Mercoledì 2 – giovedì 3 ottobre 2019: London

Eccoci di nuovo qui agganciati al sedile, su un aereo BA diretto verso quella che è la destinazione più giusta per me. Il volo è perfetto, la temperatura è fresca finalmente ,dopo il caldo che da noi non vuole passare, e l’arrivo ai nostri Studios2Let intorno alle 23 (Greenwich time) avviene all’orario previsto: atterraggio a Heathrow dopo le 21, poi Piccadilly Line fino a Russell Square a prendere le chiavi della stanza all’agenzia aperta 24h e un’ultima passeggiata fino a North Gower Street, dove si trova la camera e dove la reception locale chiude invece alle 19. Andiamo a dormire stanchi ma felici, e carichi di aspettative per domani.
La mattina iniziamo il nostro giro con la colazione dai nostri amici di Speedy’s, vicinissimi al nostro alloggio e ormai tappa irrinunciabile per noi che siamo Sherlock fan. In effetti abbiamo anche una mini cucina in camera, ma abbiamo deciso di non usarla per questa volta e di prendere tutti i pasti fuori, visto che abbiamo sempre programmi che si protraggono fino a tardi la sera.

Finita la prima full English del viaggio ci rimettiamo in moto e raggiungiamo il Sir John Soane’s Museum a Holborn (per il quale abbiamo un timed ticket alle 10,45), uno dei piccoli gioielli nascosti di questa infinita città che è un vero e proprio mondo a se’.

L’ingresso al museo è Free e vale decisamente una visita se si è un minimo appassionati di architettura e archeologia. Di fatto si tratta di visitare la casa nella quale viveva e lavorava Sir John Soane, uno dei più importanti architetti pre-vittoriani che ha contribuito a dare forma alla Londra del suo tempo. In questo edificio (non troppo grande, per questo serve un biglietto a tempo per evitare che una folla eccessiva invada i locali) il famoso architetto ha accumulato tesori e oggetti da collezione durante tutta la sua vita, che conservava con cura e mostrava ai suoi studenti durante le sue lezioni perché li potessero toccare con mano o disegnare dal vero. Fantastiche urne romane perfettamente conservate, colonne, capitelli, sculture sacre o celebrative greche e etrusche, fregi, decorazioni in pietra, marmo e gesso, copie di statue famose (c’è un Apollo del Belvedere!) monete, calchi di camei, mobili, quadri di Hogarth e Canaletto, c’è di tutto, raccolto ed esposto in maniera fantastica (no pics allowed, sorry).

Ma il pezzo forte è certamente il sarcofago in pietra del Faraone Seti I, figlio di Ramses I e padre di quel Ramses II che divenne il faraone più potente e influente della storia d’Egitto. Un pezzo straordinario di livello altissimo che farebbe la sua bella figura persino al British Museum. In effetti il British ebbe occasione di acquistarlo, ma il costo era così alto che i fondi non poterono essere destinati tutti a questo reperto, così i gestori del museo rinunciarono. Allora Sir John disse: “ok, lo prendo io”.

Un sarcofago grande e molto profondo, completamente decorato dentro e fuori con meravigliosi pittogrammi che richiamano il viaggio dell’anima del faraone nel mondo dei morti (anche se al tempo non era stato ancora possibile decifrarli, visto che la Stele di Rosetta non era ancora stata trovata). Per farlo entrare in casa si dovette aprire la cupola in vetro del tetto sulla parte posteriore dell’edificio e calarlo giù piano piano con corde e assi di legno, col rischio di danneggiare sia lui che i preziosi pezzi già esposti in questo spazio magnifico. Naturalmente, tutto andò bene. E ora eccolo qui esposto a casa di Sir Soane, bellissimo e misterioso, un pezzo che ha oltre 3000 anni sistemato in uno spazio verticale stupendo a oltre 3000 km da casa sua. Da solo vale il viaggio fino a questo incredibile museo. In effetti Sir John può essere considerato l’inventore dell’idea stessa di museo come luogo dove esporre e mostrare le antichità e le opere d’arte (wow! thanks Sir Soane!), e la sua Dulwich Picture Gallery è ormai considerata dagli architetti mondiali il primo vero museo d’arte pubblica in un edificio progettato proprio a questo scopo.

I bellissimi archi alti e stretti, definiti da molti goticizzanti, che decorano la facciata della casa divennero un segno distintivo del suo lavoro che si ritrova in molte sue opere, prima fra tutte la famosa sede della Bank of England, e sono il segno caratteristico della sua personale visione evoluta delle linee neoclassiche così in voga ai suoi tempi. Gli interni della casa sono fantastici per il modo in cui si passa da un ambiente all’altro come in un labirinto, un mondo a parte fatto di grandi stanze con archi e vetrate, soffitti decorati da affreschi e specchi convessi alle pareti (bellissimi! lo voglio anch’io uno in casa!), scale, mezzanini, salotti arredati con raffinatezza e molta luce naturale. Più che una casa è davvero un laboratorio di architettura in divenire, nel quale Sir Soane fece scuola a tutta una nuova generazione di architetti. Una visita che mi è piaciuta moltissimo.

La seconda tappa del giorno è vicino a Piccadilly, il Faraday Museum, presso il Royal Institution. Perché mio marito è un fan della scienza, e perché non si possono vedere solo quadri e sculture…

Gratis anche questo, si entra dalla stessa porta per la quale entrano quelli che lavorano qui da oltre 200 anni, si scende una scala e si prende un corridoio, e si comincia la visita a grandi teche perfettamente ordinate nelle quali sono esposti oggetti (per me un po’ misteriosi, ma molto affascinanti) che hanno cambiato la storia della Fisica umana.

Ci sono sezioni che trattano di chimica, elettromagnetica, elettricità, biologia, comunicazioni, spettrografia, fisica. La cosa straordinaria qui è che tutti gli oggetti presenti sono il PRIMO esempio nel loro genere: la prima pila che Volta in persona aveva regalato a Faraday, il primo strumento creato da Faraday per dimostrare l’esistenza dei campi magnetici e teorizzare le leggi fondamentali che li regolano, il primo strumento che ci ha spiegato perché il cielo è blu, la prima lampada di Davy, che ha salvato la vita a migliaia di minatori e che abbiamo visto all’opera nei pozzi di carbone gallesi e inglesi, e così via.

