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Domenica 21 giugno: Dublino – Sandycove – ritorno a casa

7 novembre, 2009 in Viaggi. Commenti: nessuno

Quest’ultima mattina dublinese si presenta grigia, ma non fredda. Prepariamo tutte le nostre cose e depositiamo i bagagli nella stanza dell’hotel adibita a questo servizio prima di uscire per la nostra passeggiata in cerca della colazione. E’ presto, è tutto chiuso e c’è un grande silenzio in giro, cosa che ci sorprende ancora una volta in una capitale così importante.mattina.jpg Passeggiamo tra le strade ormai quasi familiari, pioviccica appena e l’atmosfera è incredibilmente romantica. Camminando verso O’Connell Bridge scopriamo a breve distanza una dall’altra un paio di mattonelle di ottone fissate sul marciapiede che ricordano due delle tappe della giornata di Leopold Bloom in Ulysses, con tanto di silhouette in rilievo e citazione dall’episodio del libro.bloom-2.jpg Sono due delle tappe che i fan di Joyce ripercorrono il giorno di Bloomsday,bloomsday.jpg quando ritracciano in una giornata lo stesso percorso che lui fa nel romanzo, fermandosi proprio in quel luogo preciso a leggere quel particolare brano della storia. Non sapevo che avessero addirittura sistemato queste mattonelle commemorative lungo il percorso, e sono davvero molto contenta di averne scovate alcune, è un po’ come aver partecipato al Bloomsday di quest’anno, anche se con alcuni giorni di ritardo.bloom.jpg Un altro regalo che Dublino mi fa spontaneamente e generosamente. Continuiamo fino a Grafton Street, la via dei negozi, tutto è tranquillo anche qui e solo una bancarella di fiori colorati già aperta sembra confermare che un altro giorno è ormai cominciato.fiori.jpg In una traversa scopriamo l’ingresso del Gaiety Theatre , il teatro più antico della città, con una bellissima pensilina esterna in ferro battuto decorata da maschere in ottone e l’aria di un luogo speciale. Peccato che sia troppo presto e non ci sia possibilità di fare un giro all’interno, deve essere molto interessante. All’esterno troviamo comunque qualcosa che ci regala un sorriso. Sul marciapiede sono state inserite alcune placche in bronzo con le impronte di artisti importanti che si sono esibiti qui, e una di queste porta impresso il calco delle mitiche mani di Luciano Pavarotti. Grandi, paffute, allegre. Fanno venire nostalgia solo a toccarle.luciano-pav.jpg Torniamo indietro piano piano e alla fine scegliamo un bel caffè centrale per la nostra ultima colazione, scoprendo che all’interno è già pieno di persone. Il menu è ricco e il bancone dei dolciumi è stracolmo di brioche e torte di mille tipi, ma dopo un momento di esitazione lasciamo perdere e restiamo fedeli ancora una volta alla nostra Full Irish. E’ l’ultima occasione che abbiamo per gustarla, e per sentirci veri irlandesi per un giorno ancora.breakfast.jpg Il locale è grande e bello, con arredi liberty e luci discrete, e il cibo è ottimo. Dopo colazione usciamo di nuovo per strada, non piove più, e decidiamo di provare a raggiungere la più vicina stazione ferroviaria per informarci sugli orari per raggiungere Sandycove. Sappiamo che dobbiamo tenere ben presente l’orario della navetta per l’aeroporto, ma Luca ha insistito per andarci almeno ad informare perché sa che questo è un altro dei miei sogni da tanto tempo, e dato che siamo qui vuole provare a realizzarlo. Il biglietto del DART costa 8,50€ a testa A/R, parte di lì a pochi minuti e in circa mezzora arriviamo a questa piccola località di mare a circa 8 km a sud di Dublino.dart.jpg Una volta scesi dal treno non abbiamo bisogno di chiedere nulla, fuori dalla stazione è appesa una piantina dettagliata della zona con il percorso tracciato col pennarello rosso lungo la via che va da qui alla “Joyce Tower”.mappa.jpg Ci incamminiamo sul marciapiede deserto, l’aria è grigia ma non piove, e tutto mi pare bellissimo. Superiamo la chiesa di St. Joseph,st-joseph.jpg piena per la messa domenicale, e più avanti notiamo un negozio di abbigliamento che ha in vetrina due manichini che indossano eleganti abiti in stile primi del novecento.abiti.jpg Deliziose tracce di un Bloomsday recente, ovviamente. Arriviamo sul lungomare, che è davvero lungo e spettacolare, e poco dopo la intravediamo chiaramente, rotonda e tozza là in fondo, in mezzo al verde di un ciuffo di alberi, solitaria e inconfondibile. La Martello Tower. Quella di Bloom e Stephen Dedalus, quella del primo capitolo di Ulysses, dove tutto comincia, e dove Joyce ha soggiornato davvero per un breve periodo nel 1904, ospite di alcuni scrittori suoi amici.martello-1.jpg La guardo da lontano e non mi sembra vero. Sono proprio qui. Il cielo grigio crea uno sfondo monocromatico da vecchia foto in bianco e nero alla linea curva della baia di Dublino, l’aria è umida, il vento alto ammassa piano altre nubi.martello-2.jpg Eppure, incredibilmente, quando arriviamo al limite degli scogli vicino alla torre vediamo un gruppetto di adulti e ragazzini in costume che stanno facendo il bagno in una piccola caletta rocciosa. Sarà anche giugno, ma ci saranno sì e no 13 gradi oggi, e il sole sembra un concetto decisamente astratto in questo momento. Potere dell’abitudine… Mi stringo nella mia giacca, incredula alla vista di tanta coraggiosa follia balneare, mentre Luca si diverte a farmi una foto così infreddolita con sullo sfondo quegli eroici bagnanti che continuano a fare tuffi.tuffi.jpg Distolgo lo sguardo da loro per non congelarmi del tutto, concentrando la mia attenzione sulla parete rotonda che si avvicina davanti a noi. La strada finisce proprio di fronte all’ingresso della torretta fortificata, a pochi metri dal mare immobile.martello-3.jpg La posizione è strategica in effetti, e soprattutto fantastica. Pare che queste torrette, costruite in quantità nell’800 in Irlanda e nel Regno Unito per difendersi da un eventuale tentativo di invasione da parte delle armate napoleoniche che non ci fu mai, siano state spesso utilizzate nel 900 come vere abitazioni in affitto, approfittando del fatto che all’interno sono ampie e ben organizzate, sicure, e solitamente posizionate in luoghi di particolare attrattiva dal punto di vista panoramico oltre che storico. Somigliano a fari bassi e grassottelli, senza la lanterna, ma con su la corazza da piccolo soldato coraggioso. La torre da vicino è più grande di quanto pensassi, non è alta ma ha una base ampia, e sulla parete dal lato della strada troviamo l’ingresso del piccolo museo nel quale è stata trasformata dagli ammiratori di Joyce. All’interno sono conservati oggetti appartenuti al grande scrittore, prime edizioni rare, lettere autografe, fotografie, curiosità. Purtroppo la saracinesca è chiusa, oggi è domenica e la time table dice che il Museo (7,50€ a testa) aprirà solo nel pomeriggio alle 14,00. Non potremo restare, perché tra la visita della torre e il viaggio di ritorno a Dublino rischieremmo di non arrivare in tempo alla navetta delle 5 per l’aeroporto, ma non sono troppo delusa, qualunque cosa possa essere contenuta nella Martello Tower non potrà mai emozionarmi più di quello che c’è all’esterno.martello-4.jpg Qui fuori sono ambientate le famose scene che hanno reso mitici questi luoghi, lo Strand della passeggiata di Stephen Dedalus che finge di essere cieco, la baia lì vicina dove Buck Mulligan nuota, la spiaggia dove incontriamo Bloom la prima volta e dalla quale, chiunque se la senta di provarci, si imbarca con lui nella sua incredibile avventura di un giorno, di una vita, di un’epoca. Mi sembra di camminare su quel che resta del set di un film, che in realtà non è altro che il mio personalissimo film, fatto delle immagini che la mia mente vedeva prendere forma mentre leggevo quelle pagine. E mi pare di risentirne i profumi, i suoni, l’aria, intanto che l’orizzonte grigio del mare del nord si stende davanti a noi come un fondale di scena perfetto. Sono contenta che siamo riusciti a venire fin qui, anche se non possiamo entrare nella torre non fa nulla, questa è l’emozione che cercavo, ora lo capisco esattamente, è per queste sensazioni che sono arrivata fin qui, per vedere se le avrei provate davvero o se sarei rimasta delusa, e invece no. Qui ho trovato quello che mi aspettavo di trovare in questo luogo, anche l’ultima prova è stata brillantemente superata da questa terra magica, posso raccogliere tutto con gli occhi e portarlo via con me sentendomi più che soddisfatta. Ripercorriamo il lungomare grigio e senza vento, e ci soffermiamo a leggere l’iscrizione sulla pietra posta accanto all’albero che è stato piantato qui nel 1983 in occasione del centenario della nascita dell’autore di Ulysses.pietra.jpg Mi sembra bellissimo che un intero paese ricordi e celebri con tanta dedizione non un politico o un militare, ma un artista della letteratura, uno scrittore, un rivoluzionario delle parole. Uno che da questo paese se n’è andato e non c’è più tornato neppure da morto, e che invece qui pare essere dappertutto. Riprendiamo il treno e siamo di nuovo in città poco dopo l’ora di pranzo. Ora c’è molta gente in giro, i negozi sono aperti e c’è traffico per le strade, un bel movimento. Torniamo verso Temple Barpub.jpg e capitiamo davanti a un incredibile negozio di articoli per la pesca che farebbe la felicità di mio fratello. La cosa più bella è l’insegna, dipinta sul muro di mattoni rossicci con pittura colorata come si usava un tempo nei piccoli paesi inglesi, una meraviglia, e non solo per gli appassionati di carpe e lucci.fish-shop.jpg Passiamo un’ultima volta a salutare il Trinity, poi entriamo in un grande negozio di Carrolls’ e acquistiamo dei pensierini da portare a casa, tra i quali alcuni segnalibri con ciondoli celtici e un paio di pupazzetti per i nostri nipotini. Quindi torniamo verso O’Connell Street ed entriamo da Eason, una delle librerie più grandi della città. Facciamo un giro nei vari reparti, e alla fine saliamo al piano superiore e pranziamo alla caffetteria self service, con zuppa calda e sandwich leggeri. Un cameriere molto gentile ci chiede di dove siamo e cosa abbiamo visto nella nostra vacanza, ed è piacevole condividere ancora una volta la nostra esperienza irlandese con qualcuno del posto, è probabilmente l’ultima volta che abbiamo l’occasione di farlo e non ci sottraiamo affatto a questa consuetudine che ci è tanto piaciuta qui. Gli raccontiamo delle cose viste e delle città visitate, e dell’anniversario di matrimonio naturalmente, e di quanto ci siano piaciuti gli irlandesi, e lui pare molto contento. Restiamo un po’ seduti a riposarci e chiacchierare tranquillamente, facendo finta che non stiamo per prendere un aereo per lasciare questa città bellissima. Invece alla fine dobbiamo uscire dal nostro rifugio, e tornare verso il Celtic Lodge,celtic-lodge.jpg dove il bus navetta (gratuito, incluso nel costo della stanza) ci accompagna di nuovo all’aeroporto. Facciamo subito il check in e ci sistemiamo nella sala d’aspetto in attesa del nostro volo delle 20:05, che pare sarà affollato da molti altri viaggiatori che rientrano su Pisa. Parliamo per un po’ con una coppia di fiorentini, hanno fatto un giro con l’auto e sono stati anche in Irlanda del Nord, ma non hanno amato affatto Dublino, che definiscono noiosa. Non possiamo essere d’accordo su questo giudizio, neppure un po’. In realtà noi non vediamo l’ora di tornarci, a Dublino, e restarci un po’ più di tempo per poter visitare come merita questa capitale vivace e vivibile allo stesso tempo. Ci siamo rimasti troppo poco, decisamente, ma per una volta almeno abbiamo la sensazione che i giorni non siano volati via troppo in fretta. Sarà che li abbiamo riempiti di cose ed emozioni più che potevamo, o che ci siamo trovati così bene in questa terra da esserci sentiti a casa fin da subito, ma di fatto abbiamo l’impressione di essere qui da molto tempo, e questo rende ancora più difficile dover andare via. Ci mancherà l’Irlanda. Ci mancherà la sua gente semplice e accogliente, la sua genuinità, il suo cuore. Ci mancheranno i suoi panorami infiniti, le sue 40 sfumature di verde, le pietre, i laghi e le scogliere immense a picco sull’Oceano. E ci mancherà l’Oceano, quello vero, che si può incontrare solo qui. Ma probabilmente la cosa che ci mancherà di più sarà il cielo d’Irlanda, l’azzurro intenso dove corrono veloci nuvole bianche di luce e grigie di pioggia, soffiate dal vento che vola pazzo e libero sulle antiche pianure verdissime fino al mare. Ci mancherà tanto che dovremo tornare qui molto presto. Fino a quel giorno, faremo tesoro di questo bellissimo Irish blessing , per ricordare in modo esatto la meravigliosa terra di Erin e il suo spirito magico. Yes !

May the road rise to meet you,
May the wind be always at your back,
May the sun shine warm upon your face,
The rains fall soft upon your fields and,
Until we meet again,
May God hold you in the palm of His hand.

