Venerdì 19 agosto 2016: Swansea – Dylan Thomas birthplace – Blaenavon – Big Pit National Coal Museum – Blackwood

Notte silenziosa anche in questa piccola pensione, nonostante abbia le finestre proprio sulla via. Ma qui di notte non circola davvero nessuno… Stamani ci svegliamo sotto una pioggia battente e il cielo coperto non promette nulla di buono per tutto il resto della giornata. L’aveva detto la BBC Wales, ieri. La colazione è molto ricca e ben presentata nella piccola stanza da pranzo del B&B e ce la prendiamo comoda, per niente ansiosi di uscire sotto l’acqua.

Alla fine raccogliamo tutto e salutiamo il signore gentilissimo che ci ha ospitati, diretti poche strade più su. Come prima tappa di oggi facciamo un salto a vedere la casa natale di Dylan Thomas, che era nato qui a Swansea. Adesso è una casa privata, ma c’è la classica placca blu sulla facciata che indica che lui era nato proprio in questo edificio, e si possono fare visite guidate su prenotazione un paio di volte al giorno. Noi scattiamo solo qualche foto e ripartiamo, perché per oggi abbiamo un altro programma che ci attira assai di più.

Per il poco che possiamo vedere passando, Swansea non ci sembra particolarmente bella, è un po’ squallida e incolore a dire il vero, molto grande ma insolitamente vuota. Ci sono molte auto a creare traffico ma nessun carattere speciale, che per essere una cittadina sul mare è un po’ insolito. Peccato.

Ci spostiamo di una sessantina di chilometri verso est, sotto alle Brecon-Beacons, fino a Blaenavon, dove finalmente troviamo il Big Pit National Coal Museum. Non ci importa nulla della pioggia in effetti: oggi si va sotto terra.

Troviamo il Big Pit Museum con facilità, paghiamo il parcheggio e andiamo subito verso la biglietteria. L’ingresso è gratuito ma rilasciano comunque un biglietto numerato, per controllare con sicurezza quante persone entrano e quante escono. C’è la fila per andare giù a fare la visita del pozzo, ma la nostra attesa sarà di 50 minuti scarsi da trascorrere parte all’esterno e parte all’interno del museo, lungo un percorso dove sono esposte vecchie foto e bellissimi tabelloni informativi che illustrano la storia di questa importante miniera gallese. C’è anche un monitor che mostra le immagini dei visitatori che sono già scesi e che cominciano il loro percorso nelle gallerie, ombre vaghe che si muovono nel buio alla sola luce traballante delle lampade accese sui caschetti di protezione. Siamo già emozionati, non vediamo l’ora che venga il nostro turno.

Alla fine tocca anche a noi, e raggiungiamo la zona dove ci forniscono i materiali di protezione obbligatori: il casco, la cintura con attaccata la batteria per la lampadina, che è una batteria speciale senza rischio di scintille, la luce da fissare sul casco, e uno scatolotto di metallo chiuso con un gancio che somiglia a una specie di cestino del pranzo di un tempo. Come dice Luca, così se ci perdiamo abbiamo la razione di cibo per resistere finché ci trovano! Beh, spero proprio che non succeda perché il barattolo è piuttosto piccolo e quindi ci dovrebbero ritrovare in molto fretta…
Dobbiamo consegnare tutti gli oggetti che non possono scendere, in particolare tutto quello che ha una batteria, le fotocamere (sigh…), gli accendini, gli orologi, i telefoni, praticamente lasciamo tutto il nostro zaino in un mobiletto apposito chiuso a chiave e, come tutti, lo riprenderemo all’uscita. Non può scendere nulla che abbia un qualunque tipo di batteria e quindi crei la più piccola possibilità di scintille, a causa del pericolo di gas esplosivi che sempre possono circolare nelle gallerie di una miniera di carbone. Può sembrare una precauzione estrema, anche considerando che l’impianto non è più in attività, ma visto che i visitatori sono semplici civili e spesso famiglie con bambini, la prudenza non è mai troppa.

La nostra guida è un signore simpatico con uno strano accento che poi si rivela essere addirittura australiano. Ha fatto il minatore per oltre 16 anni, anche se non qui e non in pozzi così vecchi con condizioni di lavoro così antiquate e rischiose. Saliamo nella gabbia di ferro che fa da ascensore, che abbiamo visto mille volte nei film, con la nostra luce precaria accesa sulla testa e un po’ di batticuore, e scendiamo lentamente nel buio dei 90 metri di profondità del Big Pit.

