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Domenica 2 gennaio: – St Sebastian Friedhof – Kapuzinerberg – Steingasse – Candela – Christmas in Salzburg – Zum Mohr

1 luglio, 2011 in Viaggi. Commenti: 4

Al risveglio stamattina apriamo le tende e scopriamo che il cielo ci regala una bella sorpresa, fuori nevica a fiocchi tanto grossi e fitti da non riuscire quasi a vedere la strada di fronte alla finestra. Ce l’aveva promessa tante volte, in questi giorni, una nevicata vera, ma poi era sempre finita in pochi fiocchetti sparsi, col grosso che cadeva durante la notte. Entusiasti della novità inaspettata ci prepariamo in fretta per affrontare questa giornata di camminate nella neve, invece, il tempo di fare colazione e uscire e scopriamo che sta già smettendo. Una delusione, anche se il cielo è bianco latte e la speranza che presto ricominci non è così vana.

Scendiamo a piedi lungo la Reinergasse e, già che è aperta, entriamo a dare un’occhiata alla St Andreas Kirche, proprio nella piazza che si trova di fronte all’ingresso dei giardini dello Schloss Mirabell. La chiesa è semplice, con due grosse torri dell’orologio a sezione quadrata ai lati e una scalinata che porta a un piccolo loggiato dal quale si ha accesso ai portali d’ingresso. Non c’è nessuno all’interno, non c’è neppure la musica, il silenzio è quello speciale che si sente solo dentro le chiese. Persino quello nevoso della città semiaddormentata ha un suono differente da questo, nel grande piazzale bianco e deserto che riattraversiamo poco dopo.

Lasciamo perdere il parco del Mirabell per oggi, e proseguiamo dritto fino a incrociare la Linzergasse, a metà circa della quale ritroviamo la St Sebastian Kirche con annesso il St Sebastian Friedhof, luogo di sepoltura di alcuni membri della famiglia Mozart. Stamani è aperto, lo conferma un cartello con su scritti gli orari invernali, nel quale si legge anche il monito ai visitatori di rispettare questo luogo evitando di fare chiasso e scattare fotografie. Spingo piano il portoncino d’ingresso sapendo già che stavolta trasgredirò in parte alle regole. Ci ritroviamo nell’angolo di un magnifico porticato barocco assai elaborato che si affaccia su un giardinetto nel quale sono visibili lapidi e croci sparse, sommerse da una coltre di neve. Al centro, un mausoleo a base rotonda sormontato da una cupola indica la sepoltura di uno dei Principi Vescovi che guidarono la città nel XVIII secolo.

Resto sorpresa da questo loggiato così raffinato color bianco e oro, sotto al quale cominciamo a passeggiare nel silenzio innevato. Non ci mettiamo molto a capire che queste eleganti arcate raccolgono le tombe dei personaggi più in vista della città, quelle delle famiglie economicamente più ricche che ai loro morti illustri hanno potuto dedicare sepolture elaborate e a volte quasi grandiose ornate da sculture e dipinti enormi, statue di angeli dolenti o scheletri minacciosi, e nessun fiore. Una di queste tombe, dalla forma di obelisco e sistemata nell’angolo vicino alla porta laterale della chiesa, è quella di Paracelso, scienziato rinascimentale precursore della medicina moderna che morì in questa città nel 1541.

Facciamo il giro osservando tutto con calma, mi aspettavo di trovare tra queste la tomba dei Mozart invece non è così, le nostre ricerche in questo senso non hanno alcun esito. Una volta completato il giro ci inoltriamo nel Camposanto all’aperto, dove le tombe sono molto più semplici, segnate solo da croci di metallo o di pietra, ricoperte da un mantello bianco che pare proteggerle dal resto del mondo e conservare per loro il silenzio clemente della morte fino al giorno del disgelo. Facciamo pochi passi in direzione del mausoleo centrale del Principe Vescovo, incuriositi da tanta grandiosità, e d’un tratto, ora che non la stiamo cercando, la tomba di Constantia appare alla nostra sinistra, vicino agli alberi. E’ composta da un semplice cippo in pietra sul quale si legge il nome dei Mozart a caratteri dorati, più sotto Weber, il suo cognome da nubile, e poi Wissen, il nome di famiglia del suo secondo marito sposato quasi vent’anni dopo la morte del genio della musica.

In questa stessa tomba riposano anche le spoglie di Leopold Mozart, famoso violinista e padre di Wolfgang, e soprattutto colui che fece conoscere a tutto il mondo il talento suo e quello di sua sorella Nannerl. Le due persone che più influenzarono la vita del grande compositore, forse quelle che lui amò di più in assoluto, condividono qui l’eternità della loro fama riflessa. Fa tenerezza pensare che proprio qui sotto c’è la vera Constantia, la donna che vide con i propri occhi Mozart scrivere la sua musica e dirigere le sue opere, che gli diede dei figli, che rimase vedova non ancora trentenne senza avere neanche una tomba dove andare a posare un fiore. Perché per quanto strano possa sembrare, se oggi qui, e a Vienna, e in tutta l’Austria il genio di Mozart è vivo e presente come e più dei tempi in cui lui camminava per queste strade e abitava queste case, non c’è nessun luogo dove possa riposare in pace. Il suo funerale fu quello dei più poveri della città, la sua ultima dimora una fossa comune, i suoi resti terreni gettati via nell’indifferenza totale dei potenti del tempo, incapaci di riconoscere lo straordinario privilegio che era stato concesso loro di vivere – essere i primi ad ascoltare quella musica immortale. Qualunque tomba commemorativa che in seguito è stata eretta non è che una scatola vuota, un misero tentativo ritardatario di rimediare a una disattenzione imperdonabile – aver smarrito una scheggia di divino. Salutiamo in Constantia e Leopold gli unici segni tangibili rimasti dell’avventura umana del genio di Salisburgo, e ci dirigiamo verso l’uscita.
Lungo la Linzergasse, andando al cimitero, abbiamo visto un cartello che indicava un Viewpoint della città dall’alto del Kapuzinerberg così, appena arriviamo di nuovo all’altezza dell’Arco che da accesso alla salita, ci infiliamo sotto e cominciamo la nostra scalata di questa collina che sorge proprio di fronte alla rocca sulla quale è stata costruita la Festung Hohensalzburg.

La prima parte è ripida ma facile, e il sentiero è reso interessante dalla presenza lungo la via di una serie di cappelle settecentesche a forma di nicchia, chiuse da grate, all’interno delle quali sono custodite statue che rappresentano scene della passione di Gesù.

In cima alla strada troviamo la Chiesa dei Capuccini, che però è chiusa, e il punto panoramico promesso. Pur non trovandoci troppo in alto, l’effetto della vista sulla città è davvero notevole. Vista da qui, Salisburgo è tutta dorata e bianca, elegantemente raccolta di là dal fiume, tranquilla e silenziosa, con la sua rocca più candida della neve a proteggergli le spalle. Una visione da cartolina.

Proprio sul lato opposto della piazzola panoramica notiamo una specie di piccolo tempio recintato, alla fine di una scala ripida, nel quale, sotto ad un altare in legno, sono disposte alcune statue che rappresentano in maniera sobria e potente insieme la scena della Crocifissione.

Ci avviciniamo per vedere meglio questa composizione particolare, e scopriamo che le tre croci di Gesù e dei ladroni, alte e finemente scolpite, sono completate dalle due statue in pietra di Maria e della Maddalena immobili ai loro piedi.


Nel silenzio innevato del bosco osserviamo da vicino le statue di queste due donne che sono tutte le donne e tutte le madri, pietrificate dal dolore nel momento più lacerante della loro esistenza, con la testa reclinata, le braccia aperte, immerse nelle vesti ampie e pesanti che sembrano farle affondare in una verità insostenibile cui neanche il Cielo può più porre rimedio. Due donne cristallizzate in una sofferenza eterna, e però bellissime, con i volti dolcissimi accarezzati dal tocco delicato e muto della neve.

Continuiamo a gironzolare per i sentieri del bosco del Kapuzinerberg immersi nel silenzio, lungo tutto il perimetro della cinta muraria che si affaccia su Salisburgo e sulla sua fortezza, su quel panorama imbiancato intatto e nuovo come il nuovo anno appena cominciato.


Siamo praticamente soli su questa piccola montagna cittadina, incrociamo solo un paio di persone che scendono dal bosco spuntando tra gli alberi come per magia, provenienti dal nulla che si perde nel bianco della salita alle loro spalle.

Saliamo scale, costeggiamo muretti e panorami, oltrepassiamo siepi e aiuole che in estate devono regalare colori a volontà nell’ombra di questi alberi altissimi e ogni tanto ci fermiamo a riposare gambe e occhi sulle panchine sparse lungo i sentieri, perfettamente tracciati anche dopo la nevicata.

Raggiungiamo una piazzola particolarmente curata dove troviamo l’ennesimo busto dedicato a Mozart, uno bello finalmente, e dove affrontiamo un bivio che richiede una decisione definitiva: tornare giù verso la città o proseguire in su verso il convento dei Cappuccini, ovunque questo si trovi in mezzo al bosco?

Una scelta facile in realtà, basta guardarsi intorno. Come si può lasciare tutta questa bellezza?

Imbocchiamo la salita e continuiamo a esplorare sentieri e scalinate, risaliamo dossi e disegniamo curve, ci lasciamo incantare dal candore che ci circonda tutt’intorno e dai cristalli di ghiaccio che scintillano sui rami.

Scopriamo rari cartelli che indicano la strada per il convento e il ristorante, ma proseguiamo più che altro a naso, vagando tra gli alberi spogli, scivolando a tratti sul terreno gelato, respirando l’odore bianco e freddo della neve. Ci mettiamo fatica e risate ad arrivare in cima, e ogni foto è una buona scusa per una piccola sosta.

Alla fine, dopo oltre un chilometro di passi girovaghi, raggiungiamo la vetta del Kapuzinerberg dove, in uno spiazzo aperto su un belvedere, sorge un bell’edificio che somiglia a un piccolo castello fortificato, con tanto di feritoie e mura squadrate. Una specie di ponticello di legno conduce a un portone in legno massiccio sormontato da un grande bassorilievo nel quale è raffigurato San Francesco in ginocchiato, con sulle mani già i segni della sua santità.