Oggetti stranissimi occhieggiano dalle teche illuminate, barre di metallo, corde, alambicchi, bolle di vetro soffiato, pesi, ampolle, calibri, polveri colorate, strumenti che sembrano così antichi da non poter avere niente a che fare con la scienza moderna e che invece sono alla base di scoperte divenute fondamentali.

C’è addirittura il laboratorio magnetico di Farady completo, così com’era quando lui ci lavorava, e la cosa straordinaria è che non è una ricostruzione. È proprio quello vero, e si trova nell’esatto posto in cui si trovava quando lui ci lavorava.

Proprio di fronte alla stanza storica si trova anche un modernissimo laboratorio di ricerca con strumenti che indagano sulle nanotecnologie, tanto per mostrare dove siamo arrivati partendo da ampolle di vetro, rotoli di corda e pezzi di metallo.

Al piano di sopra ci sono le biblioteche e le stanze di studio, e un bellissimo teatro semicircolare in cui gli scienziati tengono le loro lezioni e le dimostrazioni sulle loro scoperte. Che sono molte e frequenti, pare.

Ben 14 premi Nobel sono entrati e usciti da questo edificio di Albemarle Street, e hanno contribuito a disegnare il nostro mondo così come lo conosciamo oggi.

Usciti dal museo proseguiamo fino dietro al palazzo, in Bond Street, per fare un saluto alla panchina sulla quale le belle statue in bronzo di Churchill e Roosevelt siedono vicine, due uomini sorridenti e rilassati che paiono chiacchierare come due amici qualunque, e che invece sono tra i creatori del mondo occidentale moderno. È confortante e rassicurante sedersi per un po’ in mezzo a personaggi di questo calibro, in questi tempi oscuri in cui i leader politici di tutti i maggiori paesi mondiali fanno a gara a chi è più ottuso e incapace. Si riesce quasi a credere con un po’ più di convinzione che la loro lezione è sempre qui, sopravvive al di là di loro, e ci potrà essere utile ancora una volta.

Da Bond Street scendiamo giù e infiliamo St James’s Street e arriviamo nel posto dove facciamo la terza visita di oggi: James J Fox. Un posto incredibile, dove davvero noi non abbiamo nessun motivo per entrare tranne la nostra ammirazione per questo negozio che è un vero e proprio gioiello storico. Semplice e quasi dimesso all’esterno, con due vetrine piccole e una tenda che lo ripara dal raro sole e dalla pioggia frequente, questo è uno dei negozi più antichi di Londra e il negozio di tabacco più antico del mondo, aperto nel 1787.

Qui alcuni tra i fumatori più famosi della storia hanno acquistato sigari, sigarette e tabacco, compresi lo stesso Sir Winston Churchill, Oscar Wilde, tutti i membri della famiglia reale e moltissime star del cinema, dello sport e della politica internazionale. L’interno del negozio è luminoso e ordinatissimo, elegante come un club di lusso, con vetrine che espongono confezioni rare di sigari, miscele di tabacco e bellissime pipe in legno e schiuma intagliate a mano, compresa una bellissima collezione dedicata a Sherlock Holmes. Sul fondo del negozio una doppia porta a vetri chiusa da una serratura isola un’intera sezione della stanza, dove su alcune semplici mensole sono conservate piccole scatole in legno con etichette colorate e bolli variopinti che contengono, in un ambiente dal microclima controllato, i sigari più preziosi disponibili al momento, proprio come fossero pezzi rari in una gioielleria. Incredibile.

Ma la parte più bella è al piano di sotto, in fondo a una piccola scala lungo la parete sinistra, che da accesso a una stanza chiamata ‘The Museum’. Qui, intorno a un grande tavolo ovale con al centro un grosso posacenere color sigaro (of course), i clienti possono sedersi e provare i vari blend di tabacco, confrontare sapori e profumi, caricare le loro pipe con i mille attrezzini necessari e scartare e assaggiare pacchetti di sigarette rare come fossero pregiate praline di cioccolato. Questo infatti è tra i pochissimi negozi in Inghilterra in cui la legge del No Smoking non è valida, purché si abbiano più di 18 anni.

Per quelli come noi che non fumano, la parte interessante è però intorno al tavolo, lungo le pareti della stanza, dove sono allineate delle vetrinette in cui sono esposti documenti e oggetti legati alla storia di questo luogo unico. C’è la foto autografata di Churchill con il suo immancabile Havana preferito in mano e c’è anche una scatola di questi famosi sigari nelle loro custodie originali. Ci sono ricevute di acquisto e statuette del leader politico, c’è uno dei suoi taglia-sigari originali che lui donò al negozio, e soprattutto, nell’angolo in fondo, c’è la sua poltrona, quella che lui usava quando veniva qui a comprare i sigari, dove si sedeva nell’attesa di essere servito o per cominciare subito a gustarsene uno. È una poltrona di cuoio ampia e un po’ sbiadita, consumata sui braccioli, molto vissuta e viva. Sembra lì in attesa che lui ritorni da un momento all’altro, per fare un nuovo acquisto.

Nella vetrina di destra ci sono anche i registri risalenti alla fine dell’800 in cui si legge il nome di Oscar Wilde vicino al conteggio dei suoi acquisti di tabacco e sigarette, perché come diceva lui, “Una sigaretta è il prototipo perfetto del piacere, è squisita e lascia insoddisfatti”. Pensare che lui in persona entrava da quella stessa porta dalla quale siamo passati noi poco fa per venire qui è una bella emozione, che invece mi soddisfa moltissimo.

Tra i pezzi più rari ci sono le collezioni vintage di pipe e tabacchi col marchio Robert Lewis (fondatore dell’attività), la pipa Bristol in vetro fatta a mano nell’anno stesso di apertura del negozio e la più antica scatola di Havana del mondo (che è anche la prima mai arrivata in UK). Con grande orgoglio sono appesi alle pareti i ben 7 Royal Warrants vantati da questo shop, selezionato dalla famiglia reale più e più volte come fornitore decennale ufficiale di Buckingham Palace di questo genere di articoli. Un luogo veramente carico di storia, seppur in un segmento così piccolo come quello di un personale piacere quotidiano.

E pazienza se, per noi che non indulgiamo, il fumo è solo un vizio dannoso il cui piacere è decisamente poco comprensibile. Non siamo qui per giudicare, ma per ammirare. E se piace così tanto a noi, a essere dei fumatori, camminare qui dentro deve essere come camminare nell’Eden. Non potendo prendere altro, acquisto una piccola bustina porta tabacco col marchio del negozio, vuota of course. Non posso venire via da qui senza comprare nulla, io che lavoro alla PoP.

