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Venerdì 3 gennaio: Englischer Garten – Schatzkammer – St Michaelkirche – Viktualienmarkt – Asamkirche – Altstadt

3 luglio, 2014 in Viaggi. Commenti: nessuno

3.17

Il clima è migliorato stamattina, non fa più tanto freddo e l’aria sembra meno umida. In queste condizioni è piacevole girare per la città alla scoperta dei luoghi più caratteristici. Dopo colazione andiamo alla fermata della U-bahn per raggiungere il centro. La nostra linea di metro è la U1 e i treni di questa linea sono bianchi e celesti e hanno un’aria decisamente vecchiotta, con gli interni in formica zebrata, i sedili in similpelle color carta da zucchero e le maniglie di metallo a scatto per aprire le porte, con un look un po’ anni 70. Comunque è puntualissima e, anche se fa strani rumori, viaggia regolarmente e ci porta dove dobbiamo andare.

3.1

La prima tappa di stamani è un must assoluto per chi viene in città, l’Englischer Garten. Si tratta del parco cittadino più grande d’Europa per estensione, più di Hyde Park (e persino più di Central Park), lungo oltre 5 km e completo di boschi, laghetti, ruscelli e sentieri che collegano le varie zone e gli edifici più interessanti.

3.1bis

Entriamo più o meno all’altezza di metà parco e procediamo tranquillamente verso sud fino allo Hofgarten, che è dietro alla Residenz. Incontriamo fin da subito corvi, anatre, papere e germani, e anche uno scoiattolo rosso che saltella da un ramo a un altro con una leggerezza e una grazia ineguagliabili.

3.2

Il laghetto principale è molto grande, ha delle isolette con alberi sparse qua e là dove stanno le papere, ed è circondato da boschi di larici e querce bellissimi. Purtroppo, per via della stagione, il verde in giro e’ poco e gli alberi sono spogli, ma il tappeto di foglie rosse crea un bel contrasto con le zone candide dei prati in cui la brina notturna ancora resiste.

3.3

Una parte del lago e’ ancora ghiacciata, uno strato di ghiaccio di oltre un centimetro ricopre la superficie immobile, e restiamo un po’ a guardare le grosse anatre che arrivano in volo e cercano di atterrare sull’acqua, che invece e’ solida, e finiscono per scivolare con le zampe tese come pattinatori maldestri, strillando e sbraitando.

3.4

Uno degli edifici più noti del parco è la Chinesischer Turm, una pagoda cinese in legno costruita alla fine del ‘700 che ospita al suo interno una delle più antiche birrerie della città, con un biergarten esterno dove si possono accomodare oltre 7000 persone. Purtroppo oggi è chiusa e non possiamo entrare, e notiamo che anche altri italiani arrivati fin qui restano delusi. Ci sono davvero moltissimi italiani in città in questi giorni, il 90% dei non tedeschi qui parla italiano.

3.5

Dalla pagoda raggiungiamo il Monopteros, un tempietto a colonne rotondo piazzato su una piccola altura erbosa dalla quale si vede la Skyline della città, con le guglie delle chiese principali, la Residenz e la Neues Rathaus.

3.6

Il parco è davvero molto bello e offre scorci incantevoli, regalando alla città un fascino tutto suo anche fuori stagione. Più avanti incrociamo di nuovo il ruscello, che si allarga e forma una bellissima cascata d’acqua che scroscia e corre veloce sotto al ponte.

3.7

Lì vicino troviamo qualcosa che pensavo proprio non avremmo visto: i surfisti. In questo tratto dove l’acqua corre veloce è stato creato un gradino artificiale che causa una grossa onda continua e molti appassionati vengono qui ad allenarsi, ma credevo che accadesse solo in estate. Invece eccoli qua, con questo clima invernale, a surfare beati in questa corrente gelida. Hanno la muta da sub comprensiva di cuffia e guanti, ma insomma… è pur sempre gennaio! Si lanciano al volo sui loro surf in mezzo all’onda e la cavalcano, alcuni molto bene altri più incerti, e dopo qualche decina di secondi finiscono a tuffo nell’acqua gelata, allegri e soddisfatti come fosse quella dei Caraibi. Restiamo a guardarli insieme a un pubblico di gente incredula e divertita, ma i più divertiti di tutti sono loro, che sembrano davvero spassarsela un mondo.

3.8
3.9

Camminando ancora arriviamo vicino allo Hofgarten, dove lungo un vialetto notiamo un cubo di marmo nero con delle incisioni su una delle facce. E’ il monumento che ricorda il gruppo della Rosa Bianca, e in particolare i fratelli Sophie e Hans Scholl, studenti all’Università di Monaco, che ebbero il coraggio di organizzare una specie di resistenza passiva al regime del Reich stampando e distribuendo volantini politici nei quali si illustravano i veri scopi del nazional-socialismo. In pochi mesi i membri della Rosa Bianca furono individuati dalle SS e ghigliottinati in pubblico, dopo un processo farsa durato mezza giornata. In tutta la Germania, solo questi giovani studenti osarono mettere in atto un tentativo di ribellione aperta alla dittatura nazista, pagando il loro coraggio civile a carissimo prezzo.

3.10

Dopo la visita al parco, e visto che ci troviamo di nuovo alla Residenz, facciamo un salto nella chiesa color senape dove sono sepolti alcuni membri della famiglia Wittelsbach.

3.11

Quindi sfruttiamo ancora il nostro ticket Partner per visitare la Schatzkammer, la camera dei tesori reali. A parte corona, scettro, globo e insegne reali, mai usati davvero ma rappresentativi dell’antico potere della famiglia reale, ammiriamo corone del ‘500, spade, calici, crocifissi tempestati di pietre e perle, avorio, tartaruga, corallo, agata, ambra, oro.

3.12
3.13

Della collezione reale fanno parte anche numerosi vasi d’argento, coppe, piatti sbalzati e scolpiti come vere opere d’arte, cofanetti ricoperti di gemme e cristalli di rocca, spille, collane, tiare, anelli, tabernacoli, cammei, candelabri, e un’incredibile scultura di San Giorgio a cavallo che uccide il drago tutta tempestata di diamanti e rubini e cesellata nei minimi dettagli, davvero stupenda.

