Info



Categorie

Clara

"Non è vero che il mondo è piccolo. Non è neppure vero che è un 'villaggio globale', come pretendono i mass media. Il mondo è grande e diverso. Per questo è bello: perché è grande e diverso, ed è impossibile conoscerlo tutto." Antonio Tabucchi

“Yesterday is History. Tomorrow is a Mystery. But today is a gift. That is why it is called the "Present." Master Oogway

“Se i tempi non richiedono la tua parte migliore, inventa altri tempi.” Baolian, libro II

“O guardi o giochi”. Gould

“Ma così è la vita: se incontri un essere umano nella folla, seguilo... seguilo.” Benjanim Malaussène

“Non voglio nessuno, sulla mia lancia, che non abbia paura della Balena”. Achab

I never blame failure -- there are too many complicated situations in life -- but I am absolutely merciless toward lack of effort. F. Scott Fitzgerald

Stay hungry, stay foolish. Steve Jobs

Archivi

Tag Cloud

Free Tibet

Io sono MiaSally su

Cerca nel sito

Links:

Commenti

8 agosto 2014: Down House – Knole House – Canterbury Cathedral

26 giugno, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

Ho aspettato questo momento per così tanti anni che persino adesso, seduta al mio posto sull’aereo pronto al decollo, una parte di me non riesce ancora a credere che stiamo davvero partendo. Che è finalmente arrivato il giorno in cui ha inizio il nostro tour inglese. L’orario serale e la procedura di decollo notturna contribuiscono a rendere tutto ancora più vago, alimentando l’impressione di irrealtà che sembra pervadere ogni cosa. Poi il rumore dei motori si fa più forte, la velocità aumenta, e le ruote si staccano dalla pista. Chiudo gli occhi stringendo la mano accanto alla mia e mi lascio portare in volo nella notte, e nel sogno.
Stiamo saltando nel quadro, ancora una volta.

Il volo scivola via tranquillo, e poi anche la notte, nel super tecnologico Bloc Hotel del Terminal Sud di Gatwick, così piccolo e strano che se mi avessero detto che per un inconveniente tecnico imprevisto eravamo atterrati a Tokyo, ci avrei creduto senza battere ciglio. Tanto, non c’era neppure una finestra con accesso a un qualunque panorama che fosse in grado di smentire la notizia.
La Herzt ci regala la prima sorpresa del viaggio, affidandoci con un up-grade gratuito una bellissima e comodissima Volvo V40 al posto dell’utilitaria che avevamo prenotato da casa, e che al momento non è disponibile. Di un elegante blu notte, interni in pelle, navigatore integrato, A/C, piena di congegni tecnologici automatici e con un bel bagagliaio grande dove tenere le nostre cose al sicuro, è il mezzo perfetto per il tour che abbiamo progettato di fare. Ringraziamo il gentilissimo operatore Hertz, che non ha proprio motivo di continuare a scusarsi dell’inconveniente, e lo salutiamo con grandi sorrisi. Prendiamo due sandwich da Marks and Spencer utilizzando per la prima volta in questo viaggio le banconote con la Regina stampata sopra e ci sistemiamo nell’auto col volante sul lato destro dell’abitacolo, infilando la nostra prima rotonda a sinistra diretti verso Est. Ci sentiamo già inglesi fino al midollo. La prima tappa di questo lungo giro è a una mezz’ora a est di Gatwick, nel paesino di Downe. Qui si trova Down House, la casa dove per oltre 40 anni ha vissuto Charles Darwin, il grande scienziato e naturalista inglese padre dell’Evoluzionismo. Ci arriviamo con facilità e ci fa piacere vedere che nel parcheggio non ci sono molte auto, segno di una visita più tranquilla. Alla cassa mostriamo la ricevuta di acquisto online delle nostre tessere di membri della fondazione English Heritage, un’organizzazione che si occupa della tutela di molti siti storici inglesi inclusa questa casa museo, la cui tessera di associazione funziona come una sorta di abbonamento che ci permetterà di risparmiare sull’ingresso alle molte attrazioni che abbiamo in programma di visitare. Non abbiamo fatto in tempo a ricevere le tessere per posta prima della partenza, ma la ricevuta di pagamento dovrebbe comprovare che siamo regolarmente iscritti e abbiamo diritto all’ingresso gratuito (prezzo standard 10,30£ a persona), cosa che, con mio grande sollievo, avviene senza troppe difficoltà. Nonostante sia solo una ricevuta che, a parte un importo finale e pochi altri dettagli, non riporta alcun logo né un numero effettivo di tessera, alla cassa nessuno si sognerebbe mai di mettere in dubbio la nostra parola. Adoro i paesi civili.

La casa è bellissima, dentro e fuori. Un vero gioiello. La struttura principale è a due piani, architettura elegante color avorio con un fantastico giardino tutto intorno che include frutteto, orto, serra e passeggiate di viali incantevoli lungo i quali lo studioso era solito cercare momenti di riflessione e tranquillità.

L’interno ha scricchiolanti pavimenti in legno e pareti ricoperte di tappezzerie vittoriane, è accogliente e molto ben conservato. Al piano di sopra c’è un’esposizione di oggetti appartenuti al padrone di casa, strumenti di lavoro e libri di scienze, fossili, incredibili collezioni di insetti che Darwin cominciò a raccogliere fin da bambino, uccelli impagliati provenienti da ogni parte del mondo e bellissimi ritratti suoi e dei suoi numerosi familiari. Ma soprattutto, nelle teche in vetro sono conservati molti quaderni di appunti originali, scritti con una calligrafia minuta e precisa, senza un errore o una cancellatura, sottile e decisa, come di qualcuno che sa esattamente di cosa sta parlando. In uno studio è appesa un’enorme mappa sulla quale una linea irregolare segna le tappe dell’itinerario del suo viaggio di 5 anni intorno al mondo sul HMS Beagle, il brigantino con il quale solcò tutti i mari e visitò tutti i continenti. Durante il suo lungo viaggio osservò ogni tipo di ecosistema, raggiunse le isole più sperdute, incluse le Galapagos, e le foreste più sconosciute, e, grazie alla sua curiosità e al suo talento scientifico, riuscì a farsi un quadro dettagliato di come era fatto questo nostro mondo, con le più disparate creature che lo abitavano. Dopo il viaggio in nave, di cui si può vedere una ricostruzione della cabina in cui visse per tutti quei mesi, Darwin tornò qui, in questa magnifica dimora immersa nella campagna inglese, e lavorò per anni sul materiale raccolto durante le sue ricerche in uno studio a pianterreno, che è la stanza più bella della casa. Ampio, luminoso, accogliente, con un caminetto centrale alla parete, due librerie cariche di volumi, mensole piene di oggetti, vasetti, barattoli, scatole, campioni, e una scrivania al centro della stanza con una grande poltrona in pelle intorno alla quale pare ruotare tutto il resto. In un angolo del tappeto c’è ancora una cuccia di stoffa che sembra pronta a ospitare un piccolo cane da compagnia. Si ha l’impressione che lo scienziato sia appena uscito per una passeggiata, e che rincaserà a minuti.

In questa stanza, circondato dai suoi familiari, Darwin studiava con grandissima dedizione e passione per la scienza, e qui elaborò la sua Teoria sull’Origine delle Specie basata su un concetto di evoluzione legata all’idea di selezione naturale, che rivoluzionò completamente e per sempre il modo di pensare degli uomini moderni.
Quest’uomo curioso e umile, armato solo di un taccuino e di un microscopio artigianale, fece piazza pulita di Dio e di millenni di assolutismi classici dimostrando come, per conoscere davvero le cose, a volte basti solo osservarle con maggiore attenzione.

Dopo la presentazione della sua Teoria alla Linnean Society, Darwin divenne un punto di riferimento per tutti gli scienziati del tempo entrando a far parte della Royal Society. Alla sua morte, avvenuta in questa stessa casa, fu sepolto nell’Abbazia di Westminster, tra le personalità più importanti della storia inglese. Ancora oggi, uno dei college di Cambridge porta il suo nome. Un personaggio straordinario, il cui lavoro di analisi e scoperta divide la storia dell’Umanità in Prima e Dopo la sua Teoria. Magari non sapremo mai ‘dove stiamo andando?’, ma quest’uomo ha certamente contribuito a fornirci una possibile risposta alla domanda ‘da dove veniamo?’.

Niente male, come prima visita di oggi.
Prima di uscire passiamo dallo shop ad acquistare un libro, e prendiamo anche un sacchettino di prugne raccolte nel frutteto della casa a soli 0,50 pence. Il costo è molto basso, ma poter mangiare le prugne di Darwin è una soddisfazione che non ha prezzo!

Riprendiamo la nostra auto nei tempi previsti e ci avviamo verso la seconda tappa, Knole House, nel paese di Sevenoaks, inclusa nelle destinazioni del nostro GPS versione inglese.
Knole è una magnifica residenza giacobina che fu donata direttamente da Elisabetta I a suo cugino Thomas Sackwille, primo Conte di Dorset, e che appartiene a questa famiglia da allora. Una famiglia importante che conta diversi Arcivescovi di Canterbury nella sua discendenza e anche alcuni artisti, tra cui la scrittrice Vita Sackwille-West, nata proprio in questa casa. La raggiungiamo in una mezz’ora, mentre il cielo si rischiara e si riannuvola diverse volte. Le nostre tessere di soci del FAI italiano ci garantiscono l’ingresso gratuito agli edifici curati dal National Trust, inclusa questa antica dimora, quindi entriamo senza problemi.

Fin dal primo impatto la casa, che è la più grande dimora di campagna di tutta l’Inghilterra, si rivela stupenda, tutta in pietra con un facciata immensa. Più che una casa sembra un vero e proprio castello, col tetto decorato di comignoli di mattoni e quattro torrette merlate a coronare il portale d’ingresso. Anche il parco intorno è da cartolina, con ettari di boschi di querce e campi aperti in cui vivono diversi gruppi di cervi. Sappiamo che sono là da qualche parte ma non sappiamo se riusciremo a vederli visto che il parco è così vasto, e proprio mentre siamo lì che ce lo domandiamo ne scopriamo un gruppetto che si riposa su un prato accanto all’ingresso. Sono magnifici! Non molto grandi, color nocciola chiaro con i pomelli bianchi sul dorso, le corna vellutate e lo sguardo curioso. Proviamo ad avvicinarci ma non li vogliamo spaventare, anche se sembrano tranquillissimi. Probabilmente sono abituati alla presenza regolare dei visitatori in giro per il parco.

