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Lunedì 25 / martedì 26 agosto 2014: Stoke-on-Trent Wedgwood Museum – Chester Cathedral – Liverpool – Pisa

27 aprile, 2018 - in: Viaggi - Commenti: nessuno

Ci svegliamo in mezzo a una pioggia fitta che scende a diritto, il cielo è un enorme coperchio grigio sopra la terra. Temo che le probabilità di un cambiamento repentino saranno scarse, stavolta. Facciamo colazione al buffet del Best Western, che offre ottimo cibo sia dolce che salato, e poi torniamo nella nostra stanza, in fondo a un labirinto di corridoi, a preparare le nostre cose prima di partire per la prima tappa di oggi.

Riprendiamo la macchina e puntiamo in direzione Stoke-on-Trent, a me nota per due motivi soprattutto, uno dei quali è quello che ci interessa al momento: la sede della fabbrica e del museo delle ceramiche Wedgwood. Yes! Ci arriviamo in una quarantina di minuti e ancora piove, ma fine fine, le gocce sono così piccole e leggere che il vento le fa volare via, sembra che non riescano neppure a toccare terra. Il luogo è un po’ sperduto nella campagna, ma la Miss della Volvo ci aiuta a raggiungerlo senza alcuna difficoltà. Questa è la sede nuova del museo, sistemato in un edificio di foggia moderna, tutto cemento e vetro, linee curve, grandi spazi luminosi e piastrelle rosse nel piazzale antistante. Niente che ricordi a prima vista una fabbrica di porcellana vecchia di oltre due secoli. Unica eccezione a tanto sfoggio di modernità, una statua in bronzo del fondatore in abiti settecenteschi e parrucca a boccoli, che tiene orgogliosamente in mano il suo vaso più famoso. Però anche qui niente piedistalli o colonne vecchio stile, il signor Wedgwood ha i piedi posati direttamente per terra, su una piccola pedana alta pochi centimetri sistemata in fondo al grande piazzale di accesso. Mi piace.

Entriamo in fretta perché il clima non perdona oggi, e anche la signora alla cassa, quando le dico che veniamo dall’Italia, ci conferma che siamo stati accolti dal tipico maltempo inglese. Non che mi importi minimamente, ovvio. Nel momento in cui metto piede nel museo, tutto quello che c’è fuori sparisce completamente, e tornerà a esistere solo dopo che saremo usciti da questo luogo che sognavo di vedere da almeno due decenni. Non c’è molta gente ancora, e possiamo visitare le sale in tutta tranquillità. (Purtroppo è vietato fare foto all’interno del museo, quindi le foto seguenti sono prese da pubblicazioni ufficiali di Wedgwood online).

L’esposizione è curata molto bene, con grandi teche organizzate in maniera cronologica che contengono i pezzi più importanti della storia della fabbrica di ceramiche fondata da Josiah Wedgwood nella seconda metà del ‘700. Ci sono pannelli descrittivi, oggetti, ritratti, monitor touch-screen con filmati che approfondiscono procedimenti e lavorazioni, e moltissimi campioni originali degli esperimenti tecnici fatti da Josiah e dai suoi collaboratori per arrivare a ottenere proprio il materiale desiderato, l’esatta sfumatura di colore, la più precisa decorazione applicata a mano, o il giusto livello di lucidatura .

Da quanto si vede raccontato in queste teche, Josiah era una specie di Steve Jobs ante-litteram, perfezionista, entusiasta, uno avanti al suo tempo che sapeva esattamente dove voleva arrivare e come fare per arrivarci. Credeva assolutamente che ce l’avrebbe fatta, voleva portare le sue porcellane in tutti i palazzi più importanti d’Inghilterra e del mondo compresi quelli Reali, ed era certo che ci sarebbe riuscito. Sapeva quello che i suoi clienti desideravano ancora prima di loro e sapeva come indurli a scoprire cosa volevano, e a capire che lui poteva darglielo al più alto livello. Il suo lavoro doveva essere perfetto in sé e perfetto per i suoi clienti, e lo era. La sua fabbrica di porcellane, organizzata per la prima volta nella storia della manifattura in sezioni diversificate per produzione e studio del design, decollò alla grande e in pochi anni divenne un’istituzione a livello mondiale, esattamente come lui aveva previsto.

E la cosa più bella che si capisce dalle descrizioni e dagli estratti delle lettere e dei diari di Josiah è che lui si divertiva moltissimo a fare questo lavoro. Gli piaceva proprio, e ci si dedicava con una passione totale che andava ben al di là del successo economico ottenuto. Non si stancava mai di sperimentare e provare nuove tecniche, nuovi impasti, nuovi colori, con risultati che raggiunsero livelli di assoluta perfezione tecnica e stilistica.

Nonostante producessero moltissimi tipi di oggetti, dai serviti per la tavola a quelli per il tè, dai candelieri ai medaglioni, dai bassorilievi ai decori da arredo, la sua vera passione erano i vasi, quelli che preferiva in assoluto e sui quali lavorò più a lungo e con maggior attenzione, soprattutto dopo essere riuscito a ottenere l’impasto color avorio e poi il Jasper, la ceramica vetrosa liscia e satinata di colore unito, azzurro, verde o lilla, che faceva da base alle sue delicate applicazioni neoclassiche in gran voga tra i nobili del momento, superando in clienti persino le famose rivali di Sèvres e Meissen.

Utilizzò molto anche il basalto nero, di grande effetto ed eleganza, e proprio un vaso di basalto nero decorato con applicazioni bianche, copia esatta del famoso “vaso Portland” romano del I secolo d.C. esposto al British Museum, era considerato da Josiah il suo capolavoro tecnico.

Anche dopo la morte di Josiah la fabbrica è rimasta per generazioni alla famiglia Wedgwood, i cui discendenti hanno sempre continuato a occuparsene e a produrre ceramiche meravigliose per le casate più importanti del mondo, dagli imperatori austriaci e francesi agli zar della Russia, allargando la produzione a serviti da tutti i giorni e oggetti accessibili anche al grande pubblico di ammiratori globali di questo brand. Anche se in effetti, non proprio tutti i suoi discendenti si occuparono di porcellana. Dei sette figli di Josiah infatti, una era Susannah, che sposò Robert Darwin, e uno dei loro figli fu Charles Darwin, l’autore della teoria dell’evoluzionismo la cui casa è stata la prima tappa di questo nostro giro. Lui a sua volta sposò sua cugina di primo grado Emma Wedgwood, figlia di Josiah II (fratello di Susannah), facendo di Josiah I il nonno di entrambi i coniugi. Incredibili storie di altri tempi, che ci regalano una perfetta chiusura del cerchio di questo nostro tour inglese.

Ovviamente alla fine del museo c’è lo shop – Banksy docet – , dove si possono acquistare i pezzi pregiati (e assai costosi) di questa famosa manifattura, mentre vicino all’ingresso c’è anche un Outlet, dove si possono trovare pezzi di seconda scelta a prezzi decisamente più accessibili. Anche Morris (del B&B di Stratford), quando gli abbiamo detto che venivamo qua, ci ha raccontato che sua madre è appassionata di queste porcellane e ogni volta che viene a trovarlo dal Giappone passa dall’Outlet e torna con delle gran buste di roba. Beata lei! Facciamo un giro nel negozio, dove sono esposti bellissimi serviti moderni (compreso il nostro amatissimo Jasper Conran) ma anche più tradizionali, e dove persino le tazze più semplici hanno prezzi notevoli, quindi ci spostiamo nell’Outlet per vedere come dice Luca “…se lì ne hanno una sbeccata”. Non potremo riempire grandi buste di roba come la madre di Morris, ma non possiamo neppure venire via a mani vuote. Scegliamo un piccolo oggetto da riportare a casa con noi, una campanella color sabbia decorata con un cristallo di neve da appendere al nostro albero di Natale, che ci ricorderà sempre della nostra visita in questa incantevole fabbrica di sogni di porcellana.
All’uscita piove ancora, ma piano. Sgranocchiamo qualcosa e ripartiamo in direzione di Chester, a circa un’ora di distanza, dove parcheggiamo in un Park&Drive e prendiamo un bus per raggiungere il centro storico pedonale. La cittadina sembra molto carina, tutta di mattoni e graticci, circondata da un lungo perimetro di mura romane ancora intatto e belle vie con negozi dalle grandi vetrine disposte su due piani, ospitate in vecchi palazzi.

In questa incredibile cattedrale è conservato anche l’unico esemplare esistente in UK di ‘cobweb picture’, un piccolo dipinto completamente realizzato su una tela composta da strati e strati di sottilissima ragnatela di bruco. Era una tecnica di nicchia usata nel nord Italia e in Tirolo dai monaci del XVI secolo e ripresa poi fino al 1800, ma si tratta di opere rare relegate a un’area molto ristretta ed è molto difficile avere l’occasione di ammirarne una. Questa è una riproduzione della Madonna con Bambino di Cranach conservata a Innsbruck ed è sorprendentemente bella, così impalpabile da somigliare a un’immagine olografica. Mi pare di vederlo, il monaco pittore in toga e sandali, andare avanti e indietro per il bosco in cerca di ragnatele abbastanza grandi da poter essere usate come tele, raccoglierle con infinita delicatezza e riportarle nella sua cella come un’ape operosa, sovrapporle piano piano fino a raggiungere uno spessore sufficiente per posarci sopra la punta sottile di un pennello e colorarle della sua appassionata devozione. Nessuno come un monaco può avere un animo colmo di tanta ostinata dedizione, una fede incrollabile nell’impossibile, e l’eternità a disposizione per dare loro una forma degna di un dono per Dio.

La cattedrale è affiancata da un chiostro bellissimo, con i corridoi a colonne chiusi da vetrate istoriate che lo isolano dal giardino, il che, visto il clima di oggi, non è neanche una brutta idea. L’atmosfera è silenziosa e raccolta, muta, ma non ha niente a che vedere con la pace luminosa e libera dei chiostri benedettini: qui ci si muove in uno spazio della chiesa ritagliato via da tutto il resto, in un’architettura severa la cui struttura rigida pare star lì a indicarci col dito l’unico cammino spirituale possibile.

Una cattedrale davvero bella, questa rossa e un po’ triste di Chester.