Da Green Park riprendiamo la Tube fino a Queensway e risaliamo Bayswater Road fino a Leinster Terrace, dove facciamo un salto a fare una foto alla casa di JM Barrie. Da queste finestre, il suo Peter Pan volava sui tetti di Londra portando i suoi bambini sperduti fino alla magica Neverland.

In effetti Barrie visse e lavorò alla sua famosa opera teatrale (poi divenuta anche un romanzo) anche in un’altra casa qui vicino, proprio di fronte ai Kensington Gardens, che – udite udite – in questo periodo è in vendita: per la modica cifra di circa 8 milioni di sterline (e un po’ di polvere di fata) si può acquistare il sogno completo di arredi originali, dormire nel letto di Wendy e sedersi vicino alla grande finestra a bovindo della nursery che rimane sempre aperta, in attesa che Peter la attraversi in volo e atterri dentro alla stanza alla ricerca della sua ombra smarrita. Astenersi coccodrilli ticchettanti, adulti pomposi senza fantasia e miseri ex bambini ormai cresciuti.

In pochi passi entriamo poi in Hyde Park e lo attraversiamo lentamente, passeggiando immersi nel verde e nel silenzio ovattato degli alberi che tiene a bada il suono incessante della grande metropoli. Facciamo un piccolo late lunch a una caffetteria del parco, dove ci rifocilliamo e ci riposiamo un pò, quindi riprendiamo la passeggiata, oltrepassiamo la Lady Diana Memorial Fountain, con la sua acqua trasparente che non interrompe mai il suo infinito viaggio circolare, e arriviamo – needless to say – fino alla statua di Peter Pan, per un’immancabile visita a questo ragazzino che è senza dubbio trai i protagonisti della storia di questa città e della fantasia di molti di noi.

La statua fu donata al parco proprio da Barrie, che voleva che il modello per il volto di Peter Pan fosse uno dei suoi figli adottivi, Michael. Ma l’artista che la realizzò alla fine usò un bambino diverso per modellare i lineamenti di Peter, il che lasciò Barrie piuttosto deluso e scontento. La statua fu comunque sistemata nel parco una notte di Aprile del 1912, senza avvisi né notifiche, e il giorno dopo i bambini di Londra scoprirono con sorpresa che Peter Pan era atterrato davvero lungo la Serpentine con i suoi amici, come accadeva nel libro di avventure che conoscevano bene. Oggi questa è una delle Talking Statues di Londra, e basta uno smartphone (e un 3G) per stare lì a farsi raccontare dal vivo la storia del ragazzo che non voleva crescere.

Continuiamo a passeggiare lungo il lago tra turisti incantati, londinesi rilassati e animali curiosi che si avvicinano in cerca di qualunque tipo di briciole – e direi che si avvicinano soprattutto a Luca, notoriamente capace di attirare creature a 2 e 4 zampe con la stessa facilità con la quale i fiori attirano le api. Come dice mia mamma, lui è l’amico degli animali…

Ad un certo punto viene quasi assalito da un gruppetto di piccioni che si sono accorti che ha una castagna in mano, e nella confusione uno scoiattolo particolarmente intraprendente gli si aggrappa alla gamba e si arrampica su di lui fino a farsi dare il meritato premio, in barba a tutti i pennuti presenti. Adorabile. Non c’è mai da rimanere delusi, a venire a Hyde Park.

Dal fondo della Serpentine rientriamo verso la pista dei cavalli camminando di nuovo verso Kensington, e qui ci fermiamo un’ultima volta prima di dirigerci verso la RHA. Sul viale parallelo alla strada esterna che circonda il parco, più o meno all’altezza della prima metà del lago, troviamo la targa commemorativa che stiamo cercando, e ci fermiamo per fare qualche foto. Si tratta di un piedistallo con una grande targa in bronzo, messa di recente, sulla quale è raffigurato in bassorilievo uno degli edifici più famosi e iconici di Londra, tanto ammirato quanto impossibile da vedere: il Crystal Palace.

Qui davanti a noi, in uno spazio identificato con esatta precisione sulla targa, si ergeva il Palazzo di Cristallo, il meraviglioso edificio costruito in vetro e acciaio che ospitò la prima grande Esposizione Universale voluta dal marito di Queen Victoria, Prince Albert, nel 1851. Enorme come un palazzo reale, trasparente come una boule de neige, protettivo come una serra gigante, raccoglieva al suo interno le meraviglie dell’arte e della tecnologia più avanzate dell’era vittoriana. Ci si misero in diversi architetti per pensarlo, tra i quali un certo Paxton, e poi il caro, vecchio, folle Hector Horeau di baricchiana memoria, che trovò il modo di creare delle lastre di vetro abbastanza sottili da poter essere modulari e abbastanza resistenti da sopportare il loro stesso peso senza infrangersi come bolle di sapone, ma anche capaci di sopportare gli scherzi del clima instabile che regna in questo Paese.

Pieno di piante, gente, e stand di espositori di ogni genere di cose, allietato dalla musica di un’orchestra classica e illuminato dalla luce di migliaia di candele accese come sciami di lucciole imprigionate sotto un gigantesco bicchiere, doveva essere una visione assolutamente meravigliosa per gli uomini e le donne vittoriane. Dopo l’Expo il palazzo fu completamente smontato e rimontato in una zona diversa di Londra, dove fu persino ingrandito e dove rimase fino al 1936, quando venne completamente distrutto da un terribile incendio che mandò definitivamente in fumo quello che era forse l’ultimo simbolo rimasto in piedi di un’epoca straordinaria e irripetibile per il Regno Unito. Qui davanti a noi, su questo grande prato rettangolare ora vuoto e perfettamente rasato, si ergeva una follia di cristallo divenuta iconica, ancora mitizzata a oltre 150 anni dalla sua costruzione.
A guardare bene, pare di vederla luccicare nella luce radente del tramonto, la sua struttura trasparente sormontata dalla volta di ferro ricurva, originale serra tecnologica nella quale si coltivavano le meraviglie più avanzate del mondo moderno verso il quale quegli uomini stavano correndo.