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Sabato 20 giugno : Dublino

1 novembre, 2009 in Viaggi. Commenti: 4

Alla fine la notte è stata tranquilla anche qui, nonostante tutto. Ci prepariamo e usciamo abbastanza presto, siamo impazienti di cominciare questa giornata in città. Visto che non abbiamo la colazione compresa nella prenotazione cerchiamo un posto dove mangiare qualcosa, e ne troviamo uno molto vicino alla nostra Guesthouse che ci sembra perfetto. Si chiama Italian Connection, è un piccolo locale stretto e lungo con le pareti decorate da affreschi dai colori pastello nei quali sono riprodotti famosi monumenti italiani, dal Colosseo al Duomo di Milano alla Torre di Pisa. Sembra un luogo carino e ordinato, così entriamo e richiediamo la nostra Full Irish a una ragazza già indaffarata. Un paio di signore stanno prendendo un cappuccino ad un tavolo in fondo, un uomo in giacca e cravatta legge il giornale da solo vicino a noi, pare aspettare qualcuno e infatti poco dopo un altro lo raggiunge e bevono il caffè insieme discutendo delle notizie appena lette. Noi gustiamo la nostra colazione abbondante  full-irish.jpg – e pure troppo ingombrante, per quel mini tavolino – mentre la voce di Bocelli riempie l’aria del locale dalle casse dello stereo, stabilendo davvero una certa piacevole “connection” con casa. All’uscita facciamo un giro per le vie del centro, praticamente deserte a quest’ora, un po’ perché è presto un po’ perché è sabato e tutti stanno ancora dormendo dopo la notte di festa. Grandi nuvole grigie corrono nel cielo, ma non sembra che pioverà. Il sole compare a sprazzi, l’aria è piacevole e la luce chiarissima. Raggiungiamo il Trinity College trinity-1.jpg con un po’ di anticipo, impazienti di cominciare la nostra visita guidata delle 10,40 (10,00 € a testa). Ci accompagna James, un ragazzo molto simpatico e bravissimo, laureando del college, che arrotonda facendo la guida per i turisti. Parla molto velocemente e arricchisce le sue dettagliate spiegazioni con aneddoti e battute spiritose rendendo la visita ancora più interessante trinity-james.jpg. Ci descrive ogni singolo edificio del Campus illustrandone la storia e la funzione, e siamo sorpresi da molte delle informazioni particolari che ci da. Il luogo è di quelli davvero speciali, personalità notevoli hanno oltrepassato l’arco di pietra dell’ingresso per frequentare le lezioni qui trinity-3.jpg – o per tenerle agli studenti – e stare in un luogo antico e prestigioso come questo regala davvero una sensazione speciale. Il Trinity fu fondato alla fine del 1500 dalla Regina Elisabetta I e in origine aveva 4 facoltà principali, Scienze e Matematica, Medicina, Legge, Teologia. trinity-2.jpg Oggi le facoltà dividono i corsi in Arte e insegnamenti Umanistici, Medicina, Scienze e Ingegneria. Ci sono circa 15.000 nuovi iscritti all’anno, provenienti da tutto il mondo. I ragazzi che vogliono entrare si sottopongono a una prova scritta molto selettiva (le richieste ogni anno sono più di 60.000) che si svolge in forma anonima, e solo quelli con i risultati migliori vengono accettati. Da quel momento in poi non devono pagare nulla, ma solo mantenere una media di esami e di voti per garantirsi la frequenza fino al 4° anno, quando si laureano. Una parte dei ragazzi possono vivere direttamente nel Campus, non tutti però perché lo spazio è insufficiente, ma tutti hanno diritto di accesso alla mensa e alle importanti biblioteche a disposizione dei vari istituti. trinity-5.jpg James ci spiega che alcuni degli alloggi non sono così comodi, sono vecchi e senza riscaldamento – e qui l’inverno è lungo e freddo… – e in molte stanze manca addirittura il bagno in camera, ma se uno ha la fortuna di vivere nell’edificio dove è stato lui, più nuovo e confortevole, allora l’esperienza diventa veramente indimenticabile. Le donne sono presenti al Trinity solo dai primi del 1900, ma ormai sono una parte considerevole e stimata di questa antichissima istituzione. James ci racconta degli esami, della consegna dei diplomi, del ballo di fine anno, dei fantasmi del giardino dove sorgono i due più grandi aceri d’Europa, dei Fellows che sono gli unici ad avere il permesso speciale di camminare sull’erba mentre tutti gli altri devono camminare sui vialetti in pietra, dell’edificio della mensa crollato e ritirato su ben due volte e mezzo, delle statue all’interno del cortile e di mille altre cose. trinity-4.jpg E’ proprio un ragazzo in gamba, intelligente e preparato, fa venire voglia di avere di nuovo 18 anni per avere la possibilità di provare a cominciare qui la sua stessa straordinaria avventura. Di fatto, chi studia e si laurea in Università meravigliose come questa si porta appresso questa esperienza per il resto della sua vita, non solo perché potrà vantare una laurea al Trinity College qualunque cosa farà dopo, ma perché gli studenti restano per sempre legati a questa istituzione, e continueranno a farne parte anche dopo esserne usciti, come ex studenti o ricercatori o membri delle varie Case e Club sportivi. trinity-6.jpg Ci vogliono buone qualità di base e tanto impegno, sono anni di duro lavoro quelli che questi ragazzi passano qui, ma la formazione che ne ottengono farà di loro persone speciali per il resto della loro vita. James lo sa benissimo e ne è orgoglioso, lo si capisce dal tono appassionato col quale ci illustra la storia del Campus fino al più piccolo aneddoto, ed è una cosa bellissima vedere un ragazzo così bravo e consapevole dell’importanza della scelta che ha fatto. Lo salutiamo con gratitudine alla fine del Tour di visita, che termina di fronte all’edificio forse più famoso e importante di tutto il Trinity, la Old Library. Qui, oltre a una quantità eccezionale di volumi antichissimi e rarissimi, è conservato il celebre Book of Kells, la più antica versione esistente della trascrizione in latino dei Vangeli Cristiani. La folla di visitatori è notevole, ma il nostro biglietto per la visita guidata del Campus comprende anche la visita alla Library, così non dobbiamo fare tutta la fila per pagare prima di entrare. Attraverso una serie di stanze preparatorie, immerse nella semioscurità per preservare le pagine di antiche pergamene e velli manoscritti, si raggiunge lentamente la sala finale dov’è conservato il Book of Kells. In un tavolo a vetrina sono racchiusi due volumi aperti su pagine straordinariamente dipinte, ricoperte di grafia fitta e precisa, sono pagine dei Vangeli di Giovanni e di Luca risalenti circa all’800 d.C.. Oltre al valore storico e religioso, questo libro ha un grandissimo valore artistico proprio per la bellezza e la ricchezza delle sue illustrazioni simboliche, che supportano le descrizioni delle storie cristiane e ne fanno un capolavoro preziosissimo dell’arte celtica medievale. Il grosso volume originario ha subito danni gravi nel corso dei secoli e quello che vediamo oggi è solo una parte – divisa in due sezioni – delle quattro ancora esistenti. Le altre due sono al sicuro e al riparo anche dai visitatori, ma quel che vediamo basta a farci sgranare gli occhi per la meraviglia di fronte a qualcosa che può capitare di vedere molto raramente. L’atmosfera, nonostante la presenza di molte persone, è davvero speciale, si ha la sensazione che questo sia il vero fulcro del Trinity, il luogo dove batte il cuore più antico del College, dal quale parte l’energia che pulsa nei suoi antichi edifici e tiene in vita tutto il resto. Dalla sala del Book of Kells ci spostiamo in un altro luogo spettacolare che aspettavo di vedere con impazienza, la Long Room. Una immensa galleria lunga più di 65 metri, disposta su due piani aperti verso il corridoio centrale coperto da una volta a botte di legno scuro, lungo il quale sono disposte due file di busti in marmo che rappresentano importanti scrittori e studiosi. In questa galleria infinita le alte pareti sono completamente tappezzate da più di 200.000 volumi antichi rilegati in cuoio disposti su scaffali di legno scuro, uno spettacolo da lasciare senza fiato. I volumi sono tutti originali e risalgono a diversi secoli addietro, e sono a disposizione per la consultazione da parte degli studenti del College. Pochi di loro però approfittano di questo privilegio speciale, per tre motivi fondamentali che James ci ha spiegato chiaramente. Il primo motivo siamo noi in effetti, o meglio, il fiume ininterrotto di turisti che vengono a visitare questo luogo straordinario in ogni mese dell’anno rendendolo affollato e rumoroso, condizioni ben poco adatte alla concentrazione silenziosa necessaria per un serio studio universitario. Il secondo motivo è legato al tipo di informazioni contenute in questi antichi volumi, soprattutto quelle di tipo scientifico, legale o medico, che risultano decisamente datate ormai e quindi di scarsissima utilità pratica per uno studente del 2009. Ma il terzo motivo è forse quello più sorprendente, e assai curioso. I volumi sono sistemati negli scaffali secondo un criterio davvero particolare, non in ordine alfabetico per autore o a sezioni divise per argomento, ma… per dimensione del volume. Nei piani bassi si trovano i tomi più grossi, e a salire a mano a mano sono sistemati i volumi di misura sempre più piccola. Non c’è altro criterio che questo per la loro archiviazione, per cui è facile immaginare che trovare proprio il libro di cui si ha bisogno tra oltre 200.000 esemplari diventa impresa assai ardua… persino conoscendone le misure esatte. Resta comunque un tesoro preziosissimo, che lascia senza parole solo a guardarlo. Oltre ai libri, anche mostre di oggetti e documenti antichi si tengono periodicamente in questa galleria straordinaria, mentre alcuni pezzi sono esposti qui in maniera permanente, e tra questi c’è sicuramente uno degli strumenti più belli che mi sia mai capitato di vedere. E’ una piccola arpa in legno di quercia e salice che risale al 1400, scolpita e decorata a mano, con le corde sottili in ottone ormai un po’ scurite. E’ una delle tre sole arpe gaeliche originali rimaste al giorno d’oggi e la più antica presente in tutta l’isola, ed è quella che è servita da modello quando è stato scelto il simbolo che avrebbe dovuto rappresentare l’Irlanda. E’ presente sullo stemma nazionale, sulle monete e sulle banconote irlandesi, ed è anche la stessa arpa rappresentata sull’etichetta della birreria Guinness. E’ assolutamente straordinaria, piccola ed elegante, raffinata e perfetta, di una bellezza antica e misteriosa che pare far rivivere con la sua sola presenza un intero mondo perduto. Non si possono fare foto qui, ma non importa, il suo ricordo luminoso rimarrà vivido nella mia mente per sempre. Dopo la visita del College usciamo nuovamente in strada e torniamo a piedi verso Marrion Square, per entrare nel parco che a quest’ora è aperto. Qui, in un angolo che guarda verso la via di fronte a casa sua, c’è una fantastica statua di Oscar Wilde semisdraiato su una roccia, in una posizione rilassata e tipicamente dandy, abbigliato con vestaglia di velluto verde, pantaloni grigi, scarpe allacciate, e anelli alle dita. oscar-w.jpg La cosa che colpisce di più oltre alla posa inconsueta è certamente l’incredibile somiglianza della statua con il vero Oscar. Sarà l’effetto dato dagli abiti perfettamente riprodotti nei minimi dettagli, compresi i colori e i tessuti, o il modo in cui volta la testa e abbozza un sorriso tra il divertito e l’insolente osservando i passanti con occhi acuti e ironici, non so, fatto sta che trovarsi qui davanti fa una certa impressione, pare di stare proprio davanti a lui in persona, e ti viene voglia di salutarlo e sedergli accanto a chiacchierare un po’ e guardare chi passa. Di fronte alla statua, oltre il vialetto, ci sono due blocchi di pietra nera sormontati da due piccole figure in marmo, una maschile e una femminile. Le pareti dei blocchi neri sono completamente ricoperti di frasi scritte col pennarello bianco, che non sono altro che alcuni tra i più famosi aforismi di Wilde. aforismi.jpg Un angolo molto suggestivo, che anche a Oscar sarebbe piaciuto. Dopo un giro nel piccolo parco ci spostiamo di nuovo, attraversiamo il bellissimo e candido Ha’Penny Bridge hapenny-bridge.jpg, vicino al quale troviamo la panchina sulla quale siedono le statue di bronzo di due donne che si riposano e chiacchierano un po’ dopo aver fatto la spesa chiacchiere.jpg, in un classico atteggiamento irlandese di familiarità e condivisione. Continuiamo attraversando un enorme gruppo di ragazzi in fila sul marciapiede pronti a prendere autobus e taxi per andare a Slaine al concerto degli Oasis, e arriviamo fino dalla parte opposta della città, in Parnell Square, dove vogliamo visitare il Museo degli scrittori. museo-scrittori.jpg Il biglietto costa 7,50€ a testa e comprende un’audioguida nella quale una voce ci racconta tutti i dettagli degli oggetti raccolti nel museo, dai ritratti ai libri, dal pianoforte di Joyce piano-jj.jpg a vecchie macchine da scrivere, da lettere e foto a prime edizioni autografate di drammi e raccolte di poesie. Il museo è piccolo in fondo, sono poche sale piene di oggetti racchiusi in teche e vetrinette, ma è ben articolato e organizzato, e c’è la bella atmosfera di quei posti dove si sente che si conservano cose speciali. museo-2.jpg All’uscita dal museo ci fermiamo in un O’Brien’s a fare un piccolo break con sandwich misti e tè caldo cofee-break.jpg, e poi ci rimettiamo in marcia verso la Christ Church Cathedral, la più antica chiesa di Dublino la cui fondazione risale circa all’anno mille. C’è molta gente e l’ingresso è aperto solo per i fedeli perché è appena cominciata la messa, così facciamo una sosta nella piazza per ammirare la struttura almeno dall’esterno, con le sue torrette squadrate, le finestre a punta e i blocchi di pietra grigia austera e silenziosa. christ-church.jpg Da lì continuiamo a passeggiare fino alla vicina cattedrale di St Patrick, che è forse la più importante e amata della città. Anche questa è chiusa per via della messa purtroppo, così non si può acquistare il biglietto per fare il giro all’interno, ma ammiriamo l’esterno elegante e il bellissimo prato che la circonda, rendendola una specie di isola di spiritualità nel bel mezzo della vivacità della capitale. st-patrick.jpg Lentamente proseguiamo fino al Castello di Dublino per ammirarlo intanto dall’esterno, con le sue torri medievali e gli antichi palazzi oggi utilizzati per le occasioni ufficiali di Stato. castello.jpg In uno di questi edifici ha sede la famosa, Chester Beatty Library uno dei musei più importanti di Dublino dove è conservata quella che era la collezione privata di antichi manoscritti, papiri, dipinti, stampe e miniature raccolti dall’omonimo Sir Chester Beatty nell’arco della sua vita, ed oggi di proprietà dello Stato irlandese. Purtroppo l’orario di apertura è già terminato, ma questo è sicuramente uno dei posti che visiteremo durante il nostro prossimo soggiorno in questa bellissima città. Per stavolta ci accontentiamo di un giro esterno, che ci riporta piano piano verso Grafton Street e il centro. Attraversiamo nuovamente il meraviglioso parco di St Stephen Green con il suo laghetto parco.jpg e i viali bordati di piante verdissime e passiamo a salutare il busto di Joyce, jj-st-stephen-green.jpg poi anche se è relativamente presto, ci decidiamo a cercare un posto dove cenare e riposarci un pò. Ci fermiamo da Buskers in Fleet Street, un piccolo locale dove Luca veniva a mangiare tanti anni fa, e ci concediamo pollo al curry con riso basmati, fish and chips (che proprio mi andavano) e la solita deliziosa Guinness freschissima. Quando usciamo facciamo ancora un giro per Temple Bar, dove i musicisti già cominciano a tirare fuori chitarre e microfoni, mentre i pub si animano di vita e chiacchiere col bicchiere in mano. temple-bar.jpg I negozi sono aperti così ne approfittiamo per prendere un paio di regali da portare a casa ai nostri familiari, in uno di quegli store tipici dove il 95% degli oggetti da acquistare ha almeno qualcosa di verde e la scritta Guinness da qualche parte. La luce comincia appena ad affievolirsi nonostante siano le 9,30 passate, la gente passeggia e parla fermandosi a formare capannelli di ascolto di fronte ai cantanti e ai gruppi che si esibiscono live, musica.jpg e mi pare che questa della musica per strada da vivere quotidianamente sia un’abitudine fantastica che da noi manca veramente, un modo di avvicinare le persone non solo a un elemento culturale importante, ma anche tra loro, trasformando il tempo in qualcosa di prezioso e vivo invece che qualcosa da far passare a vuoto. Alla fine, stanchi e con gli occhi pieni di immagini raccolte in una giornata lunga e intensa, rientriamo verso la nostra piccola guesthouse nella traversa di O’Connell Street. oconnell-street.jpg Visto che la nostra navetta per l’aeroporto è alle 5 del pomeriggio chiediamo se domattina possiamo lasciare le valigie per un po’ mentre andiamo in giro in città, e la ragazza della Reception ci conferma che non c’è problema, hanno una stanza dove tengono in deposito i bagagli dei loro ospiti fino alla loro partenza quindi ne potremo approfittare. Ne siamo molto contenti perché questo ci permetterà di sfruttare ancora qualche ora di visita liberi da pesi prima di riavviarci verso l’aeroporto. Radunare le cose e sistemare i bagagli è la cosa più triste che abbiamo fatto finora, ma cerchiamo di farlo pensando che abbiamo ancora quasi un giorno intero da passare qui prima di ripartire. E abbiamo intenzione di sfruttarlo al massimo.

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Venerdì 19 giugno: Bawnboy – Trim – Dublino