Tutto è silenzioso e tranquillo intorno, c’è solo un’altra coppia di persone che ammira il belvedere ma così a prima vista non sembra proprio di essere arrivati ad un ristorante. Forse oggi è chiuso, o forse in inverno non lavora. Mi avvicino di più e noto, all’inizio del ponte e seminascosta nella neve, una lavagnetta con indicazioni di orari e menu del giorno. Sembra un buon segno, ammesso che non stia lì dall’estate scorsa… Arrivo al portone e ascolto, non un suono proviene dall’interno, ma quando provo a spingere la maniglia sento che cede, e la porta si apre. All’interno non c’è nessuno. Chiamo Luca e riproviamo, e anche i signori che erano sulla piazzetta si avvicinano interessati, forse anche loro pensavano che fosse tutto chiuso. Entriamo dentro e ci troviamo in una stanza illuminata solo dalla luce che entra da una grande portafinestra che dà sull’altro lato del giardino, nella penombra scorgiamo un albero di natale decorato con semplicità, un pianoforte a mezza coda sistemato in un angolo, e un grande lampadario di ferro battuto in stile medievale, spento. Nell’angolo a destra dell’ingresso una stretta scala a chiocciola porta giù, verso uno spazio dal quale provengono luce e suoni di voci umane. Scendiamo. L’ambiente è caldo e accogliente, tutti i 5 o 6 tavolini sono occupati da gente intenta a mangiare e chiacchierare, mentre una cameriera ci passa velocemente davanti portando piatti fumanti in direzione di in’altra stanza. Appena torna ci saluta e ci fa accomodare proprio nella stanza dalla quale è appena uscita, all’ultimo tavolo libero dei 4 disponibili. C’è anche una tavolata di austriaci che festeggiano qualcosa, sembrano una grande famiglia o forse un gruppo di una ventina di amici di varie età, tutti a chiacchierare e mangiare in allegria e soprattutto a bere, a giudicare dalla quantità di boccali vuoti sparsi sui tavoli. La stanza è semplice e bella, mura bianche e rifiniture in legno, piccole decorazioni di corna di animali alle pareti e un bel lampadario a bracci in ferro battuto dal quale pendono nastri rossi infilati in grandi biscotti natalizi dalle forme di renne e cuori. Anche le finestrelle che danno sul giardino imbiancato di neve hanno tendine appese a bastoncini di ferro dai quali scendono cuori ed animali di biscotto appesi ai nastri, che creano un’atmosfera molto familiare.

Il contrasto tra il calore interno e il freddo esterno è notevole in effetti, e in pochi minuti ci liberiamo di giacconi e maglioni sentendoci finalmente le mani ritornare calde per la prima volta in tutta la mattinata. Ordiniamo zuppa e carne e due boccali di birra da bere, e ci rilassiamo sfogliando uno dei libri illustrati a disposizione dei clienti mentre aspettiamo che ci portino il nostro pranzo. Le zuppe arrivano in enormi scodelle di metallo smaltate, così belle che me le porterei a casa, e sono decisamente gustose. La carne è presentata nei tradizionali padellini di ferro, un bello spezzatino speziato il mio, mentre lo spiedino di Luca è arrotolato come una buffa salsiccia-lecca-lecca, ma a dispetto della foggia stravagante si rivela molto buono insieme alle patate e le verdure che lo accompagnano.

Mangiamo con calma per gustare tutto e approfittare di un po’ di tempo per rilassarci, e Luca gioca con i funghetti portafortuna sparsi sul tavolo mentre io finisco il mio caffè. Si sta così bene qui, al caldo e tranquilli, che è difficile decidersi ad andare via. La tavolata di amici si è già svuotata da un po’, il tavolino vicino al nostro ha cambiato già due diverse coppie di ospiti e ora è di nuovo vuoto, la cameriera ci sorride mentre sparecchia come per chiedere se abbiamo bisogno di altro o se può portare il conto, così ci decidiamo ad alzarci. Paghiamo e usciamo a dare un’occhiata al giardino posteriore, raccolto intorno a pochi alberi e affacciato sul bosco che scende giù sul pendio del monte. E’ tutto così silenzioso e bello che pare di essere entrati in un altro mondo, e perfino lo sguardo curioso che ci lancia il piccolo cucciolo di drago accovacciato sulla soglia della porta non ci sorprende più di tanto. Risaliamo la scala a chiocciola, attraversiamo la stanza del pianoforte e usciamo di nuovo nel gelo esterno.

Sta cominciando a nevicare a fiocchi, l’aria è così bianca da sembrare violetta, tutto è immobile sotto la neve che scende lenta. Ci incamminiamo lungo il sentiero, giù per le discese ghiacciate e le scale – mai scale mi sono sembrate così fuori posto come in mezzo a un bosco – e mai così utili. Nevica piano ma non sentiamo freddo, scendiamo lentamente lungo sentieri diversi da quelli percorsi per salire su, scoprendo nuovi scorci sul bosco e sulla città che ci aspetta ai piedi della montagna.

Quando arriviamo in fondo non nevica più, tutto è bianco e luminoso, è quasi strano ritrovare tanta luce uscendo dagli alberi. Passiamo di nuovo accanto a Mozart, alla chiesa dei Cappuccini, alla piazzetta panoramica, e ridiscendiamo il Calvario al contrario fino alla nicchia dell’Annunciazione, spuntando infine fuori dall’arco che immette sulla Linzergasse. C’è molta più gente a passeggio adesso, i negozi sono aperti e anche i suoni sono tornati.

Abbiamo voglia di camminare ancora, il bosco ci ha dato energia, così decidiamo di andare a dare un’occhiata alla famosa Steingasse, che corre tra i piedi della collina del Kapuzinerberg e il fiume Salzach, un’antica strada aperta addirittura dai romani e famosa per essere la via lungo la quale nel medioevo veniva trasportato il famoso sale delle miniere che danno il nome alla città. E’ una via molto bella, non molto larga ma fiancheggiata da edifici alti ed eleganti tra i quali s’intravedono molti giardini, grazie alla vicinanza dell’acqua del fiume che in passato ne facilitava la cura. Fu anche chiusa ai lati da due porte per un lungo periodo, per difenderla dalle frequenti piene del fiume che ne allagava case e strade. Qui, in un edificio in fondo alla via sopra una stretta scala, si trova la casa natale di Joseph Mohr, che nel settecento compose le parole della famosissima canzone di Natale “Stille Nacht”. Ci sono anche un paio di edifici particolari le cui lanterne rosse di carta di riso appese all’esterno attirano decisamente l’attenzione, ma per una ragione ben diversa. Sono di fatto antichi bordelli, legali e ufficiali in città e attivi ancora oggi, anche se per il momento tutto sembra deserto e silenzioso.

Torniamo indietro lentamente e quando arriviamo in fondo alla via continuiamo oltre il ponte, e di nuovo verso il centro della città vecchia. La Getreidegasse è affollata e i negozi sono aperti sotto le loro bellissime insegne di ferro battuto, ancora una volta m’incanto di fronte alle vetrine di Trachten Stassny dove sono esposti in bella mostra splendidi abiti tradizionali, lunghe gonne in taffetà di seta e grembiuli ricamati dai colori cangianti, lilla, viola, verde, ocra, giallo acido, sfumature magnifiche per abiti tipici elegantissimi. Mi piacerebbe moltissimo indossare uno di questi vestiti per vedere che effetto fa trovarcisi dentro, ma i prezzi esorbitanti che leggo nelle vetrine mi convincono subito che stavolta questo dovrà restare un sogno…

Un altro dei negozi tipici è “Perfect”, conosciuto da tutti i turisti, dove si possono trovare decorazioni per la casa e oggetti da regalo davvero particolari, soprattutto in questo periodo natalizio. Ghirlande di fiori e nastri, cuscini e borsette a forma di animali, sciarpe e guanti di lana colorata, fermaporte di metallo dalle fogge più strane, statuine di cervi antropomorfi di tutte le altezze curatissime in ogni minimo dettaglio e assolutamente spettacolari, ma anche portafoto, alberelli, portacandele, bicchieri e oggetti in vetro e cristallo colorato a formare un bric-à-brac di oggetti assurdo e incredibilmente divertente. Mi va bene che è già chiuso, o qualcosa da acquistare lo avrei trovato certamente, qui.

In fondo alla via visitiamo la Sk Blaise Kirche, l’unica chiesa gotica ancora originale della città, con la facciata altissima e appuntita e il portone di legno bugnato. All’interno si sta svolgendo la messa, così aspettiamo di poter fare la nostra visita seduti sulle panche in fondo alla chiesa, al di qua del cancello di ferro lavorato che separa la navata dal fondo. L’interno è tipicamente gotico, pietra nuda e colonne sottili e altissime a innalzare sguardi e anime verso Dio. La navata centrale è larga quanto quelle laterali, occupata da file di semplici panche di legno perfette per l’ambiente sobrio. Dopo la fine della messa facciamo un giro fino all’altare, raccolto tra due colonne e decorato da statue di marmo di bella fattura. L’atmosfera è intima e raccolta nonostante la dimensione ampia dell’ambiente, forse sono i fiori e gli alberi decorati di lucine a rendere tutto più accogliente.

Quando usciamo dalla chiesa l’aria è scura e fredda, ma il centro brilla delle mille luci dei negozi e dei locali dove poter entrare per riscaldarsi un po’. Facciamo un giro per le viette interne, tra i passaggi coperti e le piazzette illuminate, e resto incantata davanti ad un negozio di decorazioni natalizie fatte di fiori secchi e nastri. Decine di ghirlande affollano il bancone e le pareti del piccolo negozio, che ha parte della sua esposizione anche all’esterno su un carrettino di legno protetto da un ombrellone. Ci sono ghirlande decorate da frutti e bacche, nastri e fiori che sono semplicemente meravigliose, ne comprerei almeno 3 o 4 se non avessero dei prezzi tanto proibitivi. Sono fatte alla perfezione, e capaci di creare da sole una bella atmosfera di festa in casa, ma sono decisamente troppo costose, quindi mi limito a fotografarle.

Arriviamo anche dal mitico “Candela”, nel portico sotto la Mozart Gebursthaus, dove, in un negozietto stretto e lungo, è stipata una quantità di decorazioni natalizie assolutamente impressionante: palline, angeli, campanelli, babbi sulla slitta, cuccioli di animali, frutti…. c’è di tutto, e tutto in quantità esagerata! Le vetrine esterne sono bacheche che contengono oggetti di ogni dimensione, dai minuscoli ciondoli di metallo smaltato a scene della natività grandi abbastanza per stare ai piedi di un altare, ci sono le loro famosissime palline a forma di frutta e verdura, perfettamente identiche a vere carote, melanzane, cetrioli, limoni, pere o fette di cocomero, coloratissime e divertentissime, ma anche più classici angeli di mille tipi e misure. C’è una varietà impensabile di campanelle portafortuna, e soprattutto ci sono le palline di vetro soffiato trasparenti appese ai nastri di raso, sulle quali sono state dipinte a mano semplici scene natalizie. Un angelo, una chiesetta, un albero di Natale, un bambinello, una cometa, un ciuffo di fiori rossi, c’è di tutto, e sono tutte decorazioni bellissime. Il negozio è così piccolo e pieno di oggetti che bisogna fare assolutamente attenzione a non urtare nulla per non causare disastri, ma è impossibile restare fuori senza andare a curiosare in tutte quelle ceste di meraviglie. Alla fine scelgo un piccolo angelo per la collezione di mia mamma, e Luca mi regala una bellissima pallina trasparente dalla forma particolare, rotonda e piatta come un medaglione, con su un lato l’immagine dipinta della Stille Nacht Kirche. Avrei voluto prenderne molte altre, e portarne alcune a casa in regalo ai nostri familiari, ma purtroppo questo non è il negozio giusto dove fare shopping in quantità…
Quasi in fondo alla Getreidegasse, verso Mozart Platz, raggiungiamo anche “Christmas in Salzburg”, probabilmente il negozio di decorazioni natalizie più famoso della città e tra i più famosi di tutta l’Austria, e naturalmente entriamo a fare un giro anche qui. Al contrario di “Candela” questo negozio è molto grande e spazioso, e anche questo è pieno zeppo di decorazioni di tutti i tipi e tutte le forme, un vero paradiso per gli amanti del genere come me.