Poco fuori dal parco troviamo un altro dei tanti edifici iconici londinesi, la bellissima bomboniera della Royal Albert Hall, che tra non molto ci accoglierà al suo interno per una serata assolutamente speciale. Intanto proseguiamo lungo Exhibition Road, oltre alla fila dei nostri amati musei, e ci infiliamo in un pub per una cena anticipata a base di pie e verdure, che ci fa ricordare le bellissime giornate passate a gironzolare per il Nord nello scorso agosto.

Finalmente arriva l’ora di andare, e così torniamo lentamente verso il teatro più bello della città, pronti ad assistere allo spettacolo per il quale siamo venuti fino a qui: LettersLive.
I nostri posti non sono tra i migliori purtroppo (i biglietti sono andati esauriti in poche ore), ma non ha molta importanza, l’unica cosa importante è che siamo qui stasera. Per la prima volta dal suo esordio, nel 2013, lo show si tiene in un teatro di questa grandezza e di questa importanza, il che trasforma una serata già magica in qualcosa di davvero speciale. L’aria è elettrica e la curiosità è a mille tra il pubblico assiepato nell’immensa bolla rossa e oro della Hall (i lettori delle varie serate escono sempre a sorpresa, non si sa nulla in anticipo su chi saranno i partecipanti), e anche questa volta non rimaniamo delusi.

Si comincia con il magnifico Stephen Fry, che speravo tantissimo di riascoltare, e da lì in poi è tutta una sequenza di attori bravissimi che leggono lettere di ogni tipo, buffe o tristi, divertenti o toccanti, sarcastiche o appassionate, amare o piene di saggezza. 
Oltre all’amatissimo Fry, tra i lettori più acclamati naturalmente c’è Benedict Cumberbatch, fantastico attore che è tra gli ideatori e produttori di questo show, ma anche Jude Law (sempre bravo e bello), Louise Brealey (Loo!), Alan Carr (buffissimo, legge una lettera di Roald Dahl a sua madre, e io non guarderò mai più un bulldog nello stesso modo di prima..!), Taika Waititi (un istrione… regista, sceneggiatore e attore neozelandese che ha lavorato a Oceania, ha diretto Thor Ragnarok e ora è nei cinema con Jojo Rabbit, chi se lo aspettava qui…), la scrittrice e attivista africana Chimamanda Ngozi Adichie (legge una sua lettera d’amore al marito, molto bella), la cantante Florence Welch e l’attrice Crystal Clarke (che era anche ne Gli ultimi Jedi, la bellissima lettera che legge scritta da Melissa Harris al politico americano Mourdock sulle gravidanze che secondo lui sarebbero doni di Dio alle donne vittime di stupro riduce in lacrime tutta la RHA).
Ma la vera ovazione in sala arriva all’inizio della seconda parte dello spettacolo, quando a leggere una lettera di Elisabetta II alla Regina Madre esce nientemeno che Olivia Colman. Oh my God! Un’onda di entusiasmo, amore e ammirazione interminabile per questa donna meravigliosa si leva istantaneamente dal pubblico, tanto che lei quasi non riesce a parlare per l’emozione di una tale accoglienza! Mi ricordo che era stata davvero molto applaudita anche alla Freemasons’ Hall quando ero stata a vedere le Letters Live l’altra volta, ma ora che ha vinto l’Oscar è davvero amatissima e scatena applausi e grandissime ovazioni ogni volta che esce a leggere. E se lo merita perché è davvero bravissima, una vera Regina!

Lei, Ben e Stephen Fry sono davvero lettori straordinari, e anche se tutti sono molto bravi, loro tre riescono a dare al pubblico quel qualcosa in più che rende il momento unico e indimenticabile. Ben, emozionato e in forma smagliante, legge una lettera comica di una compagnia di assicurazioni, una d’amore (una della serie di Chris & Bessie letta con Louise Brealey, perfetti loro due insieme) e una sul tema dei cambiamenti climatici, che apparivano preoccupanti già 50 anni fa.

Ma una delle lettere più belle la legge Stephen Fry, che ne è anche l’autore.
Lui, un pò in imbarazzo, spiega subito che gli pare strano leggere una sua lettera in pubblico, ma visto che è stata scelta per lo spettacolo e lui è qui stasera, forse sarebbe anche più strano se la leggesse qualcun altro…! Era successo anni prima che una sua fan, una giovane ragazza inglese, si trovasse a vivere un momento personale molto difficile, una brutta depressione che la faceva sentire sola e le toglieva ogni voglia di vivere, così decise di scrivere una lettera al suo attore preferito per raccontargli come si sentiva, un uomo che lei ammirava moltissimo e che era appunto Stephen Fry.
Era una di quelle cose che si fanno così per fare, per togliersi un peso dal cuore, non immaginando mai che lui le avrebbe davvero risposto. Invece lui, da essere umano raro e straordinario qual’è, non solo le rispose, ma mise insieme per lei una lettera lunga e meravigliosa, piena di sensibilità, comprensione e conforto verso questa ragazzina sconosciuta che si trovava ad affrontare quel momento doloroso, e con il suo affetto e la sua umiltà riuscì a farle sentire che non era sola, e a darle fiducia nel fatto che anche quel brutto momento sarebbe certamente passato. Non è colpa nostra, se piove. Non possiamo far smettere di piovere, per quanto lo vogliamo. Ma quel che è certo è che il sole, prima o poi, tornerà. Su questo non c’è dubbio. Basta avere pazienza, e non dimenticarlo mai. Una lezione utile per tutti, a giudicare dalla reazione commossa e calorosa della Hall alla fine della sua lettura.  

La lunga, tanto attesa serata finisce anche troppo presto, con Damon Albarn che canta una sua bella canzone al pianoforte.
Poi tanti applausi e saluti, grande gioia e commozione in sala, e la sensazione di aver assistito a una performance unica che nessuno dei presenti dimenticherà facilmente. E speriamo di poter partecipare anche alla prossima, quando ci sarà.

Mi piace moltissimo quest’idea di elogiare il gesto bellissimo e profondamente umano di prendere carta e penna e scrivere una lettera per comunicare con un’altra persona, l’ho fatto per tutta la mia vita e lo farò sempre come qualcosa che ha un significato speciale. Era ora che qualcuno pensasse di celebrarlo come merita.

Rientriamo al nostro studio via Piccadilly Line e Victoria Line, molto stanchi ma soddisfatti di questa prima giornata londinese. Domani, nuove avventure ci aspettano.

