I proprietari ci accolgono con grande gentilezza e ci mostrano la stanza dove dormiremo, nell’ala sud della casa. La camera è molto bella, con carta da parati settecentesca e tende azzurre alle finestre, un grande letto in legno con un piumone candido, un caminetto (spento) e mobili antichi, quadri di pregio, statuine di porcellana Wedgwood e Royal Danimarca sparse in giro, bagno privato e un parquet scricchiolante coperto da una spessa moquette.

La signora ci fa sistemare e, visto che è ora di cena, ci consiglia alcuni locali dei dintorni e ci prenota un tavolo al The Old Station Inn, che ci è piaciuto sul dépliant. E’ un pub tipico inglese pieno di vecchi oggetti di ogni tipo appesi ovunque, con un bellissimo bancone e molti riferimenti agli anni 60. Deve il suo nome al fatto che una delle stanze del pub è stata ricavata da una vecchia carrozza ferroviaria in legno portata fin qui e trasformata in sala ristorante, con sedili al posto delle sedie, piccole abàs-jour vicino ai finestrini e un servizio davvero particolare.

Il cibo è ottimo, la birra anche, e nonostante sia un po’ affollato l’atmosfera è allegra e piacevole. E’ un peccato venire via, anche se non vediamo l’ora di goderci un po’ la nostra elegante camera azzurra prima del giro di domani.

Proprio magnifico, per il momento, questo angolo di Somerset.

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Mercoledì 13 agosto 2014: Exeter Cathedral – Greenway House – Mayflower Steps – Looe

22 ottobre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

La notte è silenziosissima al Park Edge B&B, come dappertutto, quassù. Niente schiamazzi, echi di traffico o rumori di motori che passano, solo un silenzio spesso e liscio che cala sulle case col buio come una coperta di velluto nero. Come piace a me. E pazienza se in questo Paese le tende alle finestre sono solo decorative e la luce del giorno entra nelle stanze già dalla mattina presto. Mi ci potrei anche abituare, in cambio di un silenzio perfetto come questo.
Il sole sembra abbastanza stabile stamani, quando scendiamo a colazione nella saletta del nostro cottage in miniatura che è tanto piccolo quanto curato nei dettagli, comprese tutte quelle buffe stramberie indispensabili per creare un’atmosfera tipicamente British,tipo i nani di gesso in fondo alle scale o gli animaletti del bosco che spuntano dagli angoli più impensati. Dettagli che fanno di questi b&b posti unici, imprescindibili per vivere un’esperienza completamente inglese. La signora che ci accoglie è molto simpatica, intrattiene i suoi ospiti con allegria e serve tutti con gentilezza e generosità. Stavolta la sala e l’apparecchiatura sono più semplici, ma la full English è molto buona e la spazzoliamo con grande piacere. Lo confermiamo anche al padrone di casa e cuoco in armi, che esce dalla cucina per farci un saluto dopo aver finito di preparare per tutti. Ha un forchettone in mano e indossa con una certa disinvoltura un cappello da cuoco e un gran grembiule bianco sopra un improbabile completo giacca e pantaloni in una stoffa a rombi in una fantasia arlecchino che ci lascia letteralmente a bocca aperta, e ci conquista definitivamente. E’ il Dorset, ma ci sentiamo a casa.

Purtroppo però non lo siamo, e dobbiamo cominciare a raccogliere le nostre cose per ripartire alla scoperta delle nuove mete di oggi, tra i ringraziamenti, i saluti e le raccomandazioni affettuose dei nostri ospiti. Ci spostiamo verso nord, nel Devon, diretti a Exeter, a poco meno di 2 ore di distanza. Il traffico è scorrevole, le strade perfette e libere, il tempo regge tranne qualche piovasco via via, ma la temperatura è sui 18 gradi e il paesaggio è ancora incantevole.
Exeter è una città piena di movimento e di begli edifici, e la sua famosa Cattedrale anglicana medievale è davvero notevole. Si affaccia su una piazzetta circondata di antichi palazzi ed è costruita in stile gotico inglese con due torri possenti a base quadrata e decine di sculture di santi a decorare la facciata, che purtroppo non sono in buone condizioni. L’edificio, rimaneggiato più volte anche in seguito ai pesanti danni causati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, è un luogo di grande fascino. In tutta la Cattedrale sono in corso lavori di ristrutturazione e conservazione, che purtroppo riguardano anche la biblioteca dove è conservato il famoso “Exeter Book”, una delle più antiche raccolte arrivate fino a noi di riddles e poemi della letteratura anglosassone risalente a prima dell’anno 1000, che al momento non è visitabile. Un vero peccato.