6 ottobre, 2009 in Viaggi. Commenti: 2

Sveglia alla solita ora sotto le falde del Benbulben, straordinaria visione anche nel cielo grigio di inizio mattina. Anche quest’ultima notte sulla costa ovest è scivolata via nel silenzio più totale, ci chiediamo se sarà lo stesso per la prossima, che trascorreremo nel centro di Dublino. Vedremo. Raggiungiamo la sala della colazione all’altro lato della grande casa, oltre il salottino col pianoforte, e ci ritroviamo in una sala da pranzo non grandissima ma con una finestra che dà sul giardino garden.jpg, arredata con bei mobili antichi. C’è un tavolo rotondo già occupato da un gruppo di tedeschi, e un altro tavolo rettangolare apparecchiato per 6 dove ci sediamo da soli. Il tempo di ordinare la nostra Full Irish alla signora un po’ svanita di ieri sera ed arriva una coppia di signori di mezza età, che ci chiedono se possono sedersi ai posti ancora liberi. Of course. Mi piace condividere il tavolo con gente sconosciuta, specialmente se si tratta di stranieri, mi fa sentire parte di un viaggio più grande che stiamo facendo tutti insieme nonostante itinerari non sempre identici, mi sembra che questa gente che si incrocia per caso, più di chiunque altro, possa comprendere il senso e il gusto del nostro stesso viaggio. Dopo i primi minuti di riservatezza scatta inevitabilmente la voglia di condividere le nostre rispettive Irlande, una cosa che si impara molto in fretta qui, e cominciamo a parlare. Scopriamo che sono una coppia di americani del North Carolina in visita sull’isola per la terza volta, che ancora non si sono stancati di vedere tutta questa bellezza così diversa da quella che conoscono a casa loro. Questa volta si sono dedicati a Connemara, Sligo e Donegal, ma sono stati anche più a sud, al parco di Killarney, e nel Kerry, dove hanno preso il traghetto che porta alle Skellig Islands. Lì, oltre a una natura lussureggiante e spettacolare, hanno visto da vicino i famosi Puffins, i buffi uccelli atlantici bianchi e neri che somigliano un po’ ai pinguini e che non si spostano di un centimetro dal loro nido al passaggio dei turisti sui sentieri rocciosi, mettendo da parte la paura pur di proteggere le loro uova. Anche le Skellig Islands faranno certamente parte del nostro itinerario della prossima volta. Raccontiamo agli americani quello che abbiamo visto e quello che ci ha colpiti di più, e siamo tutti d’accordo sul considerare la gente d’Irlanda come la cosa più bella che ti può capitare di incontrare in questo paese. Anche loro hanno avuto esperienze ottime dal contatto con le persone del posto, e sono rimasti molto colpiti da un episodio che ci raccontano. Loro sono “Hikers”, escursionisti, e amano fare grandi camminate, così erano saliti lungo i sentieri di una montagna e passeggiavano da ore in mezzo ad un bosco con una piccola cartina per orientarsi. Ma ad un certo punto si sono resi conto che non riuscivano più a trovare i punti di riferimento indicati e non erano in grado di tornare indietro, si erano praticamente persi in quel luogo sperduto e stava anche per piovere. Una Jeep è comparsa sul sentiero dopo un po’, a bordo c’erano due fratelli che stavano andando a pesca in un lago lì vicino. Loro ne hanno subito approfittato per fermarli e chiedere qualche indicazione per poter trovare la via per uscire dal bosco, e i due hanno fatto più che rispondere. Li hanno fatti salire in auto e li hanno riaccompagnati direttamente fino giù al paese, lasciando perdere la loro sessione di pesca. Un gesto che non molti avrebbero fatto, e che di certo non è consueto in molti altri paesi. Mentre ci raccontano questo fatto anche la signora della fattoria che sta portando altro caffè ascolta divertita, e sorride contenta dei complimenti e della buona impressione che gli irlandesi fanno sui turisti, anche se ha l’aria di pensare che quei due in auto non hanno fatto niente di speciale o di diverso da quanto chiunque altro avrebbe fatto. Sì, in Irlanda… I due americani ci chiedono molte cose anche dell’Italia, delle città più belle da vedere e di cosa ci può essere da visitare al di là del classico giro delle città d’arte, e visto che sono amanti delle passeggiate segnaliamo un paio di luoghi secondo noi da non perdere per chi ama questo tipo di vacanze, le Dolomiti e le Cinque Terre. Ma abbiamo l’impressione che non conoscano l’Italia troppo bene, se si esclude il fatto che sanno che il traffico è pazzesco e gli italiani guidano in modo folle! Non hanno idea che Firenze e Pisa e Siena sono tutte nella stessa regione e che per andare da Firenze a Roma, a Napoli o a Venezia ci vogliano delle ore di viaggio… ma conoscono Capri per sentito dire e la vorrebbero visitare. Hanno però nei confronti dell’Italia la stessa remora comune a molti altri turisti, la lingua. Non parlano affatto italiano – lei ha studiato latino in gioventù e chiede se possa servire… ma la dobbiamo deludere purtroppo. Non capiscono la nostra lingua e non sono sicuri di trovare sempre qualcuno che parli inglese per farsi aiutare o per avere informazioni e indicazioni, e su questo dobbiamo confermare i loro timori. Pochissimi sono i gestori di pensioni o ristoranti capaci di parlare inglese, al di là delle grandi e costose catene alberghiere internazionali, anche nelle città più turistiche, e questa è una pecca che ogni volta è triste ribadire di fronte a degli stranieri. Servirebbe almeno un po’ di “basic language” per potersi arrangiare nelle situazioni più comuni, altrimenti molti continueranno a scoraggiarsi all’idea di visitare un paese nel quale non capiscono una parola e non sanno come fare a farsi comprendere. Beh comunque abbiamo sempre i gesti ! Gli italiani non saranno un popolo di poliglotti ma hanno grande fantasia e un sacco di risorse, da mangiare e da dormire riescono a offrirlo a tutti al di là di qualunque differenza linguistica, su questo li rassicuro. La signora ride e conferma, magari un giorno verranno davvero in visita in Italia. Alla fine ci salutiamo e torniamo a prendere le nostre cose, è già tempo di ripartire. Paghiamo, salutiamo la signora svanita che vive in quel posto magico fuori dal mondo e lasciamo il Benbulben salutando la costa ovest per l’ultima volta, muovendoci in direzione dell’interno. Niente più Oceano d’ora in poi, si torna verso Dublino. Percorriamo la N16 oltre Sligo e attraverso tutta la contea di Leitrim, dove incrociamo delle pecore che passeggiano tranquillamente lungo la strada asfaltata, in mezzo al nulla verdissimo di campi e colline morbide pecore.jpg, e proseguiamo per la contea di Cavan, costeggiando tutto il confine con l’Irlanda del Nord, lungo la R206 e la R200 fino al paesino di Bawnboy. Questa tappa è colpa di internet, in realtà. Mesi addietro, cercando informazioni e siti che trattassero di orsi di lana o fatti a mano per i miei lavoretti a maglia, mi sono imbattuta in un sito particolarmente interessante, www.irishbears.com nel quale ho visto foto di Teddy Bear meravigliosi tutti realizzati artigianalmente. Quando ho controllato meglio i dettagli ho visto che la fabbrica di orsi era proprio in Irlanda, e per di più in una zona che avremmo attraversato rientrando verso Dublino. Meglio di un invito diretto! Così verso le 11,30 eccoci nel minuscolo paesino di Bawnboy, alla ricerca della fabbrica di orsi “Bear Essential”. Più che un paese si tratta delle solite 5 case lungo la via, più una scuola e un distributore, così non riusciamo a trovare indicazioni del luogo che cerchiamo. Ci fermiamo al negozietto di alimentari dietro alla pompa di benzina per chiedere informazioni e il proprietario comincia a spiegarci in che direzione andare, abbiamo già oltrepassato il posto, dobbiamo tornare indietro ed è un po’ complicato da spiegare. Allora un ragazzo che ha appena fatto il pieno parla con l’omino e poi ci fa un cenno e ci indica di seguire la sua auto con la nostra, che ci accompagna lui fino lì. Noi ringraziamo moltissimo un po’ sorpresi, non ci abitueremo mai alla gentilezza naturale e spontanea di queste persone. Lo seguiamo per un paio di chilometri su una stradina laterale e alla fine arriviamo in un posto appartato con un grande giardino, che si rivela un luogo davvero fantastico. Due grandi case bianche precedono una specie di laboratorio aperto al pubblico, il Silver Bear Centre bear-centre.jpg, dove gruppi di visitatori, specialmente bambini, vengono accolti in giornate dedicate all’arte di imparare a cucirsi il proprio animale di peluche. Appena entriamo siamo accolti da due grossi orsi a guardia della porta, uno bruno e uno polare, che danno il loro benvenuto agli ospiti. Un gruppo di bimbi sta seguendo un corso con alcune signore che insegnano loro le tecniche per cucire gli animali, una zona con dei divanetti è subito a sinistra dell’ingresso, e lì accanto una piccola vetrinetta raccoglie alcuni dei pezzi più bella della collezione di orsi fatti a mano della Bear Essentials. Orsi tradizionali, color miele, scuri, a pelo lungo, a pelo raso, vestiti da sera, con il fiocco al collo, in abiti ottocenteschi o da indiani, c’è persino l’orso Papa creato in occasione dell’elezione di Benedetto XVI e a lui dedicato, uno dei più preziosi di tutto il gruppo. vetrina.jpg Dopo un giro veloce all’interno non disturbiamo oltre il gruppo al lavoro ed usciamo, attraversiamo il giardinetto ed entriamo nel piccolo negozietto che è la nostra vera meta. Quella che oltrepassiamo è una di quelle piccole porte magiche che capita a volte di aprire, e che portano in un attimo in un altro mondo. Il locale è abbastanza piccolo, ed è stracolmo di scaffali e mobili a vetrina completamente invasi da pupazzi di peluche. Orsi di tutte le misure e di tutti i colori, vestiti o solo infiocchettati, si affacciano da ogni angolo, da ogni mensola o cesto o poltrona riempiendo tutto lo spazio disponibile. Ma non sono solo orsi in realtà. Ci sono coniglietti, gatti, cani, procioni, pecore, cavalli, leoni, elefanti, topini… c’è di tutto, persino un cammello, ed è tutto bellissimo. Centinaia di occhiettini lucidi ci fissano mentre ci spostiamo a fatica nel piccolo locale invaso di animali di ogni dimensione e colore, l’impressione è quella di essere in una specie di orfanotrofio degli orsacchiotti dove ognuno ti fissa speranzoso con lo sguardo implorante di uno che ti chiede di portarlo a casa con te. mosaico_0.jpg Per fortuna nel negozietto c’è già una mamma con due bambine che sta tenendo occupata la commessa, così posso prendermi tutto il tempo che voglio per guardarmi intorno e soffermarmi su ognuno di loro quanto mi pare. Non sarà affatto facile sceglierne solo uno… perché uno almeno lo porteremo via con noi, questo è certo. Ci sono orsetti di varie marche, alcune già viste nei normali negozi di giocattoli altre mai viste prima, tutti di fabbriche specializzate in questo tipo di produzione. In uno dei mobili più grandi, tra mensole decorate di pizzo e vetrinette socchiuse, vediamo parte della collezione originale prodotta qui alla Bear Essentials, che non si trovano altrove se non sul loro sito online. Sono tutti adorabili, da piccoli a medi come dimensioni, con maglioncini e fiocchi bellissimi, e musi così espressivi che sembra ci stiano davvero osservando. Purtroppo, come immaginavamo, questi sono gli orsi più costosi di tutto il negozio, sono tutti fatti a mano con lane mohair e design tradizionali e hanno un vero valore di pezzi da collezione. I Teddy Bear tradizionali e artigianali come questi hanno un mercato molto vivace in tutto il mondo e in particolare nei paesi anglosassoni, e poter trovare pezzi unici fatti a mano o pezzi del secolo scorso in buono stato è davvero raro, un sogno per ogni collezionista. Purtroppo noi non siamo collezionisti ma solo amanti dei Teddies, quindi ci accontenteremo di dare una casa a uno di quelli più semplici, e anche se non sarà di puro mohair non avrà per questo meno valore ai nostri occhi. Chiacchieriamo un po’ con la commessa dopo che le bambine se ne vanno con i loro acquisti, e alla fine – non senza difficoltà – scegliamo un bell’orso color miele con un fiocco marrone al collo e l’espressione dolcissima, è di peluche a pelo lunghetto ma ha orecchie e muso di soffice mohair e le zampe ricamate. Si tratta del “Charlie Bear 2009” della omonima ditta inglese, con tanto di bollino di garanzia e certificato, e la signora ce lo mette nella sua bella borsina di stoffa dipinta col marchio di fabbrica per portarlo via. Perché gli orsi non si incartano, ovvio. Un prezzo giusto per un pezzo da collezione moderno. Luca mi regala anche una piccola pecorella pelosa di quelle bianche col muso e le zampe nere, che in realtà è una spilletta da appuntare sul maglione o sulla giacca, in ricordo di quella che abbiamo salvato ieri mattina al Marconi Site. Direi che non potrei essere più soddisfatta della nostra sosta in questa fabbrica dei Teddy Bear sulla quale avevo tanto fantasticato quando navigavo sul sito online. All’uscita scattiamo ancora qualche foto in quel giardino così bello decorato da animaletti vari, e riprendiamo la nostra Punto in direzione est. Prendiamo la N87 e poi la N3 fino a Cavan e poi a Kells, dove svoltiamo per proseguire fino alla R154 che porta a Trim. Il cielo è grigio ma non piove e non fa freddo, i chilometri scorrono via veloci e senza problemi di traffico, e arriviamo alla piccola cittadina verso le due. Visto che il castello di Trim è uno dei più importanti d’Irlanda e abbiamo la fortuna che è di strada, lo abbiamo messo come seconda tappa di oggi, per spezzare il lungo trasferimento e approfittarne per goderci un’altra delle perle di questa terra. Il castello è praticamente in centro nel piccolo borgo antico di Trim, sulle rive del fiume Boyne, lo si vede dalla strada senza difficoltà e appare spettacolare fin dal primo momento in cui lo scorgiamo. Si tratta del più grande castello d’Irlanda di origine anglo-normanna, costruito nel XI secolo e poi ampliato e fortificato alla fine del 1100 da Hugh de Lacy, che era a capo della libera contea di Meath. E’ un edificio davvero impressionante, con potenti bastioni e torri alte e quasi intatte, spigoloso e solido come una roccaforte inaccessibile. trim-1.jpg Tutto intorno si innalza ancora una cortina di mura lunga circa 500 metri la cui linea segue una forma di D, molto spessa e scandita da torri di avvistamento quadrangolari sul lato ovest e a base rotonda sul lato est, arco.jpg e nella quale si aprono due ingressi principali.  