Qui, oltre a un’infinità di palline luccicanti e coloratissime, angeli di vetro e di metallo, alberi di filo dorato e renne di tutte le misure, ritroviamo le uova decorate che avevamo visto a Innsbruck, ma in una quantità sbalorditiva! Ci sono interi scaffali, tavoli, ceste, alberi di queste uova, ce ne sono persino appese a grossi rami che pendono dal soffitto, tutte dipinte con motivi differenti e tutte una più bella dell’altra, rosse, blu, argentate, dorate, con i lustrini, gli strass, i nastri, i fiocchi…. una meraviglia per gli occhi.


Sono molte le persone che gironzolano per le grandi stanze del negozio con in mano i cestini dove riporre le palline scelte, ma l’ambiente è tranquillo e piacevole. Le stanze sono divise in macroreparti, c’è quello delle palline in vetro soffiato dipinte a mano, bellissime e carissime, quello degli angeli in vetro e dei decori color argento, la zona delle decorazioni rosse, quelle fatte di fili metallici dorati e anche la stanza degli ornamenti tradizionali tirolesi in paglia intrecciata abbelliti da semplici fiocchetti rossi.


E’ tutto così bello e luccicante che incanta, e quando finalmente ci decidiamo a cominciare a scegliere qualcosa si è fatta l’ora di chiusura, e dobbiamo uscire. Vorrà dire che domattina verremo qui, come ultima tappa prima di lasciare la città, a comprare qualche regalo da portare ai nostri familiari, tanto per addolcire la tristezza della fine del viaggio. Anche gli altri negozi della Getreidegasse stanno via via preparandosi alla chiusura, così torniamo verso Mozart Platz e cominciamo a pensare alla scelta di un ristorante dove gustare la nostra ultima cena austriaca. Proviamo a raggiungere il “Wilde Mann”, un po’ nascosto ma consigliato dalla guida, che però è chiuso la domenica, così torniamo lentamente verso il centro. Sono le sette e mezzo passate quando arriviamo di nuovo alla Judengasse, nel quartiere ebraico, e decidiamo di scendere le scale che portano da “Zum Mohren”, locale storico della città dove anche Mozart e Schubert in persona amavano venire a cena, e che è facilmente individuabile per la statua del Moro che regge l’insegna posta sopra all’ingresso. L’interno sembra tranquillo, l’illuminazione è discreta e la zona dove ci sistemano è poco affollata, vicino a una grossa stufa di maiolica arancione tradizionale. I modi di fare dei camerieri sono quelli un po’ bruschi e distaccati tipici dell’Austria, ma ormai ci stiamo abituando anche a questo e non ci facciamo troppo caso. In compenso il cibo è buono, in particolare la mia zuppa di zucca, ma anche la minestra a base di carne di Luca ha un ottimo sapore, e il cestino del pane permette di scegliere tra una grande varietà di formati e gusti diversi, una cosa che mi piace sempre molto. Anche il pesce con le patate è buono, accompagnato da una scelta di salse e verdure in agrodolce davvero sfiziose che gustiamo con piacere.

Mentre mangiamo le nostre portate vedo passare su un vassoio un piatto di tortellini pericolosamente pallidi sul punto di annegare in un laghetto di panna liquida, e ringrazio la nostra curiosità e adattabilità che ci fanno sempre scampare questo tipo di pericoli. Visto che è l’ultima sera qui, ci concediamo anche il dessert per festeggiare e tenere alto il morale, una classica Sacher con panna per Luca e un buonissimo strudel tiepido con marmellata e gelato per me, entrambi deliziosi. La tiriamo in lunga finché possiamo mangiando e chiacchierando, ma alla fine ci dobbiamo arrendere, e chiediamo il conto.

Quando usciamo è tardi e fa freddo, ma il centro è ancora illuminato. Solo nel tratto di strada più vicino all’hotel le vie sono più buie, ma il traffico è davvero scarsissimo e passeggiamo senza problemi. Vicino alla rotonda che porta al nostro albergo incontriamo due ragazze dai tratti orientali che trascinano le loro valigie con un’aria smarrita, e che ci fermano per chiedere indicazioni. Sono appena arrivate dalla stazione e stanno cercando il loro hotel, ma è buio, non conoscono affatto la zona e non hanno una cartina da poter consultare per orientarsi. Apriamo subito la nostra guida e la piccola mappa della città che mi porto dietro da giorni e tutti insieme cerchiamo di capire dove siamo e quanto dista la via che devono raggiungere. Veniamo a capo della cosa in pochi minuti di consultazioni e scopriamo che devono camminare ancora neanche cento metri per arrivare finalmente a destinazione. Le ragazze ci ringraziano più volte e sembrano molto contente di aver trovato aiuto a quest’ora di sera in questa zona semideserta, e anche noi siamo felici di poter essere stati utili a quelle giovani giapponesi per le quali la vacanza salisburghese sta solo cominciando. E’ come se stessimo passando loro il testimone di questo viaggio che loro proseguiranno al posto nostro, meravigliandosi di tutto quello che ha meravigliato noi e riempiendosi gli occhi di questa bellezza austera che ci ha lentamente conquistati.
E’ una bella sensazione, che rende meno triste e definitiva la nostra partenza. La vacanza è finita e tra poco riprenderemo la routine quotidiana, ma di certo conserveremo bellissimi ricordi di queste città illuminate da migliaia di luci e del loro fascino antico. E soprattutto, porteremo con noi la magia dello spettacolo della neve, con la speranza che sotto questa magnifica coltre candida covi un anno pieno di cose buone.

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Sabato 1 gennaio 2011: Festung Hohensalzburg – centro – concerto al Mirabell Schloss

23 aprile, 2011 in Viaggi. Commenti: 2

Un nuovo anno comincia, e vogliamo cominciarlo dall’alto. Così di prima mattina, dopo una colazione lenta tra facce assonnate, ci incamminiamo verso la famosa Festung Hohensalzburg, forse la principale attrazione della città. Dobbiamo ripercorrere tutto il tratto che porta in centro, ma stamani le auto in giro sono pochissime e i passanti ancora meno. Il cielo è un telo bianco senza il minimo spiraglio di azzurro, gli alberi sono innevati, e sui marciapiedi tappi di sughero e rare bottiglie testimoniano la baldoria della notte appena passata.

In centro è incredibilmente già tutto pulito, non c’è quasi traccia della marea di gente che ha ballato e brindato qui fino all’alba, eppure era davvero una folla. Sono sinceramente stupita da tanta efficienza, sono già spariti sia i segni della festa che coloro che li hanno cancellati così abilmente, e non sono ancora le dieci. Percorriamo la Getreidegasse per tutta la sua lunghezza, i negozi sono chiusi e il silenzio è disturbato solo dal fruscio degli scarponi di pochi altri mattinieri come noi.

Le bellissime insegne in ferro battuto tipiche del centro storico decorano le facciate dei palazzi segnalando ristoranti e negozi, e facendo di questa antica via una delle più famose di tutta l’Austria.

E’ bello vedere come il nuovo ha saputo integrarsi perfettamente con l’antico in queste insegne elaborate tipiche di un altro tempo, in cui botteghe artigiane o Biesl ottocenteschi si alternano a Zara o McDonald’s nel pieno rispetto dell’atmosfera salisburghese più classica.

Arriviamo lentamente fino a Mozartplatz e la superiamo, diretti alla stazione della teleferica che porta in cima alla famosa rocca. Per raggiungerla attraversiamo il Petersfriedhof, un piccolo cimitero antichissimo e molto conosciuto, luogo di sepoltura noto da oltre un millennio dove si trovano anche una serie di catacombe paleocristiane scavate nella roccia che purtroppo oggi sono chiuse. La chiesetta di St. Peter se ne sta lì da una parte, muta e chiusa anche lei, a guardia di piccoli gruppi di tombe sparsi qua e là in quello che in estate dev’essere un giardino, ma che ora non è altro che un tappeto di silenzio bianco steso sopra alle pietre. Non è il primo cimitero coperto di neve che vedo, ma ogni volta l’effetto è lo stesso. La mente corre al racconto di Gabriel e alla sua neve redentrice che cade su tutti, e la sensazione è sempre quella: pace, protezione, salvezza. Se potessi sapere che un giorno non sarò ricoperta di terra scura ma di neve invece, bianchissima e lieve, mi sembrerebbe tutto molto meno terribile. Piccole coperte soffici vestono le pietre tombali di uno strato candido come un piumone, lasciando libere solo croci sottili, cippi, ornamenti in ferro battuto abbelliti da fregi dorati e nomi scritti in vecchie calligrafie svolazzanti. Nella neve pochi lumini spenti, e mucchietti di rami stesi a proteggere i morti dal gelo. Su alcune tombe ci sono perfino mini alberelli di Natale decorati di fiocchetti rossi, perché ogni luogo ha il suo modo di dimostrare che chi è ricordato non se n’è mai andato. Da una parte, a lato del vialetto, qualche bambino ha messo su una specie di pupazzo di neve grasso e buffo, con dei rami sottili per braccia e una grande bocca sorridente. Lo guardo e mi piace trovarlo qui, secondo me non dispiace neppure ai morti la compagnia di quest’omino che ride. Per non dimenticare che tanto, alla fine, la vita stravince, c’è poco da fare, bastano dei bimbi e un mucchietto di neve fresca per dimostrarlo.