L’entrata a pagamento (6,00£ a testa) ci rende contribuenti dei lavori di restauro, il che da una dimensione diversa e più accettabile al concetto di ‘biglietto d’ingresso’ in un tempio spirituale. L’impressione di imponenza e ricchezza ricevute all’esterno trovano il loro naturale continuo all’interno della chiesa dove, nonostante le impalcature per i lavori in corso che coprono parte delle decorazioni, si rimane immediatamente colpiti dalla maestosa galleria centrale che vanta il soffitto a volte gotiche a navata unica più lungo del mondo. Davvero impressionante.

Lungo le navate laterali ci sono antiche tombe di prelati e cavalieri in pietra policroma di grande bellezza, e prima dell’altare maggiore c’è il coro in quercia scolpito con angeli e fiori, con la cattedra vescovile incredibilmente lavorata che, oltre a essere preziosa per la sua lavorazione raffinata, è un capolavoro di tecnica artigianale in quanto è montata a incastro, senza l’utilizzo di chiodi.

Nel transetto di sinistra si trova un orologio astronomico della fine del XV secolo ancora funzionante in cui la Terra è rappresentata come una sfera dorata posta al centro dell’universo, con il sole che le gira intorno. Sotto all’orologio c’è una piccola porta che andava verso i locali privati del parroco, e nell’angolo della porta, in basso a destra, c’è un foro che era la porta utilizzata dal gatto, utilissima sentinella medievale contro i topi rosicchiatori del legno.

Nel susseguirsi simmetrico delle cappelle laterali ci sono dipinti e sculture preziose, tombe raffinate, vetrate istoriate bellissime e altari lavorati di epoche diverse, dal medioevo al Seicento, e c’è anche una piccola area un po’ insolita che ci incuriosisce, dove mi fermo a dare un’occhiata.

Su una pedana di legno sono sistemati cestini di paglia di varie dimensioni, pieni di pietre di differente grandezza e volume. In un altro cestino ci sono delle conchiglie, e nell’ultimo delle piume. Poco distante, una mattonella di cemento fa da base a quello che sono tutti invitati a costruire, un “Cairn of Hope”, un cumulo di speranza. Un piccolo cartello spiega in due parole di cosa si tratta, e come funziona la cosa. Chi vuole, riflette sulla dimensione della propria situazione di difficoltà personale o familiare, calcola il “peso” che lui o qualcuno a cui vuole bene deve portare quotidianamente, poi prende il sasso – o la conchiglia, o la piuma – che simbolicamente corrisponde alla misura di questo dolore e lo poggia sulla mattonella con gli altri, insieme alla sua preghiera. Un cumulo doloroso di sassi – e conchiglie, e piume – che la preghiera a Colui che ha portato il peso della Croce per la Salvezza di tutti gli Uomini trasformerà in un cumulo di speranza. Un ammasso di dolore la cui forza negativa si scarica quando si unisce al disagio altrui, che si ridimensiona grazie al confronto con la misura del dolore degli altri, che trova forza ed energia nell’unione con altre sventure, tutte consegnate nelle mani di quel Cristo che, per chi crede, è la Sola Speranza. Un sistema quasi banale, per una riflessione più profonda di quanto possa sembrare. Non saprei dire se questa del Cairn of Hope sia una tradizione anglicana diffusa tra i fedeli o un’idea che hanno avuto proprio qui nella Cattedrale di Exeter, di fatto non avevamo mai visto niente del genere in nessuna chiesa. Di certo, ce ne ricorderemo.

In una delle cappelle troviamo una sepoltura congiunta molto bella dedicata al II conte di Devon e sua moglie, con le classiche statue medievali dei coniugi distese vicine circondate di angeli, e intorno uno degli organi con le canne più grandi che ci sia mai capitato di vedere. Lì accanto a vegliare i due sposi, nientemeno che la Vergine delle Rocce di Leonardo e la Madonna della Seggiola di Raffaello. Copie naturalmente, ma pur sempre due raggi di luce.

Dopo la visita alla Cattedrale facciamo un giro per le stradine del centro, e al ritorno prendiamo dei sandwich e ci sediamo su un muretto davanti alla chiesa a mangiarli al sole, dove molta gente sta facendo una pausa, chiacchierando e pranzando all’aperto.

Facciamo appena in tempo a finire di mangiare che ricomincia a piovere leggermente, così torniamo alla macchina e ripartiamo per la seconda tappa di oggi. Mentre viaggiamo in direzione Torquay viene giù un diluvio così spaventoso che quasi non si vede più neppure la strada, ma naturalmente dopo una decina di miglia è già tutto passato, e rispunta un sole allegro. Ormai ci stiamo abituando: non siamo troppo tranquilli anche se la giornata pare bella, e non siamo troppo preoccupati anche se diluvia – tanto non dura.
A Torquay, nel Devon del sud, cerchiamo Greenway House, la casa delle vacanze di Agatha Christie, seminascosta in fondo a una stradina tortuosa e sterrata bordata da siepi alte, su una punta di terra affacciata sul bordo del fiume Dart, in mezzo a un bosco bellissimo e non facile da individuare. Questo è uno dei beni del National Trust segnalati peggio per ora, ma alla fine ci arriviamo.

