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Venerdì 15 agosto 2014: Cornish Seal Sanctuary – St Michael’s Mount – Land’s End

19 novembre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

La notte scivola via silenziosa sopra al piccolo Paris Hotel, posato sul bordo estremo di questo mare spettacolare che stamani luccica immobile sotto un sole inaspettato. E’ Ferragosto anche quaggiù, dunque.

Facciamo colazione nella sala del ristorante, vuota e silenziosa dopo la confusione di ieri sera, quindi, un po’ a malincuore, raccogliamo le nostre cose e ripartiamo in direzione di Gweek, a solo un quarto d’ora di auto da qui, per una tappa che ci attira molto: il National Seal Sanctuary.

Si tratta di una clinica gestita da un’associazione nazionale del Regno Unito dedicata alla salvaguardia delle foche, che ha tre diverse sedi nel Paese una delle quali è qui in Cornovaglia. Professionisti e volontari si occupano di accogliere, curare, riabilitare e se possibile rimettere in libertà questi bellissimi animali che vivono in numerose colonie naturali lungo la costa. Qui è stato organizzato una specie di ospedale dove le foche restano solo qualche settimana prima di tornare a nuotare in mare aperto, ma dove possono trovare anche un alloggio definitivo se sono rimaste ferite in modo così grave da non poter più essere autosufficienti allo stato naturale. A volte gli animali arrivano qui da strutture meno specializzate o da qualche zoo o parco acquatico che se ne deve liberare, oppure vengono soccorse dai volontari in seguito a segnalazioni di persone che le trovano spiaggiate o ferite lungo la costa. In alcuni casi non possono essere rimesse in libertà semplicemente perché sono state abituate a vivere con il supporto degli esseri umani fin da piccole, e non saprebbero più cavarsela da sole in natura. Per noi che amiamo moltissimo gli animali, questa era una tappa imperdibile. Abbiamo già il biglietto acquistato online, quindi entriamo senza fare la fila e cominciamo subito a esplorare questa sorta di piccolo parco naturale, che offre scorci panoramici bellissimi sul fiume e sulle colline tutte intorno.

Nelle prime vasche, grandi e ben tenute, troviamo due foche comuni con ferite agli occhi, che nuotano placidamente a pancia all’aria scrutandoci incuriosite. Sono piccole ma affusolate e agilissime, si muovono nella vasca con l’eleganza fluida tipica di queste incantevoli creature marine.

Nella vasca della convalescenza ci sono 7 grossi esemplari di foca grigia misti tra maschi e femmine con problemi fisici di varia entità, che difficilmente potranno essere rilasciati in mare aperto. Una ragazza dello staff spiega ai visitatori la storia e i problemi specifici di ognuno di questi poveri animali, che in certi casi hanno trovato qui la salvezza da morte certa. Una delle femmine è completamente cieca a causa di un’infezione agli occhi che è stata curata per oltre un anno, ma che era già troppo grave quando l’animale è stato trovato e sottoposto alle prime terapie. Altre hanno una vista solo parziale o molto danneggiata, sempre a causa di infezioni batteriche o di attacchi di uccelli. Alcune hanno ferite gravi al muso e alla testa causate delle potenti onde dell’Oceano che durante le tempeste le hanno sbattute sugli scogli e una di loro ha subito persino danni cerebrali.

Sono esemplari già di una certa età, alcuni di oltre 30 anni, arrivati qui in età adulta e curati in ogni modo possibile da questi esperti. Ci sono leoni marini, sempre divertenti e vivaci, tanto goffi e pesanti sulla terra quanto filanti e potenti in acqua, e in una vasca meno profonda c’è anche un cucciolo di foca grigia di poche settimane di età, nato qui in cattività, assolutamente adorabile. Sarà grande come un cane di taglia media, ma è molto più paffuto, e ha due occhietti rotondi vispi e curiosi che scrutano dappertutto. A differenza degli altri ospiti lui non ha ancora un nome, ma glielo daranno presto grazie a un sondaggio online fatto tra i visitatori del sito ufficiale del santuario.

Oltre alle foche è stato organizzato un settore riservato a un’intera colonia di pinguini di Humbolt, piccoli e buffi come solo i pinguini sanno essere, e c’è anche uno spazio riservato alle lontre seminascosto nel folto del bosco. Otters! Tra le mie preferite.

Qui incontriamo Starsky e Hutch, due fratelli che stanno sempre insieme, vivono qui da quasi dieci anni e sono fantastici. Restiamo a guardarli gironzolare tra le piante e il ruscello, mentre si rincorrono e giocano facendo rotolare dei sassolini tra le zampe per puro divertimento, e quando arrivano le ragazze con la loro razione quotidiana di cibo, abbiamo la prova di quanto questi piccoli animali siano intelligenti. Entrambi a turno prendono ogni pezzetto di pesce che ricevono dalle inservienti con delicatezza e vanno subito a sciacquarlo nell’acqua limpida del ruscello prima di mangiarlo – e lo fanno con ogni singolo pezzo! Sono davvero animali pulitissimi, a riprova della loro parentela stretta con i procioni. Faccio un bel po’ di foto incantata dalla grazie e dalla dolcezza di questi animali, potrei restare a guardarli per ore.

Nella parte alta del parco c’è una zona adibita a fattoria di campagna dove sono ospitati cavalli, capre, pecore e anche un gatto, per la gioia dei molti bambini presenti. C’è parecchia gente perché fa piuttosto caldo oggi e il posto è bellissimo per una gita o un picnic, che qui si può fare ovunque.

Ci dispiace lasciare questo posto e queste creature bellissime e docili, che fanno del loro meglio per sopravvivere in alle avversità che il destino le ha costrette ad affrontare. Per fortuna hanno trovato sul loro cammino questa questa clinica ben organizzata dove volontari entusiasti si occupano di dare loro una seconda chance. Sono contenta di essere venuta qui e spero che molti visitatori continuino a venire al Santuario e a sostenere, coi soldi del loro biglietto d’ingresso, il lavoro di queste persone così generose.

Dopo la visita al Cornish Seal Sanctuary ci dirigiamo verso sud, a Marazion, per una tappa che mi incuriosisce molto: St Michael’s Mount. L’omonimia con il più famoso Mont St Michel, in Normandia, non è affatto casuale, ed è uno dei motivi per cui siamo arrivati fin quaggiù. Parcheggiamo in una zona vicina alla spiaggia e dopo una breve passeggiata ci troviamo di fronte a un isolotto roccioso circondato dal mare e dominato da un edificio fortificato raggiungibile solo in due modi, a seconda dell’orario: un battello, oppure un lungo sentiero di pietre che si snoda sulla sabbia, ciclicamente sommerso dalla marea due volte al giorno. L’impatto visivo è notevole, e vagamente familiare.

La sagoma dell’isola sormontata dal castello arroccato ricorda davvero il più famoso Mont St. Michel, anche se qui le dimensioni sono ridotte, l’architettura è decisamente meno raffinata, e il fascino oggettivamente più debole. Niente guglie e vetrate istoriate, niente mura di cinta merlate, e un senso di irraggiungibile sacralità decisamente diluito, che smorza di parecchio il pathos che emana da quest’isola britannica gemella di quella francese.

L’isolotto qui è più piccolo, più vicino, più verde, il borgo basso con le sue casette dal tetto a scivolo sembra un paesino del presepe che ha sbagliato stagione, il porticciolo di pietra perfettamente organizzato annulla ogni pretesa di inespugnabilità di questa insolita micro isola. Ma anche se il paragone non regge, resta comunque un luogo interessante, che trova il suo fascino nel suo lato più reale e avventuroso piuttosto che nell’aura mistica e spirituale che si sprigiona dalle mura di pietra dell’abbazia benedettina di Francia.

Il ricordo della nostra visita alla Merveille è legato a uno dei Tour più belli che io e Luca abbiamo fatto insieme, e prima ancora di mettere piede sulla via ricurva che porta all’isolotto di fronte a noi decidiamo che questo posto già ci piace, non fosse altro per il regalo che ci fa di far rivivere in noi quelle memorie così preziose. Di fatto, furono gli stessi monaci benedettini dell’abbazia francese a decidere, nel medioevo, di costruire anche qui una chiesa e un refettorio dedicati a San Michele. In seguito fu aggiunta una fortezza difensiva che poi divenne un castello fortificato, trasformato nel XIX secolo in un palazzo con interni raffinati abitati già dalla metà del ‘600 dalla famiglia St Aubyn, nobili inglesi che nel tempo circondarono il castello di giardini esotici ricchi di piante rare e terrazze panoramiche con vista mozzafiato. Oggi il palazzo è un bene storico posto sotto la protezione del National Trust, che accoglie quotidianamente centinaia di visitatori da tutto il mondo. La nostra tessera di soci FAI ci da diritto all’ingresso gratuito al castello, ma ce lo dobbiamo comunque guadagnare con molta fatica! Il palazzo è sistemato proprio in vetta alla rocca, che dobbiamo scalare percorrendo una serie di ripidi sentieri sassosi e scalinate di pietra – quando arrivo in cima sono già sfinita.

Il castello è molto bello, anche se è ovvio che ha subito modifiche e aggiustamenti, ma la struttura è molto interessante e gli ambienti sono accoglienti e piacevoli, soprattutto la magnifica biblioteca con le pareti completamente rivestite di scafali colmi di volumi. Un cielo scuro di tempesta, il fuoco che scoppietta nel camino, una tazza di tè caldo, un libro aperto tra le mani, mentre la pioggia si rovescia a scrosci nel mare tutto intorno – non dovevano essere poi così brutti gli inverni, quaggiù. E col bel tempo, fuori a godersi i giardini in fiore e la vista incredibile che si gode dal punto più alto del castello, da lasciare senza parole. Chilometri di costa rocciosa ricoperta di verde, mare immenso e immobile, nuvole e vento, una meraviglia.

Anche ai giardini terrazzati, che prevedono un biglietto a parte, accediamo gratis grazie alla nostra tessera di soci FAI. Ci sono alberi spettacolari e una quantità incredibile di fiori e piante grasse lungo i terrazzamenti ai piedi del castello, alcuni dalle forme così particolari che non avevamo mai visto prima. Scoviamo angoli nascosti molto speciali, pietre che segnano luoghi magici legati ad antiche leggende di giganti, cavalieri e dame, come da classica tradizione inglese, e punti panoramici assolutamente incantevoli. Pare davvero di camminare in un territorio di fiaba.


Dopo la visita al castello ridiscendiamo i sentieri ripidi e le scale verso la spiaggia, dove per la prima volta sentiamo molti visitatori parlare italiano, e ripercorriamo la via di pietra sulla quale hanno lasciato le loro reali impronte persino la Regina Elisabetta II e il Principe Filippo nel 2013. Ci fermiamo in un Fish and Chips lungo la via del paese a prendere i nostri cartocci caldi di cibo, e li consumiamo standocene seduti su due grossi scogli della spiaggia che si stende proprio davanti a St Michael Mount, riscaldati da un tiepido sole pomeridiano che annuncia un tramonto infuocato. Non sarà esattamente la Merveille, ma e’ comunque una vista piacevole.