All’uscita dal silenzio del cimitero saliamo fino alla stazione della funivia che porta alla Fortezza, e notiamo subito che c’è più gente qui, compresi molti italiani. Facciamo i biglietti (10,50€ a testa per l’ingresso e il trenino andata e ritorno fin lassù), e mi diverto a passare in giro il mio happy new year ogni volta che mi capita. La teleferica di fatto è un treno a vagoncini molto moderno che s’inerpica per la ripidissima salita in pochi minuti, portandoci agilmente in cima alla rocca che domina la città. Lì per lì fa un po’ impressione questo viaggio ritto e veloce, ma appena scesi comprendiamo che vale assolutamente la pena affrontarlo. Affacciarsi dagli spalti delle mura è come trovarsi di fronte ad un quadro immenso che raffigura Salisburgo in ogni suo minimo dettaglio – un Canaletto nordico con la neve al posto dell’acqua – con la sola differenza che qui è tutto vero. I tetti a punta delle chiese, la cupola verde del Duomo, la miriade di finestrelle che si aprono sulle facciate dei palazzi, i ciuffi di alberi spogli, i nastri grigi delle strade che s’incrociano, e il serpente addormentato del fiume, in fondo, placido e vivo nell’aria nevosa. Uno spettacolo bellissimo, che per un po’ riesce a farci dimenticare anche del freddo pungente.

Giriamo gli spalti salendo fino a un terrazzino che è un punto panoramico imperdibile per tutti i visitatori e facciamo un po’ di foto, quindi raggiungiamo il gruppo di persone che sta facendo la fila per ricevere le audioguide e cominciare la visita dell’interno della fortezza. C’è molta gente e si entra a gruppi, quindi dobbiamo aspettare un po’, ma alla fine riceviamo il nostro apparecchietto e seguiamo diligenti il ragazzo che si occuperà di noi. Che in realtà non farà nulla di più che aprire e chiudere le porte delle varie stanze dei bastioni che visitiamo con le chiavi che custodisce in una strana valigetta, e controllare che nessuno tocchi nulla o rimanga indietro. Il resto lo fa la voce dell’audioguida, che ci fornisce dettagli storici, tecnici e aneddotici su tutto quello che vediamo. Camminamenti, magazzini, celle, stanze della tortura, torrette di avvistamento esterne che regalano una vista sulla città assolutamente strepitosa.

La parte forse più interessante è quella del museo del reggimento dove si ripercorre la storia delle truppe che hanno occupato questa fortezza nel corso dei secoli, con un’ottima esposizione di lance, spade, fucili, tamburi e bandiere.

In una sala è stata ricostruita in maniera molto suggestiva la scena di un’antica battaglia, con i soldati impersonati da manichini di metallo che impugnano lance, scudi ed elmi, presi dalla furia del combattimento e pronti a tutto per difendere la loro postazione.

Da questi soldati stilizzati si risale nel tempo a reggimenti più vicini alla nostra storia, comprese le truppe che hanno combattuto nella Grande Guerra, con i loro fucili originali, gli elmetti, le attrezzature da campo e i primi strumenti per le comunicazioni via radio.

Attraversiamo anche alcune sale dove sono conservati bellissimi pezzi di mobilia antica che arredavano le stanze dei soldati più alti in grado, tra cui una grossa stufa minuziosamente decorata e un letto a baldacchino in legno scolpito davvero sorprendente.

Da qui passiamo in una zona un po’ impressionante riservata agli strumenti di tortura, da quelli medievali a quelli più recenti, dove, in eleganti teche di vetro illuminate come quelle delle gioiellerie, fanno mostra di sé oggetti spaventosi: maschere di ferro luccicanti dall’interno chiodato, pinze metalliche, spaccaossa, macchine di legno per mettere i prigionieri alla gogna, sedie da tortura e perfino alcune cinture di castità di ferro battuto incredibilmente lavorate. Davvero inquietante.

All’ultimo piano visitiamo la parte più famosa e preziosa della rocca, le sale di rappresentanza dei Vescovi Principi che hanno avuto qui la loro base politica e amministrativa per molti secoli. E a giudicare dalla ricchezza e dalla bellezza delle decorazioni degli ambienti, si comprende quanto grande e potente dovesse essere l’influenza di questi Vescovi nel periodo della loro dominazione. Le sale sono completamente rivestite il legno prezioso, con massicce colonne tortili, stufe decorate in maniera straordinariamente ricca, soffitti a cassettoni dipinti di turchese e punteggiati di stelle dorate, per un effetto finale davvero notevole.

Nell’ultima sezione vediamo la ricostruzione di una cucina con tutti gli accessori d’epoca, un enorme caminetto per cuocere i cibi, attrezzature in ferro, legno e coccio, pentole di rame, otri per il vino, e un tavolo intagliato con le sue sedie originali veramente stupendo.

All’uscita ripercorriamo i corridoi interni che portano alle feritoie, ognuna delle quali ospita un cannone originale puntato sulla città a difesa della roccaforte, e arriviamo fino all’ingresso del Museo delle Marionette, la cui visita è compresa nel prezzo del biglietto. Si tratta di un piccolo museo situato in ambienti scavati direttamente nella pietra delle mura della fortezza, dove, in piccole teche di vetro, sono esposte antiche marionette che raffigurano vari personaggi protagonisti delle più famose opere mozartiane, dalle damine ai servitori, dai diavoli ai cherubini, dai cavalieri alle creature fantastiche del Flauto Magico. Una mostra davvero interessante, e soprattutto un allestimento reso affascinante dall’ambiente e dalla musica che ci accompagna in sottofondo.

Alla fine usciamo di nuovo fuori, nell’aria gelida che si è fatta ancora più bianca. Facciamo un ultimo giro prima di deciderci a scendere, e restiamo un po’ ad ammirare la vista di Salisburgo dagli spalti. La Fortezza ci è piaciuta dopo tutto, l’ingresso è un po’ costoso ma lo spettacolare panorama che si gode da qui vale da solo il prezzo del biglietto. Riprendiamo il trenino che ci riporta giù e in pochi minuti siamo di nuovo in città, tra il Duomo e la via principale. Giriamo un po’ per il centro, ci sono molti più turisti per le strade adesso, pare che voglia nevicare ma non si decide.

Ci accorgiamo solo ora che si è fatto tardi, e abbiamo fame. Qui non è facile trovare da mangiare qualcosa di più di una fetta di torta e una tazza di cioccolata calda fuori dall’ora canonica di pranzo, per cui alla fine ci pieghiamo all’opportunità più semplice che incontriamo sulla nostra via ed entriamo da McDonald’s. Ci capita di farlo almeno due o tre volte l’anno, vuol dire che in questo 2011 ci siamo già messi avanti con la media. Mangiamo e soprattutto ci riscaldiamo un po’ cercando l’itinerario da fare dopo, mentre tutto intorno a noi un viavai di turisti porta un frullo di sciarpe e cappelli fuori e dentro dal locale. Cerchiamo sulla mappa della città il percorso da seguire per raggiungere il cimitero di St. Sebastian accanto alla omonima chiesa, dove si trovano le tombe dei familiari di Mozart, e scopriamo che è in una zona che non abbiamo ancora visitato, così decidiamo di provare ad andarci subito. Attraversiamo il fiume e percorriamo la Linzergasse fino alla piccola chiesa, facilmente riconoscibile, ma quando arriviamo all’ingresso del cimitero scopriamo che è già chiuso per via dell’orario invernale, così decidiamo di riprovare domattina. Torniamo indietro passeggiando lungo questa via nuova fino allo Schloss Mirabell, ma anche per il concerto è ancora troppo presto, così seguiamo le indicazioni della brochure e andiamo fino all’Hotel Sheraton a chiedere se hanno dei biglietti disponibili per stasera. Entriamo nella Hall decorata da grandi alberi di natale e pacchi luccicanti posati sui tappeti e chiediamo informazioni alla signorina della Reception, mostrandole quanto indicato nel nostro volantino. Lei sembra non sapere nulla di questa possibilità di prenotazione, ma prende gentilmente la brochure e fa subito una telefonata scoprendo che c’è ancora disponibilità di posti per stasera e che potremo fare il nostro acquisto direttamente al Castello prima dell’inizio del concerto. La ringraziamo rincuorati e usciamo di nuovo nel buio della sera, che è calata in fretta. Visto che abbiamo tempo decidiamo di andare a mangiare qualcosa nei dintorni dello Schloss, e troviamo un piccolo ristorante tipico proprio dall’altro lato della strada dove hanno già cominciato a servire la cena. I gestori sono molto gentili e ci portano in fretta le nostre ordinazioni, zuppe calde, pane ai semi misti, spezzatino di carne e knödel con verdure, un ben di Dio esagerato che non ci aspettavamo in queste quantità e che gustiamo con piacere in attesa dell’orario di apertura della biglietteria.

Quando usciamo dal Mundenhamer sono quasi le 7 e mezzo, e finalmente c’è movimento all’ingresso del Castello. Saliamo nuovamente la splendida Scala degli Angeli, e questa volta la porta d’accesso alla sala che fa da anticamera e guardaroba alla Marmorsaal è aperta. Molte persone stanno cambiando le loro prenotazioni in biglietti e altre li stanno acquistando adesso, proprio come facciamo noi pochi minuti dopo (29,00€ cad). Il programma di stasera comprende tra le altre musiche di Mozart, Paganini, Dvoràk e Strauss figlio che saranno eseguite dai musicisti del gruppo Salzburger Solisten , giovani virtuosi maestri di violino e violoncello accompagnati dal flautista italiano Sergio Zampetti. Quando finalmente entriamo nella Marmorsaal, comprendiamo il perché della sua fama. Più piccola di quanto mi aspettassi, è comunque una sala splendente di marmi rosa e stucchi dorati, fregi, riccioli, colonne capitelli e putti, tutto illuminato da una pioggia di luce che scende da grandi lampadari di cristallo. Una sala elegantissima, contenitore perfetto per la musica luminosa che accoglie tra le sue mura da oltre due secoli.