Luca prende un po’ d’erba e riesce subito ad attirare la loro attenzione, facendoli avvicinare di qualche passo. Poco dopo arrivano anche dei turisti russi che hanno del pane, allora i cervi, sia quelli grandi che quelli più giovani, si accostano incuriositi, e un signore ne da un pezzo anche a noi per farceli venire più vicini e fare qualche foto mentre li accarezziamo. Sono così belli, con le zampe sottili, gli zoccoli piccoli, il naso morbido, gli occhioni scuri e lucidi, e i movimenti così fluidi ed eleganti, sembrano creature fatate. Li seguiamo per un po’ scattando foto, incantati dalla loro grazia naturale, poi li lasciamo in pace al loro bosco e cominciamo la visita della casa.

Subito nella Hall trovo una sorpresa divertente, che più tipica non si potrebbe: alcune signore, volontarie dell’associazione, aiutano i visitatori a indossare abiti in stile Tudor per farsi la foto su un piccolo palco organizzato per l’occasione. Hanno abiti per uomini, donne o bambini, tutti di foggia originale, in velluto e damaschi, con collari e cappelli, collane e mantelli, da infilare sopra i propri abiti per poter vivere questa atmosfera antica in maniera ancora più intensa e fare un vero salto nel passato, a incontrare la Regina Elisabetta I o Enrico VIII con la sua corte. Ed è gratis! Non posso perdere questa occasione. Una signora molto gentile mi aiuta a indossare un vestito rosa di velluto damascato, con cuffietta in pizzo, collana di perle e tutto il resto, e mi metto in posa sul palchetto mentre Luca mi fa le foto divertito. Questa è una di quelle tipiche cose che puoi fare solo qui, una di quelle che mi riconferma ancora una volta il mio feeling speciale per questo popolo e questi luoghi. Non avrei potuto cominciare la visita in maniera migliore.

La casa è splendida, almeno la parte visitabile lo è, visto che sarebbe troppo grande da vedere in ogni sua zona. Questa infatti è una delle poche Calendar House rimaste, ha cioè 365 stanze, 52 corridoi e 7 cortili. Amazing! All’interno sono esposti mobili originali di grande pregio, dipinti, ritratti e oggetti preziosi che fanno parte di antiche collezioni, ma è anche l’architettura della casa in sé ad essere di assoluto valore. Alcuni pezzi di mobilia avrebbero evidente bisogno di un accurato restauro, specialmente le tappezzerie delle sedie e dei divani e alcuni arazzi, ma un volontario ci spiega con solerzia che ci stanno già lavorando.

I Sackwille sono ancora oggi i proprietari di questa magione meravigliosa, che è una delle più antiche e importanti di tutta l’Inghilterra, ma per me è soprattuto il luogo in cui è ambientato il romanzo “Orlando” di Virginia Woolf, amica e poi amante di Vita Sackwille-West. Pensare di passeggiare qui dove lei è stata, in un luogo che ha così tanto amato e conosciuto, mi regala un’emozione unica.

Il parco è immenso, facciamo un breve giro ma dopo oltre due ore di sole il cielo si è scurito, così torniamo verso la macchina e mangiamo i nostri sandwich seduti a un tavolino sotto una quercia, che dividiamo con una famiglia inglese con 2 adorabili bambini. In pochi minuti comincia a cadere una pioggerellina fitta, che poi diventa un acquazzone e quindi un vero e proprio diluvio. L’acqua cade a scrosci e anche se abbiamo un telo di gomma per ripararci, quando riusciamo a risalire in auto siamo completamente inzuppati.
Benvenuti in Inghilterra!

La terza e ultima tappa di oggi è un altro luogo mitico del sud, la Cattedrale di Canterbury, Patrimonio dell’Unesco per la sua meraviglia artistica e storica e radice della diffusione della Cristianità nel regno anglo-sassone.

Arriviamo in orario per la visita alla più importante chiesa gotica inglese, che vogliamo fare anche se è piuttosto costosa, ma purtroppo scopriamo che oggi la chiusura è stata anticipata per la messa dei vespri, e le visite turistiche non sono più ammesse. Non possiamo rinunciare a entrare nella cattedrale più famosa d’Inghilterra, che è la sede dei più potenti Arcivescovi della storia inglese e in cui si trova anche la Cattedra del capo della chiesa Anglicana, la massima autorità spirituale anglosassone dopo la Regina. Quello che i Re li battezza, li sposa, li incorona. Questa chiesa bellissima ricca di guglie e statue è il sito originale del martirio di St Thomas Becket, il cui sepolcro divenne meta di pellegrinaggio da parte dei cristiani fin dai primi anni del 1200 e fu immortalato da Chaucer nei suoi “Racconti di Canterbury”, una pietra miliare della storia della letteratura inglese per i quali l’autore si ispirò nientemeno che al “Decamerone” di Boccaccio. E come se non bastasse, questo magnifico edifico gotico è anche il luogo in cui si svolge il capolavoro di Eliot “Assassinio nella Cattedrale”, un dramma anti-totalitaristico che fu rappresentato per la prima volta proprio nella sala capitolare della cattedrale nel 1935. Insomma, rinunciare a entrare qui non è proprio pensabile.
Siamo comunque molto incuriositi dai famosi Evensongs, così importanti nella gerarchia delle celebrazioni quotidiane di ogni chiesa inglese, quindi vada per quelli. Entriamo attraverso una porta secondaria, lungo il lato del transetto est, e raggiungiamo la magnifica zona del coro, situata dietro l’altare maggiore, con un gruppo di altri fedeli, con i quali seguiamo tutta la funzione cantata con sottofondo di organo. L’atmosfera è molto bella e spirituale, e la musica potente dell’organo sale in alto riempiendo ogni spazio delle volte ricurve mescolandosi alle voci dei cantori. E’ emozionante pensare che tra queste pietre e queste colonne scolpite, da questi seggi di legno cesellato, in questo stesso modo fatto di musica e voci che si levano in alto, qui si prega Dio da quasi 1000 anni. E’ un modo diverso e molto intenso di fare l’esperienza della cattedrale, e alla fine ne siamo contenti. E anche se non abbiamo visto il punto esatto in cui avvenne il famoso assassinio di Becket, ricorderemo questo luogo così importante nella storia inglese in maniera speciale.
All’uscita torniamo alla macchina e raggiungiamo l’Amadis b&b dove abbiamo la prenotazione per dormire questa stasera. Scopriamo che si tratta di una bella casa con giardino situata poco fuori città, dove siamo accolti da una signora che ci fa sistemare con cortesia e poi ci consiglia di andare fino al vicino paesino di Whitstable per cena. Seguiamo volentieri le sue indicazioni e ci regaliamo un giro fino al lungomare, dove finalmente incontriamo l’Oceano. Qui si chiama Mare del Nord, ma di fatto è l’ultima propaggine orientale della Manica, che poco oltre distende la sua immensa massa grigia fino su alla Scandinavia. Ma per me, è sempre Oceano. E lo vado subito a toccare.

Ceniamo in un pub caratteristico, accogliente e non troppo affollato, con addosso quella sensazione di lieve meraviglia che suscita sempre la consapevolezza di stare vivendo davvero qualcosa che fino a ieri era solo un sogno. Piove leggermente quando rientriamo nella nostra stanza a riposare, dopo una giornata piena di belle emozioni.

_____________________________________________________________

Sabato 19 e domenica 20 maggio: Lisbona

26 maggio, 2013 in Viaggi. Commenti: 4

E alla fine ci siamo arrivati, là dove volevamo arrivare. Dopo un lento pellegrinaggio durato ben 8 giorni e oltre 1000 km, eccoci finalmente davanti a lei: Lisbona. La capitale-mito di questa terra antica e genuina, la città misteriosa e affascinante che era nei nostri sogni da sempre. Quella che farà da pietra di paragone per ogni bellezza appena ammirata, e per ogni altra già conosciuta altrove. Una capitale strettamente legata alla storia più antica del nostro continente che però se ne sta defilata sul bordo estremo d’Europa, come volontariamente appartata, voltata verso l’Oceano a dare le spalle a tutto il resto, a prendersi in faccia il vento di mare e scrutare fisso verso occidente. Perché chi stava qui lo sapeva, che laggiù c’era il resto del mondo da scoprire.
Gli dedichiamo due giorni, a questo luogo mitico, niente, in effetti, per un posto che non basterebbero due vite a conoscere, ma abbastanza per rimanerne stregati per sempre. Già l’arrivo è di quelli che non si dimenticano, attraverso il maestoso ponte di ferro XXV Aprile, immenso e rosso a cavallo dell’estuario del Tago. Un ponte che è il fratello minore del Golden Gate del Pacifico ma altrettanto bello, e anche lui a fare da porta d’ingresso a un Oceano smisurato.

1

Dal ponte rosso si accede a una città insolita, unica, e bellissima. Una città piena di storia e di fascino, affacciata sul mare, spazzata dal vento e dalle nuvole più grandi che abbiamo mai visto. Palazzi eleganti, piazze enormi e accoglienti, una stazione dai decori unici, tracce di fasti lontani che ancora mandano bagliori di fascino.

2

Tra le piazze più spettacolari, la Praça do Comércio, uno spazio di 170 metri per 170 circondato su tre lati da palazzi raffinati con splendidi porticati alla base, e con lo scenario immenso del Tago che si apre sul quarto lato. Al centro del lato opposto al fiume, un arco trionfale ottocentesco collega a un’altra piazza importante della città, il Rossio. In mezzo alla piazza si può ammirare un’imponente statua equestre in bronzo di Re Giuseppe I, monumento a uno dei grandi Re del Portogallo.

