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Mercoledì 20 agosto 2014: Kelmscott Manor – Oxford – Cambridge

16 febbraio, 2018 in Viaggi. Commenti: nessuno

Splende il sole stamani a Bourton, anche se l’aria è fresca. Visto che è l’ultima colazione che facciamo qui, ieri abbiamo ordinato a Bob uno special e lui ci porta un piatto con uova scrambled e ottimo salmone affumicato, insieme a tutto il solito ben di Dio: frutta fresca, cereali, yogurt, pane tostato con la marmellata, torta… un vero banchetto. Alla fine raccogliamo le nostre cose e salutiamo, è già ora di ripartire.

Questi giorni nelle Cotswolds sono volati, ma non sono troppo triste all’idea di spostarmi perché la prima tappa di oggi è un posto di quelli davvero speciali, che sogno di visitare da moltissimo tempo. Si tratta del magnifico Kelmscott Manor, a Lechlade, a poco più di una ventina di miglia di distanza da Bourton. Questa stupenda proprietà era nientemeno che la casa di campagna di William Morris, mitico fondatore del movimento Arts & Crafts, in cui l’artista scelse di vivere con la sua famiglia nel 1871 per allontanarsi dal già notevole caos metropolitano di Londra. Qui studiò e lavorò insieme alla moglie, alle figlie e agli amici Burne-Jones e Dante Gabriel Rossetti, cercando la sua ispirazione di disegnatore e poeta nella magnificenza della natura circostante. Non riesco a credere che entreremo davvero in casa sua.

Già arrivare nelle vicinanze del cottage è sufficiente per capire che aveva scelto un angolo di campagna davvero speciale. Il posto è incantevole, immerso nel verde, circondato di frutteti e fiori. La casa, che risale circa al 1600, è bellissima, rigorosamente in pietra locale, strutturata su tre piani con una stupenda facciata coperta di edera.

Il giardino non è molto grande ma è ben coltivato: rose, peonie e grandi fiori bianchi delicati ed eleganti, tanti alberi da frutto e, naturalmente, uno spettacolare melo carico di frutti rossi che sembra uscito direttamente da una delle classiche carte da parati di Morris.

Lungo il vialetto troviamo la siepe più originale che abbiamo visto fino ad ora, potata in modo da assomigliare a una grande balena verde con la coda sollevata che saluta i visitatori arrivati fin qui, adoranti come pellegrini giunti finalmente alla meta del loro cammino spirituale.

Facciamo il biglietto e, mentre aspettiamo l’orario d’ingresso, visitiamo brevemente lo shop dove, ad avere in tasca parecchi soldi e un biglietto aereo che comprende il trasporto di svariati bagagli da stiva, si possono acquistare manufatti molto particolari ispirati al lavoro di Morris. Devo fingere – con grande difficoltà – di non vedere almeno la metà delle cose esposte, per non cadere in tentazione, ma è una di quelle volte in cui questa ormai consueta operazione tattica mi risulta particolarmente difficile. Alla fine mi concedo un paio di sottobicchieri dipinti con il classico ‘Strawberry Thief’ e una mattonella di maiolica blu con un tralcio di fiori e una citazione poetica, da aggiungere alla collezione che decora la parete del nostro terrazzo. Ci starà perfettamente, già lo so.

Alla fine entriamo in casa (dove purtroppo è vietato fare foto), ed è come entrare in un mondo magico sul quale avevo sempre fantasticato ma che quasi non credevo potesse esistere davvero. Gli ambienti interni sono luminosi e spaziosi, e incredibilmente insoliti. Ovunque ci sono oggetti o tappezzerie disegnate da Morris in persona o da una delle sue figlie e poi realizzate a mano dalla moglie Jane o, in seguito, prodotte direttamente dalla ditta artigiana Morris&Co. Arazzi con scene in perfetto stile gotico, coperture di sedie e poltrone con meravigliose fiorature, pannelli ricamati con eteree dame medievali e boschi fatati, rivestimenti di caminetti in maioliche azzurre o ricoperte di disegni ispirati al mondo naturale. Siamo circondati da magnifici tessuti da parati dipinti a ramage e tralci con fiori e uccellini che creano atmosfere incantate, mobili scolpiti e scale in legno dal design così equilibrato e perfetto da essere vere opere d’arte in sé. Un universo lontano nel tempo rievocato con grandissima raffinatezza ed eleganza, e quel tocco personale d’artista che lo faceva vivo e nuovo per il XIX secolo.
Una delle stanze più belle è la camera da letto di Morris, con un grande letto a baldacchino in legno scolpito intorno alla cui sommità gira un pannello di tessuto alto circa 50cm sul quale è ricamata a caratteri gotici una poesia che lui aveva scritto proprio per questa stanza, che sua moglie Jane ricamò a mano personalmente per poterla poi sistemare qui. Sul letto c’è una coperta di seta ricamata con delicati tralci di fiori dai colori tenui, realizzata per lui da un disegno della figlia minore May, un altro elemento cardine di questa famiglia così piena di talento artistico.
Di fronte al letto ci sono alcuni gradini che portano a una grande stanza molto luminosa, che è quella che più di tutte desideravo vedere. Eccoci qua finalmente, proprio dentro al suo studio. C’è ancora il grande tavolo di legno sul quale lavorava, con sopra alcuni oggetti che usava al tempo in cui viveva qui, pennini, carta, una piccola tavolozza per i colori, e un intero piano di legno grezzo da poter utilizzare per mescolare direttamente le tinte e procedere a dipingere le sue incredibili creazioni. C’è anche un bel caminetto nella stanza, decorato con due grandi pavoni in ottone di provenienza orientale portati direttamente dalla casa di Londra, sulla cui superficie si notano ancora i forellini che venivano utilizzati per reggere i bastoncini di incenso da bruciare per profumare la stanza. Originali in una maniera che più esotica non si può.
Ma l’effetto maggiore lo regalano gli enormi arazzi che ricoprono buona parte delle pareti, ricamati sui toni del blu e del verde scuro, che raccontano scene della vita di Ercole. I colori sono un po’ alterati dalla carezza di quasi un secolo e mezzo di luce che ci si strofina contro quotidianamente, ma l’impatto visivo resta comunque molto forte.
Dunque, era qui che Morris lavorava. Qui, chino su questo grande tavolo grezzo, passava le ore a scrivere e a disegnare quelle trame fantastiche e delicatissime che neppure il tempo ha saputo più cancellare, in questo luogo raffinato e meraviglioso in cui doveva essere facile trovare ispirazione ed esprimere creatività e originalità. Da questa stanza, in cui passeggiamo muti e ammirati, partì una rivoluzione estetica e ideologica che non si sarebbe più fermata.
Anche il resto della casa è decorato in questo stile fantastico. La camera di Jane e i salottini destinati alle varie attività sono stati resi unici da oggetti e tessuti pieni di fascino legati alla professione di artigiani del bello di questa incredibile, talentuosa famiglia. Notevoli sono alcune sedie in legno con la spalliera scolpita, dalla linea così elegante da sembrare già Art Nouveau con diversi decenni di anticipo, e naturalmente le incredibili tappezzerie decorate a fiori e soggetti naturali, dai colori così vividi da sembrare appena tessute. E fantastica è anche la piccola scala in legno che porta al sottotetto, un raro esempio di rampa con i gradini divisi a metà e sfalsati, per cui per salire si appoggia un piede dopo l’altro ritrovandosi sempre a procedere su livelli differenti. Un design assolutamente moderno e primario al tempo stesso, bellissima. Fa immediatamente venire voglia di averne una in casa.
Tra i dipinti alle pareti, due spiccano su tutti gli altri: il famoso ritratto di Jane con indosso un abito di seta blu, eseguito da Rossetti, in cui lei appare come una meravigliosa creatura appartenente a un mondo magico, con i capelli scuri morbidamente ondulati, gli occhi languidi ed enigmatici e la bocca rossa e carnosa come una ciliegia matura. Morris diventerà geloso del modo estremamente sensuale in cui l’amico ritrae sempre sua moglie, e più di un pettegolezzo piccante sulla strana relazione tra questi tre artisti circolò sottovoce nei salotti vittoriani frequentati dalla buona società impegnata nel rito del tè pomeridiano…. Altri due disegni di Rossetti ritraggono le figlie dei Morris, May e Jenny, tramandandoci la loro incredibile somiglianza con la bellissima madre che posò per tutti i maggiori pittori della Confraternita dei Pre-Raffaelliti divenendone la vera musa ispiratrice.
In uno dei salotti scopriamo persino un gioiello inaspettato, un piccolo quadro appeso con nonchalance sopra al caminetto, così come se niente fosse, è che non sapevamo dove metterlo e lo abbiamo piazzato qui, ci sembrava un buon posto. Solo che non si tratta di un quadro qualsiasi, e non per la sua cornice dorata completamente fuori stile rispetto a tutto il resto, o per i soggetti raffigurati in maniera quasi naif: uomini e donne in abiti semplici, con attrezzi vari in mano, tutti al lavoro in un giardino dove piantano, seminano, puliscono, potano. L’atmosfera è tranquilla e dolce, quasi consolante, e la bellezza si spande nell’aria a ogni respiro. Gli abiti che questi personaggi indossano non sono ottocenteschi, e neppure medievali, e i tratti sono nientemeno che quelli inconfondibili di Bruegel il Giovane. Un universo incantato dentro un altro universo incantato, magicamente incastrati tra loro come scatole cinesi dentro le quali saltare trattenendo il respiro, per lasciarsi trascinare giù in una vertiginosa matriosca di emozioni.
Il giro si conclude, contrariamente al percorso consueto, nella parte più alta della casa, il sottotetto, un ambiente grande e arioso dove possenti travi di legno a vista delimitano in maniera spettacolare le altezze e i volumi di quest’ultimo piano, nel quale erano state ricavate le camerette delle due figlie. Piccoli letti di legno dipinto di verde, semplici arredi di uso quotidiano come librerie, cassapanche e specchi, mobiletti dal design lineare ed essenziale si armonizzano perfettamente ad un magnifico pavimento di assi grezze che richiama le travi portanti della struttura, creando un insieme così genuinamente bello da farci desiderare di non voler più andare via.
Alla fine usciamo passando attraverso una piccola porticina di forma irregolare, che fa tanto Alice nel Paese delle Meraviglie, e ci fermiamo nell’ultimo spazio da visitare dedicato alla storia delle tappezzerie e ai cataloghi dei disegni di tessuti e carte da parati ancora oggi prodotti dalla Morris&Co e disponibili alla vendita. Sono uno più bello dell’altro, ma certo danno veramente il meglio di sé quando vengono utilizzati per abbellire una casa già straordinariamente piena di fascino come questo Kelmscott Manor. L’uscita è attraverso una cupa scala interna (che ha tutta l’aria di essere un’aggiunta recente) che ci riporta fino all’ingresso iniziale. La visita è completata, dobbiamo proprio uscire e lasciare questo mondo magico dietro di noi. Un peccato. Anche se in realtà sento che un po’ di questa atmosfera incantata la porterò via con me, insieme al ricordo di questa visita che desideravo così tanto fare dopo aver letto pile di libri e biografie su questo luogo quasi mitologico. Questa è un’altra delle magie che i viaggi sanno fare. E che sa fare Luca, il mio dreamcatcher. Non lo ringrazierò mai abbastanza per avermi portata – anche – fino a qui.