La platea di sedie imbottite si riempie in fretta di spettatori arrivati da ogni parte del mondo per godersi questo primo concerto dell’anno, l’atmosfera è intensa e carica quanto basta – ad avere gli abiti giusti e un’acconciatura un po’ alta, ci si potrebbe persino aspettare che entro pochi minuti le porte dorate si apriranno e Leopold Mozart entrerà orgoglioso accompagnando i suoi piccoli geni a regalar prodigi al pubblico adorante, come del resto è accaduto più volte in questa sala. Non è Leopold che entra stavolta ma delle giovani musiciste invece, ragazze molto giovani e molto belle, che con energia e talento straordinari cominciano a regalarci quella stessa antica magia, rimasta intatta a distanza di 200 anni. Suonano tutte in maniera impeccabile e coinvolgente, guidate da un primo violino che potrebbe essere una modella per grazia ed eleganza e accompagnate dal fuoco di una violoncellista che disegna con le sue note profonde il binario perfetto sul quale seguire con la massima esattezza anche le volute più arricciolate dei ghirigori di quei pentagrammi. Quando poi tocca a Zampetti, col suo assolo di flauto traverso, la Marmorsaal sembra trasformarsi al suono dorato delle sue note in una bolla di musica lievissima che riempie magicamente le pareti, facendole via via dilatare e gonfiare come il tessuto di una mongolfiera, fino a colmarla, e tenderla, e sollevarla da terra con tutto il suo pubblico, facendola volare via in un soffio leggero. Sembra fatta apposta per il flauto, la musica del settecento, guizzante d’oro lucido e vivace, leggera e svelta come una fata, densa di sfumature e incantevole come solo Mozart sapeva renderla. Meraviglia pura, e Zampetti ci mette tutto il suo talento per farcela gustare fino in fondo. La seconda parte del concerto si apre con Paganini omaggiato dai violini perfetti di due ragazze fantastiche, per proseguire poi con i valzer, immancabili in ogni serata di Primo dell’anno che si rispetti, trascinanti, briosi, energici, allegri, tanto potenti e belli da riuscire a farti girar la testa anche da seduta. Alla fine è un trionfo per i musicisti tutti, le ragazze sono chiamate più volte a prendersi il loro meritatissimo applauso e ci regalano gli immancabili bis prima di salutarci definitivamente.

Che cosa meravigliosa avere un talento e la capacità di metterlo a frutto, faticando anche molto magari, ma riuscendo poi a raccoglierne i frutti preziosi: vivere della propria passione, fare dono della bellezza a chi vuole goderne, avere la consapevolezza di essere stati capaci di farlo. La notte è buia e lucida di gelo fuori dallo Schloss Mirabell, ma il calore e la luce della musica che ha appena danzato davanti ai nostri occhi ci accompagnano dolcemente fino all’Hotel. E’ stata una bellissima serata di emozioni questa, di quelle che ricorderemo socchiudendo gli occhi in un piccolo sorriso. Speriamo che, in questa notte per noi doppiamente speciale, questa sia stata la maniera giusta per cominciare un anno nuovo di zecca. Auguri. Vale per tutto.

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Venerdì 31 dicembre: Mirabell Schloss – case di Mozart – St. Jakob Dom – Residenz Franziskaner Kirche – capodanno in piazza

4 marzo, 2011 in Viaggi. Commenti: 2

La notte scivola gelida e silenziosa al di là dei vetri della nostra stanza. Facciamo colazione a buffet nella sala del Hohenstauffen, ha nevicato ancora ma adesso è solo un po’ grigio e non dovrebbe peggiorare. Poi decidiamo di uscire a piedi, il ragazzo di ieri sera ci conferma che anche se qui non siamo proprio nella Alte Stadt, arrivarci è semplice, una passeggiata di 10 minuti, e ci convince che non vale la pena cercare un autobus. E poi camminando si sente meno il freddo… così infiliamo cappelli e guanti e ci avviamo. Oltrepassiamo una rotonda, passiamo sotto ad un cavalcavia, costeggiamo la strada fino al Palazzo dei Congressi e ci ritroviamo nel parco, al Mirabellgarten, il giardino dello Schloss Mirabell, il grandioso castello cittadino costruito nel XVII secolo. Questo è certamente uno dei giardini più famosi d’Austria e forse d’Europa per l’eleganza delle molte statue e fontane sistemate lungo i vialetti e per la bellezza delle aiuole solitamente fiorite. Ma oggi il suo incanto è dovuto ad altro, l’unico colore visibile è il bianco candido della neve che ricopre tutto come un lenzuolo steso a proteggere dalla polvere, in attesa che la Primavera torni a spalancare le finestre e a riportare luce e colori a questi giardini.

Entriamo sotto il portico del palazzo e saliamo su fino al primo piano lungo la Scala degli Angeli, una scalinata di marmo decorata da bellissimi putti scolpiti che conduce alla Marmorsaal, 1 la sala da ricevimento più fastosa dello Schloss dove da sempre si tengono feste e concerti e dove ancora oggi si fa musica regolarmente. Una locandina ci informa che anche domani sera, primo dell’Anno, ci sarà un concerto per archi e flauto con giovani musicisti di fama internazionale, così decidiamo di andare subito a cercare i biglietti presso la biglietteria della Mozart Wohnhaus, non molto distante, approfittandone per visitare anche la casa, che in realtà è la casa dove la famiglia Mozart si spostò nel momento in cui la casa natale del compositore divenne troppo scomoda perché potessero viverci tutti insieme in maniera decente. E’ conosciuta anche come la Casa del Maestro di Danza, situata vicino al Landestheater, perché prima di diventare un’abitazione privata i locali erano utilizzati da un maestro di ballo per tenere le lezioni ai suoi allievi, e solo dopo che lui si ritirò da questa attività divenne la casa dei Mozart.

Facciamo il biglietto (7,00€ a testa) che comprende un’audioguida in italiano e cominciamo la nostra visita attraverso i vari ambienti, ricostruiti completamente dopo che furono bombardati nel 1944. Si tratta di una serie di sale che contengono teche con esposti oggetti appartenuti alla famiglia Mozart e al genio della musica in persona, libri di musica, lettere al padre, spartiti (purtroppo tutti in copia), c’è perfino una prima edizione del manuale di violino scritto da Leopold Mozart e divenuto famoso all’epoca come uno dei migliori manuali per l’insegnamento di questo strumento. Ci sono ritratti di Wolfgang e della sorella Nannerl al tempo in cui giravano l’Europa dando concerti presso le maggiori casate reali, e la ricostruzione dettagliata degli innumerevoli viaggi che il padre fece con i suoi due piccoli prodigi. Le sale sono molto belle e ben curate, e anche se in realtà Mozart ha viaggiato per oltre un terzo della sua breve vita soggiornando praticamente ovunque tra l’Inghilterra e l’Ungheria e tra l’Italia e la Germania, questa raccolta aiuta a farsi un’idea di come poteva essere l’atmosfera delle sue giornate a Salisburgo. La visita termina con una proiezione di circa mezzora che ricostruisce tutta la vita e i successi del grande compositore, accompagnata in sottofondo da alcune delle sue più meravigliose arie d’opera. Purtroppo non abbiamo potuto acquistare i biglietti per il concerto alla Marmorsaal perché oggi è un giorno festivo e la cassa è chiusa, ma dovremmo trovarli domani sera presso la sala stessa poco prima dell’inizio dello spettacolo. All’uscita dalla casa di Mozart proseguiamo verso il centro e passiamo davanti all’Hotel Sacher, uno dei più conosciuti ed eleganti della città, che sfoggia nelle sue vetrine meravigliose confezioni della più famosa torta al cioccolato del mondo, infiocchettate e decorate come piccoli gioielli. Abbiamo provato l’anno scorso a Vienna la vellutata squisitezza di questo dolce nella sua versione originale, e non la potremo mai dimenticare.

Poco più avanti troviamo finalmente il ponte pedonale che attraversa il fiume Salzach e porta dritto alla Alte Stadt, il cuore della città vecchia, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 1996.

Entriamo in centro all’altezza della Rathaus e da lì scendiamo lungo la Getreidegasse, la via principale, dove si trovano i palazzi più importanti e i negozi più belli, e notiamo subito che questa è anche la via più affollata dai turisti. Circa a metà, all’altezza del civico numero 9, si trova la famosa Mozart Geburtshaus, la casa natale del compositore che nacque qui nel gennaio del 1756, e ci mettiamo in fila per fare il biglietto.

Chi ha già visitato anche l’altra casa ha diritto a fare il combi-ticket, e pagare solo 5,00€ invece di 7,00€. C’è parecchia gente, ed è inevitabile se si considera che da qui passano circa 400.000 appassionati di musica classica ogni anno. Moltissimi sono gli italiani e i giapponesi, ma in effetti i visitatori arrivano da ogni parte del mondo a tenere in vita la leggenda mozartiana a distanza di oltre 250 anni. Questa casa è più piccola dell’altra ma anche più intima, ci sono molti aggetti originali appartenuti alla famiglia e l’atmosfera è veramente suggestiva. Fa uno strano effetto vedere la minuscola cucina dove si preparavano i pasti, tutta di mattoni a vista e attrezzata solo di poveri accessori, e poi le stanze con i pavimenti irregolari e i semplici mobili. Nella semioscurità delle stanze solo le teche in vetro sono illuminate per esporre con più risalto semplici effetti personali, come piccoli gioielli e ciocche di capelli. Spicca tra le altre cose una meravigliosa giacca redingote di seta rosa un po’ consunta, dalla quale s’intuisce la corporatura minuta di Mozart e la sua passione per gli abiti raffinati, ma anche un piccolo borsello a scomparti di seta ricamata, molto liso, che pare lui portasse con sé anche il giorno della sua morte. Ci sono famosi dipinti in cui Wolfgang e la sorella sono ritratti in vari momenti della loro carriera di musicisti, libri, lettere e diversi strumenti originali sui quali il piccolo Mozart componeva la sua musica fin dall’età di 3 anni. Il minuscolo violino appeso con fili invisibili in un cilindro di vetro è di una bellezza commovente, pensare che le sue dita bambine hanno tratto una musica nuova da quello strumento oltre due secoli fa lascia incantati. Ci sono anche curiose ricostruzioni delle scenografie di alcune rappresentazioni delle sue opere più famose, complete di bozzetti, costumi, quinte e musiche in sottofondo. Ma il pezzo più bello lo troviamo proprio alla fine del nostro giro, nell’ultima sala, dove, vicino alla parete di fondo, è sistemato un antico clavicordo, lineare, elegante, semplicissimo, e soprattutto: originale. Questo è lo strumento vero sul quale Mozart ha composto alcune delle sue opere maggiori, tra cui Le nozze di Figaro e Il flauto magico. Da questi tasti col silenziatore sono nate le melodie immortali che ancora oggi stregano il pubblico di tutto il mondo, su questo piccolo strumento domestico il più grande genio della musica classica chinava gli occhi e lasciava scivolare le dita ispirate da chissà quale misterioso talento per creare la sua bellezza eterna. Non mi sembra possibile essere così vicina a questa meraviglia e non poterla neppure sfiorare, essere a un passo da un pezzo di storia della cultura umana e dovermi fermare senza poterlo raggiungere. Non posso neppure scattare una foto, niente foto all’interno della casa, una signora con tanto di divisa e borsetta sulle ginocchia siede vigile nei pressi del clavicordo per assicurarsi che nessuno osi trasgredire alla sacra regola. Lo avrei fatto volentieri invece, avei decisamente trasgredito in questa occasione, e mai come questa volta mi dispiace che il controllo sia così efficiente. Ma in fondo, non importa. Anche solo poter vedere questo strumento da vicino è un’emozione straordinaria che lascerà la sua traccia in me, insieme a mille domande. Chissà quando è stata l’ultima volta che delle dita esperte sono scivolate su questa piccola tastiera per trarne la stessa voce un tempo evocata dal tocco magico di Mozart, e chissà se la sera, quando tutti i visitatori se ne vanno, qualcuno suona ancora su questi tasti qualche volta, liberando le sue note antiche nella pace delle stanze finalmente vuote. Spero di sì. Sarebbe un vero peccato, se questo fosse ormai uno strumento ridotto a un infinito silenzio.
Per uscire dalla casa passiamo attraverso il piccolo shop, dove turisti di tutto il mondo curiosano tra carillon che suonano Eine Kleine Nachtmusik e scatole rosse di Mozartkugeln, e acquistiamo un piccolo orsetto in abiti settecenteschi, alto solo pochi centimetri ma incantevole. Avevamo visto questo stesso pupazzetto a Vienna l’anno scorso ma nello shop dove era esposto non era in vendita, così avevamo dovuto rinunciare. Ritrovarlo qui ora ci regala la possibilità di approfittare della nostra seconda chance, e non ce la facciamo scappare. Quando usciamo fa freddo, ma c’è molta gente in giro. Passeggiamo ancora per il centro e torniamo verso la Collegiata, la chiesa dell’Università, una bella chiesa barocca dalla facciata curva fiancheggiata da due torri sormontate da cupole, veramente elegante. L’interno è spazioso e luminoso, e scopriamo che in questi giorni lo spazio centrale al di sotto della grande cupola è sede di un’installazione molto particolare. Sul pavimento è stato steso un grande cerchio di sabbia sul quale calano dall’alto centinaia di sottilissimi fili quasi invisibili, ognuno dei quali sembra essere collegato a un piccolo mucchietto di sabbia che si solleva leggermente nel punto in cui il filo lo tocca, quasi che il filo lo avesse agganciato e lo stesse tirando su. L’effetto di questi piccoli mucchietti che si sollevano, ripetuto per centinaia di volte, crea un’impressione generale di leggerezza che contrasta con la possente struttura barocca della grande chiesa, senza però risultare sgradevole.