3.14
3.15

Dopo la visita alla camera dei tesori facciamo una passeggiata fino in centro ed entriamo di nuovo nella St. Michaelskirche, con la sua notevole navata rinascimentale ampia e luminosa, e scendiamo nella cripta per vedere la tomba di Ludwig II. Un luogo impressionante, sotto diversi punti di vista. Uno spazio non molto grande, basso, con arcate e colonne, e sparsi in giro, quasi come fossero sistemati a caso, una serie di sarcofagi di metallo nero decorati di leoni, corone e croci, alcuni molto grandi, altri piccoli da bambini, con targhette sulle pareti che indicano il nome del principe o della principessa che riposano in quella certa bara. Niente marmo, niente pietra, né statue o angeli, solo piombo e metallo scuro, anche bozzato e ammaccato a volte, e sistemazioni che si potrebbero tranquillamente definire ‘alla rinfusa’.

3.16

Sulla sinistra, unica bara circondata da una ringhiera nera, appare la tomba di Ludwig II, con il suo ritratto alla parete, lo stemma reale, la corona e molte più decorazioni delle altre sepolture. Questa è anche l’unica tomba decorata da fiori, piccoli oggetti portati in dono, rosari e un semplice cuore di paglia. Niente a che vedere con lo sfarzo raffinatissimo di cui il Re Folle si è circondato in vita. Non credo che questa tomba spoglia e cupa gli sarebbe piaciuta. Di certo, questa è la cripta più triste che io abbia mai visto.

3.17

Usciamo dalla chiesa e passiamo di nuovo per il centro città diretti verso Viktualienmarkt, il mercatino della frutta e dei chioschetti di cibo, che finalmente troviamo aperto.

3.18

Molta gente sosta qui per mangiare e riposare, e lo facciamo anche noi, in un piccolo locale sulla piazza con le sedie sistemate sotto un tendone di plastica come in estate, i decori natalizi sui tavoli, le stufe accese e le copertine rosse sulle sedie per stare al caldo. Non fa troppo freddo, ma io me la sistemo subito sulle gambe.

3.19

Mangiamo un’ottima Kartoffelnsuppe, e poi würstel rosso e patate io, würstel viennesi e crauti Luca, tutto buono e caldo. I tavoli sono apparecchiati per 4 e il posto è poco, così dopo un po’ si siede vicino a noi una coppia di americani, e chiacchieriamo un po’ con loro. Sono del Colorado, in vacanza a Brema da un cugino e in viaggio a Monaco per curiosità. Sono molto simpatici e gentili, e ci confermano che presto verranno anche in Toscana a fare un giro. Il marito racconta che a Brema e a Berlino i luoghi e le persone sono diversi da qui, e che suo cugino non ama affatto venire al sud perché il modo di vivere qua è troppo diverso rispetto alle abitudini del nord. Questo mi conferma che la mia scelta di Monaco come primo approccio alla cultura tedesca è stata giusta…

3.20

Dal mercato continuiamo la passeggiata lungo Sendlingerstrasse e visitiamo Asamkirche, la chiesa in stile Rococò più ricca ed elaborata della città. In effetti era nata come cappella privata, creata dai fratelli Asam in onore di San Giovanni Nepomuceno a metà del 1700, ma alla fine venne fuori una chiesa così bella che i cittadini di Monaco li convinsero ad aprirla al pubblico perché tutti potessero ammirarla e andarci a pregare. E’ davvero molto piccola, sarà larga 8 metri e lunga 20 al massimo, ma è fittamente decorata di stucchi, marmi, gessi, dipinti, fregi, angeli, fiori, tralci, statue… non c’è un centimetro libero in tutta la chiesa. Tra gli elementi da notare c’è sicuramente il soffitto affrescato a trompe-l’oeil, che da un’impressione di uno spazio moltiplicato. Un vero gioiellino.

3.21
3.22

Torniamo verso Marienplatz e continuiamo a gironzolare per goderci un po’ il centro storico abbellito dalle luci natalizie, e scoviamo anche un negozio speciale dove mi regalo alcuni gomitoli di lana merino per fare uno scialle. Non so se il color senape che ho scelto mi ricorderà di più il giallo preferito del Re Sole bavarese o quello del condimento dei würstel! All’ora di cena non abbiamo fame, ancora sazi della merenda fatta al Viktualienmarkt, così entriamo nella splendida Rathaus Keller, come ci eravamo ripromessi, solo per un dolce e un tè. Il locale, proprio sotto le fondamenta della Rathaus, è un luogo storico di Monaco ed è un posto assolutamente da non perdere quando si capita da queste parti. È tutto decorato e arredato secondo lo stile bavarese classico, con legno, ferro battuto e dipinti alle pareti, ed è immenso, labirintico, tanto che non si sa dove comincia e dove finisce. C’è molta gente e una giusta confusione ma il servizio è impeccabile, e passiamo una bella serata a mangiare ottima torta e chiacchierare in quell’atmosfera confortevole e allegra.

3.23

Alla fine, sulla piazza davanti alla Neues Rathaus col suo splendido Glockspiel ornato di mille guglie, devo capitolare, e finisce che mi compro anche una bandiera. Una piccola, della Baviera, non della Germania, ma la compro convinta. Questa città mi è piaciuta, sto cominciando a orientarmici e a riconoscere edifici e zone, e credo che prima o poi dovremo tornarci per vedere tutto quello che purtroppo non riusciremo a vedere questa volta. In fondo, sono contenta che sia andata così.

3.24

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Giovedì 2 gennaio: Schloss Nymphenburg – Residenz – Concerto in Alte Hofkapelle

29 giugno, 2014 in Viaggi. Commenti: nessuno

Giornata di castelli oggi, ai quali ci dedichiamo dopo una buona colazione in hotel. Usiamo U-bahn e tram per raggiungere il famoso Schloss Nymphenburg, il castello delle Ninfe, una delle attrazioni più note della capitale della Baviera, e ci arriviamo in pochi minuti. Fa freddo ma non troppo, il cielo e’ un telo bianco uniforme e teso.

2.1

Nella notte la temperatura deve essersi abbassata parecchio perché scopriamo che molti dei laghetti e delle fontane che si trovano davanti al castello sono completamente ghiacciati. Sulla superficie resa solida dal gelo si vedono solo uccelli “miracolosi” che camminano sull’acqua e resti sparsi di botti e fuochi d’artificio sparati per i festeggiamenti di ieri sera.

