Martedì 23 agosto 2016: Tyntesfield House – Banksy’s Bristol – Reading – Pisa

Ultima colazione a Cardiff, oggi. C’è un sole splendente nel cielo azzurro senza nuvole, e fa già caldo di mattinata. Per fortuna non ce ne dobbiamo andare sotto la pioggia, sarebbe stato ancora più triste. Raccogliamo tutto e ci mettiamo in auto diretti alla prima meta di oggi, che è a una quarantina di miglia da Cardiff, ma non è già più Wales. Niente più scritte in doppia lingua, niente più ARAF-SLOW, niente più Cymru. Passato il ponte sulla baia di Bristol siamo fuori, e già troviamo il cartello Welcome to England.
Ciao bellissima terra del Galles, ti ricorderemo sempre con profonda emozione.

Arriviamo a Tyntesfield House, North Somerset, che è aperta da poco, eppure ci sono già molte auto nel parcheggio. Sarà la bella giornata, insieme alla fama di questa bellissima magione, ad aver convinto centinaia di inglesi a venire qui a trascorre qualche ora all’aperto. Il viale è lungo quasi 2 chilometri e immerso in un verde perfetto, al solito. Il parcheggio è molto grande e da lì ci sono ancora un paio di lunghi sentieri da percorrere a piedi prima di intravedere il profilo della villa. Passiamo dalla biglietteria e, visto che anche questo è uno dei beni del mai abbastanza lodato National Trust, evitiamo di pagare un biglietto alquanto salato. Chi vuole visitare anche la casa, oltre al parco, riceve dei biglietti a parte con un orario di entrata da rispettare, in modo da scaglionare i visitatori ed evitare una ressa eccessiva dentro alle stanze. Questa casa ha un numero di visitatori annui che supera le 200.000 unità e il cui trend è in continuo aumento. Tutto intorno, nel grande parco, ci sono vialetti, giardini fioriti, piante enormi e vecchissime che fanno ombra a famiglie con bambini venute a fare un pic nic sull’erba, o a giocare col cane (dogs welcome anche qui, naturalmente).

Oltre al parco c’è ancora una fattoria con le mucche e i maiali (molto tecnologizzata, pare), e grandi orti che producono verdure e frutta in vendita al negozio del NT. Subito dopo la biglietteria in effetti c’è una caffetteria molto grande che è stata ricavata addirittura nelle vecchie stalle, e ci sono ancora i vari cubicoli dei bovini con le grate e le aperture di accesso intonacate e linde, che però adesso ospitano tavoli e sedie per i visitatori che vogliono fare un break. Ma il vero gioiello qui è proprio la casa.

Si tratta di una delle più belle e ricche magioni vittoriane inglesi, rimasta esattamente com’era quando era abitata dai suoi proprietari originali, cioè almeno quattro generazioni della famiglia Gibbs. Divenuti ricchissimi con il commercio di fertilizzante, i Gibbs acquistarono questa casa georgiana a metà ottocento e la trasformarono piano piano in una delle residenze in stile gotico-vittoriano più belle ed eleganti dell’epoca. L’impressione che si riceve già dalla facciata è notevole: su tre livelli disegnati in maniera asimmetrica, con finestre a bovindo, torrette rotonde e ottagonali sormontate da piccole guglie e comignoli, tetti a punta di varie altezze e archi gotici, completa persino di una chiesetta privata, la magione si mostra immediatamente ai visitatori in tutta la sua magnificenza.

L’edificio è costruito in pietra gialla di Bath, ornato e decorato nello stile del gothic-revival tanto in voga a fine ottocento ma senza le esagerazioni eclettiche del Burges. Qui regnano fascino ed eleganza, mistero e opulenza.

Alla biglietteria una volontaria ci spiega tutto il percorso da fare e ci indica sulla mappa come ci dobbiamo muovere, ma da lì in poi siamo liberi di girare con i nostri tempi. Già dalle prime sale ci ritroviamo immersi in ambienti di lusso, arredati con mobili sofisticati e arricchiti da decorazioni preziose ma comunque confortevoli, che rendono la casa accogliente e vivibile. Doveva essere molto piacevole, abitare qui.

Quando arriviamo al grande disimpegno del piano terra, che separa le stanze di sotto da quelle del piano superiore, riconosco subito con emozione lo scalone sul quale sono state girate alcune scene dello speciale di Sherlock ‘The Abominable Bride’, nel quale questa è proprio la casa di proprietà dei signori Carmichael in cui avviene parte dell’azione principale, apparizioni di fantasmi comprese. Quale setting vittoriano migliore di questo? Più piccolo di come me l’aspettavo ma molto più elegante, e con l’enorme caminetto decorato sulla sinistra che domina la stanza d’ingresso, lo scalone con il ballatoio scolpito che gli gira intorno è un vero piacere per gli occhi, e uno degli elementi più importanti di tutta la casa.

