Venerdì 4 ottobre 2019: London

Dunque, dopo una notte passata con la testa tra le nuvole grazie alle mille emozioni di ieri sera, eccoci qua a cominciare il nostro giorno n°2. Il tempo è buono, fa più caldo del previsto e si vede persino il cielo, meglio di così non potrebbe andare. Fingers crossed.
Andiamo ancora da Speedy’s per la nostra full English, e anche oggi ci troviamo un misto di gente del posto in pausa-colazione e giovani fan (molti giapponesi) con le sciarpe di Harry Potter che, nell’attesa del cibo ordinato, usano i loro cellulari per fare foto alle… foto dei protagonisti di Sherlock appese alle pareti, scattate qui davanti al locale durante le riprese dei diversi episodi. Le facce sorridenti e gli occhi ammiccanti e quasi increduli, è sempre bello trovare qui tutti questi Sherlockians per i quali questa pseudo Baker Street è ormai un luogo mitico di London NW1 W1.

Dopo colazione prendiamo la Northern Line e andiamo verso nord – of course – fino al sobborgo di Hampstead, dove abbiamo un giro da fare. Non sono mai stata in questa zona, ma bastano pochi minuti di passeggiata per capire come mai è considerata una delle aree più esclusive ed eleganti della città. Villette intonacate con piccoli giardini perfettamente curati, strade ordinate e pulite, file di case di mattoni costeggiate da viali alberati, negozietti di artigianato e piccoli parchi con panchine, tutto sembra tranquillo e sereno come in un villaggio di campagna, lontano mille miglia (e non 15 minuti) dal centro caotico e vivacissimo di una delle più grandi capitali europee.

Mentre passeggiamo lungo le salite e le discese di questo paesino da fiaba notiamo che, su molte delle case che oltrepassiamo, è esposta la famosa Blue Plaque, a indicare che lì hanno vissuto personaggi importanti della storia (della letteratura, dell’arte, dell’economia, della musica…) della città. Questa zona infatti è la preferita di molti politici, artisti e star del cinema e dello sport, che in quest’area appartata e quasi paesana trovano rifugio dal clamore dei riflettori senza dover andare troppo lontano dal luogo in cui lavorano.
E’ proprio una di queste case che cerchiamo, e la troviamo dopo l’arrampicata in cima a una bella salita. E’ l’edificio con la Blue Plaque che testimonia che John Constable, il grande pittore paesaggista di fine settecento, viveva e lavorava qui. E’ una bella casa di mattoni col tetto piatto e grandi finestre a riquadri, chiusa da un cancellino di ferro nero e stretta in mezzo ad altre due case che, come lei, si sviluppano su tre piani. Si entra da una porta blu. Oggi è un’abitazione privata quindi non è visitabile, ma a noi già basta averla trovata.

Non lontano da qui, in fondo a un reticolo abbastanza intricato di stradine silenziose (thanks Googlemaps!) troviamo poi un’altra casa famosa di questa zona, che però è conosciuta al grande pubblico per un motivo diverso dalla Blue Plaque, e molto più originale: la Admiral’s House.
Questa enorme, insolita, bellissima casa bianca apparteneva appunto all’Ammiraglio Barton, che nel ‘700 venne a vivere qui i suoi anni di pensionato della Royal Navy, e fu anche dipinta da Constable in un suo quadro, ma in realtà è diventata famosa molto più tardi grazie al classico cinematografico Disney “Mary Poppins”. Da questo balconcino fatto a forma di prua di nave infatti, il cannone dello stravagante Ammiraglio Boom, vicino di casa dei Banks, sparava il suo esattissimo segnale orario su tutta la città, facendo immediatamente correre “tutti ai posti di manovra!” Perché come è ben noto, il mondo segue l’ora di Greenwich, ma Greenwich segue l’ora dell’Ammiraglio Boom..!

Chissà chi ci abita adesso, e se si affaccia mai da quel balconcino lassù quando cambia il vento, a scrutare il cielo in cerca di una tata volante in arrivo appesa a un buffo ombrello. Io lo farei di sicuro.

