Info



Categorie

Clara

"Non è vero che il mondo è piccolo. Non è neppure vero che è un 'villaggio globale', come pretendono i mass media. Il mondo è grande e diverso. Per questo è bello: perché è grande e diverso, ed è impossibile conoscerlo tutto." Antonio Tabucchi

“Yesterday is History. Tomorrow is a Mystery. But today is a gift. That is why it is called the "Present." Master Oogway

“Se i tempi non richiedono la tua parte migliore, inventa altri tempi.” Baolian, libro II

“O guardi o giochi”. Gould

“Ma così è la vita: se incontri un essere umano nella folla, seguilo... seguilo.” Benjanim Malaussène

“Non voglio nessuno, sulla mia lancia, che non abbia paura della Balena”. Achab

I never blame failure -- there are too many complicated situations in life -- but I am absolutely merciless toward lack of effort. F. Scott Fitzgerald

Stay hungry, stay foolish. Steve Jobs

Archivi

Tag Cloud

Free Tibet

Io sono MiaSally su

Cerca nel sito

Links:

Commenti

Sabato 16 agosto 2014: Tintagel Castle – Glastonbury Abbey and Tor – Wells Cathedral

2 dicembre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

Dopo una notte tranquilla e un’abbondante full Cornish breakfast raccogliamo le nostre cose e ci muoviamo verso nord, direzione Tintagel, per la prima tappa di oggi.
Ci arriviamo in poco più di un’ora di viaggio lungo strade semi-deserte e immerse nel verde.

Nel momento in cui scendiamo dalla macchina comincia a piovere leggermente. Non ci voleva, perché il sito del Tintagel Castle si trova in cima a una rocca a strapiombo sul mare, e se piove o c’è vento le cose si fanno difficoltose. Alla biglietteria faccio vedere la nostra ricevuta di abbonamento all’English Heritage, la ragazza alla cassa è italiana e ci conferma che probabilmente le tessere ci arriveranno a casa presto, ma anche se non sono arrivate in tempo e’ tutto ok, abbiamo diritto all’ingresso Free. Il tempo di cominciare la salita su per la lunghissima scalinata di pietra che porta al castello e non solo smette di piovere, ma dalla coltre di nuvole esce il sole.

Il setting in cui ci troviamo è veramente straordinario, sulla costa occidentale della Cornovaglia, circondati da immensi promontori rocciosi tappezzati di erba verdissima ed erica violetta e con le rovine del castello medievale distese tutto intorno a noi.
Si racconta che questo era il vero castello in cui nel VI secolo nacque il mitico Artù, il cavaliere che fu educato dal potente Mago Merlino a diventare il più coraggioso e il più valoroso di tutti i Re inglesi – ammesso di credere alla leggenda. Non ci sono prove della sua reale esistenza storica, il suo nome si ritrova solo nelle pagine delle antiche cronache medievali sulla ‘Storia del Regno Britannico’ di Geoffrey of Monmouth e poi nella ‘Morte d’Arthur’ di Thomas Malory, che ne hanno narrato le gesta in opere letterarie di enorme successo popolare, ma ad oggi non sappiamo molto di più riguardo alla sua vera storia.
Non che a noi serva, è ovvio. Ci crediamo fermamente senza bisogno di prove e siamo venuti a rendergli omaggio fino a qui, nella sua terra leggendaria e magica, per camminare passo dopo passo sul sentiero del suo mito immortale.

E a quanto pare, il sentiero comincia con una salita. Più che una camminata è una vera arrampicata lungo la scala contorta che porta in cima all’isola di roccia, collegata alla terraferma da un lungo ponte di legno. Sulla sommità della collina si trovano ormai solo rovine di pietra di varie epoche, medievali quelle più in superficie e molto più antiche quelle che sono state scoperte nel sottosuolo e non ancora riportate alla luce.

Se quel che resta degli antichi edifici è così poco che è necessario un certo lavoro di fantasia per far scattare l’effetto meraviglia, lo scenario che ci circonda è invece spavaldamente spettacolare, da lasciare ammutoliti. Siamo così in alto e in un luogo così aperto e libero, che vediamo chiaramente la curvatura dell’orizzonte disegnarsi davanti a noi. Un panorama all’altezza dello sguardo di un Re.

Intorno a noi sembra che il mondo sia scomparso, lasciando solo chilometri di costa nera e verde, grotte profonde come gole dove riecheggia la voce cupa del mare, gabbiani che gridano nel vento profumato di salmastro, e Oceano a perdita d’occhio. Negli antri più oscuri di una di queste grotte pare vivesse proprio Merlino, il potente Mago maestro di Artù e ideatore della Tavola Rotonda, alla quale sedevano 12 cavalieri così perfetti e valorosi da essere gli unici degni di cimentarsi nella ricerca del Santo Graal, arrivato a Avalon dalla Terra Promessa.

Infinite leggende sono nate e sono circolate per secoli in tutta Europa su Artù e i suoi cavalieri, storie di conquiste e cadute, avventure e battaglie, eroi valorosi e gesta epiche, tante da creare un intero universo mitologico al quale quello storico non può più fare a meno di ispirarsi. Non importa se quello che stiamo facendo è un viaggio nel tempo o un salto nel libro, l’emozione non cambia, e il numero di persone che arrivano fin quassù da ogni parte del mondo, ogni giorno, tutti i giorni dell’anno, ne è la riprova. Una verità abbagliante come una magia.

Risaliamo anche lungo il costone opposto della piccola isola, dove ci sono tracce di un’antica costruzione difensiva con una hall principale, una chiesetta e alte mura perimetrali in parte precipitate in mare nel corso dei secoli, e anche da li la vista è assolutamente spettacolare.

Ci sono molti visitatori, ma il sito è grande e si può vedere tutto senza essere disturbati. Il sole va e viene tra le nuvole, ma si sta bene e il mare è un tappeto infinito, verde e lucido come uno smeraldo. Deve essere spettacolare, qui, durante le tempeste invernali.

Quando, alla fine, scendiamo dalla rocca, facciamo un breve giro nel paesino di Tintagel, che è veramente piccolo e tutto focalizzato sulla leggenda arturiana, con unico extra un antico Post Office di pietra gestito dal National Trust. Facciamo qualche spesa per negozietti, quindi riprendiamo la macchina e partiamo per una lunga tappa, la più lunga fatta fino ad ora, verso Glastonbury.

Ci arriviamo in due ore circa, grazie a una bella strada veloce e comoda che si chiama Atlantic Highway. A Glastonbury, una piccola cittadina che è considerata la culla della Cristianità inglese, vogliamo vedere un paio di cose in particolare, la Glastonbury Abbey e il Glastonbury Tor. L’Abbazia benedettina è gestita dalla Chiesa, quindi si paga un biglietto d’ingresso (7,00£ a testa), ma in questo caso possiamo dire che sono veramente soldi ben spesi. Sapevo che era bella, ma non me l’aspettavo così meravigliosa.

Purtroppo non resta molto della struttura originaria, ricostruita nel XIII secolo dopo un incendio che distrusse completamente gli edifici sassoni dell’VIII° secolo. Restano in piedi solo una parte della parete occidentale, una cappella laterale dedicata alla Madonna, la Lady Chapel, parte dell’ingresso e porzioni delle arcate del transetto, ma senza più volte ne’ coperture. È un’altra di quelle affascinanti abbazie con l’erba che ci cresce dentro, e qui è un perfetto prato all’inglese.

Eppure, quel poco che rimane è sufficiente a dare l’idea di quanto doveva essere meravigliosa quando era al massimo del suo splendore. L’architettura è magnifica, imponente ed elegante allo stesso tempo, sofisticata, con un sistema di archi intrecciati di rara bellezza. Poche volte ho avuto un’impressione così netta di armonia e grazia in un edificio di queste dimensioni e con colonne tanto imponenti. È un vero peccato che sia stata così pesantemente danneggiata nel tempo, poterla vedere completa doveva essere un’esperienza incredibile.