C’è molta gente ma ci muoviamo bene, in ogni stanza cui accediamo ci sono volontari pronti a spiegare ogni dettaglio dell’arredamento e abbiamo a disposizione anche tavole illustrative sulle funzioni degli oggetti presenti, quindi la visita è agevole e ricca di informazioni. Ai piedi della grande scala c’è anche un pianoforte, e un signore suona con grazia un sottofondo dolce che rende la nostra visita ancora più piacevole.

Mobili e arredi sono quelli originali che la famiglia aveva fatto realizzare proprio per questa casa, visto che al momento della sua vendita, all’inizio degli anni 2000, il NT ha acquistato tutto in blocco, sia la proprietà che il suo contenuto, mantenendo così integro un tesoro che sarebbe stato un peccato enorme disperdere. Caminetti decorati in marmi policromi, tappezzerie in seta colorata, dipinti originali, poltrone imbottite, tavoli scolpiti, candelabri, lampadari ornati, statuette, ritratti di famiglia, sculture, argenti, c’è di tutto in giro per le stanze, tutto sistemato con grande armonia ed eleganza. C’è addirittura una classica stanza delle collezioni (no pics), dove sono raccolti moltissimi oggetti acquistati o fatti realizzare da Mr Gibbs nella sua vita, che comprendono argenti sbalzati, avorio intagliato, dipinti rari, gemme, libri antichi e persino una riproduzione in argento, cristallo di rocca e cuoio a dimensioni reali del trono di Carlomagno, presa da un testo medievale. Tra le altre stanze che riconosco al volo, il salone da pranzo di Sir Eustace Carmichael, il salotto dove racconta la sua storia con Emelia Ricoletti, l’ingresso e le finestre al piano terra dove si rompe il famoso vetro in cui compare il fantasma, una delle chiavi del mistero di quel bellissimo episodio. Davvero una bella emozione per me, che avevo grandi aspettative per questa visita in particolare. Bellissime sono anche le camere da letto, specie quella col bovindo nella torre che era di Mrs Carmichael, con una vista fantastica sul giardino, e anche i bagni, tutti ammodernati con acqua calda ed elettricità. C’è anche una stanza in cui le volontarie del NT restaurano e recuperano i tessuti originali che hanno bisogno di manutenzione e di rammendi per eliminare i danni causati dalla luce, e una di loro ci spiega nei dettagli cosa fanno e come procedono nei casi in cui si può ancora fare qualcosa. Ma come ci spiega, ci sono armadi pieni di stoffe e tessuti antichi, un tempo bellissimi, che purtroppo sono ormai al di là di qualunque possibilità tecnica di recupero. Un vero peccato.

Alla fine del giro ci ritroviamo nella cappella privata (nella quale sono in corso lavori di ripulitura), un chiesa abbastanza grande con finestre istoriate da raffinati disegni in stile preraffaellita a tema religioso, magnifiche volte a vela e un pavimento a mosaico dai colori delicati. Questa sì, che è una residenza di gran classe e perfettamente vivibile al tempo stesso.

Usciti dalla chiesa facciamo un giro nei giardini per arrivare sull’altro alto della villa, anche questo spettacolare nella luce splendente del sole di oggi. Ma deve essere bellissimo anche nei giorni uggiosi d’inverno, quando piove e l’aria è grigia, il cielo diventa un coperchio basso e cupo, e la nebbia sgrana le luci sfocate delle finestre facendole somigliare a quelle dei lampioni a gas vittoriani.

Torniamo lentamente verso l’ingresso anteriore fino alla minuscola orangerie, location di una delle scene più speciali dell’episodio girato qui, che mi convince definitivamente di come il cinema non sia altro che pura magia.

Passeggiamo per i vialetti del giardino (il labirinto è solo un’altra magia televisiva) e arriviamo fino agli orti stracolmi di verdure e fiori, dove restiamo stupiti da incredibili dalie grandi come cavolfiori. Fa molto caldo e il sole picchia oggi, quindi dopo un po’ torniamo verso la Farm per mangiare qualcosa e soprattutto bere. Prendiamo un ultimo cream tea, e ingoiamo la tristezza insieme alla marmellata di fragola.