Da Lechlade-on-Thames ci spostiamo a una mezz’ora di distanza per visitare un altro luogo assolutamente speciale: Oxford! Oh my God! Se non mi viene un attacco di cuore oggi… non mi viene più!

Lasciamo la macchina in un Parking sotterraneo dopo aver raggiunto il centro cittadino intasato di traffico e andiamo subito alla ricerca del primo College da visitare, il famosissimo Christ Church College, con la sua torre a cupola che svetta sulla città ed è ormai diventata il simbolo di questa istituzione culturale di fama internazionale. Ho già il cuore che corre a mille.

Facciamo il biglietto da una signora molto gentile e cominciamo il giro seguendo una specie di mappa stilizzata fornitaci insieme ai ticket, che è assai semplice da leggere. E ci ritroviamo subito nel famosissimo cortile quadrato, racchiuso in un giro di edifici eleganti di grande fascino. Siamo circondati dalla storia, e da un’atmosfera così tipicamente Old British da sentirci di colpo catapultati in uno spazio ritagliato fuori dal tempo, in un luogo fisso come una roccia e immutabile nel passare dei secoli. Un’emozione molto forte.

In effetti questo College esiste, sotto vari nomi, fin dalla fine del 1300, e ha preso il suo nome e la sua forma definitivi nel 1546 per volere di Enrico VIII. Il Re stesso innalzò la Cappella del Christ Church College a Cattedrale di Oxford, creando di fatto la più piccola cattedrale d’Inghilterra.

Magari è piccola, ma è davvero molto bella. La visitiamo con una guida locale, un volontario che ogni giorno accompagna i visitatori gratuitamente solo per il piacere di fornire un servizio ad un luogo a lui caro e rendere il giro più proficuo per chi arriva fino qui assetato di scoperte. E’ un signore simpatico e preparato che ci rivela molti dettagli sulla storia e l’architettura del luogo, ma anche molti aneddoti sulle tradizioni e sui personaggi che hanno studiato e lavorato qui nei vari secoli della sua esistenza.

Una storia in particolare è curiosa, e assolutamente affascinante. Su una parete di una navata laterale, in mezzo alle elegantissime vetrate istoriate create apposta per questa chiesa dai preraffaelliti, c’è un bel busto in marmo del giovane Leopold, uno dei figli della Regina Vittoria, anche lui studente del Christ Church College. Quando studiava qui cominciò a frequentare una giovane ragazza di nome Alice, che era la figlia minore del diacono del collegio, e i due si innamorarono perdutamente. Purtroppo però lui era un membro della famiglia reale mentre lei non era di estrazione nobile, quindi i due giovani non poterono sposarsi, e anzi Leopold fu allontanato dal collegio dietro vaghi pretesti di necessità politiche per interrompere questa relazione scomoda . Ma anche se furono tristemente separati da ragioni superiori, l’amore dei due giovani non fu mai cancellato. Quando Leopold, in seguito, si sposò ed ebbe una figlia la chiamò Alice, e quando lei si sposò ed ebbe un figlio lo chiamò Leopold. Sarebbe solo un curioso aneddoto amoroso come tanti, se non fosse che lei altri non era che Alice Liddell, la ragazza che, da bambina, aveva ispirato a Lewis Carroll (nome de plume di Charles Dodgson, docente di matematica qui a Oxford) la straordinaria storia di Alice nel Paese delle Meraviglie. “I found myself in Wonderland…”

Facciamo anche un immancabile giro alla Hall, affollata di giovani visitatori non solo perché è un refettorio medievale bellissimo e perfettamente conservato presieduto da un imponente ritratto di Enrico VIII, ma anche perché è l’originale che ha ispirato il refettorio scolastico inglese più famoso al mondo, quello di Hogwarts. Nei film della saga di ‘Harry Potter’ infatti, le scene in cui gli studenti dell’Accademia di Magia sono tutti riuniti per cena sono state girate in gran parte proprio qui. È’ più piccolo di quanto pensassi, ma ha un fascino straordinario: i vetri colorati delle bifore lasciano filtrare la luce morbida del pomeriggio inoltrato, una bellissima boiserie in legno di quercia gira tutto intorno al salone rivestendo le pareti, come a conferire solidità e perpetuità al luogo stesso, e una serie di ritratti di Decani e Presidi che hanno fatto la storia di questa istituzione scrutano dall’alto della loro posizione privilegiata i Dottori e gli Scienziati di domani.

I lunghissimi tavoli di legno scuro sono già pronti per la cena, apparecchiati con semplici stoviglie di vetro e porcellana bianca, illuminati da discrete abat-jour con lampade gemelle che rendono l’ambiente confortevole e calmo, una sorta di nicchia a sé stante ritagliata fuori dal resto del mondo. Qui si respira solidità, ci si nutre di cibo, cultura e tradizione. Si ha l’impressione che frequentare un posto così nei propri anni di formazione porti a credere di poter arrivare a fare qualunque cosa, realizzare qualunque potenzialità.

A poterci guardare, secondo me, si scoprirebbe che il destino di immortalità di questo Paese millenario è inciso direttamente nel DNA degli studenti passati di qui. Questo College ha dato all’Inghilterra 13 primi ministri, più di tutti gli altri collegi della città messi insieme (e sono quasi 40 in tutto….) e al mondo ben 9 premi Nobel, senza tralasciare artisti, scienziati e politici di grande fama che hanno contribuito a dare alla storia e al mondo la forma che hanno oggi. Essere studente in un posto come questo deve essere uno dei privilegi e delle soddisfazioni maggiori che possano capitare nella vita di un giovane essere umano.

Dal Christ Church passiamo nel cortile della vicina Bodleian Library, una delle maggiori biblioteche del mondo e la più grande di Oxford, con 188km di scaffali per oltre 7 milioni di volumi in archivio. Seconda solo alla British Library per quantità di opere possedute, custodisce tesori eccezionali che sono pietre miliari della storia dell’evoluzione della cultura umana: dai Codici Medievali ai Vangeli in copto, dalla Magna Charta alla Chanson de Roland, dai più antichi testi in Middle English miniati e dipinti a mano alla Bibbia di Gutenberg, dal Milione di marco Polo in antico francese a un rarissimo First Folio di Shakespeare, il tutto incastonato in un’architettura così raffinata e magnifica da lasciare senza fiato. Un paradiso di carta in terra.

Vicino c’è la Radcliffe Camera, che è parte della Bodleian, con la sua famosa struttura neoclassica a base rotonda e il tetto a cupola, un vero tempio della conoscenza.