Intorno alla chiesa ci sono ancora tracce degli edifici monastici che si trovavano qui intorno, il refettorio, la cucina, le celle dei monaci, e poco lontano si può visitare una cucina medievale perfettamente ricostruita con tanto di accessori, stoviglie, forni ed esempi di portate che si consumavano al tempo.

Ma l’elemento che attira più turisti in questo luogo è ancora legato alle leggende arturiane. Si racconta che intorno al 1300 alcuni monaci che vivevano qui ebbero delle visioni riguardanti la sepoltura di Re Artù in quest’area e pare che, quando si decisero a scavare nei dintorni, trovarono due tombe preziose e ancora intatte: una fu identificata come quella di Artù e l’altra come quella della Regina Ginevra, i lunghi capelli biondi ancora visibili tra i veli laceri che avvolgevano i suoi resti. Sul prato non lontano dalla chiesa una targa segna il punto in cui avvenne questo miracoloso ritrovamento.

Una volta scavate le tombe, i monaci spostarono i due sovrani all’interno della chiesa e li seppellirono proprio davanti all’altare maggiore, dove sarebbero stati omaggiati da tutti nel modo più degno possibile. Ancora oggi una lapide segna la posizione di quest’antica sepoltura alla fine della navata centrale. Enrico VIII poi al suo tempo, da buon fondatore della Chiesa Anglicana e Difensore della Fede, fece distruggere tutto e uccidere l’ultimo abate che ancora viveva nell’Abbazia, e non si è mai saputo che fine abbiano fatto le sepolture dei due sovrani anglosassoni. Un altro mistero arturiano.

Nel cortile vicino all’uscita troviamo un’altra cosa che volevo tanto vedere qui: l’albero detto Holy Thorn, la Spina Santa. La leggenda dice che Giuseppe di Arimatea, dopo la morte di Gesù, tornò qui dove viveva da ragazzo e dove aveva delle proprietà terriere, portando con sé il messaggio cristiano e, forse, il Sacro Graal, che pare sia nascosto in fondo a un pozzo qui vicino. Giuseppe infilò il suo bastone nel terreno e da quel bastone miracolosamente nacque la pianta della Sacra Spina, che è coltivata solo in una ristretta area di questa zona del Somerset e che fiorisce solo due volte l’anno: a Natale e a Pasqua. Ogni anno per le Feste un ramoscello di questa pianta santa viene tagliato e inviato a Buckingham Palace, per ornare la tavola di Natale della Regina Elisabetta II. È un piccolo albero dalla chioma ampia, semplice, ben vegeto, sostenuto da pali in legno fissati ai lati. Bello come solo gli alberi sanno esserlo. Un paio d’anni fa ha perfino subito assurdi atti di vandalismo che hanno rischiato di distruggerlo completamente, invece eccolo qua, florido. E’ sistemato in un angolo riparato e tranquillo da dove si potrebbe godere una bella vista sulla facciata dell’abbazia, se questa ancora ci fosse. Sono contenta di averlo visto, e toccato.

Dall’Abbazia facciamo un salto fino al vicino Glastonbury Tor, una torre massiccia a base quadrata che sorge su una collina vicina, visibile anche dalla strada. Non saliamo su in cima perché è tardi e sta per chiudere, ma anche perché, dopo l’arrampicata al Tintagel Castle, non ce la potrei fare a salire anche questa infinita scalinata da 45 minuti. Lo vediamo dal basso il famoso Tor, che secondo alcuni è proprio Avalon, il luogo letterario mitico in cui fu portato a riposare il corpo addormentato di Artù in attesa del suo risveglio, il giorno in cui l’Inghilterra avrà nuovamente bisogno del suo Re migliore e della sua spada Excalibur.

Da Glastonbury raggiungiamo la vicina cittadina di Wells, dove visitiamo la famosa Wells Cathedral. La sua fama è grande nel Paese, e assolutamente meritata. La sua bellezza è pari alla sua imponenza e lascia incantati, con una facciata tra le più ricche e preziose che ci sia capitato di vedere finora in un magnifico stile gotico fiorito. Il colore giallo della pietra contribuisce a renderla unica, ma certo le torri laterali, la raffinatezza delle centinaia di sculture e le sue incredibili decorazioni la fanno classificare tra le migliori di tutta l’Inghilterra.

L’ingresso è gratuito, si può lasciare un’offerta a piacere, e l’interno è magnifico quanto l’esterno. La navata, fiancheggiata da pilastri fitti come filari di alberi, è enorme e spettacolare, lunga oltre 125 metri fino oltre il coro, e larga 45 nel transetto, con un spazio molto luminoso.

Ci sono immense finestre dalle vetrate istoriate (alcune ancora originali), cappelle laterali scolpite e un organo notevole, ma la cosa più impressionante è la croce del transetto, sostenuta da un sistema di archi speciali chiamati scissor arches. Si tratta di una serie di archi rovesciati appoggiati sui classici archi acuti, che crea un effetto visivo simile a delle enormi forbici aperte, un’incredibile geometria che regala all’immensa struttura grande armonia e leggerezza, oltre a essere una soluzione architettonica ideale. Le colonne del transetto infatti, dal tempo della prima costruzione del XII secolo, cominciarono a sprofondare nel XIV secolo dopo l’aggiunta della torre centrale sopra al coro, il cui enorme peso stava divenendo insostenibile per l’insieme della struttura. Per questo l’architetto dell’epoca pensò di mettere in atto questa soluzione tecnica straordinaria, che riuscì ad ottenere un doppio risultato: stabilità e grande bellezza.

C’è anche qui un antico orologio con un quadrante solare e lunare e un meccanismo vecchio di secoli, e, diversamente dalle chiese già visitate, qui troviamo anche un Crocifisso, anche se non è sull’altare e non è antico come il resto delle sculture. Il coro non è visitabile perché i cantori stanno facendo le prove, ma possiamo vedere abbastanza dell’interno attraverso la porta d’accesso, mentre ci godiamo le loro voci. Quando usciamo restiamo ancora colpiti dall’imponenza e dalla bellezza di questa cattedrale, che ci ha colti quasi di sorpresa alla fine di questa giornata già piena di meraviglie.

Anche il vicariato, poco fuori dal perimetro della cattedrale, è incantevole. Un posto di una pace assoluta, con piccolissimi giardini fioriti davanti a ogni casa e una stradina tutta di pietra.

Qui a Wells abbiamo prenotato quello che ci aspettiamo possa essere uno dei B&B più belli del tour, e la realtà non delude le aspettative. The Old Parsonage, a Farrington Gurney, e’ un’antica magione nobiliare del 1600 costruita in pietra e circondata da un giardino, con una grande facciata coperta di edera e un cortile privato dove parcheggiamo la nostra auto.

I proprietari ci accolgono con grande gentilezza e ci mostrano la stanza dove dormiremo, nell’ala sud della casa. La camera è molto bella, con carta da parati settecentesca e tende azzurre alle finestre, un grande letto in legno con un piumone candido, un caminetto (spento) e mobili antichi, quadri di pregio, statuine di porcellana Wedgwood e Royal Danimarca sparse in giro, bagno privato e un parquet scricchiolante coperto da una spessa moquette.

La signora ci fa sistemare e, visto che è ora di cena, ci consiglia alcuni locali dei dintorni e ci prenota un tavolo al The Old Station Inn, che ci è piaciuto sul dépliant. E’ un pub tipico inglese pieno di vecchi oggetti di ogni tipo appesi ovunque, con un bellissimo bancone e molti riferimenti agli anni 60. Deve il suo nome al fatto che una delle stanze del pub è stata ricavata da una vecchia carrozza ferroviaria in legno portata fin qui e trasformata in sala ristorante, con sedili al posto delle sedie, piccole abàs-jour vicino ai finestrini e un servizio davvero particolare.