Dopo il lunch break torniamo al parcheggio e ripartiamo in direzione Bristol, a una decina di miglia da qui. Ci arriviamo in breve tempo, e subito scopriamo che è una città più grande di quanto ci aspettassimo. C’è traffico e una gran confusione, moltissime macchine e gente indaffarata che affolla i marciapiedi, con una quantità record di semafori e rotonde. Comunque non ci facciamo prendere dal panico e, nonostante il caos e le poche informazioni che abbiamo su quello che cerchiamo, diamo inizio alla nostra caccia a Banksy, il fantastico e misterioso Street artist che ha spesso utilizzato i muri della sua città natale per lasciare i suoi messaggi politici ed etici. L’impresa non è delle più facili data la particolare natura precaria dell’arte del graffitismo, ma la fama mondiale ormai acquisita da questo artista ci rende speranzosi riguardo alla nostra ricerca. Sulla guida ho trovato qualche info pratica per rintracciare le sue opere più note nascoste per le vie di questa città, qualcosa ha anche Luca sul suo programma di mappe e alla fine riusciamo a trasformare la nostra incerta esplorazione in una caccia divertente e soddisfacente.

La prima opera che troviamo – non senza una certa difficoltà – è un classico ormai molto famoso, ‘The Well-Hung Lover’ in Frogmore Street, in cui un uomo nudo è appeso fuori dalla finestra della casa della sua amante mentre il marito si affaccia minaccioso a cercarlo. Insolente, divertente, ironica, ci fa ridere.

Poco lontano troviamo, con minor difficoltà, il grosso disegno del ‘Mild Mild West’, che spicca su una parete all’interno del cortile del locale ‘The Canteen’, dove pare che il misterioso Banksy venisse regolarmente prima che il suo nome diventasse così famoso. In questo murale un tenero orsacchiotto lancia una bottiglia molotov contro dei poliziotti in tenuta antisommossa. Sotto al disegno, un po’ sbiadito ma perfettamente riconoscibile, lo stencil dell’inconfondibile firma dell’artista .E’ bello vederlo dal vero finalmente, questo orsacchiotto ribelle che riassume con precisa efficacia la falsa innocenza dell’occidente.

In questo quartiere (Stokes Croft) in effetti ci sono moltissimi murales di vari artisti, opere anche molto grandi che colorano completamente interi edifici e muri di cinta della zona e che la rendono insolita e affascinante. Proprio dall’altro lato dell’orsacchiotto per esempio vediamo, in parte nascosto dalle piante, il ‘Breakdancing Jesus’, enorme murales di un collega locale di Banksy in cui un Gesù capovolto è impegnato in un improbabile passo di break dance.

Facciamo un giro fino all’ingresso del porto, dove però non possiamo ammirare una delle opere più famose di Banksy, ‘The Grim Reaper’, che è stata trasferita al Bristol M Shed Museum per evitare che si deteriorasse troppo in fretta. L’opera era stata disegnata sulla chiglia della nave-discoteca Teckla, proprio a filo dell’acqua, e rappresenta uno scheletro con la falce, tipica raffigurazione della morte, che usa una lunga cannuccia per succhiare il petrolio direttamente dal mare, a denunciare le condizioni gravissime in cui stiamo riducendo l’ambiente e il destino gramo che ci aspetta a causa del nostro comportamento assurdamente irresponsabile. Più che un monito, un vero e proprio presagio.

Non lontano dalla Marina riusciamo a scovare invece, non senza una certa emozione, ‘The Girl with the Pierced Eardrum’, che volevo tanto vedere dato che Vermeer è uno dei miei artisti preferiti. Non la troviamo subito, in quel dedalo di vicoli della Marina che si ramificano intorno a Hanover Place, ma poi giriamo l’angolo di un ennesimo cortile nascosto, alziamo gli occhi verso le finestre di un palazzo di un beige anonimo ed eccola apparire davanti a noi come una visione: grande, sorprendente e bellissima.

L’iconografia è esattamente la stessa dell’originale fiammingo, la bella ragazza in primo piano voltata di ¾, gli occhi languidi, le labbra leggermente dischiuse, i capelli nascosti dall’elegante turbante di seta avvolto intorno al capo – tutto corrisponde, solo che qui il famoso orecchino di perla, vero protagonista del celebre quadro, è sostituito dalla scatola esterna dell’allarme di un sistema di sicurezza VDT, il cui giallo vivace è l’unico colore che spicca sul nero del disegno a stencil (purtroppo vandalizzato con un lancio di inchiostro nero pochissimo tempo dopo la sua scoperta).