Dopo il Christ Church visitiamo il secondo college più famoso della città, il Magdalen College, quello dove studiò anche Oscar Wilde e dove il suo talento per la poesia e la scrittura ricevettero i primi importanti riconoscimenti ufficiali – a dispetto del risentimento di molti insegnanti più strettamente tradizionalisti. Non è grande come il Christ Church, ma è bellissimo anche questo, forse anche più elegante, con palazzi in pietra color dell’oro, una torre merlata possente, un chiostro incantevole con un loggiato che affaccia direttamente su un prato verdissimo. Visitiamo la chiesa con belle finestre istoriate, che contiene un’importante copia del ‘700 dell’Ultima cena di Leonardo, un refettorio rivestito di legno di quercia, un parco dove, tra gli altri, venivano a passeggiare CS Lewis e Tolkien nelle ore libere dallo studio, e un prato dove pascola liberamente un branco di bellissimi daini.

Alla fine, stanchi e soddisfatti, ci fermiamo alla caffetteria a prendere un tè con due muffin enormi e buonissimi, e ci riposiamo seduti lungo un canale, lasciando sedimentare piano piano le tante emozioni di questa visita così intensa. Eppure, nonostante la grandezza simbolica di questo posto, qui le dimensioni sono relative, gli spazi vivibili, e l’atmosfera è austera senza essere intimidatoria. Un luogo ideale.

Dopo un ultimo giro per le antiche stradine acciottolate torniamo in centro e passeggiamo fino alla macchina, paghiamo un (salato) parcheggio e ripartiamo in direzione di Cambridge, verso est, dove abbiamo la stanza per la notte.

Impieghiamo circa 2 ore per arrivare, e la signora del B&B è un po’ meno carina delle precedenti, ma la stanza è pulita e comoda e la casa sembra bellissima. Usciamo a cercare qualcosa per cena, ma siamo in una zona un po’ isolata e gli unici due pub aperti ormai non danno più cibo (sono già le 20,30) così ci adattiamo alle circostanze e prendiamo una pizza a un Domino’s, e devo ammettere che tutto sommato è buona, sottile e con un buon condimento. Ma ad essere onesta, anche se fosse di cartone non me ne accorgerei stasera, la testa ancora completamente immersa in tutte le meraviglie in mezzo alle quali abbiamo camminato oggi.

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Martedì 19 agosto 2014: Painswick Rococò Garden – Bibury – Tetbury – Minster Lovell

30 gennaio, 2018 in Viaggi. Commenti: nessuno

Seconda colazione alla nostra casetta di Bourton, dopo una notte silenziosissima in cui il paesino fuori dalla finestra pareva letteralmente scomparso. Invece lo troviamo ancora lì quando usciamo dal parcheggio del B&B, tranquillo e ordinato come ieri sera.

La prima tappa di oggi è Painswick, un piccolo borgo di 2000 anime anche questo tutto in pietra delle Cotswold, tanto sobrio da essere quasi quasi austero, di grande atmosfera. Questo paesino, noto per le sue bellezze architettoniche e naturali come tutti quelli dei dintorni, è anche il luogo di nascita del famoso Mr Thomas Twining, che dai primi anni del 1700 fornisce il miglior tè delle 5 alle tazze di tutto il mondo. Quando si dice una tradizione.

L’edificio più rilevante qui è la chiesa di St. Mary in stile gotico perpendicolare, con la possente torre a base quadrata risalente al XIV secolo sormontata da un’altissima guglia aggiunta solo nel ‘600.

Il classico prato del cimitero che circonda la chiesa è abbellito da una notevole quantità di grossi alberi di tasso molto vecchi e scuri, le cui forme contorte contribuiscono ad alimentare un’inquietante leggenda locale. Pare che qui intorno ci siano esattamente 99 alberi di tasso, e che se si pianterà anche il numero 100 il Diavolo in persona arriverà a farlo seccare. In effetti sono già stati contati 103 alberi nel cimitero, ma nessuno si è ancora fatto vivo a protestare…

Tra le attrazioni più gettonate della zona c’è il Painswick Rococò Garden, un antico giardino ornamentale settecentesco che in passato era andato quasi in rovina, ma che di recente è stato recuperato e riportato al suo antico splendore. Facciamo il biglietto ed entriamo, e siamo di nuovo in un altro tempo. In uno spazio molto ampio sono sistemati viali d’erba e aiuole abbellite da una varietà di fiori e bordure colorate, insieme a una bellissima collezione di alberi da frutto, specialmente meli e peri, sistemati intorno a una zona riservata all’orto più artistico che ci sia capitato di vedere.

C’è uno stagno con le ninfee, una grande vasca di pietra con una panchina davanti a un piccolo giardino secondario, e un Anniversary Maze, un labirinto composto da due percorsi diversi che si intersecano, uno di siepi verde scuro e uno di siepi verde chiaro. Quelle chiare, viste dall’alto, formano il numero 250, e furono piantate alcuni anni fa in occasione dei festeggiamenti dei 250 anni dalla creazione di questo giardino.

Qui troviamo anche alcuni edifici dall’architettura alquanto stravagante ispirati allo stile neogotico, che contribuiscono a rendere questo luogo un ritaglio di spazio che arriva da oltre 2 secoli addietro. Entriamo in una casetta rossa molto piccola, con le finestre a bifora e i vetri dipinti, e poi in una struttura rosa e bianca con smerli e torrette costruita sopra una sorta di grotta, chiamata l’Aquila. Ma uno degli elementi per i quali questo giardino è famoso è l’esedra in legno e metallo che si eleva leggera e candida come un pizzo proprio in cima alla collinetta principale, davanti a una fontana rotonda, e che è ormai divenuta il simbolo più riconoscibile di questo luogo. Un po’ settecentesca e un po’ medievale, insolita e molto affascinante.

Tutto intorno al giardino c’è un gran bosco in cui è stato organizzato un percorso che passa attraverso alcuni punti di riferimento fissi, tra cui la casa dei colombi, la struttura in bambù creata in onore del giubileo della Regina e una piccola alcova di pietra in stile gotico completa di panchina, per riposarsi dalla camminata lungo i sentieri non sempre agevoli del bosco.

Ci sono parecchi visitatori oggi nonostante il clima incerto, e molti sono venuti insieme ai loro cani. Incontriamo cani dappertutto qui, nei pub, nelle vie, nei parchi, nei locali, tutti al guinzaglio e ben educati, e davanti a molti negozi ci sono piccole ciotole d’acqua pulita a disposizione degli “amici a 4 zampe”. Le razze più gettonate sono il cocker e una delle mie preferite, il levriero, sia quello piccolo italiano che quello standard. Animali fantastici, eleganti e di gran classe, anche loro con quel portamento altolocato e distante che li fa sembrare creature uscite da un dipinto di Boucher. Un posto particolare questo Rococò Garden, un po’ insolito forse, ma molto bello.

Da qui ci spostiamo in uno dei villaggi più famosi di quest’area, così caratteristico che perfino l’Imperatore Hirohito in persona volle soggiornarvi durante un suo viaggio nel Regno Unito, e che fu definito da William Morris il più bel villaggio d’Inghilterra: Bibury.

Qui si trova Arlington Row, nota per essere la strada più fotografata d’Inghilterra. E con buona ragione, direi. Se quello che avevamo visto finora dei tanto decantati villaggi tipici della campagna inglese aveva già pienamente soddisfatto le nostre aspettative, qui hanno proprio voluto esagerare. Una fila perfetta di cottage color miele col tetto a scivolo forma una curva delicata lungo la via, tanto dolce e morbida da sembrare un sorriso, con finestrelle e porte immerse nei fiori colorati e in una grazia assoluta. Da non credere ai propri occhi. Viene voglia di toccare le pietre delle case per essere sicuri che non sia solo un dipinto, o magari il frutto di un qualche trucco cinematografico ben riuscito. Invece no, sono proprio vere. Chissà che effetto fa essere in giro da qualche parte e a un certo punto dire “beh, si è fatto tardi, devo proprio andare a casa”. E venire qui. Entrare per una di queste piccole porte immerse tra i fiori, e chiudere tutto il resto fuori.

Un tempo queste case erano gli alloggi dei lavoratori della manifattura tessile locale, e infatti c’è ancora un mulino in disuso trasformato in abitazione in fondo al paese, vicino al corso del fiume Coln. Oggi vivono in quest’area meno di 800 anime – lucky them – famiglie che crescono qui da generazioni, probabilmente ormai rassegnate all’idea di sapere le foto delle loro case collezionate negli album digitali di perfetti sconosciuti provenienti da ogni angolo del mondo. Imperatori compresi.

D’altra parte, non si può pretendere di essere così incantevoli e poi reclamare il diritto alla privacy.