Da questo angolo così speciale, e particolarmente tranquillo, torniamo in direzione della fermata della Tube e raggiungiamo una casa nella quale possiamo finalmente entrare: Keats’ House. Bianca, elegante e con un bel giardino tutt’intorno, questa è la casa dove un giovane John Keats visse per un paio d’anni dopo la tragica morte dei genitori e di un fratello minore, malato di consunzione e che lui accudì fino alla fine con grande affetto e dedizione. Rimasto solo con una sorella più piccola (un altro fratello se ne andò in America e uno era morto molto piccolo) fu accolto qui dall’amico di famiglia Charles Brown, che lo trattò come un figlio per il resto della sua vita. Qui Keats scrisse molte delle sue opere poetiche più importanti, dopo aver lasciato gli studi di medicina (nei quali era comunque molto bravo) perché incapace di ignorare ulteriormente il richiamo della Poesia.

In queste stanze luminose e accoglienti il giovane poeta romantico compose il suo famoso Endymion e molte delle sue grandi odi classiche, e qui conobbe anche l’amore della sua vita, Fanny Browne, una ragazza che si era trasferita con la famiglia nella porzione di casa che il signor Brown dava in affitto per integrare le sue entrate mensili.

Visitiamo le stanze principali suddivise su 3 piani cominciando dalle cucine e dalla lavanderia, che si trovano nel seminterrato e che sono complete di mobili e accessori che si sarebbero potuti vedere lì ai tempi in cui il poeta abitava la casa.

Nello studio, arredato sobriamente con belle teche che contengono alcune prime edizioni di poesie, c’è anche il caminetto sul quale sta appeso il ritratto del poeta seduto su una sedia e appoggiato a un’altra, pensoso e concentrato. Le stesse due sedie del quadro sono ora al centro della stanza, e i visitatori si possono sedere nella sua medesima posa per farsi una foto ricordo.

Nel salottino a piano terra c’è una chaise longue foderata di verde sistemata davanti a una grande porta finestra, la stessa sulla quale il poeta malato stava disteso a riposare osservando attraverso i vetri Fanny che passeggiava in giardino. Su un piccolo cuscino appoggiato al bracciolo, in perfetto stile Alice in Wonderland, è scritto “seat here”. Non me lo faccio ripetere due volte.

In una planimetria incorniciata in un corridoio che va verso il salone ritroviamo anche le tracce della famosa parete che divideva la casa in due parti e separava la camera di John da quella di Fanny, la sua Bright Star, attraverso la quale i due innamorati comunicavano segretamente battendo piccoli colpi sul muro.

I due ragazzi si fidanzarono ufficialmente e in una teca è possibile vedere il piccolo anello con la pietra che il poeta donò alla giovane come pegno d’amore. E’ un oggetto un po’ malinconico a dire il vero, poiché entrambi sapevano benissimo che non si sarebbero mai potuti sposare davvero visto che Keats non era economicamente in grado di mantenere una famiglia con il suo lavoro di scrittore.

Una storia triste che finisce anche peggio, con la malattia di lui che dilaga costringendolo a letto dopo essersi inzuppato di pioggia durante un viaggio notturno in carrozza, il trasferimento a Roma pagato con una colletta dagli amici poeti e pittori nel tentativo di farlo vivere per un po’ in un clima più caldo, e la morte arrivata poco dopo, a soli 25 anni, nella casa romana di Trinità dei Monti. Siamo qui nella sua camera, di fronte al suo letto sormontato da un grande baldacchino in legno, l’ultima stanza dove ha vissuto prima di partire per non tornare mai più in questa casa, e non possiamo non provare un profondo senso di ingiustizia per il destino doloroso toccato a un artista dal talento cristallino, che trovava nella Bellezza il senso più vero e ultimo di ogni cosa.

Un’anima rara la sua, che ha attraversato il cielo della poesia romantica inglese come una stella luminosa la cui scia non si è mai più spenta. E se, come lui pensava, il suo nome fu scritto sull’acqua, quell’acqua scivolò poi attraverso i cuori di tutti i poeti venuti dopo di lui rendendoli nuovi e fertili, facendovi nascere parole e immagini che non sarebbero mai potute fiorire se non fossero esistiti prima i versi di questo ragazzo appassionato che metteva la Poesia e la Bellezza sopra ogni cosa.