Parcheggiamo nella zona riservata ai visitatori e andiamo all’ingresso, dove il ragazzo alla cassa riconosce immediatamente le nostre tessere FAI e si mostra contentissimo, ci fa i complimenti e ci da i biglietti gratuiti per l’ingresso alla casa, che è poco più giù nel giardino. Ci sono delle impalcature sul davanti perché stanno ritinteggiando la facciata, ma si capisce lo stesso che l’edificio è imponente e elegante. Il posto è isolato ma davvero bello, con una vista mozzafiato. Una signora gentilissima ci accoglie e ci da tutte le spiegazioni necessarie alla visita, quindi ci fornisce una breve guida con il percorso da seguire e ci lascia proseguire da soli.

Gli interni sono molto belli e accoglienti, e praticamente uguali a com’erano quando la famosa scrittrice di gialli veniva qui in vacanza con figli e nipoti, dal 1938 alla metà degli anni ’70. Questa è una casa di vacanza in effetti, non la casa principale dove scriveva e lavorava ai suoi libri, ma Agatha e la sua famiglia amavano questo posto e ci hanno portato gran parte dei mobili e dei loro oggetti preferiti, come i ritratti di famiglia e le molte collezioni di oggetti di ogni genere, porcellane, scatole intarsiate, libri statuette, vasi e mille altre cose.

Le stanze sono grandi e belle, perfettamente arredate, eleganti ma non fredde, anzi, gli ambienti sono molto accoglienti e l’atmosfera è quella di una vera casa vissuta, non di un museo di cimeli. Il salotto con il camino e i giochi da tavolo dei nipoti ancora sparsi sul tappeto, e il pianoforte che Agatha sapeva suonare ma al quale la sua timidezza la obbligava a sedersi solo quando era sola, la camera da letto con i tessuti chiari e il guardaroba con ancora i suoi vestiti e le borsette da sera, la sala da pranzo col lungo tavolo apparecchiato, il salottino con la collezione di cineserie, con alla parete il ritratto di Agatha da bambina seduta su una poltrona a fiori con in braccio la sua bambola preferita, appeso proprio sopra quella stessa poltrona sulla quale siede ancora la stessa bambola vestita di seta.

C’è la bellissima biblioteca, con un fregio che gira tutto intorno in cima alle pareti dipinto da un tenente dell’esercito americano che aveva preso possesso della casa con la sua guarnigione durante la Seconda Guerra mondiale, in cui è narrata la storia delle avventure europee di quel piccolo gruppo di soldati. L’esercito americano si offrì di ridipingere la stanza di bianco e risistemare tutto come prima alla fine della guerra, ma Agatha rifiutò preferendo mantenere il fregio come testimonianza di un evento che aveva segnato la storia di Greenway House. Ci sono ancora le bambole della figlia Rosalind sul divano, e negli scaffali di legno intorno è raccolta una stupefacente collezione di volumi tra romanzi, libri di storia e trattati di archeologia del secondo marito di Agatha, Max Mallowan, e un’atmosfera così calda e tranquilla che fa venire voglia di mettersi qui con un libro sulle ginocchia a leggere per tutto il giorno, buttando giusto un’occhiata ogni tanto dalla grande finestra per ammirare la vista del fiume che scorre placido più in basso.

I famosi romanzi di Agatha, nelle prime edizioni pubblicate in molte lingue diverse, sono esposti in una speciale vetrina nel corridoio del piano superiore, mentre all’ingresso c’è un tavolino antico sul quale sono sistemate tutta una serie di fialette e bottigliette di vetro contenenti polveri e liquidi misteriosi provenienti dalla farmacia dell’ospedale universitario londinese nella quale Agatha lavorò come volontaria durante la Seconda Guerra Mondiale, esperienza che in seguito le tornò utilissima per descrivere in maniera scientificamente esatta le scene di avvelenamento delle sue crime stories, alcune delle quali furono ambientate proprio in questa bellissima casa.

Ogni stanza ha una sua particolarità e un suo fascino di luogo vissuto, ed è bello a modo suo. E anche se non è in queste stanze che Dame Agatha Christie, come l’aveva nominata la Regina Elisabetta II, liberava il suo talento e la sua fantasia trascinando Poirot e Miss Marple in avventure intricatissime e geniali, questa dimora elegante e accogliente rappresenta un po’ la sintesi della vita piena di successo e di avventure di questa incredibile autrice, che è addirittura entrata nel Guinness dei Primati per il maggior numero di copie di libri vendute nei 5 continenti. Romanzi che sono stati tradotti in oltre 100 lingue, le cui storie appassionanti vengono ancora messe in scena nei teatri di tutto il mondo e i cui personaggi sono stati interpretati dai più grandi attori, che li hanno resi vivi e indimenticabili per il pubblico di ogni paese e di ogni tempo. Una casa piena di oggetti e di ricordi, di cose belle e di passioni, elegante e raffinata ma anche semplice e vera, che sa trarre il meglio da ogni cosa. Proprio come la sua famosa e talentuosa proprietaria.