2.2

Il castello si trova praticamente in città, perché nel tempo sono state via via aggiunte cerchie di nuovi quartieri al vecchio centro storico, ma era stato edificato in campagna come residenza estiva della famiglia reale Wittelsbach. Fu costruito nel 1664 come dono del Re Ferdinando di Baviera alla moglie Enrichetta (una Savoia) per avergli dato un figlio maschio, Massimiliano Emanuele.

2.3

L’impatto è con un bel palazzo in stile barocco, con una facciata dall’estensione enorme (oltre 700 metri) e molto elegante, fontane e vasche di cigni lungo il viale d’ingresso e un grande giardino sul retro, che oggi è uno dei parchi più amati della città.

2.4
2.5

Entriamo gratis grazie al nostro ticket Partner dei castelli di Ludwig, e restiamo subito colpiti dal primo salone al piano superiore, la Sala di Pietra. E’ un ambiente imponente con un ampio loggiato a colonne, un soffitto alto tre piani affrescato in maniera grandiosa, specchi, stucchi e dipinti ovunque, e delle finestre così ampie che mostrano tutto il parco illuminando la stanza in maniera fantastica.

2.6
2.7

Oltre alla magnificenza artistica, che è certo rilevante, questo salone ha anche una notevole importanza storica, perché qui si svolsero moltissime feste e cerimonie reali lungo diversi secoli, e fu qui che suonò per il Re un piccolo Mozart di soli 6 anni nel suo primo tour musicale a Monaco. Inoltre, fu proprio in questo salone che venne battezzato il piccolo principe Ludwig II. Un vero battesimo di bellezza, che segnerà tutto il resto della sua vita dedicata all’arte.

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Nella sequenza di sale che visitiamo è da notare la Galleria delle Bellezze, in cui sono sistemati i ritratti di 36 bellissime ragazze del tempo, scelte tra nobili e non, che il re Ludwig I commissionò al pittore di corte per sistemarle in una sala del palazzo aperta al pubblico, per mostrare a tutti come la bellezza esterna fosse segno inequivocabile di bellezza morale. Tra i ritratti di queste ragazze, esempi di bellezza e di virtù, c’è anche quello di Lola Montez, un’attrice irlandese divenuta famosa per essere l’amante del re.

2.8

Passiamo anche dalla camera da letto verde, quella della Regina Maria Federica moglie di Massimiliano II, in cui nel 1845 nacque Ludwig II.

2.9

Le sale che attraversiamo sono belle, non grandissime ma molto decorate, di un barocco elegante non troppo sfarzoso e certo più vivibile di quello dei castelli già visti, e infatti i reali hanno abitato a lungo e volentieri in questo palazzo.

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2.11

Dal corpo principale passiamo nell’ala sinistra dell’edificio, che conserva il museo delle carrozze (ingresso ancora incluso nel ticket Partner) e qui scopriamo tesori veramente preziosi. In queste sale basse e lunghe sono conservate carrozze di ogni tipo, da passeggio, da viaggio, da parata, da caccia, tutte in legno, cuoio e oro, rifinite in ogni minimo particolare e rese confortevoli e splendide allo stesso tempo da artigiani che erano veri maestri in questo particolare settore.

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Qui troviamo anche alcuni esempi di mezzi di trasporto per noi piuttosto inusuali, le slitte da neve. Meravigliose! Decorate in maniera incredibile con putti, ninfe, Diane cacciatrici, animali del bosco, tralci di fiori e lanterne, rappresentano una collezione di veri capolavori.

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Una in particolare, abbellita da una scultura di Ercole che lotta con l’Idra, è un vero e proprio pezzo d’arte.

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Qui è conservata anche la carrozza straordinaria che avrebbe dovuto essere utilizzata in occasione del matrimonio di Ludwig II con Sofia, la sorella maggiore di Sissi d’Austria, che però non ebbe mai luogo poiché Ludwig ruppe il fidanzamento poco prima della data delle nozze. Mai visto un oggetto tanto decorato! La carrozza, enorme e imponente visto lo scopo speciale per il quale era stata preparata, è tutta dorata e scolpita, dal tetto ai fianchi, dalle porte ai mozzi delle ruote, dalle lanterne agli agganci per i cavalli, ed è perfino sormontata da ciuffi di vere piume di struzzo soffici come nuvole. Va davvero al di là di qualunque mondo di fiaba…..

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Lungo le pareti delle sale sono appesi diversi ritratti a olio dei cavalli preferiti di Ludwig II, che era un abile cavallerizzo, e uno addirittura è presente fisicamente, impagliato dopo la morte per essere ricordato per sempre, atletico e imponente, era il suo cavallo preferito in assoluto. Aveva un nome bellissimo: Cosa Rara.

2.17

Al piano superiore del museo delle carrozze si trova il museo delle porcellane Nymphenburg, produzione locale antica e rinomata, con una collezione esclusiva di pezzi notevoli. Forse mi aspettavo di più, dato che ho un debole per le porcellane e quelle di Sissi allo Hofburg di Vienna mi avevano stregata, ma è comunque una bella raccolta.

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2.19

Alcuni serviti da te’ in stile neoclassico hanno un’eleganza davvero incantevole.

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2.21

Dopo la visita alla collezione di porcellane facciamo un giro fuori, nel grande parco privato, ma purtroppo in inverno gli edifici principali sparsi in giro non si possono visitare ed è un peccato, perché pare siano molto interessanti. Tra questi c’è Amalienburg, un padiglione delizioso che ha ospitato perfino la Regina Maria Antonietta di Francia, e poi Pagodenburg e altri, ma è tutto chiuso.

2.22

Il parco è spoglio e secco, non c’è erba verde ne’ foglie, la fontana e’ vuota per evitare i possibili danni del ghiaccio, e le statue lungo i viali sono protette da capsule di legno che le isolano dal gelo rendendole invisibili, per cui l’effetto reale del luogo è parzialmente alterato, ma si intuisce che in estate deve essere molto piacevole passeggiare lungo questi viali. Oggi ci sono solo cigni, anatre e papere, molto simpatiche e molto grosse, che non hanno nessuna paura dei turisti imbacuccati nelle loro giacche colorate che passeggiano in giro.

