Domenica 6 ottobre 2019: London

Ci svegliamo alla solita ora stamani, nella nostra stanza che si è rivelata molto comoda nonostante le dimensioni ridotte. E’ stata una buona scelta.
Raccogliamo tutto e usciamo per l’ultima volta (purtroppo) alla ricerca di un posto dove fare colazione, visto che la domenica Speedy’s è chiuso. Anche se ci restano poche ore da passare in città abbiamo un piano per sfruttarle al meglio, e cercheremo di seguirlo fedelmente. Ci spostiamo con la Tube verso Baker Street (because of course…), quindi risaliamo in superficie e prendiamo per Marylebone, dove troviamo un Ceffè Nero aperto che ci serve ottimi cappuccini e croissant. Si sta molto bene oggi, c’è perfino un bel solicchio che illumina le strade semi deserte della domenica mattina, è davvero un peccato dover andare via tra poche ore.

La prima tappa del giro ci porta in fondo alla via, di fronte al Langham Hotel. Si tratta di un massiccio edificio di mattoni color biscotto, un’architettura imponente fatta di balconi aggettanti, finestre ad arco e cornicioni scolpiti, un hotel storico assai elegante nel quale molto probabilmente non dormiremo mai. Ma a noi basta vederlo da fuori, per fare una foto a una placca speciale che ricorda un momento importante nella storia della letteratura inglese: nel raffinato ristorante di questo albergo, il 30 agosto 1889 Arthur Conan Doyle e Oscar Wilde cenarono qui insieme all’editore del Lippincott’s Magazine. Un incontro amichevole e proficuo, che fu seguito pochi mesi dopo dall’uscita di due romanzi divenuti famosissimi tra i lettori vittoriani (e non solo), “Il segno dei quattro” e “Il ritratto di Dorian Gray”. Oh God, che avrei dato per poter essere un calice di vino sopra a quel tavolo, e ascoltare la conversazione avvenuta durante la cena tra quei gentiluomini…

Dal Langham ridiscendiamo giù per Regent Street e facciamo un sosta per fotografare il bellissimo palazzo di Liberty, uno degli store più antichi e famosi di tutta Londra che ha sede in un incredibile edificio ristrutturato a inizio ‘900 in stile Tudor, che purtroppo di domenica è chiuso. Cominciò come piccolo emporio fondato da un certo Mr Liberty, che vendeva merci in arrivo dall’Oriente e dal Giappone in particolare, e in poco tempo divenne il negozio più alla moda e più esclusivo della città allargandosi in tutti gli edifici vicini fino a occupare quasi tutta la via con le sue vetrine.

Qui si vendevano (e si vendono ancora) gli abiti e gli arredi più eleganti di Londra; lo stesso Oscar Wilde veniva qui a comprare i suoi completi da dandy, e ripeteva spesso che uno non poteva dirsi un vero gentiluomo se non si vestiva da Liberty. Molti degli stravaganti e innovativi artisti dell’Arts and Crafts si vestivano qui, e anzi alcuni disegnavano modelli e fantasie di tessuti esclusivi nel nuovo stile Art Nouveau per questo store così famoso che faceva concorrenza alla moda francese e italiana, tanto che in Italia l’Art Nouveau divenne conosciuto anche come Stile Liberty. Speriamo di riuscire a trovarlo aperto la prossima volta, perché l’interno è ancora più spettacolare dell’esterno. Anche se non credo che noi potremo mai fare i nostri acquisti qui, sorry Oscar darling…

Oltrepassiamo l’arco sormontato dall’orologio dorato, riattraversiamo Regent’s Street (facendo uno sforzo per resistere alle sventolanti insegne rosse di Hamleys, che oggi è regolarmente aperto…) e continuiamo la nostra passeggiata lungo un’altra strada famosa le cui vetrine resteranno sempre per noi solo luoghi da ammirare dall’esterno: Savile Row.

Una piccola via a guardare bene, ma in realtà un punto di riferimento internazionale per quanto riguarda la moda maschile. Dai Reali ai campioni dello sport, dai Presidenti alle stelle del cinema, dagli imprenditori di multinazionali fino a James Bond e Mycroft Holmes, tutti gli uomini più eleganti del mondo sono passati almeno una volta di qui per farsi fare un abito tre pezzi tailored come Dio comanda (non per niente Martin è un frequentatore abituale di questa strada). Una sequenza di negozi dall’apparenza semplice e sostanzialmente simili tra loro, niente affatto pretenziosi o sfarzosi, con le classiche vetrine abitate da un paio di manichini in giacca e cravatta, file di adorabili pecorelle di lana a garanzia della qualità originale della materia prima, e porte a vetri che danno accesso a laboratori artigiani di altissimo livello, dove tutto è fatto ancora a mano con una sapienza e un’attenzione che arrivano da una tradizione antica. E’ stato proprio in un vecchio articolo che parlava di questa via che ho imparato l’espressione “bespoke suit”. Chissà quante e quali celebrità hanno calpestato questo stesso marciapiede sul quale passiamo noi oggi, alla ricerca del loro completo perfetto. Perché magari chi sostiene che l’abito non fa il monaco, forse non ha mai fatto acquisti da queste parti…

Grandi sartorie a parte, io ricordavo che in questa via, precisamente al numero 7, abitava nientemeno che Phileas Fogg, quello del Giro del mondo in 80 giorni, avventura mitica per lettori di tutte le età in cui un altro personaggio di carta diventa un abitante reale di Londra con tanto di indirizzo preciso. Ma cercando conferma della cosa nel mio cellulare scopro che qui si trovavano anche gli studi della Apple Records (quella dei Beatles, moooolto ante-Jobs…), che fecero il loro ultimo concerto proprio sul tetto di questo palazzo davanti a una folla in delirio. Mi ricordavo che era successo nei pressi di Piccadilly, ma non che si trattasse proprio di questa via. Ma vedi te. Questa è veramente una città infinita in cui a ogni angolo puoi scoprire qualcosa di straordinario, e io non smetterò mai di amarla per questo.

Proseguiamo il nostro giro fino a Soho, dove ci sorprende un negozietto di generi alimentari italiani che, oltre a farine, marmellate e pomarole varie, ha in vetrina la pasta Rummo di Benevento (molto buona) e i fusilli di Pisa del pastificio Martelli di Lari, che sarà a 5 km da casa nostra. Che bella! L’avevamo trovata anche in Galles, è sempre un piacere scoprire che è conosciuta e apprezzata anche lontano da casa.

In pochi minuti siamo nel West End, e passiamo davanti al Prince Edward Theatre, una cara vecchia conoscenza, che però ha cambiato il suo cartellone in questo periodo. Infatti, invece dei tappeti volanti e delle lanterne magiche di Aladdin e del suo Genio blu (bellissimo musical Disney, da vedere assolutamente), nelle grandi locandine adesso campeggia la foto di una signora dall’aria stravagante con un soprabito rosso e una grossa borsa in una mano, che vola sui tetti di Londra appesa al suo ombrello dal manico a becco di pappagallo: è Mary Poppins!

Sapevo che lo stavano preparando, ma purtroppo lo show aprirà solo a fine ottobre e non ho potuto acquistare i ticket, peccato. Sarà per la prossima volta. E’ già una bella emozione vedere la locandina, e sapere che finalmente il vento è cambiato e Mary è tornata a Londra!