Il cibo è ottimo, la birra anche, e nonostante sia un po’ affollato l’atmosfera è allegra e piacevole. E’ un peccato venire via, anche se non vediamo l’ora di goderci un po’ la nostra elegante camera azzurra prima del giro di domani.

Proprio magnifico, per il momento, questo angolo di Somerset.

_____________________________________________________________

Venerdì 15 agosto 2014: Cornish Seal Sanctuary – St Michael’s Mount – Land’s End

19 novembre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

La notte scivola via silenziosa sopra al piccolo Paris Hotel, posato sul bordo estremo di questo mare spettacolare che stamani luccica immobile sotto un sole inaspettato. E’ Ferragosto anche quaggiù, dunque.

Facciamo colazione nella sala del ristorante, vuota e silenziosa dopo la confusione di ieri sera, quindi, un po’ a malincuore, raccogliamo le nostre cose e ripartiamo in direzione di Gweek, a solo un quarto d’ora di auto da qui, per una tappa che ci attira molto: il National Seal Sanctuary.

Si tratta di una clinica gestita da un’associazione nazionale del Regno Unito dedicata alla salvaguardia delle foche, che ha tre diverse sedi nel Paese una delle quali è qui in Cornovaglia. Professionisti e volontari si occupano di accogliere, curare, riabilitare e se possibile rimettere in libertà questi bellissimi animali che vivono in numerose colonie naturali lungo la costa. Qui è stato organizzato una specie di ospedale dove le foche restano solo qualche settimana prima di tornare a nuotare in mare aperto, ma dove possono trovare anche un alloggio definitivo se sono rimaste ferite in modo così grave da non poter più essere autosufficienti allo stato naturale. A volte gli animali arrivano qui da strutture meno specializzate o da qualche zoo o parco acquatico che se ne deve liberare, oppure vengono soccorse dai volontari in seguito a segnalazioni di persone che le trovano spiaggiate o ferite lungo la costa. In alcuni casi non possono essere rimesse in libertà semplicemente perché sono state abituate a vivere con il supporto degli esseri umani fin da piccole, e non saprebbero più cavarsela da sole in natura. Per noi che amiamo moltissimo gli animali, questa era una tappa imperdibile. Abbiamo già il biglietto acquistato online, quindi entriamo senza fare la fila e cominciamo subito a esplorare questa sorta di piccolo parco naturale, che offre scorci panoramici bellissimi sul fiume e sulle colline tutte intorno.

Nelle prime vasche, grandi e ben tenute, troviamo due foche comuni con ferite agli occhi, che nuotano placidamente a pancia all’aria scrutandoci incuriosite. Sono piccole ma affusolate e agilissime, si muovono nella vasca con l’eleganza fluida tipica di queste incantevoli creature marine.

Nella vasca della convalescenza ci sono 7 grossi esemplari di foca grigia misti tra maschi e femmine con problemi fisici di varia entità, che difficilmente potranno essere rilasciati in mare aperto. Una ragazza dello staff spiega ai visitatori la storia e i problemi specifici di ognuno di questi poveri animali, che in certi casi hanno trovato qui la salvezza da morte certa. Una delle femmine è completamente cieca a causa di un’infezione agli occhi che è stata curata per oltre un anno, ma che era già troppo grave quando l’animale è stato trovato e sottoposto alle prime terapie. Altre hanno una vista solo parziale o molto danneggiata, sempre a causa di infezioni batteriche o di attacchi di uccelli. Alcune hanno ferite gravi al muso e alla testa causate delle potenti onde dell’Oceano che durante le tempeste le hanno sbattute sugli scogli e una di loro ha subito persino danni cerebrali.

Sono esemplari già di una certa età, alcuni di oltre 30 anni, arrivati qui in età adulta e curati in ogni modo possibile da questi esperti. Ci sono leoni marini, sempre divertenti e vivaci, tanto goffi e pesanti sulla terra quanto filanti e potenti in acqua, e in una vasca meno profonda c’è anche un cucciolo di foca grigia di poche settimane di età, nato qui in cattività, assolutamente adorabile. Sarà grande come un cane di taglia media, ma è molto più paffuto, e ha due occhietti rotondi vispi e curiosi che scrutano dappertutto. A differenza degli altri ospiti lui non ha ancora un nome, ma glielo daranno presto grazie a un sondaggio online fatto tra i visitatori del sito ufficiale del santuario.

Oltre alle foche è stato organizzato un settore riservato a un’intera colonia di pinguini di Humbolt, piccoli e buffi come solo i pinguini sanno essere, e c’è anche uno spazio riservato alle lontre seminascosto nel folto del bosco. Otters! Tra le mie preferite.

Qui incontriamo Starsky e Hutch, due fratelli che stanno sempre insieme, vivono qui da quasi dieci anni e sono fantastici. Restiamo a guardarli gironzolare tra le piante e il ruscello, mentre si rincorrono e giocano facendo rotolare dei sassolini tra le zampe per puro divertimento, e quando arrivano le ragazze con la loro razione quotidiana di cibo, abbiamo la prova di quanto questi piccoli animali siano intelligenti. Entrambi a turno prendono ogni pezzetto di pesce che ricevono dalle inservienti con delicatezza e vanno subito a sciacquarlo nell’acqua limpida del ruscello prima di mangiarlo – e lo fanno con ogni singolo pezzo! Sono davvero animali pulitissimi, a riprova della loro parentela stretta con i procioni. Faccio un bel po’ di foto incantata dalla grazie e dalla dolcezza di questi animali, potrei restare a guardarli per ore.

Nella parte alta del parco c’è una zona adibita a fattoria di campagna dove sono ospitati cavalli, capre, pecore e anche un gatto, per la gioia dei molti bambini presenti. C’è parecchia gente perché fa piuttosto caldo oggi e il posto è bellissimo per una gita o un picnic, che qui si può fare ovunque.

Ci dispiace lasciare questo posto e queste creature bellissime e docili, che fanno del loro meglio per sopravvivere in alle avversità che il destino le ha costrette ad affrontare. Per fortuna hanno trovato sul loro cammino questa questa clinica ben organizzata dove volontari entusiasti si occupano di dare loro una seconda chance. Sono contenta di essere venuta qui e spero che molti visitatori continuino a venire al Santuario e a sostenere, coi soldi del loro biglietto d’ingresso, il lavoro di queste persone così generose.

Dopo la visita al Cornish Seal Sanctuary ci dirigiamo verso sud, a Marazion, per una tappa che mi incuriosisce molto: St Michael’s Mount. L’omonimia con il più famoso Mont St Michel, in Normandia, non è affatto casuale, ed è uno dei motivi per cui siamo arrivati fin quaggiù. Parcheggiamo in una zona vicina alla spiaggia e dopo una breve passeggiata ci troviamo di fronte a un isolotto roccioso circondato dal mare e dominato da un edificio fortificato raggiungibile solo in due modi, a seconda dell’orario: un battello, oppure un lungo sentiero di pietre che si snoda sulla sabbia, ciclicamente sommerso dalla marea due volte al giorno. L’impatto visivo è notevole, e vagamente familiare.

La sagoma dell’isola sormontata dal castello arroccato ricorda davvero il più famoso Mont St. Michel, anche se qui le dimensioni sono ridotte, l’architettura è decisamente meno raffinata, e il fascino oggettivamente più debole. Niente guglie e vetrate istoriate, niente mura di cinta merlate, e un senso di irraggiungibile sacralità decisamente diluito, che smorza di parecchio il pathos che emana da quest’isola britannica gemella di quella francese.

