Domenica 14 agosto 2016: Stockpole – Barafundle Bay – St Govan’s Chapel – The Green Arches of Wales

Di nuovo domenica qui, con cielo poco nuvoloso e temperature gradevoli, soprattutto se sono previste lunghe camminate come abbiamo in programma noi oggi. Lasciamo la casa di Anthony e Julie dopo una buona colazione (io ho provato il pesce, niente male) e auguriamo loro buona vacanza in Italia, visto che ai primi di settembre torneranno con il loro camper per ben 4 settimane! Beati loro.

Raggiungiamo Pembroke, città principale di questa bellissima area del Pembrokeshire, e da lì proseguiamo verso Stockpole, dove c’è un parco naturale gestito dal National Trust che si estende per parecchi chilometri lungo la costa. Parcheggiamo vicino al Walled Garden e facciamo un giro, anche se attualmente il giardino è in istrutturazione e la gente ne sfrutta soprattutto il negozio di prodotti biologici e la tea room.

Da lì proseguiamo verso i percorsi di hicking che si addentrano nell’aperta campagna fino alla costa, alla ricerca di un posto speciale che aspetto di vedere da tanto tempo e che è anche la spiaggia più famosa del Galles. Camminiamo lungo un sentiero largo e ben segnato che in circa 1 km ci porta oltre a un fiume fino a un altro punto di ristoro, dove troviamo un Parking e un nuovo incrocio di vie.

Risaliamo su per una di queste piste, rimontiamo la falesia tappezzata di erba verde e soffice, scendiamo giù per una ripida scalinata di pietra e alla fine eccoci qua, siamo finalmente arrivati a una delle mete gallesi che più desideravo vedere: Barafundle Bay.

La spiaggia, ampia e profonda, è davvero bellissima, una distesa di sabbia chiara e fine circondata di rocce che racchiudono uno specchio d’acqua calma dove rari turisti stanno incredibilmente facendo il bagno. Scendiamo fino alla riva, ma non ho bisogno di toccare l’acqua per sapere che è molto fredda.

La prima parte della spiaggia è asciutta e soffice sotto le nostre scarpe, la seconda è più dura e umida, è la parte dove arriva la marea quando si alza, e poi c’è il bagnasciuga, pieno di piccoli sassi e conchiglie, dove facciamo una passeggiata. Ci sistemiamo in una zona centrale sul limite della sabbia asciutta e ci riposiamo osservando i cani che giocano vicino all’acqua, le famiglie che fanno il pic-nic sedute sugli asciugamani e i bimbi che fanno il bagno felici indossando la muta.

Si sta benissimo, è davvero un angolo magnifico di Galles.

Avevo un’idea un po’ triste di questo posto, me lo aspettavo bello ma anche malinconico, a causa delle circostanze cinematografiche decisamente drammatiche in cui l’ho conosciuto per la prima volta. Invece non è per niente triste, anzi. È un luogo riparato e tranquillo che suscita un’idea di protezione in uno spazio vasto ma non immenso, e mi ci sento bene. Se socchiudo gli occhi mi pare quasi di vederli, James e i suoi amici, accampati qui a chiacchierare e ridere intorno al fuoco acceso sotto le stelle, a stordirsi di meraviglia ancora una volta nel tentativo disperato di sfuggire al dolore feroce e insensato della tragedia che li insegue, per continuare a vedere solo bellezza e luce in questo piccolo ritaglio di oceano che sta per trasformarsi nell’abisso di mistero più oscuro e profondo che ci sia. Ancora no, però. Per ora è ancora mare dolce, e luce, vento vivo, e profumo di salsedine. Quando verrà il mio momento di incamminarmi in quel mare oscuro, la piccola luce di questo ricordo farà parte di quella mia personale costellazione di stelle che scorterà i miei passi verso il buio. Sono proprio contenta di averla vista, questa famosa Barafundle Bay.

Dopo una sosta rigenerante e benefica ci rialziamo scuotendoci la sabbia di dosso e salutiamo quest’acqua dolce distesa davanti a noi nella sua eterna attesa, risaliamo la lunga scalinata di pietra sulla destra della baia e torniamo verso la Boathouse del NT, dove ritroviamo il piccolo ristoro per i visitatori che avevamo visto prima (e che è proprio quello che si vede nel film), dove ci fermiamo per fare un break con gelato e succo di frutta. Ci sediamo nello spazio esterno riservato ai pic-nic e riprendiamo fiato prima di ripartire.