L’impressione è quella che danno sempre due cose molto diverse quando vengono messe vicine, un piccolo senso di smarrimento, come di qualcosa che sia stata persa nel posto sbagliato e nessuno se n’è accorto, però si vede bene che quel qualcosa non c’entra niente lì, non è che una cosa sia più bella e una meno, è solo che sono proprio cose diverse, c’è poco da fare, e messe vicine riescono solo a sovrapporsi, ma non ad assomigliarsi. Fa un effetto strano, questo piccolo deserto nella cattedrale, dà l’impressione che lo spazio interno sia ancora più vuoto di quanto non sia in realtà. All’uscita attraversiamo il mercatino di dolciumi e maialini portafortuna e raggiungiamo di nuovo il Duomo, che visto da vicino appare imponente. Al centro della piazza antistante c’è un monumento del quale non riusciamo a vedere i dettagli, perché è stato chiuso dentro una piramide di vetro che lo protegge dal gelo. Non è la prima statua in serra che vediamo qui, segno che il freddo da queste parti fa sul serio e costringe gli abitanti a prendere provvedimenti efficaci per preservare i propri tesori artistici.

La Cattedrale, alta e sobria nonostante l’origine barocca, mostra una facciata molto ampia sulla quale si aprono ben tre portali gemelli, ed è fiancheggiata da due torri altissime, dritte e rigide come sentinelle, su ognuna delle quali è fissato un grande orologio proprio al disopra della seconda finestra. Sui tre portali sono inscritte tre date, a rappresentare i tre momenti salienti della storia di questa chiesa che nell’arco dei secoli ha subito danni gravissimi che l’hanno ridotta in macerie, costringendo i salisburghesi a ricostruirla ogni volta da capo. Se il 764 del portale di sinistra, anno della prima fondazione, rende l’idea dell’importanza storica e spirituale di questo sito, e il 1628 del portale centrale ricorda la ricostruzione dopo la distruzione causata dall’incendio appiccato dalle truppe di Barbarossa, sorprende leggere la data 1959 sul portale di destra, una data così vicina a noi su un edificio ultra millenario, che sta lì a ricordare la fine dei lavori di restauro dopo i pesanti bombardamenti subiti dalla chiesa durante la seconda guerra mondiale. Mi piace, questa fila di date di bronzo avvitate sulla pietra a scandire una storia di eterna distruzione e rinascita, testimoni della caparbietà e della forza di questa cattedrale che non accetta sconfitte da nessun tempo. L’interno è ampio e più luminoso del previsto, la navata porta a un altare imponente circondato da decorazioni elaborate che stridono con la linearità della struttura dell’edificio. Tra gli elementi presenti all’interno spicca il grande organo a canne, uno dei più grandi organi da musica polifonica barocca d’Europa, ancora utilizzato in occasione dei concerti sacri che si tengono regolarmente in questa città pervasa dalla musica in ogni angolo. La cupola, dalla struttura geometrica, è decorata da affreschi dipinti con colori vivaci che ne ammorbidiscono le linee austere e la rendono leggera, tanto che, a guardarla, ci si sente sollevare facilmente fino ai suoi oltre 30 metri di altezza. Completiamo il giro delle cappelle laterali e alla fine troviamo un altro dei pezzi imperdibili di questo luogo, un antico fonte battesimale di straordinaria bellezza che è lo stesso al quale fu battezzato Mozart. Si tratta di un fonte dalla forma classica di bacile profondo, in bronzo scolpito, decorato sul bordo da un motivo a onda che lo fa assomigliare a una corona medievale, poggiato su quattro leoni distesi. Un pezzo straordinario nella sua essenziale semplicità, uno dei più belli che mi sia capitato di vedere.

Dopo la visita al Duomo ci prendiamo un dolce fritto gigante tipo ciambella zuccherata e un bicchiere di Gluhwein in piazza per scaldarci un po’, quindi decidiamo di visitare anche il vicino palazzo della Alte Residenz, sulla Residenzplatz, dove già si cominciano a preparare bancarelle di cibi e bevande calde e un palco per i festeggiamenti di questa notte. Non c’è coda alla biglietteria (7,50€ a testa compresa audioguida) e possiamo fare il giro delle stanze in tutta tranquillità. Questo era il palazzo di rappresentanza dei Principi Vescovi della città prima che Salisburgo fosse definitivamente annessa all’Austria, e aveva il ruolo di accogliere gli ospiti diplomatici di più alto prestigio invitati dai potenti locali. Per quanto non immenso come i palazzi imperiali di Vienna, la Residenz è decisamente un gioiello per la cura e la raffinatezza dei suoi saloni, tutti splendenti di decorazioni pittoriche grandiose, pavimenti in legni preziosi, arazzi, tessuti di broccato, arredi fastosi, stufe, ritratti e sculture. I saloni di udienza sono particolarmente impressionanti, mentre nel salone da musica, dove un piccolo Mozart tenne il suo primo concerto all’età di soli 6 anni, si stanno allestendo strumenti e sedie per il concerto di stanotte.


Oltre al fasto delle sue stanze, la Residenz è famosa anche per la sua ricca galleria d’arte, che comprende una vasta collezione di opere di pittori europei realizzate tra il 1500 e il 1800. Giriamo nelle stanze insieme a pochi altri visitatori, colpiti dalla quantità e dalla qualità dei dipinti raccolti in questa collezione privata. Ritratti, marine, nature morte, scene religiose, paesaggi, c’è veramente di tutto tra i soggetti, ma tra tutti, scelgo di portare idealmente con me un quadro piccolo e grandioso, che nonostante la dimensione minuta risplende come un faro di luce. E’ la “Vecchia in preghiera” di Rembrandt, il ritratto di una donna molto anziana con il capo coperto da un velo color porpora che si staglia a malapena sullo sfondo buio, e le mani giunte in preghiera. Il volto è l’unica parte in luce, una luce che pare emanare da lei come la fiamma di una candela, attraverso quella pelle di cera sulla quale la vita ha inciso una mappa infinita di segni. Lo sguardo cade basso dalle orbite infossate, la bocca socchiusa s’intravede ormai sdentata, il mento è cadente, eppure la luce che scende dal volto disfatto sulle mani rugose è una luce di dolcezza. Le mani sono giunte in un gesto di un’ingenuità assolutamente infantile che contrasta con i segni che il tempo ha lasciato sulla pelle vizza, e l’effetto che ne risulta è quello di un’infinita tenerezza, una perfetta purezza di cuore che diventa l’origine e il fulcro da cui emana la luce che illumina questa umile preghiera. Una piccola immagine veramente commovente, in cui si mescolano vita e morte, oscurità e luce, semplicità e ignoto. Bellissima. Quando usciamo è scuro, e fa freddo. Un palco è stato montato dietro al Duomo, dal quale musicisti e cantanti intratterranno il pubblico durante il veglione di stanotte. Camminiamo ancora verso la Getreidegasse, e poi verso la Franziskanerkirche. La chiesa si affaccia su una piazzetta intima e raccolta che sul fondo è molto animata, un ristorante tradizionale ha messo su un piccolo ritrovo all’aperto decorato di rami di abeti, lucine, e renne infiocchettate, con al centro un bancone dove si possono acquistare vin brulé, birra o piccoli snack che saranno l’aperitivo per l’imminente cenone. C’è molta gente che chiacchiera e ride, e tutti scattano foto alla slitta natalizia carica di pacchetti lucenti, l’atmosfera è di festa e si comincia a sentire nettamente che la serata che si prepara è una di quelle speciali. La Franziskanerkirche è uno degli edifici più antichi della città ed è bella già dall’esterno, con il tetto a punta e il campanile sottile ritto al suo fianco, con la neve tutt’intorno e le luci natalizie in giro somiglia a una di quelle piccole chiesette che si vedono nei presepi classici. Ma prima di poter visitare l’interno dobbiamo aspettare un po’, si sta svolgendo la messa e nella chiesa c’è una folla notevole che assiste al rito. Restiamo in disparte cercando di ripararci dal freddo esterno senza disturbare, ma l’attesa si fa più lunga del previsto quando, alla fine della funzione, la gente comincia a uscire riversandosi nella piazzetta. Scopriamo che l’interno deve essere molto più grande di quanto sembri da fuori, a giudicare dalla quantità di persone che sciamano dal portone. Una vera folla, un fiume umano infagottato in cappotti, sciarpe e cappelli di tutti i colori che sembra non smettere più di uscire dal grande portone di ferro. Alla fine riusciamo a entrare anche noi, e scopriamo che valeva la pena aspettare per dare un’occhiata all’interno, dove stili successivi si sovrappongono e si armonizzano in maniera piacevole. Spicca su tutto il grande altare barocco che contiene la statua della Madonna col bambino, un altare sfarzoso che fa un bell’effetto scenico proprio perché si discosta decisamente dalla semplicità della navata e delle colonne sottili. Tra gli elementi più belli c’è il coro gotico, in cui l’alternarsi di luce e ombra crea un’atmosfera di grande spiritualità tipica delle chiese francescane, ma anche il decoro complicato della volta attira lo sguardo per la sua originalità. Alla fine del giro delle cappelle laterali usciamo nell’aria fredda e torniamo verso il centro, camminando fino a Mozart Platz. Qui è stata allestita una piccola pista di pattinaggio su ghiaccio, proprio di fronte alla statua di Mozart, e molti bambini la stanno già affollando divertendosi a scivolare sulle loro lame in uno svolazzio di sciarpe e guance arrossate. I palazzi intorno hanno le vetrine illuminate a festa e molti caffè sono ancora aperti per offrire dolciumi e ristoro ai turisti infreddoliti, l’aria è gelida e il terreno è ricoperto da uno strato di neve ghiacciata che disegna un tappeto candido su tutta la piazza. La statua di Mozart, sul suo cippo circondato di aiuole, è l’unica cosa che non mi piace qui, sarà per il corpo massiccio che non mi pare assomigli al fisico minuto del genio della musica, o per la posa un po’ troppo pretenziosa, non lo so, ma non mi pare proprio che questo omaggio renda giustizia al grande Maestro. Comunque, pare che qui l’importante sia ricordarlo ad ogni angolo di strada.