Questo pozzo fu aperto nel 1860, è uno dei più vecchi e famosi, e naturalmente uno di quelli in cui le tecnologie moderne sono arrivate solo decenni dopo che fu aperto. Il lavoro qua sotto è stato durissimo e ha impegnato intere generazioni di famiglie di Blaenavon, con un picco massimo di quasi 1400 minatori impiegati negli anni di maggior sfruttamento e circa 250 posti di lavoro persi in un colpo solo al momento della sua chiusura, nel 1980. All’inizio naturalmente non c’erano la corrente elettrica o la tecnologia ad aiutare i minatori, quindi tutto il lavoro veniva fatto a mano o con l’aiuto dei cavalli. Con l’attività a pieno regime si potevano contare fino a 72 cavalli impegnati nei pozzi, che venivano portati giù per aiutare a fare i lavori più pesanti e che, una volta scesi, non sarebbero mai più tornati in superficie. Percorriamo gallerie basse e scure sorrette da archi di ferro e sostenute da tronchi, con un pavimento di terra fangosa che ormai ha quasi inglobato la rete dei binari e un continuo scorrere di acqua ai lati delle pareti. La guida ci spiega il giro che facevano i carrelli di carbone, che entravano vuoti e risalivano pieni in superficie, e i compiti dei vari uomini e dei bambini, anche loro regolarmente presenti nei pozzi, mentre le donne che restavano all’esterno avevano ruoli fondamentali nella gestione delle famiglie del tempo.
I grossi carrelli erano di ferro, li incontriamo abbandonati e arrugginiti in vari punti del percorso, e contenevano 1 tonnellata di carbone ciascuno; ne risalivano 20 per volta. Questo giacimento era ricco e il minerale era di facile estrazione, quindi la miniera ha lavorato ininterrottamente per circa 120 anni prima di essere chiusa per ragioni di sicurezza, e anche perché in altre miniere più moderne si è cominciato a ottenere questo stesso minerale con meno rischi e a costi inferiori, tanto che anche in Galles ormai il carbone conviene più comprarlo che scavarlo.
Inutile dire che le condizioni di lavoro erano terrificanti: turni di 12 ore al freddo e all’umido, senza luce naturale né aria fresca, immersi nel rumore delle trivelle e nella polvere e al costante pericolo di esplosioni incontrollate, all’inizio senza neppure le protezioni di caschi e guanti che arrivarono solo dopo. In cambio di tutta questa fatica e questo sacrificio, spesso i lavoratori non ricevevano neppure un vero e proprio salario ma delle specie di monete rotonde con un foro in alto, dei token da spendere esclusivamente nel negozio del centro minerario, per acquistare prodotti di prima necessità. Sai la soddisfazione.
Facciamo un sacco di domande col nostro gruppo, il giro è molto interessante e la guida spiega tutto con precisione, si vede che sa di cosa parla, anche se non ha mai lavorato in condizioni così difficili per fortuna. Ci racconta che qui alcune gallerie erano così basse che gli uomini dovevano lavorare in ginocchio per terra, o addirittura sdraiati. Per far circolare l’aria nel modo giusto ed evitare rischi di pericolosi passaggi di gas, in alcune gallerie erano state messe delle porte di legno che chiudevano il corridoio. Tenere chiuse le porte era fondamentale, ma serviva anche che venissero aperte all’arrivo dei cavalli che tiravano i vagoni pieni di carbone o quelli vuoti da riempire. Allora, un bimbetto di 6 o 7 anni, piccolo e senza necessità di usare una forza particolare, doveva restare seduto per 12 ore nel buio totale, al freddo, in ascolto, e aprire la porta quando sentiva lo scalpiccio del cavallo che si avvicinava. Dopo che era passato, richiudeva, e aspettava il prossimo. Nel buio, perché la torcia con la fiamma era pericolosa, seduto per terra al freddo per tutto il tempo. La guida ci fa spegnere tutte le nostre luci sui caschi e restiamo nell’oscurità e nel silenzio totali, per capire come poteva essere, e vedere quanto tempo resistiamo. Non passano neanche 20 secondi che una signora riaccende la sua lampada, sgomenta. E non siamo neppure dei bambini.
La struttura delle gallerie è ancora più o meno com’era nel 1980, quando la miniera fu chiusa, e non è difficile farsi un’idea generale di come lavoravano questi uomini coraggiosi e orgogliosi ogni giorno, ma ovviamente non sarà mai neppure una pallida ombra di come doveva essere davvero stare qui sotto per anni, a lavorare in queste condizioni disumane. Erano chiamati minatori invece di schiavi, ma era solo un dettaglio semantico.
Una delle cose più curiose che vediamo in funzione è la Lampada di Davy, una lanterna in cui arde una vera fiamma che però, grazie a un vetro chiuso e una doppia retina di rame molto fitta, non può assolutamente uscire dalla lampada e causare disastri. Inoltre, il suo sistema a rete lascia entrare una minima quantità di eventuali gas presenti nei locali così che, quando la fiamma diventa blu, rivela la presenza invisibile di metano nell’aria intimando ai lavoratori di abbandonare subito il luogo in cui si trovano, mentre invece se la fiamma tende a spegnersi indica che c’è una concentrazione troppo elevata del pericolosissimo monossido di carbonio, e anche in questo caso avvisa i minatori che è meglio scappare via. Non lo sapevo, ma già una minima concentrazione del 2% di monossido può uccidere una persona in mezz’ora, mentre se arriva al 4% bastano solo 15 minuti per non avere scampo. La lampada si chiama col nome del suo inventore, e nonostante le nuove risorse tecnologiche, resta ancora oggi lo strumento più sicuro e affidabile che i minatori scelgono di portare con sé nei tunnel del carbone. Il monossido è anche il motivo del nostro cestino di metallo attaccato in vita, che non è la razione di cibo prevista da Luca purtroppo, ma una più utile maschera anti-gas. In caso di pericolo si tira fuori e si indossa, e il tempo a disposizione per uscire salvi da un locale invaso dai gas si allunga fino a un’ora. Buono a sapersi. Inevitabilmente viene fuori anche la storia dei canarini, e la guida conferma che c’erano davvero, in gabbiette appese in alto vicino al soffitto, perché il gas tende a essere più leggero dell’aria e a salire. Se il canarino smetteva di cantare e soffocava, indicava la presenza di gas a concentrazioni troppo alte con rischio di incendi o esplosioni, e tutti dovevano scappare. Questo, prima dell’arrivo della lampada di Davy, che ha salvato molte più vite di quanto non abbiano fatto i poveri canarini.
Alla fine del giro, oltrepassate diverse porte di legno e percorsi diversi locali più o meno ampi comprese una sorta di stalle dove venivano ricoverati gli sfortunati cavalli che lavoravano qua sotto, arriviamo nuovamente all’ascensore di ferro. Entriamo nella gabbia e riemergiamo lentamente dal fondo dei 90 metri del pozzo, passando dal buio sferragliante del Big Pit alla luce grigia del giorno. È vero che là sotto l’aria ci è sembrata fresca quando siamo scesi, ma se d’estate si percepisce questo effetto fresco, in inverno i minatori passavano dal freddo gelido della superficie alla temperatura costante del sottosuolo, che poteva essere parecchi gradi più alta di quella esterna. Le macchine in funzione e le esplosioni delle estrazioni rendevano poi l’ambiente estremamente caldo e soffocante, il che andava solo a peggiorare ancora di più le condizioni di lavoro. E’ un vero sollievo, essere di nuovo all’aperto.
Lasciamo le attrezzature di sicurezza e riprendiamo lo zaino, quindi salutiamo con gratitudine la nostra guida, lasciamo una piccola offerta nel box per il mantenimento del museo e facciamo un altro giro fuori. Il paesaggio è incredibile, colline morbide coperte di erica viola e erba giallastra, e segni di gallerie sotterranee visibili anche da sopra, scavate anticamente quando la miniera era solo di ferro. Questo sito è patrimonio dell’UNESCO e lo stanno sempre più valorizzando e migliorando, perché più gente possibile possa venire a vivere di persona un pezzo fondamentale della storia del Galles.