Lasciato – a malincuore – il mondo fatato di Bibury ci dirigiamo nella vicina Tetbury, un villaggio elegante pieno di fiori e di bellissimi negozi d’antiquariato frequentati dai migliori esperti del settore di tutto il Paese, dove facciamo anche una veloce pausa pranzo con sandwich e frutta fresca. Oltre che per i numerosi premi vinti come miglior ville fleurie d’Inghilterra, questo borgo è famoso anche per la tradizionale corsa col sacco di lana a spalle, che si svolge nella via principale ogni anno a fine maggio, e per la sua elegante chiesa gerogiana dedicata alla Vergine Maria e a Santa Maddalena, con l’inconfondibile torre quadrata sormontata da un’altissima guglia.

Qui si trova anche uno dei punti vendita di Highgrove, la catena di negozi creata dal Principe Carlo nella quale sono in vendita i prodotti artigianali frutto delle attività dell’azienda agricola che ha sede proprio nella tenuta dove lui risiede, e dalla quale i punti vendita prendono il nome. E’ un negozio molto raffinato che offre bellissimi oggetti per la casa e il giardinaggio e cibi biologici molto interessanti, ma naturalmente tutti di fascia di prezzo piuttosto….regale. Approfittiamo di uno sconto speciale per regalarci alcuni pacchetti di dolciumi dall’aspetto molto goloso e due tovagliette da colazione di lino con su ricamati due uccellini colorati bellissimi, di cui mi sono innamorata a prima vista. Il resto sarà per un’altra volta.

Come ultima tappa del giorno sconfiniamo dalle Cotswold nel vicino Oxfordshire per visitare il delizioso villaggio di Minster Lovell, un minuscolo centro di neanche 1500 abitanti immerso nel verde di questa straordinaria campagna. Ancora pochi cottage di pietra sparsi lungo la via, riuniti in piccoli gruppi di case circondate di fiori, così tipici da sembrare usciti da una cartolina di cento anni fa.

Uno degli edifici più conosciuti del villaggio si trova su un angolo della via principale, è una vecchia locanda di pietra chiamata The Old Swan, con grandi finestre all’inglese di legno bianco e mura ricoperte di piante e fiori. Di fronte all’ingresso, un’insegna col nome della locanda è appesa a una bicicletta col cestino pieno di edere e gerani – il mezzo di trasporto ideale, qui – mentre su una sedia a sdraio verde è stampata la filosofia di vita che tutti sembrano aver ormai adottato da queste parti.

La chiesetta del villaggio, in fondo a una stradina da nulla che porta direttamente sul bordo estremo della campagna, è minuscola, e bellissima. La luce calda del pomeriggio entra a fiotti dalle vetrate colorate creando un’atmosfera incantevole. L’altare e la mini navata sono decorati da tralci di rose fresche che hanno impregnato l’ambiente di un profumo delicato. Sembra la scia sottile di una cerimonia appena conclusa, la cui traccia gioiosa resiste nell’aria come l’eco di una promessa.

È tutto così bello e perfetto da sembrare irreale: la chiesetta posata in mezzo al suo prato vellutato disseminato di vecchie lapidi di pietra, la campagna curatissima tutto intorno, colline violette e campi gialli di grano più in fondo, pecore sparse nei pascoli qua e là, e boschetti scuri di querce in lontananza, nuvole che ingrigiscono lentamente il cielo del tardo pomeriggio tagliando via pezzi di luce poco per volta. Questo è esattamente il setting idilliaco che siamo venuti a cercare fin quassù. E non ci stupiamo mai abbastanza di trovarcelo davvero.

Un pioggia sottile ha cominciato a cadere a tratti, la temperatura è calata e in serata scende fino a 12 gradi. Ceniamo ancora a Bourton, in un altro pub caratteristico, con zuppa di verdura calda per me e spezzatino di carne alla birra con verdure e tortino di sfoglia per Luca.

Rientriamo prima delle otto, e prepariamo tutto per la partenza di domattina. Purtroppo dovremo lasciare questo posto incantevole, ma sappiamo già che altre meraviglie ci aspettano non lontano da qui.

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Lunedì 18 agosto 2014: Chipping Campden – Bourton Falconry Show – Snowshill Manor – Tewkesbury Abbey

17 gennaio, 2018 in Viaggi. Commenti: nessuno

Finalmente questa giornata comincia col sole, anche se la temperatura notturna è stata piuttosto bassa per i nostri standard estivi e, visto che oggi il programma non è molto fitto, speriamo di poterne approfittare per stare un po’ fuori a goderci la campagna.
La colazione è buona e abbondante nella cucina tranquilla di Jan e Bob e alle 9,30 siamo già  in macchina diretti al vicino paese di Chipping Campden.
Si tratta di uno dei villaggi tipici di questa bellissima contea delle Cotswold, che sembra uscita pari pari da un libro di fiabe. I panorami che si stendono intorno a noi sono incredibili: dolci colline coltivate con precisione geometrica si alternano a grandi aree lasciate a pascolo, dove dozzine di placide pecore se ne stanno sparse a brucare l’erba verdissima. E dappertutto, alberi – fronzuti e maestosi, bellissimi.

Il villaggio è esattamente come dice la guida, piccolo, tranquillo e molto caratteristico. Le case sono costruite in una pietra locale color miele detta Cotswold Stone e hanno finestrelle decorate da piccoli animali in porcellana, terracotta o ferro, mini giardini fioriti e porte d’ingresso in legno con i battenti di ottone. Davanti ad alcune ci sono ancora le bottiglie del latte fresco appena consegnato.

Facciamo una passeggiata fino alla chiesa principale, molto bella nella sua semplicità , e visitiamo anche una piccola chiesetta cattolica dedicata a Santa Caterina. Ma l’edificio di maggior spicco è senza dubbio il Mercato Coperto, situato lungo la via principale, abbellito da grandi archi e risalente alla prima metà  del XVII secolo. L’interno è stato risistemato e oggi ospita il museo dell’Arts and Crafts, nato in quest’area, che comprende una zona di esposizione per le opere di artigiani locali che lavorano soprattutto lo smalto, il ferro e alcuni tipi di tessuti. Ci facciamo un giro naturalmente, e tra i molti bellissimi oggetti esposti scelgo un piccolo ricordo azzurro da riportare a casa con noi.

Poco fuori dall’ingresso del villaggio passiamo davanti ad alcune abitazioni assolutamente eccezionali, che sono certamente tra le case più belle che abbiamo mai visto. Uno è un cottage tradizionale in pietra gialla, ma disposto così bene nella sua architettura armoniosa e con un giardino così curato e strabordante di fiori da lasciare incantati.

Altri due sono cottage molto grandi, in pietra con i tipici thatched roof, i tetti coperti di fitti strati di paglia pressata, e hanno giardini tanto belli da sembrare fatati. Uno dei cottage è circondato da un’enorme siepe le cui piante sono state potate con un andamento curvo che la fa sembrare una soffice nuvola verde posatasi per caso ai bordi di questa bellissima casa. Incantevole.

Da Chipping Campden torniamo verso Bourton e, dato che avevamo notato un cartello che indicava uno show di falconeria nelle vicinanze, cambiamo di buon grado il nostro programma e andiamo a vedere di cosa si tratta. Alla falconeria non si resiste, ovvio. Si tratta del Cotswold Falconry Centre a Moreton in Marsh, a pochi minuti di distanza dall’uscita del paese di Chipping Campden, in mezzo a un parco enorme, e anche se si è un po’ rannuvolato l’atmosfera è comunque piacevole. Facciamo il biglietto ed entriamo, e visto che manca ancora qualche minuto all’inizio dello show, facciamo un giro del centro per spiare le varie specie di uccelli da preda sistemati nei loro spazi, alcuni in grandi voliere chiuse, altri all’aperto sul trespolo, con solo un tetto di rami a protezione e il classico laccetto di cuoio intorno alla zampa.

Giriamo per i sentieri ben tenuti per fare qualche foto e scoprire quali e quanti uccelli allevano qui, e incontriamo delle creature bellissime: falchi di più specie e dimensioni, grandi aquile europee e americane, gufi, civette, avvoltoi, sparvieri, tutti ben sistemati nei loro spazi e molto attenti ai visitatori che li ammirano da vicino.

All’ora dello show ci sediamo tutti su alcune panche di legno sistemate di fronte a una grande zona aperta e ascoltiamo i due addestratori che ci spiegano tutto sulle abitudini e le capacità  dei rapaci, mostrandoci come volano e come cacciano, cosa cercano e cosa invece evitano, e come, nonostante la famiglia comune, siano assolutamente diversi gli uni dagli altri nei loro comportamenti fondamentali. Non mi stancherei mai di veder volare i rapaci, sono creature straordinarie. Avevamo visto uno show del genere in Scozia ed ero rimasta così impressionata da conservare il ricordo di quelle emozioni vivido per mesi nella mente, anche dopo il nostro rientro a casa.