Invece di fare lo stesso percorso dell’andata per tornare alla macchina decidiamo di cambiare itinerario per vedere anche un’altra parte di questo bellissimo parco e ci inoltriamo in una zona più isolata e selvaggia, dove non incontriamo nessuno per almeno due chilometri. Passiamo tra campi aperti e boschetti, scavalchiamo cancelli e recinzioni, scaliamo collinette e scendiamo lungo sentieri che spariscono nella vegetazione folta, tutto in totale solitudine. Per fortuna non c’è traccia di mucche in giro…

Seguiamo con una certa fiducia le indicazioni fornite dalla mappa che Luca ha aperto nel suo telefono GPS e dopo una bella scarpinata arriviamo finalmente al Lily Pond, che stavamo cercando. E’ uno specchio d’acqua abbastanza grande e bello, chiamato lo Stagno dei Gigli proprio perché centinaia di questi fiori abbelliscono ogni centimetro dei suoi bordi. Purtroppo in questa stagione sono già sfioriti e restano solo i ciuffi di lance delle loro foglie scure e fitte, ma è facile intuire che in primavera qui lo spettacolo deve essere magnifico.

Giriamo tutto intorno allo stagno in una pace assoluta, incrociando solo un paio di altre coppie di visitatori a passeggio, una famiglia di anatre e qualche scoiattolo. Arriviamo fino al ponte di pietra, un bellissimo ponte a campate basse che attraversa lo specchio d’acqua, e lo percorriamo per dirigerci di nuovo verso l’ingresso dal quale siamo arrivati.

Quando raggiungiamo di nuovo la macchina siamo piuttosto stanchi fisicamente, ma ancora carichi di entusiasmo e pronti a ripartire alla ricerca un altro posto qui vicino che sono molto curiosa di vedere, la St Govan’s Chapel. Ci arriviamo in circa 15 minuti, e anche qui c’è un bel parcheggio gratis per i visitatori dove lasciamo la nostra Forfour.

La Cappella è legata alla leggenda locale di St Govan, un eremita e predicatore cristiano che visse in quest’area del Galles nel VI secolo. Pare che durante un tentativo di rapimento da parte dei pirati lui si nasconde in una fenditura della roccia che, per miracolo, si richiuse a proteggerlo, e si riaprì solo dopo che i pirati se ne erano tornati alla loro nave a mani vuote. In seguito a questo evento miracoloso Govan decise di restare a vivere da eremita in una grotta scavata in mezzo a queste stesse rocce, per insegnare la parola di Dio a tutti coloro che passavano e per avvisare la popolazione in caso di avvistamento di altre navi di pirati. Un pozzo di acqua santa cominciò a sgorgare vicino alla riva del mare, oltre la grotta, e i pellegrini venivano fin qui da Govan per curare i loro problemi alle gambe o agli occhi. La sua fama si sparse in fretta e alla fine ebbe molti seguaci che lo ricordarono a lungo, tanto che nel XIII secolo fu costruita una piccola cappella in suo onore proprio nel luogo dove lui era vissuto e dove si dice sia sepolto, proprio sotto il piccolo altare. La cosa insolita è che la cappella, perfettamente completa con tanto di tetto in ardesia, torretta per la campana, finestra e porta di ingresso, oltre a essere minuscola si trova in fondo a una scala di pietra completamente incastrata in mezzo a due alte pareti rocciose, tanto che non c’è neppure un millimetro di spazio tra le mura della chiesa e le falesie circostanti.

Sembra una chiesetta rubata a un paesino minuscolo chissà dove e portata via in volo da un enorme uccello predatore che poi però a un certo punto, stufo di trascinarsi appresso quel peso, ha allargato le grinfie e l’ha lasciata andare, e lei è precipitata giù restando perfettamente incastrata tra queste due pareti di roccia a strapiombo sul mare. Quelli che stavano qui si sono svegliati una mattina e l’hanno trovata così, miracolosamente incastonata nella scogliera come una pietra preziosa su un anello, o come un pezzo di puzzle da sempre mancante finalmente ritrovato. Toh, ecco dov’era finito‘ avranno detto, ‘ora è tutto a posto‘.