L’esterno è altrettanto bello dell’interno, naturalmente, pieno di fiori di ogni tipo, soprattuto ortensie e fucsie, e colorato come un dipinto. C’è un giardino recintato, un orto con alberi da frutto, una serra con una bellissima vite che porta già piccoli grappoli verdi, un boschetto con viali per le passeggiate e panchine per le soste, una fontanella gorgogliante e un’infinità di alberi che, a giudicare dalle dimensioni, devono essere parecchio vecchi. Sarebbe molto grande da esplorare, ma si sta facendo tardi e dobbiamo deciderci a lasciare Greenway House e tornare alla macchina.

Dobbiamo raggiungere Plymouth, e sappiamo che il traffico su questo tratto di costa è molto intenso perché questa è una località balneare esclusiva e ricercata, non a caso la chiamano la Riviera del Devon, e tutti vengono volentieri fino qua a fare un giro, soprattutto nelle belle giornate di sole come oggi. In effetti qui troviamo le prime code di auto che abbiamo visto da quando abbiamo cominciato questo giro, oltre a moltissimi semafori che sono in funzione perfino nelle rotonde e che hanno il verde che dura solo pochi secondi. A Plymouth centro le cose non sono diverse, anzi forse sono anche peggiori, e dopo tutta la bellezza delle colline immerse nei boschi, finire in mezzo a code di automobili e odore di gas di scarico non è proprio un piacere. Riuscire a parcheggiare è una vera impresa, che ci ruba quasi 40 minuti e diverse sterline.

Però, alla fine, siamo dove volevamo arrivare. Al Barbican di Plymouth, nel mezzo al porto, tra il mercato del pesce e l’imbarcadero dei traghetti turistici, proprio davanti ai Mayflower Steps, dove nel 1934 è stato costruito un piccolo portico commemorativo con colonne doriche e una balaustra in metallo per ricordare il punto esatto dal quale, il 6 settembre 1620, i padri pellegrini salparono sul Mayflower diretti in America. Un altro luogo storicamente cruciale e incredibilmente simbolico, un altro punto di origine dal quale la storia prese una direzione nuova che avrebbe cambiato il futuro dell’Europa e del mondo. Un’altra bella emozione.

Facciamo una passeggiata sul molo affollato e scattiamo un po’ di foto, godendoci appieno la bella atmosfera marina che si respira in questo piccolo porto, che sembra molto attivo. La luce è incantevole e l’ambiente è vivace, si sta molto bene qui, però si sta facendo tardi ed è già ora di ripartire. Risalendo lungo la via verso il parcheggio passiamo accanto a un vecchio edificio che potrebbe essere quello che ospitò i padri pellegrini nelle ore e nei giorni precedenti la partenza del Mayflower, e notiamo che sul muro esterno c’è una statuetta di una Madonna adorna di fiori. Una piccola Stella Maris messa lì a vegliare sui marinai, come se ne trovano quasi in ogni porto. Perché l’Oceano è grande, e fa paura. E partire per mare è un’avventura grande come la vita, e ci vuole tutto il coraggio del mondo per scendere quei tre gradini e salire su una nave, qualunque sia la destinazione da raggiungere. E allora ogni protezione possibile è la benvenuta, non si sa mai.

Il nostro B&B di stasera è lo Schooner Point di Looe, in Cornovaglia, e ci arriviamo poco prima delle 20,00. I proprietari ci accolgono con grandissima gentilezza facendoci sistemare l’auto nel loro parcheggio privato, e noi restiamo incantati dalla bellezza della casa e del punto in cui si trova, poco fuori dal piccolo villaggio di pescatori, su una collinetta oltre il ponte che passa per il centro del paese.

La camera è molto bella e confortevole, pulitissima e spaziosa, già sappiamo che sarà tristissimo lasciarla, domani. Ci sistemiamo e usciamo per andare a cena, siamo affamati e curiosi di cominciare a scoprire questo primo angolo di Cornovaglia, che sarà la nostra terra per i prossimi giorni.

Il paesino di Looe è davvero un incanto, con le case che si arrampicano fin sul promontorio intorno alla baia, il ponte di pietra a arcate regolari che l’attraversa, e le barche ormeggiate tutto intorno come in una piccola marina del settecento. La luce del giorno sta calando dolcemente quaggiù, come a non voler dare fastidio, e i lampioni che si accendono ci trasportano magicamente dentro a un presepe appoggiato sul bordo del mare.