Chiacchieriamo un po’ con il ragazzo dello shop prima di uscire, confermandogli che abbiamo già visitato anche la casa di Keats a Piazza di Spagna e la sua famosa tomba al cimitero acattolico a Piramide, e lo invitiamo ad andarle a vedere la prossima volta che verrà a Roma perché sono luoghi speciali che regalano grandi emozioni, proprio come questa bella casa.

Torniamo verso la Tube e scendiamo a Soho, per fare un salto in un altro posto che vorrei visitare. Ci arriviamo all’ora giusta, visto che è un ristorante ed è quasi l’una e mezzo. In effetti è una taperìa più che un vero ristorante, ma per noi sarà sempre “Angelo’s”.
Non ci siamo ancora mai stati, quindi entriamo. L’interno è un po’ diverso da come si vede nell’episodio di “A Study in Pink”: niente tovaglie a quadretti, piatti di pasta, vino o candele sui tavoli, e vicino alla vetrina c’è una specie di mensola con sgabelli invece che un tavolino apparecchiato, ma non importa, ci piace lo stesso essere qui. Mangiamo tapas molto buone (e molto meno economiche delle originali spagnole….) con jamon serrano, con gamberi e con formaggio fuso, e una tortilla di patate sofficissima e squisita, tutto presentato con inattesa eleganza per essere delle semplici tapas. Ma la cerveza è ottima, e un po’ di riposo ci rinfranca.

Da Soho prendiamo ancora la Tube (tutte le linee funzionano regolarmente al momento e sono piuttosto affollate) e andiamo nella City, dove ci lasciamo St Paul’s Cathedral alle spalle e andiamo diretti all’ospedale St Bart’s, nella zona di Smithfields. Questo è l’ospedale più antico del Regno Unito, fondato proprio qui nel 1123 dal monaco Rahere (che fu anche un frequentatore della corte di Henry I), un ospedale pubblico rimasto attivo in questo stesso luogo per oltre 900 anni, capace di sopravvivere persino al grande incendio del 1666 e ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Troviamo l’ingresso per i visitatori sotto l’arco di Henry VIII (così chiamato perché qui si trova ancora l’ultima statua presente in città del famoso Re, che fu un sostenitore di questa clinica pubblica) e raggiungiamo il piccolo museo dell’ospedale sul lato sinistro dell’ingresso, prima della piazza interna. E’ aperto fino alle 16, quindi siamo più che in tempo per la nostra visita.

Qui, in poche stanze gestite da volontari e con ingresso Free per tutti, sono raccolti oggetti e documenti che testimoniano la storia di questo luogo – strettamente intessuta con la storia stessa della città – e dei vari personaggi che lo hanno guidato e fatto crescere nei secoli.

Ci sono strumenti chirurgici antichi (e piuttosto impressionanti…), attrezzature mediche vecchie di oltre 100 o 200 anni e grossi volumi misteriosi con spiegazioni di pratiche mediche ancora più misteriose.

Alcuni manichini un po’ inquietanti stanno lì a rappresentare pazienti avvolti da bende o suore e infermiere con indosso le divise del tempo, pronte a usare vecchi alambicchi e ampolle nelle quali si intravedono ancora liquidi e polveri sbiaditi che erano tutto ciò che i medici avevano a disposizione per provare a curare i malati che arrivavano qui per i motivi più disparati.

Molti sono i documenti ufficiali che attestano i riconoscimenti ottenuti dall’ospedale da parte dei vari Re o governi, ma ci sono anche teche con foto e articoli di giornale che testimoniano i momenti difficili che questa struttura ha dovuto fronteggiare nel corso della sua storia, che non sono stati pochi in 900 anni.