Un’altra leggenda pare collegare St Govan nientemeno che a Sir Gwaine, uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda di Artù, divenuto un eremita in età avanzata proprio dopo la morte di Artù e la fine della sua carriera di cavaliere. Le impronte delle sue mani sarebbero miracolosamente apparse sul pavimento di roccia della grotta, e molti pellegrini un tempo scendevano fino qui a pregare perché Govan garantisse loro grazie e realizzazioni di desideri. Persino la scala è magica, qui. Pare infatti che, a contarli, i gradini siano in numero diverso a seconda che si stia scendendo o salendo. Un luogo davvero unico e magico, che ispira meraviglia ed è intriso di spiritualità.

Dopo la sosta in questa incredibile, minuscola cappella risaliamo su fino alla strada e camminiamo lungo la falesia per ammirare il panorama immenso che si gode da quassù, con chilometri di costa rocciosa ricoperta di erica viola e tappeti di erba verdissima che si stendono tutto intorno a noi, e arriviamo fino in cima a una punta che finisce a strapiombo nel mare.

A metà del percorso vediamo alcuni scalatori che si stanno imbracando pronti a calarsi giù dal bordo dello strapiombo lungo la parete rocciosa, con tanto di corde, chiodi, ramponi e attrezzi vari. Non riuscirei neppure a pensarla una cosa del genere, figuriamoci a farla.

Dopo la nostra passeggiata panoramica riprendiamo la macchina e percorriamo altre 5 miglia per raggiungere un altro posto sperduto in fondo a una via stretta e piena di curve, fino a un altro parcheggio al confine col nulla erboso del bordo della falesia. Seguiamo un sentiero sottile stando attenti a non sporgerci troppo sulla sinistra, e alla fine raggiungiamo un altro incredibile milestone del Galles: The Green Arches of Wales. Si tratta di una formazione naturale che crea un possente arco di roccia tra la parete della costa e i gruppi pietrosi che emergono dal mare, con un bellissimo effetto di natura selvaggia.

C’è un piccolo podio rialzato in fondo al sentiero, una specie di punto di osservazione privilegiato costruito apposta per permettere ai visitatori di godere al meglio della vista di questa meraviglia senza rischiare di precipitare giù, e ne approfittiamo più che volentieri. Magari questo posto non ha il fascino di Etrétat, ma è un punto panoramico straordinario di quelli che non capita di vedere tanto facilmente in Europa, con alle spalle chilometri ininterrotti di costa ondulata tappezzata di velluto verde e un intero Oceano che si stende davanti a noi, sotto un cielo così immenso da sembrare senza fine.

Dopo aver lasciato – a malincuore – la falesia e ripreso l’auto, ci spostiamo verso Pembroke e raggiungiamo il b&b di stasera che è in mezzo al nulla della campagna, così sperduto che se non avessimo avuto le coordinate GPS non ci saremmo mai potuti arrivare. E sarebbe stato un vero peccato, perché è un posto bellissimo e la casa checi accoglie lo è ancora di più. Una grande villa di campagna con intorno il giardino e più sotto pascoli di pecore e bosco, un posto fantastico.

La nostra camera è grande e molto bella, con una finestra a bovindo che si apre sulla facciata principale e che contiene un tavolino con due poltrone dalle quali godersi la fantastica vista. È una stanza così confortevole che quando usciamo per cena andiamo più vicino possibile per poter tornare in fretta e non sprecare neppure un minuto lontano da questa sistemazione così piacevole. Al rientro ci gustiamo i biscotti gallesi col caffè che troviamo a nostra disposizione sul mobile vicino al camino, e ci prepariamo a riposare in vista dei giri di domani. Questa sarà una bella notte, dopo una giornata di meraviglie.

Sabato 13 agosto 2016: Ramsay Island boat trip – Fishguard Tapestry – St Non’s Chapel – Solva – Spiaggia del Duke of Edinburgh

La notte è silenziosissima qui nella campagna di Roch, finalmente dopo la brutta esperienza di ieri. A colazione seguiamo con curiosità il suggerimento del nostro ospite e prendiamo una versione marinara della full Welsh che comprende vongole lessate e un ciuffetto di alghe saltate in padella insieme al classico bacon, salsiccia e uovo.
Siamo scettici lì per lì, invece alla fine non sono male le vongole di mattina, e profumano moltissimo di mare. Al limite, visto che stiamo proprio andando a fare un giro in barca, come dice Luca ‘finiranno per tornare da dove sono venute….‘.

Dopo colazione ci prepariamo con tutta calma e torniamo di nuovo al molo di St Davids, da dove verso le 12 partirà il nostro giro di un’ora intorno all’isola di Ramsay. Il tempo è magnifico, non potrebbe essere migliore. C’è un bel sole, il cielo è pulito e non c’è un filo di vento, per cui il mare è luccicane e liscio come uno specchio.