Passeggiamo nel centro del villaggio, dove i negozi sono chiusi ma c’è ancora gente in giro a godersi l’atmosfera, e troviamo un ristorante perfetto dove cenare. Si chiama “The Golden Guinea”, un locale molto caratteristico all’interno di un edificio che risale addirittura al 1632, registrato nell’elenco di edifici di valore storico protetti dal Ministero dei Beni Culturali inglesi. Mangiamo zuppa del giorno e piatti tipici di carne e pesce e ci gustiamo tutto fino all’ultima briciola, nella bella atmosfera tranquilla del vecchio lacale.

Siamo stanchi, ma anche contenti di questa bella serata alla fine di una bellissima giornata. Domani vedremo cosa ci riserverà questa landa estrema di Inghilterra la cui magia già si preannuncia all’altezza della sua fama.

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Martedì 12 agosto 2014: Salisbury Cathedral – Stonehenge – Cerne Abbas Giant – Chesil Beach

15 ottobre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

La colazione full English è un po’ meno gustosa del solito nel ristorante del nostro Lodge, ma il tappeto musicale Jazz e’ ottimo, e fa sembrare bello anche tutto il resto. La signora che ci porta i piatti è molto gentile, e ci conferma che dovrebbe essere bel tempo per tutto il giorno. Speriamo, perché abbiamo davvero bisogno di una bella giornata di sole per le escursioni di oggi.

La prima tappa dista una mezz’ora di auto in direzione nord, ed è la Cattedrale di Salisbury, uno dei centri medievali più belli del Wiltshire. Ci arriviamo viaggiando in mezzo a un paesaggio incantevole, fatto di colline lavorate, boschi di querce, distese d’erba con poche mucche qua è là, siepi perfettamente disegnate e viali alberati ai lati delle case di mattoni rossi, che formano spesso veri tunnel di piante attraverso i quali passiamo in un silenzio perfetto. Il paesaggio inglese è uno dei motivi per cui volevo fare questo viaggio, e per ora non mi sta deludendo.
La cittadina di Salisbury ha origini addirittura romaniche, e si chiamava ancora Old Sarum al tempo in cui fu visitata da Guglielmo il Conquistatore dopo la sua vittoria ad Hastings. Nel centro storico ci sono begli edifici antichi e fiori ovunque, con molta gente che passeggia tranquilla ma anche molti abitanti locali affaccendati nelle cose di tutti i giorni.

La famosa Cattedrale, nostra prima meta di oggi, sorge in mezzo a un’area verde molto ampia, la più grande d’Inghilterra intorno a una chiesa, e spicca con la sua torre centrale e la guglia altissima che supera i 120 metri. L’architettura è gotica primitiva, le decorazioni sono ricchissime e minuziose, e la pietra chiara da a tutto l’insieme un aspetto di grande eleganza. L’edificio è mantenuto in condizioni perfette, non si direbbe che questa chiesa abbia quasi 800 anni.

L’interno (ingresso gratuito) è a 3 navate, lungo e stretto, con colonne imponenti e doppie arcate di bifore bicolori, particolarmente raffinate. Al centro della navata principale è stato inserito di recente un fonte battesimale moderno molto bello, che si integra perfettamente con lo stile antico del resto della chiesa. È una grande vasca romboidale in pietra bicolore, di una linearità quasi zen, che sale da terra e si allarga verso i bordi come un fiore; è piena d’acqua fino al bordo; ai quattro lati gli angoli estremi si ripiegano verso il basso creando quattro piccole cascate d’acqua benedetta che scende nelle grate di raccolta con un rumore continuo pacato e regolare, molto rilassante e gradevole. Finalmente un buon esempio di moderno al contempo simbolico e bello, che si mescola benissimo a una grandezza antica preesistente.

Il coro scolpito è uno dei più preziosi di tutta l’Inghilterra, in quercia scurissima cesellata come un pizzo. Tra le varie tombe antiche di arcivescovi e personalità politiche locali, da notare in questa chiesa è quella di William Longespée, III Conte di Salisbury, decorata dalla statua in pietra policroma di un uomo in completa tenuta da cavaliere. Si tratta della tomba del fratellastro del Re Giovanni Senzaterra, che fu il fautore della costruzione e il testimone della posa della prima pietra della Cattedrale stessa, e la prima personalità locale a essere sepolta nell’edificio sacro.

Nella chiesa troviamo anche l’orologio funzionante più antico del mondo, un meccanismo a ingranaggi in legno e ferro costruito nel 1386 che ancora oggi continua a scandire il tempo. Non ha un quadrante esterno, ritenuto non necessario quando lo costruirono, in quanto gli orologi erano generalmente collegati a una campana che batteva le ore per tutta la città. E questo incredibile orologio lo fa ancora con precisione, da oltre 600 anni.