L’isolotto qui è più piccolo, più vicino, più verde, il borgo basso con le sue casette dal tetto a scivolo sembra un paesino del presepe che ha sbagliato stagione, il porticciolo di pietra perfettamente organizzato annulla ogni pretesa di inespugnabilità di questa insolita micro isola. Ma anche se il paragone non regge, resta comunque un luogo interessante, che trova il suo fascino nel suo lato più reale e avventuroso piuttosto che nell’aura mistica e spirituale che si sprigiona dalle mura di pietra dell’abbazia benedettina di Francia.

Il ricordo della nostra visita alla Merveille è legato a uno dei Tour più belli che io e Luca abbiamo fatto insieme, e prima ancora di mettere piede sulla via ricurva che porta all’isolotto di fronte a noi decidiamo che questo posto già ci piace, non fosse altro per il regalo che ci fa di far rivivere in noi quelle memorie così preziose. Di fatto, furono gli stessi monaci benedettini dell’abbazia francese a decidere, nel medioevo, di costruire anche qui una chiesa e un refettorio dedicati a San Michele. In seguito fu aggiunta una fortezza difensiva che poi divenne un castello fortificato, trasformato nel XIX secolo in un palazzo con interni raffinati abitati già dalla metà del ‘600 dalla famiglia St Aubyn, nobili inglesi che nel tempo circondarono il castello di giardini esotici ricchi di piante rare e terrazze panoramiche con vista mozzafiato. Oggi il palazzo è un bene storico posto sotto la protezione del National Trust, che accoglie quotidianamente centinaia di visitatori da tutto il mondo. La nostra tessera di soci FAI ci da diritto all’ingresso gratuito al castello, ma ce lo dobbiamo comunque guadagnare con molta fatica! Il palazzo è sistemato proprio in vetta alla rocca, che dobbiamo scalare percorrendo una serie di ripidi sentieri sassosi e scalinate di pietra – quando arrivo in cima sono già sfinita.

Il castello è molto bello, anche se è ovvio che ha subito modifiche e aggiustamenti, ma la struttura è molto interessante e gli ambienti sono accoglienti e piacevoli, soprattutto la magnifica biblioteca con le pareti completamente rivestite di scafali colmi di volumi. Un cielo scuro di tempesta, il fuoco che scoppietta nel camino, una tazza di tè caldo, un libro aperto tra le mani, mentre la pioggia si rovescia a scrosci nel mare tutto intorno – non dovevano essere poi così brutti gli inverni, quaggiù. E col bel tempo, fuori a godersi i giardini in fiore e la vista incredibile che si gode dal punto più alto del castello, da lasciare senza parole. Chilometri di costa rocciosa ricoperta di verde, mare immenso e immobile, nuvole e vento, una meraviglia.

Anche ai giardini terrazzati, che prevedono un biglietto a parte, accediamo gratis grazie alla nostra tessera di soci FAI. Ci sono alberi spettacolari e una quantità incredibile di fiori e piante grasse lungo i terrazzamenti ai piedi del castello, alcuni dalle forme così particolari che non avevamo mai visto prima. Scoviamo angoli nascosti molto speciali, pietre che segnano luoghi magici legati ad antiche leggende di giganti, cavalieri e dame, come da classica tradizione inglese, e punti panoramici assolutamente incantevoli. Pare davvero di camminare in un territorio di fiaba.


Dopo la visita al castello ridiscendiamo i sentieri ripidi e le scale verso la spiaggia, dove per la prima volta sentiamo molti visitatori parlare italiano, e ripercorriamo la via di pietra sulla quale hanno lasciato le loro reali impronte persino la Regina Elisabetta II e il Principe Filippo nel 2013. Ci fermiamo in un Fish and Chips lungo la via del paese a prendere i nostri cartocci caldi di cibo, e li consumiamo standocene seduti su due grossi scogli della spiaggia che si stende proprio davanti a St Michael Mount, riscaldati da un tiepido sole pomeridiano che annuncia un tramonto infuocato. Non sarà esattamente la Merveille, ma e’ comunque una vista piacevole.

Dopo aver spazzolato il pesce fritto accompagnato da una quantità esagerata di patatine ripartiamo per l’ultima tappa di oggi, che è ancora più a sud, anzi, più a sud ovest di tutto: Land’s End. Oltre questo lembo di terra c’è solo Oceano, fino in America. Parcheggiamo e paghiamo i 3£ obbligatori, quindi entriamo in questa specie di centro turistico che è stato costruito in onore della particolarità geografica del luogo, dove per fortuna i negozi sono già tutti chiusi e il grosso della folla se n’è già andato. Oltre all’ultima locanda d’Inghilterra – o la prima, a seconda da quale parte si arriva – con la relativa ultima cassetta rossa attiva della Royal Mail, ci sono case, negozi (essenzialmente di souvenir), ristoranti, e soprattutto un Heritage Trail Point nel quale i visitatori possono trovare informazioni e mappe dettagliate dei molti sentieri che si snodano qui intorno, a disposizione di tutti coloro che hanno voglia di esplorare quest’area naturale ricca di flora che regala panorami straordinari. E naturalmente, il Signpost simbolo di questo estremo lembo di terra, vicino al quale tutti scattano l’irrinunciabile foto ricordo.

Gironzoliamo lungo il bordo della costa rocciosa ammirando una vista di una bellezza da levare il fiato. Speroni rocciosi, strapiombi vellutati d’erba, campi di erica rosa e violetta, e davanti a noi solo il mare. Oceano a perdita d’occhio, grigio e cupo, quasi immobile, e immenso, con i raggi del sole che lo illuminano a tratti, nascosi in parte dalle nuvole basse. Questo è il punto più a sud-ovest del territorio inglese – dove finisce l’Inghilterra. Oltre queste scogliere c’è solo acqua – e navi, balene, vento, e marinai coraggiosi. E dopo 3147 miglia, New York.

Siamo già stati in posti simili, in Irlanda, in Francia e in Portogallo, terre di frontiera dove la sola unità di misura applicabile è la curva dell’orizzonte, Finis Terrae misteriosi, ultimi brandelli di asciutto prima dell’infinita distesa dell’Oceano che si fa strada liquida verso un altro continente. È sempre una bella emozione sfiorare bordi come questo, e sono contenta di poter aggiungere Lands End alla nostra collezione.

Salutiamo l’Oceano ancora una volta e risaliamo in auto diretti verso nord, lungo la A30. In 45 minuti circa arriviamo nel piccolo centro di Camborne, che sarà solo una tappa intermedia del nostro trasferimento verso i luoghi di visita di domani. Abbiamo prenotato una stanza al Tyacks Hotel, che è più carino del previsto e dove ci danno una camera grande e comoda. Prendiamo qualcosa da mangiare al bar e andiamo a dormire, stanchi per la lunga giornata ma con la mente che già vola alle importanti tappe arturiane che ci attendono. Il trasferimento sarà più lungo del solito domattina, ma d’altra parte, eravamo quasi alla fine del mondo…

_____________________________________________________________

Giovedì 14 agosto 2014: Lost Gardens of Heligan – Glendurgan Gardens – Lizard Peninsula

29 ottobre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

La colazione comincia alle 9 in questo bellissimo angolo di Cornovaglia, così ce la prendiamo comoda e ci alziamo un po’ più tardi del solito. Fuori piove a dirotto e il cielo sembra molto scuro, ma speriamo che anche questa volta il clima inglese riuscirà a sorprenderci. La sala dove scendiamo a mangiare è piuttosto piccola, ma il nostro tavolo e’ davanti a una finestra a bovindo che si affaccia su un panorama incantevole, talmente bello da sembrare un dipinto. L’apparecchiatura è perfetta, bianca e color tortora, semplice e di gran classe. Dave ci accoglie con gentilezza e ci prepara una full English squisita, senza dubbio la migliore gustata finora, con un bacon arrostito come si deve, uova perfette, un brown toast fragrante, e una ciotola di macedonia di frutta freschissima che ci rallegra la giornata nonostante il brutto tempo. Mentre mangiamo parliamo un po’ con Dave raccontandogli del nostro programma di viaggio e delle cose che vogliamo visitare nei dintorni, e anche se gli confermiamo che ci facciamo aiutare negli spostamenti da una guida turistica e da un GPS, lui ci regala una mappa della Cornovaglia dove sono indicati tutti i luoghi più interessanti da vedere, con informazioni dettagliate su indirizzi e orari. Davvero gentile.