Quando un dettaglio è tutto, e il più piccolo elemento può diventare prezioso. Geniale. Ironico. Bellissimo. Mi fa venire voglia di andare subito a spolverare per bene il nostro muro giallo di casa, e mettermi lì ad aspettare che Banksy si decida a venire a utilizzarlo come la sua prossima tela urbana un giorno, sulla quale lasciare un nuovo capolavoro a sorpresa. Chissà come dev’essere, alzarsi una mattina e scoprire di vivere dentro un quadro.

Molti ce ne sarebbero ancora da vedere, dei fantastici murales di questo artista insolito capace di far passare il suo messaggio visivo di critica sociale ed elogio della libertà individuale con estrema efficacia anche nell’era del bombardamento di immagini a cui siamo continuamente sottoposti. Uno che, in un tempo in cui tutti vogliono diventare dei protagonisti (anche senza una vera ragione), sceglie di nascondere la propria identità e mantenere segreto il suo nome, nel tentativo di sfuggire all’ingranaggio implacabile e spietato di quel tritatutto inarrestabile che è la moderna società consumistica. Perché magari siamo davvero solo topi, ma i topi possono mettere in ginocchio intere nazioni.

Purtroppo si sta facendo tardi, quindi dobbiamo interrompere qui la nostra caccia. Ma è stato molto divertente, e magari continueremo un’altra volta. Ci sono tante cose da vedere in questa città, sopratutto il museo di Brunel, la sua mitica SS Great Britain, e il suo Ponte Sospeso. E poi la piccola chiesetta di St Mary naturalmente, anche se quello che si è celebrato lì non è stato certo il mio matrimonio preferito… Insomma, c’è molto materiale per un week-end interessante e originale, che spero potremo fare presto.

Ripartiamo dopo le 18,00 e per le 19,30 siamo a Reading, in avvicinamento verso l’aeroporto di Stansted dove domani lasceremo l’auto e prenderemo il volo di ritorno per Pisa. L’hotel che abbiamo prenotato è molto vicino a Ikea, stesse indicazioni stradali di fatto, e quando ci passiamo davanti a Luca viene il dubbio che la camera ce la dovremo montare da soli! Invece è un albergo carino e comodo, e il ristorante è decisamente buono. Ci voleva, per risollevare un po’ il morale in questa ultima sera in terra britannica.

Domani si torna a casa, con molta tristezza nel cuore ma anche un preziosissimo bagaglio di esperienze ed emozioni donateci dalla meravigliosa terra del Galles e da questi scampoli della sempre sorprendente Inghilterra. Immagini di luoghi antichi e ancora vivissimi, profumi d’erba, di vento e di oceano, suono di onde, e pietre, e pecore, e di un idioma misterioso e oscuro come un rito magico, compreso solo da chi può capire la lingua dei draghi. Se si dovessero pesare anche le valigie dei ricordi, oh!, la cifra che saremmo costretti a pagare a Ryanair, questa volta..! Invece no. Ce ne torniamo a casa col cuore stracolmo e leggero come una piuma, perché il cuore sempre, anche in aereo – ormai si sa – vola gratis.

Lunedì 22 agosto 2016: Cardiff Castle – city centre – St John’s Church – Senedd – Millennium Stadium

Colazione meno affollata di ieri al nostro YHA, e finalmente non piove. È tutto buono a dire il vero, a parte il succo d’arancia, che probabilmente le arance non le ha mai incontrate… Ma il resto è ok. Andiamo verso il centro per visitare il castello ma il parcheggio è un po’ complicato da trovare in centro città, quindi mettiamo la macchina nel posto di ieri, vicino al museo, dove costa poco ed è comunque adatto al nostro scopo.

Purtroppo il Castello è una proprietà privata della città non un bene nazionale (oggi appartiene ai Marchesi di Bute), per cui le nostre tessere non servono qui e dobbiamo pagare l’ingresso, ma il costo (elevato) del biglietto comprende un’audio guida da ascoltare nella lingua desiderata. Fondato dai romani nel I secolo, rinforzato dai Normanni e poi posseduto da conti e marchesi inglesi durante tutto il medioevo, da Enrico I fino alla fine della Guerra delle due Rose, ebbe un ruolo importante nella storia della corona britannica. Dopo essere scampato alla furia di Cromwell, nel ‘700 finì per appartenere a Lord John Mount Stuart, primo Marchese di Bute, che chiamò addirittura Capability Brown per ridisegnare i giardini e il parco all’interno delle mura, anch’esse finalmente restaurate e rivalutate in tutta la loro bellezza e potenza.

Subito di fronte all’ingresso sorge una piccola collina artificiale, la motta, circondata da un fossato, sulla quale svetta un bel mastio normanno. Un tempo c’era un muro di pietra alto e lungo che divideva il prato in due parti, ma proprio Capability Brown procedette a farlo abbattere per creare un giardino più ampio e meglio fruibile dai suoi proprietari, lasciando intatta invece la motta e il suo maschio come pittoresco souvenir storico del castello.