Poco distante, a Greek Street, c’è la nostra prossima tappa: House of MinaLima. Un negozietto che a vederlo non ci si crede da quanto è tipico: infissi di legno dipinti di vernice rosso lacca e scritte dorate, un paio di piccole vetrine ai lati di una porticina aperta, da una parte una marea di oggetti ammassati come alla rinfusa, libri, statuine, quadretti, cartoline, penne, fotografie… di quelle che da lontano non riconosci nulla e non capisci che negozio sia, dall’altro lato invece tutto vuoto, solo un fondale blu punteggiato di stelle e un poster appeso con la foto in bianco e nero di un uomo dall’aria minacciosa, con i capelli lunghi e scarruffati che tiene in mano una placca con un numero in stile foto segnaletica da ricercato. Sopra la foto, l’inconfondibile frase: HAVE YOU SEEN THIS WIZARD? Lui è Sirius Black naturalmente, e questo è il negozio di magia Potteriana più famoso di Londra dopo quello che si trova sul binario 9 e 3/4. Ho scoperto della sua esistenza in un articolo qualche mese fa e l’ho subito messo in lista come luogo da visitare alla prima occasione, perché sono proprio curiosa di vedere com’è dentro.

Il nome MinaLima deriva dai nomi dei due designer (Eduardo Mina e Miraphora Lima) che hanno lavorato a tutta la parte grafica di libri, giornali, mappe, messaggi e confezioni di oggetti in tutti i film di HP, e qui sono in vendita articoli e disegni originali legati alle riprese degli 8 episodi della saga. Insomma, questi due sono quelli che hanno creato la Gazzetta del Profeta, la Mappa del Malandrino, il biglietto dell’Hogwarts Express, la mitica lettera di accettazione a Hogwarts che Edwige porta a Harry, le foto da ricercati di Bellatrix, Sirius e Harry stesso, l’Indesiderabile n°1, il fantastico albero genealogico della famiglia di Sirius Black nella sua vecchia casa, sede dell’Ordine della Fenice, tutti gli annunci e i messaggi agli studenti nelle bacheche della scuola, per non parlare delle scatole delle Cioccorane, delle caramelle Tuttigusti più Uno e di tutto quello che viene venduto nei negozi di Diagon Alley.

E in effetti entrare qui è un po’ come entrare in uno di quegli strani negozietti magici, pieni di roba stravagante e familiare allo stesso tempo. Locandine a centinaia, libri, disegni originali appesi alle pareti in cornici di ogni tipo, poster e stampe si susseguono alle pareti salendo su per le strette scale di tutti e 4 i piani di questo bellissimo edificio, in cui si trova anche una stanza con un’enorme immagine della mappa del malandrino come pavimento, un’altra con strisce di carta da parati con il bellissimo Family Tree di Sirius appese in giro, e una riproduzione del salotto di Privet Drive con il caminetto invaso da una cascata di lettere di accettazione per Harry. Un luogo incredibile, affascinante e curioso come nessun altro negozio che abbiamo mai visitato, e certamente imperdibile per i veri fan del maghetto più famoso della terra. Facciamo solo un piccolo acquisto, ma vorrei davvero portare via di tutto da qui, hanno cose bellissime. Vabbè, magari un’altra volta…

Continuiamo fino a New Oxford Street per dare un’occhiata alle vetrine di un altro negozio storico della città, che più tipico di così non si potrebbe: James Smith & Sons. Situato all’angolo di un grosso palazzo in pietra color avorio, qui si vendono bastoni da passeggio e ombrelli dal 1830. Come dire, la cosa più venduta in Inghilterra dopo le bustine del tè. Un posto adorabile, così vecchio stile con le scritte nere e oro sulla porta, i bastoni di legno con i pomi scolpiti infilati nelle rastrelliere, i frustini da cavallerizzo in cuoio intrecciato e gli ombrelli aperti nelle vetrine che sembrano grossi fiori colorati. Pare che persino Mary Poppins abbia trovato qui il suo famoso ombrello con il manico a becco di pappagallo parlante. Bisognerà proprio venire a farci un giro…

Da qui torniamo verso Covent Garden ed entriamo in una stradina piccola piccola vicino al Noel Coward Theatre, proprio una piccola ruga che si chiama Cecil Court, dove troviamo altri due luoghi da visitare: uno è il portone di un palazzo qualsiasi sul quale una Blue Plaque testimonia che lì, tra l’Aprile e l’Agosto 1764, soggiornò Mozart con la sua famiglia durante il suo primo Grand Tour europeo. Un bimbetto di 8 anni che entrava e usciva da questa porta insieme a suo padre, per andare a sfoggiare il suo talento geniale nei palazzi di nobili e reali inglesi. Wow.

Poco più avanti troviamo finalmente il secondo posto che stavamo cercando: “Alice through the looking glass”. Ci sono delle impalcature per il restauro della facciata del palazzo soprastante, per cui non è immediatamente facile da vedere lungo la viuzza piena di negozi, ma alla fine lo scoviamo. Una grande vetrina, infissi bianchi e azzurri, e una piccola grata che segnala l’ingresso dell’unica libreria di Londra completamente dedicata alla bambina più strana e straordinaria della letteratura inglese: Alice.

La vetrina è piena di vecchie edizioni (in varie lingue) delle sue avventure nel paese delle meraviglie, con disegni, cartoline, quadretti e figurine dei vari personaggi sparsi qua e là, ma ci sono anche molti altri famosi libri per ragazzi, come l’immancabile serie di Harry Potter, ma anche Christopher Robin e Winnie the Pooh, Tolkien, Sherlock Holmes, Peter Pan, Dr Who, Shakespeare, e persino una bella edizione di Pinocchio, che mi fa davvero piacere vedere qui. C’è anche una vecchia raccolta di storie illustrate con i disegni dei gatti dai grandi occhioni teneri di Louis Wain che mi piace moltissimo e che avrei sicuramente acquistato al volo, soprattutto ora che Ben sta lavorando a un biopic su di lui. La libreria è fantastica e forse è un bene che sia chiusa, perché se fossi potuta entrare ci avrei sicuramente lasciato una fortuna!

Torniamo verso Piccadilly, piena di gente a passeggio sotto ai mega schermi ricurvi che la colorano, oltrepassiamo il Criterion (chissà se il Dr Watson è tornato qui con Stamford per un buon Sunday lunch) e continuiamo lungo la Piccadilly per un centinaio di metri fino ad arrivare da Hatchard’s, dove finalmente entriamo.

Questa è la più antica libreria della Gran Bretagna, che vende libri a londinesi e non dal 1797. Una vera istituzione cittadina che vanta diversi Royal Warrants, come si vede da quello esposto bene in vista sopra il portone d’entrata. C’è parecchia gente dentro, sparsa nei 5 piani nei quali sono suddivise le sezioni tematiche degli scafali, ed è sempre un piacere vedere tanto movimento in una libreria. Facciamo un giro a curiosare tra i reparti e dopo un po’ mi fermo nel settore che cercavo per fare una specie di meta-acquisto: comprare un libro su Londra a Londra. Ne prendo 2 alla fine, e sono contenta perché mi danno la vaga illusione di portare via con me un pezzetto di questa mia amata città.

Perché ci siamo, purtroppo. Il tempo è passato in fretta e alla fine è arrivato il triste momento di lasciare il centro per raggiungere Heathrow, dove dovremo prendere il volo che ci riporterà a casa. All’altra casa, I mean. Camminiamo nuovamente verso Piccadilly Circus, dove dobbiamo prendere la Piccadilly Line che ci porterà diretti al Terminal 3, ma prima di scendere giù lancio un ultimo sguardo alla piazza animata ormai così familiare, con i musicisti di strada, i ballerini di hip-pop che si esibiscono per i passanti, i grandi schermi luminosi con le loro pubblicità coloratissime in alta definizione, e i doubledecker rossi che girano lenti agli angoli delle grosse vie scomparendo tra i palazzi come gigantesche lumache dondolanti. E naturalmente alla fontana Shaftesbury, con quel suo bellissimo angelo nero posato delicatamente sulla punta di un solo piede che somiglia un po’ a quelli che si mettono in cima all’abete di Natale. Avevo sempre creduto fosse Eros, finché non capitò una lezione di inglese in cui imparammo che invece era suo fratello gemello Anteros, riconoscibile da ali più grandi e capelli più lunghi e che, invece di scagliare frecce qua e là per far innamorare la gente a casaccio, è il dio protettore dell’amore maturo, altruista e consapevole. Mi sa che è stata proprio una sua freccia a colpirmi tanti anni fa (quella che a lui manca?), e a farmi innamorare perdutamente di questa meravigliosa città che non mi stanco mai di percorrere in lungo e in largo, in qualunque stagione. Un altro pezzetto l’ho scoperto in questo breve viaggio d’autunno.