2.23

Da Nymphenburg riprendiamo il tram e torniamo in centro per visitare la Residenz, cioè la residenza ufficiale cittadina dei Wittelsbach. Per arrivarci andiamo a passare per Viscardigasse, di cui abbiamo letto la storia nella guida. Al tempo del Terzo Reich fu costruito in Residenzstrasse, la via che porta al palazzo reale, un monumento per ricordare i soldati tedeschi morti nel fallito attentato al Führer, e i cittadini che passavano da lì dovevano obbligatoriamente rivolgere il saluto nazista verso il  memoriale quando ci arrivavano di fronte, o venivano puniti dalle guardie. Per evitare questo sgradevole obbligo, alcuni cittadini meno “ferventi” cominciarono a tagliare per Viscardigasse, una piccola traversa che arriva dritta al palazzo reale senza passare per Residenzstrasse, commettendo così una piccola disobbedienza civile. Non potevamo scegliere un itinerario diverso, naturalmente.

2.24

Prima di arrivare al palazzo principale passiamo dal teatro Cuvillier (ingresso incluso nel ticket Partner), un teatro reale che è un piccolo gioiello rococò, tutto stucchi, ori e broccati rossi, minuscolo e infiocchettato come una bomboniera, davvero meraviglioso. Qui su questo palcoscenico Mozart presentò e diresse la prima assoluta di Idomeneo, che aveva composto proprio per il Re.

2.25

La Residenz (ancora ticket Partner) è grandiosa sia nelle dimensioni che nell’aspetto, con tre facciate importanti di cui una in stile fiorentino, e davanti a quella dalla quale entriamo noi c’è una riproduzione nientemeno che della Loggia Lanzi.

2.26

Il palazzo comprende sezioni realizzate in stili architettonici diversi perché è stato ampliato nel tempo, ma ha alcune zone davvero originali, come il Grottenhof iniziale, una falsa grotta con fontana in stile rocailles ricoperta di conchiglie sormontata da una statua di Mercurio, il tutto decorato con uno sfarzo quasi esagerato.

2.27

Stupenda è la sala detta Antiquarium, poiché il re ci teneva la sua collezione di statue antiche. Una galleria lunghissima, la più grande sala rinascimentale a nord delle Alpi, lunga come tutta l’ala del palazzo, col soffitto basso affrescato e le pareti completamente dipinte a grottesche, e nicchie laterali in cui sono sistemate le statue illuminate in maniera suggestiva. Una sala estremamente elegante che servì anche come salone di ricevimento e festa.

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Dall’Antiquarium attraversiamo poi tutta una sequenza di sale, salette e salottini, di rappresentanza, di udienza, per il tè, per la musica, per la scrittura, per il gioco, le camere da letto, tutta la teoria di stanze che si visitano tipicamente nei palazzi reali, incredibilmente ricche di ornamenti preziosi.

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Da notare in particolare la Galleria degli Antenati, con i ritratti dei re della famiglia delle epoche passate, le camere del re, dai toni rossi e oro di grande effetto, e quelle create per raccogliere le collezioni di porcellane e di quadri, progettate da Cuvillier con grande abbondanza di specchi e stucchi.

2.33

Tra le porcellane, bellissimi sono alcuni vasi e piatti Ming originali, e statuine raffinatissime e minimali che non hanno bisogno dello stracarico barocco per splendere.

2.34

Quando usciamo è buio e purtroppo lo Hofgarten si vede poco, e comunque anche qui in inverno molte parti non sono accessibili al pubblico, e tutto è protetto e poco visibile. Visto che siamo affamati andiamo a mangiare qualcosa alla Residenz Weinstube, di fianco al palazzo, che abbiamo notato arrivando e che dentro è molto carina. Un ambiente grande e chiassoso, caratteristico della Baviera, con grandi colonne decorate di ghirlande natalizie e nastri rossi, e molti tavoli attaccati tra loro, senza tovaglie ma pieni di cibo, dove tutti mangiano e parlano insieme.

2.35

E’ davvero bella questa Weinstube e ci sediamo volentieri, anche se abbiamo trovato forse uno dei pochi locali di Monaco dove non si beve birra! Qui servono solo vino. Mangiamo zuppa di patate (riescono a mettere i würstel anche nella minestra….) e polpette di carne in due versioni, con purè e crauti e con patate lesse e panna. È tutto buonissimo, compreso il Bretzel morbido e leggermente salato, e la signora che ci serve è davvero gentile. L’atmosfera è simpatica e piacevole e si sta bene al calduccio a riposarsi un po’.

2.36

Quando usciamo ritroviamo un cartello pubblicitario che avevamo già visto con l’annuncio di un concerto nella Alte Hofkapelle, dal titolo “Residenz Serenade”, e cerchiamo maggiori informazioni. La cappella è a 20 metri da noi, in uno dei tanti cortili del palazzo reale, e il concerto comincia entro pochi minuti, alle 19 in punto, quindi facciamo il biglietto e andiamo. Sono molto contenta di questa occasione, ci tenevo a partecipare a un concerto di inizio anno anche qui, dopo Vienna e Salisburgo , e pare che ci riusciremo. La cappella è piccola ma elegante, e leggiamo che Mozart in persona ha suonato qui per i reali. Il trio di musicisti di stasera, i Residenz-Solisten, ha in programma brani di Haydn, Bach, Mozart e Vivaldi con violino, violoncello e clavicembalo e sono tutti molto bravi.

2.39

Non so resistere a Bach, a ogni modo. E comunque, le Variazioni Goldberg e Aria suonate sul clavicembalo sono bellissime, non avevo mai sentito suonare questo antico strumento dal vivo e devo ammettere che, sarà l’atmosfera dell’antica cappella, sarà la bravura dell’esecutore, sarà l’idea del primo concerto dell’anno, sarà Bach….di fatto, l’effetto finale è veramente stupendo. Con Vivaldi il violinista si scatena letteralmente, e come bis fanno un rondò di Mozart molto apprezzato dal pubblico presente. Fa un effetto strano pensare che lui ha suonato personalmente in questa cappella, mentre ascoltiamo librarsi nell’aria le note della sua musica immortale. Un buon modo per terminare questa lunga giornata di scoperte.