Aspettiamo il nostro turno in uno scenario naturale bellissimo di colline checircondano la piccola baia, con l’isola verde e rocciosa proprio davanti a noi. Non c’è vento ma la barca è una specie di motoscafo con la prua piatta e va veloce, per cui la compagnia mette a disposizione dei passeggeri dei giubbotti imbottiti per coprirsi. Io lo accetto volentieri naturalmente, mentre gli altri sembrano a posto così. Una ragazza giovane e carina con le trecce bionde ci fa da guida e ci spiega tutto quello che stiamo andando a vedere.

Il giro è molto bello e tranquillo, anche se corriamo un po’ per raggiungere l’isola poi rallentiamo ed esploriamo piano in ogni caletta e ogni grotta, per osservare tutto con calma. Il panorama è fantastico, siamo circondati da rocce nere, prati verdi e mare azzurro, mentre gabbiani e altri uccelli marini ci volano intorno indaffarati nei loro compiti quotidiani.

No ci sono le pulcinelle neppure qui purtroppo, non è la stagione giusta, per cui se le vogliamo vedere dovremo tornare in un mese diverso. Però ci sono le foche, che nuotano libere e pacifiche in diverse calette, e ci guardano curiose con i loro occhioni rotondi quando passiamo abbastanza vicino da fotografare quei musetti baffuti così simpatici. Vediamo anche alcune piccole focene che nuotano non lontano dalla barca, ma sono timide e si immergono subito, riusciamo a vedere solo le loro pinne uscire dall’acqua e un pezzetto del torso lucido che scivola via veloce.

Sull’isola, dove un tempo c’era un monastero abitato dai monaci, adesso c’è una sola casa dove vive una coppia del posto, e come dice la nostra guida è bene che vadano d’accordo, perché può capitare che in inverno, per via del maltempo, restino isolati anche per settimane, quindi non conviene mettersi a litigare…

Il giro finisce anche troppo presto, ed è davvero un peccato. Sarà che il posto è così bello e la giornata così perfetta che ci dispiace scendere dalla piccola barca. Risaliamo il molo ed entriamo anche nel grande hangar sopraelevato, dove viene tenuta l’imbarcazione di salvataggio utilizzata dalla guardia costiera di St Davids in caso di emergenze in mare. E’ molto bella e molto ben curata, completa di tutte le attrezzature necessarie, un vero gioiellino. Soprattutto in mare, l’efficienza può fare la differenza tra la vita e la morte.

Torniamo alla macchina e ci dirigiamo di nuovo verso nord, fino a Fishguard, dove nella Town Hall vogliamo vedere la Tapestry che raffigura il tentativo fallito dell’ultima invasione francese in terre britanniche avvenuta nel 1797. La mostra è gratis e si tiene all’interno della biblioteca, in una zona riservata appositamente a questo bellissimo arazzo.

La tappezzeria di Fishguard, completata nel 1997 in occasione delle celebrazioni dei 200 anni di questo evento storico, si ispira di fatto a quella ben più famosa di Bayeux, un capolavoro tessile medievale che abbiamo visto alcuni anni fa durante il nostro giro della Normandia e che mi è piaciuto moltissimo, anche se questa striscia è lunga solo 30 metri invece dei circa 68 dell’altra, e soprattutto risale a un’epoca molto più vicina a noi. Anche in questa si fa riferimento a un tentativo di invasione francese in territorio gallese avvenuta proprio su queste coste, ma il fatto risale alla fine del 700 invece che al 1066 e questa volta i locali hanno vinto ricacciando indietro i soldati francesi, grazie soprattutto al coraggio degli abitanti del paese guidati da una battagliera contadina del posto di nome Jemima Nicholas.

La tela ricamata è molto interessante, i disegni sono curati in ogni minimo dettaglio, i colori sono molto vivaci e le scene dei vari pannelli raccontano con grande precisione e dinamismo gli eventi accaduti. Protagonisti dei quadri ricamati che si susseguono come veri e propri frame di un fantastico graphic novel storico sono soldati, navi, scontri a fuoco, agguati, battaglie, ma anche scene di vita quotidiana, tavole imbandite di cibo succulento,
bambini che corrono e animali in libertà, alberi in fiore e vele gonfiate dal vento. La tecnica di ricamo è molto buona, le figure risaltano nitide e i dettagli sono curati fin nei minimi particolari, per cui il risultato finale è veramente eccellente.