Alla prossima, allora. E non importa se magari pioverà. Perché per noi la verità è che…

Sabato 5 ottobre 2019: London

Ci svegliamo con il sole e un bel cielo azzurro, e una consapevolezza che ci rattrista un po’: niente spettacolo, stasera. Vabbè, cercheremo di fare meglio la prossima volta.
Facciamo la nostra ultima colazione dai gentilissimi ragazzi di Speedy’s (la domenica è chiuso), quindi prendiamo la Tube e ci dirigiamo ancora verso nord, direzione privilegiata in questo London break, fino a Camden.

Qui visitiamo il famoso Camden Market, per certi versi simile a quello di Portobello ma ancora più grande e organizzato un po’ diversamente, con parecchie zone anche al coperto. Ci accolgono i famosi palazzi della via principale decorati da sculture di cartapesta a forma di scarpe e abiti, simboli dark o draghi, e ricoperti di bellissimi murales colorati che creano subito un’aria di festa e di pacifica anarchia.

Non c’è ancora troppa gente e si gira con tranquillità tra le moltissime bancarelle, che vendono davvero di tutto: piccola bigiotteria in argento e pietre dure, abbigliamento nuovo e usato, scarpe, stivali, cinture, borse, sciarpe e cappelli, manufatti in cuoio, quadri e stampe e mille tipi di suppellettili e oggetti decorativi. Ci sono anche stand di mobili e arredi antichi restaurati, alcuni molto belli, anche se forse qui mi sembrano meno specializzati in questo settore rispetto a Portobello. Molti sono i banchi di abiti vintage particolari, capi che erano di moda 30 o 40 anni fa e che sono ancora bellissimi e ben conservati, e naturalmente non mancano i classici capi punk e rock in pelle, borchie e catene metalliche.

C’è anche una coppia di punk seduta tranquillamente al tavolo di un bar, non lontano dalla bella statua in bronzo dedicata a Amy Winehouse cha amava molto questo luogo speciale di Londra e i cui fan vengono spesso qui a renderle omaggio. Sia lei che lui hanno lunghe creste colorate sulla testa e spille da balia sparse ovunque sui vestiti di pelle, sono molto belli. Mi fanno venire in mente la prima volta che venni a Londra con un’amica nel 1989 e a Piccadilly ne vedevamo tantissimi, tutti con delle incredibili creste di capelli dritte sulle teste parzialmente rasate e gli abiti neri borchiati. Erano dappertutto in realtà, non solo a Piccadilly, ma a Trafalgar Square, sulla Tube, a Carnaby e anche a Leicester Square, erano bellissimi come uccelli esotici e stranissimi come alieni, soprattutto agli occhi di due ragazzette arrivate da uno sperduto paesotto di provincia come noi. Adesso la loro stranezza è dovuta al fatto che qui ci sono solo loro due, in mezzo a questa folla distratta armata di telefoni cellulari che aumenta sempre di più, a rappresentare quel periodo storico particolare ormai appartenente al passato. Somigliano anche loro a due bei reperti vintage in buono stato, approdati come relitti sulla spiaggia di Camden Market dopo il naufragio del punk nel mare del tempo.

Alla fine del nostro lungo giro arriviamo nella zona dello street food (c’è il gonfiabile della melanzana gigante!), con bancarelle di cibi di vario genere che cominciano a essere già piuttosto affollate, soprattutto quelle nel vicolo italiano (sono davvero molti gli italiani, qui). Mangiamo del buon pollo indiano e beviamo succo di arancia spremuto fresco seduti in una piazzetta, e ci riposiamo un po’ prima di tornare verso il centro. Comincia a esserci troppa gente qui, e abbiamo visto tutto quello che volevamo vedere.

La Tube ci porta a Leicester Square e da lì facciamo un salto a Chinatown, anche questa piena di gente a passeggio. In meno di 20 minuti passiamo dalle atmosfere tipicamente inglesi dei negozietti di abbigliamento vintage alla Cina antica, con le strade decorate da centinaia di lanterne di carta arancioni appese tra i palazzi, le insegne dei locali scritte in caratteri dorati e i ristoranti di cibi laccati e fritti aperti giorno e notte. Questa città è veramente un mondo in miniatura.

Facciamo un giro nel quartiere colorato e affollato, ed entriamo nell’unico negozietto di cineserie che incontriamo (ce ne sono di più da noi!) per acquistare un souvenir che desideravo da tempo: un piccolo Lucky Cat dorato che dondola il suo braccino portafortuna su e giù, e che volevo comprare proprio qui e in nessun altro posto al mondo. E’ esattamente come lo volevo, e con soli 6£ Luca mi fa felice.

Lasciamo la Cina e raggiungiamo la City, molto meno affollata e più tranquilla di sabato pomeriggio. Facciamo un giro dietro a St Paul’s fino giù lungo Fleet Street e, visto che è l’ora giusta, ci infiliamo in un locale per prendere un tè con un po’ di dolce. Non è proprio il locale che volevo, ma era il più comodo per noi al momento, visto che non vogliamo allontanarci troppo dalla cattedrale, e il dolce al cioccolato col gelato è molto buono, anche se non proprio a buon mercato.

Dopo la pausa raggiungiamo di nuovo la scalinata di St Paul’s (la vecchina dei piccioni è già andata a casa, direi…) ed entriamo dal portone di sinistra, per assistere agli Evensong delle 17. C’è già un po’ di gente sulle sedie intorno al grande cerchio del transetto, di fronte al coro scolpito. Era tanto che non entravo nella cattedrale, e devo dire che è sempre affascinante. Restiamo subito colpiti dai suoi spazi immensi e dalla sua architettura inconfondibile, con il pavimento a scacchiera, le enormi colonne barocche tutte bianche e oro e l’incredibile struttura della gigantesca cupola. Ispirata a quella San Pietro (e a sua volta ispirazione per quella del Campidoglio americano e del Panthéon parigino, perché la cupola con le colonne funziona sempre, Palladio docet), fu molto difficile da realizzare e Sir Christopher Wren, l’architetto di fine 1600 al quale si deve questo capolavoro, dovette escogitare una soluzione tecnica unica che mettesse d’accordo la stabilità di una struttura così alta e possente (oltre 110 metri) con un’esigenza estetica da mantenere ai massimi livelli, indispensabile per un edificio di questa valenza simbolica e storica. Ci riuscì naturalmente, ed è per questo che ancora oggi St Paul’s è una delle cattedrali anglicane più famose e ammirate del mondo.
E’ una chiesa un po’ strana in effetti, capace di racchiudere in sé delle contraddizioni intrinseche che la rendono particolarmente affascinante: è barocca ma senza esagerazioni, con pochi fronzoli e moltissimi richiami classici nelle decorazioni esterne e interne, e tende tutta verso l’alto, con i suoi due campanili alti quanto la Torre di Pisa che fanno somigliare la linea della sua facciata a quella delle chiese gotiche. E’ la più grande cattedrale inglese, con navate che si srotolano per oltre 150 metri dal portone all’altare, eppure la sue parti davvero speciali sono sopra e sotto di lei, nella incredibile cupola a 3 strati (mi ricordo della stranissima Galleria dei Sospiri che visitai molti anni fa, dove la voce viaggia in modo magico) e nella cripta sottostante, la più grande d’Europa, dove sono sepolti alcuni dei personaggi più importanti della Storia inglese come Wellington, l’Ammiraglio Orazio Nelson, Sir Winston Churchill e la Tatcher, senza contare i molti artisti che riposano qui tra i quali anche il suo creatore, Sir Christopher Wren.