3
4

Anche a Lisbona ritroviamo le meravigliose pavimentazioni geometriche di pietre bianche e nere che decorano gli spazi immensi riservati a piazze e marciapiedi: cerchi, onde, fiori, greche, tralci. Uno spettacolo extra che si aggiunge gratuitamente a tutta la bellezza che circonda chiunque decida di fare una delle cose migliori che si possano fare qui: una tranquilla passeggiata in giro.

5

Una città fantastica e unica che, come non avevamo mai visto da nessun’altra parte, è divisa in due non in orizzontale ma in verticale, in cui la zona della Baixa affacciata sul Tago si contrappone al Bairro Alto, antico quartiere caratteristico arroccato in cima a una collina, dominato dalle nuvole e dal Fado. E per andare da una zona all’altra, basta prendere una vecchia funicolare che monta su ritta come quelle che scalano le vette alpine, oppure salire su uno di quegli sferraglianti tram gialli che si arrampicano su per le stradine contorte come enormi e lenti insetti, fatti di legno lucido e metallo scricchiolante, cavi dondolanti e campanelle allegre. Sali su e ti siedi, e il viaggio comincia.

6

E se poi i tram e le funicolari che risalgono le viuzze ripide fino al Bairro Alto non bastassero, in questa sorprendente capitale si trova anche un altro mezzo di trasporto assolutamente unico, l’Elevador de Santa Justa. Progettato da un architetto francese alla fine dell’ottocento per celebrare l’arrivo del nuovo millennio, è di fatto un vero e proprio ascensore che collega la Baixa col Bairro Alto coprendo un dislivello di oltre 30 metri. Dal design raffinato, tutto in ferro in stile vagamente neogotico, si innalza a fianco di un palazzo in una piccola via laterale, ed è una delle attrazioni preferite dai turisti. Perché non capita spesso di poter dire che per andare in una certa zona della città non si è preso un taxi, né un bus, o un tram o una metro, ma un ascensore. E uno bellissimo, poi.

7

Cuore storico, spirituale e artistico della città e monumento imperdibile per ogni persona che passi di qui, la Sé, posata in cima a una collina che si affaccia sul mare, è certo l’edificio più importante e rappresentativo di Lisbona. Una cattedrale-fortezza dall’aspetto potente e solido come un castello, con un enorme portale strombato sormontato da un bel rosone e affiancato da due torri gemelle ornate di merli. Cominciata nel 1150 per volere del re Alfonso I, ha subito diverse ricostruzioni a causa di danneggiamenti dovuti a guerre e terremoti che risultano in diverse sovrapposizioni stilistiche, dal romanico al barocco al manuelino, comunque mai fastidiose o disarmoniche.

8

La navata di questa Sè è degna di una vera cattedrale di capitale, immensa, profonda, dalle volte altissime sorrette da colonne di pietra possenti e riccamente decorate. La luce entra dalle finestre a ogiva dalle vetrate istoriate creando un’atmosfera di grande fascino.

9

Nel transetto, le tombe del re Alfonso I e della regina sua moglie, e sarcofagi medievali scolpiti come vere opere d’arte. Ma mentre il re riposa da antico guerriero, con la sua spada tra le mani, la regina se ne sta distesa con la testa appoggiata a un cuscino vestita di tutto punto, coi gioielli e la corona e tutto, e tiene tra le mani un libro di preghiere che è intenta a leggere devotamente, mentre i suoi fedeli cani sono distesi ai suoi piedi a farle compagnia per l’eternità. Magari il marmo sarà un materiale più nobile e sfarzoso, ma la pietra – non c’è nulla di più bello della pietra, per dare materia e colore a una tomba.

10

Non lontano dalla magnifica Sé si trova la chiesa di Sant’Antonio, il Santo di Lisbona diventato poi famoso come Antonio da Padova e venerato in tutto il mondo come uno dei Dottori della Chiesa Cattolica. Antonio non poteva non avere un luogo sacro a lui dedicato nella sua città natale, proprio nel sito dove pare si trovasse la sua casa di famiglia. E’ una bella chiesa barocca, dalla facciata elegante, con una piccola piazzetta davanti dove è stata sistemata una statua in bronzo del Santo che, secondo l’iconografia più classica, porta in braccio il Bambino. Ci si potrebbe trovare in una qualunque piccola piazza del nord Italia, se non fosse per il blu sfacciato dell’Oceano disteso a poche decine di metri dalla chiesa, e per le enormi nuvole candide che si rincorrono nel cielo infinito.

11

Posata sul bordo estremo dell’Oceano, terra di esploratori e naviganti, Lisbona non poteva non rendere omaggio ai suoi tanti eroi leggendari partiti da queste sponde a bordo delle loro caravelle con le croci templari dipinte sulle vele, pronti ad affrontare l’ignoto con coraggio smisurato e a sfidare l’orizzonte per aprire vie nuove verso l’Africa, l’America del sud, le Indie, e le acque e le terre mai conosciute prima. Così, per celebrare i 500 anni dalla morte di Enrico il Navigatore, che abbiamo visto riposare nel bellissimo monastero di Batalha, hanno costruito un monumento che è un’enorme caravella di pietra, e hanno pensato di metterlo proprio sulle rive del Tago, lì dove le sue acque dolci si mescolano con quelle salate del mare.

12

E’ un monumento sorprendente, e bellissimo. Una vela di pietra gonfia di vento pronta a salpare per nuove terre, enorme, possente, e leggera. Ai suoi lati, due file discendenti di uomini si accalcano verso la prua curiosi, attenti, pronti a qualunque avventura. Sono navigatori, eroi, re, poeti, i migliori uomini del Portogallo che hanno contribuito a fare la grande storia di questa terra posata al confine con l’ignoto.

13

Sul pavimento dello spiazzo che accoglie il Monumento alle Scoperte, una enorme rosa dei venti e una mappa ricordano i viaggi degli antichi navigatori. Nel cielo, nuvole immense corrono verso l’Oceano, spinte dallo stesso vento che 500 anni fa gonfiava le vele delle caravelle portoghesi verso nuovi mondi.

14

Poco più avanti sul lungofiume spazioso, sorge un’altra testimonianza dell’orgoglio portoghese per i suoi esploratori, la magnifica Torre di Belèm, voluta dal re Giovanni II per commemorare l’apertura della rotta per le Indie da parte di Vasco de Gama e per proteggere la foce del Tago.

15

Costruita agli inizi del 1500, è un’impressionante torre quadrata alta circa 30 metri, possente, un bastione in pietra a più piani decorato da torrette, colonnine, merli e finestre in stile tipicamente manuelino, elegante e solitaria, strano faro senza luce posato sul bordo estremo dell’acqua.

16

Non lontano dalla Torre di Belèm facciamo un’altra scoperta straordinaria, in questa città che celebra ovunque i suoi famosi navigatori, il Monasteiro dos Jeronimos. Costruito sulla pianta della piccola chiesa nella quale Vasco de Gama e i suoi marinai pregarono prima di cominciare il loro avventuroso viaggio verso l’India, è diventato uno dei gioielli di Lisbona, un edificio inconfondibile progettato nel più evoluto stile manuelino, che oltre al monastero comprende la chiesa, il chiostro, la sacrestia e il refettorio.

17

Se il monastero è bello, il chiostro è assolutamente meraviglioso, e certamente il più bello che abbiamo visto fin qui tra quelli costruiti in questo particolarissimo stile portoghese ricco di rilievi, riccioli, tortiglioni, foglie e figure inquietanti. Strutturato su due livelli ornati di diverse serie di archi, colonne e guglie, è un pizzo di pietra che racchiude un quadrato di pace assoluta. Un’oasi di silenzio e armonia, una doppia galleria ombrosa che apre i suoi archi dolci sulla luce prepotente del cielo spazzato da un vento che profuma di mare.

18

Tra gli spazi più belli c’è decisamente il Refettorio, completamente rivestito di spettacolari Azulejos floreali dai toni azzurri e gialli di un’eleganza rinascimentale. E sotto il loggiato silenzioso, sacro nel sacro, la sepoltura di Vasco de Gama, l’eroe, e il semplice cippo che è la tomba di Fernando Pessoa, anima di questo paese e coscienza artistica di questa terra di uomini avventurosi che hanno i sogni già scritti nel DNA.

19

La chiesa del Monastero è all’altezza del resto del complesso, e una delle più belle che abbiamo visto in tutto il Portogallo. Costruita in stile gotico manuelino, ha tre navate ampie tracciate da colonne altissime scolpite in maniera spettacolare, con una volta a nervature intrecciate che rende la pietra elegante come un pizzo e leggera come una ragnatela.

20

Dal livello superiore del chiostro si ha accesso a una balconata interna che si affaccia sulla navata centrale della Chiesa, dalla quale si può godere di uno spettacolo privilegiato sulla straordinaria architettura di questo edificio incluso dall’Unesco tra i tesori Patrimonio dell’Umanità. Questo sito è anche Panteon, in quanto include le tombe di vari re e regine portoghesi compreso quel Manuele I che diede il nome a questo insolito stile decorativo. Un gioiello sorprendente che da solo vale il viaggio in questa affascinante capitale.

21

Una città che regala arte e bellezza ad ogni angolo, che è musica e storia, ed è soprattutto poesia nella figura onnipresente del suo rappresentante più significativo, il grande autore Fernando Pessoa oggi come in passato seduto al suo tavolo del Cafè a Brasileira, nel vivace quartiere del Chiado.

22

Una capitale magica, Lisbona, grande, aperta, arrampicata sulla costa ultima dell’Oceano, divisa su due livelli quasi fosse impossibile tollerare tutta la sua bellezza in una volta sola, quasi fosse un peccato imperdonabile non regalare ai suoi visitatori certi indimenticabili Miradouros belli da lasciare senza parole.

23

Il tempo è poco ma la personalità di questa città è potente, e lascia una traccia indelebile in noi. Le piazze enormi e vive, i castelli e le chiese, le funicolari con i loro assurdi dislivelli, i navigatori celebrati ovunque, i ponti, il fiume immenso, la pietra, le nuvole, la musica, le parole – Alfama, Bairro, Chiado, Baixa, Rossio, Miradouro, elevador – che suonano dolci come un Fado. E l’aria, la luce, l’Oceano. Qui è la radice della Saudade, ed è questo strano sentimento che ci rimane appiccicato addosso quando ripartiamo, la nostalgia di questa città magnifica e la voglia di tornarci presto.