Anche se non raggiunge la raffinatezza tecnica ed espressiva dell’arazzo medievale al quale si ispira, questo progetto realizzato in circa 4 anni da 70 ricamatrici locali è un bell’esempio di alto artigianato legato alla storia del posto, e merita davvero una visita se si capita da queste parti. In un video proiettato nella sala finale della mostra alcune delle donne che hanno partecipato al progetto raccontano le difficoltà, le emozioni e soprattutto le soddisfazioni vissute durante la realizzazione di quest’opera, lasciando trasparire tutto il loro orgoglio per aver fatto parte di questo pezzetto di storia del loro paese. Brave!

Quando usciamo andiamo in un locale rustico poco distante che ha delicatissen originali di vari paesi europei per mangiare qualcosa, un meraviglia solo a guardarle in effetti, e mentre aspettiamo che ci portino i nostri sandwich di ciabatta con salmone fresco e Brie notiamo su uno scaffale dei pacchi di pasta italiana. Luca li guarda più da vicino e scopre che, incredibilmente, sono prodotti dal pastificio Martelli di Lari. Da non credere! Reagiamo con un certo entusiasmo alla scoperta e facciamo la foto al pacco, e una signora di una certa età che sta pranzando seduta a un tavolo li vicino ride divertita della nostra reazione, guardandoci come i tipici italiani che si sciolgono alla vista di un pacco di spaghetti. Ridiamo
divertiti e le spieghiamo che non abbiamo reagito con tanto clamore solo perché abbiamo visto della pasta fuori dall’Italia, ma perché questo pastificio è proprio a pochi chilometri da casa nostra ed è una piccola ditta a gestione familiare… insomma non è mica la Barilla, e non ci aspettavamo davvero di trovare questo prodotto in questo angolo di mondo! Chiacchieriamo a lungo con lei, che vuole sapere un po’ di cose sulla pasta in generale e anche su di noi e il nostro viaggio, e consumiamo in modo piacevolissimo il tempo della mostra pausa pranzo.

Dopo un ottimo brunch riprendiamo la macchina e torniamo verso St Davids, a circa 10 miglia a sud, per vedere la St Non’s Chapel and Well che non abbiamo visto ieri. Si tratta della chiesa dove, secondo la leggenda, St David nacque nel VI secolo da St Non, che era sua madre. Secondo il racconto popolare, nel momento in cui il santo nacque un pozzo sgorgò miracolosamente li vicino, ed è ancora visibile.

Le rovine della piccola costruzione di pietre a secco sono affascinanti, ma la cosa più incredibile qui è il panorama, che è spettacolare su ogni lato. Intorno ai resti della chiesa ci sono solo prati verdi a distesa, che finiscono a strapiombo nel mare con un salto di molti metri. Intorno, solo verde e azzurro di cielo e oceano, e ciuffi selvatici di meravigliosi fiori arancioni che diventano subito i miei fiori del Galles preferiti.

Facciamo una passeggiata sulla scogliera, lungo un sentiero segnalato e tenendoci ben distanti dal bordo, e respiriamo aria profumata di salmastro. Il sole è ancora abbastanza alto e la luce è buona, ma nessuna foto potrà mai rendere la vastità e la bellezza di questo scenario naturale.

Da St Davids ci spostiamo di nuovo verso il nostro b&b, fermandoci a Solva per fare una visita a questo piccolo paesino delizioso che sembra fatto di casine di bambole. Se St Davids è carino e caratteristico, coi suoi negozi di oggetti da spiaggia e i suoi abitanti in ciabatte e canottiere nonostante il mare più vicino sia a oltre 3 km, il suo lato negativo è il traffico e l’affollamento che ci abbiamo trovato ogni volta che siamo passati di qui, e che hanno molto penalizzato il suo fascino di località marina remota. Al contrario di St Davids, Solva è molto tranquillo e si passeggia senza problemi per la via principale godendosi i negozietti di artigianato e la vista delle piccole case dalle facciate dai colori pastello.

Dopo un giro in centro entriamo in un pub molto carino, The Ship, dove ceniamo in un’atmosfera piacevole.

Dopo mangiato proseguiamo ancora verso casa, ma prima facciamo un’ultima sosta davanti al Duke of Edinburgh e al campeggio lì accanto, a vedere da vicino la spiaggia che ieri sera era un paradiso di kite-surfer.