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Mercoledì 1 gennaio: Dachau – Alte Pinakothek – Neue Pinakothek

16 giugno, 2014 in Viaggi. Commenti: nessuno

Ed eccoci nel 2014. Dopo lo spettacolo dei fuochi d’artificio a cui abbiamo assistito per oltre un’ora dalla nostra finestra, ieri sera, stamani ci alziamo un po’ più tardi, come tutta la città. Facciamo la prima colazione dell’anno in una lounge affollata e assonnata, quindi scendiamo in garage a prendere la macchina diretti verso la prima meta di oggi: Dachau. Non potevo venire qua e non andarci. Il mio primo viaggio in Germania doveva necessariamente comprendere una visita a un luogo come questo, o non avrebbe avuto senso neppure partire. Ci si arriva in neanche mezz’ora seguendo i cartelli stradali, che però non parlano mai chiaramente del Campo, solo del paese dove sorge un antico castello. Avevo letto della scarsa segnaletica al riguardo e ho preso informazioni: si deve seguire l’indicazione “KZ Gedenkstätte Dachau”. Quello è il luogo esatto dove siamo diretti in questa prima mattina del nuovo anno, silenziosa, fredda, e bianca come un fantasma.

1.1

C’è un grande parcheggio vicino all’ingresso del centro visitatori e resto sorpresa di vedere che già diverse auto sono arrivate fin qua in questo giorno così particolare. Credevo che non lo avrebbero scelto in molti come prima meta dell’anno, ma evidentemente mi sbagliavo. Devo controllare l’emozione, che comincia a farsi sentire con una certa intensità: alla fine ci siamo, stiamo per entrare e vedere con i nostri occhi quello che è accaduto qui. Cerco di restare calma, non voglio cedere e scappare di fronte all’orrore. Voglio provare a vedere tutto invece, a camminare attraverso i resti dell’inferno che questo posto è stato per oltre duecentomila innocenti, e toccare con mano una delle cicatrici più orribili della storia dell’Uomo moderno. Non per provare qualcosa a me, ma per rispetto di tutti coloro che qui hanno terminato il loro viaggio nella maniera più folle che sia mai stata concepita.
Siamo qui per testimoniare che non sono stati dimenticati. Perché finché resterà la Memoria loro saranno vivi, e la loro lezione non sarà andata perduta.
E’ l’unica cosa che ci hanno chiesto. L’unica che ormai possiamo fare.

1.2

L’ingresso è gratuito, ma si può prendere un’audio guida a 3,50€ con la quale seguire tutto il percorso di visita. Prendiamo le nostre, e ci avviamo.
Una mappa esposta fuori dall’ingresso disegna il Campo in tutta la sua assurda planimetria, dettagliandone ogni singola area in base allo scopo per il quale fu metodicamente progettata. Più che la pianta di un complesso di prigionia sembra la mappa di un villaggio, un paese intero con edifici e strade, zone di lavoro e zone di detenzione, aree di attività e luoghi di morte. Un assurdo micro-mondo ricostruito in ogni dettaglio, ritagliato via dal mondo reale.

1.3

Dachau fu il primo campo di detenzione e lavoro costruito dai tedeschi e divenne poi il modello di campo di sterminio per tutti quelli che furono costruiti in seguito in Germania e in molti altri paesi d’Europa. Ci si dedicarono con cura meticolosa.
Vi si accede attraverso il Jourhaus, l’edificio di guardia principale con la torretta e l’arco d’ingresso chiuso dal tristemente famoso cancello di ferro, rimasto ancora oggi esattamente com’era e dov’era nel marzo del 1933, quando le porte del Campo cominciarono a spalancarsi per inghiottire migliaia di prigionieri catturati dalle SS in tutta Europa.

1.4

Non ci sono le parole per dire che esperienza è questa. Che cosa si prova ad attraversare quel cancello di ferro che per decine di migliaia di persone fu l’ingresso per l’inferno, l’estremo confine della realtà conosciuta, l’ultima trasparente menzogna. Quella porta che, chiudendosi, tagliò fuori tutti coloro che rimasero dentro dal novero degli esseri umani.

1.5
1.6
1.7

Una delle prime cose di cui ci si rende conto è la dimensione reale di ciò che ad un tratto abbiamo di fronte. Il Campo è grande. Molto grande. Il primo impatto suscita una sensazione di smarrimento, e di assenza.

1.8

Il piazzale dell’adunata è immenso, e silenzioso. Ci sono persone in giro, visitatori che camminano lenti da un edificio all’altro, ma la sensazione prevalente è che quello sia uno spazio completamente vuoto. Non c’è più nulla, qui.

1.9

Una traccia di quello che c’è stato ce la illustra il Memoriale Internazionale, composto di diversi monumenti creati da artisti sopravvissuti al Campo che con la loro opera hanno voluto testimoniare l’orrore vissuto. La prima parte è costituita da un muro basso e lungo coperto di scritte in molte lingue, che sottolineano l’importanza della Pace tra i popoli. Più avanti lungo un vialetto troviamo una scultura in rilievo fatta di triangoli colorati uniti da grosse catene, simbolo delle stelle di vario colore che i prigionieri erano costretti a indossare sui loro abiti per permettere un’identificazione immediata del loro “reato”.

1.9bis

In fondo, lungo un marciapiede in discesa che porta verso il punto più basso del campo, sia fisico che metaforico, si erge la grande scultura commemorativa di Nandor Glid in cemento e ferro, che rappresenta una sintesi esatta del Campo, con pali di recinzione, filo spinato, fossati, e sagome umane consunte e nere che si gettano verso la morte in un ultimo gesto di muta disperazione. Un’immagine potente e drammatica, carica di dolore ma anche di pietà. Non c’è spettacolarizzazione, non c’è accusa diretta né autocommiserazione, in quest’opera. Solo verità, necessità di testimoniare. Volontà di rivelare almeno una parte di quello che, chi non era qui, non potrà mai comprendere del tutto.

1.10
1.11

Nell’ultima parte del Memoriale troviamo l’urna di pietra che contiene le ceneri del prigioniero sconosciuto, simbolo di tutti i prigionieri uccisi e cremati a Dachau, e il muro con le parole MAI PIU’ scritte nelle principali lingue europee. L’ultima riga, è in Yiddish.