Facciamo uno spuntino in una delle caffetterie, e scopriamo con sorpresa che ha un nome – e un’antica origine – italiana: Bracchi’s. Pare che a metà ‘800 molti italiani colpiti dalla crisi economica arrivarono fino qua in cerca di una possibilità di riscatto, e la loro attività primaria divenne, abbastanza prevedibilmente, la ristorazione. La famiglia Bracchi, e poi molte altre, aprirono caffetterie e ristoranti in quest’area, divenendo una comunità di immigrati sempre più numerosa e laboriosa nelle Breacon Beacons. Mangiamo sandwich e frutta e beviamo un tè, prima di uscire di nuovo fuori per continuare la nostra visita.

Ci sono un paio di mostre molto interessanti negli edifici intorno al pozzo, che visitiamo con piacere. In una sono esposti gli attrezzi originali e gli abiti dei lavoratori dell’epoca, con bellissime foto di minatori sorridenti dai volti anneriti dal carbone, le tute sporche, gli scarponi malandati, gli attrezzi attaccati alla vita, le mani distrutte dalla fatica, ma una luce scintillante negli occhi.

C’è la zona dei bagni, arrivata solo negli anni ’40, dove i lavoratori potevano finalmente lavarsi e rinfrescarsi a fine turno prima di andare a casa, senza doversi portare dietro la sporcizia e la polvere venute su con loro dal ventre della terra.