In fondo alla chiesa, dietro all’altare maggiore, c’è la Cappella dei Prigionieri di Coscienza, con una grande vetrata moderna dipinta sui toni del blu e dell’arancio che simbolizza i diritti di tutti coloro che nel mondo sono prigionieri per via delle loro opinioni, o per aver difeso i diritti di altri. Su un angolo di questa cappella arde un grosso cero circondato da una simbolica spirale di filo spinato nero, che è mantenuto perennemente acceso da Amnesty International.

Su un lato della chiesa troviamo un chiostro molto grande, con la consueta atmosfera di magico silenzio che solo i chiostri sono capaci di regalare. La cosa particolare è che di solito i chiostri fanno parte di abbazie o monasteri, dove vivono e lavorano i monaci che poi, in questi ritagli di silenzio, si dedicano alla preghiera. pura Invece questo è l’unico chiostro inglese costruito senza nessun monastero vicino, solo per la bellezza e la pace che regala ai religiosi di questa parrocchia.

Nonostante tutte le meraviglie che contiene, l’elemento protagonista di questa cattedrale anglicana rimane la bellissima sala capitolare (no pictures allowed). A base ottagonale, con un pilastro centrale che va su verso uno straordinario soffitto di volte a ventaglio cesellate come un pizzo, ha le pareti decorate da un fregio scolpito nella pietra che gira tutto intorno, raccontando le scene più importanti dei libri dell’Antico Testamento. In questa sala elegantissima è custodito il gioiello più prezioso della Cattedrale, una delle 4 copie originali ancora esistenti della Magna Charta, quella più leggibile e meglio conservata, risalente al 1215. Un documento eccezionale, firmato dal Re Giovanni Senzaterra dietro esplicita richiesta dei Baroni per definire i rispettivi diritti e doveri. Di fatto è un documento ancora legato all’organizzazione di un mondo di tipo feudale, ma resta comunque il primo in cui si stabiliscono dei limiti ben precisi al potere assoluto di un Re. Il primo in cui si comincia a prendere coscienza dei diritti fondamentali delle persone e del territorio in cui vivono, della dignità, della necessità di arginare e controllare quelle libertà che andrebbero a ledere la libertà altrui, e soprattuto del fatto che tutti hanno diritti e doveri, compresi i Re.
Stare davanti a uno dei documenti più antichi e importanti della storia della democrazia in Europa è un’emozione molto forte. A questa Charta si sono poi ispirate tutte le maggiori carte costituzionali venute solo molti secoli dopo, da quella Americana, che abbiamo ammirato ai National Archives di Washington, a quella Francese, fino alla moderna Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo. Coloro che stilarono questi documenti fondamentali per il progresso della Storia dell’Uomo non hanno potuto prescindere da questa pergamena grande forse come un A3, scritta in latino abbreviato in una grafia minuta e fitta, con un inchiostro che quasi 800 anni dopo ancora parla chiaro. Nero su bianco. Un’esperienza bellissima.

Dopo la visita della Cattedrale, dove per la prima volta sentiamo parlare in italiano dalla maggior parte dei visitatori, prendiamo dei sandwich e un paio di dolcetti da Greggs e lasciamo Salisbury per avviarci verso la seconda tappa di oggi, che è una di quelle che si possono definire mitiche senza paura di esagerare: Stonehenge.

Abbiamo la prenotazione (obbligatoria) per la visita tra le 14,00 e le 14,30 e nonostante partiamo per tempo ci arriviamo appena in anticipo, a causa della lunghissima fila di auto in pellegrinaggio verso quello che è noto come il sito neolitico più famoso del mondo. Entriamo gratis e in fretta grazie alla tessera English Heritage, e scopriamo con piacere che anche il parcheggio è gratis per i soci. Dalla biglietteria, ricostruita di recente in un punto più lontano della precedente dal sito vero e proprio, per evitare di alterare troppo l’atmosfera del luogo, una navetta a vagoncini ci porta fino all’inizio del sentiero pedonale, da seguire per effettuare la visita con l’audio-guida inclusa nel biglietto.

Arriviamo lì, ed è come fare di colpo un enorme salto indietro nel tempo fino a circa 3000 anni prima di Cristo. Come dire 5000 anni fa. Nella preistoria dell’Umanità.
Il sito è ben organizzato, circondato da immensi spazi verdi e barriere protettive, ma fatto in modo che la fila ininterrotta di visitatori che vi accede senza sosta ogni giorno abbia una visione più che adeguata di questo luogo così misterioso. Nonostante la folla incessante, i gruppetti dei soliti italiani sguaiati in vacanza, le inutili chiacchiere multilingue che alcuni potevano magari riservare a un altro momento, e perfino un terribile odore che arriva a folate da un allevamento poco distante, il posto rimane uno dei più affascinanti che possa capitare di visitare.

Niente riesce a scalfire il potere speciale di questo cerchio magico di pietre di arenaria pesanti svariate tonnellate l’una, provenienti da cave situate a decine di chilometri di distanza da qui, perfino dal Galles, quelle blu al centro del cerchio, portate fino a qui e conficcate per oltre 2,5 metri nel terreno non si sa bene da chi e soprattuto perché.