E’ il più grande edificio di culto inglese, luogo di celebrazioni storiche ufficiali come funerali di stato, giubilei di regine e compleanni reali, eppure è anche uno dei luoghi più familiari della città, una delle prime immagini che ti viene in mente quando pensi a Londra. Una silhouette inconfondibile che conoscono tutti, anche quelli che a Londra non ci sono mai stati, perché l’hanno vista mille volte in mille versioni diverse: nei quadri di Canaletto, nei film di Mary Poppins e di Harry Potter, stampata sulle tazze da tè, sulle borse, sulle cartoline, e soprattutto nelle immagini trasmesse in mondovisione del matrimonio del secolo (scorso). Sono ormai iconiche le immagini di Lady Diana che sale i gradini di St Paul su quella guida rossa, con lo strascico di quel suo assurdo abito che è ancora in fondo alla rampa mentre lei è già arrivata all’ingresso di questa chiesa che fece di lei la Principessa di tutti. Avevo 13 anni in quell’estate del 1981 mentre la guardavo sposarsi in diretta Tv planetaria e non mi piaceva niente di quel che vedevo, non mi piaceva il suo vestito da bambola tutto infiocchettato, non mi piaceva quel principe un po’ sciapito e rigido, non mi piaceva quel bouquet enorme, sproporzionato per una ragazza così giovane e semplice, con i capelli corti e la frangetta bionda. Però mi piaceva il suo sorriso, un sorriso normale. Mi pareva vero, e uguale a quello di tutte le spose che camminano verso l’altare e che non hanno bisogno di sposare un principe per sentirsi delle principesse. Lei magari non era nobile di nascita, ma non ho mai più visto indossare una tiara con tanta naturale eleganza.

Gli Evensong sono molto belli, il coro è composto soprattutto di ragazzini con indosso lunghe tuniche bianche che cantano inni sacri, riempiendo la grande cupola sopra di noi con le loro voci d’angelo. Li ascoltiamo seduti vicino a una signora americana che vive in Canada con la quale chiacchieriamo un po’ prima dell’inizio, e che è contenta di sapere che siamo italiani. Lei viene spesso a Londra e ogni volta che viene in città cerca di trovare almeno un pomeriggio per venire ad ascoltare questa particolare funzione. La possiamo capire, è davvero molto bella.

Alla fine usciamo di nuovo sulla doppia scalinata, e ci godiamo subito un altro dei tanti motivi per cui amo questa cattedrale: è vicinissima al fiume. Attraversiamo la strada sulla sinistra, scendiamo la scaletta, poi attraversiamo ancora la via e in due minuti siamo al mitico ponte di Harry – il Millennium Bridge, per i non addetti. Anche se ha ormai superato la maggiore età, per me è sempre il ponte nuovo di Londra, e raramente vengo in città senza passare a farci un giro.

Mi piace tutto di questo posto: lo spazio urbano che si apre improvvisamente regalando scorci bellissimi su due zone opposte della città, uno è il cuore finanziario della City con i suoi moderni grattacieli di vetro e acciaio, dove però la skyline è dominata dalla cupola barocca di St Paul, l’altro è l’antico nucleo di Southwark con quel magnifico e prezioso nido bianco che è il Globe, dove però svetta la scheggia tagliente e lucida dello Shard di Renzo Piano, l’edificio più alto e più stiloso della città.

Mi piace il fiume, incredibilmente largo tra le due sponde sassose, sempre pieno di un fermento di barche da oltre due millenni, che corre verso il mare cavalcato dalle chiatte delle merci e dai battelli con le seggioline sul tetto piene di turisti che li puoi salutare guardando giù e loro ti risalutano con la mano, come per dire “hei, hai visto? ma guarda un po’ dove siamo oggi!”.

Mi piace che sia un ponte d’acciaio fatto solo per le persone, con un doppio camminamento iniziale che si unisce poi in un’unica via larga solo pochi metri, come un grosso filo metallico sospeso sull’acqua per passanti-equilibristi, o un’enorme ragnatela allungata attraverso il fiume, posata delicatamente su quella specie di gigantesche fionde di cemento che sono i suoi pilastri d’appoggio.

Mi piace camminarci sopra tra i turisti che si fanno i selfie, mentre spio verso sud cercando di rintracciare con lo sguardo gli altri due vertici simbolici del famoso triangolo Fosteriano. E’ che a me questo ponte piace davvero molto, e quando cercai di documentarmi un po’ sulla sua storia feci una scoperta che mi lasciò stupefatta: il Millennium Bridge è stato progettato da una vera Archistar internazionale, l’architetto inglese Norman Foster, che poi ha disegnato anche altri 2 tra i miei edifici londinesi preferiti: il 30 St Mary Axe, aka the Gherkin, inconfondibile ogiva blu pronta al lancio verso le stelle sistemata nel cuore della City commerciale, e poi la City Hall, fantastico edificio a forma di uovo decostruito che mi piace tantissimo, considerato il municipio più moderno del mondo e – simbolicamente – anche il più trasparente. Un triangolo incredibile di architetture high-tech che all’inizio del nuovo millennio segnarono l’ingresso definitivo della città di Londra nel XXI secolo.
(A me piace anche leggerli come una specie di profetizzazione simbolica della triade dei Deathly Hallows, con il Ponte-Bacchetta, il Municipio-Pietra e il Gherkin-Mantello, in un triangolo spaziale-ideale che li fa diventare davvero magici, ma questa è un’opinione personale basata solo sul fatto che non credo troppo nelle coincidenze, e non ha comunque alcun valore tranne che per me…).

Anyway. Mi piace ricordare anche che Mr Foster è il creatore di molte altre opere di grandissimo rilievo che mi piacciono senza riserve: prima fra tutte la copertura della Great Court del British Museum, uno spazio fantastico dedicato a Elizabeth II che è attualmente la piazza coperta più grande d’Europa, un luogo luminoso e bellissimo che accoglie i visitatori del museo in un’atmosfera estremamente moderna prima di avviarli verso le diverse sezioni degli edifici che conservano il passato dell’Uomo.

Un’altra sua bella opera che abbiamo visto lo scorso agosto è il Sage Gateshead a Newcastle, la città dei ponti che include il bellissimo Gateshead Bridge.

Posato proprio sulla sponda del fiume Tyne, il Sage Gateshead è un’enorme sala da concerto e scuola di musica in in vetro e acciaio disegnata in puro stile high-tech. Dalla forma bombata, assomiglia un po’ a una nuvola o a una meravigliosa conchiglia lucida fatta per l’orecchio di un gigante in cui la musica riecheggia senza fine, mentre la facciata in vetro riflette i palazzi circostanti raddoppiando all’infinito l’acqua e il cielo che la circondano.

Una delle sue opere che invece non abbiamo ancora visitato (ma che sarei curiosissima di vedere) è il famosissimo Apple Park di Cupertino, la sede americana della Mela ispirata ai Campus universitari e fatta a forma di anello perfetto. Un misterioso disco volante atterrato qui dal futuro che al suo interno racchiude centinaia di uffici, laboratori di ricerca, un teatro per le presentazioni, un parco con migliaia di alberi e persino un lago. Chapeau, caro Norman. Spero tanto di poterci andare, un giorno.