Dopo aver spazzolato il pesce fritto accompagnato da una quantità esagerata di patatine ripartiamo per l’ultima tappa di oggi, che è ancora più a sud, anzi, più a sud ovest di tutto: Land’s End. Oltre questo lembo di terra c’è solo Oceano, fino in America. Parcheggiamo e paghiamo i 3£ obbligatori, quindi entriamo in questa specie di centro turistico che è stato costruito in onore della particolarità geografica del luogo, dove per fortuna i negozi sono già tutti chiusi e il grosso della folla se n’è già andato. Oltre all’ultima locanda d’Inghilterra – o la prima, a seconda da quale parte si arriva – con la relativa ultima cassetta rossa attiva della Royal Mail, ci sono case, negozi (essenzialmente di souvenir), ristoranti, e soprattutto un Heritage Trail Point nel quale i visitatori possono trovare informazioni e mappe dettagliate dei molti sentieri che si snodano qui intorno, a disposizione di tutti coloro che hanno voglia di esplorare quest’area naturale ricca di flora che regala panorami straordinari. E naturalmente, il Signpost simbolo di questo estremo lembo di terra, vicino al quale tutti scattano l’irrinunciabile foto ricordo.

Gironzoliamo lungo il bordo della costa rocciosa ammirando una vista di una bellezza da levare il fiato. Speroni rocciosi, strapiombi vellutati d’erba, campi di erica rosa e violetta, e davanti a noi solo il mare. Oceano a perdita d’occhio, grigio e cupo, quasi immobile, e immenso, con i raggi del sole che lo illuminano a tratti, nascosi in parte dalle nuvole basse. Questo è il punto più a sud-ovest del territorio inglese – dove finisce l’Inghilterra. Oltre queste scogliere c’è solo acqua – e navi, balene, vento, e marinai coraggiosi. E dopo 3147 miglia, New York.

Siamo già stati in posti simili, in Irlanda, in Francia e in Portogallo, terre di frontiera dove la sola unità di misura applicabile è la curva dell’orizzonte, Finis Terrae misteriosi, ultimi brandelli di asciutto prima dell’infinita distesa dell’Oceano che si fa strada liquida verso un altro continente. È sempre una bella emozione sfiorare bordi come questo, e sono contenta di poter aggiungere Lands End alla nostra collezione.

Salutiamo l’Oceano ancora una volta e risaliamo in auto diretti verso nord, lungo la A30. In 45 minuti circa arriviamo nel piccolo centro di Camborne, che sarà solo una tappa intermedia del nostro trasferimento verso i luoghi di visita di domani. Abbiamo prenotato una stanza al Tyacks Hotel, che è più carino del previsto e dove ci danno una camera grande e comoda. Prendiamo qualcosa da mangiare al bar e andiamo a dormire, stanchi per la lunga giornata ma con la mente che già vola alle importanti tappe arturiane che ci attendono. Il trasferimento sarà più lungo del solito domattina, ma d’altra parte, eravamo quasi alla fine del mondo…

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Giovedì 14 agosto 2014: Lost Gardens of Heligan – Glendurgan Gardens – Lizard Peninsula

29 ottobre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

La colazione comincia alle 9 in questo bellissimo angolo di Cornovaglia, così ce la prendiamo comoda e ci alziamo un po’ più tardi del solito. Fuori piove a dirotto e il cielo sembra molto scuro, ma speriamo che anche questa volta il clima inglese riuscirà a sorprenderci. La sala dove scendiamo a mangiare è piuttosto piccola, ma il nostro tavolo e’ davanti a una finestra a bovindo che si affaccia su un panorama incantevole, talmente bello da sembrare un dipinto. L’apparecchiatura è perfetta, bianca e color tortora, semplice e di gran classe. Dave ci accoglie con gentilezza e ci prepara una full English squisita, senza dubbio la migliore gustata finora, con un bacon arrostito come si deve, uova perfette, un brown toast fragrante, e una ciotola di macedonia di frutta freschissima che ci rallegra la giornata nonostante il brutto tempo. Mentre mangiamo parliamo un po’ con Dave raccontandogli del nostro programma di viaggio e delle cose che vogliamo visitare nei dintorni, e anche se gli confermiamo che ci facciamo aiutare negli spostamenti da una guida turistica e da un GPS, lui ci regala una mappa della Cornovaglia dove sono indicati tutti i luoghi più interessanti da vedere, con informazioni dettagliate su indirizzi e orari. Davvero gentile.

Fuori la pioggia sta diventando un vero diluvio, col vento a folate che trascina immense nuvole d’acqua sbattendole ovunque, una visione inquietante che comincia a crearci qualche preoccupazione. Per fortuna, il tempo di finire di mangiare e andare a raccogliere le nostre cose per portarle alla macchina, e la pioggia scompare. Dave ci porta la valigia fino all’auto e ci indica la direzione giusta da prendere, e mentre ci saluta ci porge un pacchettino di stagnola con la torta di carote fatta in casa del suo buffet che non siamo riusciti a mangiare a colazione, per portarla via per pranzo. Non sappiamo come ringraziarlo per la sua incredibile, gentilissima accoglienza in questo luogo che sembra uscito pari pari da un libro di fiabe. Non dimenticheremo mai questa bellissima casa posata sul bordo del mare con la sua fantastica porta rossa, e il calore dei suoi abitanti.
La prima tappa di oggi sono i Lost Gardens of Heligan, giardini molto antichi che, per varie vicissitudini, stavano andando in rovina e che negli ultimi anni sono stati riportati quasi completamente all’antico splendore grazie a iniziative private. Non fanno parte di nessuna associazione, quindi dobbiamo pagare l’ingresso in quello che è un vero e proprio parco, pieno di piante antichissime e suddiviso in grandi aree a tema.

La prima parte è costituita da un giardino classico all’italiana con aiuole, sentieri, serre, fontane e siepi ben disegnate, compreso un walled garden dove sono allineati fiori di tutti i tipi e di tutti i colori. Da lì passiamo nel Giardino Produttivo, dove si concentrano alberi da frutto e orti pieni di verdure, compresa una serra dove è coltivata la vite.

Per uscire passiamo sotto ad un tunnel creato dai rami di una doppia fila di meli di diverse qualità, davvero originale. In uno dei piccoli giardini, decorato da panchine e con una vasca d’acqua al centro, è stato tagliato un tassello semicircolare da un’alta siepe a formare una sorta di finestra che si affaccia sulla costa, e che offre un panorama bellissimo.

In un’area speciale denominata Jungle ci ritroviamo a passeggiare tra piante esotiche enormi, palme, felci, bambù e vialetti rocciosi che si infilano tra intrighi di arbusti e radici vecchissime, c’è perfino un totem di legno scolpito nello stile Mahui australiano.

Una delle aree più grandi è quella dedicata all’allevamento degli animali da fattoria, galline, papere, mucche, pecore, maiali, c’è perfino una coppia di emù in un bel recinto a ridosso del bosco, non lontano da un immenso campo di camomilla in fiore. Dalla parte opposta scopriamo l’angolo di studio e osservazione dedicato alla salvaguardia degli uccelli del bosco, in cui sono state allestite casette e mangiatoie che attirano e nutrono dozzine di uccelli di ogni tipo, compresi fagiani e civette. Una serie di pannelli e monitor interattivi forniscono tutte le informazioni sulla vita e le abitudini degli uccelli che si sono stabiliti nel boschetto di fronte alla capanna-studio, e ci sono schede a disposizione dei visitatori nelle quali indicare tutti gli avvistamenti fatti. Ci sanno proprio fare, qui, con queste cose.

Le piante intorno a noi sono tutte molto antiche, con tronchi possenti, radici nodose e ricurve che spuntano dal sentiero come mani di vecchie streghe aggrappate alla terra, e rami contorti piegati dal soffio di venti misteriosi. C’è un bel lago pieno di ninfee in mezzo alla zona della Jungle, circondato da viottoli che si snodano nel fitto delle felci, scalette dai gradini fatti con tronchi d’albero e cespugli fioriti cresciuti in maniera selvaggia. Attraversiamo anche un ponte tibetano di corde, non esageratamente alto e dall’aspetto molto sicuro, che mi convince a cimentarmi nell’impresa nonostante la mia attitudine tutt’altro che propensa all’avventura estrema.

Intorno a noi ci sono querce, gelsi, larici, pini, faggi, abeti, moltissime felci, magnolie e perfino alcuni olivi. Ma le piante che ci colpiscono di più sono i cespugli di ortensie, sia classiche che giapponesi, bianche, azzurre e rosa antico, meravigliose ed enormi, alcune alte addirittura più di due metri. Uno spettacolo incantevole.

In uno dei grandi boschi, una coppia di artisti locali ha creato curiose sculture usando proprio le piante, e molti visitatori vengono fin qui attirati da queste opere d’arte naturali. La prima che incrociamo è una grande figura di donna con un tralcio di fiori tra le mani, purtroppo già sfioriti, una specie di grande fantasma vegetale fatto di rami.

Più avanti c’è forse la scultura più nota del giardino, “The Mud Maid”, una fanciulla distesa su un fianco, gli occhi chiusi come una bella addormentata nel bosco, con un braccio ripiegato vicino al corpo e i capelli fluenti distesi sul terreno. E’ stata creata combinando diversi tipi di piante verdi e fiorite per ottenere un effetto il più possibile morbido e realistico, ed è una presenza davvero suggestiva. Una fata dormiente, una driade, uno spirito della Natura disteso a proteggere il cuore più segreto del bosco, il cui tocco lieve è sufficiente a far fiorire la terra tutto intorno. Incantevole.

Vicino all’uscita troviamo l’ultima statua vegetale, una testa di gigante che spunta dal terreno fino al naso, con i capelli arruffati e gli occhi buffi fatti con frammenti di porcellana azzurra, un personaggio molto simpatico. Mi piacerebbe averne uno così in giardino.