trim-2.jpg Dal lato dell’entrata di Trim si trova la biglietteria, ma purtroppo possiamo scegliere solo il giro esterno libero (2,00 € a testa) perché la visita guidata inizia tra quasi un’ora e dura 45 minuti, e rischieremmo di arrivare troppo tardi a Dublino. Passeggiamo nel grande prato sul quale il castello è poggiato andando dal maniero alle mura, dal fiume al Donjon possente, su un’erba così verde e soffice da sembrare finta. trim-3.jpg I visitatori sono pochissimi, le nuvole sono grigie e alte, il silenzio regna dappertutto qui, dove le urla di battaglia e gli scontri di cavalieri hanno segnato il passare dei secoli. trim-5.jpg Attraversiamo il bel ponte di legno costruito di recente, che scavalca il fiume Boyne e raggiungiamo una torre altissima e diroccata che dista poche decine di metri dal castello, dalla quale si ha una panoramica sull’insieme della cinta muraria e degli edifici interni davvero spettacolare. trim-4.jpg Anche la torre diroccata è molto bella, si tratta della torre campanaria di un’abbazia che un tempo sorgeva quitorre.jpg, e sul suo lato posteriore si riesce a vedere perfettamente la struttura interna a più piani, con le finestre che danno sul castello, le mura spesse e la bifora all’ultimo piano ancora in perfette condizioni. Sembra di stare sul set di un film, in cui la facciata è perfetta e poi giri dietro e scopri che è tutto lì, il resto non c’è, e puoi vedere l’altro lato della maschera, solo che questo non è un film, qui è tutto vero, e le scale di questa torre sono state salite per centinaia di anni da frati e religiosi che facevano suonare le campane per scandire le ore e gli eventi quotidiani della comunità di Trim. torre-dietro.jpg In effetti il cinema c’entra qualcosa davvero qui, poiché è in questo imponente castello normanno che Mel Gibson ha ambientato alcune delle scene più importanti del suo famosissimo film Braveheart. Una ragione in più per ricordare questo come uno dei tanti posti speciali che abbiamo visitato nella terra di Erin. Ripartiamo in direzione Dublino attraversando di nuovo il piccolo centro, percorriamo la N154 fino alla N3 e in un paio d’ore siamo di nuovo sulla famosa periferica M50 che racchiude tutte le vie della capitale. L’impatto è improvviso e decisamente traumatico. Dopo centinaia di chilometri percorsi nel verde, su piccole strade panoramiche lungo le quali abbiamo incrociato sì e no 10 auto al giorno, ci ritroviamo di colpo in mezzo ad un traffico incredibile, neppure fosse Londra nell’ora di punta. La larga strada è completamente invasa da autovetture, camion, furgoni, moto, pullman… la coda è lunghissima e praticamente bloccata, il rumore fastidioso e continuo, l’aria è così irrespirabile che dobbiamo subito chiudere i finestrini per non lasciarla entrare dentro. Importanti lavori per l’ampliamento della sede stradale sono in corso su un lungo tratto della periferica nel punto dove immette verso il centro città, con grossi mezzi scavatori e gru all’opera, piccoli semafori temporanei sono stati messi a regolare un flusso di veicoli incredibile e disorganizzato, con il risultato di creare più confusione di quella che ci sarebbe già normalmente a quest’ora critica. Ci sono semafori persino all’interno delle grosse rotonde che regolano l’entrata nelle varie zone della capitale, il che, unito al fatto che stiamo viaggiando con la guida a sinistra in mezzo a quella marea di auto, ci confonde ancora di più. Ma la cosa che più ci disorienta e ci disturba non è il traffico in effetti, quanto il ritrovarci in quel caos sovraffollato e rumoroso di colpo, dopo aver vissuto una settimana nella più completa tranquillità, in mezzo a panorami splendidi e paesini abitati da poche decine di persone per volta. Ci mettiamo più di un’ora a superare il tratto di lavori più ingolfato ed entrare in città, siamo un po’ sgomenti ma ci facciamo guidare dal navigatore fino alla via dove si trova la Celtic Lodge Guesthouse nella quale abbiamo la stanza prenotata per due notti. Girare tra le vie affollate e le rotonde a sinistra mi sembra assai complicato, ma vedo che Luca se la cava perfettamente e sto attenta solo a dargli le indicazioni precise suggeritemi da Autoroute. Arriviamo al piccolo hotel che si trova in Talbot Street, a pochi metri da O’Connell Street, con facilità. Ci presentiamo alla piccola Reception, chiediamo di poter lasciare i bagagli in stanza prima di andare a riconsegnare l’auto all’autonoleggio, e sbrighiamo la pratica con facilità aiutati da una signorina dai tratti cinesi molto gentile. La stanza è al secondo piano della Guesthouse, è piuttosto piccola e decisamente spartana, ma il bagno è ampio e pulito. La finestra in compenso dà su uno stretto cortile interno dove grandi impalcature coprono qualunque tipo di vista possibile, ma pazienza, non è dalla finestra che vogliamo vedere Dublino. Mettiamo giù le nostre cose, riconsegniamo la chiave e ripartiamo diretti all’ufficio Herz. Nonostante sul foglio di noleggio ci sia scritto che l’ufficio è aperto 24 ore al giorno, quando arriviamo lì sembra già tutto chiuso e non c’è neppure un campanello al quale suonare. Dopo un po’ di tempo e vari tentativi di richiamare l’attenzione di eventuali impiegati all’interno dell’edificio, finalmente un signore che sta per andare via ci vede e ci fa entrare dal cancello laterale. Arriva anche un meccanico che subito nota la nostra ruota di scorta al posto di quella regolare, ma in breve riusciamo a spiegare tutto e a risolvere anche questa pratica. La foratura ci costa la sostituzione di tutta la ruota invece del solo copertone perché il cerchio si è danneggiato, ma alla fine l’importante è che tutto sia andato bene dopo quel piccolo intoppo e che siamo riusciti ad arrivare in fondo al nostro giro senza ulteriori problemi. Lasciamo la nostra “Punto Grande” al meccanico e la salutiamo con un po’ di tristezza, in fondo ci siamo trovati benissimo con lei e non ci ha mai traditi, anche la foratura non è stata certo colpa sua. L’impiegato che si occupa della nostra pratica ci chiede un po’ come sono andate le cose e dove siamo stati, e fa una faccia stupita di fronte al racconto veloce delle nostre tappe sull’isola – abbiamo fatto più di 1750 km riuscendo a vedere più posti di quanti ne abbia mai visti lui che lì ci vive! Alla fine lo salutiamo e, seguendo il suo consigli, ci incamminiamo verso il centro a piedi senza cercare un autobus. Ce la possiamo fare benissimo, e ne approfittiamo per guardarci un po’ intorno. Superiamo diversi cottage bassi e una piccola chiesa gotica, e arriviamo direttamente a una delle entrate di St. Steven’s Green. Avevo letto che si tratta di un parco bellissimo, ma non mi aspettavo di trovarmi davanti un luogo così spettacolare nel pieno centro di una capitale. Più che un parco è un vero e proprio giardino strabordante di fiori, aiuole, fontane, panchine, alberi alti e frondosi che riparano con la loro ombra vialetti perfetti e pulitissimi. Ci sono due stagni con anatre e paperi, e soprattutto tanta gente intorno, che passeggia, legge, parla, si riposa, mangia, bambini che giocano e si divertono al sicuro dal traffico, che sembra così lontano che non se ne sente più neppure il rumore in sottofondo. Un posto fantastico, immenso, e molto curato in tutte le sue parti. st-stephen.jpg Ci sono anche molte statue in giro, negli angoli più importanti, che ritraggono alcuni dei personaggi più conosciuti della città sia del mondo artistico che politico. Facciamo un giro piacevolissimo tra i vialetti, alla ricerca del busto di Joyce ovviamente, poi usciamo e andiamo verso il centro. Gli edifici intorno a noi sono di un’eleganza severa, ma belli, e una cosa che mi sorprende subito sono le dimensioni di tutto quello che abbiamo intorno. Questa è una capitale, conta più di mezzo milione di abitanti, eppure il centro è visitabile a piedi, Luca me lo conferma, non ci sono grattacieli enormi o palazzi altissimi ma grossi edifici di mattoni e pietra, eleganti e sobri, che rientrano in quella che si può definire una dimensione umana vivibile. Nulla che ti schiaccia o ti fa sentire minuscolo, come alcuni palazzi parigini ultramoderni o certi parallelepipedi di cristallo della City londinese, ma finestre, file di finestre come facce che ti guardano, vetrine, larghi viali alberati, trafficati certo, che però non danno l’impressione di essere un labirinto in cui smarrirsi, ma semmai vie per le quali passeggiare. Su un marciapiede troviamo perfino una panchina di bronzo sulla quale si trova la statua di un uomo seduto che pare chiacchierare amabilmente con un altro che sta in piedi lì accanto a lui, come succede il pomeriggio nei piccoli paesi, dove la gente si incontra e scambia quattro chiacchiere sulla giornata appena trascorsa prima di andare a cena. Una scena che con un niente raffigura con grande esattezza lo spirito tipico del modo di vivere irlandese tradizionale. relax.jpg Camminiamo fino all’ingresso del Trinity College ed entriamo nel piccolo negozietto interno per acquistare dei francobolli. Prendiamo nota degli orari per la visita guidata che faremo domani e poi torniamo di nuovo verso Temple Bar, passando davanti all’imponente colonnato della sede della Banca d’Irlanda ospitata dall’edificio che in origine fu la prima sede del parlamento. La zona di Temple Bar è già molto movimentata, pub e ristoranti si stanno riempiendo per la cena, e la musica già comincia a risuonare agli angoli della strada. Qui si trovano gli edifici più caratteristici della città che mi piacciono subito più degli altri, con le scritte dipinte, le bandierine sulle facciate e l’aria di stare di lì da tanto di quel tempo da averne viste ormai di tutti i colori. irish-pub.jpg Da queste parti si trovava l’hotel di Luca quando venne qui per due settimane di corso intensivo di inglese molti anni fa, e ora è strano e bello ricercare con lui quei luoghi e quei locali che conosceva e dei quali mi ha parlato tante volte, cercare di individuarli, scoprire se ci sono ancora, se sono gli stessi o il tempo li ha cambiati, se lui è lo stesso o è cambiato da allora, quando certo non immaginava mai che a distanza di molti anni avrebbe passeggiato di nuovo per quelle vie mano nella mano con sua moglie. Entriamo al Farringtons, un pub che lui riconosce come un luogo dove aveva cenato diverse volte al tempo del suo corso, e ordiamo da mangiare. E’ abbastanza presto ma siamo affamati, e poi vogliamo uscire di nuovo per passeggiare ancora prima di rientrate all’hotel. Dalla zona dove si trova il nostro tavolo vediamo un grande schermo tv appeso in alto alla parete vicino al bancone, stanno trasmettendo una partita di Hurling e in pochi minuti siamo già appassionati. L’Hurling è uno sport celtico giocato solo in Irlanda ed è assolutamente spettacolare, soprattutto grazie alla velocità incredibile alla quale si gioca. Si tratta di una specie di mix tra il calcio e l’hockey nel quale due squadre di 15 giocatori si affrontano cercando di mandare una piccola palla in goal usando una larga mazza di legno, detta appunto hurling, con la quale la sollevano da terra e la lanciano a velocità folle verso la porta avversaria. Le azioni sono rapidissime, l’abilità tecnica si mescola alla forza fisica creando un effetto spettacolare. Seguiamo il match mentre ceniamo, e quando alla fine usciamo di nuovo in strada scopriamo che l’animazione è ancora aumentata. Musicisti di strada e cantanti si esibiscono a ogni angolo di fronte a gruppi di spettatori di svariate nazionalità, mentre da diversi pub cominciano a uscire le note di canzoni tradizionali accompagnate da chitarre e violini. La cosa che appare subito evidente, specialmente in questa zona, è l’età media dei ragazzi in giro, decisamente giovani. Dopo una camminata e qualche canzone torniamo verso il Trinity, e ci rendiamo conto che c’è un’atmosfera strana in giro, si percepisce come una certa eccitazione, un senso di festa nell’aria. Tutti, ma in particolare i moltissimi ragazzi e ragazze che incrociamo per strada, sono sorridenti, agitati, elegantissimi. Abiti lunghi, spalle nude, spacchi, tacchi alti, giacche scure. Parlano concitati, ridono, salgono e scendono dalle auto, mentre cellulari impazienti squillano in continuazione, sembra quasi di essere a Capodanno. E’ la gioventù dublinese che si appresta a festeggiare il venerdì sera, tra pub, locali e luoghi dove si fa musica. In una città dove la normalità è di casa il venerdì può essere un pretesto più che sufficiente per mettere qualcosa di speciale nella propria settimana. Proseguiamo nella sera illuminata fino a Marrion Square, dove troviamo la casa di Oscar Wilde e della sua famiglia. Oggi l’edificio d’angolo ospita un collegio e non è visitabile liberamente, e in ogni caso è tutto chiuso a quest’ora, ma l’emozione di stare su quelle scale, di fronte a quella porta, è comunque bella. Ho già visto la sua casa a Londra, e l’Hotel d’Alsace a Parigi dove è morto, ma la sua casa irlandese ha un significato speciale, venire qui è come arrivare alla radice di tutto, alle origini di quella vita straordinaria dove tutto è cominciato. In questa casa viveva con il padre, famosissimo medico e oculista personale della Regina Vittoria, qui la madre Francesca teneva il suo ambito salotto letterario, e da qui Oscar partiva per recarsi a lezione nel vicino Trinity College. Non è solo una casa con una targa sul muro questa, non per me .casa-wilde.jpg La sera è scesa lentamente sulla città così ritorniamo verso l’albergo, mentre la notte di festa sembra solo all’inizio. Proseguiamo verso il centro e attraversiamo il ponte sulla Liffey, che scorre morbida e liscia come un lucido nastro d’argento in mezzo alla città illuminata. liffey.jpg Al centro di O’Connell Street vediamo finalmente anche il volto più nuovo e moderno di Dublino rappresentato dalla Spire, l’altissimo monumento in acciaio eretto nel 2003 , oltre 120 metri di altezza su un diametro di 3 metri di base che vanno restringendosi mano a mano che si sale, fino ai pochi centimetri della punta illuminata. La parte inferiore della base è in metallo lucido e riflette i colori e le luci della strada, mentre a mano a mano che sale si fa più satinata e misteriosa, indefinita, infinita.spire.jpg E’ bellissima, non mi aspettavo che mi facesse quest’effetto e invece mi piace moltissimo, essenziale e magica, indecifrabile e potente allo stesso tempo. spire-2.jpg Attraversiamo la strada e siamo finalmente nella via dell’hotel, e all’inizio della strada una nuova sorpresa ci fa fermare ancora una volta. Sull’angolo sinistro del largo marciapiede troviamo l’ennesima statua di James Joyce, a figura intera stavolta, molto somigliante e dall’atteggiamento tipico, cappello occhiali e bastone, come fosse pronto per fare un giro in città. jj.jpg Mentre lui prosegue il suo giro noi ce ne torniamo finalmente in albergo, stanchi e un po’ storditi dal cambiamento di ambiente. Domani faremo una visita più approfondita di questa capitale speciale, che dopo solo poche ore di passeggiata già ci ha conquistati.
www.celticlodge.ie (75,00 € a notte senza colazione voto 3/5)
info@celticlodge.it