Fu il terzo marchese di Bute ad avvalersi del famoso architetto William Burges per rinnovare e abbellire il castello. Burges aveva già progettato Castell Coch per il marchese, e anche in questo edificio il suo stile eclettico salta subito agli occhi.

L’originale struttura normanna, che era bellissima, in pietra chiara con le 4 torri aggettanti, fu in parte alterata e venne aggiunta una grossa torre a sinistra, e poi anche una stravagante torre dell’orologio alta oltre 40 metri decorata di statue policrome e dorate che simboleggiano le divinità romane del Tempo, completate dai segni zodiacali.

Visitiamo anche l’interno, almeno le poche stanze aperte al pubblico, e anche qui il revival gotico domina in ogni dettaglio. Stucchi dorati, legno ricoperto di foglia oro, finestre istoriate che illustrano le vite di santi o cavalieri, una sala dei banchetti con un caminetto enorme sormontato da statue di re e regine, c’è tutta la classica grandeur gotico-vittoriana al massimo delle sue capacità. Di grande impatto visivo ovunque, ma soprattutto in quello che è considerato il capolavoro di Burges, cioè il soffitto in legno della sala araba ispirato all’architettura delle moschee islamiche, che sorprende i visitatori con l’armonia luminosa delle sue geometrie perfette.

La biblioteca è molto bella invece, con magnifiche scaffalature intarsiate e un’atmosfera adatta allo studio. Su uno dei tavoli c’è una grande foto in cui sono ritratti i potenti del mondo riuniti qui in occasione di una visita speciale, capeggiati da un Obama sorridente.

Il maschio è bello e molto interessante, anche se per arrivare in cima dobbiamo salire oltre 100 gradini, tanto per cambiare..! Ma la vista sulla città è impagabile.

Da quassù si vede anche Castell Coch, lontano nei boschi, ben al di fuori della città.

Facciamo il giro dei camminamenti e del prato, ammirando anche il trabucco, che è una copia di quelli ricostruiti al castello di Caerphilly. Questo viene ancora utilizzato a scopi dimostrativi durante alcune manifestazioni storiche, ovviamente con proiettili finti.

In un recinto di fianco all’edificio principale ci sono anche diversi rapaci sistemati sui loro paletti, con la cordicella legata alla zampa. Non faranno spettacoli oggi, non devono volare, ma sono lo stesso bellissimi, soprattutto l’enorme gufo reale Hector, che fa un verso acuto e ripetuto come per avvisare i visitatori di non avvicinarsi troppo, che oggi proprio non è giornata…

Ci sono una civetta e un gufo, un falco e un paio di piccole aquile, ma il gufo reale è l’attrazione preferita di chi arriva fino qui. Cosa darei per vederlo volare.

Nella torre di fondo, dove è stata ricostruita addirittura un’antica porta romana, passiamo attraverso una bellissima mostra che ricostruisce il periodo in cui questi camminamenti e i loro passaggi sotterranei furono temporaneamente utilizzati come rifugi antiaerei durante la seconda guerra mondiale. Mentre li percorriamo ascoltiamo uscire dagli altoparlanti lungo i corridoi effetti sonori di bombardamenti e sirene, musiche e canzoni degli anni ’40, avvisi radiofonici di allarme o consigli per mettersi al sicuro. Appesi alle pareti leggiamo volantini e poster del tempo che ci fanno immedesimare con una situazione di pericolo che – grazie al cielo – non conosciamo in prima persona, con un effetto finale così realistico da diventare quasi inquietante. Pensare a tutte le persone che dovevano accorrere in questi spazi sotterranei all’urlo improvviso e urgente delle sirene che spezzava ad un tratto la routine delle loro giornate, mentre le bombe piovevano dal cielo distruggendo la loro città, le loro case, le loro famiglie, fa venire i brividi…

Dopo il giro del castello usciamo e seguiamo la via che va dalla parte opposta del museo, verso quello che è effettivamente il centro cittadino. Prendiamo sandwich, succo e biscotti da Greggs e mangiamo seduti al fresco su una panchina, vicino alla chiesa, mentre un ragazzo molto bravo suona bellissime musiche con la sua chitarra. C’è addirittura un po di solicchio, non si potrebbe stare meglio di così.