Per tutto il tempo del nostro giro nella piccola cittadina continua a piovere, il che non facilita la nostra visita, e alla fine decidiamo di riprendere il bus e tornare al parcheggio, per ripartire in direzione Liverpool. L’Ibis Hotel di stasera è carino e centrale e la nostra stanza è a tema, con la parete di fondo colorata di rosso e dipinta con decine di grosse fragole sormontate dalla scritta FOREVER. Vorrei poterci restare subito, perché sono stanca e fuori fa freddo, ma dobbiamo andare a restituire la macchina all’aeroporto e non vogliamo fare tardi. In una ventina di minuti arriviamo, al John Lennon Airport di Liverpool, e troviamo l’ufficio Hertz con facilità. Lì salutiamo la nostra Volvo V40 e la sua utilissima Miss, che ci hanno accompagnati per molte centinaia di miglia, e mi dispiace davvero lasciarle. Sono state compagne di avventure fedeli e affidabili, mi ero ormai abituata alla voce della Miss che ci guidava dappertutto con esattezza, e so che mi mancherà.

Prendiamo due panini per cena e torniamo in centro con il bus, l’autista che ci fa il biglietto ci conferma che ci farà scendere alla fermata più vicina al nostro hotel, il che avviene dopo circa 25 minuti. Piove ancora e fa freddo, sono le otto passate ma la luce è ancora intensa. Saliamo in camera a mangiare e a sistemare le nostre cose, stanchi e piuttosto tristi. Domani pomeriggio torniamo a casa, il nostro giro è agli sgoccioli. Ma cerchiamo di riposare e non pensarci troppo già da adesso.

Anche l’ultima notte inglese scorre via tranquilla, nonostante siamo vicini al centro, e finalmente stamattina ha smesso di piovere. Facciamo colazione e poi usciamo nell’aria fresca, a vedere di dare un’occhiata anche a questa città nel poco tempo che abbiamo a disposizione prima di dover raggiungere l’aeroporto. Ci muoviamo a piedi lungo vie ben curate e tranquille, nella zona più vicina al mare, e oltrepassiamo diversi edifici in stile neoclassico tra cui un bel Teatro e la St George’s Hall con la sua grande scalinata, il colonnato e le entrate sui tre lati.

La nostra meta è la Cattedrale anglicana della città, la Cathedral Church of Christ, situata nella zona di St James Mount. La si può vedere già da lontano, e non solo perché sorge su una sorta di collinetta: questo è l’edificio religioso più grande di tutto il Regno Unito e una delle chiese più grandi del mondo. Massive! La struttura è poderosa, tutta in pietra rossiccia locale, si estende per una lunghezza totale di quasi 200 metri ed è sormontata da una torre centrale quadrata alta più di 100 metri, per un’altezza a livello della navata principale di circa 35 metri. Proporzioni colossali e spazi ampissimi, in cui è facile entrare e perdersi. Anche se questo non è un edificio antico come sembrerebbe essere, e le sue pietre non hanno visto passare che pochi decenni della più recente storia britannica. Nonostante lo stile gotico dell’architettura infatti, siamo di fronte a una delle cattedrali più giovani del Paese, la cui costruzione fu iniziata solo nel 1904 per essere terminata quasi un secolo dopo, alla fine degli anni ’70. Non Elisabetta I e Shakespeare per lei, piuttosto Elisabetta II e i Beatles.

Gli interni sono davvero grandiosi, con colonne di mattoni altissime che si uniscono in volte a croce minimali ed eleganti, mentre le immense finestre istoriate, insufficienti a rischiarare gli spazi enormi racchiusi da queste mura, sono coadiuvate nel loro compito di illuminare la via dei visitatori da grandi fari elettrici.

Tra i pezzi migliori conservati in questa chiesa ci sono diversi altari scolpiti, bellissime cappelle laterali su diversi livelli, un bel fonte antico e un enorme organo a canne che è – ça va sans dire – il più grande di tutta la Gran Bretagna, con oltre 10.000 canne funzionanti e una tastiera a 5 livelli, capace di creare abbastanza note da riempire perfino questo spazio immenso.

La zona di accesso alla navata principale è grande e vuota come una piazza di sera, e mentre siamo lì ci sorprende un rumore di sottofondo molto più adatto a un luogo del genere che non all’interno ombroso di una cattedrale – un tintinnio basso di porcellane e bicchieri, e cucchiaini che girano nelle tazzine. Eh? Ci scambiamo uno sguardo rapido, come per verificare che lo sentiamo entrambi, quindi ci voltiamo alla nostra sinistra, e subito scopriamo l’arcano. Un bar, dentro la nicchia di una cappella laterale. Proprio un bar regolamentare, con tanto di tavoli e sedie, lampade e menu, banconi di dolci e via vai di camerieri. The Mezzanine Café Bar. Il piano inferiore separato da noi da grandi vetrate trasparenti, il mezzanino con i tavoli che si affacciano direttamente sul transetto. Architettura moderna, ambiente luminoso, atmosfera rilassata, gente che va e viene. Restiamo un momento imbambolati dalla sorpresa. Questa poi. Non ce l’aspettavamo proprio. Gente che prende il tè o mangia un dolce, chiacchiera e si riposa nella cattedrale come fosse in una qualunque via cittadina. Cioè, non che sia una novità assoluta, abbiamo trovato altre chiese o conventi che avevano una caffetteria o un refettorio dove mangiare o prendere un cream tea, ma era sempre comunque a fianco dell’edificio principale o in un’area diversa, e certamente non dentro allo stesso luogo dedicato al culto. Credo sia la prima volta in assoluto che ci capita di vedere una cosa simile. Nutrimento per lo spirito e per il corpo, tutto in uno. Siamo stupiti, e un po’ confusi. Da una parte è bello vedere gente che si rilassa e si riunisce in questo luogo di incontro, ma dall’altra il mio istinto solleva dubbi e sopracciglia di fronte a questo spettacolo insolito che stride decisamente con la nostra idea di luogo di culto. Per essere una che nelle chiese entra solo per ammirarne l’architettura, resto comunque infastidita dagli onnipresenti Shop che ti propinano di tutto a sacro marchio, dai rosari alle cartoline ai fazzoletti per il naso. Venire addirittura a farci merenda dentro, mi lascia perplessa. Non so, ma se fossi credente, vorrei che la panca dove siedo per parlare con Dio e la sedia del mio bar restassero ben separate. Un tempo per ogni cosa…. eccetera. Insomma, se aprissero una caffetteria di lato alla Gioconda mi potrei anche seriamente infuriare, per dire. Comunque. Ognuno ha il suo genere di devozione. Magari quello anglicano è questo, non siamo certo qui a giudicare, e proprio noi poi. Ci limitiamo a prendere nota. Di certo, questa per noi resterà sempre ‘la cattedrale di Liverpool dai…. quella grande grande… dove c’era il bar dentro, e la gente che prendeva il caffè…. ti ricordi?’

Dopo aver visto il Bar, il modellino della Cattedrale fatto coi mattoncini Lego conservato in una cripta non ci stupisce quasi per niente. Anzi, è molto bello e molto ammirato dai visitatori. La ricostruzione è perfetta in ogni dettaglio, come al solito con i capolavori della Lego di questo genere, che non deludono mai. La somiglianza con l’edificio originale è straordinaria, hanno anche colorato le migliaia di mattoncini di un bel rosso intenso, perché somigliassero il più possibile a quelli veri. Archi, finestre, torri, tetti, c’è persino un cancello d’ingresso apribile, che fa subito venire voglia di mettersi lì a giocare. Che invidia, per chi crea queste meraviglie di professione…..

All’uscita da questa enorme chiesa attraversiamo a piedi un altro pezzo di questa città, che si sta rivelando più insolita di quanto ci aspettassimo, diretti verso il secondo edificio religioso più importante del luogo, la Cattedrale Metropolitana del Cristo Re.

Si tratta della maggior chiesa cattolica della città, è dedicata al Cristo Redentore e si trova in cima a una collinetta dalla quale si domina il profilo cittadino. La sua costruzione risale alla prima metà degli anni ’60 e il suo stile è decisamente moderno, nulla a che vedere con le cattedrali tradizionali viste fino ad ora. Dato il grande numero di abitanti di origine irlandese arrivati qui dopo la grande crisi economica che colpì l’isola verde a metà ottocento, la comunità cattolica è sempre stata molto nutrita in quest’area, e per questo ad un certo momento divenne evidente la necessità di costruire un luogo di culto cattolico che fosse grande abbastanza per accogliere tutti i fedeli durante le messe e le cerimonie principali.

Vari progetti furono presentati ed esaminati e alla fine fu scelto questo, sicuramente il più originale. La cattedrale ha un’insolita pianta rotonda e un tetto a tronco di cono che la fa somigliare un po’ a un tepee indiano, sormontato da un’enorme torre a forma di corona che simboleggia la corona di spine di Gesù. L’ingresso, in cima a una lunga rampa di scale che fa pensare a una simbolica ascensione, è segnato da una grande parete verticale scolpita con croci e simboli, che termina con 4 aperture nelle quali sono appese 4 campane, e che ha la funzione di torre campanaria. L’esterno, così geometrico tutto bianco e acciaio, ha un che di vagamente fantascientifico, tanto che da fuori sembra quasi una grossa astronave atterrata sulla collina che ha appena aperto il suo portello d’ingresso. Chissà chi sta per scendere…

L’interno è incredibilmente spazioso, adatto ad accogliere oltre 2000 persone sulle panche di legno sistemate in cerchi concentrici tutto intorno al punto focale della costruzione, l’altare centrale, posto proprio in mezzo al cerchio dei fedeli e sotto la perpendicolare diretta del baldacchino sovrastante, dal quale la luce scende passando attraverso centinaia di tasselli di vetro in una trinità di rossi, gialli e blu che caricano l’ambiente di atmosfera spirituale. Tutto intorno ai cerchi di panche girano una serie di cappelle secondarie dedicate a vari santi, la più importante delle quali si trova dietro l’altare ed è dedicata alla Vergine. Facciamo un giro – letteralmente – e restiamo affascinati da questa struttura moderna e primitiva allo stesso tempo, in cui l’originalità non intacca minimamente il senso di sacro che ci si aspetta di trovare in questo tipo di luoghi.

Quando usciamo è ora di pranzo inoltrata, quindi torniamo verso il centro per mangiare qualcosa prima di passare a prendere le valigie all’hotel e dirigerci verso l’aeroporto. Troviamo un ultimo pub di quelli che piacciono a me e che mi mancheranno moltissimo, tutto legno e cuoio e odore di birra nell’aria, e ci sistemiamo in un angolo tranquillo a studiare il nostro ultimo menu inglese e a gustarci l’ultima vera pinta.