Fuori la pioggia sta diventando un vero diluvio, col vento a folate che trascina immense nuvole d’acqua sbattendole ovunque, una visione inquietante che comincia a crearci qualche preoccupazione. Per fortuna, il tempo di finire di mangiare e andare a raccogliere le nostre cose per portarle alla macchina, e la pioggia scompare. Dave ci porta la valigia fino all’auto e ci indica la direzione giusta da prendere, e mentre ci saluta ci porge un pacchettino di stagnola con la torta di carote fatta in casa del suo buffet che non siamo riusciti a mangiare a colazione, per portarla via per pranzo. Non sappiamo come ringraziarlo per la sua incredibile, gentilissima accoglienza in questo luogo che sembra uscito pari pari da un libro di fiabe. Non dimenticheremo mai questa bellissima casa posata sul bordo del mare con la sua fantastica porta rossa, e il calore dei suoi abitanti.
La prima tappa di oggi sono i Lost Gardens of Heligan, giardini molto antichi che, per varie vicissitudini, stavano andando in rovina e che negli ultimi anni sono stati riportati quasi completamente all’antico splendore grazie a iniziative private. Non fanno parte di nessuna associazione, quindi dobbiamo pagare l’ingresso in quello che è un vero e proprio parco, pieno di piante antichissime e suddiviso in grandi aree a tema.

La prima parte è costituita da un giardino classico all’italiana con aiuole, sentieri, serre, fontane e siepi ben disegnate, compreso un walled garden dove sono allineati fiori di tutti i tipi e di tutti i colori. Da lì passiamo nel Giardino Produttivo, dove si concentrano alberi da frutto e orti pieni di verdure, compresa una serra dove è coltivata la vite.

Per uscire passiamo sotto ad un tunnel creato dai rami di una doppia fila di meli di diverse qualità, davvero originale. In uno dei piccoli giardini, decorato da panchine e con una vasca d’acqua al centro, è stato tagliato un tassello semicircolare da un’alta siepe a formare una sorta di finestra che si affaccia sulla costa, e che offre un panorama bellissimo.

In un’area speciale denominata Jungle ci ritroviamo a passeggiare tra piante esotiche enormi, palme, felci, bambù e vialetti rocciosi che si infilano tra intrighi di arbusti e radici vecchissime, c’è perfino un totem di legno scolpito nello stile Mahui australiano.

Una delle aree più grandi è quella dedicata all’allevamento degli animali da fattoria, galline, papere, mucche, pecore, maiali, c’è perfino una coppia di emù in un bel recinto a ridosso del bosco, non lontano da un immenso campo di camomilla in fiore. Dalla parte opposta scopriamo l’angolo di studio e osservazione dedicato alla salvaguardia degli uccelli del bosco, in cui sono state allestite casette e mangiatoie che attirano e nutrono dozzine di uccelli di ogni tipo, compresi fagiani e civette. Una serie di pannelli e monitor interattivi forniscono tutte le informazioni sulla vita e le abitudini degli uccelli che si sono stabiliti nel boschetto di fronte alla capanna-studio, e ci sono schede a disposizione dei visitatori nelle quali indicare tutti gli avvistamenti fatti. Ci sanno proprio fare, qui, con queste cose.

Le piante intorno a noi sono tutte molto antiche, con tronchi possenti, radici nodose e ricurve che spuntano dal sentiero come mani di vecchie streghe aggrappate alla terra, e rami contorti piegati dal soffio di venti misteriosi. C’è un bel lago pieno di ninfee in mezzo alla zona della Jungle, circondato da viottoli che si snodano nel fitto delle felci, scalette dai gradini fatti con tronchi d’albero e cespugli fioriti cresciuti in maniera selvaggia. Attraversiamo anche un ponte tibetano di corde, non esageratamente alto e dall’aspetto molto sicuro, che mi convince a cimentarmi nell’impresa nonostante la mia attitudine tutt’altro che propensa all’avventura estrema.

Intorno a noi ci sono querce, gelsi, larici, pini, faggi, abeti, moltissime felci, magnolie e perfino alcuni olivi. Ma le piante che ci colpiscono di più sono i cespugli di ortensie, sia classiche che giapponesi, bianche, azzurre e rosa antico, meravigliose ed enormi, alcune alte addirittura più di due metri. Uno spettacolo incantevole.

In uno dei grandi boschi, una coppia di artisti locali ha creato curiose sculture usando proprio le piante, e molti visitatori vengono fin qui attirati da queste opere d’arte naturali. La prima che incrociamo è una grande figura di donna con un tralcio di fiori tra le mani, purtroppo già sfioriti, una specie di grande fantasma vegetale fatto di rami.

Più avanti c’è forse la scultura più nota del giardino, “The Mud Maid”, una fanciulla distesa su un fianco, gli occhi chiusi come una bella addormentata nel bosco, con un braccio ripiegato vicino al corpo e i capelli fluenti distesi sul terreno. E’ stata creata combinando diversi tipi di piante verdi e fiorite per ottenere un effetto il più possibile morbido e realistico, ed è una presenza davvero suggestiva. Una fata dormiente, una driade, uno spirito della Natura disteso a proteggere il cuore più segreto del bosco, il cui tocco lieve è sufficiente a far fiorire la terra tutto intorno. Incantevole.

Vicino all’uscita troviamo l’ultima statua vegetale, una testa di gigante che spunta dal terreno fino al naso, con i capelli arruffati e gli occhi buffi fatti con frammenti di porcellana azzurra, un personaggio molto simpatico. Mi piacerebbe averne uno così in giardino.

Quando usciamo passiamo dallo shop, che è fantastico e ha tutti gli strumenti necessari per il giardinaggio e la decorazione nello stile tipico inglese: sagome di animali di ferro e di legno, piccole sculture, targhette per le piante, casette per gli uccelli, semi e mangiatoie di tutte le dimensioni, sementi per l’orto, annaffiatoi e abbigliamento da giardino, c’è di tutto. Naturalmente c’è anche la zona dove si possono acquistare le piante e i fiori coltivati nelle serre di Heligan, e la cosa non ci sorprende affatto. Dappertutto qui ci sono Garden Centre, Flower Shop, Horticultural Show e simili. Ovunque, sia nei paesini che nei grandi centri cittadini, i negozi di piante e articoli da giardino sono numerosissimi e sempre molto frequentati. Anche i giardini aperti al pubblico come Heligan sono sempre affollati, perché per gli inglesi il gardening è una vera passione, piace a tutti e tutti ne sanno parecchio, a giudicare dai commenti che abbiamo sentito in giro oggi. Tutte le case, anche le più semplici e le più piccole hanno un giardinetto o un vialetto curatissimo, i vasi sono appesi dappertutto, ai muri, ai lampioni, ai portoni, alle finestre, alle verande, e sono stracarichi di fiori ben tenuti. Le case poi sono un incanto, tutte in pietra o di mattoni rossi, non si trova una casa intonaca a pagarla, e sono tutte al massimo strutture di due piani, niente palazzoni o condomini sgraziati, alcune addirittura hanno ancora il tradizionale tetto in paglia. Questi cottage deliziosi, insieme alle colline lavorate come quadri con fazzoletti di campi di vari colori dove pascolano pecore e mucche separati tra loro da siepi, contribuiscono a fare di questo paesaggio uno spettacolo unico.
All’uscita dobbiamo correre, perché improvvisamente comincia a piovere e in tre minuti si scatena un acquazzone violento, ma riusciamo a salire in auto senza troppi danni. Mangiamo la torta alla carota di Dave, squisita davvero, e proseguiamo verso sud diretti alla seconda tappa, i Glendurgan Gardens. Quando ci arriviamo splende di nuovo il sole.