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Giovedì 18 giugno: Marconi site – Sky Road – Kylemore Abbey – Benbulben – Drumcliffe e tomba di Yeats

15 settembre, 2009 in Viaggi. Commenti: 4

Esattamente tre anni fa in questo giorno io e Luca ci siamo sposati, e non so immaginare un regalo migliore di questo viaggio per festeggiare il nostro terzo anniversario di vita insieme. Visto che è un giorno speciale ce la prendiamo comoda e facciamo un’ottima colazione con una marmellata di arancia fatta in casa deliziosa chiacchierando tranquillamente, mentre fuori c’è vento e piove a tratti. Prima di ripartire parliamo un po’ con Eithna, che ci racconta delle difficoltà di gestire un B&B come questo a standard così alti. E’ un lavoro impegnativo che dura tutto l’anno, e per lei che ha 3 figli è ancora più complicato. Lei e suo marito hanno completato la loro bellissima casa in tre momenti diversi, quando si sono sposati hanno tirato su giusto la parte utile per la loro vita quotidiana, dopo alcuni anni hanno completato il piano superiore con le stanze in più per gli ospiti, e infine, non molto tempo fa, hanno terminato la zona della cucina e della sala delle colazioni. Lo stesso per il giardino, piantato un po’ per volta a zone fino a raggiungere quella meraviglia per gli occhi che è adesso. cornerstones-garden.jpg Suo marito ha anche un suo lavoro, è un tecnico della Eircom ed è fuori diversi giorni alla settimana, ma i suoi figli la aiutano come possono. La maggiore è una ragazzina adolescente molto carina, i piccoli sono due gemelli sui 10 anni, fratello e sorella, li abbiamo visti aspettare il pulmino per andare a scuola mentre facevamo colazione. Eithna ci racconta che la cosa peggiore da affrontare qui forse è il clima. In inverno non nevica spesso, non vanno mai sotto i -2/-3° C, ma in compenso a volte tira un vento così forte e teso da non riuscire quasi a camminare. Le giornate si fanno molto corte in inverno, in gennaio già alle 3 del pomeriggio è scuro e il giorno ritorna solo alle 9 della mattina dopo, e va avanti così per mesi. Invece in estate è bellissimo perché il sole cala molto tardi, e a volte nella notte si continua a vedere un lieve chiarore diffuso nel cielo fino al ritorno dell’alba. In effetti ieri sera quando siamo rientrati erano quasi le 11 e ancora la luce non se n’era andata del tutto. La vita quotidiana scorre tranquilla, la sua preoccupazione principale, come per molte madri anche da noi, è che incontrino compagnie sbagliate e prendano brutte strade. La droga è un fenomeno che esiste anche qui purtroppo, magari non tra ragazzini così giovani, ma è comunque un rischio reale. Ma più ancora delle droghe le famiglie temono l’abuso di alcool e le sue conseguenze. Anche qui molti incidenti con vittime giovani sono dovute all’abuso di alcolici, e anche se il fenomeno non è terribile come in Italia, c’è sempre la paura che possa accadere qualcosa perché frequentare il pub e bere birra è un’attività comunissima tra i giovani. Per questo lei cerca in ogni modo di insegnare ai suoi figli a pensare con la loro testa, a fare solo quello che vogliono davvero fare senza farsi trascinare. “Learn to say No! ” ripete sempre. Mi pare una buona lezione, questa. Sarebbe bello poter restare più a lungo a chiacchierare con lei, ma alla fine la dobbiamo ringraziare e salutare per cominciare il nostro giro di oggi. Ci dirigiamo subito verso il “Marconi site”, non lontano da Clifden, del quale abbiamo letto notizie su una brochure trovata al B&B. Pare che lì si trovino ancora i resti della piccola stazione radio dalla quale Guglielmo Marconi lanciò il primo messaggio radio verso l’America, che fu raccolto da un’analoga stazione situata sulla costa della Nuova Scozia (Canada) (www.irlandiani.com/cms/index.php/Redazione/100th-Anniversary-of-Marconi-Connection.html). Non possiamo non farci un salto, Luca è un appassionato di Marconi e di telecomunicazioni e questa è un’occasione perfetta per toccare con mano un pezzo di quella storia fantastica che ha cambiato il modo di comunicare nel mondo. Cerchiamo la via per arrivarci, poco più giù di Clifden, ma quando imbocchiamo la piccola stradina indicata dalla freccia segnaletica la percorriamo per neanche 100 metri e ci ritroviamo di fronte ad un cancello di ferro chiuso. Qui non si passa, devono aver spostato l’accesso pensiamo, e torniamo indietro a cercare altre indicazioni. In effetti non c’è nulla che ci aiuti lì intorno, così un po’ più avanti chiediamo informazioni a una coppia di signori che sta salendo in auto. Quando chiedo del Marconi site mostrandolo sulla mia piantina della zona il signore mi indica proprio la stradina che abbiamo appena percorso, allora spiego che di lì abbiamo già provato ma ad un certo punto c’è un cancello chiuso che blocca l’accesso. “A closed gate? Open it! ” Ovvio. Se il cancello è chiuso…aprilo ! “Ma mi raccomando richiudilo, che altrimenti scappano le pecore….” Io resto un attimo lì con la mia piantina in mano, stupita, poi ringrazio e saluto, e risalgo in auto ridendo. Questa poi non me l’aspettavo davvero… Dio benedica l’Irlanda e il suo modo umano di vivere. Riprendiamo la stradina di prima, raggiungiamo il cancello, io scendo ad aprire il grosso chiavistello di ferro e Luca passa con l’auto, poi richiudo per bene mentre già cominciamo a intravedere le pecore in questione che ci guardano incuriosite brucando nei campi lì intorno, in mezzo a laghetti e cespugli che ondeggiano al vento teso. Il cielo è agitato, le nuvole si rincorrono, non piove ma fa fresco e il sole fa capolino solo ogni tanto. La stradina che percorriamo è tortuosa e strettissima e corre ad un livello leggermente rialzato rispetto ai campi, ci sono solo erba, pecore e vento. L’unico essere umano che incrociamo è un ragazzo seduto sul bordo di uno dei tanti laghetti, tiene un album da disegno sulle ginocchia e ritrae alcune delle ninfee che ha di fronte. Probabilmente non ci vede neanche perché è molto preso, porta il cappuccio del giaccone in testa per ripararsi dal vento, e anche noi lo notiamo solo per caso seduto lì, infagottato e quasi immobile, completamente assorto nella sua attività. Continuiamo per neanche 100 mt ed effettivamente in fondo alla via vediamo i resti di un piccolo edificio in pietra con una targa sulla parete esterna, dovrebbe essere quello che stiamo cercando. Scendiamo lottando col vento forte che cerca di spalancare gli sportelli della macchina, e ci avviciniamo per avere la conferma che siamo nel posto giusto. La targa sulla parete è stata posata nel 1995 dalla figlia di Marconi, la Principessa Elettra, in memoria dei 100 anni da quel fondamentale esperimento. L’edificio, o quel che ne resta, è proprio piccolo, due pareti parallele senza neanche più il tetto, e un lato più aperto che doveva essere l’ingresso. marconi-site.jpg Non so immaginare come dovesse essere al tempo in cui fu utilizzato per questo evento storico, né dove sia finita la grande antenna che certamente era lì e dalla quale partirono le prime onde radio che scavalcarono l’Oceano dirette in Nuova Scozia. Di fatto, quel che resta di quella piccola struttura in piedi lì in mezzo al nulla ha un’aria affascinante e magica, quello è un posto dove il sogno di un uomo è diventato realtà, ed era un sogno così grande da cambiare la vita di tutti gli uomini futuri. Emozionante. Non lontano da lì si vede distintamente un monumento bianco a forma di cono con la punta arrotondata, come una specie di alveare capovolto, alto alcuni metri. alcock.jpg E’ il monumento che ricorda un’altra grande impresa, quella degli americani Alcock e Brown, i primi due trasvolatori atlantici che riuscirono a raggiungere l’Irlanda dall’America senza stop (www.aviation-history.com/airmen/alcock.htm). Dopo oltre 16 ore ininterrotte di volo incredibilmente rischioso tra ghiacci e nebbie su un trabiccolo con la fusoliera aperta riuscirono ad atterrare qui illesi, dimostrando che la loro intuizione era giusta: si poteva saltare l’Oceano intero con un unico balzo. Un altro sogno folle che si avverava, in questo pezzo di terra dove tutto pare diventare possibile. Facciamo due passi in quella brughiera deserta e decidiamo di osservare più da vicino gli unici esseri viventi che abbiamo intorno, le pecore. Io adoro le pecore, sono animali buffissimi e simpatici, e mi piace in particolare questa razza irlandese che ha un lungo vello bianco arruffato e la testa e le zampe nere. Ogni volta che vedo una pecora mi viene da ringraziarla in cuor mio per tutta la soffice lana che ci dà, e per quei meravigliosi filati così belli da lavorare che permettono di realizzare progetti fantastici. Anche queste pecore, come altre che abbiamo visto in giro, sono contrassegnate da macchie di tinta di colore rosso o blu sul mantello bianco, probabilmente per indicarne la proprietà, e brucano libere e tranquille nei grandi prati che si stendono a perdita d’occhio. Ci chiediamo se restino qui all’aperto anche durante la notte, non si vedono tracce di costruzioni tipo abitazioni o ovili nei dintorni, e dubitiamo che qualcuno faccia tanta strada ogni giorno per riportarle a casa la sera e poi di nuovo al pascolo il giorno dopo. Camminiamo su un piccolo sentiero chiacchierando proprio di queste ipotesi quando ci imbattiamo in una scena completamente inaspettata: una grossa pecora se ne sta in un campo sul lato destro del ciglio della strada, è in mezzo al fango, scalcia e bela penosamente e corre a scatti da un alto all’altro del fazzoletto di terra sul quale si trova senza successo. Ha le corna completamente imprigionate in una rete di recinzione di plastica che forse il vento ha fatto cadere a terra. pecora-1.jpg Probabilmente aveva il muso in basso per brucare l’erba e nel momento in cui l’ha rialzato ha infilato le corna ricurve nelle maglie di plastica della rete restandoci irrimediabilmente impigliata. Non saprei dire da quanto è successo ma sembra molto spaventata e stanca, c’è parecchio fango nella zona dove si trova e ormai ha le zampe e il lato inferiore del corpo completamente fradici e sporchi, sembra che la sua lotta faticosa con la rete che la imprigiona vada avanti già da un pezzo. Dopo un momento di sorpresa, la pena per quella povera pecora prevale sull’esitazione e decidiamo che dobbiamo assolutamente fare qualcosa per aiutarla. Luca prova ad avvicinarsi per capire meglio la situazione e vedere cosa possiamo fare, ma appena si accorge di noi lei si spaventa ancora di più e comincia a scappare di qua e di là, finendo ogni volta la sua corsa con uno strattone della rete che le avvolge le corna e la ritira indietro. Cerchiamo di tranquillizzarla con le nostre voci e di farle capire che vogliamo solo aiutarla, ma è solo una povera creatura spaventata e non sta certo a sentire quello che diciamo… C’è così tanto fango intorno che non è facile avvicinarsi per capire cosa si può fare, così mentre io provo a fare un giro di ispezione lì intorno per vedere se trovo un segno di presenza umana o qualcuno a cui segnalare questa situazione, Luca prende delle tavolette di legno che sono buttate lì in giro e le mette in fila cercando di creare un piccolo sentiero stabile – e non fangoso – sul quale avventurarsi per avvicinarsi il più possibile all’animale imprigionato. Il mio giro di ispezione è breve e vano – non c’è un essere umano nei paraggi per chilometri, direi – e temo proprio che se non riusciremo ad aiutarla noi, quella poveretta potrebbe anche morire di stenti prima che qualcuno arrivi fin quaggiù per accorgersi di cosa sta succedendo. Quando mi riavvicino vedo che Luca ha ormai raggiunto la pecora e le ha afferrato con fatica uno dei corni arricciolati, mentre lei si divincola e si tira indietro con tutte le sue forze per cercare di liberarsi. pecora-2.jpg La rete che l’ha catturata è di plastica arancione con grosse maglie di circa 5 cm di lato, ed è di una consistenza così dura che non si potrebbe mai strappare con le mani. Serve assolutamente un attrezzo per cercare di tagliarla, non c’è altra possibilità. Lì intorno non c’è nulla a parte pezzetti di legno completamente inutili, ma mi viene in mente che Luca ha un piccolo coltellino svizzero in valigia, lo porta sempre con sé perché comprende anche una specie di mini cacciavitino che secondo lui può sempre servire, non si sa mai… così glielo ricordo e decidiamo di provare con quello. Piano piano mi avvicino alla rete e prendo io la pecora per le corna, ché se si riallontana non riusciremo mai a fare qualcosa per aiutarla davvero, mentre lui va alla macchina a cercare il coltellino. Non è affatto convinto che l’idea possa funzionare, lo va a prendere solo perché vede quanto sono preoccupata per questo povero animale, ma mentre si riavvicina scuote la testa niente affatto rassicurante. La lama di quel piccolo attrezzo è lunga sì e no 5cm ed è ridicolmente liscia, non potrebbe servire a tagliare neppure una semplice rete di corda, figuriamoci questa. E purtroppo il cacciavitino stavolta non aiuta… Mettiamo via tutto e decidiamo per l’unica azione possibile che ci rimane: se non possiamo tagliare la rete cercheremo di liberare a mano le corna della pecora dalle maglie che la imprigionano facendole uscire dai fori nei quali si sono impigliate un po’ per volta, a costo di infangarci quanto lei in quella melma appiccicosa e di rischiare di beccarci qualche spintone. Di andarcene e lasciarla lì in quello stato, in quella landa deserta e sperduta, non se ne parla neppure. Almeno non senza aver prima provato tutto il possibile. Ci sistemiamo un po’ meglio sul ponticello precario di tavolette messo su da Luca e io agguanto con forza le corna cercando di tirare l’animale il più possibile verso la rete – e verso di noi – parlandogli per farlo stare calmo, mentre Luca comincia a cercare un modo per far uscire le corna arricciolate da quell’intrico di plastica che le imprigiona senza fargli male. pecora-3.jpg La pecora ha paura e continua a tirare la testa indietro puntando i piedi e scivolando nella melma, ma io la tengo stretta e non ho intenzione di mollarla finché ce la faccio. Con molta fatica – anche a causa della posizione scomoda nella quale è obbligato dal fango – Luca sposta e tira quella maledetta rete in tutti i modi possibili cercando di farla ruotare intorno al giro del corno sinistro dell’animale, e dopo un po’ di lotta riesce a farlo uscire da una delle maglie di plastica. pecora-4.jpg Le mie speranze aumentano e lo incoraggio a continuare, e in quel momento notiamo una cosa incredibile: la pecora si è fermata e sta immobile lì davanti a noi, con la testa bassa e le zampe dritte nel fango, come se avesse capito che stiamo cercando di aiutarla e quindi non deve ostacolarci, ma solo avere fiducia in quello che facciamo. Cerco di tenerla buona e stringo uno dei corni fangosi e scivolosi con una mano mentre con l’altra la accarezzo sul muso, intanto che Luca regge l’altro corno cercando di liberarlo da quell’intrigo. Dopo un altro sforzo, anche grazie al fatto che lei sta ferma e non si tira indietro, riesce a liberare del tutto il primo lato, così ci scambiamo di posto e passa a provare con l’altro. pecora-5.jpg E’ molto complicato far uscire quella rete dalla spirale del corno, è così intricata che quando tiriamo via un quadretto se ne impiglia un altro, ma alla fine il grosso del nodo esce fuori, e con uno sforzo finale anche l’ultimo groviglio scivola via di colpo – e un attimo dopo la pecora è libera! Ce l’abbiamo fatta! La lasciamo andare contemporaneamente, e lei ci mette meno di un secondo a capire che è finalmente libera. Si gira immediatamente e scappa verso il prato alle sue spalle, verde e soffice, fermandosi dopo neanche 20 metri a brucare l’erba fresca, dandoci le spalle come se niente fosse. pecora-6.jpg Noi restiamo lì a guardarla quasi increduli, con le mani sporche di fango che emanano un odore forte, i piedi in bilico su due tavolette poggiate in una melma appiccicosa tipo palude di Shrek, e un sorriso assolutamente soddisfatto negli occhi. Abbiamo salvato la pecora! Abbiamo salvato la pecora… ci siamo riusciti, non mi sembra vero! Abbraccio il mio eroe ridendo e ringraziandolo per aver portato a buon fine quell’impresa unica, mentre lui scherza sul caratteraccio di quell’ingrata pelona che ci ha voltato le spalle mostrandoci il fondoschiena e mettendosi a mangiare senza neppure il minimo ringraziamento. Lo ringrazio io comunque, sentendomi troppo contenta per essere riuscita a fare qualcosa per quel povero animale che faceva davvero pena in quelle condizioni. Sono contenta di come ce la siamo cavata in questa situazione di emergenza, senza attrezzatura