Alla fine, siamo meno tristi di quanto temessi. Se dobbiamo fare un bilancio di questo tour così lungo e vario, possiamo senz’altro dire che è stato positivo, e anzi migliore di qualunque aspettativa avessimo al momento della partenza, ormai quasi 20 giorni fa. Abbiamo visto tante cose interessanti, visitato posti bellissimi, incontrato gente gentile e dormito in ogni tipo di sistemazione. Siamo stati a casa di scienziati, scrittori, artisti, politici e gente comune, e ognuna di queste case era bella a modo suo. Abbiamo viaggiato per borghi antichi e paesaggi verdissimi, immersi tra fiori e alberi, sole e pioggia scrosciante, e salutato decine di pecore, mucche, scoiattoli e qualunque altro animale si potesse vedere dal finestrino della nostra macchina. Siamo passati per musei e cattedrali, giardini e labirinti, castelli e scogliere, antichi college e vecchi pub, e ogni luogo era più entusiasmante del precedente. Mi è piaciuto moltissimo questo giro che sognavo da tantissimo tempo, e che ho potuto realizzare solo grazie alla presenza imprescindibile di Luca. Potrei continuare a girare il mondo così, insieme a lui, indefinitamente.
Anche a lui è piaciuto tutto, dalle colazioni mattutine con la salsiccia e i fagioli alla guida a sinistra, dalle ‘case della gente’ alle pecore sparse, dai cavalieri medievali alle file ordinate ovunque. Tutto molto interessante, ‘…ma magari la prossima volta ci veniamo d’estate.’
Eh… magari. E speriamo presto.

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Domenica 24 agosto 2014: CharlecotePark – David Austin’s Gardens – Lichfield Cathedral

5 aprile, 2018 - in: Viaggi - Commenti: nessuno

C’è il sole stamani nella città del Bardo, e si sta bene. Facciamo la colazione Full English da Morris e parliamo un po’ con lui, ed è così gentile che mi stampa anche le carte d’imbarco per il volo di ritorno, che non avevo potuto fare da casa con così grande anticipo. Alla fine lo dobbiamo salutare, ma speriamo davvero di poter tornare a trovarlo un giorno. La prima tappa di oggi è a una ventina di minuti in auto: Charlecote Park. Si tratta di un’antica magione Tudor costruita a metà del 1550 dalla famiglia Lucy ma gestita dal National Trust ormai da molti anni, e che fa parte della storia di quest’area da oltre 4 secoli. Nel suo parco vive un branco di cervi e si racconta che Shakespeare in persona, da giovane, sia stato colto in flagrante caccia di frodo in questi boschi e portato davanti al giudizio del padrone, dal quale fu redarguito pesantemente. Pare che lui, per vendetta, si sia ispirato proprio alla sua figura di giudice sussiegoso creandone una caricatura nella sua commedia “Le allegre comari di Windsor”. Potere della penna…
All’ingresso entriamo Free grazie alle nostre tessere FAI – il signore alla cassa ci conferma che non ne vede spesso in questa tenuta e sembra molto contento. Mai quanto noi dear, obviuosly.

La casa, dall’aspetto imponente, ha un lungo viale d’ingresso e un portale ad arco con torrette laterali ed è effettivamente un edificio splendido, in mattoni e pietra, con la facciata rientrante e due edifici che gli fanno ala decorati di rose rampicanti. Il parco intorno è vasto parecchi ettari, tutto a boschi e prati dove pascolano pecore e mucche; è lì che vivono i cervi. Vicino alla casa scorre sinuoso il fiume Avon, e buona parte dell’area sistemata a giardini fu progettata dal mitico Capability Brown nel settecento.

Il giro comincia con la visita dei locali più umili, le antiche cucine, enormi, spettacolari e piene di stoviglie, piatti e strumenti da cottura vittoriani originali. Quindi passiamo nella lavanderia dove sono conservati i vecchi mastelli, i barattoli di soda per lavare la biancheria e perfino una pressa per strizzare i panni bagnati prima di stenderli al filo. Molto belli sono anche i locali dove veniva prodotta la birra per la casa, in grande quantità e in diverse gradazioni, sia per i padroni che per gli ospiti e per il personale, una bella area ampia e completa perfettamente restaurata. In quelle che un tempo erano state le scuderie dei cavalli fu riadattata una rimessa per le numerose e più moderne carrozze, che sono in mostra in perfetto stato di conservazione.

Gli interni dell’edificio principale sono raffinati e decisamente eleganti, benché lo stile cinquecentesco sia stato pesantemente modificato e riadattato al gusto del periodo vittoriano. Persino la camera nella quale era stata ospite la Regina Elisabetta I e’ stata trasformata in un salotto da ricevimento. I grandi saloni sono pieni di ritratti degli antenati della famiglia Lucy e arredati con grandi mobili intarsiati, divani, porcellane, vasi, specchiere dorate e sculture, compreso un busto in marmo di Shakespeare che somiglia molto a quello che abbiamo visto vicino alla sua tomba, a sottolineare l’alto livello sociale di questa famiglia.

Una delle stanze più belle è la biblioteca, piena di libri antichi e rari, preziosi soprammobili d’argento e avorio, sedute ricamate a mano, consolle intarsiate e un grande caminetto di legno sul cui fronte è scolpito il motto LIVE TO LEARN AND LEARN TO LIVE. Un consiglio niente male. In una teca di vetro è esposta con orgoglio una lettera firmata da Cromwell in persona che richiama il Lord della casa per un’importante riunione politica. La finestra a bovindo è grande e luminosa e si affaccia direttamente sul parco e sul fiume Avon, che scorre lento lì sotto. Non doveva essere male, lavorare seduti a questa bellissima scrivania davanti a questa vista fantastica.

L’antica sala da biliardo è illuminata da belle lampade a luce elettrica, mentre la sala da musica contiene un’arpa tutta dorata. La stanza da letto padronale ha un baldacchino in legno di quercia e tappezzerie in seta rossa, mentre nella sala da pranzo, apparecchiata con porcellane e argenti, domina un enorme mobile barocco scolpito ad altorilievo di proporzioni gigantesche, così imponente da mettere soggezione.

I giardini sul retro della casa, che sono quelli sui quali si affaccia la biblioteca, ospitano belle aiuole a forma di fiore fatte con piante colorate e siepi di rose e si estendono fino all’argine dell’Avon, che scorre poco più in basso.

Dai giardini passiamo al parco vero e proprio, che è davvero molto grande. Facciamo un lungo giro nel bosco e seguiamo per un po’ un signore che fa da guida volontaria ai visitatori raccontando i fatti principali della storia della casa e della sua gestione. Con lui arriviamo vicino a una parte del branco dei cervi, saranno almeno una ventina, che si riposano tranquilli brucando l’erba. Non ci possiamo avvicinare oltre una decina di metri per non spaventarli, ma li vediamo benissimo, sono fantastici, così liberi e aggraziati. In un gruppo un po’ più lontano c’è anche un esemplare completamente bianco e la guida spiega che nel branco ce ne sono almeno due; ci sono sempre stati esemplari bianchi in questo branco, ed è un fatto particolarmente speciale perché il cervo bianco è uno dei simboli del Re.

Lentamente il parco si riempie di gente con bambini e cestini da picnic, la giornata è buona e questo posto sembra davvero ideale per trascorrere qualche ora di tranquillità e pace in mezzo alla natura, alla maniera inglese.

Prima di lasciare questa zona arriviamo fino alla vicina chiesa di St. Leonard, un piccolo gioiello vittoriano fatto costruire dalla famiglia Lucy in onore di uno dei suoi discendenti. E’ una chiesetta di grandissimo fascino immersa nel verde, con il campanile a punta e il prato tutto intorno, bella come una classica cartolina della campagna inglese.

L’interno è delizioso, con le vivaci vetrate istoriate che lo rendono piacevolmente luminoso. In una cappella laterale ci sono tombe appartenenti a nobili della famiglia Lucy risalenti a vari periodi, ornate di grandi statue funebri in marmo e alabastro, molto particolari.

Pare che in questo piccolo cimitero intorno alla chiesa sia sepolto l’attore inglese Michael Williams, marito di Dame Judy Dench, che viveva con lei in una casa qui nei dintorni e che aveva recitato con lei nella Royal Shakespearian Company di Stratford per molti anni. Un saluto anche a lui, dunque.

Dopo una breve visita riprendiamo l’auto e ci spostiamo una cinquantina di miglia più a nord, a Albrighton, per la seconda tappa di oggi, che è un’altra di quelle che attendevo con impazienza: i giardini di rose di David Austin. Li troviamo facilmente e scopriamo che Albrighton, sul cartello di benvenuto in città, ha proprio scritto “La città natale delle rose inglesi”. Ci siamo, finalmente. Il posto è grande e ben organizzato, e l’ingresso appare proprio come sul catalogo che mi arriva a casa, solo che questa volta non è una foto, siamo proprio qui! Non mi sembra vero…

Entriamo nel vivaio (ingresso e parking Free) e poi subito nei grandi giardini, creati da David Austin per esporre le sue rose e dare un’idea esatta ai visitatori di come si possono sistemare questi fiori, che dimensioni e che colori hanno, e che tipo di corolla, per poter scegliere quelli più adatti alle proprie esigenze. Forse lo scopo teorico iniziale era davvero questo, ma credo che Mr Austin abbia disegnato questo meraviglioso roseto soprattutto per la sua bellezza e il suo profumo, per circondarsi di grazia e armonia, con una gran voglia di mostrare a tutti la straordinaria meraviglia di queste nuove rose da lui create nei primi anni sessanta, e godere ogni giorno dei frutti del suo lavoro.

I giardini sono assolutamente eccezionali, anche se è estate inoltrata e alcune varietà di rose non sono più in fiore. Ma molte lo sono ancora, straripano di fiori e boccioli, profumano l’aria dappertutto e offrono macchie di colore fantastiche: rosa tenue, rosa carico, lilla, giallo, arancio, viola, rosso, bianco candido o color crema… ce ne sono di ogni tipo, e riconosco anche molte delle nostre, che sono partite proprio da qui.

In alcune zone sono esposte sculture in pietra fatte da Pat Austin (la cui rosa omonima ha una delle mie sfumature preferite), e mentre Luca mi fa una foto vicino a una di queste opere una signora ci chiede se vogliamo che ci scatti una foto insieme, senza che noi le chiediamo nulla. Stavolta approfitto volentieri di tanta gentilezza gratuita, perché sono davvero contenta di essere qui oggi, e avere una foto insieme a Luca proprio in questo posto speciale sarà per me un ricordo unico.