Giriamo anche la chiesa gotica di St John the Baptist, che è molto raffinata, ed è il solo edifico medievale della città a parte il castello. Ha una bella torre quadrata che la sovrasta, con i classici quattro piccoli pinnacoli sugli angoli, e una lunga navata che finisce in un altare nascosto dietro un tabernacolo di legno. Ci sono anche alcune finestre con le vetrate istoriate dipinte su disegno di William Morris, dalle quali cola una luce calda che si raccoglie sul pavimento in piccole pozze colorate.

Facciamo un po’ di giri in centro, tra un negozio e l’altro nella zona pedonale, e scopriamo stretti vicoli e passages alla maniera francese, e anche un’enorme galleria commerciale che si dirama in giro per tutto il quartiere. Ci fermiamo a riposare su una panchina, a guardare la gente che passa e a respirare l’aria tranquilla di questa piccola capitale, e ci spostiamo solo quando alla fine dei ragazzi italiani si siedono dalla parte opposta a noi e non la smettono più di parlare animatamente, rovinando la pace del nostro piccolo angolo cittadino.

Arriviamo fino al gigantesco Millennium Stadium, lungo il fiume, una costruzione davvero impressionante anche così, a porte chiuse e senza la folla che sciama e urla in occasione delle partite del campionato di Rugby. Con la sua struttura di pali di sostegno tesi verso l’acqua, sembra un’enorme nave che sta per salpare verso paesi lontani.

Alla fine cerchiamo un pub tradizionale per la nostra ultima cena gallese, e ne troviamo uno che mi piace molto, ‘The cottage’. Prendiamo un buon fish and chips e dell’ottima birra, e Luca trova finalmente una stout gallese da provare al posto della Guinness, la Brains. Molto buona.

Dopo cena ritorniamo fino alla macchina passeggiando lentamente, saliamo a bordo e raggiungiamo per l’ultima volta la Cardiff Bay, a tre chilometri dal castello, lasciando l’auto vicino alla Dr Who Experience dove avevamo visto ieri che si paga solo fino alle 18, quindi adesso è gratis. Facciamo un giro nella luce della sera ancora buona, e arriviamo al Senedd (il palazzo del parlamento gallese) per fare qualche foto, visto che ieri con tutta quella pioggia non eravamo riusciti ad osservarlo al meglio.

La struttura irregolare completamente ecosostenibile, con la grande tettoia sostenuta da pali e le moltissime finestre in vetro e acciaio create dall’architetto Richard Rogers, spicca nettamente tra gli altri edifici della baia, rendendo questa piccola capitale un luogo decisamente all’avanguardia.

Alla fine dobbiamo tornare verso la macchina, tristi per il fatto che domani dovremo lasciare questa città – e tutto il Galles – per cominciare il nostro avvicinamento verso Stansted. Sappiamo già che questo bellissimo paese ci mancherà moltissimo.

Domenica 21 agosto 2016: National Museum of Wales – Bute Park – Llandaff Cathedral – Tardis – Cardiff Bay

Notte calma al nostro YHA, dove ci possiamo alzare un po’ più tardi del solito. Facciamo colazione qui con un piccolo extra sulla stanza, e ci facciamo anche stampare le carte di imbarco dalla reception dato che, purtroppo, tra poco ci serviranno…

Usciamo in auto diretti al quartiere del National Museum of Wales e della Town Hall, a circa 2,5 km di distanza dall’hotel, in una bella zona ordinata e libera che fa venire in mente, in piccolo, quella dei musei di Washington. Parcheggiamo in una strada vicina ed entriamo in un bell’edificio neoclassico con tanto di scala e colonnato, sormontato da una cupola centrale. Il museo è doppio in realtà, cioè comprende sia la sezione di storia dell’arte che quella di scienze naturali, divise su due livelli. In compenso, l’ingresso è gratis in entrambi i musei, come da buona tradizione britannica. God save the Queen.

La hall è grande e bella, e riconosco immediatamente la doppia scala dove è stato girato l’episodio di Sherlock ‘The Blind Banker’, con al centro la statua in bronzo del tamburino. Wow. Sopra è indicato persino il piano delle porcellane e delle cineserie: manca solo Soo Lin! Una bella emozione per me.

Cominciamo dalla sezione d’arte, e facciamo tutto il giro seguendo la piantina che abbiamo preso all’ingresso. Le stanze sono grandi e ben organizzate, la luce è buona quasi dappertutto e le opere sono divise per periodo storico, con solo alcune sezioni dedicate esclusivamente ad artisti gallesi. Ci sono buoni pezzi per essere un museo non grandissimo, niente di prima del 1500 ma insomma, diversi lavori italiani e francesi di fine Rinascimento, un po’ di inglesi e poi alcuni fiamminghi, tra i quali una piccola deposizione in grisaglia piena di pathos, un paio di Rubens e un magnifico ritratto di nobildonna di Rembrandt che è spettacolare, uno dei pezzi migliori di tutto il museo, e che naturalmente è l’unica opera che non si può fotografare.