Dopo averci presentato le caratteristiche fisiche e i comportamenti di volo del gufino George, e poi di una civetta, di uno splendido falco pellegrino e di tre diversi avvoltoi, è finalmente il turno della protagonista più attesa, l’aquila grigia. Si tratta di una grossa femmina di nome Lulu, maestosa e possente, e il suo volo è davvero uno spettacolo incredibile. All’inizio in realtà sembra non volerne sapere, viene messa sul trespolo in cima a un palco da dove dovrebbe librarsi ma lei resta là ferma e non si decide, piccosa e sdegnata. Ci spiegano che molto probabilmente non vuole volare perché non c’è un alito di vento e lei non ha intenzione di sprecare energie preziose senza motivo, quindi se ne sta li sul suo trespolo e aspetta, immobile, a fissare il bosco intorno con i suoi occhi acutissimi. E’ libera di andare, ma non si muove. Sa benissimo cosa vuole, e sa quando è il momento di andarselo a prendere. Perché come dice l’addestratore, noi ci creiamo tante belle storie immaginarie sugli uccelli e la libertà , gli spazi immensi del cielo a loro disposizione, la capacità  di librarsi ad altezze incredibili in pochi istanti… ma la verità  vera è che volare è un lavoro duro. It’s hard work. Anche per questi volatori eccezionali. Soprattuto per quelli di notevoli dimensioni come Lulu, che devono sollevare e mantenere in volo un corpo grande e pesante. Ecco perché hanno imparato a non sprecare energie in modo sciocco o inutile. Se non è proprio necessario, o conveniente, non vanno.

Ma alla fine, nel momento in cui si alza un po’ di vento nella giusta direzione, Lulu d’un tratto si muove e finalmente si decide, arruffa un po’ le ali, si china in avanti e spicca il volo, e un attimo dopo è già  lontana, lassù in alto, con le grandi ali spalancate in un volo circolare sopra un campo erboso, sollevata da una corrente propizia. A guardarla si capisce esattamente il significato dell’espressione “padrona dei cieli”. Bellissima, elegante, veloce, potente, padrona di ogni dettaglio che osserva dalla sua posizione elevata. E anche quando torna dall’addestratore, con la sua cordicella intorno alla zampa, continua a guardare tutti con i suoi occhi acuti come la più libera delle creature.

Subito dopo la fine dello show comincia a piovere, e nel tempo che arriviamo alla macchina viene già il diluvio! Piove forte mentre andiamo verso la nostra prossima tappa, a meno di venti minuti di distanza, e fuori ci sono 14 gradi. E’ l’estate britannica.
Naturalmente, quando arriviamo a Snowshills Manor ha già smesso, anche se l’aria è fresca e rimpiango di non avere una giacca più pesante. Questa tenuta è gestita dal National Trust (ingresso gratis grazie al FAI), ed è un luogo davvero particolare. Il proprietario, Charles Wade, era un viaggiatore e imprenditore della prima metà  del novecento che, in molti anni di viaggi, ha messo insieme una collezione di oggetti ricchissima e disparata raccolta in molti paesi del mondo. Era così legato alla sua collezione che acquistò questa magnifica dimora, la fece restaurare per bene, creò un giardino tutto intorno, e la usò per sistemarci la sua raccolta di pezzi rari.

Oggi sono esposti qui oltre 22000 oggetti di svariati generi, da quadri a costumi, da attrezzi da agricoltura a strumenti per tessere e cucire, da giocattoli a armature, da maschere asiatiche a porcellane, da casse di legno e mobili intarsiati a biciclette e carrozzine, da strumenti musicali di ogni epoca a sculture in osso, avorio, legno, bronzo o marmo.

C’è veramente di tutto, in quantità  sorprendenti, ma è soprattutto la qualità  di ognuno di questi oggetti che stupisce, perché il filo conduttore di questa eterogenea collezione è l’artigianato, il lavoro fatto a amano, l’unicità  di ogni singolo pezzo fatto al meglio dai più abili artigiani del tempo. Le stanze visitabili del cottage sono disposte su vari piani, in un’atmosfera insolita e molto curiosa, e il percorso tra pavimenti scricchiolanti e mix di oggetti strani è davvero affascinante. Non so, ma mi viene da pensare che solo un inglese avrebbe potuto concepire un luogo e una raccolta come questi.

E se è divertente e interessante per noi oggi passeggiare tra questo bric-a-brac di oggetti così disparati e immaginare da dove vengono, chi li ha fatti, come erano usati, che storie passate possano avere, certo deve essere stato ancora più esaltante per Wade girare per il mondo alla ricerca di tutte queste cose incedibili da raccogliere nella sua preziosa dimora inglese. Un vero avventuriero dell’altro secolo.

All’uscita dal giardino ci fermiamo alla caffetteria e la gola ci salva da un altro diluvio. Infatti, mentre prendiamo un tè con due scone al burro e marmellata, fuori si aprono le cateratte del cielo….

Ce la prendiamo comoda, giriamo anche lo shop e quando usciamo piove appena, e in pochi minuti esce il sole.

Visto che sono poco più delle cinque, decidiamo di aggiungere una tappa extra e arriviamo alla vicina abbazia di Tewkesbury, una delle chiese parrocchiali più grandi del paese. Facciamo giusto in tempo a dare un’occhiata agli interni, perché sta per chiudere, ma basta poco per vedere quanto anche questo edifico millenario sia prezioso e bello. L’architettura è quella del 1100 circa e la facciata ha il più grande arco normanno esistente in una chiesa inglese, davvero notevole. Il giardino esterno poi è un incanto, con l’erba perfettamente tagliata, i cespugli di fiori, i cipressi lungo i vialetti, le tombe di pietra del piccolo cimitero tutto intorno e le panchine per riposarsi. Qui vediamo anche uno degli alberi più grandi e maestosi che abbiamo visto finora, una creatura incredibilmente bella.

Da qui torniamo a Bourton, a fare un giro per il nostro paesino attraversato da un piccolo ruscello dove nuotano le anatre e nel quale si specchiano diversi salici piangenti. Le case e i negozi sono anche qui quelle tipiche di pietra, senza insegne luminose né cartelli pubblicitari che possano alterare l’atmosfera originale, con solo insegne di ferro battuto dipinte a mano e oggetti tipicamente inglesi nelle vetrine.


Ceniamo in un piccolo pub tradizionale vicino al ruscello, che si attraversa con uno dei ponticelli più bassi e romantici che abbiamo mai visto. Bistecca e verdura per Luca, pollo con cheddar cheese per me, quindi rientriamo al nostro b&b.

La signora Jan ci saluta tutta gentile così trovo il coraggio di chiederle una coperta in più per la notte perché stasera fa freddo, e lei mi da subito due plaid di pile morbidi e caldi. Ignoriamo completamente la tv sul cassettone e ci mettiamo a dormire, mentre un silenzio spesso e irreale avvolge lentamente il piccolo paese fuori dalla nostra finestra.

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Sabato 16 agosto 2014: Tintagel Castle – Glastonbury Abbey and Tor – Wells Cathedral

2 dicembre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

Dopo una notte tranquilla e un’abbondante full Cornish breakfast raccogliamo le nostre cose e ci muoviamo verso nord, direzione Tintagel, per la prima tappa di oggi.
Ci arriviamo in poco più di un’ora di viaggio lungo strade semi-deserte e immerse nel verde.

Nel momento in cui scendiamo dalla macchina comincia a piovere leggermente. Non ci voleva, perché il sito del Tintagel Castle si trova in cima a una rocca a strapiombo sul mare, e se piove o c’è vento le cose si fanno difficoltose. Alla biglietteria faccio vedere la nostra ricevuta di abbonamento all’English Heritage, la ragazza alla cassa è italiana e ci conferma che probabilmente le tessere ci arriveranno a casa presto, ma anche se non sono arrivate in tempo e’ tutto ok, abbiamo diritto all’ingresso Free. Il tempo di cominciare la salita su per la lunghissima scalinata di pietra che porta al castello e non solo smette di piovere, ma dalla coltre di nuvole esce il sole.

Il setting in cui ci troviamo è veramente straordinario, sulla costa occidentale della Cornovaglia, circondati da immensi promontori rocciosi tappezzati di erba verdissima ed erica violetta e con le rovine del castello medievale distese tutto intorno a noi.
Si racconta che questo era il vero castello in cui nel VI secolo nacque il mitico Artù, il cavaliere che fu educato dal potente Mago Merlino a diventare il più coraggioso e il più valoroso di tutti i Re inglesi – ammesso di credere alla leggenda. Non ci sono prove della sua reale esistenza storica, il suo nome si ritrova solo nelle pagine delle antiche cronache medievali sulla ‘Storia del Regno Britannico’ di Geoffrey of Monmouth e poi nella ‘Morte d’Arthur’ di Thomas Malory, che ne hanno narrato le gesta in opere letterarie di enorme successo popolare, ma ad oggi non sappiamo molto di più riguardo alla sua vera storia.
Non che a noi serva, è ovvio. Ci crediamo fermamente senza bisogno di prove e siamo venuti a rendergli omaggio fino a qui, nella sua terra leggendaria e magica, per camminare passo dopo passo sul sentiero del suo mito immortale.