Il giardino lungo comprende un pergolato e diverse file di cespugli di colori e qualità miste, mentre il giardino rinascimentale ha siepi, una vasca d’acqua e un loggiato con panchine in legno dove ci si può sedere ad ammirare tutta quella bellezza distesa li davanti.

Dopo un po’ di tempo passato a girovagare tra le aiuole perfettamente disegnate dei giardini all’italiana e i viali di cespugli in fiore che inondano l’aria di profumi delicati ci dirigiamo verso la Tea Room, ed entriamo per fare una sosta ristoratrice. Quante volte ho sognato di poter prendere un tè proprio qui! Sono incredibilmente contenta di poterlo fare oggi. Una ragazza gentilissima e molto carina ci porta il nostro Lady Gray con due scone belli paffuti, marmellata e clotted cream, buonissimi, serviti in fantastiche tazze di porcellana decorate con il disegno delle rose David Austin, una meraviglia per gli occhi oltre che per la gola. Ce la prendiamo comoda e ci riposiamo un po’, godendoci appieno il luogo e il momento.

Quando usciamo facciamo un giro tra gli scafali delle piante in vendita, anche se so benissimo che purtroppo non potrò comprare nulla. Peccato. Però è stato un pomeriggio bellissimo, una tappa importante di questo giro inglese, e il ricordo di queste ore resterà nel mio cuore a lungo.

L’ultima tappa di oggi è Lichfield, a neanche mezz’ora d’auto di distanza, dove abbiamo l’hotel per stasera e dove visitiamo la Lichfield Cathedral dedicata a St Chad e St Mary. È aperta con ingresso libero, ed è davvero una meraviglia, dentro e fuori. L’esterno è molto originale, in pietra arenaria rossa macchiata di nero dal tempo, enorme e imponente, con due altissime guglie laterali all’ingresso e la facciata completamente ricoperta di statue di Re e Santi. La terza guglia, centrale e più arretrata, è quella del campanile e la rende l’unica chiesa inglese con tre guglie di queste dimensioni possenti. L’impatto è sorprendente, e bellissimo. Finalmente una cattedrale che ha davvero i requisiti per essere definita tale: una navata lunga oltre 110 metri, guglie di facciata alte 60 metri e una torre campanaria di quasi 80 metri, così pesante che nel tempo è stato necessario apportare diverse modifiche strutturali per alleggerire il peso che gravava sulle pareti esterne ed evitare possibili rischi di collasso. Un mastodonte di pietra rossa che il gotico sospinge all’insù con leggerezza sorprendente, come fosse un palloncino pieno d’aria. Magnifica.

L’interno è a tre navate, con un bosco di colonne grandiose che salgono fino al cielo e archi a punta dappertutto, un pavimento del coro a mosaico policromo molto raffinato e un altare dorato dedicato alla Vergine Maria straordinariamente ricco. Purtroppo, durante la guerra civile inglese di metà ‘600 le vetrate originali di questa cappella vennero distrutte, sostituite in parte da vetri trasparenti e in parte da preziose vetrate istoriate fiamminghe portate qui nell’ottocento dal Belgio, prelevate da un’abbazia rimasta vittima delle guerre napoleoniche, per cui l’interno adesso è insolitamente luminoso per una chiesa in stile gotico di queste proporzioni.

Nella chiesa è conservata la reliquia di St Chad, antico vescovo anglosassone venerato dai pellegrini da oltre 1500 anni. In una cappella laterale si può visitare anche il monumento funebre alle Sleeping Children, una commovente tomba ottocentesca che raffigura due bambine abbracciate per sempre nell’eternità del marmo la cui madre, dopo averle perdute a distanza di un anno l’una dall’altra in modo imprevisto e doloroso, fece fare a un artista del tempo questa scultura speciale per ricordarle e averne un po’ di consolazione. Un angolo sentimentalmente romantico ed emozionante, in questa selva di linee gotiche imperturbabili.

All’uscita non c’è quasi più nessuno, e passeggiamo lentamente girando tutto intorno all’enorme cattedrale rossa appoggiata precariamente sul grande prato che va un po’ in salita, quasi si fosse posata qui per caso a riposare un momento prima di riprendere il suo volo verso l’alto. C’è una pace incredibile nell’aria della sera, e tutto sembra immerso nel silenzio e nella luce. Questa di Lichfield è davvero un bellissima cattedrale, sono contenta che siamo riusciti a farle visita.

Il nostro albergo è vicinissimo alla chiesa, un Best Western tranquillo e centrale dove ci danno una camera semplice ma spaziosa. Facciamo una cena veloce e rientriamo per riposarci finalmente, dopo tante emozioni. Domani ci aspetta ancora qualcosa di molto speciale prima di raggiungere la città di Liverpool, da dove prenderemo il nostro volo di ritorno per l’Italia.

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Sabato 23 agosto 2014: Stratford-upon-Avon

25 marzo, 2018 - in: Viaggi - Commenti: nessuno

Si comincia con il sole nella piccola città del Bardo, ma l’aria è piuttosto fresca. La colazione è buona e abbondante nel piccolo salotto che da sulla via principale, e Morris è veramente gentile e premuroso. Gli raccontiamo quello che abbiamo visto ieri e nei giorni scorsi e lui ci dice con orgoglio che anche sua figlia ha studiato a Oxford. Una bella soddisfazione, per lui che è di origini orientali e ha i genitori che hanno fatto grandi sacrifici per crearsi una loro vita in questo paese.

Ci sistemiamo e partiamo in auto questa volta, in direzione della prima delle due case comprese nel nostro Shakespeare Pass che ancora dobbiamo visitare, la Mary Arden’s Farm. Mary Arden era la madre di Will e viveva a Wilmcote, a circa 4 miglia da Stratford, prima di sposarsi con John Shakespeare e trasferirsi in città. Che poi città è una parola grossa, visto che Stratford è veramente piccola, ha tre strade principali e due chiese, di cui una leggermente fuori dal centro, e si può fare tutto il giro del paese a piedi in meno di un’ora. Comunque, rispetto a Wilmcote la si poteva considerare una città. Parcheggiamo vicino a un grande edificio in legno dove è indicato l’ingresso ed entriamo, mostrando il nostro Pass delle case.

Superata la cassa passiamo subito nella zona esterna, dove cominciamo il nostro giro di quella che è effettivamente una grande fattoria elisabettiana perfettamente conservata, con tanto di recinti di animali appartenenti a razze più o meno rare che sono allevate in questa zona da secoli. La fattoria è quella originale in cui viveva Mary Arden, ma nel tempo è stata sistemata e ampliata ed è passata a proprietari esterni alla famiglia. Le strutture in legno a graticcio sono bellissime, perfettamente preservate, e anche gli animali sono numerosi e ben tenuti. Ci sono papere, galline, colombi, tacchini, capre, conigli, pecore, mucche, un cavallo bianco, maiali piccoli e grandi, alcuni di un insolito color terracotta che li fanno somigliare a dei grandi salsicciotti, e tutto quello che era di solito presente in una fattoria agricola nella prima metà del 1500.

Oltre agli animali, in uno spazio speciale al centro di un grande prato troviamo una serie di bancarelle di legno ognuna con esposti oggetti e prodotti specifici di una certa attività, dietro alle quali donne e uomini vestiti in abiti in stile elisabettiano sono a disposizione dei visitatori per raccontare quello che fanno. Di fatto qui è stata ricostruita una vera fattoria Tudor che porta avanti ancora oggi tutte le attività tipiche dell’epoca svolte con gli strumenti e le tecniche del tempo. Entrare qui è come fare un vero tuffo nel passato. Ci sono signore che sanno tutto sulle erbe e sulle loro proprietà curative o lenitive, profumanti o detergenti, e come si devono trattare per conservarle a lungo. Una signora sta facendo infeltrire della lana di pecora con una specie di schiuma di sapone, per ottenere un tessuto spesso e pesante che possa proteggere dal freddo in questo clima difficile, come quello che indossa e che ha fatto lei personalmente, mentre in una specie di ambaradan di legno fatto con pali, corde e contrappesi un uomo sta lavorando al tornio per produrre scodelle, posate e stoviglie per utilizzi vari.

Ci sono giochi da bambini in corda e legno, trottole o semplici animali scolpiti, c’è il forno del pane e la distilleria della birra, e c’è persino un piccolo palcoscenico per menestrelli e attori, per divertirsi un po’ nei momenti di pausa. In un angolo, uno scalpellino lavora la pietra con bellissime incisioni, mentre poco più in là c’è un banchetto dove si impara a farsi da soli le candele di cera d’api.

Ci sono le pecore che forniscono la materia prima, e poi ci sono le signore che cardano la lana, la filano, la lavorano e creano bellissime stoffe e tessuti ricamati a colori vivaci. C’è la macina per la farina, e poi un grande focolare dove viene mostrato come si cucinava e quali erano i cibi principali ai tempi di Mary Arden. Qui si può vedere cosa mangiava la gente del tempo, come si vestiva, come apparecchiava la tavole, come dormiva, come lavorava nei campi e come si divertiva, come viveva le diverse stagioni e perfino come si curava, grazie a un lungo tavolo allestito con inquietanti strumenti di ferro, legno e vetro e un dottore con tanto di barba e cappello che ci racconta quali erano i mali e i rimedi più frequenti del tempo.

Visitiamo anche la casa vera e propria, che ha possenti graticci a vista sia dentro che fuori, con stanze dalle porte molto basse e dai sottotetti molto alti, dove sono stati sistemati bellissimi arredi d’epoca, tra i più semplici e i più suggestivi visti finora.

Con mia grande gioia scopriamo che in un angolo del giardino ci sono le voliere dei rapaci, con un’aquila, un falco, una piccola civetta e diversi gufi, e in tarda mattinata c’è anche un piccolo spettacolo di falconeria durante il quale un uomo che impersona il Signore della fattoria fa volare i vari rapaci, spiegando ai bambini presenti quanto questi animali siano straordinariamente intelligenti e affezionati. In particolare ci tiene a mostrare con orgoglio le capacità della sua piccola civetta personale, un’adorabile creatura bianca di nome Ivy, alla quale ha insegnato moltissimi trucchetti divertenti che incantano grandi e piccini.

Il sole sparisce a tratti ma tutto sommato si sta bene all’aperto e il posto piano piano si affolla di famiglie alla ricerca di un po’ di pace e di relax alla maniera semplice dei tempi andati. Restiamo fino all’una, ed è un tempo veramente piacevole.