Oltre che per la Storia questo luogo è famoso anche per la Letteratura, poiché molti romanzi o storie ambientate a Londra fanno prima o poi riferimento al St Bart’s, le più famose delle quali sono proprio quelle di Conan Doyle. Nel Canone Holmesiano infatti il St Bart’s è l’Alma Mater del mitico Dr Watson, che ha studiato, lavorato e insegnato qui durante la sua carriera di medico (quando non era a curare i soldati in guerra nei territori delle colonie). E qui troviamo una bellissima targa donata dai Baker Street Irregulars (holmesiani americani) posta a ricordo di un evento fondamentale che avvenne proprio in uno dei Laboratori di Chimica del Bart’s nel 1881 (“A Study in Scarlet”, 1887): il primo incontro tra il Dr Watson e l’unico e solo Consultant Detective del mondo, Sherlock Holmes. In questo tempio della scienza fu pronunciata una delle più belle hook-up lines di tutti i tempi, che diede il via a una storia di avventure, misteri, amicizia e amore che non è mai finita, e che ancora oggi, come i suoi due fantastici protagonisti, è più viva che mai: “You have been in Afghanistan, I perceive”.

Certo, per gli sherlockiani del XXI secolo il St Bart’s è dolorosamente famoso anche per essere diventato il corrispondente moderno delle famigerate Cascate di Reichenbach, e anche se in questi giorni la grande facciata è parzialmente oscurata da altissime impalcature per lavori di restauro in corso, avvicinarmi a quel marciapiede mi causa ancora una certa inquietudine…

Dopo la visita a questa famosa istituzione cittadina riprendiamo la Central Line e poi la Piccadilly fino a Leicester Square, costantemente affollata di turisti a passeggio (molti gli italiani in questa zona, come al solito). Camminiamo lungo lo Strand fino al Pinter Theatre dove cambiamo i nostri voucher con i biglietti definitivi per lo spettacolo di stasera (I can’t wait!), poi proseguiamo fino alla National Portrait Gallery e oltrepassiamo la chiesa di St Martin’s in the Fields, dietro alla quale si trova una particolare scultura che vogliamo vedere, tanto per capire se è davvero brutta come sembra dalle foto. Lo è, purtroppo.

Si tratta dell’opera in bronzo di una scultrice inglese intitolata “A conversation with Oscar Wilde”, che ha l’insolita forma di un sarcofago basso e scuro con a un’estremità una testa riccioluta un po’ stilizzata che emerge da questa specie di bara in uno stile simil zombie, insieme a una mano che regge una sigaretta. Dovrebbe essere un ritratto di Oscar mentre fuma e conversa piacevolmente con i passanti, cosa che gli riusciva benissimo in effetti, ma che a me pare solo un’immagine lugubre, il cui effetto macabro non è per niente smorzato dalla bellissima citazione dell’autore irlandese incisa sul lato opposto della testa. Non vedo un briciolo di leggerezza o di grazia, tantomeno ironia o bellezza (elementi essenziali della poetica di Wilde) in questo sgraziato blocco di metallo. Un modo davvero poco azzeccato di ricordare uno dei più grandi esteti del XIX secolo. Mah.

Faccio un paio di foto tra il via vai della gente che, in maniera molto inglese, ignora bellamente l’opera sistemata in mezzo al marciapiede, quindi torniamo verso Trafalgar Square piena di turisti che affollano le scale, le fontane, i grandi leoni di bronzo e lo spiazzo di fronte alla National Gallery dove mimi, pittori e giocolieri si esibiscono ai piedi della colonna di Nelson. Tutto nella norma, insomma.

Qui, sull’angolo all’estremità sinistra lasciandosi la NG alle spalle, c’è un altro luogo un po’ speciale di Londra che non molti conoscono: la più piccola Stazione di Polizia di tutto il Regno Unito. Si trova all’interno di una colonna in pietra sormontata da un lampione, che la fa somigliare a una sorta di piccolo faro senza più il suo mare. Una porticina di ferro e vetro dava l’accesso a un singolo poliziotto all’interno di questa piccola stanzetta corredata di tavolino, telefono e luce elettrica.