24

_____________________________________________________________

Venerdì 18 maggio: Cabo da Roca – Cascais – Estoril – Evora

17 febbraio, 2013 in Viaggi. Commenti: 2

Sintra ci è piaciuta molto, ma dobbiamo lasciare il nostro appartamentino di prima mattina per cominciare la nostra ultima giornata di visite prima di raggiungere la capitale, Lisbona. Acquistiamo dei biscotti tipici a una pasticceria sulla piazza principale, per portare via con noi un dolce ricordo di questa cittadina, e ci rimettiamo in auto, destinazione Cabo da Roca.

1

Cabo da Roca non è un paese vero e proprio ma un promontorio roccioso che si affaccia a strapiombo sull’Oceano Atlantico, famoso non solo per la sua bellezza naturale ma perché e’ il punto più a ovest d’Europa. Come dire che quando disegni la cartina dell’Europa, questo e’ il punto che più di tutti si protende verso occidente. Oltre queste rocce c’è solo acqua, tutta l’immensa striscia blu dell’Oceano che divide il nostro continente dall’America. Un ennesimo Finis Terrae di quelli che piacciono a me, che abbiamo già tracciato anche in Irlanda, in Spagna e in Francia, solo che questo è quello vero, proprio il più sporgente di tutti, la vera punta della freccia che indica la via verso il Nuovo Mondo.

2

A segnalare il Cabo c’è un bel faro, come in molti posti del genere, una costruzione larga e bassa con una torretta in pietra sormontata da una grossa lanterna di metallo rosso. E’ semplice, ma suggestiva e affascinante come solo i fari sanno essere; colorati, solitari, vigili, strane sentinelle perpetuamente intente a lanciare il loro messaggio rovesciato – attenzione naviganti, qui finisce il mare, e comincia la terra.

2b

Non c’è molto nella zona del Cabo oltre al faro, solo una specie di obelisco di pietra con una croce in cima, e un grande prato fiorito che si getta nello strapiombo della falesia, alta più di 100 metri. Null’altro. Ma questo luogo e’ preso regolarmente d’assalto dai numerosissimi gruppi di turisti che si trovano a passare da queste parti, perché è bellissima da vedere, questa immensa distesa d’acqua che dilaga a perdita d’occhio davanti a te, e pensare che, anche se sembra impossibile, invece a un certo punto finisce, e arrivi in America.

3

Insomma, se ti affacci di qui e guardi bene, laggiù in fondo in fondo puoi vedere New York. Nei giorni senza foschia, come dice Luca.

4

Volendo, all’ufficio del turismo del Cabo ti rilasciano anche un certificato che attesta che ci sei stato, nel punto più occidentale del continente europeo, ci hai messo i piedi, e più di lì non potevi andare. Ma devi pagarlo la bellezza di 5,20€, oppure 10,00€ se lo vuoi in versione un po’ più fighetta. Ci e’ sembrata una trappola troppo palesemente turistica, così abbiamo lasciato perdere,decidendo che le nostre foto saranno una prova più che sufficiente a testimoniare l’evento.

5
6

Falesia a parte, è veramente bellissimo il mare, qui. E’ quello che la gente viene a vedere fin quaggiù, l’Oceano – senza fine, disteso davanti a questo estremo lembo di terra che punta a ovest, ritaglio irregolare di puzzle che si incastra perfettamente nel continente liquido. Non si può andare oltre, da qui, se non con lo sguardo. O con il coraggio folle dei grandi navigatori portoghesi che si lasciarono questa terra alle spalle portando il loro sogno e la loro lingua in tutto il Sudamerica. Una meraviglia rara. Ce ne andiamo prima che arrivino i bus carichi di turisti vocianti, per conservare nel nostro ricordo l’atmosfera magica di silenzio e solitudine che questo luogo ci ha regalato.

8

Da Cabo de Roca ci dirigiamo direttamente a Cascais, famosa località balneare poco fuori Lisbona tra le preferite dei portoghesi come meta di vacanze estive. E’ una cittadina molto piccola ma affascinante, con un porticciolo sul mare e un famoso mercato del pesce che si anima ogni mattina al rientro dei pescherecci locali.

9

Caratteristici della cittadina sono alcuni edifici eleganti e una piazza con la tipica pavimentazione a motivi geometrici bianchi e neri, che regala l’impressione di camminare dentro a un gigantesco disegno a china.

10

Visitiamo anche la chiesa, dall’architettura semplice ,ma che offre allo sguardo metri e metri di bellissimi Azulejos a tema religioso che decorano le pareti e l’altare. C’è un pellegrino che conosciamo, nel giardinetto davanti al sagrato, uno di quelli che nei suoi innumerevoli viaggi sarà certamente arrivato anche qui.

11

La zona più bella è comunque quella del porto, con le mura degli antichi bastioni, i giardini, la passeggiata a mare, e il faro di Santa Marta a righe bianche e azzurre (chissà perché sono quasi sempre a righe, i fari). In un piccolo slargo proprio lungo il molo ci colpisce la vista di un’insolita statua in bronzo: è un comandante in divisa, fisicamente ben piazzato, dallo sguardo immobile, che fissa l’Oceano di fronte a sé dalla sua postazione di vedetta sul ponte di una nave invisibile. Un inatteso Drogo in versione marinara che scruta perennemente l’orizzonte, aspettando chissà quali invasori.

12
13

E’ una cittadina piccola e semplice Cascais, ma di grande fascino, quello un po’ scolorito dei posti che hanno visto tempi migliori, ma che neanche il passare inesorabile del tempo riesce a rovinare del tutto. Un luogo che vale una piccola sosta.

14

Circa 3 km oltre Cascais troviamo Estoril, dove paghiamo la ragguardevole cifra di 0,60€ per parcheggiare la nostra auto nella piazza principale di questa nota località balneare. Più che nota, Estoril è stata fino a qualche anno fa una cittadina decisamente rinomata, meta mondana di VIP e rifugio di molte famiglie reali europee, una specie di Montecarlo in versione portoghese dove trovare alberghi di lusso con giardini di palme e campi da golf, spiagge attrezzate, musica fino a notte fonda e un famoso Casinò aperto giorno e notte. Ma soprattutto, qui si teneva ogni anno un evento che attirava moltissimi visitatori, la tappa portoghese del Gran Premio di Formula 1.

15

Oggi le cose sono un po’ cambiate, il Gran Premio non si corre più, buona parte della vita notturna si è trasferita a Lisbona, e il Casinò apre solo dopo le 15,00. Quel che resta è un paesino posato davanti all’Oceano affascinante come un villaggio di fiabe, con il suo castello, la spiaggia, un lungo molo di legno, e un mare cristallino che per la prima volta non somiglia neppure lontanamente all’Atlantico immenso e grigio visto fin qui.

16

Tra il Casinò e l’Oceano, la scelta è semplice. Attraversiamo la piazza e la via del lungomare cercando l’accesso alla spiaggia, e poco dopo scopriamo qualcosa di inaspettato. Lungo la costa, esattamente tra la spiaggia e la strada, corre la ferrovia. Passa proprio in mezzo, parallela a entrambe, e di fatto taglia via la spiaggia dal resto del paese. L’unico modo per raggiungere l’area attrezzata è attraversare la stazione. Si deve camminare per un pezzo lungo la pensilina del binario 1 e scendere la scala del sottopassaggio come se si dovesse partire, invece poi, proprio all’ultimo, si va dritti invece di voltare verso il binario 2, si sale una breve scaletta e si sbuca direttamente sulla spiaggia. Il profumo intenso del salmastro arriva già sotto il tunnel, dove i viaggiatori con borse e valige si mescolano ai bagnanti in ciabatte che vanno agli ombrelloni con l’asciugamano a spalla. Alla fine, è tutto solo una questione di destinazione.

17

La spiaggia è bellissima, lunga e bianca, con sabbia fine e rocce lisciate da secoli di carezze atlantiche. Un mare trasparente con riflessi turchesi e radi ombrelloni di palme completano il quadro da angolo di paradiso tropicale. Per la prima volta so che farei il bagno in questo Oceano senza la minima paura. Se non fosse per il cielo di quell’azzurro inconfondibile dove immense nuvole bianche si inseguono come lenzuola impazzite, potrebbe sembrare una tipica località di vacanza esotica.

18

Facciamo con piacere una passeggiata per il paese, lindo e ordinato come un presepe di lusso, ma quando risaliamo in auto sentiamo che non avremo poi troppa nostalgia di questa cartolina elegante. Un luogo decisamente più adatto ad annoiati re e regine in esilio che a vagabondi curiosi come noi.

19

Recuperiamo l’auto e lasciamo Estoril, direzione Evora. Un’altra delle mete speciali di questo viaggio, dalla quale ci aspettiamo molto. La raggiungiamo all’ora di pranzo, dopo un lungo tratto di autostrada, e ci sistemiamo alla Pension Policarpo, affascinante b&b di grande atmosfera, semplice ma con un bell’arredamento tradizionale, che ha almeno due grandi vantaggi, la posizione centrale e il parcheggio riservato gratuito. La giornata si è fatta calda e luminosa, le case imbiancate a calce e decorate da fregi color ocra sono coperte di fiori, e si stagliano nitide contro l’azzurro intenso del cielo. Ad un tratto il paesaggio si è fatto mediterraneo.

20

Ci sistemiamo e usciamo a cercare qualcosa da mangiare, fa così caldo che decidiamo per un piccolo chiosco all’aperto dove mangiamo ottimi panini seduti sotto a un ombrellone, completando lo spuntino con i dolcetti acquistati questa mattina a Sintra. Siamo accanto ad un bel giardino, con aiuole, prati e panchine, ma l’elemento che ci colpisce di più è una strana fontana sistemata proprio in fondo alla terrazza panoramica, con una vasca triangolare al cui centro due buffe figure stilizzate che sembrano appena uscite da un fumetto si scambiano un bacio di marmo senza fine.