1.11bis
1.12

Tutto intorno, riconosciamo la sagoma terribile della rete di recinzione fatta di filo spinato elettrificato, con le torrette di muratura dalle quali i soldati di guardia sparavano a vista a chiunque si avvicinasse a meno di 2 metri dalla rete. Ci sono le lampade, i pali di cemento, il fossato, le sbarre mobili per il passaggio dei soldati e delle colonne di prigionieri spostate ogni giorno verso i luoghi dei lavori forzati. E’ tutto esattamente come lo conosciamo dai racconti dei sopravvissuti e dalle fotografie del tempo. Ogni cosa è così esattamente al suo posto da sembrare il set di un film abbandonato dopo le riprese. Solo che questo non è un film. Quella che abbiamo di fronte è la vera recinzione che 80 anni fa segnò il confine tra mondo reale e inferno per decine di migliaia di innocenti. Per molti, che non riuscirono a sopportare l’assurdo intollerabile di questo luogo, fu fisicamente il limite ultimo della vita.

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Non ci sono più le guardie sulle torrette, adesso, e ci possiamo avvicinare quanto vogliamo a quella rete spettrale che ha cambiato per sempre la percezione globale del comune filo spinato. Eppure, non riusciamo ad allungare la mano per toccarla.

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Alle spalle del monumento di Nandor Glid c’è l’Edificio di Manutenzione, che oggi è diventato il Museo dove sono state ricostruite la storia e l’evoluzione del Campo, con la sua dettagliatissima organizzazione interna.

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Qui si possono ancora visitare le stanze di arrivo dove i prigionieri ammassati come animali dovevano spogliarsi nudi e lasciare tutti i loro beni. In queste sale contigue venivano meticolosamente registrati dai militari delle SS e poi fatti lavare, rasati, tatuati col famigerato numero, ed infine forniti dei pochi oggetti in dotazione e delle tristi divise a strisce, cenciose e sottili, completamente inadeguate al clima rigido di questa zona. Un senso di assurdo aleggia in queste stanze vuote e silenziose, mentre i visitatori che sono con noi si guardano intorno con aria incredula. E’ accaduto tutto davvero, qui, dove passeggiamo noi adesso.

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Le sale del museo hanno ancora la disposizione originale, e gli allestimenti esposti seguono cronologicamente la storia del Campo stesso. In queste stanze sono state raccolte le testimonianze di parte di coloro che sono passati di qui e che non ne sono mai più usciti. Oggetti, divise, suppellettili quotidiane, libri, documenti, foto. Gigantografie appese ovunque, dalle quali occhi muti e scuri raccontano storie di intere famiglie, di gruppi, di etnie, tutti diversi e tutti accomunati dalla stessa terribile sorte. La voce dell’audio guida ricostruisce storia per storia con esattezza, mentre passiamo davanti a grandi pannelli dai quali ci fissano volti scavati e sofferenti, gruppi di uomini macilenti e infreddoliti, donne rasate vestite di abiti informi, visi di bambini in cui spiccano solo occhi immensi, incapaci di comprendere. Le loro storie sono tutte diverse, eppure loro sembrano ormai tutti uguali, tutti ugualmente affamati, terrorizzati, inerti. Privati di qualunque dignità, di qualunque volontà, di ogni traccia residua di umanità. Totalmente spersonalizzati. Eppure, basta fermarsi un momento a guardare dentro quegli occhi muti che ci fissano dal passato, per rendersi conto di non aver mai incrociato sguardi così profondamente e completamente umani.

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Il museo è la tappa più lunga di questo percorso nel passato, quella che ci da la dimensione reale dell’immensità di questa tragedia. Lì comprendi che non avere nessuna risposta di fronte a quegli occhi è la cosa più difficile con la quale hai a che fare quando sei qui. Con la quale dovrai avere a che fare per tutto il resto del tempo.
In alcune sale quello che c’è da sentire e da vedere è troppo, non ce la posso fare. Spengo la voce e proseguo in silenzio. Non c’è bisogno di molte parole, in certi casi.

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Accanto al museo si trova il blocco delle prigioni, detto Bunker, una struttura composta di minuscole celle nelle quali venivano rinchiusi e torturati i prigionieri speciali, i ribelli, i religiosi, o quelli che potevano rappresentare un pericolo secondo le guardie. Questo è davvero qualcosa a cui non avrei mai pensato, e che ben rappresenta il livello di incredibile follia raggiunta qui: un carcere all’interno di un campo di prigionia.

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Attraversiamo l’immenso piazzale dell’adunata, vuoto e gelido, e ci dirigiamo verso lo spazio nel quale sorgevano gli alloggi dei prigionieri, le famose baracche di legno, che furono costruite da loro stessi secondo regole e indicazioni dettagliatissime. Oggi sono visibili solo 2 edifici di legno, che però non sono originali. Il Campo venne quasi raso al suolo nelle settimane precedenti la liberazione nel tentativo maldestro di cancellare le tracce dell’orrore, e nulla era rimasto di quelle due file da 17 baracche ciascuna la cui costruzione costò la vita a molti prigionieri della prima ora. In seguito ne sono state ricostruite due esattamente com’erano, sulle fondamenta originali, seguendo le indicazioni ritrovate nei registri e, soprattutto, le testimonianze dei sopravvissuti.

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Le stanze lunghe e strette, le file dei letti a castello di legno con i giacigli di paglia, gli armadietti, i tavoli con i miseri sgabelli, le finestre piccole e buie, tutto da tenere perfettamente ordinato e immacolato. Entrare dentro fa paura, fa sentire immediatamente prigionieri, viene voglia di uscire in fretta.

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Poi guardi il piazzale fuori dalla finestra, gelido e desolato come un deserto di morte, e non sai più se sia peggio stare dentro o uscire fuori.

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Una delle più famigerate tra le 34 baracche distrutte, posizionata nella fila di destra lungo il viale di pioppi, era quella adibita a ospedale e laboratorio medico sperimentale, genericamente indicata sulla mappa come Infermeria. Un altro nome falso, un’altra parola completamente snaturata nel suo significato primario, in questo luogo dove la realtà si disperse e la ragione si frantumò in schegge di follia. In quella baracca, di cui resta solo una traccia sul suolo scuro e ghiacciato, furono perpetrate alcune delle atrocità più innominabili e vergognose del XX secolo. Non ci sono abbastanza fiori, sulla Terra, per alleviare quel dolore.