E a quanto pare, il sentiero comincia con una salita. Più che una camminata è una vera arrampicata lungo la scala contorta che porta in cima all’isola di roccia, collegata alla terraferma da un lungo ponte di legno. Sulla sommità della collina si trovano ormai solo rovine di pietra di varie epoche, medievali quelle più in superficie e molto più antiche quelle che sono state scoperte nel sottosuolo e non ancora riportate alla luce.

Se quel che resta degli antichi edifici è così poco che è necessario un certo lavoro di fantasia per far scattare l’effetto meraviglia, lo scenario che ci circonda è invece spavaldamente spettacolare, da lasciare ammutoliti. Siamo così in alto e in un luogo così aperto e libero, che vediamo chiaramente la curvatura dell’orizzonte disegnarsi davanti a noi. Un panorama all’altezza dello sguardo di un Re.

Intorno a noi sembra che il mondo sia scomparso, lasciando solo chilometri di costa nera e verde, grotte profonde come gole dove riecheggia la voce cupa del mare, gabbiani che gridano nel vento profumato di salmastro, e Oceano a perdita d’occhio. Negli antri più oscuri di una di queste grotte pare vivesse proprio Merlino, il potente Mago maestro di Artù e ideatore della Tavola Rotonda, alla quale sedevano 12 cavalieri così perfetti e valorosi da essere gli unici degni di cimentarsi nella ricerca del Santo Graal, arrivato a Avalon dalla Terra Promessa.

Infinite leggende sono nate e sono circolate per secoli in tutta Europa su Artù e i suoi cavalieri, storie di conquiste e cadute, avventure e battaglie, eroi valorosi e gesta epiche, tante da creare un intero universo mitologico al quale quello storico non può più fare a meno di ispirarsi. Non importa se quello che stiamo facendo è un viaggio nel tempo o un salto nel libro, l’emozione non cambia, e il numero di persone che arrivano fin quassù da ogni parte del mondo, ogni giorno, tutti i giorni dell’anno, ne è la riprova. Una verità abbagliante come una magia.

Risaliamo anche lungo il costone opposto della piccola isola, dove ci sono tracce di un’antica costruzione difensiva con una hall principale, una chiesetta e alte mura perimetrali in parte precipitate in mare nel corso dei secoli, e anche da li la vista è assolutamente spettacolare.

Ci sono molti visitatori, ma il sito è grande e si può vedere tutto senza essere disturbati. Il sole va e viene tra le nuvole, ma si sta bene e il mare è un tappeto infinito, verde e lucido come uno smeraldo. Deve essere spettacolare, qui, durante le tempeste invernali.

Quando, alla fine, scendiamo dalla rocca, facciamo un breve giro nel paesino di Tintagel, che è veramente piccolo e tutto focalizzato sulla leggenda arturiana, con unico extra un antico Post Office di pietra gestito dal National Trust. Facciamo qualche spesa per negozietti, quindi riprendiamo la macchina e partiamo per una lunga tappa, la più lunga fatta fino ad ora, verso Glastonbury.

Ci arriviamo in due ore circa, grazie a una bella strada veloce e comoda che si chiama Atlantic Highway. A Glastonbury, una piccola cittadina che è considerata la culla della Cristianità inglese, vogliamo vedere un paio di cose in particolare, la Glastonbury Abbey e il Glastonbury Tor. L’Abbazia benedettina è gestita dalla Chiesa, quindi si paga un biglietto d’ingresso (7,00£ a testa), ma in questo caso possiamo dire che sono veramente soldi ben spesi. Sapevo che era bella, ma non me l’aspettavo così meravigliosa.

Purtroppo non resta molto della struttura originaria, ricostruita nel XIII secolo dopo un incendio che distrusse completamente gli edifici sassoni dell’VIII° secolo. Restano in piedi solo una parte della parete occidentale, una cappella laterale dedicata alla Madonna, la Lady Chapel, parte dell’ingresso e porzioni delle arcate del transetto, ma senza più volte ne’ coperture. È un’altra di quelle affascinanti abbazie con l’erba che ci cresce dentro, e qui è un perfetto prato all’inglese.

Eppure, quel poco che rimane è sufficiente a dare l’idea di quanto doveva essere meravigliosa quando era al massimo del suo splendore. L’architettura è magnifica, imponente ed elegante allo stesso tempo, sofisticata, con un sistema di archi intrecciati di rara bellezza. Poche volte ho avuto un’impressione così netta di armonia e grazia in un edificio di queste dimensioni e con colonne tanto imponenti. È un vero peccato che sia stata così pesantemente danneggiata nel tempo, poterla vedere completa doveva essere un’esperienza incredibile.

Intorno alla chiesa ci sono ancora tracce degli edifici monastici che si trovavano qui intorno, il refettorio, la cucina, le celle dei monaci, e poco lontano si può visitare una cucina medievale perfettamente ricostruita con tanto di accessori, stoviglie, forni ed esempi di portate che si consumavano al tempo.

Ma l’elemento che attira più turisti in questo luogo è ancora legato alle leggende arturiane. Si racconta che intorno al 1300 alcuni monaci che vivevano qui ebbero delle visioni riguardanti la sepoltura di Re Artù in quest’area e pare che, quando si decisero a scavare nei dintorni, trovarono due tombe preziose e ancora intatte: una fu identificata come quella di Artù e l’altra come quella della Regina Ginevra, i lunghi capelli biondi ancora visibili tra i veli laceri che avvolgevano i suoi resti. Sul prato non lontano dalla chiesa una targa segna il punto in cui avvenne questo miracoloso ritrovamento.

Una volta scavate le tombe, i monaci spostarono i due sovrani all’interno della chiesa e li seppellirono proprio davanti all’altare maggiore, dove sarebbero stati omaggiati da tutti nel modo più degno possibile. Ancora oggi una lapide segna la posizione di quest’antica sepoltura alla fine della navata centrale. Enrico VIII poi al suo tempo, da buon fondatore della Chiesa Anglicana e Difensore della Fede, fece distruggere tutto e uccidere l’ultimo abate che ancora viveva nell’Abbazia, e non si è mai saputo che fine abbiano fatto le sepolture dei due sovrani anglosassoni. Un altro mistero arturiano.

Nel cortile vicino all’uscita troviamo un’altra cosa che volevo tanto vedere qui: l’albero detto Holy Thorn, la Spina Santa. La leggenda dice che Giuseppe di Arimatea, dopo la morte di Gesù, tornò qui dove viveva da ragazzo e dove aveva delle proprietà terriere, portando con sé il messaggio cristiano e, forse, il Sacro Graal, che pare sia nascosto in fondo a un pozzo qui vicino. Giuseppe infilò il suo bastone nel terreno e da quel bastone miracolosamente nacque la pianta della Sacra Spina, che è coltivata solo in una ristretta area di questa zona del Somerset e che fiorisce solo due volte l’anno: a Natale e a Pasqua. Ogni anno per le Feste un ramoscello di questa pianta santa viene tagliato e inviato a Buckingham Palace, per ornare la tavola di Natale della Regina Elisabetta II. È un piccolo albero dalla chioma ampia, semplice, ben vegeto, sostenuto da pali in legno fissati ai lati. Bello come solo gli alberi sanno esserlo. Un paio d’anni fa ha perfino subito assurdi atti di vandalismo che hanno rischiato di distruggerlo completamente, invece eccolo qua, florido. E’ sistemato in un angolo riparato e tranquillo da dove si potrebbe godere una bella vista sulla facciata dell’abbazia, se questa ancora ci fosse. Sono contenta di averlo visto, e toccato.

Dall’Abbazia facciamo un salto fino al vicino Glastonbury Tor, una torre massiccia a base quadrata che sorge su una collina vicina, visibile anche dalla strada. Non saliamo su in cima perché è tardi e sta per chiudere, ma anche perché, dopo l’arrampicata al Tintagel Castle, non ce la potrei fare a salire anche questa infinita scalinata da 45 minuti. Lo vediamo dal basso il famoso Tor, che secondo alcuni è proprio Avalon, il luogo letterario mitico in cui fu portato a riposare il corpo addormentato di Artù in attesa del suo risveglio, il giorno in cui l’Inghilterra avrà nuovamente bisogno del suo Re migliore e della sua spada Excalibur.

Da Glastonbury raggiungiamo la vicina cittadina di Wells, dove visitiamo la famosa Wells Cathedral. La sua fama è grande nel Paese, e assolutamente meritata. La sua bellezza è pari alla sua imponenza e lascia incantati, con una facciata tra le più ricche e preziose che ci sia capitato di vedere finora in un magnifico stile gotico fiorito. Il colore giallo della pietra contribuisce a renderla unica, ma certo le torri laterali, la raffinatezza delle centinaia di sculture e le sue incredibili decorazioni la fanno classificare tra le migliori di tutta l’Inghilterra.