Quando usciamo dalla fattoria torniamo in direzione di Stratford, verso l’ultima casa da visitare che è anche una delle più famose, Anne Hathaway’s Cottage. Anne era la fidanzata di Will, la donna che poi divenne sua moglie, e lui la corteggiò proprio in questa casa, situata un miglio fuori dal centro del paese. E chissà quante volte Will ha fatto a piedi questo stesso tratto di strada per andare a trovare la sua bella, con la testa tra le nuvole e il cuore in subbuglio all’idea di rivederla…

Il cottage di Anne è originale nella sua struttura ed è sicuramente il più bello tra quelli visti finora, con i suoi graticci a vista e il grosso tetto di paglia ondulato, immerso in un giardino incredibilmente romantico strabordante di fiori.

L’interno è strutturato su due piani ed è molto interessante, anche se gli arredi in legno sono meno eleganti di altri già visti. Però qui alcuni pezzi sono oggetti originali effettivamente appartenuti alla famiglia di Anne fin dal XVI secolo, compresa una sedia in legno dalla foggia molto raffinata che ha le iniziali WS scolpite sullo schienale, e che forse era stata fatta proprio in onore di Will.

Le stanze, che da fuori sembrerebbero enormi, sono in realtà abbastanza piccole, tutte con pavimenti in assi di legno, pareti e soffitti con travi a vista e piccole finestre, ma gli ambienti sono molto accoglienti. La cucina con il focolare è spaziosa e vivace, c’è una bella lavanderia con i mastelli di legno, una camera sobria con un tavolino e due sedie per riposare, e altre due camere con letti a baldacchino inaspettatamente importanti.

Uno dei pezzi speciali della casa è la Courting Settle, una strana panca di legno molto stretta con lo schienale alto, sistemata vicino al focolare, che appare in condizioni di conservazione assai precarie. La storia della famiglia racconta che questa era la panca sulla quale Will sedeva vicino a Anne le sere in cui veniva a casa a corteggiarla, e qui la chiese in sposa. Pare che sia più malmessa del dovuto perché nell’ottocento, quando la casa di Anne fu ampliata e sistemata, una donna che viveva qui, discendente diretta di Bartholomew, fratello di Anne, era solita accompagnare gli amici in giro per la casa mostrando con orgoglio tutti gli arredi e le suppellettili originali dei tempi in cui Will frequentava queste stanze, e spesso, dopo aver raccontato la storia di questa particolare seduta, staccava un piccolo frammento di legno dalla panca per donarlo ai suoi ospiti come ricordo della loro visita, danneggiando sempre di più questo prezioso reperto storico. Fino a non molti anni fa i visitatori della casa ci si potevano ancora sedere durante il giro – senza staccare nulla però! – e pare che molti ragazzi abbiano chiesto in moglie la loro fidanzata stando proprio seduti su questa stessa panca sulla quale questo speciale momento d’amore era stato vissuto dal creatore di Romeo e Giulietta. Beh. Ognuno è romantico a modo suo.

Credo che, anche potendo, non avrei osato sedermi su quella panca così vecchia e delicata, troppo preziosa per poterla anche solo sfiorare. Questa cosa dalla forma apparente di panchina, che forse Will toccò con le sue stesse mani, che ha ascoltato la sua giovane voce dire parole d’amore alla donna amata, e sulla quale magari le sue mani, i suoi abiti o la sua cintura hanno lasciato piccole tracce incise nel legno, è per me una specie di oggetto-magico capace di materializzare nella mia realtà la leggenda lontana della vita di Shakespeare. Non ho bisogno di toccarlo. Mi basta guardarlo, per percepirne il potere.

Mi piace molto il cottage di Anne Hathaway, e oltre a tutte le emozioni suscitate dalla sua atmosfera romantica, me lo ricorderò anche per la presenza dei piccoli topolini di lana sparsi qua e là tra tavoli e scaffali che rappresentano i personaggi delle tragedie più famose, e che riconosco subito come quelli della serie medievale di Alan Dart che ho fatto anche io ai ferri. Very British….
Dopo la visita del cottage facciamo un giro nel bosco di William, al di là del giardino e del frutteto, che fu creato qui piantando tutti i tipi di alberi citati nelle sue commedie e tragedie, e che è davvero uno spazio ideale per una passeggiata tranquilla.

Nel giardino delle sculture incontriamo anche un piccolo amico, un magnifico gatto a strisce nere placido e amichevole che si fa accarezzare e prendere in braccio e che ci fa compagnia per un po’. C’è un po’ più di gente qui rispetto alle case visitate eri, ma è inevitabile, questa casa è una delle più famose e delle più belle del quintetto di abitazioni legate alla vita di Will, anche per il lato romantico della sua storia che la coinvolge, ma insomma è fattibile, e la visita risulta piacevole e interessante.

All’uscita dal cottage scopriamo che il cielo si è fatto scuro, e piove a tratti. Portiamo l’auto a casa, a neanche un miglio, e passeggiamo fino in centro, mentre la pioggerella piano piano sparisce lasciando l’aria ancora più fresca. Facciamo un giro per prendere qualche cartolina e ci fermiamo in una sala da tè a mangiare qualcosa e a scrivere a casa, visto che siamo un po’ stanchi. Per fortuna ottimi scones con burro e marmellata e una bella teiera di tè bollente ci rinfrancano in fretta – cominciamo davvero ad apprezzare questa cosa della pausa per il cream tea!

Quindi riprendiamo la nostra passeggiata per le vie del centro e in High Street, proprio accanto al ristorante dove abbiamo cenato ieri sera, troviamo la casa della signora Harvard, la madre di John Harvard, che viveva qui ai tempi del Bardo.
Anche John fu uno studente di Cambridge e dopo gli studi si trasferì in America, nel Massachusetts, per cercare nuova fortuna. Alla sua morte lascio in eredità 400 libri e un bel gruzzolo di soldi al New College della sua città, Boston, che in suo onore cambiò il proprio nome in Harvard College. Da lì in poi, è storia nota. Un altro studente di Cambridge che ha saputo lasciare un segno indelebile nel mondo.

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Comincia a fare fresco e abbiamo fame quindi, dopo un ultimo giro per le tranquille vie del centro in mezzo a queste case bellissime, cerchiamo un posto dove cenare. Un locale che ci piaceva molto purtroppo è pieno, quindi ci fermiamo al Golden Bee, un pub allegro e vivace pieno di gente del posto, dove si sta al caldo e si mangia a prezzi onesti. Ordiniamo bistecca e patatine e mentre ceniamo già ci invade un po’ di nostalgia al pensiero di lasciare l’incantevole villaggio di Stratford, così affascinante e intimo, piccolo e familiare.

Venire qui è stata la realizzazione di un sogno molto antico per me, che ora finalmente è diventato realtà. E chissà che non potremo tornarci, a visitare ancora i magici luoghi del Bardo inglese. Dopo tutto, il nostro pass per le case vale per un anno intero…

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Venerdì 22 agosto 2014: Kenilworth Castle – Stratford-upon-Avon

11 marzo, 2018 - in: Viaggi - Commenti: nessuno

Aria freschetta stamattina a Rugby, ma pare che il sole regga. Niente full English per questa volta, qui abbiamo la colazione continentale inclusa così prendiamo toast con burro e marmellata, yogurt, frutta fresca, dolci, caffè, tè e simili, tutto gustato in un ambiente molto accogliente e tranquillo. 

La prima tappa di oggi è il Kenilworth Castle, a una ventina di miglia di distanza dal nostro Lodge. Ci arriviamo presto, non c’è molta gente ancora, e anche in questa occasione sfruttiamo la nostra tessera di soci dell’English Heritage per entrare Free. Del possente castello normanno originario in realtà è rimasto poco, ma quel che c’è basta a dare un’idea dello straordinario fascino che questo luogo doveva avere nei suoi tempi migliori. Gli edifici, per buona parte in rovina, spiccano sul prato verdissimo per il loro colore insolito, una particolare sfumatura di rosso tipica dell’arenaria locale utilizzata per costruirlo, di grande impatto estetico.

Tra le porzioni meglio conservate restano diverse torri massicce e lunghi tratti di mura di fortificazione, altissime finestre gotiche ritagliate in pareti imponenti e un gran salone da ballo, misteriose scale a chiocciola e piccole feritoie che spiano le fioriture colorate di un giardino elisabettiano perfettamente ricostruito. Un’atmosfera genuinamente romantica e suggestiva, che rende questo posto diverso da tutti gli altri già visitati. 

La storia del castello è lunga e importante. La sua origine risale ai primi del 1200 e il suo passato comprende assedi, battaglie e scontri decisivi per gli esiti della famigerata Guerra delle due Rose tra i Lancaster e gli York, che si contesero la corona a suon di duelli all’ultimo sangue e tremende vendette. Ma il suo periodo di maggior fasto è stato durante la seconda metà del 1500, epoca in cui apparteneva a Robert Dudley, I Conte di Leicester e favorito della regina Elisabetta I. La storia racconta che la regina amava (ricambiata) Robert Dudley fin da bambina, ma non poté mai sposarlo in quanto lui non era di origine sufficientemente nobile per una donna della sua importanza politica. Dudley dovette sposare un’altra donna, che in seguito morì misteriosamente, per allontanare qualunque sospetto sui suoi rapporti con la Corona. Elisabetta I lo tenne come suo favorito per anni, gli conferì incarichi e titoli importanti e gli fece molti doni prestigiosi, compresa questa fortezza che lui restaurò e ampliò per renderla adeguata alla sua ospite favorita. Qui la Regina fu accolta più volte durante i suoi viaggi, e rimase famoso soprattutto il suo soggiorno del 1575, con un dispiego di giochi e divertimenti così sfarzosi da divenire quasi leggendari. Si racconta che furono queste feste fantastiche a ispirare a Shakespeare il suo ‘Sogno di una notte di mezza estate’. Quando si dice camminare nella storia….

La fortezza aveva grandi mura di cinta collegate al castello da un ponte di pietra a più arcate e un enorme bacino artificiale d’acqua era stato scavato tutto intorno al complesso di edifici. Oltre il lago si trovava la foresta di Arden, uno dei più grandi boschi di quercia dell’Inghilterra dell’epoca, in cui la Regina amava andare a cacciare i cervi. Facciamo una passeggiata nel giardino elisabettiano, le cui aiuole fiorite perfettamente disegnate, la grande voliera e la fontana in marmo sono frutto di uno studio meticoloso che ha cercato di ricostruire quest’area esattamente com’era ai tempi di Elisabetta I, investigata sulla base di antichi documenti storici arrivati fino a noi.