Questi giardini sono curati dal National Trust, quindi entriamo con la tessera del FAI. Sono più piccoli dei precedenti, ma molto belli e ricchi di piante di ogni tipo, comprese enormi camelie che, a maggio, devono dare spettacolo.

Le differenze fondamentali rispetto ai giardini di Heligan sono due: la prima è che da qui, lungo un sentiero che passa attraverso il bosco, si arriva fino giù al mare, in una bella insenatura tranquilla, dove posso toccare di nuovo l’Oceano con le dita. Il sole basso luccica sull’acqua calma, e la costa rocciosa coperta di verde protegge questa piccola baia dalla furia delle tempeste invernali.

La seconda èThe Maze, il labirinto di piante più spettacolare che abbiamo mai visto. È stato disegnato sul fianco inclinato di una collinetta, per poterlo vedere da una piccola postazione affacciata sulla parte più alta del bosco di fronte. La sua particolarità è che il percorso è fatto di sinuose linee curve, morbide e misteriose come un disegno celtico, come un gigantesco cervello verde, o un’enorme pianta sottomarina portata all’aria aperta e poggiata su un prato, con un effetto finale assolutamente straordinario.

Sembra di essere stati catapultati in un posto incantato, in un luogo uscito direttamente da un romanzo fantasy. Ci entriamo attraverso un piccolo cancellino di metallo e lo percorriamo tutto con un po’ di difficoltà, vagando da un’ansa all’altra ingannati dalla prospettiva obliqua e dai ghirigori riccioluti del sentiero che si susseguono senza fine e – fatica a parte – è molto divertente arrivare al cuore di questo magnifico trabocchetto vegetale.

Alla fine del giro dei giardini oltrepassiamo l’immancabile vendita di fiori e piante e raggiungiamo la caffetteria, per prendere una tazza di tè caldo. Ci vuole proprio, dopo tanto camminare.

Da qui partiamo in direzione dell’alloggio di stasera, che è nella Lizard Peninsula, in fondo alla Cornovaglia, dove abbiamo prenotato presso un piccolo albergo con vista sul mare, il Paris Hotel. Lo troviamo facilmente grazie alla nostra efficiente Miss della Volvo, e scopriamo che è una struttura incantevole, di legno bianco a due piani con tutte le rifiniture azzurre. Una locanda tipica, posata sul bordo estremo del mare. Tutto intorno solo acqua e cielo, e azzurro a perdita d’occhio.

La stanza è semplice e pulitissima, e il ragazzo che ci accoglie al pub a pianterreno è molto cortese. Facciamo un giro a piedi fino al porto lì di fronte, nel minuscolo paesino di Helston, dove i negozi sono già chiusi e le poche persone in giro ci salutano con cortesia. Tutto intorno è vastità e silenzio, cielo e Oceano.

Gli unici suoni che si sentono sono le strida dei gabbiani, e le voci squillanti di alcuni bambini sui 7/8 anni che si tuffano in acqua da un piccolo molo di pietra, allegri e felici come fosse ferragosto in Sicilia. Indossano la muta ma sono le 7 di sera, fa piuttosto fresco, ha piovuto da poco e l’acqua deve essere gelida. Evidentemente, questo è un dettaglio irrilevante che non li riguarda. Se ne stanno lì a saltare dentro e fuori dall’acqua come se niente fosse, tra grida di gioia e divertimento, spinti da quel desiderio di iterazione infinita di un gesto piacevole di cui solo i bambini conoscono il segreto.

Ceniamo al pub del nostro piccolo hotel e dobbiamo aspettare un po’ perché si è riempito in breve tempo come era prevedibile, visto che il luogo è isolato e non ci sono molti altri ristoranti in giro. E comunque il locale ha un’atmosfera molto accogliente, i ragazzi che lo gestiscono sono davvero simpatici e il cibo è buono, tanto che ci sono intere tavolate di famiglie riunite a cena. Io scelgo una zuppa di pesce, Luca il chili con carne, con birra chiara locale molto profumata, e concludiamo nel migliore dei modi un’altra giornata bellissima.

Mi aspetto molto dalla Cornovaglia e non so come, ma sento che non resterò delusa.

_____________________________________________________________

Mercoledì 13 agosto 2014: Exeter Cathedral – Greenway House – Mayflower Steps – Looe

22 ottobre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

La notte è silenziosissima al Park Edge B&B, come dappertutto, quassù. Niente schiamazzi, echi di traffico o rumori di motori che passano, solo un silenzio spesso e liscio che cala sulle case col buio come una coperta di velluto nero. Come piace a me. E pazienza se in questo Paese le tende alle finestre sono solo decorative e la luce del giorno entra nelle stanze già dalla mattina presto. Mi ci potrei anche abituare, in cambio di un silenzio perfetto come questo.
Il sole sembra abbastanza stabile stamani, quando scendiamo a colazione nella saletta del nostro cottage in miniatura che è tanto piccolo quanto curato nei dettagli, comprese tutte quelle buffe stramberie indispensabili per creare un’atmosfera tipicamente British,tipo i nani di gesso in fondo alle scale o gli animaletti del bosco che spuntano dagli angoli più impensati. Dettagli che fanno di questi b&b posti unici, imprescindibili per vivere un’esperienza completamente inglese. La signora che ci accoglie è molto simpatica, intrattiene i suoi ospiti con allegria e serve tutti con gentilezza e generosità. Stavolta la sala e l’apparecchiatura sono più semplici, ma la full English è molto buona e la spazzoliamo con grande piacere. Lo confermiamo anche al padrone di casa e cuoco in armi, che esce dalla cucina per farci un saluto dopo aver finito di preparare per tutti. Ha un forchettone in mano e indossa con una certa disinvoltura un cappello da cuoco e un gran grembiule bianco sopra un improbabile completo giacca e pantaloni in una stoffa a rombi in una fantasia arlecchino che ci lascia letteralmente a bocca aperta, e ci conquista definitivamente. E’ il Dorset, ma ci sentiamo a casa.

Purtroppo però non lo siamo, e dobbiamo cominciare a raccogliere le nostre cose per ripartire alla scoperta delle nuove mete di oggi, tra i ringraziamenti, i saluti e le raccomandazioni affettuose dei nostri ospiti. Ci spostiamo verso nord, nel Devon, diretti a Exeter, a poco meno di 2 ore di distanza. Il traffico è scorrevole, le strade perfette e libere, il tempo regge tranne qualche piovasco via via, ma la temperatura è sui 18 gradi e il paesaggio è ancora incantevole.
Exeter è una città piena di movimento e di begli edifici, e la sua famosa Cattedrale anglicana medievale è davvero notevole. Si affaccia su una piazzetta circondata di antichi palazzi ed è costruita in stile gotico inglese con due torri possenti a base quadrata e decine di sculture di santi a decorare la facciata, che purtroppo non sono in buone condizioni. L’edificio, rimaneggiato più volte anche in seguito ai pesanti danni causati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, è un luogo di grande fascino. In tutta la Cattedrale sono in corso lavori di ristrutturazione e conservazione, che purtroppo riguardano anche la biblioteca dove è conservato il famoso “Exeter Book”, una delle più antiche raccolte arrivate fino a noi di riddles e poemi della letteratura anglosassone risalente a prima dell’anno 1000, che al momento non è visitabile. Un vero peccato.