Oltre alla sua bellezza tecnologica e ai panorami urbani che offre, del Millennium Bridge mi piacciono anche le piccolissime opere di cui ho letto recentemente su un sito online, e che stavolta riusciamo a scovare. Sono stranissime pitture in miniatura create dall’artista Ben Wilson, detto anche Chewing Gum Man perché utilizza proprio le gomme gettate a terra dai passanti per inventare i suoi paesaggi e le sue creaturine aliene. Sono davvero piccole, bisogna chinarsi e avvicinarsi molto al metallo del pavimento ma poi si riescono a individuare benissimo, e si resta davvero sorpresi dalla grazia di queste minuscole opere d’arte fatte di figurine colorate sparse a terra come coriandoli caduti. Pare che le persone che lo vedono al lavoro si fermino incuriosite e gli lascino poi nomi e messaggi da dipingere sulle gomme per ricordare persone care o luoghi amati, e infatti in molte ci sono date, nomi, bandierine, automobiline, animali strani, buffi uccellini e dischi volanti. Una piccola scia colorata di mini pitture sulla via che porta direttamente alla Tate Gallery. Un modo poetico per trasformare un rifiuto urbano tra i più sgradevoli in una mini decorazione artistica.

Ma se le miniature del pavimento sono deliziose, basta alzare lo sguardo per rimanere incantati: la vista sulla parte di città che si gode da questo ponte è unica, e a quest’ora diventa ancora più spettacolare per via delle migliaia di luci che cominciano ad accendersi negli edifici e nelle vie lungo le sponde del fiume. Scendiamo giù dal ponte e giriamo a destra, e cominciamo la nostra lunga passeggiata in mezzo a una nuvola di profumo di noccioline ricoperte di zucchero. Questa è ormai la zona tipica di Londra dove si possono acquistare questi dolcetti mentre si passeggia e quando, in qualunque altro luogo del mondo mi trovassi, mi è capitato di annusare questo profumo di zucchero caldo, mi sono ritrovata di colpo qui su questa riva, a camminare lungo il Tamigi illuminato dalle luci della sera. Meravigliosi scherzetti proustiani…

Scendiamo lungo la passeggiata piena di gente oltrepassando locali illuminati, negozi e gallerie, in una zona che negli ultimi 20 anni è stata completamente riqualificata, abbellita e resa sicura, e che è adesso una delle più frequentate sia dai turisti che dai londinesi.

Qui, nello spazio di poco più di un miglio del Queen’s Walk, incontriamo un miscuglio di elementi così disparati che non si possono trovare in nessun’altra parte del mondo: un teatro elisabettiano (IL teatro elisabettiano per eccellenza, il Globe di shakespeariana memoria), una copia esatta del Golden Hinde, il bellissimo veliero col quale Sir Francis Drake circumnavigò il globo terrestre e che ha compiuto a sua volta la stessa impresa più volte nel XX secolo prima di essere attraccato definitivamente qui, il Southwark Bridge con le sue grandi arcate di ferro verdi e gialle di fianco al quale fa capolino a sorpresa la punta luminosa della lama dello Shard, la HMS Belfast, uno dei più valorosi incrociatori della Royal Navy ormai in pensione (ci dovremo salire prima o poi) e la modernissima City Hall di Foster, dirimpettaia della London Tower di William the Conqueror, origine e sede storia della Corona più famosa del pianeta.

E poi lui, il Tower Bridge, con le sue due sentinelle vittoriane con i piedi piantati in mezzo al fiume e i tiranti di metallo azzurri e bianchi drappeggiati verso le rive come allegri festoni issati per la fiera del paese, il ponte mobile che non si vede mai muovere (purtroppo), la porta d’ingresso che dà il benvenuto in città a chi arriva dal mare. Sarà perché ha una forma che ricorda un po’ una corona, o perché è semplicemente bellissimo, ma certo questo ponte è ormai uno dei simboli più famosi di Londra, e un vero milestone per tutti quelli che transitano per questa infinita città.

Arriviamo al ponte e lo attraversiamo a piedi in mezzo a quell’atmosfera di fiaba che si ricrea qui ogni sera, e in mezzo a tutti i turisti che scattano foto troviamo pure degli sposini orientali che si fanno immortalare con la City Hall tutta illuminata alle spalle. Certo, avere lo sfondo di Londra nell’album di nozze non deve essere niente male…

Una volta oltrepassato il ponte passiamo accanto alle possenti mura della Tower of London, con le sue torrette illuminate nel buio della sera, e ci fermiamo poco dopo in un pub tranquillo per la cena, scegliendo un tavolo al piano di sopra dove possiamo vedere i grandi schermi con lo sport in diretta senza stare in mezzo al gruppetto di tifosi che abbiamo visto giù. Ci godiamo l’ultima cena senza fretta riposandoci un po’, cercando di non farci prendere troppo dalla malinconia.

Quando usciamo di nuovo in strada proseguiamo verso la City, in mezzo a strade deserte e grattacieli illuminati, e arriviamo fino al palazzo che stavamo cercando per chiudere il nostro triangolo Fosteriano: il 30 St Mary Axe, il caro cetriolo con la cima a ogiva, che non ho mai visto proprio da sotto. E’ molto bello anche così da vicino, con la sua struttura a rombi in acciaio che lo racchiudono completamente come una gigantesca rete da pesca e le strisce diagonali di vetro scuro che lo avvolgono a spirale, facendolo somigliare davvero a un proiettile lanciato verso il cielo.

In realtà i vetri di questo palazzo non sono curvi ma piatti, e sembrano incurvati solo grazie alla speciale struttura a reticolato studiata da Foster che ha permesso di posizionarli in modo da creare questo effetto particolare. L’unico vetro curvo del palazzo è il cupolino in cima ai 180 metri del tetto, che chiude l’ogiva in maniera perfetta.

Normalmente il piano più alto del palazzo non è aperto al pubblico, tranne in poche occasioni speciali nelle quali si creano vere file curiosi che desiderano salire in cima a questo edificio iconico per vedere come appare Londra da lassù. A noi piace molto anche da giù, così vuoto e illuminato dolcemente nel buio della sera, perfettamente a suo agio nel silenzio sospeso del quartiere che si riposa prima dell’inizio di una nuova frenetica settimana.

Ci lasciamo il Gherkin alle spalle proseguendo la nostra passeggiata per la City deserta e silenziosa e poco dopo arriviamo davanti a un altro luogo che compare nella prima serie di Sherlock BBC, e che riconosciamo subito: l’Aon Centre, grattacielo di acciaio e vetro al quale si accede tramite scale mobili esterne luccicanti e un po’ spaziali che somigliano a lunghi nastri di accesso a una navicella aliena, usate dal nostro duo di investigatori preferiti per andare a indagare sul mistero del banchiere cieco.

Ultramoderne e bellissime, testimoniano l’incredibile evoluzione di questa metropoli che in poco più di un secolo è passata dai fiochi lampioni a gas immersi nella nebbia notturna a soluzioni architettoniche ardite tra le più originali d’Europa.

Rientriamo verso North Gower Street via Tube, stanchi e soddisfatti di tutto quello che ci ha regalato questa lunga giornata di pellegrinaggio urbano. La luce è ancora accesa alla finestra del 221B. Nel buio della sera pare di sentire il delicato suono di un violino filtrare dalle tende, ad ascoltare bene.

Venerdì 4 ottobre 2019: London

Dunque, dopo una notte passata con la testa tra le nuvole grazie alle mille emozioni di ieri sera, eccoci qua a cominciare il nostro giorno n°2. Il tempo è buono, fa più caldo del previsto e si vede persino il cielo, meglio di così non potrebbe andare. Fingers crossed.
Andiamo ancora da Speedy’s per la nostra full English, e anche oggi ci troviamo un misto di gente del posto in pausa-colazione e giovani fan (molti giapponesi) con le sciarpe di Harry Potter che, nell’attesa del cibo ordinato, usano i loro cellulari per fare foto alle… foto dei protagonisti di Sherlock appese alle pareti, scattate qui davanti al locale durante le riprese dei diversi episodi. Le facce sorridenti e gli occhi ammiccanti e quasi increduli, è sempre bello trovare qui tutti questi Sherlockians per i quali questa pseudo Baker Street è ormai un luogo mitico di London NW1 W1.