Nelle sale vittoriane troviamo alcune marine di Turner, sempre potenti e magiche come solo lui sa essere, e uno splendido dipinto del Pre-Raffaellita Millais, intriso della sua tipica raffinatezza. E’ una versione drammaticamente elegante della parabola biblica di Iefte, dipinta un po’ à la David, in cui si vede Iefte, che aveva promesso a Dio di sacrificargli la prima persona che avesse visto al suo ritorno se Lui gli avesse garantito la salvezza in guerra, piegato dal dolore di fronte al proprio destino sfortunato, in quanto per mantenere la sua promessa a Dio dovrà uccidere proprio la sua unica figlia, che lo aveva accolto sulla porta di casa. L’azione è bloccata nel momento paralizzante del dolore, quasi una scena teatrale in cui ogni attore è fissato in un istante al quale non riesce a sfuggire, ma il dramma è come ammorbidito dalla bellezza dei volti delle donne e dei loro sguardi persi, dei tessuti e dei colori delle loro vesti, dei materiali ricchi e variegati che avvolgono tutto: sete, pellicce, pizzi, cuoio, gioielli, con un effetto finale di grazia e purezza che riporta davvero indietro, ben oltre le esagerazioni del manierismo.

La tipica atmosfera magica dei Pre-Rafaelliti ce la regala anche una bellissima opera di Burne-Jones dominata da un cerchio di tre misteriose figure dorate su fondo neutro che sembrano fluttuare nell’aria in una danza macbethiana intorno a un giovane bellissimo chino verso di loro. La grande scritta in latino nella parte alta del quadro narra del mito di Perseo, che riesce a rubare l’unico occhio delle Graie per andare alla ricerca di Medusa e ucciderla, anche grazie allo scudo donatogli da Atena. Parole e figure sono quasi in rilievo, come fossero sul punto di emergere magicamente dalla tela per mettere in scena la loro danza misteriosa davanti ai nostri occhi.

Ci sono anche gli impressionisti naturalmente, immancabili, con la poesia rurale di Millet, la matematica bellezza dei paesaggi di Cezanne, e un Manet proprio accanto a un Monet. Come dice Luca, si sono riuniti…

In una sala troviamo anche due sculture di Degas, piccole e magnifiche: una classica ballerinetta e una bagnante che si toglie qualcosa dal piede, così armoniosa e perfetta da far venire voglia di infilarsela in borsa e portarsela via.

Particolarmente luminosi e rari, due pezzi di Morandi: un piccolo vaso di fiori, e una natura morta con bottiglie e barattoli, muti e sorprendenti, non mi aspettavo davvero di trovarli qui.

Uno dei più recenti tra i miei preferiti è Bacon, presente qui con il suo Tentativo di Autoritratto.

Sullo stesso piano dei dipinti si trova una bellissima esposizione di porcellane inglesi, tedesche e cinesi di vari secoli, con pezzi storici e stili a confronto, una chicca per gli appassionati. C’è persino una copia del Vaso Portland, che abbiamo visto alla fabbrica di Wedgwood, e una teca di piccole sculture in giada magnifiche.

Una menzione a parte merita la mostra dedicata alle storie illustrate (no pictures), con una serie di bellissime tavole originali dei migliori artisti del settore. Su tutti Quentin Blake con i suoi disegni delle famose storie per ragazzi di Roald Dahl, che era nato qui a Cardiff. Davvero una piccola mostra splendida, divertente e commovente, che ti fa entrare in un mondo magico fatto di linee e colori. Un paradiso, a essere un illustratore.

Al piano di sotto visitiamo anche il Museo di Storia Naturale, molto grande e ben fatto, con le rocce, i fossili, le conchiglie, lo sviluppo della terra, le piante, gli insetti, i mammiferi, gli uccelli, i pesci, le galassie, i vulcani, le derive dei continenti, i dinosauri… c’è tutto quello che serve per far passare una giornata divertente e interessante a bambini di ogni età, a giudicare dall’entusiasmo di quelli che vediamo qui.

Alcune teche sono più tecnologiche di altre, alcuni animali sono un po’ più spelacchiati di altri, ma questa è la magia dei musei di storia naturale, ci entri e ci credi a occhi aperti, e non ti serve altro.

Dopo il giro andiamo alla caffetteria e prendiamo una zuppa e dei biscotti, e ci godiamo un po’ di meritato riposo dopo tanti passi tra arte e scienza.