Quando usciamo passiamo dallo shop, che è fantastico e ha tutti gli strumenti necessari per il giardinaggio e la decorazione nello stile tipico inglese: sagome di animali di ferro e di legno, piccole sculture, targhette per le piante, casette per gli uccelli, semi e mangiatoie di tutte le dimensioni, sementi per l’orto, annaffiatoi e abbigliamento da giardino, c’è di tutto. Naturalmente c’è anche la zona dove si possono acquistare le piante e i fiori coltivati nelle serre di Heligan, e la cosa non ci sorprende affatto. Dappertutto qui ci sono Garden Centre, Flower Shop, Horticultural Show e simili. Ovunque, sia nei paesini che nei grandi centri cittadini, i negozi di piante e articoli da giardino sono numerosissimi e sempre molto frequentati. Anche i giardini aperti al pubblico come Heligan sono sempre affollati, perché per gli inglesi il gardening è una vera passione, piace a tutti e tutti ne sanno parecchio, a giudicare dai commenti che abbiamo sentito in giro oggi. Tutte le case, anche le più semplici e le più piccole hanno un giardinetto o un vialetto curatissimo, i vasi sono appesi dappertutto, ai muri, ai lampioni, ai portoni, alle finestre, alle verande, e sono stracarichi di fiori ben tenuti. Le case poi sono un incanto, tutte in pietra o di mattoni rossi, non si trova una casa intonaca a pagarla, e sono tutte al massimo strutture di due piani, niente palazzoni o condomini sgraziati, alcune addirittura hanno ancora il tradizionale tetto in paglia. Questi cottage deliziosi, insieme alle colline lavorate come quadri con fazzoletti di campi di vari colori dove pascolano pecore e mucche separati tra loro da siepi, contribuiscono a fare di questo paesaggio uno spettacolo unico.
All’uscita dobbiamo correre, perché improvvisamente comincia a piovere e in tre minuti si scatena un acquazzone violento, ma riusciamo a salire in auto senza troppi danni. Mangiamo la torta alla carota di Dave, squisita davvero, e proseguiamo verso sud diretti alla seconda tappa, i Glendurgan Gardens. Quando ci arriviamo splende di nuovo il sole.

Questi giardini sono curati dal National Trust, quindi entriamo con la tessera del FAI. Sono più piccoli dei precedenti, ma molto belli e ricchi di piante di ogni tipo, comprese enormi camelie che, a maggio, devono dare spettacolo.

Le differenze fondamentali rispetto ai giardini di Heligan sono due: la prima è che da qui, lungo un sentiero che passa attraverso il bosco, si arriva fino giù al mare, in una bella insenatura tranquilla, dove posso toccare di nuovo l’Oceano con le dita. Il sole basso luccica sull’acqua calma, e la costa rocciosa coperta di verde protegge questa piccola baia dalla furia delle tempeste invernali.

La seconda èThe Maze, il labirinto di piante più spettacolare che abbiamo mai visto. È stato disegnato sul fianco inclinato di una collinetta, per poterlo vedere da una piccola postazione affacciata sulla parte più alta del bosco di fronte. La sua particolarità è che il percorso è fatto di sinuose linee curve, morbide e misteriose come un disegno celtico, come un gigantesco cervello verde, o un’enorme pianta sottomarina portata all’aria aperta e poggiata su un prato, con un effetto finale assolutamente straordinario.

Sembra di essere stati catapultati in un posto incantato, in un luogo uscito direttamente da un romanzo fantasy. Ci entriamo attraverso un piccolo cancellino di metallo e lo percorriamo tutto con un po’ di difficoltà, vagando da un’ansa all’altra ingannati dalla prospettiva obliqua e dai ghirigori riccioluti del sentiero che si susseguono senza fine e – fatica a parte – è molto divertente arrivare al cuore di questo magnifico trabocchetto vegetale.

Alla fine del giro dei giardini oltrepassiamo l’immancabile vendita di fiori e piante e raggiungiamo la caffetteria, per prendere una tazza di tè caldo. Ci vuole proprio, dopo tanto camminare.

Da qui partiamo in direzione dell’alloggio di stasera, che è nella Lizard Peninsula, in fondo alla Cornovaglia, dove abbiamo prenotato presso un piccolo albergo con vista sul mare, il Paris Hotel. Lo troviamo facilmente grazie alla nostra efficiente Miss della Volvo, e scopriamo che è una struttura incantevole, di legno bianco a due piani con tutte le rifiniture azzurre. Una locanda tipica, posata sul bordo estremo del mare. Tutto intorno solo acqua e cielo, e azzurro a perdita d’occhio.

La stanza è semplice e pulitissima, e il ragazzo che ci accoglie al pub a pianterreno è molto cortese. Facciamo un giro a piedi fino al porto lì di fronte, nel minuscolo paesino di Helston, dove i negozi sono già chiusi e le poche persone in giro ci salutano con cortesia. Tutto intorno è vastità e silenzio, cielo e Oceano.

Gli unici suoni che si sentono sono le strida dei gabbiani, e le voci squillanti di alcuni bambini sui 7/8 anni che si tuffano in acqua da un piccolo molo di pietra, allegri e felici come fosse ferragosto in Sicilia. Indossano la muta ma sono le 7 di sera, fa piuttosto fresco, ha piovuto da poco e l’acqua deve essere gelida. Evidentemente, questo è un dettaglio irrilevante che non li riguarda. Se ne stanno lì a saltare dentro e fuori dall’acqua come se niente fosse, tra grida di gioia e divertimento, spinti da quel desiderio di iterazione infinita di un gesto piacevole di cui solo i bambini conoscono il segreto.

Ceniamo al pub del nostro piccolo hotel e dobbiamo aspettare un po’ perché si è riempito in breve tempo come era prevedibile, visto che il luogo è isolato e non ci sono molti altri ristoranti in giro. E comunque il locale ha un’atmosfera molto accogliente, i ragazzi che lo gestiscono sono davvero simpatici e il cibo è buono, tanto che ci sono intere tavolate di famiglie riunite a cena. Io scelgo una zuppa di pesce, Luca il chili con carne, con birra chiara locale molto profumata, e concludiamo nel migliore dei modi un’altra giornata bellissima.

Mi aspetto molto dalla Cornovaglia e non so come, ma sento che non resterò delusa.

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Mercoledì 13 agosto 2014: Exeter Cathedral – Greenway House – Mayflower Steps – Looe

22 ottobre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

La notte è silenziosissima al Park Edge B&B, come dappertutto, quassù. Niente schiamazzi, echi di traffico o rumori di motori che passano, solo un silenzio spesso e liscio che cala sulle case col buio come una coperta di velluto nero. Come piace a me. E pazienza se in questo Paese le tende alle finestre sono solo decorative e la luce del giorno entra nelle stanze già dalla mattina presto. Mi ci potrei anche abituare, in cambio di un silenzio perfetto come questo.
Il sole sembra abbastanza stabile stamani, quando scendiamo a colazione nella saletta del nostro cottage in miniatura che è tanto piccolo quanto curato nei dettagli, comprese tutte quelle buffe stramberie indispensabili per creare un’atmosfera tipicamente British,tipo i nani di gesso in fondo alle scale o gli animaletti del bosco che spuntano dagli angoli più impensati. Dettagli che fanno di questi b&b posti unici, imprescindibili per vivere un’esperienza completamente inglese. La signora che ci accoglie è molto simpatica, intrattiene i suoi ospiti con allegria e serve tutti con gentilezza e generosità. Stavolta la sala e l’apparecchiatura sono più semplici, ma la full English è molto buona e la spazzoliamo con grande piacere. Lo confermiamo anche al padrone di casa e cuoco in armi, che esce dalla cucina per farci un saluto dopo aver finito di preparare per tutti. Ha un forchettone in mano e indossa con una certa disinvoltura un cappello da cuoco e un gran grembiule bianco sopra un improbabile completo giacca e pantaloni in una stoffa a rombi in una fantasia arlecchino che ci lascia letteralmente a bocca aperta, e ci conquista definitivamente. E’ il Dorset, ma ci sentiamo a casa.

Purtroppo però non lo siamo, e dobbiamo cominciare a raccogliere le nostre cose per ripartire alla scoperta delle nuove mete di oggi, tra i ringraziamenti, i saluti e le raccomandazioni affettuose dei nostri ospiti. Ci spostiamo verso nord, nel Devon, diretti a Exeter, a poco meno di 2 ore di distanza. Il traffico è scorrevole, le strade perfette e libere, il tempo regge tranne qualche piovasco via via, ma la temperatura è sui 18 gradi e il paesaggio è ancora incantevole.
Exeter è una città piena di movimento e di begli edifici, e la sua famosa Cattedrale anglicana medievale è davvero notevole. Si affaccia su una piazzetta circondata di antichi palazzi ed è costruita in stile gotico inglese con due torri possenti a base quadrata e decine di sculture di santi a decorare la facciata, che purtroppo non sono in buone condizioni. L’edificio, rimaneggiato più volte anche in seguito ai pesanti danni causati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, è un luogo di grande fascino. In tutta la Cattedrale sono in corso lavori di ristrutturazione e conservazione, che purtroppo riguardano anche la biblioteca dove è conservato il famoso “Exeter Book”, una delle più antiche raccolte arrivate fino a noi di riddles e poemi della letteratura anglosassone risalente a prima dell’anno 1000, che al momento non è visitabile. Un vero peccato.

L’entrata a pagamento (6,00£ a testa) ci rende contribuenti dei lavori di restauro, il che da una dimensione diversa e più accettabile al concetto di ‘biglietto d’ingresso’ in un tempio spirituale. L’impressione di imponenza e ricchezza ricevute all’esterno trovano il loro naturale continuo all’interno della chiesa dove, nonostante le impalcature per i lavori in corso che coprono parte delle decorazioni, si rimane immediatamente colpiti dalla maestosa galleria centrale che vanta il soffitto a volte gotiche a navata unica più lungo del mondo. Davvero impressionante.

Lungo le navate laterali ci sono antiche tombe di prelati e cavalieri in pietra policroma di grande bellezza, e prima dell’altare maggiore c’è il coro in quercia scolpito con angeli e fiori, con la cattedra vescovile incredibilmente lavorata che, oltre a essere preziosa per la sua lavorazione raffinata, è un capolavoro di tecnica artigianale in quanto è montata a incastro, senza l’utilizzo di chiodi.

Nel transetto di sinistra si trova un orologio astronomico della fine del XV secolo ancora funzionante in cui la Terra è rappresentata come una sfera dorata posta al centro dell’universo, con il sole che le gira intorno. Sotto all’orologio c’è una piccola porta che andava verso i locali privati del parroco, e nell’angolo della porta, in basso a destra, c’è un foro che era la porta utilizzata dal gatto, utilissima sentinella medievale contro i topi rosicchiatori del legno.

Nel susseguirsi simmetrico delle cappelle laterali ci sono dipinti e sculture preziose, tombe raffinate, vetrate istoriate bellissime e altari lavorati di epoche diverse, dal medioevo al Seicento, e c’è anche una piccola area un po’ insolita che ci incuriosisce, dove mi fermo a dare un’occhiata.

Su una pedana di legno sono sistemati cestini di paglia di varie dimensioni, pieni di pietre di differente grandezza e volume. In un altro cestino ci sono delle conchiglie, e nell’ultimo delle piume. Poco distante, una mattonella di cemento fa da base a quello che sono tutti invitati a costruire, un “Cairn of Hope”, un cumulo di speranza. Un piccolo cartello spiega in due parole di cosa si tratta, e come funziona la cosa. Chi vuole, riflette sulla dimensione della propria situazione di difficoltà personale o familiare, calcola il “peso” che lui o qualcuno a cui vuole bene deve portare quotidianamente, poi prende il sasso – o la conchiglia, o la piuma – che simbolicamente corrisponde alla misura di questo dolore e lo poggia sulla mattonella con gli altri, insieme alla sua preghiera. Un cumulo doloroso di sassi – e conchiglie, e piume – che la preghiera a Colui che ha portato il peso della Croce per la Salvezza di tutti gli Uomini trasformerà in un cumulo di speranza. Un ammasso di dolore la cui forza negativa si scarica quando si unisce al disagio altrui, che si ridimensiona grazie al confronto con la misura del dolore degli altri, che trova forza ed energia nell’unione con altre sventure, tutte consegnate nelle mani di quel Cristo che, per chi crede, è la Sola Speranza. Un sistema quasi banale, per una riflessione più profonda di quanto possa sembrare. Non saprei dire se questa del Cairn of Hope sia una tradizione anglicana diffusa tra i fedeli o un’idea che hanno avuto proprio qui nella Cattedrale di Exeter, di fatto non avevamo mai visto niente del genere in nessuna chiesa. Di certo, ce ne ricorderemo.