Molte ipotesi sono state fatte negli anni, quasi tutte poi miseramente smentite dai successivi studi. Calendario astronomico, tempio sacro, cimitero reale, astronave (!), luogo di guarigioni miracolose, e chi più ne ha più ne metta. La più famosa è quella del tempio celtico innalzato dai Druidi per i loro riti magici, che comprendevano perfino sacrifici umani. È’ bastato analizzare meglio alcuni dettagli per verificare che i Druidi sono arrivati qui oltre 2000 anni dopo la nascita di questo sito, e quindi non hanno niente a che fare con la costruzione dei megaliti e delle loro architravi misteriose. Al massimo li hanno usati per un po’, ma niente di più. Quello che è certo è che, purtroppo, questa che vediamo oggi non era la disposizione originale delle pietre, è solo una ricostruzione recente e ancora non sappiamo veramente come era fatto e a quale scopo fu costruito. Ci sono varie ipotesi, ma nessuna certezza. Ognuno è libero di scegliere quella che gli piace di più. Il resto è ancora tutto da scoprire.

Di certo, la magia che questo antichissimo circolo di pietre ha esercitato sui suoi visitatori di ogni tempo è ancora intatta, e che uno venga qua con un quadernetto e una matita per disegnarlo, come facevano nel Settecento, o con l’ultimo modello di iPhone per farsi un selfie, di fatto nessuno rimane indifferente al potere delle pietre. Forse è per quella struttura circolare che così tanto attira e appare familiare, il cerchio magico del tempo e dello spazio che tutto comprende, forse per quelle pietre trasversali poggiate sui megaliti, le architravi, che sembrano aprire porte magiche su dimensioni misteriosissime e antichissime, o forse è solo la consapevolezza che gli uomini che tirarono su questo sito erano comunque nostri antenati, gli Ancestors come dicono qui, e quindi questo sito in un certo senso ci appartiene, è alla radice dei nostri ricordi e nel DNA delle nostre esperienze. E’ come una foto dell’età della pietra dei nostri bis bis bis avoli, e anche se oggi non capiamo più cosa rappresenta, sappiamo istintivamente che stiamo guardando dentro al nostro album di famiglia. Chissà. Venirci resta comunque una gran bella emozione.

Dopo un lungo giro e l’ascolto di tutti i numeri dell’audio guida torniamo lentamente verso la navetta, mentre il cielo si è fatto scuro e minaccia pioggia. Ma cadono solo poche gocce. Ero stata anche qui 25 anni fa, durante la mia vacanza studio a Londra, e ricordo ancora la mia emozione di fronte a questo mistero che si perde nella notte dei tempi. Luca, che lo vedeva per la prima volta, è notevolmente impressionato dal sito. Per qualche motivo se lo aspettava molto più grande, ed è sorpreso dal diametro relativamente ridotto del cerchio magico. Succede spesso questa cosa con i luoghi tanto famosi da essere ormai mitici, l’immaginazione li fa diventare enormi nella nostra mente come se la loro dimensione reale fosse direttamente proporzionale a quella della loro fama, e finché non li vediamo con i nostri occhi, eretti di fronte a noi in tutta la loro esatta realtà fisica, non possiamo dire davvero di conoscerli.
Ecco perché viaggiamo. Per andare a vedere.

Vicino al centro visitatori facciamo un giro nel piccolo villaggio neolitico ricostruito attraverso i reperti ritrovati nella zona, in cui si può vedere come le pietre venivano probabilmente trasportate e come erano fatte le capanne e gli attrezzi degli uomini che lavorarono alla creazione del cerchio di pietre e di tutto quello ce c’è intorno, in parte non ancora dissepolto dal terreno. Quindi raggiungiamo la caffetteria e ci sediamo a un tavolo all’aperto a mangiare i nostri sandwich e i biscotti, stanchi e quasi storditi, con la mente ancora impegnata a elaborare le emozioni intense che ci sono state regalate dall’incontro con il mitico cerchio neolitico di Stonehenge. Prima di ripartire in direzione della costa facciamo un giro allo shop, molto grande e affollato, pieno di qualunque tipo di chincaglieria sia possibile immaginare fatta a forma di megalite, e ci divertiamo moltissimo, un’esperienza sicuramente da non perdere che fa parte integrante di questa visita.

La prossima fermata è Cerne Abbas, dove, su una collina della campagna circostante, è visibile l’immagine incisa sul terreno di un gigante risalente probabilmente al XVII secolo, e che un tempo si credeva potesse essere anche molto più antica. Troviamo subito il view point che si affaccia sulla vista del Gigante, ben indicato lungo la A532, e ci fermiamo qualche minuto a osservare quest’altro mistero.