Dopo colazione prendiamo la Northern Line e andiamo verso nord – of course – fino al sobborgo di Hampstead, dove abbiamo un giro da fare. Non sono mai stata in questa zona, ma bastano pochi minuti di passeggiata per capire come mai è considerata una delle aree più esclusive ed eleganti della città. Villette intonacate con piccoli giardini perfettamente curati, strade ordinate e pulite, file di case di mattoni costeggiate da viali alberati, negozietti di artigianato e piccoli parchi con panchine, tutto sembra tranquillo e sereno come in un villaggio di campagna, lontano mille miglia (e non 15 minuti) dal centro caotico e vivacissimo di una delle più grandi capitali europee.

Mentre passeggiamo lungo le salite e le discese di questo paesino da fiaba notiamo che, su molte delle case che oltrepassiamo, è esposta la famosa Blue Plaque, a indicare che lì hanno vissuto personaggi importanti della storia (della letteratura, dell’arte, dell’economia, della musica…) della città. Questa zona infatti è la preferita di molti politici, artisti e star del cinema e dello sport, che in quest’area appartata e quasi paesana trovano rifugio dal clamore dei riflettori senza dover andare troppo lontano dal luogo in cui lavorano.
E’ proprio una di queste case che cerchiamo, e la troviamo dopo l’arrampicata in cima a una bella salita. E’ l’edificio con la Blue Plaque che testimonia che John Constable, il grande pittore paesaggista di fine settecento, viveva e lavorava qui. E’ una bella casa di mattoni col tetto piatto e grandi finestre a riquadri, chiusa da un cancellino di ferro nero e stretta in mezzo ad altre due case che, come lei, si sviluppano su tre piani. Si entra da una porta blu. Oggi è un’abitazione privata quindi non è visitabile, ma a noi già basta averla trovata.

Non lontano da qui, in fondo a un reticolo abbastanza intricato di stradine silenziose (thanks Googlemaps!) troviamo poi un’altra casa famosa di questa zona, che però è conosciuta al grande pubblico per un motivo diverso dalla Blue Plaque, e molto più originale: la Admiral’s House.
Questa enorme, insolita, bellissima casa bianca apparteneva appunto all’Ammiraglio Barton, che nel ‘700 venne a vivere qui i suoi anni di pensionato della Royal Navy, e fu anche dipinta da Constable in un suo quadro, ma in realtà è diventata famosa molto più tardi grazie al classico cinematografico Disney “Mary Poppins”. Da questo balconcino fatto a forma di prua di nave infatti, il cannone dello stravagante Ammiraglio Boom, vicino di casa dei Banks, sparava il suo esattissimo segnale orario su tutta la città, facendo immediatamente correre “tutti ai posti di manovra!” Perché come è ben noto, il mondo segue l’ora di Greenwich, ma Greenwich segue l’ora dell’Ammiraglio Boom..!

Chissà chi ci abita adesso, e se si affaccia mai da quel balconcino lassù quando cambia il vento, a scrutare il cielo in cerca di una tata volante in arrivo appesa a un buffo ombrello. Io lo farei di sicuro.

Da questo angolo così speciale, e particolarmente tranquillo, torniamo in direzione della fermata della Tube e raggiungiamo una casa nella quale possiamo finalmente entrare: Keats’ House. Bianca, elegante e con un bel giardino tutt’intorno, questa è la casa dove un giovane John Keats visse per un paio d’anni dopo la tragica morte dei genitori e di un fratello minore, malato di consunzione e che lui accudì fino alla fine con grande affetto e dedizione. Rimasto solo con una sorella più piccola (un altro fratello se ne andò in America e uno era morto molto piccolo) fu accolto qui dall’amico di famiglia Charles Brown, che lo trattò come un figlio per il resto della sua vita. Qui Keats scrisse molte delle sue opere poetiche più importanti, dopo aver lasciato gli studi di medicina (nei quali era comunque molto bravo) perché incapace di ignorare ulteriormente il richiamo della Poesia.

In queste stanze luminose e accoglienti il giovane poeta romantico compose il suo famoso Endymion e molte delle sue grandi odi classiche, e qui conobbe anche l’amore della sua vita, Fanny Browne, una ragazza che si era trasferita con la famiglia nella porzione di casa che il signor Brown dava in affitto per integrare le sue entrate mensili.

Visitiamo le stanze principali suddivise su 3 piani cominciando dalle cucine e dalla lavanderia, che si trovano nel seminterrato e che sono complete di mobili e accessori che si sarebbero potuti vedere lì ai tempi in cui il poeta abitava la casa.

Nello studio, arredato sobriamente con belle teche che contengono alcune prime edizioni di poesie, c’è anche il caminetto sul quale sta appeso il ritratto del poeta seduto su una sedia e appoggiato a un’altra, pensoso e concentrato. Le stesse due sedie del quadro sono ora al centro della stanza, e i visitatori si possono sedere nella sua medesima posa per farsi una foto ricordo.

Nel salottino a piano terra c’è una chaise longue foderata di verde sistemata davanti a una grande porta finestra, la stessa sulla quale il poeta malato stava disteso a riposare osservando attraverso i vetri Fanny che passeggiava in giardino. Su un piccolo cuscino appoggiato al bracciolo, in perfetto stile Alice in Wonderland, è scritto “seat here”. Non me lo faccio ripetere due volte.

In una planimetria incorniciata in un corridoio che va verso il salone ritroviamo anche le tracce della famosa parete che divideva la casa in due parti e separava la camera di John da quella di Fanny, la sua Bright Star, attraverso la quale i due innamorati comunicavano segretamente battendo piccoli colpi sul muro.

I due ragazzi si fidanzarono ufficialmente e in una teca è possibile vedere il piccolo anello con la pietra che il poeta donò alla giovane come pegno d’amore. E’ un oggetto un po’ malinconico a dire il vero, poiché entrambi sapevano benissimo che non si sarebbero mai potuti sposare davvero visto che Keats non era economicamente in grado di mantenere una famiglia con il suo lavoro di scrittore.

Una storia triste che finisce anche peggio, con la malattia di lui che dilaga costringendolo a letto dopo essersi inzuppato di pioggia durante un viaggio notturno in carrozza, il trasferimento a Roma pagato con una colletta dagli amici poeti e pittori nel tentativo di farlo vivere per un po’ in un clima più caldo, e la morte arrivata poco dopo, a soli 25 anni, nella casa romana di Trinità dei Monti. Siamo qui nella sua camera, di fronte al suo letto sormontato da un grande baldacchino in legno, l’ultima stanza dove ha vissuto prima di partire per non tornare mai più in questa casa, e non possiamo non provare un profondo senso di ingiustizia per il destino doloroso toccato a un artista dal talento cristallino, che trovava nella Bellezza il senso più vero e ultimo di ogni cosa.

Un’anima rara la sua, che ha attraversato il cielo della poesia romantica inglese come una stella luminosa la cui scia non si è mai più spenta. E se, come lui pensava, il suo nome fu scritto sull’acqua, quell’acqua scivolò poi attraverso i cuori di tutti i poeti venuti dopo di lui rendendoli nuovi e fertili, facendovi nascere parole e immagini che non sarebbero mai potute fiorire se non fossero esistiti prima i versi di questo ragazzo appassionato che metteva la Poesia e la Bellezza sopra ogni cosa.

Chiacchieriamo un po’ con il ragazzo dello shop prima di uscire, confermandogli che abbiamo già visitato anche la casa di Keats a Piazza di Spagna e la sua famosa tomba al cimitero acattolico a Piramide, e lo invitiamo ad andarle a vedere la prossima volta che verrà a Roma perché sono luoghi speciali che regalano grandi emozioni, proprio come questa bella casa.