In una delle cappelle troviamo una sepoltura congiunta molto bella dedicata al II conte di Devon e sua moglie, con le classiche statue medievali dei coniugi distese vicine circondate di angeli, e intorno uno degli organi con le canne più grandi che ci sia mai capitato di vedere. Lì accanto a vegliare i due sposi, nientemeno che la Vergine delle Rocce di Leonardo e la Madonna della Seggiola di Raffaello. Copie naturalmente, ma pur sempre due raggi di luce.

Dopo la visita alla Cattedrale facciamo un giro per le stradine del centro, e al ritorno prendiamo dei sandwich e ci sediamo su un muretto davanti alla chiesa a mangiarli al sole, dove molta gente sta facendo una pausa, chiacchierando e pranzando all’aperto.

Facciamo appena in tempo a finire di mangiare che ricomincia a piovere leggermente, così torniamo alla macchina e ripartiamo per la seconda tappa di oggi. Mentre viaggiamo in direzione Torquay viene giù un diluvio così spaventoso che quasi non si vede più neppure la strada, ma naturalmente dopo una decina di miglia è già tutto passato, e rispunta un sole allegro. Ormai ci stiamo abituando: non siamo troppo tranquilli anche se la giornata pare bella, e non siamo troppo preoccupati anche se diluvia – tanto non dura.
A Torquay, nel Devon del sud, cerchiamo Greenway House, la casa delle vacanze di Agatha Christie, seminascosta in fondo a una stradina tortuosa e sterrata bordata da siepi alte, su una punta di terra affacciata sul bordo del fiume Dart, in mezzo a un bosco bellissimo e non facile da individuare. Questo è uno dei beni del National Trust segnalati peggio per ora, ma alla fine ci arriviamo.

Parcheggiamo nella zona riservata ai visitatori e andiamo all’ingresso, dove il ragazzo alla cassa riconosce immediatamente le nostre tessere FAI e si mostra contentissimo, ci fa i complimenti e ci da i biglietti gratuiti per l’ingresso alla casa, che è poco più giù nel giardino. Ci sono delle impalcature sul davanti perché stanno ritinteggiando la facciata, ma si capisce lo stesso che l’edificio è imponente e elegante. Il posto è isolato ma davvero bello, con una vista mozzafiato. Una signora gentilissima ci accoglie e ci da tutte le spiegazioni necessarie alla visita, quindi ci fornisce una breve guida con il percorso da seguire e ci lascia proseguire da soli.

Gli interni sono molto belli e accoglienti, e praticamente uguali a com’erano quando la famosa scrittrice di gialli veniva qui in vacanza con figli e nipoti, dal 1938 alla metà degli anni ’70. Questa è una casa di vacanza in effetti, non la casa principale dove scriveva e lavorava ai suoi libri, ma Agatha e la sua famiglia amavano questo posto e ci hanno portato gran parte dei mobili e dei loro oggetti preferiti, come i ritratti di famiglia e le molte collezioni di oggetti di ogni genere, porcellane, scatole intarsiate, libri statuette, vasi e mille altre cose.

Le stanze sono grandi e belle, perfettamente arredate, eleganti ma non fredde, anzi, gli ambienti sono molto accoglienti e l’atmosfera è quella di una vera casa vissuta, non di un museo di cimeli. Il salotto con il camino e i giochi da tavolo dei nipoti ancora sparsi sul tappeto, e il pianoforte che Agatha sapeva suonare ma al quale la sua timidezza la obbligava a sedersi solo quando era sola, la camera da letto con i tessuti chiari e il guardaroba con ancora i suoi vestiti e le borsette da sera, la sala da pranzo col lungo tavolo apparecchiato, il salottino con la collezione di cineserie, con alla parete il ritratto di Agatha da bambina seduta su una poltrona a fiori con in braccio la sua bambola preferita, appeso proprio sopra quella stessa poltrona sulla quale siede ancora la stessa bambola vestita di seta.

C’è la bellissima biblioteca, con un fregio che gira tutto intorno in cima alle pareti dipinto da un tenente dell’esercito americano che aveva preso possesso della casa con la sua guarnigione durante la Seconda Guerra mondiale, in cui è narrata la storia delle avventure europee di quel piccolo gruppo di soldati. L’esercito americano si offrì di ridipingere la stanza di bianco e risistemare tutto come prima alla fine della guerra, ma Agatha rifiutò preferendo mantenere il fregio come testimonianza di un evento che aveva segnato la storia di Greenway House. Ci sono ancora le bambole della figlia Rosalind sul divano, e negli scaffali di legno intorno è raccolta una stupefacente collezione di volumi tra romanzi, libri di storia e trattati di archeologia del secondo marito di Agatha, Max Mallowan, e un’atmosfera così calda e tranquilla che fa venire voglia di mettersi qui con un libro sulle ginocchia a leggere per tutto il giorno, buttando giusto un’occhiata ogni tanto dalla grande finestra per ammirare la vista del fiume che scorre placido più in basso.

I famosi romanzi di Agatha, nelle prime edizioni pubblicate in molte lingue diverse, sono esposti in una speciale vetrina nel corridoio del piano superiore, mentre all’ingresso c’è un tavolino antico sul quale sono sistemate tutta una serie di fialette e bottigliette di vetro contenenti polveri e liquidi misteriosi provenienti dalla farmacia dell’ospedale universitario londinese nella quale Agatha lavorò come volontaria durante la Seconda Guerra Mondiale, esperienza che in seguito le tornò utilissima per descrivere in maniera scientificamente esatta le scene di avvelenamento delle sue crime stories, alcune delle quali furono ambientate proprio in questa bellissima casa.

Ogni stanza ha una sua particolarità e un suo fascino di luogo vissuto, ed è bello a modo suo. E anche se non è in queste stanze che Dame Agatha Christie, come l’aveva nominata la Regina Elisabetta II, liberava il suo talento e la sua fantasia trascinando Poirot e Miss Marple in avventure intricatissime e geniali, questa dimora elegante e accogliente rappresenta un po’ la sintesi della vita piena di successo e di avventure di questa incredibile autrice, che è addirittura entrata nel Guinness dei Primati per il maggior numero di copie di libri vendute nei 5 continenti. Romanzi che sono stati tradotti in oltre 100 lingue, le cui storie appassionanti vengono ancora messe in scena nei teatri di tutto il mondo e i cui personaggi sono stati interpretati dai più grandi attori, che li hanno resi vivi e indimenticabili per il pubblico di ogni paese e di ogni tempo. Una casa piena di oggetti e di ricordi, di cose belle e di passioni, elegante e raffinata ma anche semplice e vera, che sa trarre il meglio da ogni cosa. Proprio come la sua famosa e talentuosa proprietaria.

L’esterno è altrettanto bello dell’interno, naturalmente, pieno di fiori di ogni tipo, soprattuto ortensie e fucsie, e colorato come un dipinto. C’è un giardino recintato, un orto con alberi da frutto, una serra con una bellissima vite che porta già piccoli grappoli verdi, un boschetto con viali per le passeggiate e panchine per le soste, una fontanella gorgogliante e un’infinità di alberi che, a giudicare dalle dimensioni, devono essere parecchio vecchi. Sarebbe molto grande da esplorare, ma si sta facendo tardi e dobbiamo deciderci a lasciare Greenway House e tornare alla macchina.

Dobbiamo raggiungere Plymouth, e sappiamo che il traffico su questo tratto di costa è molto intenso perché questa è una località balneare esclusiva e ricercata, non a caso la chiamano la Riviera del Devon, e tutti vengono volentieri fino qua a fare un giro, soprattutto nelle belle giornate di sole come oggi. In effetti qui troviamo le prime code di auto che abbiamo visto da quando abbiamo cominciato questo giro, oltre a moltissimi semafori che sono in funzione perfino nelle rotonde e che hanno il verde che dura solo pochi secondi. A Plymouth centro le cose non sono diverse, anzi forse sono anche peggiori, e dopo tutta la bellezza delle colline immerse nei boschi, finire in mezzo a code di automobili e odore di gas di scarico non è proprio un piacere. Riuscire a parcheggiare è una vera impresa, che ci ruba quasi 40 minuti e diverse sterline.

Però, alla fine, siamo dove volevamo arrivare. Al Barbican di Plymouth, nel mezzo al porto, tra il mercato del pesce e l’imbarcadero dei traghetti turistici, proprio davanti ai Mayflower Steps, dove nel 1934 è stato costruito un piccolo portico commemorativo con colonne doriche e una balaustra in metallo per ricordare il punto esatto dal quale, il 6 settembre 1620, i padri pellegrini salparono sul Mayflower diretti in America. Un altro luogo storicamente cruciale e incredibilmente simbolico, un altro punto di origine dal quale la storia prese una direzione nuova che avrebbe cambiato il futuro dell’Europa e del mondo. Un’altra bella emozione.

Facciamo una passeggiata sul molo affollato e scattiamo un po’ di foto, godendoci appieno la bella atmosfera marina che si respira in questo piccolo porto, che sembra molto attivo. La luce è incantevole e l’ambiente è vivace, si sta molto bene qui, però si sta facendo tardi ed è già ora di ripartire. Risalendo lungo la via verso il parcheggio passiamo accanto a un vecchio edificio che potrebbe essere quello che ospitò i padri pellegrini nelle ore e nei giorni precedenti la partenza del Mayflower, e notiamo che sul muro esterno c’è una statuetta di una Madonna adorna di fiori. Una piccola Stella Maris messa lì a vegliare sui marinai, come se ne trovano quasi in ogni porto. Perché l’Oceano è grande, e fa paura. E partire per mare è un’avventura grande come la vita, e ci vuole tutto il coraggio del mondo per scendere quei tre gradini e salire su una nave, qualunque sia la destinazione da raggiungere. E allora ogni protezione possibile è la benvenuta, non si sa mai.

Il nostro B&B di stasera è lo Schooner Point di Looe, in Cornovaglia, e ci arriviamo poco prima delle 20,00. I proprietari ci accolgono con grandissima gentilezza facendoci sistemare l’auto nel loro parcheggio privato, e noi restiamo incantati dalla bellezza della casa e del punto in cui si trova, poco fuori dal piccolo villaggio di pescatori, su una collinetta oltre il ponte che passa per il centro del paese.