Risaliamo la barriera di sassi e scopriamo con sorpresa che si tratta giusto di una barriera, ma una decina di metri più giù comincia la vera spiaggia di sabbia, che si estende in maniera spettacolare per chilometri in mezzo all’abbraccio di soffici colline verdi.

Scendiamo a passeggiare sul bagnasciuga, incantati da questo nuovo panorama che ci circonda; pare che oggi non possiamo fare a meno di trovarci in mezzo alla più incredibile bellezza naturale. Uno spettacolo eccezionale.

La luce del tramonto che cola lenta su questo pezzo di oceano è straordinaria e perfetta. Un immenso cielo d’argento si specchia nell’acqua calma della riva che raddoppia nuvole e meraviglia riempiendo l’aria di un luccichio soffice e filato, tagliato solo dalle grida alte dei gabbiani in volo. Per un momento sembra che tutto il mondo se ne stia lì dietro a noi ammutolito a fissare il mare a occhi spalancati, stregato dalla bellezza senza fine che si scioglie nel fuoco d’artificio luminoso di questo giorno che finisce.

Passeggiamo a lungo sul bagnasciuga, proprio sul bordo dell’acqua che via via ci viene a sfiorare delicatamente le scarpe, finché la luce cala e tutto si prepara all’arrivo della notte. Rientriamo mentre cala la sera, stanchi e contenti per tutte le straordinarie bellezze che la meravigliosa terra del Pembrokeshire oggi ci ha regalato a piene mani.

Venerdì 12 agosto 2016: Honey Farm a New Quey – St Davids Cathedral – Roch

Stavolta, anche se l’hotel è carino e lo staff abbastanza gentile, la notte a Aberystwyth è la peggiore che abbiamo passato in Galles, e forse una delle peggiori di sempre. Un forte rumore di motore simile a una ventola gigante viene dal corridoio e non smette mai per tutta la notte. Il fatto che abbiamo trovato dei tappi per le orecchie sul comodino non è stato incoraggiante, e infatti verso le 4 del mattino devo cedere e usarli, anche se non è che risolvano davvero il problema, lo mitigano solo un po’. Un vero disagio, per me che odio i rumori e amo il silenzio totale della notte. A colazione poi il sevizio è lento e la cameriera ci porta un solo ordine dei due richiesti, e io devo aspettare venti minuti per avere la mia full Welsh (si chiama così, è appurato). Meno male che qui avevo prenotato una sola notte, ma mi è dispiaciuto fare questa brutta esperienza. Speriamo resti l’unica.
Dopo il check-out prendiamo la macchina e andiamo a New Quay, a visitare il più grande centro di apicoltura di tutto il Galles. Abbiamo trovato un folder all’ufficio informazioni di Aberystwyth ieri, e abbiamo deciso subito di venite a vedere, visto che è sul percorso da fare verso la nostra prossima tappa. Ci arriviamo in meno di un’ora di strada in mezzo a un paesaggio verde pieno di pecore, campi e alberi, con sullo sfondo il mare.

La fattoria delle api ha sede al piano superiore di una vecchia cappella sconsacrata, dove sono state sistemate delle teche in vetro che permettono di vedere le api al lavoro senza pericolo di essere punti e senza disturbarle. Ci sono diversi alveari in mostra con migliaia di piccole operaie indaffarate nei loro compiti, e c’è un tunnel in vetro sul fondo di ogni teca che la collega direttamente con l’esterno, così che le api possono andare fuori a cercare il polline e poi tornare dalla loro regina.

Alcuni cartelloni mostrano abitudini e strumenti usati dagli apicoltori della fattoria, e in una stanza in fondo uno schermo mostra un filmato sul comportamento sociale di queste incredibili comunità di insetti. Davvero straordinarie, queste piccolette.

Prendiamo un barattolo di miele nello shop, e quando lo useremo a casa, ci ricorderemo di questa visita così interessante. Luca sarebbe bravissimo con le api…

Proseguiamo ancora verso sud e attraversiamo Fishguard, dove torneremo domani, fino a St Davids, uno dei centri che attira più turisti in quest’area bellissima del Pembrokeshire grazie alla sua famosa cattedrale dedicata appunto a St David, che è il santo patrono del Galles. Le sue reliquie sono sepolte qui da molti secoli, il che fa di questa chiesa un punto di riferimento molto importante per i pellegrini britannici.