L’ingresso è gratuito, si può lasciare un’offerta a piacere, e l’interno è magnifico quanto l’esterno. La navata, fiancheggiata da pilastri fitti come filari di alberi, è enorme e spettacolare, lunga oltre 125 metri fino oltre il coro, e larga 45 nel transetto, con un spazio molto luminoso.

Ci sono immense finestre dalle vetrate istoriate (alcune ancora originali), cappelle laterali scolpite e un organo notevole, ma la cosa più impressionante è la croce del transetto, sostenuta da un sistema di archi speciali chiamati scissor arches. Si tratta di una serie di archi rovesciati appoggiati sui classici archi acuti, che crea un effetto visivo simile a delle enormi forbici aperte, un’incredibile geometria che regala all’immensa struttura grande armonia e leggerezza, oltre a essere una soluzione architettonica ideale. Le colonne del transetto infatti, dal tempo della prima costruzione del XII secolo, cominciarono a sprofondare nel XIV secolo dopo l’aggiunta della torre centrale sopra al coro, il cui enorme peso stava divenendo insostenibile per l’insieme della struttura. Per questo l’architetto dell’epoca pensò di mettere in atto questa soluzione tecnica straordinaria, che riuscì ad ottenere un doppio risultato: stabilità e grande bellezza.

C’è anche qui un antico orologio con un quadrante solare e lunare e un meccanismo vecchio di secoli, e, diversamente dalle chiese già visitate, qui troviamo anche un Crocifisso, anche se non è sull’altare e non è antico come il resto delle sculture. Il coro non è visitabile perché i cantori stanno facendo le prove, ma possiamo vedere abbastanza dell’interno attraverso la porta d’accesso, mentre ci godiamo le loro voci. Quando usciamo restiamo ancora colpiti dall’imponenza e dalla bellezza di questa cattedrale, che ci ha colti quasi di sorpresa alla fine di questa giornata già piena di meraviglie.

Anche il vicariato, poco fuori dal perimetro della cattedrale, è incantevole. Un posto di una pace assoluta, con piccolissimi giardini fioriti davanti a ogni casa e una stradina tutta di pietra.

Qui a Wells abbiamo prenotato quello che ci aspettiamo possa essere uno dei B&B più belli del tour, e la realtà non delude le aspettative. The Old Parsonage, a Farrington Gurney, e’ un’antica magione nobiliare del 1600 costruita in pietra e circondata da un giardino, con una grande facciata coperta di edera e un cortile privato dove parcheggiamo la nostra auto.

I proprietari ci accolgono con grande gentilezza e ci mostrano la stanza dove dormiremo, nell’ala sud della casa. La camera è molto bella, con carta da parati settecentesca e tende azzurre alle finestre, un grande letto in legno con un piumone candido, un caminetto (spento) e mobili antichi, quadri di pregio, statuine di porcellana Wedgwood e Royal Danimarca sparse in giro, bagno privato e un parquet scricchiolante coperto da una spessa moquette.

La signora ci fa sistemare e, visto che è ora di cena, ci consiglia alcuni locali dei dintorni e ci prenota un tavolo al The Old Station Inn, che ci è piaciuto sul dépliant. E’ un pub tipico inglese pieno di vecchi oggetti di ogni tipo appesi ovunque, con un bellissimo bancone e molti riferimenti agli anni 60. Deve il suo nome al fatto che una delle stanze del pub è stata ricavata da una vecchia carrozza ferroviaria in legno portata fin qui e trasformata in sala ristorante, con sedili al posto delle sedie, piccole abàs-jour vicino ai finestrini e un servizio davvero particolare.

Il cibo è ottimo, la birra anche, e nonostante sia un po’ affollato l’atmosfera è allegra e piacevole. E’ un peccato venire via, anche se non vediamo l’ora di goderci un po’ la nostra elegante camera azzurra prima del giro di domani.

Proprio magnifico, per il momento, questo angolo di Somerset.

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Venerdì 15 agosto 2014: Cornish Seal Sanctuary – St Michael’s Mount – Land’s End

19 novembre, 2017 in Viaggi. Commenti: nessuno

La notte scivola via silenziosa sopra al piccolo Paris Hotel, posato sul bordo estremo di questo mare spettacolare che stamani luccica immobile sotto un sole inaspettato. E’ Ferragosto anche quaggiù, dunque.

Facciamo colazione nella sala del ristorante, vuota e silenziosa dopo la confusione di ieri sera, quindi, un po’ a malincuore, raccogliamo le nostre cose e ripartiamo in direzione di Gweek, a solo un quarto d’ora di auto da qui, per una tappa che ci attira molto: il National Seal Sanctuary.

Si tratta di una clinica gestita da un’associazione nazionale del Regno Unito dedicata alla salvaguardia delle foche, che ha tre diverse sedi nel Paese una delle quali è qui in Cornovaglia. Professionisti e volontari si occupano di accogliere, curare, riabilitare e se possibile rimettere in libertà questi bellissimi animali che vivono in numerose colonie naturali lungo la costa. Qui è stato organizzato una specie di ospedale dove le foche restano solo qualche settimana prima di tornare a nuotare in mare aperto, ma dove possono trovare anche un alloggio definitivo se sono rimaste ferite in modo così grave da non poter più essere autosufficienti allo stato naturale. A volte gli animali arrivano qui da strutture meno specializzate o da qualche zoo o parco acquatico che se ne deve liberare, oppure vengono soccorse dai volontari in seguito a segnalazioni di persone che le trovano spiaggiate o ferite lungo la costa. In alcuni casi non possono essere rimesse in libertà semplicemente perché sono state abituate a vivere con il supporto degli esseri umani fin da piccole, e non saprebbero più cavarsela da sole in natura. Per noi che amiamo moltissimo gli animali, questa era una tappa imperdibile. Abbiamo già il biglietto acquistato online, quindi entriamo senza fare la fila e cominciamo subito a esplorare questa sorta di piccolo parco naturale, che offre scorci panoramici bellissimi sul fiume e sulle colline tutte intorno.

Nelle prime vasche, grandi e ben tenute, troviamo due foche comuni con ferite agli occhi, che nuotano placidamente a pancia all’aria scrutandoci incuriosite. Sono piccole ma affusolate e agilissime, si muovono nella vasca con l’eleganza fluida tipica di queste incantevoli creature marine.

Nella vasca della convalescenza ci sono 7 grossi esemplari di foca grigia misti tra maschi e femmine con problemi fisici di varia entità, che difficilmente potranno essere rilasciati in mare aperto. Una ragazza dello staff spiega ai visitatori la storia e i problemi specifici di ognuno di questi poveri animali, che in certi casi hanno trovato qui la salvezza da morte certa. Una delle femmine è completamente cieca a causa di un’infezione agli occhi che è stata curata per oltre un anno, ma che era già troppo grave quando l’animale è stato trovato e sottoposto alle prime terapie. Altre hanno una vista solo parziale o molto danneggiata, sempre a causa di infezioni batteriche o di attacchi di uccelli. Alcune hanno ferite gravi al muso e alla testa causate delle potenti onde dell’Oceano che durante le tempeste le hanno sbattute sugli scogli e una di loro ha subito persino danni cerebrali.

Sono esemplari già di una certa età, alcuni di oltre 30 anni, arrivati qui in età adulta e curati in ogni modo possibile da questi esperti. Ci sono leoni marini, sempre divertenti e vivaci, tanto goffi e pesanti sulla terra quanto filanti e potenti in acqua, e in una vasca meno profonda c’è anche un cucciolo di foca grigia di poche settimane di età, nato qui in cattività, assolutamente adorabile. Sarà grande come un cane di taglia media, ma è molto più paffuto, e ha due occhietti rotondi vispi e curiosi che scrutano dappertutto. A differenza degli altri ospiti lui non ha ancora un nome, ma glielo daranno presto grazie a un sondaggio online fatto tra i visitatori del sito ufficiale del santuario.

Oltre alle foche è stato organizzato un settore riservato a un’intera colonia di pinguini di Humbolt, piccoli e buffi come solo i pinguini sanno essere, e c’è anche uno spazio riservato alle lontre seminascosto nel folto del bosco. Otters! Tra le mie preferite.

Qui incontriamo Starsky e Hutch, due fratelli che stanno sempre insieme, vivono qui da quasi dieci anni e sono fantastici. Restiamo a guardarli gironzolare tra le piante e il ruscello, mentre si rincorrono e giocano facendo rotolare dei sassolini tra le zampe per puro divertimento, e quando arrivano le ragazze con la loro razione quotidiana di cibo, abbiamo la prova di quanto questi piccoli animali siano intelligenti. Entrambi a turno prendono ogni pezzetto di pesce che ricevono dalle inservienti con delicatezza e vanno subito a sciacquarlo nell’acqua limpida del ruscello prima di mangiarlo – e lo fanno con ogni singolo pezzo! Sono davvero animali pulitissimi, a riprova della loro parentela stretta con i procioni. Faccio un bel po’ di foto incantata dalla grazie e dalla dolcezza di questi animali, potrei restare a guardarli per ore.