La camera è molto bella e confortevole, pulitissima e spaziosa, già sappiamo che sarà tristissimo lasciarla, domani. Ci sistemiamo e usciamo per andare a cena, siamo affamati e curiosi di cominciare a scoprire questo primo angolo di Cornovaglia, che sarà la nostra terra per i prossimi giorni.

Il paesino di Looe è davvero un incanto, con le case che si arrampicano fin sul promontorio intorno alla baia, il ponte di pietra a arcate regolari che l’attraversa, e le barche ormeggiate tutto intorno come in una piccola marina del settecento. La luce del giorno sta calando dolcemente quaggiù, come a non voler dare fastidio, e i lampioni che si accendono ci trasportano magicamente dentro a un presepe appoggiato sul bordo del mare.

Passeggiamo nel centro del villaggio, dove i negozi sono chiusi ma c’è ancora gente in giro a godersi l’atmosfera, e troviamo un ristorante perfetto dove cenare. Si chiama “The Golden Guinea”, un locale molto caratteristico all’interno di un edificio che risale addirittura al 1632, registrato nell’elenco di edifici di valore storico protetti dal Ministero dei Beni Culturali inglesi. Mangiamo zuppa del giorno e piatti tipici di carne e pesce e ci gustiamo tutto fino all’ultima briciola, nella bella atmosfera tranquilla del vecchio lacale.

Siamo stanchi, ma anche contenti di questa bella serata alla fine di una bellissima giornata. Domani vedremo cosa ci riserverà questa landa estrema di Inghilterra la cui magia già si preannuncia all’altezza della sua fama.

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Martedì 12 agosto 2014: Salisbury Cathedral – Stonehenge – Cerne Abbas Giant – Chesil Beach

15 ottobre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

La colazione full English è un po’ meno gustosa del solito nel ristorante del nostro Lodge, ma il tappeto musicale Jazz e’ ottimo, e fa sembrare bello anche tutto il resto. La signora che ci porta i piatti è molto gentile, e ci conferma che dovrebbe essere bel tempo per tutto il giorno. Speriamo, perché abbiamo davvero bisogno di una bella giornata di sole per le escursioni di oggi.

La prima tappa dista una mezz’ora di auto in direzione nord, ed è la Cattedrale di Salisbury, uno dei centri medievali più belli del Wiltshire. Ci arriviamo viaggiando in mezzo a un paesaggio incantevole, fatto di colline lavorate, boschi di querce, distese d’erba con poche mucche qua è là, siepi perfettamente disegnate e viali alberati ai lati delle case di mattoni rossi, che formano spesso veri tunnel di piante attraverso i quali passiamo in un silenzio perfetto. Il paesaggio inglese è uno dei motivi per cui volevo fare questo viaggio, e per ora non mi sta deludendo.
La cittadina di Salisbury ha origini addirittura romaniche, e si chiamava ancora Old Sarum al tempo in cui fu visitata da Guglielmo il Conquistatore dopo la sua vittoria ad Hastings. Nel centro storico ci sono begli edifici antichi e fiori ovunque, con molta gente che passeggia tranquilla ma anche molti abitanti locali affaccendati nelle cose di tutti i giorni.

La famosa Cattedrale, nostra prima meta di oggi, sorge in mezzo a un’area verde molto ampia, la più grande d’Inghilterra intorno a una chiesa, e spicca con la sua torre centrale e la guglia altissima che supera i 120 metri. L’architettura è gotica primitiva, le decorazioni sono ricchissime e minuziose, e la pietra chiara da a tutto l’insieme un aspetto di grande eleganza. L’edificio è mantenuto in condizioni perfette, non si direbbe che questa chiesa abbia quasi 800 anni.

L’interno (ingresso gratuito) è a 3 navate, lungo e stretto, con colonne imponenti e doppie arcate di bifore bicolori, particolarmente raffinate. Al centro della navata principale è stato inserito di recente un fonte battesimale moderno molto bello, che si integra perfettamente con lo stile antico del resto della chiesa. È una grande vasca romboidale in pietra bicolore, di una linearità quasi zen, che sale da terra e si allarga verso i bordi come un fiore; è piena d’acqua fino al bordo; ai quattro lati gli angoli estremi si ripiegano verso il basso creando quattro piccole cascate d’acqua benedetta che scende nelle grate di raccolta con un rumore continuo pacato e regolare, molto rilassante e gradevole. Finalmente un buon esempio di moderno al contempo simbolico e bello, che si mescola benissimo a una grandezza antica preesistente.

Il coro scolpito è uno dei più preziosi di tutta l’Inghilterra, in quercia scurissima cesellata come un pizzo. Tra le varie tombe antiche di arcivescovi e personalità politiche locali, da notare in questa chiesa è quella di William Longespée, III Conte di Salisbury, decorata dalla statua in pietra policroma di un uomo in completa tenuta da cavaliere. Si tratta della tomba del fratellastro del Re Giovanni Senzaterra, che fu il fautore della costruzione e il testimone della posa della prima pietra della Cattedrale stessa, e la prima personalità locale a essere sepolta nell’edificio sacro.

Nella chiesa troviamo anche l’orologio funzionante più antico del mondo, un meccanismo a ingranaggi in legno e ferro costruito nel 1386 che ancora oggi continua a scandire il tempo. Non ha un quadrante esterno, ritenuto non necessario quando lo costruirono, in quanto gli orologi erano generalmente collegati a una campana che batteva le ore per tutta la città. E questo incredibile orologio lo fa ancora con precisione, da oltre 600 anni.

In fondo alla chiesa, dietro all’altare maggiore, c’è la Cappella dei Prigionieri di Coscienza, con una grande vetrata moderna dipinta sui toni del blu e dell’arancio che simbolizza i diritti di tutti coloro che nel mondo sono prigionieri per via delle loro opinioni, o per aver difeso i diritti di altri. Su un angolo di questa cappella arde un grosso cero circondato da una simbolica spirale di filo spinato nero, che è mantenuto perennemente acceso da Amnesty International.

Su un lato della chiesa troviamo un chiostro molto grande, con la consueta atmosfera di magico silenzio che solo i chiostri sono capaci di regalare. La cosa particolare è che di solito i chiostri fanno parte di abbazie o monasteri, dove vivono e lavorano i monaci che poi, in questi ritagli di silenzio, si dedicano alla preghiera. pura Invece questo è l’unico chiostro inglese costruito senza nessun monastero vicino, solo per la bellezza e la pace che regala ai religiosi di questa parrocchia.

Nonostante tutte le meraviglie che contiene, l’elemento protagonista di questa cattedrale anglicana rimane la bellissima sala capitolare (no pictures allowed). A base ottagonale, con un pilastro centrale che va su verso uno straordinario soffitto di volte a ventaglio cesellate come un pizzo, ha le pareti decorate da un fregio scolpito nella pietra che gira tutto intorno, raccontando le scene più importanti dei libri dell’Antico Testamento. In questa sala elegantissima è custodito il gioiello più prezioso della Cattedrale, una delle 4 copie originali ancora esistenti della Magna Charta, quella più leggibile e meglio conservata, risalente al 1215. Un documento eccezionale, firmato dal Re Giovanni Senzaterra dietro esplicita richiesta dei Baroni per definire i rispettivi diritti e doveri. Di fatto è un documento ancora legato all’organizzazione di un mondo di tipo feudale, ma resta comunque il primo in cui si stabiliscono dei limiti ben precisi al potere assoluto di un Re. Il primo in cui si comincia a prendere coscienza dei diritti fondamentali delle persone e del territorio in cui vivono, della dignità, della necessità di arginare e controllare quelle libertà che andrebbero a ledere la libertà altrui, e soprattuto del fatto che tutti hanno diritti e doveri, compresi i Re.
Stare davanti a uno dei documenti più antichi e importanti della storia della democrazia in Europa è un’emozione molto forte. A questa Charta si sono poi ispirate tutte le maggiori carte costituzionali venute solo molti secoli dopo, da quella Americana, che abbiamo ammirato ai National Archives di Washington, a quella Francese, fino alla moderna Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo. Coloro che stilarono questi documenti fondamentali per il progresso della Storia dell’Uomo non hanno potuto prescindere da questa pergamena grande forse come un A3, scritta in latino abbreviato in una grafia minuta e fitta, con un inchiostro che quasi 800 anni dopo ancora parla chiaro. Nero su bianco. Un’esperienza bellissima.

Dopo la visita della Cattedrale, dove per la prima volta sentiamo parlare in italiano dalla maggior parte dei visitatori, prendiamo dei sandwich e un paio di dolcetti da Greggs e lasciamo Salisbury per avviarci verso la seconda tappa di oggi, che è una di quelle che si possono definire mitiche senza paura di esagerare: Stonehenge.

Abbiamo la prenotazione (obbligatoria) per la visita tra le 14,00 e le 14,30 e nonostante partiamo per tempo ci arriviamo appena in anticipo, a causa della lunghissima fila di auto in pellegrinaggio verso quello che è noto come il sito neolitico più famoso del mondo. Entriamo gratis e in fretta grazie alla tessera English Heritage, e scopriamo con piacere che anche il parcheggio è gratis per i soci. Dalla biglietteria, ricostruita di recente in un punto più lontano della precedente dal sito vero e proprio, per evitare di alterare troppo l’atmosfera del luogo, una navetta a vagoncini ci porta fino all’inizio del sentiero pedonale, da seguire per effettuare la visita con l’audio-guida inclusa nel biglietto.

Arriviamo lì, ed è come fare di colpo un enorme salto indietro nel tempo fino a circa 3000 anni prima di Cristo. Come dire 5000 anni fa. Nella preistoria dell’Umanità.
Il sito è ben organizzato, circondato da immensi spazi verdi e barriere protettive, ma fatto in modo che la fila ininterrotta di visitatori che vi accede senza sosta ogni giorno abbia una visione più che adeguata di questo luogo così misterioso. Nonostante la folla incessante, i gruppetti dei soliti italiani sguaiati in vacanza, le inutili chiacchiere multilingue che alcuni potevano magari riservare a un altro momento, e perfino un terribile odore che arriva a folate da un allevamento poco distante, il posto rimane uno dei più affascinanti che possa capitare di visitare.

Niente riesce a scalfire il potere speciale di questo cerchio magico di pietre di arenaria pesanti svariate tonnellate l’una, provenienti da cave situate a decine di chilometri di distanza da qui, perfino dal Galles, quelle blu al centro del cerchio, portate fino a qui e conficcate per oltre 2,5 metri nel terreno non si sa bene da chi e soprattuto perché.