In uno spazio esterno suddiviso in vari capannoni disposti intorno al castello minerario si possono vedere vecchi motori ora silenziosi, fucine spente, stalle disabitate, e poi ventole immobili, scavatori arrugginiti, trivelle a riposo da decenni, vagoncini ormai vuoti e binari che si perdono nel nulla: resti muti e polverosi di un’epoca lontana che non tornerà più.

Quando il Big Pit è stato definitivamente chiuso le opinioni sono state contrastanti, come sempre accade in questi casi. Per qualcuno è stato terribile, una grave decisione che ha impoverito l’economia della zona e le famiglie di qui la cui sopravvivenza era legata a doppio filo alla vita del pozzo, gettandole in una crisi che ancora non si è risolta del tutto. Per altri è stata invece una gioia e un sollievo, un atto dovuto che doveva essere deciso ben prima del 1980 per dire basta allo sfruttamento degli uomini di qui, costretti per generazioni a lavorare in condizioni terrificanti pur di far sopravvivere le loro famiglie. Non so chi abbia ragione ma, come ho già detto, so che per me i minatori sono eroi a prescindere, perché neppure il bisogno di dare da mangiare a un figlio sarebbe mai capace di spingermi nelle viscere della terra. Onore a tutti loro, dunque.

Mi è piaciuto moltissimo questo giro del Big Pit, credevo di avere più paura di scendere sotto terra invece no, anzi la mia ammirazione per il coraggio di questi lavoratori se possibile è ancora aumentata. Uomini che scendono centinaia di metri sotto la superficie del mondo a far esplodere ad arte pezzi di minerale da mandare su, perché noi che siamo fuori possiamo viaggiare, illuminare la nostra casa, o farci il caffè. Non so se c’è un lavoro più ultimo di questo, che si fa senza cielo né aria, ma se c’è, non mi viene in mente.

Lasciamo la zona di Blaenavon diretti a Blackwood, dove abbiamo la stanza per stasera. La casa si rivela una delle migliori mai viste, certo la più elegante di tutto il viaggio.

Una casa fantastica arredata con gusto raffinato, con un giardino incantevole, una camera grande e bellissima e un bagno spettacolare, con vasca su piedi e doccia in vetro a parte che sarà più di un metro di lunghezza.

La signora è gentilissima e ci consiglia il pub qui accanto per cena, dove infatti mangiamo molto bene in una bella atmosfera tipica e amichevole, mentre fuori ha ripreso a piovere.

Rientriamo presto e ci riposiamo, già tristi all’idea che resteremo qui solo per una notte. Domani si riparte per altre mete, ma non ci dimenticheremo mai il Big Pit.

Giovedì 18 agosto 2016: Aberglasney Garden – Wales National Botanic Garden – Swansea

Finisce qui anche la seconda settimana di tour purtroppo, ma ogni giorno nuove bellezze si sommano alle precedenti. Stamani il nostro Inn si è fatto perdonare per la colazione di ieri e ci ha servito ottimi piatti. Una ricca full Welsh per Luca senza funghi né pomodoro molliccio, e beans on toast per me con uovo fritto, tutto molto buono. E poi yogurt, marmellate, toast, frutta e cereali a piacere, tè e caffè come da prassi. L’unico neo del soggiorno è stato il Wi-Fi che in camera proprio non andava. Il gestore ha detto che ha avuto un problema giorni fa e ha chiamato subito l’assistenza, ma “qui non è mica Londra che arrivano in un momento…. qui bisogna aspettare!”

La prima tappa di oggi è molto vicina, in un mini paesino che si nota appena passandoci attraverso, ma che in una zona esterna in mezzo alla campagna racchiude questo piccolo tesoro che si chiama Aberglasney Garden.

Purtroppo questo giardino non fa parte di nessuna associazione per cui dobbiamo pagare il biglietto, ma ci si può stare se il contributo serve a mantenerlo in vita. Anche se non è enorme come altri che abbiamo visitato in passato, è un giardino magnifico, elegante e perfettamente curato, con molte zone diversificate e dedicate a coltivazioni specifiche. C’è la zona del giardino all’italiana con le siepi geometriche, il bosco di conifere, e il walled garden con una moltitudine di fiori colorati che sembrano invadere ogni centimetro disponibile intorno a noi.

C’è l’orto con zucchine e insalate pronte da cogliere, e incredibili alberelli di mele alti non più di mezzo metro e fatti crescere solo in larghezza, con tutte queste piccole mele rosse e gialle appese ai rami come festoni di lampadine a una sagra estiva di paese. Nello stagno galleggiano ninfee bianche grandi come cavoli, e c’è anche una zona con il giardino d’acqua dove un signore sta facendo manutenzione alla vasca, che dovrebbe riempirsi più tardi.