21
21b

Fin da subito, Evora ci appare per quello che è: una bellissima città-museo circondata dall’originaria cinta muraria le cui tracce risalgono indietro fino ai Romani, un luogo pieno di fascino e di storia, e decisamente una delle radici più antiche della nazione portoghese. Le stradine acciottolate si incrociano tra salite e scalinate, ordinate e silenziose, abbellite qua e là da azulejos fioriti e piccoli balconi di ferro battuto lavorato a mano. Imponenti e misteriosi, spiccano sulla piazza i resti del tempio di Diana, con le 14 colonne corinzie ancora in piedi dal II secolo AC, anno della sua costruzione avvenuta sotto il regno di Cesare Augusto. Un testimone che non ti aspetti, messo lì in mezzo alle case bianche, così classico e mediterraneo, lontanissimo e familiare a un tempo.

22

Tra le visite da non perdere c’è certamente la Cattedrale gotica, una costruzione in pietra risalente al XIII secolo che è a tutt’oggi la cattedrale cattolica più grande di tutto il Portogallo. Costruita in stile misto romanico e gotico, colpisce immediatamente per la sua imponenza e per l’aspetto di chiesa-fortezza tipico del periodo, con il grande portale a ogiva fiancheggiato dalle statue dei 12 Apostoli e due alte torri laterali a fare da sentinelle all’ingresso dei fedeli.

23

Il biglietto d’ingresso costa 3,50€ e permette l’accesso al chiostro interno e alla torre,che porta al tetto. Il chiostro è molto bello nella sua semplicità, con un camminamento perimetrale elegante, soffitti a volte e colonne sottili che uniscono archi aperti verso un giardino che è quello tipico dei chiostri, ritaglio silenzioso dal caos del mondo esterno.

24

L’interno della cattedrale di Santa Maria Assunta è molto interessante, con una navata ampia e lunga dal classico soffitto altissimo, delicate colonne in pietra, decorazioni sofisticate sugli altari, e una insolita statua lignea policroma di una Madonna del parto con la mano posata sul ventre rotondo che è venerata in tutta la regione per la sua fama di elargitrice di grazie alle donne che desiderano un figlio.

25

Ma anche più bello dell’interno è il panorama che si gode dalla cima della Sè, una volta scalata la chiocciola della Torre che porta proprio sul tetto della cattedrale-fortezza. Uno spettacolo straordinario di spazi aperti verso l’infinito, tra torrette, cuspidi, comignoli, vele campanarie ed elementi decorativi gotici, con un panorama che dilaga a perdita d’occhio su tutta la regione dell’Alentejo, di cui questa magnifica città è il capoluogo.

26

Verso l’esterno, lo spazio infinito e libero di un’intera regione e tutto il cielo del Portogallo, abbellito da batuffoli di nuvole sospese così perfette da sembrare finte. Verso l’interno, la conchiglia chiusa del chiostro, la pace, il silenzio, il raccoglimento, il mondo dello spirito ritagliato via dal reale dalle mura protettive della chiesa-fortezza. Tutti e due bellissimi. Ma più bello di tutto è stare quassù in cima al tetto, sopra a tutto, e poter vedere questo e quello, e non essere obbligati a stare dentro a nessuno dei due.

27

Dopo la Sè visitiamo un’altra chiesa famosa di Evora, quella di San Francesco, a lato della quale c’è una cappella nota per una lugubre caratteristica: la Capela dos Ossos. Questa cappella francescana del XVI secolo è molto conosciuta per le sue decorazioni inquietanti che furono realizzate utilizzando proprio ossa umane. Avevo visto qualcosa del genere a Roma molti anni fa, nella cripta dei cappuccini di Santa Maria Immacolata a Via Veneto, dove le cappelle sono più piccole e più numerose e le decorazioni molto più artistiche, ma l’effetto è più o meno lo stesso. Anche qui, le pareti, le colonne, le volte, le finestre, ogni porzione della cappella è ricoperta da ossa e teschi umani appartenuti ai frati francescani che vivevano nella zona, un materiale ricavato da un totale di oltre 5000 persone. Il risultato finale e’ decisamente macabro, ma l’intento dei frati che ebbero questa idea non era di spaventare o far inorridire i visitatori, bensì quello di farli riflettere sulla precarietà della vita, sull’inutilità della vanità e sul tempo che ci è concesso su questa terra, tanto più prezioso quanto più si è consapevoli della sua brevità. Sulla porta un’iscrizione dice: “noi ossa che siamo qui aspettiamo le vostre”. Non molto allegro, in effetti. Comunque, visitare questa insolita cappella non mi lascia tanto sgomenta quanto pensare a come si saranno sentiti quei frati che la realizzarono, chiusi lì per giorni e notti a selezionare ossa da montagne di scheletri di loro confratelli scavati dai cimiteri locali, e scegliere come e dove sistemarli in questa macabra decorazione muraria.

28

Solo all’uscita della Capela dos Ossos mi accorgo che, purtroppo, in un qualche momento di questa giornata di visita per chiostri e chiese, deve essersi sfilato uno dei miei orecchini di Thun con le coccinelle, e si è perso. Sono molto dispiaciuta di questo fatto, non per il suo valore intrinseco ma perché era un regalo da parte di persone che amo molto e che mi amano molto, e per me era un oggetto speciale. Potrei averlo perso sui tetti della Se’, perché ogni tanto, quando eravamo lassù, ho passato agli altri la mia macchina fotografica per farmi fare una foto, e forse nel togliermi il laccio dal collo l’orecchino si e’ sfilato, ma è solo un’ipotesi. Abbiamo fatto così tanti passi da stamani, non è facile indovinare dove possa essere caduto. Continuiamo il nostro giro guardando per terra mentre camminiamo per le stradine già percorse e per i giardini, nella vaga speranza di poterlo notare da qualche parte, ma sappiamo che le probabilità di ritrovarlo sono quasi inesistenti. Il mio morale è visibilmente a terra, tanto che poco dopo, in un negozio di artigianato locale, i nostri amici mi regalano un nuovo paio di bellissimi orecchini in argento e sughero con dei piccoli pendenti a forma di farfalla, facendomi luccicare di nuovo gli occhi di gioia. Non importa che i regali siano preziosi, quando lo è chi te li fa.

29

Non possiamo completare la visita a questa meravigliosa cittadina medievale senza arrivare alla sua Università, la seconda più antica del Portogallo dopo quella di Coimbra. La sede attuale è ancora nel palazzo originario del 1559, Il Collegio dello Spirito Santo, un bellissimo edificio con un cortile interno circondato sui lati da un loggiato a due livelli incredibilmente elegante, delimitato da archi e colonne. Per visitare l’interno ci mescoliamo agli studenti provenienti da tutto il mondo, indaffarati dietro ai loro zaini pieni di libri e sogni, e l’ambiente che scopriamo è interessante e vivace. Naturalmente, anche qui non mancano intere pareti decorate di Azulejos di un blu intenso, preziose testimoni di un antico passato culturale che continuano a ispirare chi viene qui a studiare come costruire il futuro.

30

Nel nostro lungo giro della città arriviamo fino ai suoi bordi estremi dove si può ancora vedere un tratto dell’antico acquedotto romano detto del Sertorio, lungo oltre 4 chilometri. L’espansione del piccolo borgo ha portato all’incontro tra questa magnifica infrastruttura antica e la periferia abitata, permettendoci così di assistere ad un fenomeno insolito. Nel suo dilagare verso l’esterno, il quartiere ha sfiorato, e poi raggiunto, e quindi inglobato l’antico acquedotto, facendolo diventare parte integrante dell’area abitata;. Il risultato è alquanto bizzarro: mura e finestre costruite sotto le arcate, archi accecati utilizzati come pareti divisorie, entrate di negozi che si aprono direttamente sotto le volte, e case intonacate a calce addossate direttamente ai piloni dell’acquedotto romano, in una sorta di invasione barbarica allegra e informale che ha integrato passato e presente senza alcuna difficoltà, con uno straordinario impatto estetico finale.