e assolutamente senza nessuna esperienza in questo senso. In fondo noi le pecore le abbiamo al massimo salutate dal finestrino dell’auto passando sulla via e non ne abbiamo certo mai agguantata una per le corna in quel modo…! Osserviamo la nostra beniamina mangiare tranquilla e le facciamo qualche foto, poi la salutiamo e ci ripuliamo alla meglio tornando verso la macchina. Rifacciamo il percorso all’indietro lungo la stradina stretta fino al cancello, lo richiudiamo dietro di noi e lasciamo quel luogo di grandi imprese con un altro ricordo speciale da portare a casa. Riprendiamo la N59 e ci avviamo verso la Sky Road, ben segnalata all’entrata del centro di Clifden. Si tratta di una strada panoramica a forma di anello lunga una decina di chilometri o poco più che corre lungo la penisola di Clifden salendo fino a circa 500 metri sul livello del mare, e nonostante non sia in realtà che una piccola stradina locale è ben conosciuta dai turisti per lo spettacolo straordinario che offre a chi ha la pazienza e la voglia di percorrerla. (www.goireland.com/galway/sky-road-clifden-attraction-sightseeing-tours-id12637.htm) Scorci panoramici mozzafiato di Oceano e prati verdi e cielo si stendono davanti ai nostri occhi a mano a mano che saliamo, tanto che ci fermiamo continuamente per fare nuove foto. Alcuni turisti affrontano le salite e le curve della strada strettissima a piedi, e si fanno da parte per permetterci di passare quando li incrociamo. Piccoli cottage con giardini fioriti sorgono qua e là lungo il lato destro della via, sarà perché adesso c’è di nuovo il sole e la luce è spettacolare, ma mi viene da pensare che questi irlandesi qui, quando si svegliano la mattina e aprono le finestre, si ritrovano davanti uno dei panorami più incantevoli del mondo. Il vento increspa l’acqua del mare più al largo disegnando strisce di schiuma candida, mentre tutto il resto è di un azzurro abbagliante. sky-road.jpg Dalla cima della collinetta si riconosce perfettamente delineato il profilo roccioso della penisola, tutt’intorno solo acqua e cielo di un turchese brillante, così uguali e uniti che quasi non si riesce a distinguere dove finisce uno e comincia l’altro. sky-road-2.jpg Basta arrivare fin quassù per capire che non si poteva trovare nome più perfetto da dare a questa via panoramica: quello che vedi è il mare, ma la sensazione che hai è di essere in cielo, e di fare ormai parte di tutto quell’azzurro che ti dilaga davanti a perdita d’occhio, in maniera esagerata, regalando una vista di una bellezza spudorata. sky-road-3.jpg Completiamo lentamente il giro spettacolare di questo Ring, da segnare fra quelli da non perdere, fino a riprendere la via N59 in direzione Westport. Quindi superiamo Letterfrack e l’entrata per il Connemara National Park e raggiungiamo facilmente la nostra prossima meta di oggi, la Kylemore Abbey, affacciata sul Corrib Lake. Quando fermiamo l’auto nel grande parcheggio libero nei pressi dell’abbazia è quasi l’ora di pranzo, il vento è calato e il cielo è coperto a tratti ma non fa per niente freddo. Facciamo il biglietto (10,00 € a testa, compreso il Walled Garden) e ci dirigiamo verso il castello notando che non ci sono molti altri visitatori in giro al momento, speriamo di essere fortunati anche in questa occasione e di evitare la classica ressa che qui è di casa. La strada che porta all’ingresso principale costeggia il grande lago, che è il più grande d’Irlanda, in un’atmosfera silenziosa e piena di pace. Il castello appare come una visione di fiaba, alto ed elegante tra gli alberi del bosco, posato sul bordo erboso del lago. Incantevole. kylemore-castle.jpg Questa costruzione, divenuta abbazia delle monache benedettine di Ypres nel 1920, fu fatta costruire intorno al 1870 da Mitchell Henry, un facoltoso politico inglese di Manchester che venne nel Connemara in viaggio di nozze con la moglie Margaret e si innamorò talmente della bellezza di questi luoghi che volle farsi una casa qui. Forse per l’atmosfera tipicamente malinconica del lago, per la splendida foresta lì intorno, o magari per la moda che andava per la maggiore in quegli anni, di fatto Mitchell Henry decise che per la sua amata moglie avrebbe fatto costruire non un semplice palazzo ma un castello in stile neogotico, con tanto di merli, torrette e guglie. La pietra grigio scuro delle merlature e delle rifiniture delle torri, in contrasto con quella chiara delle pareti esterne, completa l’effetto gotico desiderato dando come risultato finale un edificio affascinante e decisamente elegante. Ma soprattutto una struttura che si armonizza perfettamente con il paesaggio naturale di bruma e silenzio nel quale è immerso, e che nelle nebbiose mattine invernali deve davvero assomigliare al fantasma di un antico castello che si leva cupo e silenzioso tra la foresta e il lago. In contrasto con l’effetto esterno, gli interni ancora visitabili sono decisamente meno inquietanti. Delle molte stanze occupate al tempo dalla famiglia se ne possono vedere oggi solo 4 al piano terra, tutte arredate con grande charme in stile ottocentesco e ricche di oggetti preziosi, dai tessuti ai mobili fino alle porcellane da tavola, a testimoniare il gusto e la ricchezza dei proprietari. interno-kylemore-1.jpg interno-kylemore-2.jpg Purtroppo la moglie di Mitchell morì neanche 4 anni dopo la costruzione del castello, e in seguito la proprietà passò di mano in mano finché fu acquisita dallo Stato, che nel 1920 la cedette alle suore Benedettine di Ypres, un’antica congregazione religiosa in fuga dal Belgio a causa delle persecuzioni della guerra, che la trasformarono in abbazia. Ancora oggi una parte del castello è chiusa al pubblico perché riservata alle monache, che da molti anni hanno anche aperto un collegio femminile per ragazze di buona famiglia all’interno della struttura. Sul frontone del portone d’ingresso spicca ancora il motto benedettino Pax-Peace. La visita è abbastanza breve ma interessante, e dopo il giro riusciamo sulla magnifica terrazza che si affaccia direttamente sul lago, da dove prendiamo il sentiero che va verso la chiesa. Passeggiamo in un parco bellissimo, sotto un tunnel di rami frondosi che da un lato arrivano a sfiorare l’acqua immobile del lago. bosco.jpg La chiesa è a circa 100 metri dalla casa, ed è un piccolo gioiello di architettura. kylemore-church.jpg Le dimensioni ridotte sono quelle di una cappella privata, la navata sarà 15 metri in tutto, ma la bellezza è quella di una vera cattedrale. In effetti così è definita questa chiesetta, la Piccola Cattedrale di Kylemore, tanto è meravigliosa e perfetta fin nei minimi dettagli. La struttura è in stile neo-gotico con guglie e vetrate istoriate, archi e trafori. L’interno, restaurato da poco, è incredibilmente curato, l’altare è in legno dalla forma moderna ma ispirato agli archi a sesto acuto delle vetrate, con un piccolo crocifisso ligneo sospeso alla volta veramente suggestivo. interno-chiesa.jpg Bellissima è anche la posizione della chiesa, immersa nella pace della foresta a pochi passi dalle sponde del lago. Mitchell la fece costruire in memoria della moglie per potersi raccogliere in preghiera vicino al luogo dove lei era sepolta.  chiesa_1.jpg Infatti, poco più giù lungo lo stesso sentiero che porta alla chiesa, si trova il Mausoleo con la tomba della donna, lo stesso dove molti anni dopo anche lui fu sepolto. E’ una specie di casetta di pietra seminascosta nel folto del bosco, con una croce e una targa sulla quale sono incisi i loro nomi, ai piedi della quale qualcuno ha posato piccoli fiori rosa ormai appassiti. mausoleo.jpg Un posto decisamente romantico dove trascorrere l’eternità insieme alla persona amata. Ripercorriamo lentamente il sentiero verso il castello, e d’un tratto il silenzio del luogo è interrotto dal ticchettio della pioggia sulle foglie. Ci ripariamo sotto al nostro ombrello di Bunratty e arriviamo fino al gazebo in legno dove i visitatori attendono la navetta che porta al Giardino Vittoriano, a circa 1,5 km da lì. Sarebbe stata una bella passeggiata da fare a piedi, ma la pioggia scoraggia da questa idea e fa salire tutti quanti sul piccolo pulmino. In pochi minuti siamo al giardino, che è molto grande e completamente racchiuso da alte mura di mattoni. walled-garden-1.jpg Oltrepassiamo il cancello di ferro e ci ritroviamo in un ambiente ampio e curato dove spiccano aiuole fiorite in mezzo a prati verdissimi, palmizi e siepi folte. walled-garden-2.jpg Risaliamo i vialetti perfettamente disegnati fino alle casine degli operai che lavoravano qui, restaurate e visitabili, ed entriamo anche in quella del giardiniere capo che faceva da sovrintendente e responsabile di tutto il progetto. La sua casa è grande, con un bel salotto elegante, interno-casa.jpg una cucina luminosa fornita di tutto e una camera spaziosa. C’è addirittura una stanza adibita a lavanderia dove sono ancora conservati oggetti particolari tipo ferri da stiro a carbone, vasche di zinco per il bucato e uno strizza biancheria in ferro con i due rulli ancora funzionanti. rulli.jpg C’è persino un piccolo giardinetto sul retro, che si vede dalle grandi finestre del salotto. Su un lato del giardino principale c’è una zona riservata alle piante officinali, all’orto e agli alberi da frutto, che permettevano alla famiglia di essere perfettamente autosufficiente riguardo al fabbisogno di frutta e verdura, mentre in fondo si trovano le vecchie serre. serre.jpg Sono state restaurate solo in parte, ma in origine erano tanto grandi da attraversare tutto il lato del muro di cinta come una galleria chiusa e riscaldata, dove le signore potevano passeggiare anche nei piovosi giorni d’inverno. I lavori di restauro sono cominciati da diversi anni ma non sono ancora terminati, alcune parti sono del tutto da ricostruire compresa un’area dove stanno riallestendo un vecchio gazebo in ferro decorato con tanto di fontana interna, e credo che quando sarà tutto finito sarà un luogo veramente piacevole dove trascorrere il pomeriggio. orto.jpg All’uscita riprendiamo la navetta che ci riporta al castello, e da lì, dopo qualche altra foto all’abbazia, torniamo alla nostra auto per riprendere la via verso nord. Ci spostiamo sulla N5 e poi sulla N17 e in poco più di un’ora e mezza siamo all’altezza di Sligo, che superiamo per arrivare a Drumcliff, dove abbiamo prenotato il B&B per stasera. Alloggeremo alla Benbulben Farm, una fattoria di charme segnalata anche sulla guida Lonely Planet, che siamo molto curiosi di vedere. Il panorama cambia di nuovo in questo tratto d’Irlanda, ritroviamo l’Oceano qui, ma la cosa che colpisce di più nella terra di Yeats è sicuramente il Ben Bulben, un incredibile altopiano calcareo che domina incontrastato su tutta l’area della Sligo County. Alto come una collina in un’area che si estende sul livello del mare, lo si distingue già da lontano, piatto come una tavola, con i fianchi rocciosi che scivolano verso l’erba e una distesa di campi verdissimi tutto intorno. benbulben.jpg Ci avviciniamo sempre di più alla ricerca del B&B, e quando finalmente ci arriviamo scopriamo che la Benbulben Farm è una bellissima fattoria accovacciata proprio ai piedi di questo straordinario altopiano calcareo. E’ così immersa nel verde che non è possibile vederla dalla strada principale, bisogna risalire una minuscola stradina tra alberi e pascoli di mucche seguendo piccoli cartelli di legno scritti a mano, per arrivarci. Il vialetto costeggia un giardino non grande ma pienissimo di fiori, e l’impatto con la fattoria è davvero d’effetto. La casa è larga e bassa, col tetto spiovente e la facciata coperta di edere rampicanti. Quando entriamo ci viene incontro una signora alta di mezza età dall’aria un po’ svanita, che sembra non ricordare della nostra prenotazione. Se ne va in cucina lasciandoci lì ad aspettare e quando torna è tutta sorridente, ha con sé la chiave di una stanza e ci fa cenno di seguirla. Percorriamo un lungo corridoio ricoperto di moquette e arriviamo ad una stanza abbastanza grande, con un letto matrimoniale e uno singolo vestiti con dei copriletti di raso bordeaux un po’ vecchio stile, un armadio in legno scuro e un mobiletto con lo specchio dov’è sistemato il necessario per fare il tè. Il bagno è sulla sinistra, con una doccia molto grande e una piccola finestrella in fondo. Quando la signora ci lascia soli ci sistemiamo in quella camera molto diversa dalle ultime dove abbiamo dormito, ma che ha un suo fascino. La cosa più bella è certamente la vista sul giardino di fronte, con enormi ciuffi di calle alte e rigogliose sistemate proprio sotto al nostro davanzale. calle.jpg Dopo aver messo via le nostre cose usciamo di nuovo, non è tardi così andiamo subito a fare la visita per la quale siamo arrivati fino quassù nel Donegal, quella alla tomba di W.B. Yeats. Il cimitero dove riposa è vicino a una piccola chiesa, abbiamo notato le indicazioni mentre cercavamo la Benbulben Farm, e lo raggiungiamo in pochi minuti. santa-colomba.jpg Nonostante Yeats fosse nato a Dublino queste sono le sue terre, i suoi luoghi d’ispirazione, quelle dove avevano avuto origine i miti e le leggende più antiche alle quali ha attinto per le sue opere poetiche che gli hanno regalato il Nobel per la Letteratura nel 1923. Il sito della chiesa parrocchiale di St. Columcille è uno dei più antichi d’Irlanda, i primi pellegrinaggi cristiani risalgono a più di 1500 anni fa, ed è ancora visibile qui una meravigliosa Croce Celtica molto alta e perfettamente conservata che reca incisioni di scene bibliche attorno alla quale i pellegrini si riunivano per ascoltare e imparare le storie dei profeti e dei santi scolpite sulla pietra. croce.jpg Al di là della strada si vedono ancora i resti di una grossa torre rotonda che era un campanile celtico come quello che abbiamo ammirato a Glendalock, e che è l’unica rimasta in questa zona. La piccola chiesa è perfettamente tenuta, con la navata completamente occupata dalle panche in legno, le pareti in pietra e un bellissimo pulpito a colonne scolpite.  In questa parrocchia il bisnonno di Yeats fu rettore per molti anni all’inizio del ‘900, e lui stesso da bambino trascorse molte ore di vacanza qui. Per questo, come da suo desiderio, oggi riposa in questo piccolo cimitero, subito a sinistra rispetto all’entrata della chiesa, in una tomba di semplice pietra grigia sulla quale sono incisi alcuni versi compresi nel suo poema “Under the Benbulben”. wb-yeats.jpg Una pioggerellina lieve accompagna la nostra visita al grande poeta irlandese, e rende l’atmosfera ancora più malinconica. Eppure non c’è tristezza in questa tomba ben curata, raccolta in una cornice di pietra riempita di piccoli sassi sui quali spiccano le foglioline verdissime dell’unica piantina che sta a guardia dell’eterno riposo del grande scrittore e di sua moglie. La pioggia rende tutto fresco e lucido, il profumo dell’erba aleggia intorno, le fronde degli alberi si curvano a proteggere le tombe mentre un ticchettio lieve invade l’aria. E’ sempre difficile credere davvero alla morte di un poeta, anche quando ti ci trovi di fronte. Mettiamo il nostro sassolino – un altro – salutiamo e riprendiamo l’auto, in cerca di un posto dove cenare prima che sia troppo tardi. Non abbiamo voglia di infilarci nel traffico di Sligo, sarà per la prossima volta, così ripercorriamo la via principale in direzione del B&B e ci fermiamo ad un ristorante dall’aspetto moderno e un po’ strano, ma dal nome quantomeno ovvio: “The Yeats Tavern”. Il locale forse è un po’ pretenzioso per il luogo sperduto in cui si trova, ma la cucina è buona e il servizio impeccabile. Scegliamo pesce e verdure accompagnati da patatine e birra, e intanto dalle grandi vetrate sulla strada vediamo che la pioggia è cessata prima ancora che finiamo di cenare. Rientriamo alla Benbulben Farm subito dopo cena, siamo stanchi e ci sentiamo già addosso la tristezza per domani, quando dovremo salutare l’Oceano – e lo spettacolare Donegal disteso davanti a noi e ancora tutto da esplorare – per ritornare verso Dublino. Questi giorni sono stati lunghi e brevi insieme, e purtroppo è già l’ora di tornare, proprio quando vorremmo avere ancora molto tempo a disposizione per scoprire gli inesauribili segreti di questa terra magica. C’è calma e silenzio alla fattoria, e decidiamo di concederci una buona tazza di tè caldo con i biscotti prima di dormire, benedicendo ancora una volta questa civilissima abitudine anglosassone di fornire agli ospiti delle camere tutto il necessario per un’ultima “cuppa ” prima di andare a letto.
http://benbulbenfarmhouse.com/index.html (30,00 € a persona voto 4/5)
hennigan@eircom.net