Ci sono boschetti e ponticelli, e una serra dove stanno già crescendo grosse zucche arancioni. Soprattutto ci sono una quantità di dalie bellissime, di molte varietà e colori, spesso mescolate con delle spighe dorate dai ciuffetti soffici come piume, che creano un insieme molto elegante. E naturalmente ci sono ortensie, camelie, magnolie, peonie, lantane e begonie, e molti crochi luciferi dai fiori arancioni che mi piacciono tantissimo e che dovrò trovare dalle nostre parti per piantarli nel nostro giardino.

Su un prato laterale c’è un bellissimo tunnel di tasso molto vecchio, che però non possiamo percorrere perché alcuni giardinieri lo stanno potando e sistemando. C’è anche una bella caffetteria all’ombra della casa principale, di fronte allo stagno, e ne approfittiamo per bere qualcosa di fresco dopo la lunga camminata sotto un sole caldo. Le previsioni TV stamani dicevano che c’era possibilità di pioggia, ma a parte alcune nuvole di passaggio, non si è visto nulla. Meglio, così possiamo girare per questo bel giardino senza senza problemi, in mezzo a questa esplosione di bellezza a un tempo spontanea e controllata, che mostra il meglio di se’ negli spazi che l’uomo ha lasciato a sua disposizione.

La seconda tappa è a pochi chilometri da qui, ci arriviamo in neanche 10 minuti ed è ancora un giardino, stavolta nientemeno che il Giardino Botanico Nazionale del Galles. Tutta dedicata ai fiori, questa giornata. L’ingresso è moderno e molto bello e il biglietto vale una settimana – una cosa carina, per chi lo può sfruttare.

Questo giardino botanico è il più grande del Galles e il più nuovo, è stato inaugurato nel 2000 ed è stato il primo giardino britannico aperto nel nuovo millennio. Un lungo viale con vasche d’acqua e aiuole con piante antiche e grosse rocce conduce fino ai giardini principali, suddivisi per tipologia.

I walled gardens, gli orti, la zona della piante officinali accanto a una bellissima ricostruzione di una farmacia ottocentesca con tutti i vasi allineati sugli scaffali per esporre i rimedi a base naturale, gli oli, le polveri, le essenze, le pomate, gli estratti e tutto quello che la medicina più antica era riuscita a ottenere con l’aiuto della natura.

Ma la zona protagonista di questo giardino botanico è sicuramente la grande serra centrale, una specie di enorme disco volante con il tetto in vetro e le pareti a scivolo ricoperte di prato che è una struttura unica nel suo genere, in quanto è la cupola in vetro a campata unica più grande del mondo. Dentro sono conservati habitat rappresentativi di differenti zone calde della terra, come la California, le Isole Canarie, il Cile, l’Australia e altri luoghi in cui i particolari tipi di vegetazione risultano più a rischio di estinzione.

È molto bella, forse più la struttura che non l’esposizione di piante in sé, ma dentro fa molto caldo così, anche se c’è una caffetteria e abbiamo fame, usciamo a cercare qualcos’altro, visto che ci sono almeno 3 posti che offrono cibo nel giardino. Scegliamo quello nelle vecchie stalle e ci sediamo all’ombra a mangiare sandwich e baguette e bere succhi freschi, e ci prendiamo anche un gelato per combattere il caldo e la fatica.

Dopo una meritata pausa continuiamo il giro e troviamo il Pili Pala (casa delle farfalle) che è forse la cosa che più mi piace di questo posto. Le farfalle non sono moltissime come nel Pili Pala di Anglesey, ma l’ambiente naturale in cui volano qui è eccezionale, di livello davvero alto.

Piante e fiori tropicali sono sistemati in modo da ricreare un ambiente magicamente esotico, e le farfalle che svolazzano in mezzo ai visitatori non fanno che rendere questa serra ancora più affascinante. Quando passiamo davanti alla teca che contiene le crisalidi uno degli inservienti apre il vetro e piano piano libera 3 o 4 farfalle di tipo diverso che sono appena uscite dal loro bozzolo e hanno schiuso lei ali per la prima volta. Stanno provando il loro primo volo, e assistiamo con emozione al loro tentativo di gestire un corpo completamente nuovo che fa cose che quello precedente neppure si sognava di poter fare. Un miracolo della natura che si compie davanti ai nostri occhi stupiti. Bellissimo.