Torniamo verso la Tube e scendiamo a Soho, per fare un salto in un altro posto che vorrei visitare. Ci arriviamo all’ora giusta, visto che è un ristorante ed è quasi l’una e mezzo. In effetti è una taperìa più che un vero ristorante, ma per noi sarà sempre “Angelo’s”.
Non ci siamo ancora mai stati, quindi entriamo. L’interno è un po’ diverso da come si vede nell’episodio di “A Study in Pink”: niente tovaglie a quadretti, piatti di pasta, vino o candele sui tavoli, e vicino alla vetrina c’è una specie di mensola con sgabelli invece che un tavolino apparecchiato, ma non importa, ci piace lo stesso essere qui. Mangiamo tapas molto buone (e molto meno economiche delle originali spagnole….) con jamon serrano, con gamberi e con formaggio fuso, e una tortilla di patate sofficissima e squisita, tutto presentato con inattesa eleganza per essere delle semplici tapas. Ma la cerveza è ottima, e un po’ di riposo ci rinfranca.

Da Soho prendiamo ancora la Tube (tutte le linee funzionano regolarmente al momento e sono piuttosto affollate) e andiamo nella City, dove ci lasciamo St Paul’s Cathedral alle spalle e andiamo diretti all’ospedale St Bart’s, nella zona di Smithfields. Questo è l’ospedale più antico del Regno Unito, fondato proprio qui nel 1123 dal monaco Rahere (che fu anche un frequentatore della corte di Henry I), un ospedale pubblico rimasto attivo in questo stesso luogo per oltre 900 anni, capace di sopravvivere persino al grande incendio del 1666 e ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Troviamo l’ingresso per i visitatori sotto l’arco di Henry VIII (così chiamato perché qui si trova ancora l’ultima statua presente in città del famoso Re, che fu un sostenitore di questa clinica pubblica) e raggiungiamo il piccolo museo dell’ospedale sul lato sinistro dell’ingresso, prima della piazza interna. E’ aperto fino alle 16, quindi siamo più che in tempo per la nostra visita.

Qui, in poche stanze gestite da volontari e con ingresso Free per tutti, sono raccolti oggetti e documenti che testimoniano la storia di questo luogo – strettamente intessuta con la storia stessa della città – e dei vari personaggi che lo hanno guidato e fatto crescere nei secoli.

Ci sono strumenti chirurgici antichi (e piuttosto impressionanti…), attrezzature mediche vecchie di oltre 100 o 200 anni e grossi volumi misteriosi con spiegazioni di pratiche mediche ancora più misteriose.

Alcuni manichini un po’ inquietanti stanno lì a rappresentare pazienti avvolti da bende o suore e infermiere con indosso le divise del tempo, pronte a usare vecchi alambicchi e ampolle nelle quali si intravedono ancora liquidi e polveri sbiaditi che erano tutto ciò che i medici avevano a disposizione per provare a curare i malati che arrivavano qui per i motivi più disparati.

Molti sono i documenti ufficiali che attestano i riconoscimenti ottenuti dall’ospedale da parte dei vari Re o governi, ma ci sono anche teche con foto e articoli di giornale che testimoniano i momenti difficili che questa struttura ha dovuto fronteggiare nel corso della sua storia, che non sono stati pochi in 900 anni.

Oltre che per la Storia questo luogo è famoso anche per la Letteratura, poiché molti romanzi o storie ambientate a Londra fanno prima o poi riferimento al St Bart’s, le più famose delle quali sono proprio quelle di Conan Doyle. Nel Canone Holmesiano infatti il St Bart’s è l’Alma Mater del mitico Dr Watson, che ha studiato, lavorato e insegnato qui durante la sua carriera di medico (quando non era a curare i soldati in guerra nei territori delle colonie). E qui troviamo una bellissima targa donata dai Baker Street Irregulars (holmesiani americani) posta a ricordo di un evento fondamentale che avvenne proprio in uno dei Laboratori di Chimica del Bart’s nel 1881 (“A Study in Scarlet”, 1887): il primo incontro tra il Dr Watson e l’unico e solo Consultant Detective del mondo, Sherlock Holmes. In questo tempio della scienza fu pronunciata una delle più belle hook-up lines di tutti i tempi, che diede il via a una storia di avventure, misteri, amicizia e amore che non è mai finita, e che ancora oggi, come i suoi due fantastici protagonisti, è più viva che mai: “You have been in Afghanistan, I perceive”.

Certo, per gli sherlockiani del XXI secolo il St Bart’s è dolorosamente famoso anche per essere diventato il corrispondente moderno delle famigerate Cascate di Reichenbach, e anche se in questi giorni la grande facciata è parzialmente oscurata da altissime impalcature per lavori di restauro in corso, avvicinarmi a quel marciapiede mi causa ancora una certa inquietudine…

Dopo la visita a questa famosa istituzione cittadina riprendiamo la Central Line e poi la Piccadilly fino a Leicester Square, costantemente affollata di turisti a passeggio (molti gli italiani in questa zona, come al solito). Camminiamo lungo lo Strand fino al Pinter Theatre dove cambiamo i nostri voucher con i biglietti definitivi per lo spettacolo di stasera (I can’t wait!), poi proseguiamo fino alla National Portrait Gallery e oltrepassiamo la chiesa di St Martin’s in the Fields, dietro alla quale si trova una particolare scultura che vogliamo vedere, tanto per capire se è davvero brutta come sembra dalle foto. Lo è, purtroppo.

Si tratta dell’opera in bronzo di una scultrice inglese intitolata “A conversation with Oscar Wilde”, che ha l’insolita forma di un sarcofago basso e scuro con a un’estremità una testa riccioluta un po’ stilizzata che emerge da questa specie di bara in uno stile simil zombie, insieme a una mano che regge una sigaretta. Dovrebbe essere un ritratto di Oscar mentre fuma e conversa piacevolmente con i passanti, cosa che gli riusciva benissimo in effetti, ma che a me pare solo un’immagine lugubre, il cui effetto macabro non è per niente smorzato dalla bellissima citazione dell’autore irlandese incisa sul lato opposto della testa. Non vedo un briciolo di leggerezza o di grazia, tantomeno ironia o bellezza (elementi essenziali della poetica di Wilde) in questo sgraziato blocco di metallo. Un modo davvero poco azzeccato di ricordare uno dei più grandi esteti del XIX secolo. Mah.

Faccio un paio di foto tra il via vai della gente che, in maniera molto inglese, ignora bellamente l’opera sistemata in mezzo al marciapiede, quindi torniamo verso Trafalgar Square piena di turisti che affollano le scale, le fontane, i grandi leoni di bronzo e lo spiazzo di fronte alla National Gallery dove mimi, pittori e giocolieri si esibiscono ai piedi della colonna di Nelson. Tutto nella norma, insomma.

Qui, sull’angolo all’estremità sinistra lasciandosi la NG alle spalle, c’è un altro luogo un po’ speciale di Londra che non molti conoscono: la più piccola Stazione di Polizia di tutto il Regno Unito. Si trova all’interno di una colonna in pietra sormontata da un lampione, che la fa somigliare a una sorta di piccolo faro senza più il suo mare. Una porticina di ferro e vetro dava l’accesso a un singolo poliziotto all’interno di questa piccola stanzetta corredata di tavolino, telefono e luce elettrica.

La ragione del posizionamento strategico di questo particolare punto di osservazione non è difficile da comprendere: se Londra è la città in cui tutto accade, Trafalgar Square è il luogo in cui tutti si ritrovano per far sapere che sta accadendo. Manifestazioni di protesta, scioperi, cortei, concerti, feste di piazza, eventi trasmessi sui grandi schermi, tutto quello che coinvolge l’assembramento di un grande numero di persone in città avviene in questo luogo da oltre 150 anni, con i relativi rischi di scontri e gli inevitabili problemi di ordine pubblico che si creano in queste occasioni. Ecco perché un poliziotto stava sempre qui di guardia a spiare la piazza dai vetri, pronto a comunicare telefonicamente a NSY se c’era bisogno di inviare rinforzi e a segnalare ai poliziotti già in zona di intervenire con urgenza illuminando a intermittenza il lampione sistemato sul tetto della piccola stanza.