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Percorriamo il viale alberato fino in fondo, nell’aria fredda e immobile che fa scricchiolare la ghiaia, e raggiungiamo una zona diversa, sistemata solo molti anni dopo la Liberazione. Qui, per ricordare e onorare le vittime di questa tragedia, dal 1960 in poi sono state costruite 5 strutture in rappresentanza delle diverse religioni professate dai prigionieri. Visitiamo la cappella cattolica, il convento dei Carmelitani, la chiesa protestante, la cappella russo-ortodossa e il memoriale ebraico. Edifici simbolici innalzati per ricordare coloro che qui incontrarono la morte, e per i quali nessuna preghiera, in quei giorni, valse la salvezza. Un tentativo postumo di riportare Dio dentro a questo luogo inghiottito dalle tenebre.

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Le piccole chiese sono belle, e commoventi; si ha la netta sensazione che la loro presenza qui, per quanto tardiva, sia necessaria. Sorgono in una zona ampia, proprio dalla parte opposta del Museo, lungo l’asse verticale del viale che divideva simmetricamente le file delle baracche, come a tentare di riequilibrare in qualche modo il buio di quell’orrore con lo splendore della luce divina. Eppure si sente che sono diverse, come più leggere, e nuove, non integrate al resto del Campo. Sono arrivate dopo, quando tutto era già stato.
Più che sollievo, suscitano pietà, voglia di riflessione, ammonimento.

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Dopo i memoriali religiosi, forse non a caso, l’itinerario tocca l’ultimo punto del percorso previsto, il più difficile da affrontare. La Baracca X.
Costruita in una zona fuori mano, seminascosta nella parte posteriore del Campo, vietata di fatto anche alla maggior parte di quei prigionieri che non furono obbligati a lavorarci, era la costruzione che comprendeva la sequenza di ambienti più atroce che sia stato possibile immaginare in questo luogo già infernale, l’orrore degli orrori: lo spogliatoio, la camera a gas e i forni crematori. Se ciò che abbiamo visto finora, per quanto brutale, poteva essere in qualche modo classificabile dalla nostra mente come l’atrocità tipica di un regime di prigionia particolarmente duro, quello che abbiamo di fronte adesso traghetta questo luogo direttamente nell’abisso del disumano. Qui, davanti a qualcosa di tangibile che è difficile da concepire perfino in maniera astratta, come per uno strano effetto di ribaltamento della realtà tutto diventa surreale, e incredibile. L’assurdo si espande e si ingigantisce a tal punto che il cervello fatica a misurarne i confini, e a incasellarlo nella sezione realtà. Non credi a quello che vedi, letteralmente. Non può essere vero. Invece lo è.

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Quest’ultima parte della visita è la più dura. Bisogna cercare di guardare senza sentire. E non è facile. Perché qui tutto parla. Interroga. Grida. Un grido muto e immobile, infinito, che ti arriva dritto dentro al cuore. Come è stato possibile, questo?
Lo attraversiamo come fantasmi, in silenzio, con la sensazione di non riuscire a far stare tutto dentro agli occhi. Ma anche consapevoli che quello che vediamo noi oggi non è altro che una sottile ombra. L’orma scura lasciata sul terreno dal passaggio della Storia. Misurare l’enormità della prova che quegli uomini e quelle donne furono costretti ad affrontare ridimensiona il nostro compito di viaggiatori nella Memoria, e ci restituisce il coraggio di continuare, e di fare quello che siamo venuti a fare: conoscere, per non dimenticare.

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E così sarà. Non potrò dimenticare nulla di quello che ho visto qui, ma più di tutto ricorderò: il gelo, che copriva di un bianco opaco tutto quanto, alberi, edifici, viali, recinzioni, perfino l’aria scricchiolava di ghiaccio. Il silenzio, che stagnava nell’aria fredda nonostante un numero notevole di visitatori che continuavano ad arrivare. Il vuoto, che era dappertutto in questo spazio enorme così esattamente progettato, così follemente organizzato, così irreparabilmente segnato dall’assenza. Qui c’è stato qualcosa che ora non c’è più. Ci sono stati esseri umani di cui non resta più nulla, neppure lo spirito. Rimane solo la Memoria.

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Ecco perché si viene fin qui.
Per salvarli. Per portarli per sempre via insieme a noi, quando attraversiamo nuovamente quel cancello maledetto che osa sporcare con la sua bieca menzogna la parola più importante di tutte – Libertà – e torniamo nel mondo reale, lasciando l’inferno al passato a cui appartiene.

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Guidiamo lentamente fino all’hotel, per smaltire le forti emozioni accumulate e tornare gradualmente al presente. Questa visita ha lasciato un segno dentro di noi, una piccola cicatrice che ritroveremo intatta ogni volta che torneremo a sfiorarla col dito.
Dopo tutto, è questo il compito di un viaggio. Anche di un viaggio nella Memoria.

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Lasciamo l’auto in garage e prendiamo la U-bahn per raggiungere il centro. Timbriamo il ticket valido 3 giorni e scendiamo a Theresienstrasse, dove si trovano le pinacoteche che vogliamo visitare oggi. Ci accorgiamo che in effetti è abbastanza tardi, perché la visita del Campo è durata più del previsto, ma ce la possiamo fare.Dopo tanto orrore, abbiamo bisogno di ammirare un po’ di vera bellezza, di avere una prova che ci sono stati anche uomini capaci di cose straordinarie, oltre ai mostri.
Facciamo il biglietto combinato per l’ingresso a 2 musei in un giorno e cominciamo con la Alte Pinakothek, la Pinacoteca Vecchia,  dove sono conservate opere dal Medioevo all’Ottocento circa. Non è enorme, ha solo due piani, ma l’edificio è notevole, e anche la collezione è di quelle davvero preziose. Tra le tante meraviglie ammirate, tre opere su tutte resteranno nella mia memoria per sempre: Giotto, con una presella di legno sulla quale è raffigurata un’Ultima Cena simile a quella della Cappella degli Scrovegni , un piccolo gioiello. I colori, le forme, la composizione, la vivacità, l’emozione, ogni volta si guarda Giotto con lo stesso stupore, e non si finisce mai di chiedersi dove riuscisse a trovare quella grazia assoluta.