Oltrepassiamo un angolo particolarmente pacifico che ricostruisce un classico giardino giapponese completo di acero rosso e piccolo corso d’acqua, e arriviamo fino al giardino delle api, che si possono ammirare da dietro ai vetri mentre una signora con indosso la tuta protettiva sta eseguendo i lavori necessari al mantenimento delle piante. Ci sono almeno 6 o 7 arnie e in tutte c’è un grande affaccendarsi di questi straordinari piccoli insetti che hanno una così grande importanza per la sopravvivenza del pianeta, e dei quali siamo grandissimi ammiratori.

Uno degli ultimi giardini a tema che raggiungiamo è tra quelli che visito più volentieri perché contiene la collezione delle dalie, decisamente tra i miei fiori preferiti. Un’armonia di forme e colori scintillanti, una sequenza di fuochi d’artificio profumati che incantano la vista. Bellissime.

Tornando indietro passiamo per una zona ampia e libera dominata da un grande edificio elegante, parte della sede amministrativa del giardino botanico, davanti al quale incontriamo una creatura speciale acquattata nel grande prato: un drago. Se non qui, dove?

Il giardino confina con una vasta area di campagna aperta e libera, da dove si diramano alcuni sentieri percorribili a piedi da chi vuole esplorare i dintorni.

Alla fine del giro torniamo verso l’uscita e passiamo per lo shop, dove vendono piante ma anche simpatici accessori da giardino come statuette di animali vari, gufi, pecore, gatti, rane, lontre, topolini, uccellini, papere, tutti bellissimi e – purtroppo – tutti in pietra, dunque pesantissimi e assolutamente impossibili da riportare a casa in aereo. Un vero peccato. C’è anche una caffetteria, e ci sediamo a bere qualcosa, Luca un succo ma io un buon tè, visto che è ora, prima di tornare alla macchina.

Raggiungiamo Swansea e la stanza di stasera in poco più di mezz’ora, in una piccola pensione non lontano dal mare, in questa città famosa per essere il luogo natale di Dylan Thomas. Il signore che ci accoglie è gentilissimo e ci dà istruzioni e consigli per la cena, anche se poi andiamo a mangiare in una zona diversa da quella da lui indicata.

Quindi ci riposiamo finalmente, dopo una lunga giornata a girovagare in mezzo ai fiori. E domani, se tutto va bene, faremo qualcosa di veramente gallese.

Mercoledì 17 agosto 2016: Dinefwr Park and Castle – Rhossili Bay

Notte tranquilla al nostro grazioso Inn, anche se ieri sera faceva molto caldo e abbiamo usufruito del ventilatore a pale sistemato sul soffitto. Mah, mettono il ventilatore e poi c’è il piumone sul letto, che strano modo di affrontare l’estate.
Ma se la notte è buona e silenziosa, la colazione ci delude un po’. La full Welsh che ordiniamo non è all’altezza per quantità e qualità della preparazione (le uova sono insipide, il pomodoro è in barattolo e non c’è neppure l’ombra dei fagioli) ma pazienza, poteva anche andare peggio. Non siamo i soli che restano delusi comunque, e una famiglia di olandesi si lamenta con la cameriera che però non se la prende troppo. Dopo colazione andiamo un attimo nella lounge per controllare la posta elettronica, perché in camera il segnale era debolissimo, quindi prendiamo la macchina e ci dirigiamo verso il Dinefwr Park, il cui cancello è praticamente qui fuori, a neanche 500 metri di distanza, e che ha un viale di ingresso che sarà lungo un chilometro. Dato che anche questo è un bene gestito dal National Trust, mostro fiduciosa le card del FAI alla ragazza della biglietteria, che è situata prima del parcheggio. Lei le guarda stupita come fossero pezzi di meteorite scesi dal cielo, poi me le restituisce e anche se non ha mai visto nulla di simile in vita sua mi dice “ok I trust you”, ci dà i braccialetti di carta da indossare per segnalare che siamo visitatori autorizzati e ci lascia entrare gratis, parking fee inclusa. Lo so che stiamo effettivamente esercitando un nostro diritto e non stiamo truffando nessuno, ma mi piacerebbe che tutte queste biglietterie avessero sottomano l’elenco delle varie associazioni gemellate con il NT, non solo alcune, in modo da riconoscere al volo le tessere dei soci non britannici e far sentire tutti meglio. Anyway.

Una ragazza molto gentile del centro visitatori ci dà una mappa del parco, che è molto grande e comprende un castello in rovina, diversi edifici utili alla gestione della casa padronale, uno stagno, un bosco, un branco di cervi autoctoni e la Newton House, che è la magione principale. Cominciamo proprio da quella, che è giusto dietro l’angolo ed è bellissima.