In effetti, nonostante il paesino sia molto piccolo e ci siano solo 1800 abitanti circa, la presenza della cattedrale ha innalzato il paese al grado di città, e ora questa è la città più piccola del Galles e anche di tutto il Regno Unito. Un altro record da ricordare.

Arriviamo alla cattedrale verso le 14,15 e dopo un quarto d’ora comincia la visita guidata gratuita che stavamo aspettando. Un volontario del posto, molto simpatico e bravo, porta il nostro gruppo in giro per la chiesa, dentro e fuori, e ci svela un po’ dei suoi segreti. La cattedrale originale risaliva al XII secolo, costruita su resti di un monastero attivo oltre 500 anni prima, ai tempi di David in persona, che non fu un martire ma che compiva comunque miracoli. David era nato qui vicino e fu destinato a portare e diffondere il cristianesimo in Galles. Il suo nome antico era Dewi, poi divenuto David dopo l’arrivo dei normanni, e ha dato origine anche alla parola Dove (colomba della pace), ragion per cui nell’iconografia cattolica David è sempre rappresentato con un uccellino sulla spalla.

Nei secoli l’edificio originale subì molti danneggiamenti, a causa di guerre e assalti militari ma anche a causa di eventi naturali, come il terremoto che lo distrusse parzialmente alla metà del XIII secolo. Molti architetti lavorarono alla sua ricostruzione in epoche diverse, e la sovrapposizione di stili è evidente fin dall’esterno, ma i rimaneggiamenti più pesanti risalgono al 1500, al 1800 e al 1900, quando furono fatti grandi lavori di stabilizzazione e restauro della chiesa allo scopo di renderla accessibile al pubblico senza rischi.

Parte delle mura basse e del coro sono originali ma il resto è tutto successivo, aggiunto tra il trecento e il novecento, compresa la parte superiore della grossa torre quadrata che sta sopra al transetto, e l’organo che è addirittura del 2012.

Tra le particolarità di questa chiesa ce ne sono alcune davvero insolite: il pavimento è a scivolo e degrada dall’altare verso il portale anteriore, e in effetti camminando si percepisce nettamente che il terreno non è in piano ma tende a scendere verso l’esterno; le colonne che fiancheggiano la navata centrale, collegate da archi normanni, non sono perfettamente verticali ma pendono verso destra di almeno 2 gradi (‘like the Leaning Tower’ dice la nostra guida, al che noi ci facciamo vivi e gli spieghiamo che, da veri Pisani, gli possiamo garantire che il grado di pendenza dei 57 metri della Leaning Tower è praticamente il doppio di quella di queste belle colonne… ma insomma, la coincidenza è simpatica); c’è un buco a forma di fiore su una parete tra il coro e una cappella di fondo, che nessuno ha mai capito a cosa servisse; il sepolcro di St David, così venerato dai pellegrini per le reliquie che racchiude, si è scoperto poi non contenere effettivamente i resti originali del santo fondatore della cattedrale e principale promotore della diffusione del cristianesimo in Galles; davanti all’altare maggiore si trova la tomba di Edward Tudor, nonno di Enrico VIII, sepolto qui per salvaguardare l’edificio dagli sconquassi della Riforma, stratagemma astuto che di fatto funzionò, visto che Enrico impedì che la chiesa venisse completamente devastata da Cromwell, nonostante fosse cattolica, proprio perché suo nonno riposava al suo interno; in un angolo c’è una bella cappella cinquecentesca in stile gotico perpendicolare, con un interessante soffitto a ventagli che pare abbia in parte ispirato i creatori del meraviglioso soffitto della King’s College Chapel di Cambridge; le decorazioni dei pavimenti e delle finestre istoriate sono in puro stile vittoriano, e le figure hanno l’aria un po’ vaga di pellegrini smarriti, arrivati chissà come in questo ambiente di atmosfera medievale.

Insomma, un bel miscuglio di epoche caratterizza questa cattedrale, che ha almeno due elementi bellissimi che mi ricorderò: il soffitto della navata centrale, a cassettoni in legno di quercia irlandese grezza, originale del 1500 e rarissimo, straordinariamente bello nella sua nuda semplicità, solido, imperituro, e con un che di sacro che risalta immediatamente. E la facciata antica sulla quale si apre il portale principale, fatta di una pietra viola locale mai vista prima, e incredibilmente suggestiva.

Secondo la tradizione medievale che regolava la cancellazione dei peccati, Papa Callisto II stabilì che due pellegrinaggi a St Davids valevano come uno a Roma. Beh, il primo lo abbiamo fatto.