Nella parte alta del parco c’è una zona adibita a fattoria di campagna dove sono ospitati cavalli, capre, pecore e anche un gatto, per la gioia dei molti bambini presenti. C’è parecchia gente perché fa piuttosto caldo oggi e il posto è bellissimo per una gita o un picnic, che qui si può fare ovunque.

Ci dispiace lasciare questo posto e queste creature bellissime e docili, che fanno del loro meglio per sopravvivere in alle avversità che il destino le ha costrette ad affrontare. Per fortuna hanno trovato sul loro cammino questa questa clinica ben organizzata dove volontari entusiasti si occupano di dare loro una seconda chance. Sono contenta di essere venuta qui e spero che molti visitatori continuino a venire al Santuario e a sostenere, coi soldi del loro biglietto d’ingresso, il lavoro di queste persone così generose.

Dopo la visita al Cornish Seal Sanctuary ci dirigiamo verso sud, a Marazion, per una tappa che mi incuriosisce molto: St Michael’s Mount. L’omonimia con il più famoso Mont St Michel, in Normandia, non è affatto casuale, ed è uno dei motivi per cui siamo arrivati fin quaggiù. Parcheggiamo in una zona vicina alla spiaggia e dopo una breve passeggiata ci troviamo di fronte a un isolotto roccioso circondato dal mare e dominato da un edificio fortificato raggiungibile solo in due modi, a seconda dell’orario: un battello, oppure un lungo sentiero di pietre che si snoda sulla sabbia, ciclicamente sommerso dalla marea due volte al giorno. L’impatto visivo è notevole, e vagamente familiare.

La sagoma dell’isola sormontata dal castello arroccato ricorda davvero il più famoso Mont St. Michel, anche se qui le dimensioni sono ridotte, l’architettura è decisamente meno raffinata, e il fascino oggettivamente più debole. Niente guglie e vetrate istoriate, niente mura di cinta merlate, e un senso di irraggiungibile sacralità decisamente diluito, che smorza di parecchio il pathos che emana da quest’isola britannica gemella di quella francese.

L’isolotto qui è più piccolo, più vicino, più verde, il borgo basso con le sue casette dal tetto a scivolo sembra un paesino del presepe che ha sbagliato stagione, il porticciolo di pietra perfettamente organizzato annulla ogni pretesa di inespugnabilità di questa insolita micro isola. Ma anche se il paragone non regge, resta comunque un luogo interessante, che trova il suo fascino nel suo lato più reale e avventuroso piuttosto che nell’aura mistica e spirituale che si sprigiona dalle mura di pietra dell’abbazia benedettina di Francia.

Il ricordo della nostra visita alla Merveille è legato a uno dei Tour più belli che io e Luca abbiamo fatto insieme, e prima ancora di mettere piede sulla via ricurva che porta all’isolotto di fronte a noi decidiamo che questo posto già ci piace, non fosse altro per il regalo che ci fa di far rivivere in noi quelle memorie così preziose. Di fatto, furono gli stessi monaci benedettini dell’abbazia francese a decidere, nel medioevo, di costruire anche qui una chiesa e un refettorio dedicati a San Michele. In seguito fu aggiunta una fortezza difensiva che poi divenne un castello fortificato, trasformato nel XIX secolo in un palazzo con interni raffinati abitati già dalla metà del ‘600 dalla famiglia St Aubyn, nobili inglesi che nel tempo circondarono il castello di giardini esotici ricchi di piante rare e terrazze panoramiche con vista mozzafiato. Oggi il palazzo è un bene storico posto sotto la protezione del National Trust, che accoglie quotidianamente centinaia di visitatori da tutto il mondo. La nostra tessera di soci FAI ci da diritto all’ingresso gratuito al castello, ma ce lo dobbiamo comunque guadagnare con molta fatica! Il palazzo è sistemato proprio in vetta alla rocca, che dobbiamo scalare percorrendo una serie di ripidi sentieri sassosi e scalinate di pietra – quando arrivo in cima sono già sfinita.

Il castello è molto bello, anche se è ovvio che ha subito modifiche e aggiustamenti, ma la struttura è molto interessante e gli ambienti sono accoglienti e piacevoli, soprattutto la magnifica biblioteca con le pareti completamente rivestite di scafali colmi di volumi. Un cielo scuro di tempesta, il fuoco che scoppietta nel camino, una tazza di tè caldo, un libro aperto tra le mani, mentre la pioggia si rovescia a scrosci nel mare tutto intorno – non dovevano essere poi così brutti gli inverni, quaggiù. E col bel tempo, fuori a godersi i giardini in fiore e la vista incredibile che si gode dal punto più alto del castello, da lasciare senza parole. Chilometri di costa rocciosa ricoperta di verde, mare immenso e immobile, nuvole e vento, una meraviglia.

Anche ai giardini terrazzati, che prevedono un biglietto a parte, accediamo gratis grazie alla nostra tessera di soci FAI. Ci sono alberi spettacolari e una quantità incredibile di fiori e piante grasse lungo i terrazzamenti ai piedi del castello, alcuni dalle forme così particolari che non avevamo mai visto prima. Scoviamo angoli nascosti molto speciali, pietre che segnano luoghi magici legati ad antiche leggende di giganti, cavalieri e dame, come da classica tradizione inglese, e punti panoramici assolutamente incantevoli. Pare davvero di camminare in un territorio di fiaba.


Dopo la visita al castello ridiscendiamo i sentieri ripidi e le scale verso la spiaggia, dove per la prima volta sentiamo molti visitatori parlare italiano, e ripercorriamo la via di pietra sulla quale hanno lasciato le loro reali impronte persino la Regina Elisabetta II e il Principe Filippo nel 2013. Ci fermiamo in un Fish and Chips lungo la via del paese a prendere i nostri cartocci caldi di cibo, e li consumiamo standocene seduti su due grossi scogli della spiaggia che si stende proprio davanti a St Michael Mount, riscaldati da un tiepido sole pomeridiano che annuncia un tramonto infuocato. Non sarà esattamente la Merveille, ma e’ comunque una vista piacevole.

Dopo aver spazzolato il pesce fritto accompagnato da una quantità esagerata di patatine ripartiamo per l’ultima tappa di oggi, che è ancora più a sud, anzi, più a sud ovest di tutto: Land’s End. Oltre questo lembo di terra c’è solo Oceano, fino in America. Parcheggiamo e paghiamo i 3£ obbligatori, quindi entriamo in questa specie di centro turistico che è stato costruito in onore della particolarità geografica del luogo, dove per fortuna i negozi sono già tutti chiusi e il grosso della folla se n’è già andato. Oltre all’ultima locanda d’Inghilterra – o la prima, a seconda da quale parte si arriva – con la relativa ultima cassetta rossa attiva della Royal Mail, ci sono case, negozi (essenzialmente di souvenir), ristoranti, e soprattutto un Heritage Trail Point nel quale i visitatori possono trovare informazioni e mappe dettagliate dei molti sentieri che si snodano qui intorno, a disposizione di tutti coloro che hanno voglia di esplorare quest’area naturale ricca di flora che regala panorami straordinari. E naturalmente, il Signpost simbolo di questo estremo lembo di terra, vicino al quale tutti scattano l’irrinunciabile foto ricordo.

Gironzoliamo lungo il bordo della costa rocciosa ammirando una vista di una bellezza da levare il fiato. Speroni rocciosi, strapiombi vellutati d’erba, campi di erica rosa e violetta, e davanti a noi solo il mare. Oceano a perdita d’occhio, grigio e cupo, quasi immobile, e immenso, con i raggi del sole che lo illuminano a tratti, nascosi in parte dalle nuvole basse. Questo è il punto più a sud-ovest del territorio inglese – dove finisce l’Inghilterra. Oltre queste scogliere c’è solo acqua – e navi, balene, vento, e marinai coraggiosi. E dopo 3147 miglia, New York.

Siamo già stati in posti simili, in Irlanda, in Francia e in Portogallo, terre di frontiera dove la sola unità di misura applicabile è la curva dell’orizzonte, Finis Terrae misteriosi, ultimi brandelli di asciutto prima dell’infinita distesa dell’Oceano che si fa strada liquida verso un altro continente. È sempre una bella emozione sfiorare bordi come questo, e sono contenta di poter aggiungere Lands End alla nostra collezione.

Salutiamo l’Oceano ancora una volta e risaliamo in auto diretti verso nord, lungo la A30. In 45 minuti circa arriviamo nel piccolo centro di Camborne, che sarà solo una tappa intermedia del nostro trasferimento verso i luoghi di visita di domani. Abbiamo prenotato una stanza al Tyacks Hotel, che è più carino del previsto e dove ci danno una camera grande e comoda. Prendiamo qualcosa da mangiare al bar e andiamo a dormire, stanchi per la lunga giornata ma con la mente che già vola alle importanti tappe arturiane che ci attendono. Il trasferimento sarà più lungo del solito domattina, ma d’altra parte, eravamo quasi alla fine del mondo…

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