L’entrata a pagamento (6,00£ a testa) ci rende contribuenti dei lavori di restauro, il che da una dimensione diversa e più accettabile al concetto di ‘biglietto d’ingresso’ in un tempio spirituale. L’impressione di imponenza e ricchezza ricevute all’esterno trovano il loro naturale continuo all’interno della chiesa dove, nonostante le impalcature per i lavori in corso che coprono parte delle decorazioni, si rimane immediatamente colpiti dalla maestosa galleria centrale che vanta il soffitto a volte gotiche a navata unica più lungo del mondo. Davvero impressionante.

Lungo le navate laterali ci sono antiche tombe di prelati e cavalieri in pietra policroma di grande bellezza, e prima dell’altare maggiore c’è il coro in quercia scolpito con angeli e fiori, con la cattedra vescovile incredibilmente lavorata che, oltre a essere preziosa per la sua lavorazione raffinata, è un capolavoro di tecnica artigianale in quanto è montata a incastro, senza l’utilizzo di chiodi.

Nel transetto di sinistra si trova un orologio astronomico della fine del XV secolo ancora funzionante in cui la Terra è rappresentata come una sfera dorata posta al centro dell’universo, con il sole che le gira intorno. Sotto all’orologio c’è una piccola porta che andava verso i locali privati del parroco, e nell’angolo della porta, in basso a destra, c’è un foro che era la porta utilizzata dal gatto, utilissima sentinella medievale contro i topi rosicchiatori del legno.

Nel susseguirsi simmetrico delle cappelle laterali ci sono dipinti e sculture preziose, tombe raffinate, vetrate istoriate bellissime e altari lavorati di epoche diverse, dal medioevo al Seicento, e c’è anche una piccola area un po’ insolita che ci incuriosisce, dove mi fermo a dare un’occhiata.

Su una pedana di legno sono sistemati cestini di paglia di varie dimensioni, pieni di pietre di differente grandezza e volume. In un altro cestino ci sono delle conchiglie, e nell’ultimo delle piume. Poco distante, una mattonella di cemento fa da base a quello che sono tutti invitati a costruire, un “Cairn of Hope”, un cumulo di speranza. Un piccolo cartello spiega in due parole di cosa si tratta, e come funziona la cosa. Chi vuole, riflette sulla dimensione della propria situazione di difficoltà personale o familiare, calcola il “peso” che lui o qualcuno a cui vuole bene deve portare quotidianamente, poi prende il sasso – o la conchiglia, o la piuma – che simbolicamente corrisponde alla misura di questo dolore e lo poggia sulla mattonella con gli altri, insieme alla sua preghiera. Un cumulo doloroso di sassi – e conchiglie, e piume – che la preghiera a Colui che ha portato il peso della Croce per la Salvezza di tutti gli Uomini trasformerà in un cumulo di speranza. Un ammasso di dolore la cui forza negativa si scarica quando si unisce al disagio altrui, che si ridimensiona grazie al confronto con la misura del dolore degli altri, che trova forza ed energia nell’unione con altre sventure, tutte consegnate nelle mani di quel Cristo che, per chi crede, è la Sola Speranza. Un sistema quasi banale, per una riflessione più profonda di quanto possa sembrare. Non saprei dire se questa del Cairn of Hope sia una tradizione anglicana diffusa tra i fedeli o un’idea che hanno avuto proprio qui nella Cattedrale di Exeter, di fatto non avevamo mai visto niente del genere in nessuna chiesa. Di certo, ce ne ricorderemo.

In una delle cappelle troviamo una sepoltura congiunta molto bella dedicata al II conte di Devon e sua moglie, con le classiche statue medievali dei coniugi distese vicine circondate di angeli, e intorno uno degli organi con le canne più grandi che ci sia mai capitato di vedere. Lì accanto a vegliare i due sposi, nientemeno che la Vergine delle Rocce di Leonardo e la Madonna della Seggiola di Raffaello. Copie naturalmente, ma pur sempre due raggi di luce.

Dopo la visita alla Cattedrale facciamo un giro per le stradine del centro, e al ritorno prendiamo dei sandwich e ci sediamo su un muretto davanti alla chiesa a mangiarli al sole, dove molta gente sta facendo una pausa, chiacchierando e pranzando all’aperto.

Facciamo appena in tempo a finire di mangiare che ricomincia a piovere leggermente, così torniamo alla macchina e ripartiamo per la seconda tappa di oggi. Mentre viaggiamo in direzione Torquay viene giù un diluvio così spaventoso che quasi non si vede più neppure la strada, ma naturalmente dopo una decina di miglia è già tutto passato, e rispunta un sole allegro. Ormai ci stiamo abituando: non siamo troppo tranquilli anche se la giornata pare bella, e non siamo troppo preoccupati anche se diluvia – tanto non dura.
A Torquay, nel Devon del sud, cerchiamo Greenway House, la casa delle vacanze di Agatha Christie, seminascosta in fondo a una stradina tortuosa e sterrata bordata da siepi alte, su una punta di terra affacciata sul bordo del fiume Dart, in mezzo a un bosco bellissimo e non facile da individuare. Questo è uno dei beni del National Trust segnalati peggio per ora, ma alla fine ci arriviamo.

Parcheggiamo nella zona riservata ai visitatori e andiamo all’ingresso, dove il ragazzo alla cassa riconosce immediatamente le nostre tessere FAI e si mostra contentissimo, ci fa i complimenti e ci da i biglietti gratuiti per l’ingresso alla casa, che è poco più giù nel giardino. Ci sono delle impalcature sul davanti perché stanno ritinteggiando la facciata, ma si capisce lo stesso che l’edificio è imponente e elegante. Il posto è isolato ma davvero bello, con una vista mozzafiato. Una signora gentilissima ci accoglie e ci da tutte le spiegazioni necessarie alla visita, quindi ci fornisce una breve guida con il percorso da seguire e ci lascia proseguire da soli.

Gli interni sono molto belli e accoglienti, e praticamente uguali a com’erano quando la famosa scrittrice di gialli veniva qui in vacanza con figli e nipoti, dal 1938 alla metà degli anni ’70. Questa è una casa di vacanza in effetti, non la casa principale dove scriveva e lavorava ai suoi libri, ma Agatha e la sua famiglia amavano questo posto e ci hanno portato gran parte dei mobili e dei loro oggetti preferiti, come i ritratti di famiglia e le molte collezioni di oggetti di ogni genere, porcellane, scatole intarsiate, libri statuette, vasi e mille altre cose.

Le stanze sono grandi e belle, perfettamente arredate, eleganti ma non fredde, anzi, gli ambienti sono molto accoglienti e l’atmosfera è quella di una vera casa vissuta, non di un museo di cimeli. Il salotto con il camino e i giochi da tavolo dei nipoti ancora sparsi sul tappeto, e il pianoforte che Agatha sapeva suonare ma al quale la sua timidezza la obbligava a sedersi solo quando era sola, la camera da letto con i tessuti chiari e il guardaroba con ancora i suoi vestiti e le borsette da sera, la sala da pranzo col lungo tavolo apparecchiato, il salottino con la collezione di cineserie, con alla parete il ritratto di Agatha da bambina seduta su una poltrona a fiori con in braccio la sua bambola preferita, appeso proprio sopra quella stessa poltrona sulla quale siede ancora la stessa bambola vestita di seta.