Questa specie di mini Tardis è ormai solo un ripostiglio da un bel po’ di tempo, sostituito dai moderni mezzi che la tecnologia mette a disposizione della Polizia, ma rimane il testimone di un’epoca passata della storia di questa grande metropoli, e un luogo curioso da visitare per chi vuole vedere un angolo insolito di Londra.

Da Trafalgar arriviamo fino al vicino Boots (Luca ha avuto un problema con gli occhiali da lettura), quindi facciamo un salto a fare un saluto allo Sherlock Holmes pub, sempre bellissimo e affollatissimo ma dove non abbiamo il tempo per cenare questa volta, quindi torniamo verso lo Strand per cercare un posto dove mangiare qualcosa prima dello show. Troviamo un pub molto carino (e vicino al teatro), uno di quei pub classici dove si guardano le partite di calcio e tutto è addobbato con bandiere, sciarpe, gagliardetti e pinte di birra che svolazzano a mezz’aria avanti e indietro come gabbiani sui moli. Mangiamo una delle migliori pie di carne mai gustate in città in un ambiente confortevole e molto carino, ma sono un po’ distratta durante la cena perché sento già l’emozione che sale per lo spettacolo che stiamo per vedere.

Alla fine usciamo e raggiungiamo di nuovo il teatro, dove già molta più gente di prima si sta avvicinando all’ingresso. Mi piace questo Pinter Theatre, sta diventando familiare negli ultimi tempi e ho già raccolto molti bei ricordi qui, sono sicura che stasera potrò ulteriormente arricchire questa speciale collezione personale.

E così è, senza alcun dubbio. L’One-man show di Ian McKellen è assolutamente meraviglioso! Quasi 3 ore di monologo su un grande palcoscenico decorato solo con dei tappeti, una lampada e una grande scatola di cartone colorato che contiene oggetti di scena legati ai vari momenti della sua leggendaria carriera. E poi lui, naturalmente. La sua voce, i suoi occhi, le sue mani, la sua risata e quell’energia straordinaria che emana a ogni sua battuta, a ogni monologo, a ogni ricordo del suo lungo passato che condivide intensamente con il pubblico.
Dagli inizi della sua carriera di attore dilettante a Cambridge fino all’arrivo alla National Theatre Company dell’Old Vic, raccomandato da una giovane Maggie Smith, dalle serate passate sul palcoscenico insieme a maestri del calibro di Lawrence Olivier e Vivien Leigh, John Gielgud, Judy Dench e Noel Coward alle produzioni shakespeariane di tragedie e commedie messe su dalla RSC a Stratford-Upon-Avon, dalle prime pantomime in costume, datate ma assolutamente comiche, alle enormi produzioni holliwoodiane della trilogia del Signore degli Anelli e dello Hobbit (il cui spettacolare Gandalf ha ricevuto una nomination all’Oscar), fino al fantastico Magneto degli X-Men della Marvel. Non mancano ricordi di episodi vissuti con colleghi e amici straordinari che non ci sono più (tra i quali l’applauso più lungo va al mai abbastanza rimpianto Alan Rickman), riferimenti alla sua vita familiare e alle sue vicende personali e amorose, alla classica reazione divertita quando qualche fan gli fa grandi complimenti per la sua perfetta interpretazione di Albus Silente in HP (Michael Gambon gli ha confermato che gli accade lo stesso per Gandalf… e in quei casi lui firma autografi direttamente come Ian McKellen!) e l’immancabile foto mostrata a tutti con orgoglio del suo amatissimo bestie Patrick Stewart. E’ incredibile, un continuo fuoco d’artificio di luci e colori che attraggono e incantano tutto il pubblico presente, come guardare dentro un caleidoscopio luminoso fatto a forma di voce. Per ogni interpretazione passata un oggetto esce dallo scatolone, un cappello, una spada, una parrucca, una sedia, un libro, una borsetta, una tazza da tè, e con esso una storia, un ricordo, un aneddoto, una battuta, un intero brano recitato davanti a un pubblico stregato, ora commosso fino alle lacrime, ora piegato in due sulle sedie dalle risate. Una sequenza di perle una più luminosa e perfetta dell’altra, unite insieme dal filo magico della memoria a formare quella collana bellissima che è stata la sua vita sul palcoscenico.
Ad un certo punto, a inizio del secondo atto, tira fuori dallo scatolone un cestino con dentro tutti i volumi dei Complete Works di Shakespeare, e lì lo show diventa davvero privilegio di esserci, con il pubblico che gli lancia titoli di tragedie e commedie come fossero palle da tennis e lui su ognuna risponde con un monologo ora drammatico ora buffo, ora ingenuo ora arguto, e poi seducente, regale, romantico, disperato, iracondo, saggio, dolente, in una serie incredibile di volées, smash, passanti e smorzate degne del miglior McEnroe. Roba da rimanere a bocca aperta. Praticamente conosce tutto Shakespeare a memoria e ha lavorato in quasi tutte le produzioni più importanti degli ultimi 50 anni (comprese quelle di Branagh…!), e nonostante questo ha ancora un desiderio da realizzare, fare una volta Il Mercante di Venezia, dove però non vorrebbe essere Shylock, ma invece: Antonio (oh Ian… sweet sweet man…).
Il tempo vola senza che ce ne accorgiamo, a stare ad ascoltare quest’uomo straordinario che ci fa ridere e piangere raccontandoci la storia della vera grande passione della sua vita, il Teatro, un amore che dura da 80 anni e che brilla ancora con la stessa intensità di quando ne aveva 20.
Quest’uomo è davvero un tesoro nazionale, è un Patrimonio dell’Umanità su due gambe, e lo dimostra anche dopo lo show, scomparendo dal palco (dopo un’ultima, adorabile sorpresa…) nella sala buia, senza stare troppo lì a farsi applaudire, e facendosi ritrovare subito dopo davanti alla porta d’ingresso del teatro con un bucket giallo in mano, a raccogliere di persona le offerte degli spettatori che stanno uscendo per sostenere una serie di charities a favore di teatri a rischio chiusura, attori anziani senza mezzi economici, diritto alla scolarizzazione di bambini poveri e persone costrette a vivere difficoltà varie.
E’ sudato e stanco, i capelli bianchi arruffati, la barba incolta e la giacca nera stropicciata sopra la maglietta blu pavone, ma sprizza vitalità e gentilezza da ogni sorriso e non si sottrae a nessun complimento fino all’ultimo, pur di riempire il suo secchiello il più possibile. Metto anch’io volentieri la nostra piccola offerta nel bucket giallo e, mentre lo ringrazio per lo spettacolo, resto incantata dall’ultima magia a cui mi capita di trovarmi di fronte stasera: gli occhi più azzurri del mondo.
‘The eyes are the window to your soul’. Il Bardo non sbaglia mai.

Torniamo a piedi verso Leicester Square con la mente ancora piena di emozioni e già vorrei rivedere tutto da capo per gustarmelo di nuovo ogni minuto, avere un altro biglietto per domani sera e poi uno per la sera dopo e per quella dopo ancora, e per tutte le sere in cui Sir Ian metterà in scena davanti al pubblico del Pinter Theatre questo suo magnifico incantesimo, sempre diverso e sempre bellissimo come lo è stato stasera.
Già invidio chi lo vedrà domani sera, perché non lo ha ancora visto, e perché lo vedrà.
Good night, sweet prince.
Grazie di questa serata indimenticabile.