Si tratta di una elegante villa a più livelli costruita a metà del XVII secolo dalla famiglia Rice e poi molto rimaneggiata a causa di vari danneggiamenti, cui a metà ottocento fu aggiunta addirittura una facciata vittoriana con 4 torrette agli angoli sormontate da tetti a forma di cono. Buona parte delle torri è ricoperta di edera e di fronte all’ingresso c’è una piccola loggia quadrata con archi gotici molto suggestiva, che contribuisce all’atmosfera pittoresca dell’edificio. Di fronte alla casa un piccolo giardino formale di siepi verdi e fiorite contribuisce a conferire alla casa l’aspetto autorevole di piccolo castello nobiliare.

All’interno la solita signora di mezza età bionda e assolutamente gentilissima (sembrano fatte in serie…) ci accoglie e ci spiega un po’ di storia della casa, quindi ci indica il percorso consigliato per la visita e ci lascia liberi di gironzolare a piacere. Scendiamo la scala che porta al seminterrato e ci ritroviamo nei locali riservati alla servitù, così come erano organizzati quando questa era la casa di un Lord. C’è la stanza dove si tenevano in ordine gli abiti, con il vecchio ferro da stiro tutto in ferro, le spazzole e i lucidi da scarpe, gli spazzolini per lucidare i cappelli e le forme per le calzature da uomo e da donna. Si può toccare tutto e provare a fare i mestieri così, mentre io mi prendo cura di camicie e cappelli, Luca si prova una giacca con le code da maggiordomo che è proprio della sua misura, e che gli cade a pennello. Quando si dice le physique du rôle…

C’è la stanza dei bauli da viaggio, quella degli attrezzi sportivi, con mazze da polo e da cricket, racchette da tennis e set da bocce, e più avanti una piccola cantina di vini e una stanza blindata dove è conservata l’argenteria. In fondo c’è la camera del maggiordomo, con un letto, un armadio, una poltrona e un tavolo con un vassoio pronto per la colazione e un piccolo ferro da stiro per lisciare il giornale da portare al Lord di casa alle 8 in punto.

In una saletta con le panchine un filmato su un grande televisore mostra i vari servitori in costume che spiegano i loro compiti quotidiani, i loro diritti e doveri, e le difficoltà di gestire alla perfezione una macchina complicata come una casa di queste dimensioni con padroni di questo livello sociale. Mi viene subito in mente “Quel che resta del giorno”, film bellissimo che ricostruisce questo tipo particolare di microcosmo umano ormai quasi scomparso come meglio non si potrebbe.

Saliamo al piano superiore, che è quello padronale, dove l’atmosfera è assai diversa. Molta luce, grandi finestre che danno sul giardino fiorito, salotti decorati di velluto, una grande sala da pranzo con un tavolo apparecchiato per un banchetto da almeno 30 invitati, con cristalli, argenterie e porcellane raffinate sistemate su una tovaglia bordeaux.

La Drawing Room è molto grande, con un caminetto notevole e poltrone fiorite, e intorno alcuni tavoli da gioco e un pianoforte, che chi vuole può suonare liberamente. Una signora lo fa, non benissimo ma insomma, se la cava.

C’è anche una stanza dedicata alla storia della casa e dei suoi diversi proprietari, una che ricorda il tempo in cui fu trasformata in ospedale militare durante la seconda guerra mondiale, e una in cui si testimonia l’opera e l’influenza di Capability Brown nei giardini della tenuta, dato che il famoso “parrucchiere della natura” ha lavorato qui a lungo, definendo questo parco uno dei più belli e rappresentativi del Galles.

Dopo il giro all’interno usciamo e cominciamo a gironzolare in questo famoso parco, scovando subito il branco dei cervi raggruppati in fondo a un prato vicino a una recinzione. Sono bellissimi, placidi e timidi, di taglia piccola, color nocciola con i pomelli bianchi sul dorso gli adulti, mentre i cuccioli sono color miele scuro.

Prendiamo un sentiero che si addentra proprio nella zona dei cervi, e dopo un lungo giro li ritroviamo prendendoli alle spalle. Mi avvicino piano piano da dietro un albero, mi hanno vista ma non sono scappati, sono almeno una quindicina a neanche dieci metri di distanza. Faccio un po’ di foto ma non mi avvicino troppo perché non li voglio spaventare.


Si sono sistemati in un punto ideale, con la Newton House proprio alle spalle a fare da sfondo perfetto a questa scena inattesa che ci troviamo davanti, così bella da sembrare irreale. Basta un bosco, dei cervi, ed è subito fiaba.