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Mercoledì 17 giugno: – Aran Islands – Inishmore – Clifden

31 agosto, 2009 in Viaggi. Commenti: 4

Ottima notte alla Riverwalk House immersa nel silenzio della campagna, e ottima colazione Full Irish nella meravigliosa sala dalle pareti a vetri con vista sul giardino fiorito. Uova, bacon, pomodoro, salsicce, pudding bianco e nero ma anche piccoli funghi grigliati riempiono i nostri piatti sul tavolo apparecchiato con grande cura, insieme a caffè, tè, latte, cereali, frutta fresca, succhi di frutta a scelta e biscotti secchi. Una gioia per gli occhi oltre che per il nostri stomaci affamati… full-irish_0.jpg Mentre spazzoliamo tutto quel ben di dio profumato chiacchieriamo con la signora Ann raccontandole della incredibile giornata che abbiamo trascorso ieri a Galway, con la festa alla casa di Nora e il reading e la giornalista e tutto il resto, e lei sembra molto contenta che questa esperienza ci sia piaciuta così tanto. Purtroppo non ci possiamo dilungare con lei quanto vorremmo perché anche il programma di oggi è intenso, ma alla fine, quando carichiamo le nostre cose in auto e paghiamo (riverwalk@eircom.net 35,00 € a testa – voto 5/5) la signora ci fa una piacevole sorpresa regalandoci un bel magnete con la foto della sua splendida casa e del giardino da conservare come ricordo del nostro soggiorno lì. Non che ce ne fosse bisogno, non l’avremmo dimenticato in ogni caso, ma lo accettiamo con grande piacere e speriamo davvero che un giorno potremo tornare a trovarla in questa zona spettacolare. Da Oughterard ci spostiamo in auto verso la costa fino al piccolo porto di Rossaveel, dove arriviamo in una ventina di minuti attraverso un paesaggio da favola. Lì parcheggiamo l’auto in un grosso spiazzo vicino al molo e facciamo i biglietti per il traghetto che ci porterà a Inishmore, la più grande delle tre Aran Islands comprese nella Baia di Galway. Mi piace sempre visitare “l’isola dell’isola” quando è possibile, ci è capitato altre volte in passato e alla fine si è sempre rivelata un’esperienza speciale, quindi non ce la vogliamo perdere neppure questa volta. Il piccolo traghetto, esclusivamente per passeggeri e non per mezzi di trasporto, salpa da Rossaveal alle 10,30 con ritorno previsto per le 17,00 (www.aranislandferries.com/times_mor.php 25,00 € a testa A/R). Il cielo è nuvoloso, piove leggermente e l’aria è fresca, ma il mare è calmo e la traversata non dura più di 45 minuti, che con mio grande sollievo filano via lisci. L’isola ingrandisce lentamente davanti a noi in un misto di verde e roccia, allungandosi sulle acque limpide. Un piccolo faro bianco su uno scoglio di fronte al porto ci segnala che siamo vicini all’approdo. Il tempo di scendere a terra nel piccolo paesino di Killronan e veniamo letteralmente assaliti dai noleggiatori dell’isola, che offrono ai visitatori giornalieri i loro prezzi speciali per il noleggio di biciclette, pulmini e calessini, o per gustare le specialità dei ristoranti locali. Non ci aspettavamo questa accoglienza vivace che rasenta quasi l’invadenza e lì per lì siamo un po’ indecisi, in effetti non sappiamo ancora bene quale potrebbe essere la proposta migliore per la giornata. Dopo qualche esitazione mi lascio convincere dallo spirito di avventura di Luca, per niente attratto da quei furgoncini stile navetta di Hotel che vorrebbero scarrozzarci in giro a finestrini chiusi, e decidiamo per il noleggio di due biciclette (8,00 € a testa tutta la giornata) bike-rental.jpg, anche perché il noleggiatore ci conferma che la via costiera è abbastanza piatta e non presenta difficoltà particolari. Dalla mappa che abbiamo notiamo che una via circolare tipo “Ring of Inishmore” costeggia tutta l’isola, che nonostante sia la più grande delle tre misura circa 14 km per 4 ed è quindi visitabile tranquillamente con una bici, grazie anche al fatto che nel frattempo il cielo si è schiarito e un pallido sole è tornato a farsi vivo. Cominciamo il giro in senso orario risalendo la stradina dietro ai negozi principali del porto, e sulla sinistra troviamo subito una piccola costruzione che attira la nostra attenzione. E’ una casetta bianca e azzurra, con gli infissi di legno, le tende bianche alle finestre che danno sulla strada e il tetto spiovente, nulla di particolare così a prima vista se non fosse che sopra il portone d’entrata c’è una grossa insegna azzurra a segnalare che si tratta della sede locale della Banca d’Irlanda. Deve essere la filiale bancaria più piccola del mondo, o roba simile… assolutamente deliziosa. Un signore è in piedi davanti a una delle due finestre, la bici appoggiata al bordo del davanzale, sembra affacciato verso l’interno, solo dopo esserci avvicinati di più capiamo che sta semplicemente facendo un’operazione al bancomat. banca.jpg Questa terra non smetterà mai di stupirci, ormai ne siamo certi. Lì vicino, sul lato opposto della strada, troviamo un’altra piccola meraviglia, sono i resti ben conservati di una minuscola chiesetta senza tetto con finestre a sesto acuto ormai senza vetri, che pare posata su un tappeto d’erba all’interno di un piccolo recinto di pietre murato a secco. chiesa_0.jpg Continuiamo a pedalare lentamente e oltrepassiamo un pub dal muro esterno tutto decorato, per arrivare in uno spazio più ampio dove finalmente il panorama si allarga fino al mare. Numerosi muretti a secco disegnano geometrie irregolari sul terreno scosceso segnato dai continui affioramenti calcarei che spuntano tra l’erba fitta. Bellissimi cottage isolati sono sparsi qua e là nella campagna, alcuni con giardini pieni di fiori selvatici e recinti in pietra dove pascolano cavalli in libertà. horse.jpg E’ una visione di sogno che lascia incantati: erba, rocce, fiori, e cavalli liberi a pochi metri dal mare. Sopra, il cielo carico di stormi di nuvole che si rincorrono veloci, sullo sfondo il profilo scuro e netto di una terra grande e montagnosa, vicina e irraggiungibile come un miraggio. E tutto intorno, il mare di un blu intenso. Spettacolare. Continuiamo a pedalare mentre la fatica si fa sempre più sentire, almeno per quanto mi riguarda, e in breve intuiamo che la strada che ci aspetta è tutt’altro che piatta come ci avevano detto. Adesso capisco perché ci hanno dato delle Mountain bike… Luca ride della mia osservazione e continua a pedalare come niente fosse, mi domando dove trovi tutta quell’energia, a volte mi sembra anche lui uno di quei folletti magici che si dice abitino i boschi d’Irlanda… La salita si fa sempre più ripida a mano a mano che andiamo avanti, il terreno sale verso la collina sulla quale si trovano i ruderi dell’antico faro dell’isola, che è la nostra prima tappa del giro di visita. Mi viene da ridere all’idea che la strada sia tutta così, non sono mica certa di potercela fare – andiamo, sono una segretaria io, passo la vita seduta su una sedia imbottita che ha pure le ruote e il mio unico attrezzo per gli esercizi è il ferro da stiro… come si può immaginare che possa scalare un’isola ! E poi più rido più mi mancano le forze per pedalare… Meno male che la bellezza del panorama mi fornisce una scusa più che valida per soste frequenti dedicate a scattare foto (e a respirare un po’…). A tratti pedalo a tratti scendo e spingo la Mountain bike su per le salite più dure, e intanto penso a un bel discorsino di ringraziamento da fare stasera al tizio del noleggio – sempre se sarò ancora viva… salita.jpg Luca intanto si diverte un mondo a scorrazzare qua e là mentre mi aspetta, beandosi del panorama e del vento, che almeno ci rinfresca un po’. Cerco di fare del mio meglio tra una battuta e una foto, e una sensazione di sollievo mi invade quando sento la sua mano posarsi sulla mia schiena e spingermi per aiutarmi a pedalare nei tratti più ripidi. In quel momento la fatica svanisce, e so che con il suo sostegno potrei arrivare dovunque. Lo faceva anche quando scarpinavamo su per le salite di La Digue, solo che lì indossavamo un costume e c’erano 30 gradi… Superiamo una coppia di ragazzi con le nostre stesse difficoltà dovute alla strada, che però, a giudicare dalla ragazza con i pantaloni viola che protesta petulante a ogni pedalata, sembrano divertirsi molto meno di noi. Ad un certo punto individuiamo finalmente sulla nostra sinistra la stradina laterale che sale su al vecchio faro, e dire che “sale” in effetti non rende abbastanza l’idea. La pendenza è così forte che diventa impossibile portare le bici fin lassù, così le leghiamo insieme con il lucchetto che ci è stato fornito e le lasciamo vicino a una costruzione posta a metà strada continuando a piedi, tra sassi e caprette incuriosite. La torre del vecchio faro in pietra sorge ancora pressoché intatta in cima alla collina, a più di 400 mt sul livello del mare, manca soltanto tutta la parte della lanterna. Accanto restano tracce dell’antica abitazione del guardiano, assai diroccata, risalente circa al 1818 quando il faro cominciò la sua opera di segnalazione ai naviganti. old-lighthouse.jpg Pare però che la sua posizione situata così in alto, in questa zona di grandi umidità e nebbie persistenti, lo rendesse invisibile dal mare e quindi inutile, tanto che neppure 50 anni dopo la sua costruzione il faro cessò la sua attività, sostituito da uno più funzionale costruito sulla piccola Inisheer (www.unc.edu/~rowlett/lighthouse/irlw.htm). lighthouse-2.jpg Certo è che, funzionale o meno, il panorama da lassù, con la distesa d’erba della brughiera racchiusa nella griglia irregolare dei muretti di pietra che si allungano fino al mare azzurro, vale da sola la scarpinata, anche oggi che il cielo è molto capriccioso e ci regala di nuovo pioggerella alternata a sprazzi di sole. view.jpg Un clima tipicamente isolano che rende l’atmosfera più vera, e ideale per questa gita. Facciamo un po’ di foto respirando quell’aria profumata di salmastro ed erba, poi torniamo piano piano fino alle bici riprendendo il nostro giro. Mentre scendiamo per la stradina incrociamo di nuovo la coppia di prima che sta salendo, il ragazzo spinge a mano le due bici su per la salita mentre la ragazza con i pantaloni viola sale a piedi immusonita borbottando lamentele verso di lui, neanche fosse l’architetto che ha progettato le strade della zona. Rimontiamo in sella e poco più avanti oltrepassiamo una casa grande dove un’insegna dipinta sul muro ci informa che lì si producono e si vendono manufatti di “Knitwear”, fatti cioè in lana lavorata ai ferri secondo la tradizione locale, che è conosciuta in tutto il mondo. knitwear.jpg Da knitter appassionata quale sono sogno fin dalla partenza di trovare qualcosa di bello e originale fatto a mano qui, e spero che avremo tempo per fare un giro nei negozi del paese prima di ripartire. Oltrepassiamo una splendida spiaggia di sabbia bianca e fine e acqua cristallina, proprio su una curva della via, che se solo ci fosse la temperatura adatta sarebbe un luogo fantastico per fare un bagno, e proseguiamo per la nostra meta principale, l’antichissimo forte celtico di Dun Aengus. to-dun-aengus.jpg Lo vediamo stagliarsi imponente in cima ad un’alta collina, alla fine di una strada tortuosa e ripida lungo la quale diversi visitatori a piedi si stanno già inerpicando. dun-aengus-da-lontano.jpg Sembra vicino ormai, invece è solo un’illusione ottica, dobbiamo pedalare ancora molto per stradine sterrate – e cambiare un paio di volte direzione tra recinti di cavalli e mucche – prima di arrivarci davvero in prossimità. aran-cows.jpg Tornando indietro da una stradina sterrata imboccata per sbaglio ci passa davanti ancora una volta la coppia di ragazzi di prima, il ragazzo stavolta pedala avanti, ha legato una corda fine al telaio della sua bici e poi a quello della bici della ragazza con i pantaloni viola, e se la porta dietro al traino, così che lei possa pedalare con minor fatica e – finalmente – in silenzio. Lasciamo che quell’ingegnoso mezzo di trasporto si allontani abbastanza prima di cominciare a ridere. Non sappiamo esattamente dove stanno andando, ma abbiamo la netta impressione che dovunque sia ci dovranno arrivare in quel modo… Ricontrolliamo con attenzione la nostra piccola mappa e imbocchiamo finalmente la strada giusta per il Forte, raggiungendo in breve il centro di accoglienza per i visitatori. Lì lasciamo le bici nel piccolo parcheggio creato appositamente, dove si trovano anche alcuni negozietti e un punto di ristoro, paghiamo il biglietto alla cassa (2,00 € a testa) e cominciamo la nostra scalata a questo sito archeologico straordinario e incredibilmente misterioso (www.shee-eire.com/Sites&Monuments/Cliff-forts/Galway/Inishmore/Dun-Aengus/dun-ainfo.htm). Il sentiero in salita che porta su al forte è lungo e faticoso dopo la già notevole pedalata, nella parte finale il terreno diventa molto irregolare e pietroso tanto che bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi se non si vuole rischiare una slogatura. muretti.jpg La via è fiancheggiata da splendidi muretti a secco fatti di pietre grigie spigolose e piatte, messe lì a segnare il percorso da chissà quanti secoli. muretti-2.jpg In effetti la datazione di questo antichissimo Forte celtico non è ancora stata stabilita con esattezza, si parla all’incirca dell’Età del Ferro ma questo può significare da 200 a più di 1000 anni prima di Cristo. A mano a mano che saliamo, grati che il sole se ne stia nascosto ancora un po’ dietro le nuvole risparmiandoci più caldo di quello che già soffriamo per la scalata, vediamo avvicinarsi la muraglia scura più esterna del forte, costituito in tutto da tre grossi semicerchi concentrici di mura alte fino quasi a 6 metri. Nonostante non ci siano molte informazioni disponibili su questo luogo, si intuisce anche solo a prima vista che il Forte doveva avere certamente una funzione difensiva oltre che religiosa. dun-aeungus-on-top.jpg Superiamo la muraglia di pietre larga fino a diversi metri che è quella del secondo semicerchio, in quanto quello più esterno è più indietro rispetto al sentiero e non arriva più fin qui, e attraverso una piccola porta entriamo in quell’antichissimo cerchio magico. Ci rendiamo subito conto che siamo molto in alto, oltre 100 metri di salto dividono il forte dal livello del mare, e naturalmente nessuna barriera protettiva è stata alzata sul bordo della scogliera. Pare che originariamente la struttura potesse essere ovale o a forma di D, e certo era abbastanza distante dal baratro, ma lentamente la scogliera ha ceduto all’azione degli elementi ed è precipitata in mare, lasciando il forte incompleto e pericolosamente in bilico sul bordo dell’abisso. Se si potesse vedere dall’alto, si distinguerebbe una struttura a forma di ferro di cavallo in cui i tre semicerchi di pietra vanno a finire direttamente sul limite ultimo delle cliff, dove finisce la terra. La vastità dell’area racchiusa all’interno di questa imponente struttura colpisce immediatamente appena entrati. Ti viene da domandarti da quali mostruosi pericoli dovevano mai difendersi questi popoli, per aver pensato di tirare su tutto questo in cima ad un’altura rocciosa già tanto inaccessibile. great-wall.jpg E’ impressionante attraversare lo spazio compreso all’interno di quelle mura alte e scure che ci racchiudono come enormi braccia e sentirci portare verso il nulla, verso il balzo nel vuoto di quei 100 mt che dividono il promontorio dall’Oceano. Ci avviciniamo al bordo lentamente, c’è vento e pioviscola di nuovo. Le nubi avvolgono di nebbiolina umida una parte della costa verso sinistra, in basso ondate bianche di schiuma si infrangono contro la roccia scura con un ruggito basso e cupo come di creatura preistorica. cliffs-from-dun-aengus.jpg Turisti incappucciati in k-way colorati si prendono eccessiva confidenza con il bordo della scogliera in una maniera che mi fa venire le vertigini solo a guardarli, così ci spostiamo a ridosso della parete più alta per riparaci un po’, in attesa che il rovescio più intenso finisca. L’acqua scivola sulle pietre infilandosi dappertutto tra gli spazi liberi del muro a secco, se non si capisce come e perché una qualche popolazione celtica decise di costruire quest’opera enorme e misteriosa proprio quassù, ancora meno si riesce a comprendere come sia stato possibile che migliaia di pietre semplicemente ammonticchiate le une sulle altre per un raggio di centinaia di metri e un’altezza impressionante siano ancora tutte lì, pressoché intatte, a testimoniare il passaggio di uomini misteriosi vissuti qui mille anni prima di Cristo. Lo scroscio di pioggia dura poco, il sole torna presto a fare capolino dalle nuvole e riprendiamo la nostra visita. Costeggiamo la parete più alta e arriviamo alla piccola porta che da accesso al cerchio più interno del forte, quello minore e ultimo dove la forma a ferro di cavallo è nettamente visibile anche dal basso e dove la terra finisce di colpo e il baratro si spalanca dritto davanti a noi. fort-door.jpg Le alte mura alle nostre spalle sembrano già meno capaci di proteggerci, anzi sembrano più imprigionare chi sta dentro, e metterlo con le spalle contro un muro che non c’è più, e che ormai è solo salto nel vuoto. Al centro del grande spiazzo, in una posizione fantastica sul limite della scogliera, c’è una strana formazione rocciosa rettangolare, sembra quasi un gigantesco altare, o la base di qualcosa che non potremo mai vedere. Tre dei lati di questo strano elemento piatto guardano verso il centro del semicerchio, mentre l’ultimo confina direttamente con il baratro a strapiombo sull’Oceano. Basta guardarlo per immaginare riti magici druidi, suoni misteriosi di lingue perdute, gesti simbolici di antichi Re e guerrieri Celti vissuti qui nella notte dei tempi della civiltà. heart-of-dun-aengus.jpg Dal bordo della scogliera ci giriamo di nuovo verso le mura, a guardare il semicerchio di pietre che ci circonda. Secoli di mistero sono racchiusi da quelle pietre mute, che conserveranno il segreto di tutto ciò che hanno visto per sempre, finché i millenni a venire non riusciranno a spingerle inesorabilmente nelle fauci di quell’Oceano là sotto che pare in attesa di inghiottirle impaziente come una belva affamata. Questo luogo veramente straordinario in cui abbiamo la fortuna di trovarci oggi è uno dei monumenti più antichi d’Europa che è stato capace di conservarsi in maniera incredibile, per tramandare fino al nostro tempo la sua misteriosa lezione. La fatica fatta per arrivare qui e salire in cima alla collina è già completamente dimenticata. La meraviglia è la sola sensazione che porteremo via con noi da Dun Aengus. cliffs_0.jpg Il cielo si è rischiarato molto e il sole splende, illuminando di luce chiara l’erba profumata di pioggia. Persino l’Oceano pare più calmo ora, e più azzurro. Facciamo un po’ di foto finalmente “asciutte” delle cliff e delle mura, e poi ricominciamo la discesa di questo magico sentiero spazio-temporale capace di portare gli uomini del 21° secolo nel regno misterioso dei Celti, quando nulla esisteva ancora e tutto doveva sempre succedere. Riprendiamo le nostre bici dopo aver lanciato un ultimo sguardo di saluto al Forte immutabile, e torniamo verso il bivio dove abbiamo visto la spiaggia bianca, costeggiandola in direzione sud. inishmore-beach.jpg Non andremo a vedere il Worm’s Hole, una stranissima piscina di roccia dalla forma perfettamente rettangolare ma di origine assolutamente naturale dalla quale, con l’avvicinarsi dell’alta marea, l’Oceano emerge con grande impeto, per un fenomeno geologico di