Martedì 23 agosto 2016: Tyntesfield House – Banksy’s Bristol – Reading – Pisa

Ultima colazione a Cardiff, oggi. C’è un sole splendente nel cielo azzurro senza nuvole, e fa già caldo di mattinata. Per fortuna non ce ne dobbiamo andare sotto la pioggia, sarebbe stato ancora più triste. Raccogliamo tutto e ci mettiamo in auto diretti alla prima meta di oggi, che è a una quarantina di miglia da Cardiff, ma non è già più Wales. Niente più scritte in doppia lingua, niente più ARAF-SLOW, niente più Cymru. Passato il ponte sulla baia di Bristol siamo fuori, e già troviamo il cartello Welcome to England.
Ciao bellissima terra del Galles, ti ricorderemo sempre con profonda emozione.

Arriviamo a Tyntesfield House, North Somerset, che è aperta da poco, eppure ci sono già molte auto nel parcheggio. Sarà la bella giornata, insieme alla fama di questa bellissima magione, ad aver convinto centinaia di inglesi a venire qui a trascorre qualche ora all’aperto. Il viale è lungo quasi 2 chilometri e immerso in un verde perfetto, al solito. Il parcheggio è molto grande e da lì ci sono ancora un paio di lunghi sentieri da percorrere a piedi prima di intravedere il profilo della villa. Passiamo dalla biglietteria e, visto che anche questo è uno dei beni del mai abbastanza lodato National Trust, evitiamo di pagare un biglietto alquanto salato. Chi vuole visitare anche la casa, oltre al parco, riceve dei biglietti a parte con un orario di entrata da rispettare, in modo da scaglionare i visitatori ed evitare una ressa eccessiva dentro alle stanze. Questa casa ha un numero di visitatori annui che supera le 200.000 unità e il cui trend è in continuo aumento. Tutto intorno, nel grande parco, ci sono vialetti, giardini fioriti, piante enormi e vecchissime che fanno ombra a famiglie con bambini venute a fare un pic nic sull’erba, o a giocare col cane (dogs welcome anche qui, naturalmente).

Oltre al parco c’è ancora una fattoria con le mucche e i maiali (molto tecnologizzata, pare), e grandi orti che producono verdure e frutta in vendita al negozio del NT. Subito dopo la biglietteria in effetti c’è una caffetteria molto grande che è stata ricavata addirittura nelle vecchie stalle, e ci sono ancora i vari cubicoli dei bovini con le grate e le aperture di accesso intonacate e linde, che però adesso ospitano tavoli e sedie per i visitatori che vogliono fare un break. Ma il vero gioiello qui è proprio la casa.

Si tratta di una delle più belle e ricche magioni vittoriane inglesi, rimasta esattamente com’era quando era abitata dai suoi proprietari originali, cioè almeno quattro generazioni della famiglia Gibbs. Divenuti ricchissimi con il commercio di fertilizzante, i Gibbs acquistarono questa casa georgiana a metà ottocento e la trasformarono piano piano in una delle residenze in stile gotico-vittoriano più belle ed eleganti dell’epoca. L’impressione che si riceve già dalla facciata è notevole: su tre livelli disegnati in maniera asimmetrica, con finestre a bovindo, torrette rotonde e ottagonali sormontate da piccole guglie e comignoli, tetti a punta di varie altezze e archi gotici, completa persino di una chiesetta privata, la magione si mostra immediatamente ai visitatori in tutta la sua magnificenza.

L’edificio è costruito in pietra gialla di Bath, ornato e decorato nello stile del gothic-revival tanto in voga a fine ottocento ma senza le esagerazioni eclettiche del Burges. Qui regnano fascino ed eleganza, mistero e opulenza.

Alla biglietteria una volontaria ci spiega tutto il percorso da fare e ci indica sulla mappa come ci dobbiamo muovere, ma da lì in poi siamo liberi di girare con i nostri tempi. Già dalle prime sale ci ritroviamo immersi in ambienti di lusso, arredati con mobili sofisticati e arricchiti da decorazioni preziose ma comunque confortevoli, che rendono la casa accogliente e vivibile. Doveva essere molto piacevole, abitare qui.

Quando arriviamo al grande disimpegno del piano terra, che separa le stanze di sotto da quelle del piano superiore, riconosco subito con emozione lo scalone sul quale sono state girate alcune scene dello speciale di Sherlock ‘The Abominable Bride’, nel quale questa è proprio la casa di proprietà dei signori Carmichael in cui avviene parte dell’azione principale, apparizioni di fantasmi comprese. Quale setting vittoriano migliore di questo? Più piccolo di come me l’aspettavo ma molto più elegante, e con l’enorme caminetto decorato sulla sinistra che domina la stanza d’ingresso, lo scalone con il ballatoio scolpito che gli gira intorno è un vero piacere per gli occhi, e uno degli elementi più importanti di tutta la casa.

C’è molta gente ma ci muoviamo bene, in ogni stanza cui accediamo ci sono volontari pronti a spiegare ogni dettaglio dell’arredamento e abbiamo a disposizione anche tavole illustrative sulle funzioni degli oggetti presenti, quindi la visita è agevole e ricca di informazioni. Ai piedi della grande scala c’è anche un pianoforte, e un signore suona con grazia un sottofondo dolce che rende la nostra visita ancora più piacevole.

Mobili e arredi sono quelli originali che la famiglia aveva fatto realizzare proprio per questa casa, visto che al momento della sua vendita, all’inizio degli anni 2000, il NT ha acquistato tutto in blocco, sia la proprietà che il suo contenuto, mantenendo così integro un tesoro che sarebbe stato un peccato enorme disperdere. Caminetti decorati in marmi policromi, tappezzerie in seta colorata, dipinti originali, poltrone imbottite, tavoli scolpiti, candelabri, lampadari ornati, statuette, ritratti di famiglia, sculture, argenti, c’è di tutto in giro per le stanze, tutto sistemato con grande armonia ed eleganza. C’è addirittura una classica stanza delle collezioni (no pics), dove sono raccolti moltissimi oggetti acquistati o fatti realizzare da Mr Gibbs nella sua vita, che comprendono argenti sbalzati, avorio intagliato, dipinti rari, gemme, libri antichi e persino una riproduzione in argento, cristallo di rocca e cuoio a dimensioni reali del trono di Carlomagno, presa da un testo medievale. Tra le altre stanze che riconosco al volo, il salone da pranzo di Sir Eustace Carmichael, il salotto dove racconta la sua storia con Emelia Ricoletti, l’ingresso e le finestre al piano terra dove si rompe il famoso vetro in cui compare il fantasma, una delle chiavi del mistero di quel bellissimo episodio. Davvero una bella emozione per me, che avevo grandi aspettative per questa visita in particolare. Bellissime sono anche le camere da letto, specie quella col bovindo nella torre che era di Mrs Carmichael, con una vista fantastica sul giardino, e anche i bagni, tutti ammodernati con acqua calda ed elettricità. C’è anche una stanza in cui le volontarie del NT restaurano e recuperano i tessuti originali che hanno bisogno di manutenzione e di rammendi per eliminare i danni causati dalla luce, e una di loro ci spiega nei dettagli cosa fanno e come procedono nei casi in cui si può ancora fare qualcosa. Ma come ci spiega, ci sono armadi pieni di stoffe e tessuti antichi, un tempo bellissimi, che purtroppo sono ormai al di là di qualunque possibilità tecnica di recupero. Un vero peccato.