La ragione del posizionamento strategico di questo particolare punto di osservazione non è difficile da comprendere: se Londra è la città in cui tutto accade, Trafalgar Square è il luogo in cui tutti si ritrovano per far sapere che sta accadendo. Manifestazioni di protesta, scioperi, cortei, concerti, feste di piazza, eventi trasmessi sui grandi schermi, tutto quello che coinvolge l’assembramento di un grande numero di persone in città avviene in questo luogo da oltre 150 anni, con i relativi rischi di scontri e gli inevitabili problemi di ordine pubblico che si creano in queste occasioni. Ecco perché un poliziotto stava sempre qui di guardia a spiare la piazza dai vetri, pronto a comunicare telefonicamente a NSY se c’era bisogno di inviare rinforzi e a segnalare ai poliziotti già in zona di intervenire con urgenza illuminando a intermittenza il lampione sistemato sul tetto della piccola stanza.

Questa specie di mini Tardis è ormai solo un ripostiglio da un bel po’ di tempo, sostituito dai moderni mezzi che la tecnologia mette a disposizione della Polizia, ma rimane il testimone di un’epoca passata della storia di questa grande metropoli, e un luogo curioso da visitare per chi vuole vedere un angolo insolito di Londra.

Da Trafalgar arriviamo fino al vicino Boots (Luca ha avuto un problema con gli occhiali da lettura), quindi facciamo un salto a fare un saluto allo Sherlock Holmes pub, sempre bellissimo e affollatissimo ma dove non abbiamo il tempo per cenare questa volta, quindi torniamo verso lo Strand per cercare un posto dove mangiare qualcosa prima dello show. Troviamo un pub molto carino (e vicino al teatro), uno di quei pub classici dove si guardano le partite di calcio e tutto è addobbato con bandiere, sciarpe, gagliardetti e pinte di birra che svolazzano a mezz’aria avanti e indietro come gabbiani sui moli. Mangiamo una delle migliori pie di carne mai gustate in città in un ambiente confortevole e molto carino, ma sono un po’ distratta durante la cena perché sento già l’emozione che sale per lo spettacolo che stiamo per vedere.

Alla fine usciamo e raggiungiamo di nuovo il teatro, dove già molta più gente di prima si sta avvicinando all’ingresso. Mi piace questo Pinter Theatre, sta diventando familiare negli ultimi tempi e ho già raccolto molti bei ricordi qui, sono sicura che stasera potrò ulteriormente arricchire questa speciale collezione personale.