Quando usciamo superiamo la Town Hall, dove pare si stia preparando una cerimonia di nozze indiane, a giudicare dagli abiti in stile Bollywood degli invitati, e proseguiamo verso il Bute Park, il principale parco cittadino. Siamo diretti alla Cattedrale di Llandaff e lo attraversiamo lentamente con l’idea di fare una passeggiata, ma non ci eravamo resi conto che fosse così lontana. Il problema non è solo la distanza ma il fatto che piove di nuovo, leggero e fitto, e non pare abbia intenzione di smettere a breve.

Alla fine ci arriviamo, un po’ bagnati ma contenti di trovarla aperta perché c’è la messa in corso. Ci sediamo e assistiamo alla parte finale della funzione, che è bella perché comprende un coro che canta e la musica di un organo enorme che si espande fino su al grande soffitto di legno. La chiesa è molto bella, risale al XII secolo ma ha subito gravissimi danneggiamenti nei secoli, tanto che a un certo punto è stata usata anche come birreria e come stalla. È stata restaurata seriamente solo a partire dal periodo vittoriano e infatti, come altre cattedrali, è fiancheggiata da due torri differenti, una quadrata normanna con le piccole guglie agli angoli e una più alta e sottile con il tetto a punta.

L’interno è completamente diverso da come ce lo aspettavamo, e molto affascinante. Al centro del transetto spicca una enorme Maestà in legno di Jacob Epstein, aggiunta nel XX secolo e posata su un doppio arco in cemento, dominata da una gigantesca scultura di Gesù sospesa proprio sopra la navata, con un effetto di contrasto molto elegante tra archi medievali in pietra e struttura moderna in legno.

A prima vista mi fa venire in mente gli Scissor Arches della Cattedrale di Wells, a cui forse la struttura è ispirata, e anche se questa non è impressionante come quella, è comunque un esempio di perfetto amalgama tra antico e nuovo. Il coro e l’organo sono moderni, ma ci sono altre cappelle preziose, soprattutto quella dietro il coro, dove si trova l’altare principale, che ha finestre con decorazioni di Burne-Jones. Facciamo un giro veloce dopo la messa perché stanno già chiudendo, ma sono contenta di questa visita.

All’uscita piove ancora, e non smette per tutto il lungo percorso all’indietro fino alla macchina. Non piove forte ma è continuo, alquanto fastidioso. Anche se non sembra così per i locali, che camminano, fanno jogging o vanno in bici come se niente fosse. La forza dell’abitudine… Alla fine ritroviamo la macchina e torniamo verso la Cardiff Bay, dove facciamo altri giri. Scuriosiamo nel Millennium Centre, molto bello anche dentro, anche se c’è pochissima gente a quest’ora. Qui si trova l’ufficio turistico di Cardiff, ma soprattutto il Teatro Nazionale del Galles e le sedi delle compagnie nazionali di opera, balletto, musica tradizionale e molte altre associazioni culturali gallesi. E qui ci sono i botteghini per acquistare i biglietti per tutti gli spettacoli in programma.

Da qui andiamo nel vicino locale Bill’s a cena, un piccolo bistrot molto carino che offre piatti speciali e cibi organici locali, compresa una birra artigianale molto buona.

Dopo un caffè americano andiamo a fare un giro alla baia, ma in auto, perché vogliamo arrivare dalla parte opposta di quella già vista. Passiamo dalla chiesa norvegese, dalla piccola piazza con la statua che ricorda la spedizione di Scott al Polo partita proprio da qui e finita tragicamente, e arriviamo fino in fondo, dove sorge la strana struttura ultramoderna in cui si può fare la Dr Who Experience.

Noi non la faremo, non siamo veri fan di questa famosissima serie, ma ero curiosa di vederla da vicino perché sono comunque fan di Moffatt, e poi abbiamo un Dalek in hotel (c’era anche stamani a colazione con indosso lo stesso costume, secondo Luca non se lo toglie neppure per dormire…), anche se di fatto si può vedere solo la porta d’ingresso.

Ma c’è un piccolo Tardis lì fuori, posato su uno spuntoncino di verde che finisce nell’acqua, e gli faccio volentieri una foto, con sullo sfondo tutta la baia che comincia a illuminarsi. Perché non si può dire di essere stati davvero a Cardiff, se non si è venuti fin qui.

Rientriamo contenti e stanchi, e anche un po’ più asciutti, dato che il vento si è alzato e ha spazzato un po’ di nuvole dal cielo. Speriamo che domani non ci serva più l’ombrello, nella capitale della terra del drago.