Lasciamo la piazza ai bambini e gironzoliamo per un po’ nelle vie principali alla ricerca di un posto dove possiamo cenare in tranquillità nonostante la festa, e alla fine, manco a dirlo, scegliamo il Caffè Mozart, sulla Getreidegasse, che offre una cena semplice a un prezzo giusto, e soprattutto un locale confortevole dove riscaldarci dopo tanti passi al freddo. Ci sistemiamo a un piccolo tavolo d’angolo, sono poco più delle sette e c’è solo un altro tavolo occupato nella saletta, e finalmente ci possiamo rilassare un po’. Un cameriere ci porta il menu del cenone e poi via via le varie portate previste, ma lo fa un po’ all’italiana, senza nessuna fretta e lasciandoci tutto il tempo di gustare i cibi e chiacchierare a lungo, mentre fuori già si sentono i primi botti che preparano la serata. Mangiamo antipasti ornati di verdure e pesce con contorni colorati, ci godiamo il dolce morbido e il vino, ci portano persino un caffè espresso che sembra vero, e intanto parliamo dell’effetto che ci ha fatto questa città, scriviamo cartoline, mandiamo auguri a casa e sbirciamo le foto sul display della macchina digitale per vedere se hanno davvero catturato le nostre impressioni di questo posto. Il tempo scorre piacevolmente, altri tavoli si riempiono di voci e poi si svuotano di nuovo, ma solo alle 11 passate decidiamo anche noi che è ora di andare ad aspettare l’arrivo del nuovo anno nella piazza del Duomo, con tutti gli altri che già si stanno radunando lì. Stiamo bene, siamo scaldati e riposati, e abbiamo evitato il caos tipico di questa ricorrenza: l’ultima cena dell’anno non avrebbe potuto essere migliore di così.

L’aria all’esterno è gelida in confronto al tepore del locale, ma d’un tratto abbiamo voglia di stare fuori in mezzo alla gente, e mescolarci a quella folla imbottita di giacche colorate per farci contagiare dall’entusiasmo della festa. Tutti camminano in direzione del Duomo, i ragazzini si scatenano nel lancio di petardi e botti e qualche luce colorata già illumina il nero stellato del cielo. Nella Residenzplatz la folla è molto aumentata, soprattutto intorno ai banchetti che vendono vino e liquori, e davanti al palco si è radunata una certa folla che sembra muoversi in modo strano. Quando arriviamo lì scopriamo il perché: un presentatore sta parlando al microfono mentre la musica suona, e vicino a lui una coppia di istruttori mostra i movimenti base del valzer viennese che la gente in piazza cerca di ripetere. E’ una lezione di ballo di gruppo! La musica parte e poi si ferma, e tutti cercano di imitare i due insegnanti che contano i passi, tra ondulamenti di cappelli di lana e inciampi di scarponi da neve. Il presentatore spiega in più lingue perché tutti, da dovunque arrivino, possano capire come eseguire i movimenti base, perché poco prima della mezzanotte dal palco partirà la musica trascinante del valzer e tutti quelli che saranno lì cominceranno a ballare insieme, per salutare definitivamente l’anno vecchio e cominciare quello nuovo danzando. Personalmente, mi pare un’idea magnifica. Dopo aver curiosato un po’ tra i progressi dei danzatori infagottati proseguiamo passando sotto l’arco e arriviamo nella piazza a fianco, già piena di gente. Qui lo spettacolo è diverso, e grandioso a modo suo. Sul lato della grande chiesa sono già sistemate file di persone pronte a godersi lo spettacolo dei fuochi d’artificio che partiranno dalla Festung Hohensalzburg, la grande fortezza simbolo della città arroccata sulla vetta del Festungsberg, in splendida mostra davanti a noi nel suo abito candido illuminato dalle luci della festa. Una struttura potente ed elegante, con torri, merli e mura massicce eppure leggera allo sguardo, sollevata com’è al di sopra di tutto il resto, e bianca come un castello di zucchero. Il trenino della funicolare continua eccezionalmente a portare gente su e giù dalla cima del monte, e una fila di piccole luci disegna la via lungo la quale le auto si arrampicano per andare a godersi lo spettacolo dei fuochi dalla cima delle mura. Botti e fuochi sparati da terra si stanno intensificando sempre più, si sentono voci parlare in molte lingue diverse ma tutte con accenti festosi, mentre al freddo della notte ci si oppone con vino caldo, abbracci e baci. Lampi di flash si mescolano alle scintille delle fontanelle di fuoco, tutti finiscono nelle foto di tutti, inevitabilmente, nel tentativo di far stare la bellezza della piazza gremita e quella della fortezza illuminata in un unico scatto. Non deve mancare molto ormai, l’atmosfera è di grande attesa e le luci si moltiplicano dappertutto insieme ai botti. Non mi piace mai quando un anno finisce, se non fosse che questa è una notte speciale per noi non ci troverei molto da festeggiare, ma stasera la vibrazione che mi arriva è buona, e non c’è malinconia in questo scintillare festoso. Mi piace essere qui in questo momento, insieme a Luca e a questa gente partita da tanti posti diversi per ritrovarsi in questa stessa piazza a salutare l’arrivo del nuovo anno.

Dato che non ci sono orologi in giro cominciamo a chiederci come faremo a capire il momento esatto in cui scoccherà la mezzanotte, quando a un tratto, potente e improvviso come un tuono, il rintocco profondo della campana del Duomo spezza l’aria della notte facendo sobbalzare la piazza intera – e dopo un attimo di sorpresa generale la festa dilaga. Baci, abbracci, canti, brindisi, la gioia divampa all’improvviso tra la gente come un incendio appiccato da un’unica scintilla. Il momento tanto atteso è arrivato finalmente e tutti salutano il nuovo anno con entusiasmo, mentre la campana del Duomo batte per l’ennesima volta i suoi antichi rintocchi di bronzo e il cielo si accende delle straordinarie luci dei fuochi d’artificio lanciati dagli spalti della Fortezza. Il 2010 è finito, il nuovo anno comincia. Che il suo tempo sia lieve, e da ricordare con nostalgia.

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Giovedì 30 dicembre 2010: Funicolare Nordketten – Alpenzoo – Salisburgo

2 febbraio, 2011 in Viaggi. Commenti: 2

Non nevica stamattina, ma fa freddo ed è umido. Facciamo colazione con calma, poi sbrighiamo il check out e decidiamo di andare in auto verso la stazione della funicolare del Nordketten. Il cielo non è dei migliori e non sappiamo se riusciremo a vedere qualcosa, ma Innsbruck è soprattutto una località sciistica circondata da vette alpine e non vogliamo perdere l’occasione di salire su ad ammirare il panorama delle montagne dall’alto. La prima stazione di questa nuovissima funicolare è in città, nei pressi del Palazzo dei Congressi, ma dato che siamo in auto saliamo fino alla stazione Hungeburg, dove chi acquista il biglietto ha diritto al parcheggio gratuito per l’intera giornata. Una signora molto gentile ci spiega tutto, compresa l’offerta combi-ticket per la tratta che va verso il basso e che permette l’entrata gratuita all’Alpenzoo, della quale magari approfitteremo più tardi se avremo tempo. Intanto vogliamo andare in su, più in alto possibile. Il biglietto è costoso (23,00€ a testa), come per tutte le funicolari, ma la tratta è composta da due stazioni su due diversi livelli e ci possiamo fermare dove vogliamo. Ritiriamo i Pass e ci avviamo verso questa famosa stazione, curiosi di vedere che effetto fa dal vivo. Il progetto è dell’architetta irachena Zaha Hadid, completato nel 2007. Ed è bellissimo. Un’enorme conchiglia biancastra con sottili striature nere si dischiude con leggerezza per lasciare entrare i viaggiatori diretti alle cabine. La linea è morbida e fluida, le curve dominano, non c’è un solo spigolo in tutta la struttura, e gli incroci di linee che la attraversano non fanno che rendere la cosa più evidente. Il materiale è solido eppure sembra fatto di luce, ancorato al suolo di cemento come un palloncino legato al filo perché non voli via. Un’onda, un ghiacciaio, un’astronave, un elemento di grandissima armonia e semplicità che ci piace immediatamente. (vedi altri lavori di Zaha Hadid su Artsy)

Anche l’interno è curatissimo, e le cabine ultramoderne in pochi minuti ci porteranno su alla prima stazione, la Seegrube. C’è molta gente nella navicella, molte persone hanno attrezzature complete per sciare o fare snow board così siamo un po’ pigiati. Per questo, quando dico a Luca che spero che riusciremo a vedere qualcosa nonostante le nubi, un ragazzone biondo vicino a noi non può fare a meno di ascoltare, e mi rassicura con un sorriso. “Tranquilla”, dice in italiano dal forte accento tedesco, “lassù tutto pulito, sole, oggi giornata bella, fa caldo che ti puoi togliere il giacchetto! Si vede tutto, monti austriaci e anche vette italiane. Molto bello lassù.” Ha l’aria abbronzata e atletica di uno che ne sa di vette e sorride sicuro, quindi ci fidiamo. Infatti, a mano a mano che la cabina sale usciamo lentamente dalla coltre di nubi che ricopre la città e il cielo si fa più sereno, e poi sempre più azzurro e pulito. Quando finalmente scendiamo dalla cabina affollata e arriviamo sulla terrazza della Seegrube, a 1900 metri di altezza, restiamo incantati dallo spettacolo straordinario che si dispiega davanti a noi. Siamo sull’orlo di una montagna candida, sotto di noi solo le piste innevate, di fronte a noi una corona di vette che chiude a cerchio l’orizzonte, e in mezzo, immersa in un lago ovattato di nuvole, Innsbruck che riluce lontana nei suoi tratti essenziali – strade, binari, e il nastro del fiume. Più lo sguardo si abbassa più entra nella foschia nebbiosa che avvolge la città, ma più si alza più la luce domina, facendo scintillare ogni cosa e rendendo immediatamente evidente che quassù siamo più vicini al cielo. Non potevamo sperare in una giornata migliore per salire fin qui.