Molte ipotesi sono state fatte negli anni, quasi tutte poi miseramente smentite dai successivi studi. Calendario astronomico, tempio sacro, cimitero reale, astronave (!), luogo di guarigioni miracolose, e chi più ne ha più ne metta. La più famosa è quella del tempio celtico innalzato dai Druidi per i loro riti magici, che comprendevano perfino sacrifici umani. È’ bastato analizzare meglio alcuni dettagli per verificare che i Druidi sono arrivati qui oltre 2000 anni dopo la nascita di questo sito, e quindi non hanno niente a che fare con la costruzione dei megaliti e delle loro architravi misteriose. Al massimo li hanno usati per un po’, ma niente di più. Quello che è certo è che, purtroppo, questa che vediamo oggi non era la disposizione originale delle pietre, è solo una ricostruzione recente e ancora non sappiamo veramente come era fatto e a quale scopo fu costruito. Ci sono varie ipotesi, ma nessuna certezza. Ognuno è libero di scegliere quella che gli piace di più. Il resto è ancora tutto da scoprire.

Di certo, la magia che questo antichissimo circolo di pietre ha esercitato sui suoi visitatori di ogni tempo è ancora intatta, e che uno venga qua con un quadernetto e una matita per disegnarlo, come facevano nel Settecento, o con l’ultimo modello di iPhone per farsi un selfie, di fatto nessuno rimane indifferente al potere delle pietre. Forse è per quella struttura circolare che così tanto attira e appare familiare, il cerchio magico del tempo e dello spazio che tutto comprende, forse per quelle pietre trasversali poggiate sui megaliti, le architravi, che sembrano aprire porte magiche su dimensioni misteriosissime e antichissime, o forse è solo la consapevolezza che gli uomini che tirarono su questo sito erano comunque nostri antenati, gli Ancestors come dicono qui, e quindi questo sito in un certo senso ci appartiene, è alla radice dei nostri ricordi e nel DNA delle nostre esperienze. E’ come una foto dell’età della pietra dei nostri bis bis bis avoli, e anche se oggi non capiamo più cosa rappresenta, sappiamo istintivamente che stiamo guardando dentro al nostro album di famiglia. Chissà. Venirci resta comunque una gran bella emozione.

Dopo un lungo giro e l’ascolto di tutti i numeri dell’audio guida torniamo lentamente verso la navetta, mentre il cielo si è fatto scuro e minaccia pioggia. Ma cadono solo poche gocce. Ero stata anche qui 25 anni fa, durante la mia vacanza studio a Londra, e ricordo ancora la mia emozione di fronte a questo mistero che si perde nella notte dei tempi. Luca, che lo vedeva per la prima volta, è notevolmente impressionato dal sito. Per qualche motivo se lo aspettava molto più grande, ed è sorpreso dal diametro relativamente ridotto del cerchio magico. Succede spesso questa cosa con i luoghi tanto famosi da essere ormai mitici, l’immaginazione li fa diventare enormi nella nostra mente come se la loro dimensione reale fosse direttamente proporzionale a quella della loro fama, e finché non li vediamo con i nostri occhi, eretti di fronte a noi in tutta la loro esatta realtà fisica, non possiamo dire davvero di conoscerli.
Ecco perché viaggiamo. Per andare a vedere.

Vicino al centro visitatori facciamo un giro nel piccolo villaggio neolitico ricostruito attraverso i reperti ritrovati nella zona, in cui si può vedere come le pietre venivano probabilmente trasportate e come erano fatte le capanne e gli attrezzi degli uomini che lavorarono alla creazione del cerchio di pietre e di tutto quello ce c’è intorno, in parte non ancora dissepolto dal terreno. Quindi raggiungiamo la caffetteria e ci sediamo a un tavolo all’aperto a mangiare i nostri sandwich e i biscotti, stanchi e quasi storditi, con la mente ancora impegnata a elaborare le emozioni intense che ci sono state regalate dall’incontro con il mitico cerchio neolitico di Stonehenge. Prima di ripartire in direzione della costa facciamo un giro allo shop, molto grande e affollato, pieno di qualunque tipo di chincaglieria sia possibile immaginare fatta a forma di megalite, e ci divertiamo moltissimo, un’esperienza sicuramente da non perdere che fa parte integrante di questa visita.

La prossima fermata è Cerne Abbas, dove, su una collina della campagna circostante, è visibile l’immagine incisa sul terreno di un gigante risalente probabilmente al XVII secolo, e che un tempo si credeva potesse essere anche molto più antica. Troviamo subito il view point che si affaccia sulla vista del Gigante, ben indicato lungo la A532, e ci fermiamo qualche minuto a osservare quest’altro mistero.

Il Gigante si vede distintamente dal punto in cui ci troviamo, dato che è alto oltre 55 metri e largo quasi 50. Il disegno, più o meno stilizzato, raffigura un uomo chiaramente nudo, con una specie di clava in una mano (lunga ben 37 metri) e le braccia aperte, ma non ha un’aria aggressiva, potrebbe sembrare una caricatura, oppure un antico simbolo propiziatorio di fertilità.

Quelle che da lontano sembrano linee bianche disegnate sull’erba sono in realtà piccole trincee larghe 30 centimetri e profonde altrettanto, dalle quali la terra è stata scavata via fino ad arrivare al gesso sottostante. Il gigante è sotto la tutela del National Trust e si può andare a visitare da vicino, anche se è solo da lontano che si riesce ad avere l’immagine più efficace di questo insolito monumento.

E’ una scelta strana, in effetti. Una figura così grande sembra disegnata apposta per essere vista da un occhio lontano, o sistemato molto in alto. Chi voleva impressionare, il suo autore? Quale cosa importante voleva comunicare, tanto da gridarla a voce così alta? Era una preghiera o uno sberleffo divertito? Mistero. Nonostante secondo alcune teorie il Gigante potrebbe essere addirittura una caricatura di Oliver Cromwell, che nel Seicento invadeva e conquistava con la forza ogni angolo d’Inghilterra come un Ercole redivivo (pare che sul braccio sinistro del gigante ci sia traccia della presenza di una linea ormai cancellata che poteva raffigurare la pelle di leone), poco più a nord su questa stessa collina sono state ritrovate tracce di insediamenti umani risalenti all’età del ferro, e ad oggi non si sa se il Gigante possa essere coevo di queste popolazioni. Chissà. Comunque, qualunque sia la sua origine misteriosa, secondo noi è molto simpatico, e siamo stati contenti di incontrarlo.

Ripartiamo proseguendo sulla stessa A532 diretti verso Portland alla ricerca della spiaggia di Chesil Beach, per un’altra delle soste letterarie di questo giro. La Miss della Volvo ci guida con precisione fino al parcheggio a pagamento dove ci fermiamo, ed è con grande emozione e curiosità che scendo dall’auto per l’ultima visita di questa lunga giornata.

Il sole è basso, il vento è fortissimo, e la spiaggia è magnifica. È più un’oasi naturalistica in effetti, con flora e fauna protette sviluppatesi al riparo di una distesa infinita di ciottoli che prosegue a perdita d’occhio.

Più che una distesa è quasi una collina di pietre, che dobbiamo scalare con passi faticosi e scricchiolanti per arrivare fino in cima e poter ammirare i chilometri di costa sassosa che si stendono ai lati del punto dove ci troviamo, deserti e bellissimi. Il mare davanti a noi è grigio e schiumoso, e ruggisce in modo fragoroso, perché è ancora la Manica questa, che poi è Oceano, e come dice Luca, se guardi bene, laggiù si vede la Francia. Non è esattamente un mare dove si va a fare il bagno, ecco, così come questa striscia chilometrica di grossi ciottoli colorati non è una spiaggia nel senso più comune del termine. Ma è un posto incredibile pieno di gabbiani che gridano, spruzzi di onde che si rovesciano a riva e vento salmastro che soffia con una forza tale da farci quasi cadere per terra, tutto immerso in una luce dorata fantastica.

Su questa anomala striscia di terra al confine col mare comincia e finisce la storia d’amore di Edward e Florence, sposi incapaci di amarsi fino in fondo, giovani innamorati con i sentimenti irrigiditi dalle paure tipiche di un tempo – grazie a Dio lontano – capace di sbriciolare e disperdere il loro amore in infiniti piccoli pezzi di pietra, simili a quelli sui quali stiamo camminando.

Invece che nel quadro, stavolta siamo saltati nel romanzo, ma l’emozione è la stessa.
Raccolgo un paio di sassi prima di ripartire e me li metto in tasca, so già a chi li darò.

Da Chesil Beach raggiungiamo il nostro B&B di stasera, dopo qualche difficoltà iniziale dovuta solo alla nostra disattenzione e non certo alle precise indicazioni della Miss. Sono quasi le 8 e la signora cominciava a temere che non saremmo più arrivati! Ci accoglie con grandissima cordialità e ci dice di non preoccuparci per l’orario della colazione, se ci vogliamo riposare un po’ di più domattina per lei andrà benissimo. Non abbiamo voglia di uscire di nuovo, così mangiamo biscotti e dolci che abbiamo con noi preparandoci un bel caffè con il bollitore, che qui troviamo in tutte le stanze – una civilissima abitudine che dovrebbe essere esportata in tutto il mondo. Domani ci aspetta un altro lungo giro ma ora è tempo di riposo, in questo piccolo paese dove l’aria profuma di mare e sale.

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10 agosto 2014: Battle Abbey and Battlefield – Bateman’s House – Monk’s House – Brighton

19 settembre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

Terza notte inglese sotto un piumone azzurro con stampe di uccellini, mentre diluvia incessantemente sul bosco. La nostra terrazza non è utilizzabile stamattina, ma la vista sul giardino resta bella anche con la pioggia. Facciamo colazione in una veranda a vetri che somiglia a una piccola serra, a un tavolo tondo apparecchiato a meraviglia: tovaglia candida, porcellane Evesham dipinte a fiori e frutta, posate con impugnature dai decori in rilevo, bicchieri a calice, bricchi panciuti di tè e caffè, ciottoline di burro e marmellata fresca fatte a forma di fiore. Come tocco finale, portatovaglioli di porcellana. Potrei fare colazione qui per il resto della mia vita.

Il cibo è ottimo e abbondante, e l’atmosfera molto piacevole. Luca prende una ricca Full English, mentre io provo una soffice omelette di prosciutto e formaggio, deliziosa. Il marito della signora ci racconta come riesce a gestire tutto da solo, e naturalmente ci informa dettagliatamente sul tempo previsto per la giornata. Quando gli dico che a noi piacciono molto le rose inglesi, che qui non vediamo, la signora ci spiega con aria rassegnata che anche lei ha provato a piantarle, ma subito arrivano i conigli dal bosco e si mangiano tutto. Pare che siano molto golosi di rose. I piccoli inconvenienti di vivere in un posto da fiaba… Raccontiamo un po’ del nostro programma e del giro che abbiamo intenzione di fare, e alla fine dobbiamo raccogliere le nostre cose e partire. Ma ci ricorderemo sempre di questa casa in mezzo al bosco.
In pochissimi minuti raggiungiamo il centro del villaggio di Battle, che è nato proprio intorno alla sua attrazione principale: l’Abbazia e il luogo della Battaglia di Hastings, a poche miglia da qui, visitati da moltissimi turisti ogni anno e curati dell’English Heritage

Purtroppo il tempo è brutto, il cielo si è fatto cupo e poco dopo il nostro arrivo si scatena una vera tempesta. In una sala di proiezione predisposta nel centro visitatori guardiamo un bel filmato che, in un quarto d’ora di immagini di grande effetto, spiega come andarono i fatti quel fatidico 14 ottobre 1066, quando l’esercito normanno guidato da Guglielmo il Conquistatore sconfisse l’esercito di Re Harold mettendo fine all’era Anglo-Sassone e dando inizio alla storia dell’Inghilterra come la conosciamo oggi. Oltre 7000 soldati morirono qui tra l’alba e il tramonto di quel terribile giorno, e tra loro un Re, Harold, e molti capi di nobili famiglie. La storia inglese cambio’ il suo corso in questo luogo, e anche quella dell’Europa intera.