31

Ceniamo in un locale del centro e dopo un’ultima passeggiata me ne vado a letto contenta per la visita a questa antica città, certo una delle mie preferite fino a questo momento, e rattristata solo per il mio orecchino perduto, rimasto da qualche sotto la pioggia battente di questa notte. Un pezzetto di me che lascio per sempre in questo luogo bellissimo.
Ci penso ancora la mattina dopo, non riesco a rassegnarmi all’idea di aver perso un oggetto così speciale, sento che è là fuori che vuole essere ritrovato e che devo fare almeno un ultimo tentativo prima di ripartire. Così lascio che gli altri sbrighino le formalità del check out e del carico dei bagagli per fare di nuovo una corsa fino alla Sè, dove credo di averlo perso. Visto che l’ingresso è a pagamento, spiego in qualche modo la situazione alla signora della biglietteria chiedendo se per caso le è stato recapitato un orecchino smarrito uguale a quello che tengo in mano, ma lei non ne sa nulla. Però è gentilissima e mi invita senza che neppure glielo chieda ad entrare nella chiesa a cercare. Percorro la navata con gli occhi a terra, ma so che le probabilità di trovarlo qui sono poche, sento che l’ho perso all’aperto, sul tetto, ma non oso chiedere che mi facciano andare fino su senza pagare. Un signore seduto accanto al bancone della biglietteria mi vede tornare mestamente dalla mia missione di ricerca e mi chiede più dettagli su quello che è successo, così gli spiego il giro che abbiamo fatto ieri e la mia sensazione di averlo perso sul tetto, in cima alla torre, dove non penso di poter salire. Invece lui dice: su? allora vai a vedere! Ma non ho il biglietto… Vai vai, corri! E mentre lo dice, sorride. Non riesco a credere alla gentilezza e alla cortesia di queste persone, alla semplicità con cui riescono a distinguere un dovere da un favore. Salgo la scala a chiocciola della torre come un fulmine, so che ho poco tempo e poche speranze, gli altri mi aspettano e non voglio che perdano tempo per colpa mia, ma voglio ripartire sapendo di non aver lasciato nulla di intentato. Il tetto è grande e chissà dove può essere caduto, ammesso che lo abbia perso proprio quassù come sono assurdamente certa che sia accaduto. Ignoro le uniche altre due persone presenti sul tetto ad ammirare il panorama e comincio a cercare in giro scannerizzando il suolo con lo sguardo, col respiro affannato per le scale fatte di corsa e la sensazione di avere troppo poco tempo a disposizione. Ma non me ne serve molto. Fatti pochi passi verso una torretta, mi pare di vedere da lontano qualcosa di arancione per terra, un piccolo oggetto colorato che spicca sul grigio delle pietre umide. Mi fermo, non è possibile. Sarà qualcos’altro, un foglietto di caramella o uno scherzo della mia miopia, non può essere proprio il mio orecchino. In pochi passi sono lì, e solo quando lo tocco e lo raccolgo nella mano chiudendolo stretto nel pugno mi rendo che è vero – l’ho ritrovato! L’ho cercato più per disperazione che per convinzione, sono salita quassù solo per dire che ci avevo guardato, solo per seguire una sensazione, un richiamo istintivo che nulla aveva a che fare con la mia razionalità ma che mi avrebbe permesso di andare via da qui più serena, e invece l’ho trovato davvero! L’incredulità è così forte che mi travolge come un’onda improvvisa e mi metto a ridere da sola, continuando a stringere nella mano la mia coccinella arancione come se temessi di vederla volare via. Scendo la scala della torre di corsa ripetendomi che è incredibile, e in un attimo sono di nuovo al banco della biglietteria, dove il signore che mi ha lasciata salire su mi vede arrivare di corsa con la mano stretta davanti a me, felicissima: incredibile, guardi! l’ho trovato! l’ho trovato! Apro la mano solo nel momento in cui arrivo davanti a lui, per mostrargli il risultato miracoloso della mia follia e della sua gentilezza unite insieme, e lui ha un reazione che mi lascia di stucco. Si mette a ridere e a parlarmi in portoghese, sembra perfino più contento di me, tocca l’orecchino dicendo qualcosa che deve essere di congratulazioni, poi mi racchiude le mani nelle sue e le bacia, felicissimo. Non avrebbe potuto condividere più sinceramente la sua gioia per questo piccolo miracolo. Mi commuove che lui sia così contento solo perché vede che io lo sono. Lo ringrazio mille volte, lui e l’altra signora, e poi scappo via, verso Luca e gli altri che mi aspettano, col mio tesoro stretto nella mano. Quando la riapro, vedo riflesso sui loro volti lo stupore che deve essere stato il mio nel momento esatto in cui ho raccolto la coccinella dal tetto. Da questo momento, Evora per noi è definitivamente magica. Dopo tutto Lisbona, a pochi chilometri da qui, è la città d’origine di Sant’Antonio, che è il protettore degli oggetti smarriti, e la nostra amica è proprio di Padova, la città del Santo. Coincidenze, certo. Che però ci fanno ripartire più allegri verso la capitale di questa terra bellissima.

32

_____________________________________________________________

Giovedì 17 maggio: Obidos – Sintra

16 novembre, 2012 in Viaggi. Commenti: nessuno


La giornata è leggermente velata di nubi quando partiamo da Alcobaça, dopo una buona colazione a un tavolo con vista sul Monastero. La prima meta di oggi è Obidos, paesino medievale nella regione della Leiria, un piccolo borgo carico di fascino che nella sua storia ha avuto l’insolito destino di essere parte della dote di matrimonio di molte regine del Portogallo. Pare che la prima sia stata Santa Isabella, che se ne innamorò quando le capitò di visitarlo e subito lo ebbe in dono dal Re, inaugurando così una tradizione che si è ripetuta per molti secoli. Si tratta di un minuscolo borgo pedonale raccolto intorno a un castello difeso da possenti bastioni e torri merlate, all’interno delle quali si nasconde un centro abitato che sembra uscito dritto dritto da una fiaba.

Stradine di pietra orlate di fiori si incrociano in mezzo a casette bianche piccole come quelle delle fate, tutte insolitamente decorate da strisce di pittura azzurre, gialle e rosse lungo i bordi e gli spigoli. L’effetto è inaspettato, e delizioso: un misto di favola e isoletta greca, un’atmosfera blu marino in mezzo alle verdi campagne del Portogallo centrale.

Il paese e’ racchiuso da una cinta muraria intatta lunga circa 3 km i cui camminamenti, risalenti ai tempi in cui le sentinelle li percorrevano scrutando la vasta piana circostante per non farsi sorprendere dagli attacchi dei nemici, sono accessibili senza ticket. Basta fare attenzione a dove si mettono i piedi, perché il terreno è irregolare e lo spazio molto ridotto. Ma ad avere un po’ di coraggio, e un vago spirito di avventura, arrivi in cima alla scaletta stretta, e poi a un viottolo di sassi irregolari, e lo spettacolo del panorama ti si spalanca davanti agli occhi come un mare d’erba dalle mille sfumature verdi.

In quello che era il Castello adesso c’è una meravigliosa Pousada, un hotel di lusso dall’atmosfera magica, con vista sul piccolo borgo di casette candide bordate di strisce colorate e cespugli di fiori.

Dopo il Castello, l’edificio più interessante è senza dubbio la Chiesa di Santa Maria, in fondo alla via principale, che si affaccia su una piccola piazza dominata da un unico, altissimo albero. L’interno è minuscolo ma prezioso, con una navata fiancheggiata da colonne sottili che conduce a un bellissimo altare decorato. Nella chiesa sono conservate alcune tele di una famosa pittrice locale, Josefa di Obidos, ma l’elemento più interessante è ancora una volta costituito dai raffinatissimi Azulejos che ricoprono completamente le pareti della chiesa con il loro blu intenso.

Prima di ripartire facciamo un giro per i negozietti di artigianato locale e acquistiamo un pannello di azulejos con un disegno floreale da mettere sul nostro balcone, per portarci a casa un po’ del fascino e della bellezza di questa terra antica. Riprendiamo l’auto che abbiamo lasciato lungo la via fuori dal borgo pedonale e in breve tempo raggiungiamo Sintra, a nord-ovest della capitale portoghese, dove abbiamo prenotato un piccolo appartamento per la notte, la Casa da Pendoa, vicinissima al centro storico. La cittadina, che è patrimonio dell’UNESCO, ci appare subito affollata e piena di traffico. Ci sistemiamo in fretta e usciamo per la nostra prima visita, la Quinta da Regaleria, che raggiungiamo in auto.

Si tratta di una vasta tenuta che comprende un Palazzo nobiliare progettato dall’architetto italiano Luigi Manini ai primi del Novecento su commissione del facoltoso signore Antonio Monteiro. Il biglietto (6,00€) permette l’accesso sia alla villa che al parco circostante, che e’ uno dei più stravaganti che ci sia capitato di visitare. Il progetto, relativamente recente rispetto al resto della città, rispecchia i gusti capricciosi del suo proprietario, che chiese all’architetto di creare per lui un mondo a parte che potesse essere solo suo. E la sua richiesta fu esaudita, senza ombra di dubbio. Fin dall’ingresso si può ammirare l’architettura particolarissima della villa, un misto di stili diversi che comprende il gotico, il manuelino, il romanico e il barocco in un intreccio fantastico così sorprendente da confondere gli occhi e i sensi. Una casa di fate, un castello stregato, il palazzo turrito dove la principessa è tenuta prigioniera dal drago. Un luogo d’incanto.

Gli interni da visitare non sono molti, ma sono certamente notevoli. La sala da pranzo ha un’intera parete a finestre affacciate sul giardino dalle quali filtra una luce obliqua che illumina il grande caminetto scolpito come un merletto, e mostra un incredibile pavimento a mosaico sul quale sono raffigurate vivaci scene di caccia: uccelli, cani, oche, cervi rappresentati in ogni minimo dettaglio sono racchiusi in medaglioni dai colori delicati, decorati da tralci di fiori e piante esotiche. Le porte, laccate di rosso intenso e rifinite in argento sbalzato a imitazione dei portoni dei castelli medievali, sono incredibilmente originali, soprattutto per il contrasto evidente tra i colori chiari e vivaci e lo stile cupo delle forme gotiche.


Nel giardino si trova anche una piccola chiesetta, la Cappella della Santissima Trinità, caratterizzata da numerosissimi riferimenti iconografici di tipo esoterico, massonico e alchemico. Ovunque sono visibili croci templari, sfere armillari, triangoli con al centro l’occhio divino e simboli misteriosi di interpretazione oscura, mentre sulle vetrate colorate di una finestra è dipinto l’episodio, già rappresentato nella chiesa di Nazarè, del nobile cavaliere che per inseguire un cervo rischia di precipitare in un burrone ed è salvato dall’intervento della Vergine Maria. Una piccola cappella insolita e molto luminosa, davvero interessante.

Intorno all’edificio principale si estende il grande parco, che e’ ancora più stravagante del palazzo. Tutto un groviglio di piante e sentieri, boschetti e labirinti, laghetti e grotte, panchine monumentali e architetture dalle fogge più strane e dai nomi suggestivi: la Fontana dell’Ibis, il Terrazzo dei Mondi Celesti, il Portale dei Guardiani, il Pianerottolo degli Dei, La Grotta di Leda, il Laghetto senza Nome, e la bellissima Torre da Regaleira, elegante e misteriosa, dalla quale si gode una vista magnifica sulla città di Sintra.