Nella mostra allestita all’interno di una delle aree create da Dudley, che è stata usata fino agli anni ‘60 come abitazione privata, visitiamo una bella esposizione di oggetti tipici della Golden Age: dipinti, riproduzioni di manoscritti, ritratti, abiti e tutto quello che può aiutare a ricostruire l’atmosfera che si viveva qui ai tempi in cui si svolse la storia dell’impossibile amore di Elisabetta e Robert. Anche una regina assoluta come Elisabetta I, signora di un impero grandioso e personaggio potente più di chiunque altro nel suo tempo, dovette piegarsi al suo destino e sottomettersi alla legge della casta, costretta a rinunciare al suo unico amore per dedicarsi al suo dovere di guida del suo popolo.

Il fascino tipicamente ‘romantico’ di questo posto fu poi diffuso enormemente nell’800 da Sir Walter Scott grazie al suo romanzo storico ‘Kenilworth’, che raccontava dell’infelice vicenda d’amore di Dudley ed Elisabetta I e della morte misteriosa della prima moglie di lui, il cui enorme successo tra il pubblico dei lettori dell’epoca accese di nuovo i riflettori su questo importante luogo storico inglese.

Un luogo affascinate legato alla storia di una delle più grandi e potenti regine della Corona inglese.

Da Kenilworth arriviamo in una mezz’ora alla seconda tappa di oggi, che è una di quelle che aspettavo con molta impazienza: Stratford-upon-Avon. Oh God….here we go.
La nostra base per due notti è un b&b molto bello, la Moonraker House, e il proprietario Morris – è proprio il suo nome, da non credere oggi… – ci accoglie con grande gentilezza e ci fa sistemare subito anche se siamo arrivati con un po’ di anticipo sull’orario del check-in. La nostra stanza è la Rosalynd, effettivamente tutta rosa, comoda e pulitissima, e il b&b è a 10 minuti di passeggiata dal centro cittadino, per cui non abbiamo neppure bisogno di spostare la macchina. 

Il paese è minuscolo e molto caratteristico, la via principale è una bella strada pedonale sulla quale si affacciano negozietti tipici davanti ai quali passeggiano molti turisti. Entriamo in un caffè e facciamo una pausa per un lunch veloce, quindi proseguiamo fino al centro culturale che si occupa della gestione delle visite alle case legate alla storia della famiglia di Shakespeare e della loro conservazione. Morris ci ha dato un librettino turistico su Stratford e ci ha mostrato la pagina che da diritto all’ingresso di 2 persone al prezzo di 1 se si fa il Pass per la visita di tutte e 5 le case, che vale 1 anno. Mostriamo la pagina alla cassa del centro shakespeariano e la ragazza conferma: non solo un Pass costa molto meno dei 5 singoli biglietti sommati insieme, ma con questa promozione acquistiamo 1 Pass e ne otteniamo 2. Excellent. Paghiamo un totale di 23,00£ circa ed entriamo subito nella casa più importante, lo Shakespeare’s Birthplace, la casa dove il Bardo nacque il 23 aprile 1564. Oh God… ho il cuore in gola, non mi sembra vero di essere qui.
La casa, che si affaccia sul corso principale, è in stile Tudor, con la facciata color nocciola e il classico graticcio fatto con travi di quercia, ed è organizzata su 2 livelli più un sottotetto. Il percorso iniziale ci fa passare attraverso una piccola esposizione di oggetti legati alla storia della famiglia di Will, che comprende mappe dell’area di Stratford, registri e volumi dell’epoca. Un grande albero genealogico è stato disegnato su una parete per illustrare i rami principali che componevano la sua famiglia, e in una teca è conservata persino la base di una colonna in pietra che faceva certamente parte della casa originale al tempo in cui era abitata dagli Shakespeare.

Qui è esposto il famoso ‘seal ring’, un anello d’oro a sigillo con su incise le iniziali WS circondate da ghirigori elisabettiani. La storia di questo piccolo anello è piuttosto misteriosa e contribuisce ad accrescere la leggenda che circonda la vita del grande Poeta. Fu ritrovato nel 1810 da un contadino in un campo vicino alla Holy Trinity Church, in una zona che il Bardo frequentava regolarmente per i suoi affari pubblici e privati. Da quel momento sono stati cercati ovunque, nei registri locali, documenti legali relativi alla famiglia di Shakespeare che potessero riportare un sigillo con quel particolare disegno, nella speranza di poter affermare una volta per tutte l’originalità del gioiello e la sua definitiva appartenenza al famoso Poeta, purtroppo però sono state ricerche ad oggi ancora senza fortuna. Non sembrerebbe un gioiello moderno fatto in secoli successivi e semplicemente dedicato alla memoria del drammaturgo, sia per la foggia originale che per il tipo specifico di anello, il cui sigillo ufficiale sarebbe stato inutilizzabile da chiunque tranne che dal Bardo stesso, ma fino ad ora non si sono neppure trovate prove decisive che sia davvero appartenuto a Will. Però a vederlo è bellissimo, e chi, come me, in certe cose crede per fede, ci mette un attimo a vedere questo piccolo gioiello raffinato adornare la mano del Bardo mentre fa scivolare sui fogli una piuma intinta nell’inchiostro, nell’atto di trascrivere i suoi versi immortali.

All’interno della casa vera e propria siamo accolti dalle solite volontarie, signore gentili e preparate che rispondono a ogni curiosità con grande entusiasmo, e che qui indossano abiti rigorosamente elisabettiani. Le stanze sono semplici, piccole, con pavimenti in pietra, soffitti a travi di legno e tappezzerie magnificamente decorate alle pareti. I mobili sono dell’epoca o, più spesso, copie moderne di arredi simili a quelli che Will poteva avere a quel tempo nella casa dei suoi genitori. Tavoli con panche di quercia e stoviglie in peltro, grandi focolari per cucinare e combattere il freddo, finestrelle con vetri a losanghe, tessuti e tappeti colorati a rallegrare i piccoli ambienti.

La camera padronale ha un bel letto a baldacchino con un buffo letto di scorta sotto, che viene fuori come un cassetto, dove di solito dormivano i bambini di casa, e una piccola culla di legno chiaro è sistemata vicino alla finestra. Pare che Will sia nato proprio in questa casa, al piano di sopra, anche se non si sa in quale camera esattamente. Quella che adesso è chiamata la Camera della Nascita fu scelta senza nessun reale criterio storico dal grande attore shakespeariano del settecento Garrick, al quale fu fatto l’onore simbolico di decidere a sua personale discrezione in quale di questi ambienti il più grande drammaturgo del teatro inglese di tutti i tempi trasse il suo primo respiro.

La Camera di Nascita, da quel momento, divenne meta di pellegrinaggio dei devoti ammiratori del Bardo provenienti da ogni luogo e appartenenti a ogni ceto sociale, da semplici appassionati a critici, attori, scrittori e persino membri della Royal family, e molti dei visitatori più importanti presero presto l’abitudine di lasciare la loro firma sui vetri della finestra della stanza, a ricordo del loro passaggio qui. Ecco com’è che ci si può ritrovare nella stanza dove nacque Shakespeare a cercare di districare i nomi di Sir Walter Scott o Charles Dickens, Irving o Lord Tennyson in un incredibile garbuglio di sottili ghirigori d’inchiostro tracciati sui piccoli pannelli di vetro opaco, in una litterary full immersion da sogno.

A pianterreno si trova una ricostruzione del laboratorio artigiano del padre di Will, John, che era mercante di lana e produttore di guanti in pelle da uomo e da donna di alta qualità, il cui lavoro preciso e raffinato fu molto apprezzato dai nobili del tempo e gli garantì una certa fortuna economica. Lo dimostrano facilmente anche la dimensione e il livello di qualità degli arredi di questa casa non certo tipici delle abitazioni più modeste del tempo. Qui Will visse con i suoi genitori, i fratelli e le sorelle fino a 18 anni, quando si trasferì in una casa tutta sua dopo le nozze con Anne Hathaway, una ragazza 26enne che abitava poco fuori dal paese e che lui aveva corteggiato molto appassionatamente, tanto che le cronache riportano che di fatto si trattò di un matrimonio riparatore…

Alla fine del giro usciamo nel piccolo giardino sul retro, dove ci sediamo sulle panchine sistemate in mezzo al roseto per goderci alcuni brani di commedie shakespeariane recitate da due giovani attrici in costume dell’epoca. Un modo perfetto di congedarsi da questo luogo storico così emozionante.

Dallo Shakespeare’s Birthplace ci dirigiamo alla vicina Nash’s House, la casa di Thomas Nash ed Elisabeth Hall, la nipote di Shakespeare, figlia di sua figlia Susanna e di John Hall. Si tratta di una bella casa Tudor che al tempo confinava direttamente con lo Shakespeare New Place, la casa signorile che Will si fece costruire qui quando i proventi dei suoi lavori teatrali messi in scena a Londra cominciarono a farsi interessanti. Purtroppo l’edificio non esiste più, ad un certo punto fu abbattuto e sostituito da un bel giardino molto curato, che è ancora oggi visitabile.

La casa dei Nash è spaziosa e semplice ma ben arredata, con un bellissimo pavimento in mattoni a lisca di pesce e ampie finestre che danno sul verde tutto intorno. Immancabile il busto scolpito in legno del famoso nonno di Elisabeth, conservato nel salone principale.

Qui troviamo anche una piccola mostra didattica di oggetti simbolo legati ai principali lavori teatrali del Bardo, che comprendono il teschio e il pensatore per Hamlet, gli anelli e i vasi di pozioni velenose per Romeo and Juliet o il crogiolo e i gioielli reali per Macbeth.

Il giardino che si trova ora dove un tempo sorgeva il New Place è un tripudio di fiori e aiuole colorate, ben delimitate da vialetti geometrici e decorate da sculture che ricordano i personaggi delle tragedie principali. Con questo bel sole di oggi, è una visita veramente piacevole.

La terza casa che visitiamo in paese, anche questa raggiungibile a piedi, è Hall’s Croft, in direzione della chiesa di Holy Trinity, che era la casa di Susanna e di suo marito, il dottor John Hall.