Alla fine del giro ci ritroviamo nella cappella privata (nella quale sono in corso lavori di ripulitura), un chiesa abbastanza grande con finestre istoriate da raffinati disegni in stile preraffaellita a tema religioso, magnifiche volte a vela e un pavimento a mosaico dai colori delicati. Questa sì, che è una residenza di gran classe e perfettamente vivibile al tempo stesso.

Usciti dalla chiesa facciamo un giro nei giardini per arrivare sull’altro alto della villa, anche questo spettacolare nella luce splendente del sole di oggi. Ma deve essere bellissimo anche nei giorni uggiosi d’inverno, quando piove e l’aria è grigia, il cielo diventa un coperchio basso e cupo, e la nebbia sgrana le luci sfocate delle finestre facendole somigliare a quelle dei lampioni a gas vittoriani.

Torniamo lentamente verso l’ingresso anteriore fino alla minuscola orangerie, location di una delle scene più speciali dell’episodio girato qui, che mi convince definitivamente di come il cinema non sia altro che pura magia.

Passeggiamo per i vialetti del giardino (il labirinto è solo un’altra magia televisiva) e arriviamo fino agli orti stracolmi di verdure e fiori, dove restiamo stupiti da incredibili dalie grandi come cavolfiori. Fa molto caldo e il sole picchia oggi, quindi dopo un po’ torniamo verso la Farm per mangiare qualcosa e soprattutto bere. Prendiamo un ultimo cream tea, e ingoiamo la tristezza insieme alla marmellata di fragola.

Dopo il lunch break torniamo al parcheggio e ripartiamo in direzione Bristol, a una decina di miglia da qui. Ci arriviamo in breve tempo, e subito scopriamo che è una città più grande di quanto ci aspettassimo. C’è traffico e una gran confusione, moltissime macchine e gente indaffarata che affolla i marciapiedi, con una quantità record di semafori e rotonde. Comunque non ci facciamo prendere dal panico e, nonostante il caos e le poche informazioni che abbiamo su quello che cerchiamo, diamo inizio alla nostra caccia a Banksy, il fantastico e misterioso Street artist che ha spesso utilizzato i muri della sua città natale per lasciare i suoi messaggi politici ed etici. L’impresa non è delle più facili data la particolare natura precaria dell’arte del graffitismo, ma la fama mondiale ormai acquisita da questo artista ci rende speranzosi riguardo alla nostra ricerca. Sulla guida ho trovato qualche info pratica per rintracciare le sue opere più note nascoste per le vie di questa città, qualcosa ha anche Luca sul suo programma di mappe e alla fine riusciamo a trasformare la nostra incerta esplorazione in una caccia divertente e soddisfacente.

La prima opera che troviamo – non senza una certa difficoltà – è un classico ormai molto famoso, ‘The Well-Hung Lover’ in Frogmore Street, in cui un uomo nudo è appeso fuori dalla finestra della casa della sua amante mentre il marito si affaccia minaccioso a cercarlo. Insolente, divertente, ironica, ci fa ridere.

Poco lontano troviamo, con minor difficoltà, il grosso disegno del ‘Mild Mild West’, che spicca su una parete all’interno del cortile del locale ‘The Canteen’, dove pare che il misterioso Banksy venisse regolarmente prima che il suo nome diventasse così famoso. In questo murale un tenero orsacchiotto lancia una bottiglia molotov contro dei poliziotti in tenuta antisommossa. Sotto al disegno, un po’ sbiadito ma perfettamente riconoscibile, lo stencil dell’inconfondibile firma dell’artista .E’ bello vederlo dal vero finalmente, questo orsacchiotto ribelle che riassume con precisa efficacia la falsa innocenza dell’occidente.

In questo quartiere (Stokes Croft) in effetti ci sono moltissimi murales di vari artisti, opere anche molto grandi che colorano completamente interi edifici e muri di cinta della zona e che la rendono insolita e affascinante. Proprio dall’altro lato dell’orsacchiotto per esempio vediamo, in parte nascosto dalle piante, il ‘Breakdancing Jesus’, enorme murales di un collega locale di Banksy in cui un Gesù capovolto è impegnato in un improbabile passo di break dance.

Facciamo un giro fino all’ingresso del porto, dove però non possiamo ammirare una delle opere più famose di Banksy, ‘The Grim Reaper’, che è stata trasferita al Bristol M Shed Museum per evitare che si deteriorasse troppo in fretta. L’opera era stata disegnata sulla chiglia della nave-discoteca Teckla, proprio a filo dell’acqua, e rappresenta uno scheletro con la falce, tipica raffigurazione della morte, che usa una lunga cannuccia per succhiare il petrolio direttamente dal mare, a denunciare le condizioni gravissime in cui stiamo riducendo l’ambiente e il destino gramo che ci aspetta a causa del nostro comportamento assurdamente irresponsabile. Più che un monito, un vero e proprio presagio.

Non lontano dalla Marina riusciamo a scovare invece, non senza una certa emozione, ‘The Girl with the Pierced Eardrum’, che volevo tanto vedere dato che Vermeer è uno dei miei artisti preferiti. Non la troviamo subito, in quel dedalo di vicoli della Marina che si ramificano intorno a Hanover Place, ma poi giriamo l’angolo di un ennesimo cortile nascosto, alziamo gli occhi verso le finestre di un palazzo di un beige anonimo ed eccola apparire davanti a noi come una visione: grande, sorprendente e bellissima.