Gironzoliamo per l’enorme tenuta come in un parco dei divertimenti, con la mappa alla mano solo per assicurarci di non tralasciare nulla, passando da una zona all’altra attratti soltanto dalla nostra curiosità. All’uscita dall’ennesima torretta seguiamo un percorso che arriva a una piccola cascata che sgorga dall’alto di una roccia, dietro la quale si intravede una grotta buia mentre davanti si forma un piccolo bacino d’acqua. Passiamo su un ponticello di legno e ci ritroviamo sulla sponda del laghetto, che si può attraversare camminando sopra piccole rocce piatte che affiorano dall’acqua. La curiosità e il divertimento prevalgono sul buon senso, così mi avventuro, e quando mi rendo conto che queste non sono esattamente cose adatte a me sono ormai dall’altra parte, in salvo e soprattutto ancora asciutta. La grotta dietro alla cascata si allunga in un tunnel completamente buio che percorriamo alla cieca senza avere idea di dove stiamo andando, finche’ svoltiamo in una seconda galleria illuminata appena da un filo di lucine posate a terra, e quando rivediamo la luce del giorno scopriamo finalmente il mistero: siamo in fondo al Pozzo dell’Iniziazione! Il pavimento circolare ricoperto di marmi colorati che formano figure geometriche e’ la base di un pozzo profondo in cui un giro elicoidale di finestre ad archi e colonnine si affacciano lungo le pareti cilindriche creando un effetto di leggerezza ed eleganza inaspettato. Risaliamo lentamente lungo una scalinata che passa dietro alle arcate fino ad arrivare di nuovo in cima; sembra di camminare all’interno di un flauto gigante, affacciandoci ogni tanto dai fori delle note. E’ una strana sensazione poi, uscire di nuovo fuori all’aria aperta. Abbiamo fatto il pozzo, ora siamo anche noi degli Iniziati – anche se non abbiamo idea a cosa siamo stati iniziati, effettivamente…

Ma il bello del parco non sono solo le statue o le torri o le guglie, bensì il parco stesso, le piante, i vialetti, i fiori che spuntano ovunque. E tra tutte le creature verdi che incrociamo, incontro a sorpresa una delle mie preferite in assoluto: una Sequoia americana. Non ho idea di come sia finita qui e perché, è una sorpresa, ed è fantastica. Altissima, rigogliosa, con quella sua corteccia spugnosa e soffice che fa venire voglia di accarezzarla. Certo non è immensa e magica come quelle del National Sequoia Park, quelle per il momento rimangono nella mia lista dei sogni ancora da realizzare, ma è comunque una creatura straordinaria che rende questa giornata ancora più speciale.

Alla fine, dopo tanti giri e tante emozioni dobbiamo deciderci a uscire da questa tenuta così originale, lasciando i suoi misteri e le sue stravaganze dietro al grande cancello di ferro battuto a riccioli.

All’uscita riprendiamo l’auto e saliamo ancora più su lungo la strada tortuosa che si arrampica sulla collina subito fuori da Sintra, e raggiungiamo il Palacio Nacional da Pena, uno dei più famosi palazzi del Portogallo, anche questo compreso nel Patrimonio mondiale dell’Unesco.

Il Palazzo risale alla metà dell’800, fu fatto costruire dalla regina Maria II di Braganza come dono di nozze per suo marito Ferdinando II del Portogallo ed è una costruzione assolutamente sorprendente, anche più della Quinta da Regaleira. O per lo meno, lo è in un modo tutto suo, imprevisto e spettacolare.

Il biglietto e’ doppio e comprende la visita del palazzo e del parco, che e’ molto grande, tanto che per raggiungere l’edificio principale, posato in cima alla Rocca di Sintra, si prende un piccolo bus verde che risale il lungo viale fino all’ingresso. L’impatto con il palazzo è notevole, e inatteso. Un miscuglio di stili architettonici differenti e poco compatibili, che però sembra funzionare, forse grazie ai colori incredibili che decorano i diversi edifici che lo fanno somigliare a una Disneyland romantica.

Torrette rosse, grandi facciate interamente ricoperte di Azulejos blu, cupole gialle, merlature ocra, finestre manueline con grovigli di corde e alghe e inquietanti creature di pietra grigia, archi moreschi giallo limone, edicole gotiche rosa col tetto a disegni geometrici, un caleidoscopio di forme e colori che stupisce e da l’impressione di trovarsi su un set cinematografico, in un luogo artificiale e fiabesco allo stesso tempo, che stupì perfino Lord Byron e fu capace di incantare Richard Strauss.


Il parco intorno al Palazzo e’ immenso e incantevole, seguiamo i sentieri sulla mappa incontrando laghetti, aiuole fiorite, fontane, casette di fata e punti panoramici, ci inoltriamo tanto che perdiamo completamente di vista gli edifici in cima alla collina.

Il giro è faticoso e lungo, ma ripagato dall’incontro con altre sequoie, piante giapponesi ammantate di fiori delicati come farfalle, vialetti romantici e atmosfere da bosco incantato. Sembra di essere fuori dal mondo, in un luogo magico e misterioso dove non c’è più nessun altro tranne noi quattro, immersi nella Natura originaria.

Alla fine della visita salutiamo il parco e il bizzarro palazzo colorato e torniamo verso l’uscita con il solito bus verde che ci aveva portati su, e riprendiamo la nostra auto per raggiungere la Casa da Pendoa. Ci riposiamo un po’ dalle lunghe camminate cercando sulla guida consigli per un buon ristorante per stasera, quindi usciamo di nuovo a fare un giro in centro per raggiungere l’ultima attrazione imperdibile della città, il Palazzo Nazionale. Si tratta in effetti di un complesso di edifici separati costruiti in stili molto diversi, dal manuelino al gotico al barocco, che fu utilizzato come residenza estiva da molti re e regine del Portogallo. Purtroppo è tardi e non è più possibile entrare per la visita degli interni, ma anche da fuori si riesce a percepire la raffinata eleganza di questo palazzo e la bellezza del gruppo eterogeneo di edifici che lo compone. Su tutto spiccano i due enormi coni dei camini delle cucine, vero simbolo del Palazzo Nazionale e della città intera.

Per finire la giornata ci regaliamo una buona cena a base di carne e pesce grigliato in un ristorante tipico del centro, accompagnato da Vinho Verde ben fresco. Una cena un po’ meno economica di quelle fatte nelle sere precedenti, ma comunque un buon modo per concludere una giornata molto speciale.

_____________________________________________________________

Mercoledì 16 maggio: Batalha – Alcobaça – Nazarè

3 ottobre, 2012 in Viaggi. Commenti: 2

Facciamo colazione e usciamo presto, in una mattinata lucente che preannuncia una giornata di sole intenso. Per raggiungere la nostra prima tappa di oggi, Batalha, passiamo per il piccolo paesino di Fatima, dove i tre pastorelli ebbero le apparizioni della Bella Signora che affidò loro i misteriosi 3 segreti. Non ci fermiamo perché non fa parte del nostro itinerario né dei nostri interessi spirituali, ma a dire la verità sono incuriosita da questo luogo di devozione mariana dove è stata costruita una basilica che ha di fronte una piazza lunga un chilometro per poter accogliere le migliaia di fedeli che arrivano qui da tutto il mondo ogni 13 maggio. Non mi sarebbe dispiaciuto visitare la Chiesa e vederla coi miei occhi, questa Signora che ha nella Corona un frammento di una delle sue predizioni divenuta realtà. Ma forse è meglio onorare questo posto col rispetto che gli è dovuto, lasciandolo alla cura esclusiva di coloro che arrivano qui guidati solo dal cuore.

La nostra meta è il Monastero di Santa Maria de Batalha, fondato intorno alla fine del 1300 per commemorare la vittoria di una difficile battaglia in cui un esercito numerosissimo di spagnoli si scontrò con un gruppetto sparuto di soldati portoghesi. Ma i portoghesi avevano pregato la Madonna e lei li aiutò a riportare l’improbabile vittoria finale, così per ringraziarla fu costruita questa grandiosa abbazia benedettina in suo onore. Parcheggiamo la macchina in una piazzetta vicino alla chiesa scoprendo con grande sorpresa che la tariffa prevista per la sosta è di soli 60 centesimi l’ora! Lo stile esterno della costruzione principale e’ gotico fiammeggiante, tutto riccioli, ghirigori e altissime guglie, archi rampanti e pinnacoli, portali scolpiti e statue di santi e apostoli a decine, davvero impressionante per grandiosità e qualità. La pietra è ben conservata, di un color oro che mi piace sempre nelle chiese, specialmente in strutture così originali.

L’interno e’ il gotico più spettacolare, una navata stretta e lunga che va verso l’altare fiancheggiata da due file di colonne altissime, potenti e fitte, una foresta di pietra di un’altezza vertiginosa, tanto che quasi non se ne vede la fine. Volte a croce, altari, vetrate verticali attraverso le quali passano fasci di luce colorati, tutta la magia del gotico che avvolge e incanta.

Alla destra dell’ingresso si trova la Cappella del Fondatore, una cappella a pianta quadrata dalla volta altissima illuminata da una lanterna ottagonale decorata da vetri colorati, nella quale sono sepolti il fondatore del monastero Re Joao I, sua moglie Filippa di Lancaster e i loro figli, compreso Enrico il Navigatore. Le tombe della coppia reale sono di marmo bianco scolpito come un merletto prezioso, raffinatissime e regali. Sui piedistalli, decorati su tutti i lati da figure simboliche, stemmi e motti, sono distesi i due sovrani vestiti di abiti fastosi. Ma non è questo che rende speciali queste tombe. Insolitamente, le sepolture affiancate sono vicinissime, e se ti alzi un po’ sulla punta dei piedi riesci a vedere che le statue si tengono per mano. Non un Re e una Regina, ma due innamorati che un piccolo gesto unisce anche nel tempo infinito della morte. Mano nella mano per l’eternità. Può bastare poco, per dire una cosa immensa.

Nella parte adiacente alla chiesa si possono visitare una serie di chiostri bellissimi, a doppio livello, con lunghi corridoi silenziosi decorati finemente, archi, colonne scolpite, giardini e una fontana dove nuotano dei pesci rossi, splendida.


Lungo uno dei corridoi si apre la Sala Capitolare, nella quale si trova la Tomba del Milite Ignoto della Prima Guerra Mondiale a cui due soldati e una fiamma eterna fanno da sentinella perpetua, insieme a un bellissimo crocifisso ligneo parzialmente distrutto. Un Cristo ancora più doloroso e straziato del solito, simbolo perfetto dell’orrore di una delle guerre più tragiche della storia moderna. Ma la sala ha la principale attrattiva nella sua ardita costruzione architettonica, per le dimensioni notevoli della splendida volta progettata senza l’ausilio di alcun supporto centrale. Un luogo che fu considerato così precario da essere per un certo periodo riservato ad alloggio dei prigionieri condannati a morte, ma che invece è perfettamente stabile e sicuro, e magnificamente disegnato.