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L’Autoritratto come Cristo di Dürer, bellissimo! Scuro, misterioso, con lo sguardo vivo e la mano destra in luce, a enfatizzare gli strumenti primari del pittore, ma anche un volto intenso, simbolico, i capelli lunghi sulle spalle, la veste ricca perfettamente dettagliata. Uno degli autoritratti più affascinanti che abbia mai visto.

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La Sacra Famiglia Canigiani di Raffaello, una tavola magnifica in cui la Sacra Famiglia al completo è raffigurata in un’atmosfera informale, dolce, piena di affetto e di unità grazie a un perfetto gioco di sguardi, e dove, ancora una volta, su tutto domina la bellezza di una delle incomparabili Madonne di Raffaello, così sacre e vive allo stesso tempo.

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Oltre a questa, tutta la sala italiana ospita opere di assoluto rilievo, con Guido Reni, Tintoretto, Lippi, Botticelli, Ghirlandaio, Veronese, c’è perfino una Madonna con Bambino del giovane Leonardo. E tra i non italiani, tanto Rubens, alcuni straordinari ritratti di Rembrandt, e due meraviglie di Pieter Bruegel per il quale ho un debole personale.
In una sala dedicata all’arte francese, il Compianto sul Cristo morto di Poussin ci mette davanti agli occhi il corpo grigio e scarno di un Innocente disteso a terra, nudo, martoriato, posato tra le braccia di donne disperate e impotenti davanti all’accaduto. Non c’è immagine più esatta e universale di questa, per dire il dolore di Dachau.

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Attraversiamo il prato ed entriamo nel palazzo di fronte, la Neue Pinakothek, dove possiamo girare con più calma visto che il mercoledì chiude alle 20. Qui la collezione va dal Settecento al Novecento, è esposta tutta su un unico piano, e comprende pezzi di notevole interesse. David, Canova, Böcklin e i romantici tedeschi, e poi gli Impressionisti con Monet, Pissarro, Sisley, Seurat, oltre a opere di Manet, Gauguin, Klimt. Uno o due pezzi di ognuno, a volte tre, poca roba ma buona. Anche qui, alcuni quadri su tutti: Monet con il Ponte ad Argenteuil, la struttura fantastica di metallo e pietra, le barche, l’acqua e il cielo che ci si specchia dentro, l’immagine un po’ sfumata, vaga, e quella incredibile sensazione di aria fresca, come se pittura en plein air volesse dire che ti doveva sembrare proprio di respirarla, l’aria fresca, quando guardavi il quadro.

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Cézanne, o la geometria applicata alla frutta. Natura morta con comò lascia a bocca aperta, una meraviglia. La composizione è originale, il punto di vista rialzato stupisce, l’equilibrio dei colori tra oggetti e frutti incanta, il tratto è quello inconfondibile del Maestro. Lo sfondo è spezzato e contrastato nelle cromie, e il comò diventa co-protagonista di una delle nature morte più vive che mi sia capitato di vedere.

E

Manet, con la sua seconda colazione più famosa dopo quella sull’erba, la Colazione nell’atelier. Uno splendore. Un ambiente piuttosto tradizionale, una luce uniforme, tre personaggi misteriosi che si ignorano l’un l’altro in questa stanza dove il pranzo è appena terminato e ognuno rincorre i propri pensieri incurante degli altri. Dettagli insoliti uniti a elementi classici creano un’atmosfera dal fascino unico: armi e corazze lucenti posate su una sedia, porcellane e vetri sparsi sulla tovaglia, bianca del bianco di Manet, il suo colore fondamentale, una buccia di limone arricciolata alla maniera dei fiamminghi, una cameriera fatta solo di grigi che sembra di metallo come la caffettiera che porta in mano, ma diversa dal grigio della nuvola di fumo che sale dalla sigaretta e da quello della parete che delimita lo sfondo. Al centro, Leon, il figliastro di Manet (suo fratello? mistère…), un giovanotto bellissimo e altero, elegante, appoggiato con noncuranza alla tavola apparecchiata, la mano in tasca, lo sguardo altrove, la posa ardita. Ma questo ritratto non ha niente di tradizionale, l’inquadratura originale tagliata all’altezza delle gambe lo rivela immediatamente. Leon è giovane, e moderno: è la nuova borghesia, la nuova società, il nuovo mondo che sta spodestando quello vecchio. Indossa una giacca di velluto nero, ha vicino un gatto nero, forse lo stesso della bella Olympia, ed entrambi sono di un nero totale, l’altro colore caratteristico di Manet insieme al bianco, quello che lo allontana dai canoni Impressionisti facendo di lui un artista atipico e unico. Due non-colori difficilissimi da usare eppure sempre perfetti nelle sue opere, ispirati ai maestri spagnoli ma utilizzati in maniera personale, capaci di esprimere con largo anticipo la sensibilità dell’artista moderno e contemporaneo. Un’opera bellissima.

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E poi, Van Gogh. Il più stupefacente di tutti. Con una delle sue incredibili versioni dei girasoli, ma soprattutto una Campagna presso Auvers in cui un cielo carico di grosse nuvole riflette le sue infinite sfumature di turchese su tutta la campagna tingendo tutto quello che incontra, coltivazioni, alberi, sentieri, case, e in cui l’immenso campo di grano in primo piano si trasforma in un inquieto mare fatto di onde in eterno movimento. Una marea azzurra in cui ci si perde completamente in un attimo.

E

Infine, la Veduta di Arles, quella con gli alberi blu in primo piano. Un’opera straordinaria, unica per forza espressiva e originalità. Un punto di vista insolito e sorprendente, che rivela la capacità di questo artista eccezionale di spiare la natura, osservarla, ascoltarla, e comprendere il suo arcano messaggio. Chiuso nella sua prigione, che fosse il manicomio, la povertà o la solitudine non ha importanza, attraverso le sbarre verticali della sua gabbia trasformate in tronchi d’albero blu, Vincent osserva il mondo esterno, e lo legge a modo suo, lo colora a suo piacimento, ne decifra segreti che solo lui riesce ad afferrare. Lo vede, ma non sempre gli è dato di raggiungerlo, di viverlo fino in fondo. Allora, lo dipinge.
Tra tutte le opere ammirate stasera in queste due bellissime pinacoteche, questa è quella che vorrei portarmi a casa. L’ultima forte emozione di questa prima giornata dell’anno, cominciato in maniera decisamente intensa.

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