L’iconografia è esattamente la stessa dell’originale fiammingo, la bella ragazza in primo piano voltata di ¾, gli occhi languidi, le labbra leggermente dischiuse, i capelli nascosti dall’elegante turbante di seta avvolto intorno al capo – tutto corrisponde, solo che qui il famoso orecchino di perla, vero protagonista del celebre quadro, è sostituito dalla scatola esterna dell’allarme di un sistema di sicurezza VDT, il cui giallo vivace è l’unico colore che spicca sul nero del disegno a stencil (purtroppo vandalizzato con un lancio di inchiostro nero pochissimo tempo dopo la sua scoperta).

Quando un dettaglio è tutto, e il più piccolo elemento può diventare prezioso. Geniale. Ironico. Bellissimo. Mi fa venire voglia di andare subito a spolverare per bene il nostro muro giallo di casa, e mettermi lì ad aspettare che Banksy si decida a venire a utilizzarlo come la sua prossima tela urbana un giorno, sulla quale lasciare un nuovo capolavoro a sorpresa. Chissà come dev’essere, alzarsi una mattina e scoprire di vivere dentro un quadro.

Molti ce ne sarebbero ancora da vedere, dei fantastici murales di questo artista insolito capace di far passare il suo messaggio visivo di critica sociale ed elogio della libertà individuale con estrema efficacia anche nell’era del bombardamento di immagini a cui siamo continuamente sottoposti. Uno che, in un tempo in cui tutti vogliono diventare dei protagonisti (anche senza una vera ragione), sceglie di nascondere la propria identità e mantenere segreto il suo nome, nel tentativo di sfuggire all’ingranaggio implacabile e spietato di quel tritatutto inarrestabile che è la moderna società consumistica. Perché magari siamo davvero solo topi, ma i topi possono mettere in ginocchio intere nazioni.

Purtroppo si sta facendo tardi, quindi dobbiamo interrompere qui la nostra caccia. Ma è stato molto divertente, e magari continueremo un’altra volta. Ci sono tante cose da vedere in questa città, sopratutto il museo di Brunel, la sua mitica SS Great Britain, e il suo Ponte Sospeso. E poi la piccola chiesetta di St Mary naturalmente, anche se quello che si è celebrato lì non è stato certo il mio matrimonio preferito… Insomma, c’è molto materiale per un week-end interessante e originale, che spero potremo fare presto.

Ripartiamo dopo le 18,00 e per le 19,30 siamo a Reading, in avvicinamento verso l’aeroporto di Stansted dove domani lasceremo l’auto e prenderemo il volo di ritorno per Pisa. L’hotel che abbiamo prenotato è molto vicino a Ikea, stesse indicazioni stradali di fatto, e quando ci passiamo davanti a Luca viene il dubbio che la camera ce la dovremo montare da soli! Invece è un albergo carino e comodo, e il ristorante è decisamente buono. Ci voleva, per risollevare un po’ il morale in questa ultima sera in terra britannica.

Domani si torna a casa, con molta tristezza nel cuore ma anche un preziosissimo bagaglio di esperienze ed emozioni donateci dalla meravigliosa terra del Galles e da questi scampoli della sempre sorprendente Inghilterra. Immagini di luoghi antichi e ancora vivissimi, profumi d’erba, di vento e di oceano, suono di onde, e pietre, e pecore, e di un idioma misterioso e oscuro come un rito magico, compreso solo da chi può capire la lingua dei draghi. Se si dovessero pesare anche le valigie dei ricordi, oh!, la cifra che saremmo costretti a pagare a Ryanair, questa volta..! Invece no. Ce ne torniamo a casa col cuore stracolmo e leggero come una piuma, perché il cuore sempre, anche in aereo – ormai si sa – vola gratis.

Lunedì 22 agosto 2016: Cardiff Castle – city centre – St John’s Church – Senedd – Millennium Stadium

Colazione meno affollata di ieri al nostro YHA, e finalmente non piove. È tutto buono a dire il vero, a parte il succo d’arancia, che probabilmente le arance non le ha mai incontrate… Ma il resto è ok. Andiamo verso il centro per visitare il castello ma il parcheggio è un po’ complicato da trovare in centro città, quindi mettiamo la macchina nel posto di ieri, vicino al museo, dove costa poco ed è comunque adatto al nostro scopo.

Purtroppo il Castello è una proprietà privata della città non un bene nazionale (oggi appartiene ai Marchesi di Bute), per cui le nostre tessere non servono qui e dobbiamo pagare l’ingresso, ma il costo (elevato) del biglietto comprende un’audio guida da ascoltare nella lingua desiderata. Fondato dai romani nel I secolo, rinforzato dai Normanni e poi posseduto da conti e marchesi inglesi durante tutto il medioevo, da Enrico I fino alla fine della Guerra delle due Rose, ebbe un ruolo importante nella storia della corona britannica. Dopo essere scampato alla furia di Cromwell, nel ‘700 finì per appartenere a Lord John Mount Stuart, primo Marchese di Bute, che chiamò addirittura Capability Brown per ridisegnare i giardini e il parco all’interno delle mura, anch’esse finalmente restaurate e rivalutate in tutta la loro bellezza e potenza.

Subito di fronte all’ingresso sorge una piccola collina artificiale, la motta, circondata da un fossato, sulla quale svetta un bel mastio normanno. Un tempo c’era un muro di pietra alto e lungo che divideva il prato in due parti, ma proprio Capability Brown procedette a farlo abbattere per creare un giardino più ampio e meglio fruibile dai suoi proprietari, lasciando intatta invece la motta e il suo maschio come pittoresco souvenir storico del castello.

Fu il terzo marchese di Bute ad avvalersi del famoso architetto William Burges per rinnovare e abbellire il castello. Burges aveva già progettato Castell Coch per il marchese, e anche in questo edificio il suo stile eclettico salta subito agli occhi.

L’originale struttura normanna, che era bellissima, in pietra chiara con le 4 torri aggettanti, fu in parte alterata e venne aggiunta una grossa torre a sinistra, e poi anche una stravagante torre dell’orologio alta oltre 40 metri decorata di statue policrome e dorate che simboleggiano le divinità romane del Tempo, completate dai segni zodiacali.