Quando finiamo il giro e pensiamo di aver visto tutto, ci accorgiamo che invece non abbiamo ancora visto il meglio. In una zona attigua al Monastero accessibile solo dall’esterno si trovano le Capelas Imperfeitas, il vero gioiello di questo complesso bellissimo. Sono dette imperfeitas poiché sono rimaste incompiute in quanto non vi fu mai aggiunto il tetto, ma di imperfetto non hanno veramente nulla…

Un giro di sette cappelle a base esagonale sono ordinate intorno a una struttura a pianta ottagonale, tutte decorate da ornamenti e fregi in stile gotico e manuelino di una complessità e una ricchezza straordinaria. I pilastri, gli archi, le merlature, i fregi, perfino l’immenso portale alto 15 metri, tutto è scolpito fittamente di edere, fiori, serpi, funi, angeli alati, motti e sfere armillari, in un trionfo di pietra merlettata che lascia storditi.

L’azzurro aperto della volta del cielo dona a questo giro di cappelle di pietra dorata un fascino straordinario, lasciando libera la luce di colorarle a suo piacimento nelle diverse ore del giorno.

Nelle Cappelle Incompiute si trovano le tombe di Edoardo del Portogallo e di sua moglie Eleonora d’Aragona, anche loro sepolti in un’unica tomba gotica molto più semplice di quella della Cappella del Fondatore, con le statue che li immortalano mentre si tengono dolcemente la mano.

Una visita davvero interessante a un luogo bellissimo, Patrimonio dell’Umanità dal 1983.

Dopo la visita del Monastero riprendiamo l’auto e percorriamo i circa 20 chilometri di distanza che ci separano dal paese di Alcobaça, dove dormiamo stasera. Il nostro hotel è vicinissimo al Monastero e abbiamo perfino un balcone con vista sulla piazza della chiesa di Santa Maria, veramente una posizione perfetta. Sulla stessa piazza ci fermiamo a un ristorante turistico a mangiare delle insalate fresche all’ombra di un albero, per ripararci un po’ dai 33 gradi della giornata quasi estiva. Qui un cameriere stravagante e un po’ troppo guascone ci tratta con poca cortesia e alla fine sbaglia – o prova a sbagliare – per ben due volte il conto, presentandoci un totale pari al doppio di quanto dobbiamo pagare e calcolando portate e bevande in più che non abbiamo mai ordinato. Glielo facciamo notare ma lui continua a calcolare male, e solo quando entro nel locale e parlo con la signora alla cassa riesco a far valere le nostre ragioni. E’ vero che c’era confusione e aveva molto da fare, e magari un errore ci poteva stare, ma per la prima volta non ci troviamo bene in un locale, e ci alziamo un po’ delusi.

Quello che non ci delude invece è il Monastero di Santa Maria, un monastero cistercense che fu il primo edificio gotico del Portogallo e che ha una lunga e importante storia intrecciata a quella dei reali di questa terra. Una serie di splendidi chiostri sono racchiusi in questo monastero medievale dalle linee raffinate, con giardini curati e porticati di grande eleganza. Qui si trova anche la Stanza dei Re, a pianta quadrata, che contiene una serie di statue che raffigurano la sequenza dei Re del Portogallo, mentre le pareti sono piastrellate di Azulejos che riproducono scene della storia del Monastero.


Tra i vari chiostri visitabili, il più bello è il Chiostro del Silenzio, aggiunta rinascimentale, con le colonne e gli archi decorati a motivi floreali e animali, davvero imponente. In un angolo di questo chiostro si trova una magnifica fontana di pietra scolpita in rilievo con motivi rinascimentali e decorata da stemmi e animali mitologici, mentre tutto il piano superiore dei loggiati è ornato in stile manuelino molto evoluto, veramente splendido.


20

L’antico dormitorio è un salone enorme con volte a croce sorrette da colonne, dove un tempo i monaci dormivano tutti insieme. Solo più tardi fu creata un’ala con celle individuali nelle quali i monaci potevano riposare e pregare in solitudine.


Un altro degli ambienti famosi di questo Monastero sono le cucine, gigantesche, capaci di ospitare cibi sufficienti a sfamare centinaia di persone. L’elemento più imponente è senz’altro il caminetto, altissimo, completamente rivestito da una piastrellatura bianca che lo fa apparire ancora come nuovo. Nelle cucine si trova anche una grande vasca di pietra nella quale arriva un canale proveniente dall’esterno che era collegato direttamente al fiume del paese, per portare pesce vivo e freschissimo fin dentro alle cucine dei monaci. Veramente stupefacente.

Il refettorio, dove i monaci consumavano i loro pasti, è un elegante salone che contiene colonne e volte, e dove il pulpito dal quale il monaco di turno leggeva passi della Bibbia mentre gli altri mangiavano in silenzio è sistemato in una nicchia molto in alto, sotto una specie di piccolo loggiato interno molto armonioso al quale si accede attraverso una scala di pietra.


Molto importante, oltre alla chiesa, era la Sala Capitolare, dove i monaci si riunivano per discutere le loro faccende e per prendere le decisioni. E’ una sala molto bella, ampia, piuttosto bassa, dalle proporzioni gradevoli, che oggi contiene una serie di statue in pietra in stile barocco.

Anche la Sacrestia, che si apre lungo uno dei corridoi del chiostro, ha un magnifico portone in stile manuelino che sembra sormontato da corde e rami di corallo intrecciati. Comincio a familiarizzare con questo strano stile architettonico così ricco e stravagante. Mi piace il modo in cui mi ricorda immediatamente il mare.

Il cuore del Monastero è ovviamente la Chiesa, che è la più grande chiesa gotica di tutto il Portogallo con i suoi 125 metri di lunghezza per 23 di altezza. Una foresta di colonne altissime e potenti, in quelle proporzioni esagerate del gotico vero che ti fanno sentire una formica che vaga in un prato.

Nel transetto, scrigno nello scrigno, si trovano altri due gioielli preziosi: le tombe di Re Pietro I figlio di don Alfonso IV e della sua amata Doña Inés de Castro. La loro storia e’ molto drammatica, e tra le più romantiche di questa terra. Racconta che Pietro era già sposato quando si innamoro’ di Doña Inés, una dama di corte spagnola che a causa di questo scandalo fu rimandata nel suo paese. In seguito Pietro rimase vedovo, e fece richiamare alla corte portoghese la donna mai dimenticata. Ma Re Alfonso non voleva che il figlio sposasse Inés perché temeva il potere e la possibile ingerenza della famiglia di lei sulla politica portoghese, e li ostacolò in ogni modo. Però i due giovani si amavano, e Pietro la sposo’ di nascosto senza che suo padre venisse a saperlo. Dopo poco tempo alcuni faccendieri agli ordini del Re organizzarono un complotto e riuscirono ad assassinare Inés, ignari del fatto che lei era ormai la moglie di Pietro, che ne ebbe il cuore spezzato e giuro’ vendetta. Quando finalmente divenne Re al posto del padre, convocò i responsabili dell’assassinio, li fece confessare e poi torturare e giustiziare. Quindi rese pubblica la notizia del suo matrimonio segreto con Doña Inés, che era divenuta di fatto Regina del Portogallo, la fece riesumare, vestire con abiti sfarzosi, incoronare e onorare nel modo più degno dovuto a una donna del suo rango da tutti coloro che l’avevano giudicata e cacciata quando era viva. Poi la fece seppellire in un magnifico sepolcro scolpito con angeli guardiani e scene che raffiguravano episodi della loro storia d’amore, sistemato nel transetto di sinistra della Chiesa del Monastero. La tomba di Pietro, ugualmente preziosa e raffinata, fu poi sistemata nello spazio uguale e opposto del transetto di destra, proprio di fronte a quella di Inés, invece che al suo lato come si era soliti fare al tempo. Questo perché così, quando verra’ il giorno del giudizio e tutti i morti si risveglieranno e si alzeranno dalle loro tombe, i due sovrani si tireranno su e la prima cosa che faranno sarà guardarsi dritto negli occhi. Un epilogo molto romantico per una storia dalle tinte gotiche.

Dopo la visita del monastero usciamo di nuovo sulla piazza e facciamo un giro per il paese, e ci gustiamo un gelato fresco per contrastare il caldo. Quindi torniamo in albergo a riposare un po’ prima di cena. Quando usciamo di nuovo è quasi il tramonto, l’aria è tiepida e la luce è finalmente più dolce. Riprendiamo l’auto e andiamo a Nazarè, un paesino vicino che fa ancora parte del comune di Alcobaça e che si divide in due parti distinte, una bassa, allungata sui bordi di una spiaggia fine, e l’altra arroccata in cima a un costone roccioso, dal quale si affaccia direttamente sull’Oceano. La chiesa della Madonna di Nazareth, che da il nome al paese, si trova nella metà in alto, ai bordi di una bella piazza decorata da palme e banchetti di prodotti artigianali. Ma lo spettacolo comincia esattamente dove la piazza finisce. Una distesa infinita di acqua blu viene a dondolarsi su una striscia di sabbia lunghissima, a pochi metri dalle prime file di case del paese, distesa quasi 100 metri più in basso della finestra naturale che ci regala questo panorama mozzafiato. L’Oceano è dappertutto davanti a noi, possiamo vederlo, e sentirne il profumo salmastro che il vento soffia fin quassù spazzando via pensieri e nuvole.

Scendiamo di nuovo giù e parcheggiamo davanti all’Oceano, disteso senza fine davanti a noi. Il sole sta tramontando, la luce cala e l’acqua risplende. La giornata sta finendo in maniera bellissima, così come si è svolta.

Per cena scegliamo un locale indicato dalla LP, “A Tasquinha”, un piccolo ristorante a gestione familiare seminascosto tra le viette interne, con un’atmosfera semplice e accogliente e le pareti decorate di Azulejos. Una signora gentilissima – un’altra, ma le scelgono apposta, qui? – ci consiglia zuppa di pesce, pesce grigliato con contorno di verdure, uno spettacolare spiedino di calamari presentato su uno spiedo verticale, Vinho Verde e coppette di dolci al cucchiaio deliziose, e alla fine ci offre persino un bicchierino di Porto bianco.

Un’ottima cena a un prezzo incredibilmente conveniente, dopo la quale torniamo felici e contenti al nostro Hotel con vista sul Monastero di Santa Maria. Una serata perfetta, che conclude una bellissima giornata di visite a luoghi di grande fascino.

_____________________________________________________________