E così è, senza alcun dubbio. L’One-man show di Ian McKellen è assolutamente meraviglioso! Quasi 3 ore di monologo su un grande palcoscenico decorato solo con dei tappeti, una lampada e una grande scatola di cartone colorato che contiene oggetti di scena legati ai vari momenti della sua leggendaria carriera. E poi lui, naturalmente. La sua voce, i suoi occhi, le sue mani, la sua risata e quell’energia straordinaria che emana a ogni sua battuta, a ogni monologo, a ogni ricordo del suo lungo passato che condivide intensamente con il pubblico.
Dagli inizi della sua carriera di attore dilettante a Cambridge fino all’arrivo alla National Theatre Company dell’Old Vic, raccomandato da una giovane Maggie Smith, dalle serate passate sul palcoscenico insieme a maestri del calibro di Lawrence Olivier e Vivien Leigh, John Gielgud, Judy Dench e Noel Coward alle produzioni shakespeariane di tragedie e commedie messe su dalla RSC a Stratford-Upon-Avon, dalle prime pantomime in costume, datate ma assolutamente comiche, alle enormi produzioni holliwoodiane della trilogia del Signore degli Anelli e dello Hobbit (il cui spettacolare Gandalf ha ricevuto una nomination all’Oscar), fino al fantastico Magneto degli X-Men della Marvel. Non mancano ricordi di episodi vissuti con colleghi e amici straordinari che non ci sono più (tra i quali l’applauso più lungo va al mai abbastanza rimpianto Alan Rickman), riferimenti alla sua vita familiare e alle sue vicende personali e amorose, alla classica reazione divertita quando qualche fan gli fa grandi complimenti per la sua perfetta interpretazione di Albus Silente in HP (Michael Gambon gli ha confermato che gli accade lo stesso per Gandalf… e in quei casi lui firma autografi direttamente come Ian McKellen!) e l’immancabile foto mostrata a tutti con orgoglio del suo amatissimo bestie Patrick Stewart. E’ incredibile, un continuo fuoco d’artificio di luci e colori che attraggono e incantano tutto il pubblico presente, come guardare dentro un caleidoscopio luminoso fatto a forma di voce. Per ogni interpretazione passata un oggetto esce dallo scatolone, un cappello, una spada, una parrucca, una sedia, un libro, una borsetta, una tazza da tè, e con esso una storia, un ricordo, un aneddoto, una battuta, un intero brano recitato davanti a un pubblico stregato, ora commosso fino alle lacrime, ora piegato in due sulle sedie dalle risate. Una sequenza di perle una più luminosa e perfetta dell’altra, unite insieme dal filo magico della memoria a formare quella collana bellissima che è stata la sua vita sul palcoscenico.
Ad un certo punto, a inizio del secondo atto, tira fuori dallo scatolone un cestino con dentro tutti i volumi dei Complete Works di Shakespeare, e lì lo show diventa davvero privilegio di esserci, con il pubblico che gli lancia titoli di tragedie e commedie come fossero palle da tennis e lui su ognuna risponde con un monologo ora drammatico ora buffo, ora ingenuo ora arguto, e poi seducente, regale, romantico, disperato, iracondo, saggio, dolente, in una serie incredibile di volées, smash, passanti e smorzate degne del miglior McEnroe. Roba da rimanere a bocca aperta. Praticamente conosce tutto Shakespeare a memoria e ha lavorato in quasi tutte le produzioni più importanti degli ultimi 50 anni (comprese quelle di Branagh…!), e nonostante questo ha ancora un desiderio da realizzare, fare una volta Il Mercante di Venezia, dove però non vorrebbe essere Shylock, ma invece: Antonio (oh Ian… sweet sweet man…).
Il tempo vola senza che ce ne accorgiamo, a stare ad ascoltare quest’uomo straordinario che ci fa ridere e piangere raccontandoci la storia della vera grande passione della sua vita, il Teatro, un amore che dura da 80 anni e che brilla ancora con la stessa intensità di quando ne aveva 20.
Quest’uomo è davvero un tesoro nazionale, è un Patrimonio dell’Umanità su due gambe, e lo dimostra anche dopo lo show, scomparendo dal palco (dopo un’ultima, adorabile sorpresa…) nella sala buia, senza stare troppo lì a farsi applaudire, e facendosi ritrovare subito dopo davanti alla porta d’ingresso del teatro con un bucket giallo in mano, a raccogliere di persona le offerte degli spettatori che stanno uscendo per sostenere una serie di charities a favore di teatri a rischio chiusura, attori anziani senza mezzi economici, diritto alla scolarizzazione di bambini poveri e persone costrette a vivere difficoltà varie.
E’ sudato e stanco, i capelli bianchi arruffati, la barba incolta e la giacca nera stropicciata sopra la maglietta blu pavone, ma sprizza vitalità e gentilezza da ogni sorriso e non si sottrae a nessun complimento fino all’ultimo, pur di riempire il suo secchiello il più possibile. Metto anch’io volentieri la nostra piccola offerta nel bucket giallo e, mentre lo ringrazio per lo spettacolo, resto incantata dall’ultima magia a cui mi capita di trovarmi di fronte stasera: gli occhi più azzurri del mondo.
‘The eyes are the window to your soul’. Il Bardo non sbaglia mai.

Torniamo a piedi verso Leicester Square con la mente ancora piena di emozioni e già vorrei rivedere tutto da capo per gustarmelo di nuovo ogni minuto, avere un altro biglietto per domani sera e poi uno per la sera dopo e per quella dopo ancora, e per tutte le sere in cui Sir Ian metterà in scena davanti al pubblico del Pinter Theatre questo suo magnifico incantesimo, sempre diverso e sempre bellissimo come lo è stato stasera.
Già invidio chi lo vedrà domani sera, perché non lo ha ancora visto, e perché lo vedrà.
Good night, sweet prince.
Grazie di questa serata indimenticabile.

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