Guglielmo si dimostrò un leader coraggioso e astuto e condusse il suo esercito alla vittoria con una tattica militare brillante, conquistando per se’ il regno che tanto desiderava. Ma fu ben consapevole del prezzo che tutti dovettero pagare perché questo avvenisse, e pochi anni dopo, su esortazione di Papa Alessandro II, fece costruire su questo campo di battaglia un’abbazia benedettina, in memoria di tutti coloro che persero la vita quel giorno.

Facciamo il giro con l’aiuto dell’audio-guida ricevuta all’ingresso ma piove con una certa intensità, così ci adeguiamo agli usi locali sfoggiando quello che sfoggia ogni vero inglese di fronte ad agenti atmosferici avversi: una mantellina di gomma col cappuccio e una dignitosa impassibilità. Luca ha quella azzurra con le orche del Loro Parque di Tenerife, io quella nera del Museo delle navi Vichinghe di Oslo. Per l’impassibilità, facciamo il possibile. E quando proprio il vento si alza e la pioggia si fa troppo intensa, ci rifugiamo dentro a un bellissimo dormitorio di monaci che faceva parte del complesso benedettino, ad ascoltare la ricostruzione storica dei fatti narrati dalla voce dell’audio guida con tanto di sottofondo di scontri di spade e scudi, grida di attacco e frastuono di combattimenti. Molto suggestivo.

In giro troviamo anche volontari in abiti medievali che organizzano dimostrazioni di duelli con scudi e spade di legno e postazioni di tiro con l’arco che coinvolgono i più piccoli, e i bambini che partecipano sono entusiasti di queste attività che rendono la storia antica una cosa viva ai loro occhi.

Il Campo di Battaglia è grande e sommerso di erba incolta, circondato da un lungo sentiero di visita che oggi, per via del maltempo, non prende quasi nessuno. Ma di fatto, tutta la zona sulla quale ci troviamo fu il vero campo di battaglia quel giorno, e sul terreno dove camminiamo si svolsero proprio gli scontri più violenti. La terra sotto ai nostri piedi, oggi inzuppata di pioggia, fu intrisa del sangue di migliaia di soldati inglesi e normanni, e nel punto esatto dove poi Guglielmo fece piazzare l’altare maggiore della chiesa dell’Abbazia, fu versato sangue di Re. Oggi c’è una lapide a segnare il luogo esatto in cui Harold cadde infilzato dalle spade normanne, ormai quasi 1000 anni fa.

La chiesa dell’Abbazia non c’è più, restano solo le tracce delle sue fondamenta risalenti al 1070 insieme a quelle di una cripta di epoca successiva, ma il complesso dell’Abbazia con i vari edifici dalla bella architettura rende esattamente l’idea di come doveva essere questo posto fino al XVI secolo, quando andò incontro con gli altri edifici cristiani alle devastazioni ordinate da Enrico VIII.

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È una visita che mi impressiona parecchio, molto più di quanto mi aspettassi, e alla fine anche la pioggia e il cielo cupo contribuiscono a creare l’atmosfera perfetta per questa esperienza. Ero già rimasta incantata a Bayeux, anni fa, ammirando il meraviglioso arazzo nel quale i fatti accaduti in quei giorni furono narrati in straordinarie scene ricamate a colori vividi, così dettagliate e realistiche da superare qualunque cronaca verbale. Ma venire qui di persona è davvero un’altra cosa.

Finalmente posso vedere con i miei occhi questo luogo che sta proprio all’origine della storia dell’Inghilterra, e dare corpo e realtà fisica a quella che durante gli anni della scuola è solo una nozione da ricordare a memoria: 1066, Battaglia di Hastings.

Il cielo è scuro ma non piove quasi più quando torniamo alla macchina, pronti a dirigerci verso la seconda tappa di oggi, Bateman’s House.
La nostra meta è a una decina di miglia da Battle, in un piccolo centro chiamato Burwash, dove si trova la casa nella quale lo scrittore Rudyard Kipling ha vissuto per oltre 30 anni fino alla sua morte, dopo i lunghissimi viaggi che lo hanno portato in giro per il mondo. È un bene del National Trust, quindi entriamo con la nostra tessera FAI.

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La casa è semplicemente magnifica. Una villa in pietra del 1600 immersa in un giardino favoloso che è un’oasi di pace al riparo dal mondo, con boschetto, frutteto, laghetto delle ninfee, roseto e sentieri lastricati perfettamente disegnati, un incanto per eleganza e raffinatezza.

Gli interni sono altrettanto preziosi, con splendidi mobili originali scolpiti e intarsiati, pannellature di quercia e cuoio dipinto alle pareti, enormi finestre all’inglese che lasciano entrare la luce a fiotti e moltissimi oggetti insoliti che Kipling riporto’ dai suoi viaggi in oriente e in America. Lo studio è anche qui la stanza più bella della casa, ampia e luminosa, ricercata ma in fondo semplice e molto accogliente, un luogo dove lavorare doveva essere un vero piacere.

La cosa più interessante sono le moltissime testimonianze originali dello scrittore, dagli oggetti usati quotidianamente agli abiti che indossava, dai bauli in cuoio dei suoi viaggi alla corrispondenza privata, dalle sue collezioni di memorabilie indiane ai bassorilievi raffiguranti i personaggi più famosi dei suoi libri. E poi tutte le prime edizioni dei romanzi, i quaderni di appunti, alcuni manoscritti di poesia e molte fotografie della sua vita pubblica e privata.

Sebbene per temi trattati e stile narrativo sia un autore più vicino all’800 che non al ‘900, secolo nel quale ha vissuto per metà della sua vita, Kipling è pur sempre colui che ci ha regalato il personaggio di Mowgli, il cucciolo d’uomo, insieme all’orso Baloo, alla pantera Bagheera, alla tigre Shere Khan e alle loro incredibili avventure nel mondo lontano e misterioso dell’India più esotica: impensabile non venire a rendergli omaggio. A chi non è mai capitato di sentirsi come Mowgli, non del tutto animale tra gli animali e non del tutto uomo tra gli uomini, mai davvero nel posto giusto?
“Il Libro della Giungla” è il romanzo che gli è valso il Nobel per la Letteratura nel 1907, e che ancora oggi adulti e bambini di tutto il mondo leggono con la stessa emozione di quando fu pubblicato per la prima volta nel 1893.

Dopo la visita all’elegante dimora di Kipling ci spostiamo alla ricerca di un’altra casa che mi interessa moltissimo, quella di Virginia Woolf, della quale non c’è traccia sulla mia fidata LP ma che ho scovato sul sito del NT nell’elenco dei beni da loro gestiti, con una generica indicazione del paese di Lewes come sede. Purtroppo l’efficiente Miss del navigatore integrato dell’auto, che ci da le indicazioni nel suo perfetto upper class English, non ha questa destinazione nel suo archivio, ma speriamo che una volta sul posto verremo aiutati dai famosi cartelli marroni che indicano i luoghi di interesse turistico.
Invece una volta arrivati a Lewes, che è una cittadina molto carina, non troviamo traccia di cartelli di nessun colore, e l’ufficio informazioni dove proviamo a passare è già chiuso perché è domenica. Non voglio farmi prendere dallo sconforto, così andiamo alla stazione e proviamo a chiedere lì, ma pare che nessuno sappia niente di Monk’s House. Le cose si complicano, ma dobbiamo trovare una soluzione in qualche modo. Non posso essere così vicina a questo posto che sogno di vedere da anni e andarmene senza visitarlo…
Passando in auto per il centro, all’arrivo, ho notato sui cartelli indicatori che in paese c’è anche la casa-museo della Principessa di Clèves, quindi mi viene un’idea un po’ azzardata: se anche quella fosse gestita dal National Trust, magari lì mi saprebbero dire come raggiungere la casa di Virginia, tutelata da questa stessa associazione. Potrebbe funzionare. E comunque non è che abbiamo molta scelta, quindi andiamo. Non ci possiamo arrendere proprio adesso.

All’ingresso della piccola casa con la facciata a graticcio non c’è traccia della foglia di quercia simbolo del National Trust, ma entro lo stesso a chiedere. Alla cassa c’è un signore piuttosto robusto e gentilissimo, che appena nomino Monk’s House fa subito cenno di si con la testa, riaccendendo le mie speranze! La casa è vicina ma non si trova a Lewes, bensì a Rodmell, una frazione a pochi chilometri di distanza. Basta prendere la via che mi segna sulla cartina della zona che abbiamo preso alla stazione, e poi seguire i soliti cartelli marroni. Ce l’abbiamo fatta, e abbiamo ancora tutto il tempo per fare la nostra sospirata visita!
Lo ringrazio mille volte prima di uscire, quindi lasciamo Lewes diretti a Rodmell, e pochi minuti dopo siamo davanti a Monk’s House. Alla cassa riconoscono subito le nostre tessere FAI gemellate col NT, e otteniamo i nostri biglietti d’ingresso gratuiti senza problemi.
Finalmente, alziamo il paletto del piccolo cancello di legno bianco ed entriamo nel giardino di casa di Virginia Woolf. Un’emozione che non dimenticherò molto presto.

La casa è immersa nel verde, tanto che da fuori quasi non si vede. È un semplice cottage in legno bianco, con una grande veranda aggiunta chiusa da vetri spioventi e circondata da moltissime piante. Gli infissi sono in legno verde, e quando entriamo scopriamo che anche le pareti del salotto sono dipinte di verde chiaro, molto raffinate. I mobili sono pochi ma bellissimi, pezzi decorati in stile liberty ricevuti in regalo da artisti amici di Virginia e Leonard o acquistati durante i loro viaggi all’estero, però l’atmosfera non è affatto pretenziosa, anzi è accogliente, tipica di una casa di campagna. Ci sono quadri, soprammobili e libri ovunque, vasi di fiori e giochi di carte sparsi in giro, c’è la posta ancora chiusa sullo scrittoio di Leonard e piatti e bicchieri a portata di mano nella piccola cucina, dove sulle sedie sono posati cuscini ricamati da Vanessa Bell, la sorella di Virginia. Tutto è sistemato con assoluta naturalezza, le stanze hanno grande personalità e ci accolgono con una specie di rustica raffinatezza. I ritratti di Virginia appesi alle pareti, realizzati dai suoi amici pittori del Bloomsbury Group, rendono l’ambiente unico. Viene voglia di mettersi comodi sul divano davanti al camino, con una tazza di tè, ad aspettare il ritorno dei padroni di casa.