Proseguiamo nel folto del bosco per un sentiero piuttosto faticoso alla ricerca del castello, e naturalmente abbiamo preso la via più lunga per raggiungerlo. Non è la lunghezza il problema ma il fatto che ci sono molti tratti in salita, il mio nemico pubblico numero 2… Luca procede spedito e anzi saltella qua e là per farmi coraggio, cercando di capire in che punto siamo della nostra mappa. Incontriamo un mulino d’acqua per la produzione di energia, piccolo ma ben tenuto, nascosto nel folto del sottobosco, un laghetto, e anche un piccolo percorso di allenamento con attrezzi di legno per chi si vuole mantenere in forma.

Fa caldo e siamo stanchi, ma del castello di Dinefwr ancora nessuna traccia. Quando finalmente passiamo davanti a un piccolo punto di ristoro sperduto nel nulla Luca mi fa “vai…. vai a diritto, non ti fermare… è un miraggio…!” Alla fine ci arriviamo davvero al castello, o a quello che resta di una piccola fortezza medievale con la sua grossa torre di pietra massiccia e una parte di mura possenti ancora intatte.

Il resto è malmesso ma suggestivo, con bei camminamenti, resti di torri e tappeti d’erba. E una vista privilegiata su tutta la tenuta. Bello, e poi vuoi mettere la soddisfazione di averlo trovato, alla fine.

Continuiamo per un’altra via che passa in mezzo al bosco e raggiungiamo il centro visitatori in circa dieci minuti. Non era poi così lontano, a passare dal sentiero più breve! Ci lanciamo sulla caffetteria, dove ora c’è molta più gente di stamani, e ci gustiamo un Cream Tea con aggiunta di succo d’arancia, perché siamo sudati e stanchi. Facciamo un giro allo “Siop” (gallese per Shop) e poi torniamo alla macchina, pronti a partire per la prossima tappa: Rhossili Bay.

Facciamo anche un salto al Carreg Cennen Castle così en passant, per ammirare dal basso le sue rovine romantiche che svettano sulla cima della collina, quindi continuiamo verso sud per circa un’ora fermandoci solo una volta lungo la via a fotografare un branco di piccoli cavalli selvatici che brucano liberi ai bordi della carreggiata insieme a un gruppetto di pecore.

Sono circa le 5,30 quando arriviamo al paese di Rhossili e al promontorio di Worm’s Head, che pare si chiami così perché la sua forma somiglia al corpo di un drago (wurm è drago in antico inglese, leggiamo nella guida). Il sito è gestito dal NT ma non c’è un vero ingresso, solo un parcheggio a pagamento fino alle 18 dal quale siamo esonerati (e comunque è quasi ora in cui tutti parcheggiano gratis). Seguiamo il piccolo sentiero e poco dopo una baia spettacolare si allunga molto più in basso alla nostra destra, incredibilmente grande e selvaggia, con onde lunghe e spumose che sono amatissime dai surfisti locali. Una spiaggia di sabbia lunga circa 5 chilometri, con alle spalle prati e boschi, e di fronte un pezzo del canale di Bristol.

Proseguiamo lungo il sentiero e ci ritroviamo a percorrere una lunga falesia ricoperta di erba verdissima e fitta, morbida sotto i piedi, che contrasta con l’impressione di solidità suscitata dalla roccia degli strapiombi calcarei. Questa è stata classificata come zona di straordinaria bellezza naturalistica, e direi che si merita appieno questo titolo.

La costa procede sinuosa e morbida, con strapiombi rocciosi che si alternano a scivoli erbosi sui quali, incredibilmente, pascolano una dozzina di pecore. Brucano tranquille muovendosi sul costone ripido come fossero in perfetta pianura, e se la loro cena è impegnativa, il panorama le ricompensa per la fatica.

Passeggiamo lungo il promontorio scattando foto e godendoci la vista incredibile che si ha da qui, e i profumi intensi, i colori contrastanti, i suoni, e l’aria salmastra e fresca. La sensazione è la stessa provata altre volte anche in questo Finis Terrae circondato di mare, spazi aperti e vasta bellezza. Non c’è che acqua oltre a questo lembo di roccia erbosa, non si può andare più oltre. Qui finisce questo bellissimo paese: stiamo camminando sul bordo del Galles. E qui ci fermiamo. Siamo in piedi sul drago.

Torniamo indietro lentamente fino al parcheggio, continuando a spiare le pecore che pascolano sul promontorio erboso senza nessuna difficoltà. Ce n’è anche una nera, ovviamente. Non può mai mancare, una pecora nera.

Rientriamo in hotel giusto in tempo per cenare con ottimi piatti locali, prima di ritirarci in camera goderci il meritato riposo.

È stata lunga e faticosa ma molto soddisfacente, questa giornata che siamo venuti a finire quaggiù, sul bordo del Galles