Visitiamo anche l’interno, almeno le poche stanze aperte al pubblico, e anche qui il revival gotico domina in ogni dettaglio. Stucchi dorati, legno ricoperto di foglia oro, finestre istoriate che illustrano le vite di santi o cavalieri, una sala dei banchetti con un caminetto enorme sormontato da statue di re e regine, c’è tutta la classica grandeur gotico-vittoriana al massimo delle sue capacità. Di grande impatto visivo ovunque, ma soprattutto in quello che è considerato il capolavoro di Burges, cioè il soffitto in legno della sala araba ispirato all’architettura delle moschee islamiche, che sorprende i visitatori con l’armonia luminosa delle sue geometrie perfette.

La biblioteca è molto bella invece, con magnifiche scaffalature intarsiate e un’atmosfera adatta allo studio. Su uno dei tavoli c’è una grande foto in cui sono ritratti i potenti del mondo riuniti qui in occasione di una visita speciale, capeggiati da un Obama sorridente.

Il maschio è bello e molto interessante, anche se per arrivare in cima dobbiamo salire oltre 100 gradini, tanto per cambiare..! Ma la vista sulla città è impagabile.

Da quassù si vede anche Castell Coch, lontano nei boschi, ben al di fuori della città.

Facciamo il giro dei camminamenti e del prato, ammirando anche il trabucco, che è una copia di quelli ricostruiti al castello di Caerphilly. Questo viene ancora utilizzato a scopi dimostrativi durante alcune manifestazioni storiche, ovviamente con proiettili finti.

In un recinto di fianco all’edificio principale ci sono anche diversi rapaci sistemati sui loro paletti, con la cordicella legata alla zampa. Non faranno spettacoli oggi, non devono volare, ma sono lo stesso bellissimi, soprattutto l’enorme gufo reale Hector, che fa un verso acuto e ripetuto come per avvisare i visitatori di non avvicinarsi troppo, che oggi proprio non è giornata…

Ci sono una civetta e un gufo, un falco e un paio di piccole aquile, ma il gufo reale è l’attrazione preferita di chi arriva fino qui. Cosa darei per vederlo volare.

Nella torre di fondo, dove è stata ricostruita addirittura un’antica porta romana, passiamo attraverso una bellissima mostra che ricostruisce il periodo in cui questi camminamenti e i loro passaggi sotterranei furono temporaneamente utilizzati come rifugi antiaerei durante la seconda guerra mondiale. Mentre li percorriamo ascoltiamo uscire dagli altoparlanti lungo i corridoi effetti sonori di bombardamenti e sirene, musiche e canzoni degli anni ’40, avvisi radiofonici di allarme o consigli per mettersi al sicuro. Appesi alle pareti leggiamo volantini e poster del tempo che ci fanno immedesimare con una situazione di pericolo che – grazie al cielo – non conosciamo in prima persona, con un effetto finale così realistico da diventare quasi inquietante. Pensare a tutte le persone che dovevano accorrere in questi spazi sotterranei all’urlo improvviso e urgente delle sirene che spezzava ad un tratto la routine delle loro giornate, mentre le bombe piovevano dal cielo distruggendo la loro città, le loro case, le loro famiglie, fa venire i brividi…

Dopo il giro del castello usciamo e seguiamo la via che va dalla parte opposta del museo, verso quello che è effettivamente il centro cittadino. Prendiamo sandwich, succo e biscotti da Greggs e mangiamo seduti al fresco su una panchina, vicino alla chiesa, mentre un ragazzo molto bravo suona bellissime musiche con la sua chitarra. C’è addirittura un po di solicchio, non si potrebbe stare meglio di così.

Giriamo anche la chiesa gotica di St John the Baptist, che è molto raffinata, ed è il solo edifico medievale della città a parte il castello. Ha una bella torre quadrata che la sovrasta, con i classici quattro piccoli pinnacoli sugli angoli, e una lunga navata che finisce in un altare nascosto dietro un tabernacolo di legno. Ci sono anche alcune finestre con le vetrate istoriate dipinte su disegno di William Morris, dalle quali cola una luce calda che si raccoglie sul pavimento in piccole pozze colorate.

Facciamo un po’ di giri in centro, tra un negozio e l’altro nella zona pedonale, e scopriamo stretti vicoli e passages alla maniera francese, e anche un’enorme galleria commerciale che si dirama in giro per tutto il quartiere. Ci fermiamo a riposare su una panchina, a guardare la gente che passa e a respirare l’aria tranquilla di questa piccola capitale, e ci spostiamo solo quando alla fine dei ragazzi italiani si siedono dalla parte opposta a noi e non la smettono più di parlare animatamente, rovinando la pace del nostro piccolo angolo cittadino.

Arriviamo fino al gigantesco Millennium Stadium, lungo il fiume, una costruzione davvero impressionante anche così, a porte chiuse e senza la folla che sciama e urla in occasione delle partite del campionato di Rugby. Con la sua struttura di pali di sostegno tesi verso l’acqua, sembra un’enorme nave che sta per salpare verso paesi lontani.

Alla fine cerchiamo un pub tradizionale per la nostra ultima cena gallese, e ne troviamo uno che mi piace molto, ‘The cottage’. Prendiamo un buon fish and chips e dell’ottima birra, e Luca trova finalmente una stout gallese da provare al posto della Guinness, la Brains. Molto buona.

Dopo cena ritorniamo fino alla macchina passeggiando lentamente, saliamo a bordo e raggiungiamo per l’ultima volta la Cardiff Bay, a tre chilometri dal castello, lasciando l’auto vicino alla Dr Who Experience dove avevamo visto ieri che si paga solo fino alle 18, quindi adesso è gratis. Facciamo un giro nella luce della sera ancora buona, e arriviamo al Senedd (il palazzo del parlamento gallese) per fare qualche foto, visto che ieri con tutta quella pioggia non eravamo riusciti ad osservarlo al meglio.

La struttura irregolare completamente ecosostenibile, con la grande tettoia sostenuta da pali e le moltissime finestre in vetro e acciaio create dall’architetto Richard Rogers, spicca nettamente tra gli altri edifici della baia, rendendo questa piccola capitale un luogo decisamente all’avanguardia.

Alla fine dobbiamo tornare verso la macchina, tristi per il fatto che domani dovremo lasciare questa città – e tutto il Galles – per cominciare il nostro avvicinamento verso Stansted. Sappiamo già che questo bellissimo paese ci mancherà moltissimo.