Non si può fare, naturalmente. In ogni stanza c’è una signora pronta a rispondere a tutte le curiosità dei visitatori, sono volontarie del NT che sanno tutto sui beni che proteggono e ognuna di loro ci regala storie, spiegazioni e aneddoti sui tempi in cui Virginia e Leonard vivevano qui. Ci raccontano come passavano le giornate, come lavoravano con dedizione ognuno ai propri libri, come progettavano il giardino, del quale erano appassionatissimi, e quali ospiti avevano regolarmente – semplici amici per loro, ma famosi scrittori e pittori per noi, come i Bell, Morgan Forster, Lytton Strachey, Roger Fry, e persino T.S. Eliot, insieme a molti degli autori pubblicati dalla Hogarth Press, la mitica casa editrice fondata a Londra da Leonard Woolf. Visitiamo anche la stanza che da un certo momento in poi fu la camera da letto di Virginia, con un semplice lettino vicino alla finestra e una libreria piena di prime edizioni dei suoi romanzi, tradotti in oltre 50 lingue. Unico lusso concesso, un lavandino con acqua corrente e uno specchio. Il piccolo caminetto è l’elemento speciale della camera, decorato con piastrelle in ceramica sulle quali Vanessa aveva dipinto per la sorella il mare delle loro vacanze di bambine a St Ives, in Cornovaglia.

Il giardino è in piena fioritura, ed è una meraviglia. Decine di specie di piante diverse creano nuvole di mille colori, l’aria è profumata vicino all’angolo delle erbe officinali, e si fa più delicata mentre passeggiamo lungo vialetti fiancheggiati di rose. Dappertutto lo sguardo incontra fiori e alberi che però qui crescono più liberi di quanto abbiamo visto in altri giardini precedenti, creando un’atmosfera decisamente informale.

Se il White Garden di Vita traeva il suo fascino proprio dal suo essere perfettamente controllato, definito, costruito geometricamente nella sua bellezza color bianco puro, il giardino di Virginia, al contrario, concentra il suo massimo splendore nell’assoluta libertà della sua costruzione, nella fluidità senza barriere delle sue aiuole variegate, nel mescolarsi dei suoi colori e dei suoi profumi. L’atmosfera qui è lieve e libera, e la bellezza si esprime in maniera completamente naturale senza limitazioni. Una sorta di Stream of Beauty, perfettamente coerente con lo stile artistico della sua creatrice.

Sulla sinistra di uno dei vialetti, in una zona particolarmente tranquilla circondata da un basso muretto, troviamo una piccola vasca di ninfee con intorno alcune panchine dove sedersi a riposare.

Nell’angolo in alto a sinistra c’è un bell’albero fronzuto, e sul muretto lì accanto è stato sistemato un busto in bronzo di Virginia con sotto una targa, messa da Leonard nell’aprile del 1941 quando seppellì qui le ceneri della moglie morta suicida nel fiume Ouse.
E’ il punto più commovente di tutto il giardino, e forse il più sereno. C’è un senso di calma e armonia intorno, come se lo spirito di Virginia appartenesse a questo luogo e si trovasse finalmente nel posto giusto, in pace con tutto il resto.
Anche Leonard Woolf alla sua morte, avvenuta molti anni dopo, fu sepolto qui vicino a sua moglie.

L’ultima grande emozione di questa visita la viviamo nel frutteto, dove, in fondo a un piccolo sentiero ai confini col bosco, troviamo il rifugio che fu lo studio da lavoro di Virginia Woolf. Una minuscola casetta di legno bianco, con grandi vetrate per far entrare la luce naturale, al riparo sotto un magnifico castagno.

Nel rifugio furono ricavati due locali, un’anticamera dove si può entrare a dare un’occhiata e uno studio vero e proprio, più indietro, che si può ammirare solo attraverso un vetro. Li c’è ancora il grande tavolo che Virginia usava come scrivania, con sopra tutti i suoi oggetti: i fogli di appunti, le penne, le matite, gli occhiali rotondi, la lampada, le cartelle dove riponeva il materiale pronto, il cestino, sempre pieno di fogli scritti e poi stracciati, vittime del suo perfezionismo tecnico. Ogni mattina dopo colazione, Virginia si ritirava qui a scrivere e ci rimaneva per giornate intere, immersa nella letteratura, lontana dal resto del mondo. Una stanza tutta per sé.

Nella bolla silenziosa di questo spazio definito, al riparo da distrazioni o fastidi di qualunque genere, poteva concentrare al massimo la sua mente irrequieta e riversare tutto il suo talento nelle pagine dei suoi libri. “Mrs Dalloway”, “Gita al faro”, “Le onde”, “Orlando”, molti dei personaggi e dei romanzi di una delle scrittrici più grandi del ‘900, che ha cambiato il modo di scrivere di generazioni di autori, sono nati in questa piccola stanza su questa semplice scrivania di legno, immersa nel verde silenzioso di un frutteto dell’East Sussex.
A questo stesso tavolo Virginia ha scritto la sua lettera di addio all’amato marito Leonard, prima di riempirsi le tasche di sassi e avviarsi verso le fredde acque del vicino fiume Ouse.

Un luogo emozionante, reso ancora più vivo dal pannello con le fotografie d’epoca esposto nel piccolo ingresso, nelle quali si scopre una giovane Virginia in abiti belle époque seduta in questo stesso giardino, in compagnia dei suoi amici più cari, da Morgan Forster a Lytton Strachey a TS Eliot con la moglie. C’è anche la sua foto forse più famosa, che non mi stancavo mai di ammirare da studentessa, il ritratto di lei ventenne con lo sguardo perso in un mondo solo suo, i capelli scuri raccolti con grazia sulla nuca, il profilo delicato e antico così simile a quello di sua madre, che aveva fatto da modella per alcune delle meravigliose creature pre-raffaellite dei dipinti di Burne-Jones.

L’emozione che rivive in questo luogo è così intensa che, se ora mi voltassi e la vedessi camminare nel giardino diretta qui, col suo corpo esile e un po’ rigido, lo sguardo basso, la mente instancabile persa dietro chissà quale pensiero, non ne resterei affatto sorpresa. E’ questo tipo di magia che chiedo a certi luoghi, e questa casa non mi ha delusa, lo sento mentre richiudiamo il piccolo cancello di legno dietro di noi.

La nostra auto è parcheggiata poco distante in fondo alla strada, e a occhio intuisco che il fiume deve essere molto vicino. Ma non ho voglia di vederlo. Non è quella dell’acqua grigia, l’ultima immagine che voglio portare via da Rodmell. Virginia è là nel suo giardino, lo posso dire con certezza adesso. Sono stata a trovarla.

Il nostro hotel di stasera è a Brighton, una città che desideravo vedere da molto tempo. E’ un tipico Best Western come ce ne sono tanti, appena fuori dal centro, dignitoso e pulito ma che non ha un decimo del fascino inglese della casa di ieri sera. Però, con la sua posizione proprio davanti alla distesa cupa del canale della Manica, ha una dote che le case di campagna non hanno: una vista stupefacente. Chilometri di mare grigio e agitato, una fila tesa di bandiere colorate di là dalla strada, enormi nuvole trascinate nel cielo basso, e un vento pazzesco che soffia senza sosta. Questo posto già mi piace.

Sistemiamo le nostre cose e in tre minuti raggiungiamo il centro in auto, dove il traffico è più intenso. Lasciamo la macchina in un parcheggio sotterraneo, soluzione costosa ma senza alternativa, e ci dirigiamo subito sul lungomare fiancheggiato da begli edifici eleganti, fino al Palace Pier, che ci incuriosisce molto. Siamo qui per questo, in effetti. Questa per gli inglesi è una famosa località balneare dove si fanno le vacanze estive e ci si da ai divertimenti fino a notte fonda. A dire il vero, non credo che farei mai il bagno in queste acque agitate e scure, che per me sono già Oceano. Però il paesaggio è fantastico, e ci conquista immediatamente.

Il Palace Pier è un lungo molo di legno che si protende nel mare, largo e piatto, fissato su una doppia fila di pali sottili che si infilano nelle acque inquiete della Manica. Lungo tutto il molo, iniziato nel 1899, hanno costruito nientemeno che un Luna Park con tanto di giostre, sale giochi e bancarelle di dolciumi, compresi un paio di ristoranti. C’è persino un giro di montagne russe affacciato direttamente sull’acqua. Deve essere un’attrazione imperdibile, per gli amanti del genere.

Dove ora c’è questa incredibile attrazione, fino agli anni ’70 c’era un teatro; pare che un giorno rimase coinvolto in un incredibile incidente con una nave trascinata dalla tempesta, che si scontrò violentemente contro la base della struttura danneggiandola gravemente. Il teatro rimase distrutto, e non venne mai più ricostruito. Un teatro in bilico sul bordo del mare abbattuto dalla prua di una nave, pazzesco. Peccato, però. Doveva essere meraviglioso, venire a vedere uno spettacolo teatrale in questo posto assurdo, seduti tra acqua e vento. Passeggiamo fino in fondo al lungo molo, incantati.

Nonostante la folla e alcuni elementi architettonici moderni, la cosa davvero bella è l’atmosfera d’altri tempi che circonda il Pier, quel senso di divertimenti antichi, di giochi da bambini, e semplicità. Forse sono le assi di legno sul pavimento, il vento forte, la luce argentata del tramonto che sommerge tutto, o la differenza stridente con la nuova ruota panoramica elettrica che hanno messo da poco sulla spiaggia, fatto sta che il Palace Pier ha un’aria antiquata che ci piace davvero tanto.

Da qui possiamo vedere anche il West Pier, non troppo lontano, sulla destra dell’arco d’ingresso al Luna Park. Il West Pier era un molo di legno simile al Palace Pier ma più piccolo e più antico nel quale si trovava anche una sala da ballo, che fu chiuso a metà degli anni ’70. Una decina d’anni fa un incendio ha distrutto completamente le parti in legno del vecchio molo abbandonato, lasciando solo un groviglio di metallo scuro. Indeciso su come procedere al riguardo, il Comune di Brighton alla fine ha semplicemente deciso di non fare nulla per eliminare i resti del West Pier, che quindi è ancora al suo posto, perfettamente visibile in mezzo all’acqua, isolato senza più una passerella a collegarlo alla riva, annerito e contorto. Lo scheletro metallico di un’epoca che non c’è più.

Ceniamo in un pub caratteristico sul Palace Pier, in un salone decorato con oggetti insoliti e originali, tavoli sparsi da dividere con altri avventori e comode poltrone imbottite dove riposarsi al riparo della forza del vento teso che spinge contro i vetri.

Quando torniamo al nostro hotel, la luce d’argento già cola lenta sulla costa diritta della Manica. Il vento non accenna a diminuire, facendo impazzire i gabbiani e portando ovunque un acuto profumo di mare.

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