Già dall’ingresso si capisce subito che era la casa di una famiglia facoltosa: grande, elegante, luminosa, con un graticcio bellissimo all’esterno e mobili notevoli all’interno. Benché non siano realmente appartenuti alla famiglia ma siano solo dei pezzi d’epoca, riescono a ricreare perfettamente l’atmosfera del tempo: poltrone, scrittoi, madie, letti, credenze, cassapanche, ritratti, focolari, tutti pezzi di grande pregio corredati da suppellettili in peltro, piatti, vasi, calici, tappeti, copriletti ricamati e candelabri di grande raffinatezza.

C’è anche un piccolo studio medico con vasi di pozioni ed erbe essiccate, testi scientifici, strumenti in vetro e ottone e un bello scrittoio.

Nel giardino c’è un gelso così grande che si è piegato sotto il suo stesso peso e sta quasi disteso sul prato, e probabilmente ha anni quanto la casa stessa.

Lasciamo questa bella casa con un po’ di rammarico, domandandoci se e quanto queste antiche stanze potrebbero davvero raccontare della vera vita di Will se potessero parlare. Pochi minuti di piacevole passeggiata nella campagna intorno a Stratford ci portano poi all’ultima meta di oggi, che è anche l’ultima tappa della vita del Bardo: la chiesa di Holy Trinity, sistemata in una bella area verde lungo le sponde del fiume Avon.

In questa semplice chiesetta parrocchiale, che è probabilmente la più visitata di tutto il Regno Unito, Shakespeare è stato battezzato, si è sposato (copie dei certificati ufficiali di questi riti sono esposti in una bacheca), ha battezzato i suoi due figli, e ha assistito al funerale del suo unico figlio maschio Hamnet morto a soli 11 anni. Qui si sono svolti anche i suoi funerali il 25 aprile 1616 e qui è stato sepolto insieme ad altri membri della sua famiglia. E qui siamo venuti finalmente anche noi, a portargli il nostro doveroso omaggio.

La struttura della chiesa è quella classica, in mezzo a un prato-cimitero con vecchie tombe sparse in giro, mura in pietra e una grande guglia appuntita sul campanile. All’interno ci colpiscono un bellissimo coro scolpito, un grande organo in legno e belle vetrate istoriate che illustrano le storie dei santi.

Ma la parte che tutti sono qui per vedere (previo extra ticket di 2,00£ a testa) è quella dell’altare maggiore, davanti al quale sono disposte le 5 tombe della più famosa famiglia inglese dopo quella reale: Anne, William, Susanna, suo marito John Hall e Thomas Nash, il primo marito di Elisabeth, figlia di Susanna, che invece è sepolta altrove perché dopo essere rimasta vedova di Nash si risposò in seconde nozze e si trasferì al nord lasciando Stratford definitivamente.

Ed eccoci qua dunque, alla fine simbolica e anche effettiva del nostro pellegrinaggio shakespeariano, davanti al luogo dove lo possiamo finalmente incontrare. La tomba di Will è la seconda da sinistra, segnalata da un cordone blu posato a terra a delimitare il perimetro della semplice pietra che la ricopre. A non saperlo, sembrerebbe la tomba di un uomo qualunque. Magari uno molto religioso, o molto ricco, per avere avuto l’onore della sepoltura proprio davanti all’altare maggiore, ma insomma, non è che ci siano monumenti imponenti o particolari sfoggi di maestosità a sottolineare l’immortale grandezza dell’artista eccelso che questa tomba ha l’onore di ospitare. Anzi. Solo una semplice lapide a livello del suolo, sistemata accanto a quella della moglie e degli altri suoi familiari, tanto che il cordone blu sembra proprio stare lì a facilitare il compito dei visitatori che cercano di identificare, tra queste 5 lapidi uguali, proprio quella che racchiude i resti mortali di uno dei più grandi Spiriti della Storia dell’Uomo.

L’unico particolare insolito, benché quasi invisibile, tanto che sul momento ci si fa appena caso, è l’epitaffio inciso sulla pietra, che a leggerlo lascia un po’ perplessi. Non è una preghiera, e neppure una delle sue citazioni immortali, come ci si potrebbe aspettare, ma una sequenza di 4 versi che somigliano a una vera e propria maledizione, un monito oscuro che minaccia in maniera inquietante chiunque pensi di venire a scavare questa tomba e spostare le ossa che contiene. Si direbbe che ha funzionato, visto che il Bardo è ancora qui in questa piccola parrocchia di paese, e non nella Westminster Abbey o in qualche mausoleo più grandioso in mezzo a personaggi degni del suo calibro.

Un piccolo busto di Will in pietra colorata c’è in effetti, un po’ più in alto sulla parete a sinistra, donato da alcuni colleghi scrittori qualche anno dopo la sua morte come tributo al suo genio. Pare che, essendo stato ordinato da artisti che lo avevano conosciuto personalmente, dovrebbe effettivamente somigliare al vero Will: un po’ stempiato, baffetti e pizzetto scuri, un viso ovale e appuntito che ricorda vagamente quello di un moschettiere, una posa un po’ rigida delle spalle e un bel vestito elegante. Non un capolavoro di busto, a dire la verità. Ma con delle bellissime mani. Chissà se erano davvero la cosa di lui che più si notava, incontrandolo. Probabilmente sì.

Comunque. Questo è quello che ci resta oggi di visibile del Bardo. Tutto il resto è da immaginare. Da leggere, ascoltare, interpretare, per cercare di capirci qualcosa di più di questo viaggio da umani che ci è dato di fare. Paradossalmente, la sua tomba, che segna il luogo eterno della sua morte, è l’unico elemento tangibile del fatto che lui sia realmente vissuto, in questo luogo e in quel tempo. Da questo punto fermo finale, piazzato in fondo al nostro giro come un’ancora di pietra inesorabilmente aggrappata al mondo fisico, si può risalire via via lungo i luoghi e le persone della sua misteriosa vita, così che acquistino sempre maggior spessore e consistenza, per restituirgli la loro stessa sostanza di sogno. Farewell, Will. I can no other answer make, but thanks, and thanks; and ever thanks.

Le altre case le visiteremo domani, per oggi basta così. Siamo stanchi, ma contenti delle cose viste. Torniamo lentamente in paese passeggiando in silenzio, ancora presi dalla commozione intensa suscitata dall’incontro eccezionale che abbiamo appena fatto. Ci sono posti che sono davvero molto più speciali di altri.

Ceniamo all’Old Garrick Inn, un locale bellissimo e pieno di fascino sistemato in fondo al corso principale del paese, che è anche il più antico pub di Stratford, con un’ottima beef pie per me e pollo con salsa e cheddar cheese per Luca, tutto eccellente.

Ci prendiamo il nostro tempo a tavola nel nostro angolo comodo e tranquillo, abbiamo voglia di chiacchierare e di non muoverci da qui per un po’, pervasi da quella sensazione mista di esaltazione e spossatezza che lasciano addosso le emozioni forti. Quando rientriamo al b&b per farci un caffè prima di andare a dormire, fuori si sta già facendo scuro.

Good night good night, parting is such sweet sorrow that I shall say good night till it be morrow…

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Giovedì 21 agosto 2014: Cambridge

28 febbraio, 2018 - in: Viaggi - Commenti: nessuno

Sveglia presto stamani, perché la signora ci ha chiesto di fare colazione alle 8! Fuori c’è il sole finalmente e pare proprio che la giornata butti al bello stabile. La colazione è in una sala al pianterreno di questa grande casa, e piano piano vediamo scendere nella stanza accanto a quella dove mangiamo una serie di bellissimi bimbi biondi con le guance rosee, tutti tra i 2 ai 5 anni, che cominciano a giocare e a chiamare la nonna. La signora ci spiega che sono i suoi nipotini, ospiti da lei con i suoi figli per qualche giorno. Adesso sono in 6, ma in totale ne ha addirittura 9! Tutti maschi! Tra gli ospiti delle varie stanze da gestire e tutti quei figli e nipoti da accontentare… mi sa che avrà una giornata anche più piena della nostra.

Dopo colazione paghiamo e togliamo il disturbo, e in pochi minuti siamo alla stazione di Cambridge. Parcheggiamo e ci avviamo verso il centro a piedi, cercando di capire come orientarci per raggiungere i college che ci interessano di più. In effetti Cambridge è una cittadina piuttosto piccola, e tutti i college principali sono concentrati nella parte più vecchia vicino al fiume Cam, per cui è molto facile da girare. Di fatto, l’Università e la città sono la stessa cosa. Visitiamo subito un paio di belle chiese, di cui una cattolica, e poi raggiungiamo la zona più famosa nel cuore del centro storico dove troviamo l’ingresso del King’s College, uno dei collegi più importanti della città.

Vicino al prato ci ferma un ragazzone alto e simpatico, uno studente di economia, che offre ai visitatori la classica escursione di punting, un giro sul canale con una barchina di legno spinta da una pertica con una tecnica molto simile a quella dei gondolieri, che pare sia un’esperienza da non mancare per chi visita questa città. Anche la nostra guida LP la consiglia vivamente, quindi accettiamo volentieri di prenotare un giro. Contrattiamo un poco sul prezzo e alla fine il ragazzo ci fa il biglietto ridotto riservato agli studenti, perché in fondo non si finisce mai di imparare… Il giro comincia dopo una ventina di minuti, quindi facciamo una passeggiata nei dintorni prima di ritrovarci con altri partecipanti nel luogo prestabilito.

Andiamo tutti a piedi fino al canale, che è nella zona che corre dietro ai collegi, troviamo la barca, larga e piatta, bassa sull’acqua, e siamo accolti da un altro studente che ci farà da guida e da timoniere. Saliamo – o meglio scendiamo – nella barchina e ci sediamo sui cuscini imbottiti, divertiti e pronti a partire per questa insolita esperienza. La giornata è bellissima, è uscito un sole deciso, l’aria è calma e, dato che è abbastanza presto, non c’è ancora troppa confusione, le condizioni sono ideali. E infatti il giro si rivela piacevolissimo, davvero consigliato per chi capiti da queste parti. Un modo diverso e perfetto di vedere e vivere questo posto così eccezionale.

Il nostro timoniere è simpatico e mentre navighiamo ci racconta la storia dei college che si affacciano sul canale, la loro origine e i rapporti che esistono tra queste diverse, antichissime istituzioni. Gli studenti di Cambridge sono oggi circa 20.000 e ognuno sceglie presso quale college vuole stare, a prescindere da dove studia. Adesso è periodo di vacanza e la popolazione studentesca è quasi assente, ma nel periodo di lezione la città si ripopola e torna ad essere molto più vivace. Dal canale vediamo, in una prospettiva impossibile con una visita a piedi, il King’s College, il Queens’ College, il Trinity College, il Clare College e il Magdalen College, che è stato l’ultimo ad ammettere le donne come studenti, addirittura soltanto nel 1988.