riempimento e svuotamento di grotte sotterranee dovuto proprio alle forti maree. Proseguiamo invece verso sud, siamo ormai sul lato opposto dell’isola e qui la strada è finalmente in piano, a volte addirittura in discesa, ed è praticamente tutta costiera, il che significa che regala scorci di panorami di una bellezza da levare il fiato. Pendii erbosi, muretti a secco, cavalli e rari cottage immersi in un silenzio fantastico, e in una luce perfetta. horse-and-sea.jpg Pedaliamo lentamente godendoci ogni angolo e fermandoci di frequente a fare foto, ora che non siamo più impegnati a scalare quelle salite dure possiamo dedicare tutta la nostra attenzione alla meraviglia che ci circonda. Ci chiediamo come dev’essere vivere qui, in questa pace e in questa solitudine, tra bellezza e senso di smarrimento. Gli inverni devono essere lunghi e bui quassù, quando il freddo e la pioggia scoraggiano la gran parte dei visitatori e il mare decide lui se far arrivare gente oppure no. Nonostante i turisti e le mucche in giro questa è terra di pescatori, e i pescatori sono tipi particolari, che non solo apprezzano ma hanno bisogno di vivere in un posto come questo, dove tutto è vero ed essenziale, dove la natura comanda e bisogna conoscere soprattutto la sua legge per sopravvivere, prima ancora di quella degli uomini. Certo i visitatori sono i benvenuti e sono sempre accolti in maniera eccezionale, come è tipico in questo meraviglioso Paese, ma basta stare seduti un po’ qui in questo silenzio, a guardare l’Oceano e il profilo dell’isola madre là in fondo, per avere la sensazione che devi esserci nato, qui, per potertici sentire a casa. Per non avere la sensazione di esserti smarrito nel luogo più sperduto e più bello del mondo, e in un tempo che non sai più se è il tuo. Noi ci stiamo per un po’, a guardare l’Irlanda da qui, verso la Baia di Galway, in una zona dove la riva rocciosa di una piccola baia è segnalata sulla mappa come residenza di una colonia di foche. seals-bay.jpg E’ da quando ho letto questa cosa delle foche, stamattina, che desidero arrivare qui e vederne una, non pretendo tanto, non importa che ci sia tutta la colonia, mi basterebbe una sola, lì tranquilla a riposarsi sulla sua roccia, col suo corpo grassottello e il musetto baffuto, e il naso in aria ad annusare il profumo del mare. Per questo, ora che finalmente ci siamo, sono un po’ delusa di non trovare nessuno, niente foche sulle rocce, né piccole né grandi, solo la baia vuota e l’acqua limpida che la circonda. La presenza delle foche nella colonia è legata alle maree, pare che con la bassa marea vengano lì a riposarsi e che poi approfittino di quella alta per uscire a pescare. Beh, è ovvio che è tempo di alta marea ora, perché la zona è proprio deserta. Bellissima, ma completamente solitaria. Stiamo un po’ in attesa nella speranza di vederne arrivare qualcuna, ma non succede nulla, così alla fine ci rassegniamo e ripartiamo verso il paese. Sono un po’ dispiaciuta, ma in fondo non è così importante, abbiamo visto comunque il luogo della colonia, e poi quest’isola ci ha già dato tanto e sarà impossibile ripartire da qui davvero delusi. Facciamo un’ultima sosta vicino a una casa che ha un recinto proprio sulla strada, nel quale vediamo due splendidi cavalli bai che stanno brucando l’erba tranquilli, e ci fermiamo per accarezzarli e fotografarli. Ormai siamo vicini a Killronan, e dopo neanche un chilometro e un’ultima discesa ci ritroviamo alla fine del percorso circolare, proprio nella stradina dalla quale siamo partiti stamattina. baia-di-galway.jpg Ce l’abbiamo fatta dunque. Anzi, è andata anche meglio del previsto. E se un giorno solo è poco per vedere tutto quello che offre questa piccola isola, siamo comunque felici del carico di ricordi di questa giornata che ci porteremo via con noi. Decidiamo di andare subito a lasciare le bici prima di fare un giro in paese, e alla fine, nonostante la scarpinata iniziale, ringraziamo il signore del noleggio per la mappa e i consigli. Manca ancora circa un’ora alla partenza del traghetto, per cui abbiamo tutto il tempo per risposarci un po’ e fare un giretto per i negozi di artigianato locale. Andiamo dritti a vedere il famoso Aran Sweater Market and Museum, a sinistra del molo, e scopriamo che è un posto fantastico, almeno per me che adoro lavorare ai ferri. Si tratta del principale negozio del paese che vende esclusivamente articoli lavorati con la tecnica detta appunto Aran, una lavorazione molto bella che si ottiene con grosse lane un po’ grezze e punti molto intrecciati e lavorati. Su uno schermo in una zona appartata del negozio scorrono le immagini di un documentario nel quale si spiega come le donne dell’isola anticamente, ma alcune ancora oggi, partivano proprio dalla lana di pecora da filare e cardare, si facevano il loro filato in casa, e da quello ottenevano i loro famosi maglioni lavorati, indossati poi dai capo-famiglia che di solito erano pescatori. aran-knitwear-market.jpg Ogni famiglia aveva un suo disegno originale diverso da tutti gli altri, così in caso di naufragio si era in grado di riconoscere qualunque pescatore ritrovato in mare anche grazie alla lavorazione del suo maglione. Nel negozio sono anche esposti antichi fusi e arcolai, insieme a grossi gomitoli di filati di colore neutro o tinti con estratti naturali. aran-tradition.jpg Ma soprattutto c’è un’esposizione enorme di cardigan, maglioni, golf, calzini, plaid, coperte, cuscini, guanti, muffole, sciarpe, berretti, stole, per donna, per uomo, per bimbi… c’è di tutto, persino alcune bambole e orsetti di lana. Non avevo mai visto una tale quantità di articoli lavorati a maglia tutti in una volta, e sono tutti bellissimi, morbidi, caldi e straordinariamente lavorati. hand-knitted-arans.jpg Mi aggiro per i due piani dello store come incantata, mi piacerebbe comprare tutto, dai cardigan classici di colore neutro ai cappelli a trecce color verde bosco, dalle sciarpe pesanti agli scialli finissimi e caldissimi, dai maglioni da portare a tutti i miei cari a casa alle pantofole di lanona grossa per l’inverno… Soprattutto mi incanto davanti ad alcuni Afghan (coperte da divano) color burro fatti a riquadri ognuno dei quali lavorato con un punto differente, e bordati con un giro di Shamrock a filo scambiato di colore verde scuro – bellissime e neppure care come prezzo, visto che oltretutto è tempo di saldi. Ci sto facendo davvero un pensierino quando Luca mi ricorda la parolina magica che tendo sempre a dimenticare: Ryanair ! Una coperta come quella peserà almeno 4 o 5 kg ! Come facciamo a portarla via ? Accidenti… mi convinco a lasciar perdere per il momento, ma ci lascio veramente il cuore. Prima di fare acquisti decidiamo di dare un’occhiata ai capi – e ai prezzi – del negozietto subito qui accanto, molto più piccolo ma che espone articoli molto belli. Facciamo un giro veloce e decido di acquistare lì delle pantofole di lana da casa per l’inverno per me, sono proprio uguali identiche a quelle viste all’Aran Market ma costano ben 6,00 € in meno. Poi torniamo di là, e dopo varie ricerche adocchio un modello di cardigan a trecce con un bottone in legno sulla spalla sinistra che proprio mi incanta, e che è a sconto per i saldi. Cerco una misura che mi possa andare bene perché questi modelli sono generalmente molto abbondanti, e una signora gentilissima del negozio viene in mio aiuto consigliandomi e dandomi una mano a provare un paio di capi. A me piace molto un cardigan color rosso vivo, che fa un po’ Natale, ma su suo consiglio provo lo stesso modello anche nel colore panna, e devo ammettere che ha ragione lei, l’effetto della lavorazione Aran è molto più bello in quel colore chiaro. Per provare i vari capi mi sono tolta il mio golf lavanda e quando la signora capisce che effettivamente l’ho fatto io a mano comincia a farmi un sacco di complimenti per il modello e il colore e per come è lavorato, sostenendo che è molto ben fatto e che solo una brava knitter è in grado di realizzare un lavoro bello come quello. Magari esagera un po’, ma sono contenta che una esperta come lei apprezzi il mio lavoro fatto a mano. E’ una bella soddisfazione dopo tutte quelle ore passate a sferruzzare, e poi è sempre un piacere avere a che fare con persone gentili che ti parlano con cortesia e interesse. Alla fine prendo il cardigan chiaro, che Luca mi regala come ricordo di questo posto fantastico dove ci siamo divertiti molto. Di prendere qualcosa per lui neanche a parlarne – dovrebbe vivere al Polo Nord per tollerare di indossare un capo di lana così pesante! Purtroppo qui non hanno libri o riviste di maglia quindi acquistiamo solo il mio golf, col quale ci regalano un librettino che raffigura tutte le diverse lavorazioni Aran classiche con la spiegazione del loro significato simbolico tradizionale. Vorrà dire che conserverò quello e a quello farò riferimento quando avrò bisogno di indicazioni per lavorare questi punti così belli e antichi. Usciamo dal negozio dopo aver salutato la signora, che ci ha tenuti un po’ lì a chiacchierare del nostro viaggio e del nostro paese, e ci avviamo finalmente verso il molo. Il cielo è di nuovo grigio e l’aria sul bordo del mare è quasi fredda, ma non piove. Passeggiamo lì intorno per ingannare l’attesa, osservando la piccola mezzaluna del porto con i suoi edifici colorati ancora una volta. Faccio qualche foto già rattristata di dover lasciare questo posto incantato, quando Luca mi si avvicina e mi dice piano piano “guarda…!”. Mi volto verso il punto che mi indica senza capire bene a cosa si riferisca, e resto letteralmente immobilizzata dalla meraviglia: nelle acque del porto lì davanti, a pochi metri da noi, una foca ha fatto capolino sulla superficie del mare e si sta guardando intorno curiosa, mentre si tiene a galla con la pancia all’aria. E’ bellissima… Piccola e rotondetta, di colore grigio scuro, se ne sta lì a dondolare a pancia in su mentre respira e annusa in giro, è assolutamente fantastica. Dopo circa un minuto si immerge di nuovo e scompare alla vista, e solo in quel momento riesco a scuotermi e a reagire. Era una foca! Una foca vera! Abbiamo visto una foca nuotare libera nel suo habitat naturale ! Non riesco quasi a crederci… seal.jpg Mi avvicino di più al bordo del molo con Luca e prego dentro di me che torni su a farsi rivedere almeno una volta, almeno per qualche istante… Era troppo bella, non può essere sparita così! E poco dopo le mie preghiere vengono esaudite, la foca torna ad emergere poco più in là, col suo musetto baffuto che spunta dall’acqua e gli occhietti tondi che si guardano in giro. Stavolta non perdo tempo e comincio a scattarle qualche foto, mentre l’emozione mi prende la gola. E’ uno spettacolo incantevole quello che quella piccola foca ci regala ritornando a farsi vedere ancora due o tre volte, immergendosi e riemergendo per respirare e curiosare un po’ in giro a distanza di pochi minuti. Un paio di altri turisti la notano, e una ragazza che lavora al porto, e tutti la osservano incuriositi, in silenzio. La sua assoluta tranquillità e il suo essere completamente a suo agio nel suo ambiente naturale le danno un’aria splendida, elegante e perfetta. La guardo e quello che vedo è una creatura completamente libera, nel senso più totale della parola. E’ un’emozione speciale questa che Inishmore ci ha riservato poco prima che salpiamo, l’ultima e forse la più bella, che ci farà custodire nel cuore il ricordo di questa visita con ancora più nostalgia. Lo sapevo che l’isola dell’isola è sempre un posto particolarmente speciale, e ancora una volta ne abbiamo avuto la conferma. Il battello riparte in perfetto orario alle 17, 00 in punto, e attraversa il piccolo pezzo di Oceano Atlantico che divide questa terra speciale dalla sua isola madre senza problemi. Riprendiamo la nostra auto poco dopo essere sbarcati e seguiamo la via indicata dal navigatore verso il B&B di stasera, che è il Cornerstones di Moyard, sulla N59 poco oltre Clifden. Non è tardi e c’è ancora sufficiente luce per godersi appieno la bellezza straordinaria del Connemara, tra prati verdissimi e perfetti, colline dolci e infiniti laghetti d’argento che fanno da specchio alla corsa libera delle nuvole in cielo. Nonostante abbiamo già visto una moltitudine di paesaggi bellissimi e diversi, il Connemara appare subito ai nostri occhi come qualcosa di speciale, assolutamente meraviglioso e magico più di ogni altro panorama incontrato fin qui – e ne abbiamo visti, di splendidi. Il verde del Connemara ha una sfumatura speciale tutta sua, ancora mai incontrata, impreziosita da una ricchezza d’acqua fantastica, tra laghetti e pozze e mare. A mano a mano che andiamo avanti incontriamo anche le magnifiche cime delle Twelve Bens, che si intravedevano sul profilo dell’orizzonte dalla costa di Inishmore. In questa zona si trova il Connemara National Park, nel quale si possono visitare mostre naturali e aree protette, e dove vengono organizzate escursioni a piedi con guide locali fin su alle montagne. Stavolta no, ma il parco è già nel nostro programma per la prossima volta… Procediamo lungo queste strade strette e dolcemente curve incontrando poche altre auto, ma ogni volta i vari autisti non dimenticano di riservarci il loro solito cenno di saluto, al quale siamo ormai molto affezionati. Nelle vicinanze del B&B, circa 9 km oltre la cittadina di Clifden, giriamo a una curva e facciamo un altro incontro insolito, che ci fa rallentare per fare qualche foto: tre piccoli asinelli grigi, soli e liberi, passeggiano per la strada in fila indiana. asino.jpg Se ne vengono in giù lentamente su un lato della carreggiata, tranquilli e beati, come se stessero andando al pub a fari una pinta incuranti delle auto che incrociano. Meno male che di qui ne passano poche e che in genere vanno piano, nonostante l’incredibile limite di 100 km/h che abbiamo visto su quasi tutte queste stradine secondarie. Ma come si fa ad andare a 100 all’ora in posti come questi? C’è troppa bellezza da godersi dal finestrino per sfrecciare via a quella velocità… Anzi, devo ammettere che a volte, per guardare quello che c’era fuori, non ho tenuto abbastanza d’occhio le indicazioni del navigatore sul PC che tengo sulle gambe e ho costretto Luca a qualche inversione e retromarcia… Ma come si fa? E’ tutto così bello che non si vorrebbe perdere neppure un attimo di questa meraviglia. Salutiamo gli asinelli e arriviamo al B&B facilmente anche se lì per lì, nonostante le indicazioni molto chiare lungo la via, temiamo di aver sbagliato – può essere davvero che sia qui su per questa stradina circondata dal bosco? Nessuno sbaglio, è proprio la strada giusta, che porta ad un cottage favoloso circondato da un giardino incredibile, sull’alto di una collinetta nel bel mezzo di quel paesaggio incantato. Stentiamo a crederci, ma siamo davvero arrivati. Questo è sicuramente il B&B più bello che abbiamo trovato fino ad oggi, e la signora Eithna è assolutamente deliziosa quando viene a darci il benvenuto. E’ giovanile e snella, con i capelli corti e un sorriso sempre pronto, e ci sistema subito in una stanza bellissima al piano superiore, col tetto a mansarda, una grande finestra rettangolare che da sul giardino e un bagno con doccia tra i più grandi che abbiamo avuto fin qui. La stanza è tutta arredata sul bianco e giallo oro, anche le pareti sono giallo chiaro, il lenzuolo bianco ha dei decori sul giallo nella stessa tonalità del trapuntino piegato ai piedi del letto, e solo un piccolo cuscino rosso scuro riprende il colore identico delle due abat-jour sui comodini di legno chiaro, fatti nello stesso stile dell’armadio. Sembra tutto nuovo e lindo, siamo davvero entusiasti di questa sistemazione speciale e quasi ci dispiace di dover uscire subito per la cena. Ma siamo affamati dopo le tante emozioni di oggi, così mettiamo giù le nostre cose e torniamo verso Clifden in cerca di un pub che ci dia da mangiare. Clifden è una cittadina molto carina, non grandissima ma neppure fatta delle solite 4 case. Qui ci sono negozi, pub, hotel, B&B, ristoranti, stazione di servizio, scuola, un paio di incroci principali e persino un semaforo. Non è Galway, ma c’è molta più vita che in altri centri che abbiamo visitato. Parcheggiamo e scegliamo il J Conneelys Bar per cenare, un locale molto bello e grande con una bella atmosfera, gestito da due ragazzi giovani e dove in serata è prevista musica dal vivo. Siamo i soli clienti a cena, ma non ci sono problemi. Ordiniamo Fish and Chips e Smithwicks per me (ne avevo voglia da oggi…) fish-and-chips.jpg e Guinness Irish Stew con Guinness per Luca irish-guinness-stew.jpg. Il servizio è ottimo e anche il cibo, presentato in bei piatti grandi e molto abbondante. Lo spezzatino di Luca è delizioso, con molte verdure speziate, soda bread e burro, e quel bel profumo intenso di birra che avevamo gustato per la prima volta a Kilkenny, ma anche il mio pesce è ottimo, croccante fuori e morbido all’interno, e accompagnato da patatine insalatina e salsa. La Smithwicks l’ho presa per assaggiare qualcosa di diverso, ma la Guinness resta sempre la mia preferita. Ceniamo tranquillamente chiacchierando, e quando chiedo al ragazzo se possiamo restare finché comincia la musica lui mi sorride e dice: “Of course!” Lentamente altri clienti arrivano per la classica pinta del dopocena, e piano piano il lungo locale si riempie quasi a metà. Arriva anche il gruppo dei musicisti “The Hog” ad un certo punto, un paio sono un po’ oltre la trentina e uno direi oltre i cinquanta, con una bella pancetta rotonda e i capelli bianchi, e cominciano a sistemare gli strumenti e i microfoni. Cioè, il più giovane sistema gli strumenti, mentre gli altri si sistemano la voce con una bella pinta fresca, tanto per cominciare. Luca si beve un buon Irish Coffee nell’attesa, ma ci vogliono almeno altre due pinte a musicista prima che lo show abbia inizio. Il più anziano è il cantante solista, che si lancia in canzoni allegre e vivaci con una notevole energia, mentre una fan un po’ attempata gli lancia occhiate di approvazione dalla prima fila del bancone del bar. Le chitarre e il banjo suonano a gran ritmo tra strilli da far west e acuti tenuti su con altre pinte di Guinness, e l’atmosfera si riscalda in breve tempo. the-hog.jpg Molti applausi di incoraggiamento arrivano dal pubblico presente, e i tre sembrano proprio divertirsi molto. La musica è allegra e ritmata, i tacchi battono sul pavimento in legno e gli “yahoooooo” a tutta voce si sprecano, è davvero uno show vivace, proprio ciò che ci aspettavamo da una serata tradizionale. Restiamo fino quasi alle 11, poi decidiamo di rientrare. Siamo troppo stanchi e domattina dobbiamo alzarci ancora presto, e vogliamo anche goderci un po’ quella meravigliosa stanza che abbiamo per la notte. All’uscita dal pub camminiamo fino alla macchina passando davanti ad altri bar, le porte sono aperte e da tutti i locali arrivano musica e canzoni tradizionali. Per strada non c’è nessuno, solo quelli che stanno passando da un pub all’altro per sentire altri strumenti suonare altre melodie. Non ci sarà molto fuori, qui, ma in serate come questa, dentro i pub si sente davvero battere il cuore più autentico dell’Irlanda. Rientriamo al Cornerstones in dieci minuti e ci prepariamo subito per andare a dormire, ché di materiale per i sogni anche stasera ne abbiamo a volontà.
www.connemarabnb.com (30,00€ a persona voto 5/5)
cornerstones@eircom.net

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