Il Gigante si vede distintamente dal punto in cui ci troviamo, dato che è alto oltre 55 metri e largo quasi 50. Il disegno, più o meno stilizzato, raffigura un uomo chiaramente nudo, con una specie di clava in una mano (lunga ben 37 metri) e le braccia aperte, ma non ha un’aria aggressiva, potrebbe sembrare una caricatura, oppure un antico simbolo propiziatorio di fertilità.

Quelle che da lontano sembrano linee bianche disegnate sull’erba sono in realtà piccole trincee larghe 30 centimetri e profonde altrettanto, dalle quali la terra è stata scavata via fino ad arrivare al gesso sottostante. Il gigante è sotto la tutela del National Trust e si può andare a visitare da vicino, anche se è solo da lontano che si riesce ad avere l’immagine più efficace di questo insolito monumento.

E’ una scelta strana, in effetti. Una figura così grande sembra disegnata apposta per essere vista da un occhio lontano, o sistemato molto in alto. Chi voleva impressionare, il suo autore? Quale cosa importante voleva comunicare, tanto da gridarla a voce così alta? Era una preghiera o uno sberleffo divertito? Mistero. Nonostante secondo alcune teorie il Gigante potrebbe essere addirittura una caricatura di Oliver Cromwell, che nel Seicento invadeva e conquistava con la forza ogni angolo d’Inghilterra come un Ercole redivivo (pare che sul braccio sinistro del gigante ci sia traccia della presenza di una linea ormai cancellata che poteva raffigurare la pelle di leone), poco più a nord su questa stessa collina sono state ritrovate tracce di insediamenti umani risalenti all’età del ferro, e ad oggi non si sa se il Gigante possa essere coevo di queste popolazioni. Chissà. Comunque, qualunque sia la sua origine misteriosa, secondo noi è molto simpatico, e siamo stati contenti di incontrarlo.

Ripartiamo proseguendo sulla stessa A532 diretti verso Portland alla ricerca della spiaggia di Chesil Beach, per un’altra delle soste letterarie di questo giro. La Miss della Volvo ci guida con precisione fino al parcheggio a pagamento dove ci fermiamo, ed è con grande emozione e curiosità che scendo dall’auto per l’ultima visita di questa lunga giornata.

Il sole è basso, il vento è fortissimo, e la spiaggia è magnifica. È più un’oasi naturalistica in effetti, con flora e fauna protette sviluppatesi al riparo di una distesa infinita di ciottoli che prosegue a perdita d’occhio.

Più che una distesa è quasi una collina di pietre, che dobbiamo scalare con passi faticosi e scricchiolanti per arrivare fino in cima e poter ammirare i chilometri di costa sassosa che si stendono ai lati del punto dove ci troviamo, deserti e bellissimi. Il mare davanti a noi è grigio e schiumoso, e ruggisce in modo fragoroso, perché è ancora la Manica questa, che poi è Oceano, e come dice Luca, se guardi bene, laggiù si vede la Francia. Non è esattamente un mare dove si va a fare il bagno, ecco, così come questa striscia chilometrica di grossi ciottoli colorati non è una spiaggia nel senso più comune del termine. Ma è un posto incredibile pieno di gabbiani che gridano, spruzzi di onde che si rovesciano a riva e vento salmastro che soffia con una forza tale da farci quasi cadere per terra, tutto immerso in una luce dorata fantastica.

Su questa anomala striscia di terra al confine col mare comincia e finisce la storia d’amore di Edward e Florence, sposi incapaci di amarsi fino in fondo, giovani innamorati con i sentimenti irrigiditi dalle paure tipiche di un tempo – grazie a Dio lontano – capace di sbriciolare e disperdere il loro amore in infiniti piccoli pezzi di pietra, simili a quelli sui quali stiamo camminando.

Invece che nel quadro, stavolta siamo saltati nel romanzo, ma l’emozione è la stessa.
Raccolgo un paio di sassi prima di ripartire e me li metto in tasca, so già a chi li darò.

Da Chesil Beach raggiungiamo il nostro B&B di stasera, dopo qualche difficoltà iniziale dovuta solo alla nostra disattenzione e non certo alle precise indicazioni della Miss. Sono quasi le 8 e la signora cominciava a temere che non saremmo più arrivati! Ci accoglie con grandissima cordialità e ci dice di non preoccuparci per l’orario della colazione, se ci vogliamo riposare un po’ di più domattina per lei andrà benissimo. Non abbiamo voglia di uscire di nuovo, così mangiamo biscotti e dolci che abbiamo con noi preparandoci un bel caffè con il bollitore, che qui troviamo in tutte le stanze – una civilissima abitudine che dovrebbe essere esportata in tutto il mondo. Domani ci aspetta un altro lungo giro ma ora è tempo di riposo, in questo piccolo paese dove l’aria profuma di mare e sale.

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