Il Queens’ College è uno dei due collegi i cui edifici si trovano su entrambi i lati del canale Cam, che in questo caso sono collegati tra loro dal ponte più famoso della città, il Mathematical Bridge, o Ponte Matematico. La leggenda narra che questo ponte ad arco fatto tutto di piccole sezioni di legno incastrate tra loro fu progettato nientemeno che da Isaac Newton in maniera tale da poter essere montato senza l’ausilio di dadi né bulloni. Poi però, quando andarono a tirarlo su, i costruttori non furono in grado di farlo stare in piedi solo incastrando le tavole di legno e dovettero rassegnarsi a usare anche bulloni e dadi di ferro, e lo stesso dovettero fare quelli che lo smontarono e rimontarono un paio di volte nei secoli successivi, incapaci di mettere in pratica la misteriosa alchimia matematica del grande scienziato inglese.

Ovviamente, come molte altre leggende di questo tipo, anche questa è falsa. Il ponte fu costruito per la prima volta nel 1749, oltre due decenni dopo la morte di Newton, il cui genio matematico purtroppo non ha niente a che fare con questa inconsueta struttura che sembra un po’ un mix tra un antico ponte medievale e un Lego formato gigante. Mi pare comunque una storia molto bella, e un delizioso omaggio a uno dei Senior Fellow di Cambridge più importanti di sempre, che probabilmente rifletteva su come ribaltare definitivamente la visione della Scienza e del mondo che aveva intorno proprio passeggiando lungo le sponde erbose di questo placido canale d’acqua. Avrà pure pensato a qualcosa tipo un ponte, almeno una volta, mentre tornava verso il Trinity…

Dalla barchina che scivola lentamente sull’acqua liscia del canale godiamo anche di una vista privilegiata sul parco, sui giardini e sul bellissimo spazio verde che costeggia il Cam, tranquillo e silenzioso, con le barche che scivolano sull’acqua come grandi foglie leggere. Il giro dura circa 45 minuti, ed è un tempo veramente piacevole che ci farà ricordare questo posto in maniera speciale.

Alla fine scendiamo contenti e salutiamo la nostra guida augurandogli in bocca al lupo per il suo futuro. E certo il suo ha alte probabilità di essere un futuro molto fortunato, con in mano una Laurea presa in un’Università come questa che è tra le prime 3 del mondo, probabilmente la migliore in Europa, e che arriva da una tradizione straordinaria di studenti e insegnanti eccezionali. Fondato subito dopo quello di Oxford alla fine del 1200, nel 1441 il King’s fu definito nelle sue funzioni di collegio universitario da Re Enrico VI, che nel 1446 fece anche iniziare i lavori della famosa King’s College Chapel, completata poi da Enrico VIII e divenuta ben presto la vera punta di diamante di questa famosa istituzione.

La cappella, costruita in stile gotico perpendicolare, è grande e altissima, un lungo rettangolo a una sola navata che si regge in piedi grazie al sistema di pilastri a ventaglio più grande del mondo, con colonne portanti che dai lati si ramificano e si allargano verso il centro del soffitto come enormi ragnatele di pietra, creando una volta senza sostegni che sembra stare su quasi per magia, solo grazie alla forza della sua bellezza. Traforata come un pizzo, leggera come un velo, vertiginosamente lanciata verso il cielo, una vera meraviglia gotica.

La navata unica è circondata da 26 enormi finestre nei cui vetri colorati sono narrate le storie dei Santi, attraverso le quali la luce entra decisa illuminando le file di colonne e le mille incisioni, le infinite volute e le innumerevoli statue che abitano questo spazio incredibile. Un effetto straordinario e raro, che ricorda quell’esempio insuperabile di questo tipo di architettura a vetrate colorate che è la Sainte Chapelle di Parigi. Un impatto davvero impressionante. Persino Cromwell, che ovunque passasse spazzava via tutto senza pietà lasciando solo rovina e devastazione, la risparmiò, non trovando il coraggio – da ex studente di Cambridge – di distruggere un’opera tanto straordinaria.


Circa a metà della navata si incontra il magnifico tramezzo in quercia scolpita donato da Enrico VIII e Anna Bolena in occasione delle loro nozze e che sfoggia ancora le iniziali dei loro nomi reali sulle porte. Su questa possente struttura è sistemato il grande organo, che ancora oggi accompagna regolarmente i canti del coro della Cappella, molto famosi e frequentati dagli appassionati del genere.

Oltre il tramezzo troviamo un altro gioiello all’altezza della tanta magnificenza che ci circonda, un’Adorazione di Gesù Bambino di Rubens di una bellezza splendente, posata sull’altare maggiore come una gemma incastonata in una montatura preziosa. E se il soffitto di questa chiesa è unico al mondo, il pavimento in mattonelle di marmo bianche e nere sorprende per la sua composizione geometrica incredibilmente moderna e originale.

Dall’esterno la King’s Chapel non è meno impressionante che dall’interno, con le sue file di grandi finestre che corrono da un’estremità all’altra rendendo la struttura di pietra leggera come un merletto, le scansioni regolari di pinnacoli che paiono volerla innalzare sempre di più verso il cielo, e le quattro torri identiche agli angoli, sormontate da piccole cupole, che ne fanno una struttura perfettamente simmetrica ed equilibrata. La grazia più pura pare riempirla ed avvolgerla allo stesso tempo.

Quando usciamo ci ritroviamo nel grande prato che fiancheggia l’edificio, e dopo una breve passeggiata sul lato posteriore della cappella siamo di nuovo sulle rive del Cam, in un paradiso di tranquillità, pace e bellezza naturale. Attraversiamo un ponte, sotto il quale continuano a scorrere le barchette silenziose di chi si gode il punting in questa bella giornata estiva, e girovaghiamo in un bellissimo giardino fiorito che pare essere il preferito di molti degli insegnanti, oltre che degli studenti dei collegi qui intorno.

Il King’s College non è l’unico che vale la pena di visitare ovviamente, in effetti tutti i college qui sono pieni di fascino e di grande atmosfera, legata alla consapevolezza che l’università di Cambridge ha regalato al mondo personaggi straordinari in ogni campo, da quello artistico a quello scientifico. Qui studiò e lavorò Erasmo da Rotterdam, ma anche Francis Bacon, e qui fu tradotta la prima Bibbia dal latino all’inglese nel 1611, il cui manoscritto è ancora conservato presso la biblioteca del Trinity College. Studenti di Cambridge furono Darwin, che qui lavorò alla sua teoria dell’evoluzionismo, e qui il genio assoluto di Isaac Newton elaborò i principi della dinamica e della meccanica gravitazionale, oltre a tutti gli altri studi matematici, ottici e filosofici che dalla metà del 600 in poi contribuirono a cambiare il modo di concepire l’Universo stesso. Qui sono stati scoperti gli elettroni, i protoni, l’idrogeno, e la struttura del DNA. Qui Babbage gettò le basi del linguaggio matematico di programmazione del primo calcolatore meccanico della storia e, 100 anni dopo, un altro genio matematico locale, quello di Alan Turing, rese finalmente l’informatica una scienza reale. Qui insegna da 30 anni Stephen Hawking, Fellow del Caius College, che ci ha spiegato come è nato l’Universo, e che pare possedere l’unica mente al mondo in grado di confutare le sue stesse teorie sul Tempo e sullo Spazio. Da qui sono usciti musicisti, filosofi, economisti, scienziati, politici, teologi, scrittori, poeti tra i migliori di ogni secolo, da Marlowe e John Donne a Brooke e E.M. Forster, fino a A.A. Milne, imperdibile autore di ‘Winnie the Pooh’. Cambridge ha formato ben 89 premi Nobel nel corso della sua storia e chissà quanti e quali, tra gli studenti di adesso, lasceranno il loro segno nel mondo.

Dopo il giro di vari collegi, che purtroppo non comprende il famoso Trinity College temporaneamente chiuso per motivi tecnici, cerchiamo un posto dove mangiare qualcosa e scegliamo un locale caratteristico indicato dalla LP come da non perdere, situato poco fuori dal centro storico, il Clowns Café. Scopriamo che è gestito da una ragazza italiana insieme al marito spagnolo, che ci accolgono con calore e ci fanno sentire come a casa. Di solito lasciamo perdere la pasta quando siamo all’estero, quindi il cuoco ci prepara una tortilla di patate calda buonissima, e ci offre un’insalata col pane fresco mentre aspettiamo che sia pronta. E poi, visto che ha cucinato la pasta per sé e per sua moglie, ci porta comunque un piatto di spaghetti al pomodoro piccante, per farci sentire come li fa buoni, e si ferma a chiacchierare un po’ con noi. Alla fine prendiamo anche due caffè bassi e dal gusto intenso proprio all’italiana. Il locale è semplice e insolito, pieno di immagini e statuine di pagliacci un po’ buffi, i gestori sono davvero gentili e tutti quelli che entrano li salutano con affetto, devono essere clienti abituali che tornano qui volentieri per l’atmosfera amichevole oltre che per il buon cibo. Ci riposiamo un po’ in questo posto tranquillo, e al momento del conto abbiamo un’altra bella sorpresa: paghiamo solo la tortilla, la birra e il caffè, il resto è offerto da loro. Restiamo davvero colpiti da tanta cordialità e li ringraziamo di tutto cuore. Questa è stata un’ottima sosta, che non dimenticheremo. A volte basta solo fare bene il proprio lavoro per lasciare un segno, senza bisogno di vincere un Nobel.

Facciamo ancora un giro per le vie centrali di questa cittadina piena di storia e di fascino, alla ricerca di nuovi angoli da fotografare e di qualche souvenir da portare a casa, quindi torniamo verso il parcheggio. Dobbiamo affrontare una tappa abbastanza lunga, di una settantina di miglia, che ci riporta verso le Midlands occidentali. Poco dopo le 19 siamo al nostro Lodge di Rugby, la città natale dello sport omonimo, dove troviamo una bella stanza ad attenderci. Il ragazzo alla reception ci conferma che nell’edificio c’è anche un pub, dove ceniamo con buon cibo locale per concludere questa intensa giornata di visite in cui il bel tempo ci ha accompagnati fino a sera. In attesa delle bellezze di domani.

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