Questa è di fatto la fermata degli sportivi, dove cominciano alcune delle principali piste frequentate ogni giorno da sciatori di tutto il mondo che sono molto affollate anche oggi. Adulti e bambini in tute coloratissime si divertono su tutti i tipi di discese, dalle più semplici alla terribile nera che sembra una parete da scalare tanto è ripida, mentre gli snowbordisti più giovani si lanciano dai trampolini di salto con un coraggio da leoni. Ci sono tanti adulti e ragazzi, ma anche molti bambini piccoli in una pista-scuola, dove un maestro fa la sua lezione con la musica mentre i genitori scattano foto. E poi ci sono quelli come noi, che passeggiano e si guardano intorno incantati e hanno la sensazione di non riuscire a far stare tutto quell’orizzonte immenso e bellissimo negli occhi, altro che di un fish-eye avrebbero bisogno, e si accontentano di respirare, e registrare tutta quella meraviglia nella memoria del cuore.

Saliamo ancora più su con la funivia, fino ai 2300 metri della stazione Hafelekar, e se possibile qui lo spettacolo è anche più fantastico. Le montagne sono ancora più vicine, allineate a difendere l’orizzonte da millenni. Sopra solo cielo, sotto un tappeto di nuvole, intorno solo bianco e luce e silenzio. Si sente solamente lo scricchiolio soffice della neve sotto gli scarponi, gli sciatori più in basso scendono piste di panna montata, figurine colorate che vanno giù silenziosamente come in un monitor senza volume. Questo è quello che più amo della montagna, ormai lo so e lo riconosco, il silenzio, l’assenza di suoni altri dai suoi, l’aria libera e vuota di tutto tranne che di luce. Qui siamo sulla Terra più bella, lontani dal mondo di tutti i giorni e al di sopra della piccolezza umana, quelli di giù ora possono solo cercare di vederci attraverso la nebbia grigia che li avvolge.

Scaliamo faticosamente un promontorio camminando nella neve alta fino a una croce di legno, in vetta alla vetta, gli unici suoni che sento sono il mio respiro affannato e il ritmo sordo dei battiti del mio cuore che mi pulsa nelle orecchie. Restiamo un po’ lassù in silenzio, ad ammirare il panorama spettacolare che si stende davanti ai nostri occhi come su uno schermo immenso.

L’aria è cosi fine e limpida che sembra quasi non ci sia, è sole che scintilla su un tappeto di nuvole cosi perfetto che viene voglia di rotolarcisi sopra. Un aereo piccolo come un uccellino argentato ci passa davanti sull’orizzonte, e il cielo in cui vola è decisamente più in basso di noi. Le aquile penseranno che il mondo è un posto bellissimo.

Cominciamo a ridiscendere lentamente quando altri avventurosi si inerpicano fin quassù, tutti fiatone e sorrisi, pronti a reclamare il loro turno di godersi lo spettacolo delle vette scintillanti. Riprendiamo la Nordkette fino alla stazione Seegrube e poi, visto che purtroppo oggi il ristorante qui è chiuso, continuiamo a scendere fino alla Hungeburg, dove facciamo i combi-ticket (10,00€ a testa) per la tratta che va alla fermata Alpenzoo e che comprende l’ingresso alla struttura. Si tratta dello zoo più alto d’Europa, a oltre 750 metri sul livello del mare, nel quale sono ospitati principalmente animali della fauna alpina come camosci, stambecchi, aquile, lupi, linci e simili. Il cielo qui è abbastanza aperto, la temperatura accettabile, e dalla piantina comprendiamo che lo zoo non è immenso, quindi possiamo farcela a vedere tutto con calma prima di rimetterci in viaggio verso Salisburgo. Tra i primi animali che ammiriamo ci sono le Lontre, e rischio di passare davanti a loro la metà del tempo disponibile… Deliziose. Svelte, agili, sinuose, curiose, nuotano e giocano sotto i nostri occhi come piccole creature danzanti fatte di seta. Se c’è una cosa che invidio profondamente è la loro padronanza perfetta dell’elemento acquatico, una meraviglia.

Lì vicino c’è un piccolo punto di ristoro, così ci prendiamo 2 panini e ce li mangiamo all’aperto, mentre passeggiamo tra i recinti. Poco più su trovo i miei adorati Lupi, sono un intero branco, dorati, svegli, potenti, non sono esili come quelli liberi ma hanno belle strutture, e istinto allerta. E poi quegli occhi. Fuoco, lama, mirino. Specchi trasparenti di coraggio, dignità, libertà. Chi lo ama sa che non si deve mai guardare dritto dentro gli occhi di un lupo – o lui si accorgerà che nel nostro sguardo non c’è neppure il pallido riflesso della forza della sua luce, e farà di noi un sol boccone.

Chi pensa che l’uomo sia superiore a qualunque altra creatura, conosce troppo poco gli animali. Ai miei occhi questi sono particolarmente straordinari, e anche se li rispetto tanto da temerli, per un momento vorrei che questa rete non ci fosse, che stessero lì a un metro da me senza nessuna barriera, e fossero liberi di abitare l’intero bosco a loro piacere. Perché i lupi non sono animali, sono spiriti, e uno spirito non lo puoi chiudere dentro a niente, non c’è verso, basta guardarli muovere per capirlo. Saliamo ancora lungo i vialetti indicati sulla piantina e incontriamo creature più o meno rare, stambecchi con corna meravigliose, camosci tenerissimi che scendono lungo le rocce in equilibrio su minuscoli zoccoletti per venire a curiosare vicino alla rete, alci enormi e pigri sdraiati al sole, bisonti americani dall’aria annoiata immobili su un fazzoletto di terra fangoso.

Molte sono le voliere di grandi uccelli, fatte in modo che si possa entrare dentro senza rischiare di far scappare l’ospite, e che regalano l’emozione di trovarsi a tu per tu con condor e avvoltoi senza barriere che ci separino. Per trovare la lince invece ci mettiamo un po’, perché il suo recinto è molto grande ma soprattutto pieno di alberi, e lei ama nascondersi proprio tra i rami più alti di un abete enorme, e mi ci vuole tutta la potenza del mio zoom (grazie, stabilizzatore!) e Luca che mi fa da cavalletto per scovarla e ritrarla in maniera decente.

C’è anche tutta una sezione di animali da fattoria, mucche, pecore, maiali, capre, galline, tutti molto simpatici e apparentemente a loro agio in questo ambiente così insolito.

Uno degli animali che avrei amato tantissimo vedere è la marmotta, ma purtroppo questo è periodo di letargo invernale per loro, dunque niente da fare. Invece l’orso bruno c’è eccome, enorme e inquieto, cammina avanti e indietro lungo un sentiero innevato che costeggia il fossato, una precauzione in più per evitare qualunque possibilità, non si sa mai. Si sposta appoggiando le zampe sempre esattamente negli stessi punti lungo quei 10 metri, arriva in cima, gira e riparte daccapo, per un momento somiglia a un matto in gabbia che non farà mai niente di diverso da quello per sempre. Ma non è così. Ad un certo punto spezza quel gesto monotono e si ferma, annusa l’aria, guarda in alto, verso di noi, nuvolette di fiato bianco gli carezzano il muso. Chissà cosa ha sentito. Luca allunga un braccio e lo chiama per attirare la sua attenzione, gli parla sottovoce mentre io scatto foto, “ribellati, arrabbiati, fai un urlo…dai bello facci sentire, siamo dalla tua parte, se vuoi qui te li mangi tutti…”. Ma lui lo ignora, la sua pausa dura poco. Riabbassa la testa e riparte, ricominciando a posare i suoi passi pelosi lungo il solito solco di prima.

Restiamo un po’ lì a guardarlo, enorme e potente e annoiato, poi decidiamo di andare, fa freddo e noi non abbiamo la sua pelliccia, e comunque è ora di mettersi in viaggio. Torniamo alla funicolare, che qui in realtà è un treno veloce che risale la montagna passando anche attraverso un tunnel, e riprendiamo la nostra auto sistemata nel parcheggio da stamattina.

E’ tempo di lasciare Innsbruck, che ci è piaciuta molto sia nel suo lato cittadino che in quello più naturale, per dirigerci verso Salisburgo. Ci arriviamo in meno di un paio d’ore di autostrada liscia liscia, quando entriamo all’Hotel Hohenstauffen l’aria comincia già a scurire. Ci accoglie una signora gentile, la hall è molto carina e anche la stanza lo è nonostante non sia grandissima, abbiamo addirittura un letto a baldacchino rivestito di stoffa decorata a rose. Il bagno è perfettamente pulito e accessoriato, e anche su questo letto troviamo i due piumoni singoli ripiegati come avevamo a Innsbruck. Non abbiamo idea del perché qui mettano due coperte separate su un letto unico, ma tant’è, ogni luogo ha le sue abitudini… Sistemiamo le nostre cose e poi decidiamo di uscire per cercare un posto dove mangiare qualcosa prima che sia troppo tardi. C’è un ragazzo simpatico alla reception quando riconsegniamo la chiave prima di uscire, così gli chiediamo qualche indicazione per non camminare troppo e mangiare tranquilli, e lui ci indica il ristorante di un altro Hotel lì vicino, e ci regala perfino due bigliettini da visita da presentare a nome dell’Hotel Hohenstauffen che ci garantiranno due coppe di Brut omaggio per brindare al nostro arrivo in città. Il ristorante è davvero a cinque minuti di cammino e veniamo accolti con molta cordialità, in un ambiente poco affollato dove tutti hanno l’aria di conoscersi. Ceniamo con piatti tradizionali di zuppa e carne, molto buoni, e alla fine riceviamo davvero i nostri due calici di benvenuto come promesso. Non ci poteva essere un modo migliore di cominciare il nostro soggiorno qui. E domani finalmente vedremo se davvero questa città è bella come ce l’aspettiamo. Se solo nevica, sai che spettacolo.

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