C’è la bellissima biblioteca, con un fregio che gira tutto intorno in cima alle pareti dipinto da un tenente dell’esercito americano che aveva preso possesso della casa con la sua guarnigione durante la Seconda Guerra mondiale, in cui è narrata la storia delle avventure europee di quel piccolo gruppo di soldati. L’esercito americano si offrì di ridipingere la stanza di bianco e risistemare tutto come prima alla fine della guerra, ma Agatha rifiutò preferendo mantenere il fregio come testimonianza di un evento che aveva segnato la storia di Greenway House. Ci sono ancora le bambole della figlia Rosalind sul divano, e negli scaffali di legno intorno è raccolta una stupefacente collezione di volumi tra romanzi, libri di storia e trattati di archeologia del secondo marito di Agatha, Max Mallowan, e un’atmosfera così calda e tranquilla che fa venire voglia di mettersi qui con un libro sulle ginocchia a leggere per tutto il giorno, buttando giusto un’occhiata ogni tanto dalla grande finestra per ammirare la vista del fiume che scorre placido più in basso.

I famosi romanzi di Agatha, nelle prime edizioni pubblicate in molte lingue diverse, sono esposti in una speciale vetrina nel corridoio del piano superiore, mentre all’ingresso c’è un tavolino antico sul quale sono sistemate tutta una serie di fialette e bottigliette di vetro contenenti polveri e liquidi misteriosi provenienti dalla farmacia dell’ospedale universitario londinese nella quale Agatha lavorò come volontaria durante la Seconda Guerra Mondiale, esperienza che in seguito le tornò utilissima per descrivere in maniera scientificamente esatta le scene di avvelenamento delle sue crime stories, alcune delle quali furono ambientate proprio in questa bellissima casa.

Ogni stanza ha una sua particolarità e un suo fascino di luogo vissuto, ed è bello a modo suo. E anche se non è in queste stanze che Dame Agatha Christie, come l’aveva nominata la Regina Elisabetta II, liberava il suo talento e la sua fantasia trascinando Poirot e Miss Marple in avventure intricatissime e geniali, questa dimora elegante e accogliente rappresenta un po’ la sintesi della vita piena di successo e di avventure di questa incredibile autrice, che è addirittura entrata nel Guinness dei Primati per il maggior numero di copie di libri vendute nei 5 continenti. Romanzi che sono stati tradotti in oltre 100 lingue, le cui storie appassionanti vengono ancora messe in scena nei teatri di tutto il mondo e i cui personaggi sono stati interpretati dai più grandi attori, che li hanno resi vivi e indimenticabili per il pubblico di ogni paese e di ogni tempo. Una casa piena di oggetti e di ricordi, di cose belle e di passioni, elegante e raffinata ma anche semplice e vera, che sa trarre il meglio da ogni cosa. Proprio come la sua famosa e talentuosa proprietaria.

L’esterno è altrettanto bello dell’interno, naturalmente, pieno di fiori di ogni tipo, soprattuto ortensie e fucsie, e colorato come un dipinto. C’è un giardino recintato, un orto con alberi da frutto, una serra con una bellissima vite che porta già piccoli grappoli verdi, un boschetto con viali per le passeggiate e panchine per le soste, una fontanella gorgogliante e un’infinità di alberi che, a giudicare dalle dimensioni, devono essere parecchio vecchi. Sarebbe molto grande da esplorare, ma si sta facendo tardi e dobbiamo deciderci a lasciare Greenway House e tornare alla macchina.

Dobbiamo raggiungere Plymouth, e sappiamo che il traffico su questo tratto di costa è molto intenso perché questa è una località balneare esclusiva e ricercata, non a caso la chiamano la Riviera del Devon, e tutti vengono volentieri fino qua a fare un giro, soprattutto nelle belle giornate di sole come oggi. In effetti qui troviamo le prime code di auto che abbiamo visto da quando abbiamo cominciato questo giro, oltre a moltissimi semafori che sono in funzione perfino nelle rotonde e che hanno il verde che dura solo pochi secondi. A Plymouth centro le cose non sono diverse, anzi forse sono anche peggiori, e dopo tutta la bellezza delle colline immerse nei boschi, finire in mezzo a code di automobili e odore di gas di scarico non è proprio un piacere. Riuscire a parcheggiare è una vera impresa, che ci ruba quasi 40 minuti e diverse sterline.

Però, alla fine, siamo dove volevamo arrivare. Al Barbican di Plymouth, nel mezzo al porto, tra il mercato del pesce e l’imbarcadero dei traghetti turistici, proprio davanti ai Mayflower Steps, dove nel 1934 è stato costruito un piccolo portico commemorativo con colonne doriche e una balaustra in metallo per ricordare il punto esatto dal quale, il 6 settembre 1620, i padri pellegrini salparono sul Mayflower diretti in America. Un altro luogo storicamente cruciale e incredibilmente simbolico, un altro punto di origine dal quale la storia prese una direzione nuova che avrebbe cambiato il futuro dell’Europa e del mondo. Un’altra bella emozione.

Facciamo una passeggiata sul molo affollato e scattiamo un po’ di foto, godendoci appieno la bella atmosfera marina che si respira in questo piccolo porto, che sembra molto attivo. La luce è incantevole e l’ambiente è vivace, si sta molto bene qui, però si sta facendo tardi ed è già ora di ripartire. Risalendo lungo la via verso il parcheggio passiamo accanto a un vecchio edificio che potrebbe essere quello che ospitò i padri pellegrini nelle ore e nei giorni precedenti la partenza del Mayflower, e notiamo che sul muro esterno c’è una statuetta di una Madonna adorna di fiori. Una piccola Stella Maris messa lì a vegliare sui marinai, come se ne trovano quasi in ogni porto. Perché l’Oceano è grande, e fa paura. E partire per mare è un’avventura grande come la vita, e ci vuole tutto il coraggio del mondo per scendere quei tre gradini e salire su una nave, qualunque sia la destinazione da raggiungere. E allora ogni protezione possibile è la benvenuta, non si sa mai.

Il nostro B&B di stasera è lo Schooner Point di Looe, in Cornovaglia, e ci arriviamo poco prima delle 20,00. I proprietari ci accolgono con grandissima gentilezza facendoci sistemare l’auto nel loro parcheggio privato, e noi restiamo incantati dalla bellezza della casa e del punto in cui si trova, poco fuori dal piccolo villaggio di pescatori, su una collinetta oltre il ponte che passa per il centro del paese.

La camera è molto bella e confortevole, pulitissima e spaziosa, già sappiamo che sarà tristissimo lasciarla, domani. Ci sistemiamo e usciamo per andare a cena, siamo affamati e curiosi di cominciare a scoprire questo primo angolo di Cornovaglia, che sarà la nostra terra per i prossimi giorni.

Il paesino di Looe è davvero un incanto, con le case che si arrampicano fin sul promontorio intorno alla baia, il ponte di pietra a arcate regolari che l’attraversa, e le barche ormeggiate tutto intorno come in una piccola marina del settecento. La luce del giorno sta calando dolcemente quaggiù, come a non voler dare fastidio, e i lampioni che si accendono ci trasportano magicamente dentro a un presepe appoggiato sul bordo del mare.

Passeggiamo nel centro del villaggio, dove i negozi sono chiusi ma c’è ancora gente in giro a godersi l’atmosfera, e troviamo un ristorante perfetto dove cenare. Si chiama “The Golden Guinea”, un locale molto caratteristico all’interno di un edificio che risale addirittura al 1632, registrato nell’elenco di edifici di valore storico protetti dal Ministero dei Beni Culturali inglesi. Mangiamo zuppa del giorno e piatti tipici di carne e pesce e ci gustiamo tutto fino all’ultima briciola, nella bella atmosfera tranquilla del vecchio lacale.

Siamo stanchi, ma anche contenti di questa bella serata alla fine di una bellissima giornata. Domani vedremo cosa ci riserverà questa landa estrema di Inghilterra la cui magia già si preannuncia all’altezza della sua fama.

_____________________________________________________________