Facciamo un giro nello shop, che è dentro alla cattedrale stessa, per alcuni piccoli acquisti, quindi ci fermiamo alla caffetteria, un ambiente stretto e lungo in stile moderno aggiunto di recente, e ci gustiamo un meritato (e ottimo) cream tea. Gli scone qui sono insolitamente spolverizzati di zucchero, mai visti prima in questa versione, e quando li tagliamo per spalmarli di crema e marmellata sembrano un po’ duri, ‘originali del medioevo’ come dice Luca, invece poi si rivelano molto gustosi e friabili. Ci voleva proprio, una pausa di dolcezza.

All’uscita diamo un’occhiata al vicino palazzo del vescovo, o a quel che resta dell’edificio del trecento, e a giudicare dalle rovine intuiamo che doveva essere molto elegante e prezioso. L’elemento che ci colpisce di più è il cancello che ne delimita l’accesso, un’incredibile opera di artigianato a tema naturale che ci lascia incantati. Sia i due battenti che la ringhiera che corre intorno al confine del palazzo sono decorati da fiori, piante, foglie, tralci e piccole creature in ferro battuto create dalla mano di un artista locale, che ha realizzato davvero un’opera straordinaria. Ciuffi di foglie, ghiande, rami, fronde, ma anche ragnatele con il ragno all’opera, piccoli insetti, lumache, funghi, bruchi, farfalle, tutto tridimensionale e con un effetto realistico incredibile, un vero capolavoro di scultura in ferro. Mi piacerebbe moltissimo avere un cancello così attraverso il quale passare per entrare in casa. Vorrà dire che ci faremo ispirare da questa meraviglia, quando verrà il momento.

Alla fine della visita risaliamo su lungo una scalinata che porta in cima alla collina e facciamo una passeggiata nella piccola città di pietra, elegante e piena di fori. Negozi e locali hanno nomi ispirati al mare e alla nautica, i turisti vestono in pantaloni corti e infradito e portano al braccio borse da spiaggia, dalle vetrine fanno capolino ciambelle di gomma e ombrelloni colorati, tavole da surf e costumi, e allora ci ricordiamo che in effetti questa dovrebbe essere una delle più esclusive località balneari del Galles, ma dovunque proviamo a guardare, non c’è traccia d’acqua. Un posto di mare senza il mare, che ci lascia un po’ straniti e divertiti. Alla fine scopriamo che effettivamente la costa c’è, ma è a circa tre chilometri dal paese, e si intravede solo da alcuni punti più elevati lungo la strada. Fin qui, arriva solo il vento profumato di salmastro.

Passiamo all’agenzia dove abbiamo prenotato da casa l’escursione in barca di domattina e confermiamo la nostra prenotazione con una signora molto gentile, quindi facciamo un giro in auto fino al molo per vedere dove dovremo trovarci domani entro le 11,45.

Quando è tutto sistemato raggiungiamo il b&b di stasera, a una decina di chilometri dal paese, in un posto magnifico in mezzo al nulla di Roch, circondato solo da campi verdi e vento. Finalmente stanotte non ci saranno rumori molesti a infastidirci. I proprietari sono molto gentili, ci accolgono con calore e ci assegnano una bellissima stanza nella mansarda, con un grande letto soffice, una zona salotto, un bagno molto spazioso e una vista spettacolare sulla campagna circostante che corre piatta fino al mare. Scopriamo che i padroni di casa viaggiano molto in Europa e anche in Italia con il loro camper, e conoscono piuttosto bene il nostro paese. Ci suggeriscono un pub qui vicino dove andare a cena (in auto però, non a piedi, dato che qui intorno non c’è altro che verde e vento nel raggio di diverse miglia), e accettiamo volentieri il consiglio. The Duke of Edinburgh si rivela un locale molto carino, semplice e alla mano, con una bella atmosfera amichevole e diversi clienti già intenti a gustare la loro cena. Ci sediamo a un tavolo grande, l’ultimo libero, che poco dopo accettiamo volentieri di dividere con un un signore e una signora stranieri con cui facciamo un po’ di conversazione in misto inglese e francese, mentre ci gustiamo la nostra cena. Tornati in stanza ci facciamo un caffè e ce ne andiamo a letto presto a riposare un po’, visto che domani sarà un’altra giornata impegnativa.
Hanno sempre molte cose da fare, i pellegrini.