Giovedì 11 agosto 2016: Devil’s Bridge and Rheidol Gorge – Aberystwyth Castle – Constitution Hill Cliff Railway

Giornata grigia oggi, dopo una notte tranquilla nella magnifica casa di Rodney e Jackie, piena di teddy bears e oggetti curiosi e con la sala della colazione che ha una bellissima vista sul giardino. La tavola è perfetta e il cibo ottimo e abbondante, così ce la prendiamo comoda stamani, viziati e coccolati dai padroni di casa che ci hanno presi in simpatia e condividono con noi ricordi e aneddoti affettuosi legati ai loro figli e nipoti che ci sorridono dalle foto sparse in giro.

Persino il loro cane, un cocker un po’ anziano che di solito non interagisce con gli ospiti occasionali, viene a giocare con Luca e a farsi accarezzare, con grande meraviglia dei suoi padroni che lo devono sempre tenere fuori dalla sala per paura che si innervosisca troppo di fronte a degli estranei. Ma Luca è amico degli animali, si sa. Io non mi meraviglio affatto di quello che vedo.

Ci facciamo un paio di foto insieme e restiamo il più possibile, ma alla fine dobbiamo raccogliere le nostre cose e ripartire, però solo dopo esserci salutati alla maniera italiana, con baci e abbracci. Anche se il viaggio non è neanche a metà, già siamo sicuri che questa sarà la sosta più bella di tutto il giro gallese, e non la dimenticheremo. Prima di ripartire, mentre Rodney ci aiuta a far uscire la macchina dal vialetto e controlla che la strada sia libera per noi, promettiamo che se ricapiteremo da queste parti torneremo certamente a trovarli. E dentro di noi speriamo davvero che sia possibile, un giorno. In fondo, non si sa mai…

Dopo pochi minuti che siamo in viaggio comincia a pioviscolare appena, ma in mezz’ora la pioggia si fa più intensa e il cielo si chiude completamente. Attraversiamo un paesaggio verde di colline basse e pascoli soffici che si stendono tutto intorno a noi, tagliati solo dalla lama grigia dell’asfalto che diventa sempre più scuro.

Ci sono pochissime auto in giro e rare case lungo la via, ma in compenso incontriamo centinaia di pecore, sparse nei campi e lungo i bordi della strada, che brucano l’erba placide e incuranti della pioggia che cade. Sono lanose e paffute, alcune sdraiate e altre che se ne vanno in giro lente, e ce ne sono alcune che arrivano proprio fin sul ciglio della via ignorando le auto che passano. Dappertutto i cartelli stradali avvisano di fare attenzione a pecore e cavalli che girano in libertà e possono attraversare la carreggiata all’improvviso. Sembra di essere finiti in Irlanda, ma un po’ meno verde.

In circa un’ora e mezza arriviamo alla prima tappa di oggi, il Devil’s Bridge and Waterfalls, che è più vicino alla costa rispetto a Brecon. Speravamo che in questa zona il tempo sarebbe stato migliore, invece una pioggia leggera continua a cadere imperterrita. Facciamo il biglietto per ponte e cascata, indossiamo i nostri impermeabili e ci incamminiamo decisi giù per la scala che porta nel bosco ignorando il maltempo alla grande, come dei veri gallesi.

La discesa non è difficile – non lo è quasi mai, la discesa – ci sono gradini e corrimano per tenersi, e le foglie delle piante ci riparano in parte dall’acqua che cade. Dopo una breve camminata già vediamo il famoso ponte a tre livelli, che ci colpisce subito per il suo strano profilo. Si tratta di un’architettura veramente insolita, in cui tre diversi ponti di pietra si accavallano uno sull’altro senza una particolare armonia strutturale.

Il nome del ponte deriva da una leggenda locale secondo la quale una contadina che portava al pascolo le sue mucche ne perse una, che era scesa da sola lungo il dirupo oltre il torrente, ma il terreno era così ripido che l’animale non riusciva più a tornare indietro. Allora il diavolo, che aveva visto tutta la scena, si presentò alla contadina e le promise di far apparire un ponte per aiutare la sua mucca se lei in cambio gli lasciava prendere per se’ la prima creatura che lo avrebbe attraversato, sicuro che questa creatura sarebbe stata la contadina stessa diretta a recuperare la sua mucca. La donna accettò e il diavolo fece apparire il ponte, ma la contadina, scaltra, fece passare prima il suo cane e poi attraversò a sua volta, riuscendo così a salvarsi dal diavolo e a recuperare la sua mucca smarrita. E’ evidente che anche in Galles le donne ne sanno una più del diavolo…

Proseguiamo oltre il ponte fin nel fondo del bosco, seguendo il sentiero che, con diverse tappe, porta fino alla grande cascata che sgorga dalla montagna, potente e rumorosa e certamente molto bella. Restiamo ad ammirarla per un po’ godendoci l’aria fresca e i profumi del bosco che la pioggia scioglie lentamente dal terreno.

C’è grande umidità, abbiamo i capelli arricciati e gli impermeabili bagnati, e cominciamo a sentire la fatica nelle gambe mentre risaliamo i gradini di pietra del percorso circolare che ci riporta verso la strada, ma siamo allegri e soddisfatti per aver completato questa nuova impresa. Ci è piaciuto vedere questa cascata, anche se come dice Luca, così sudati per la fatica della risalita e per il nylon degli impermeabili, quando arriviamo in cima siamo lessi.

Da qui proseguiamo verso il mare, e in meno di un’ora arriviamo al paesino costiero di Aberystwyth, una località balneare molto graziosa assai frequentata da turisti e britannici indistintamente. Infatti c’è un traffico notevole al quale non eravamo più abituati, e la prima impresa che dobbiamo affrontare qui è trovare un parcheggio per la macchina! Il nostro albergo è un piccolo hotel-ristorante lungo una delle vie centrali e la stanza è semplice ma pulita con un bagno grande. Ovviamente è lontana mille miglia dal fascino e dalla comodità della casa di Rodney e Jackie…. ma tant’è, stasera è così.

Sistemiamo le cose e usciamo a fare un giro per il paese, che è molto vivace e pieno di gente che passeggia in ciabatte di gomma e canottiera come se fosse davvero in una qualunque località marina in estate, nonostante ci siano 15 gradi scarsi. Arriviamo alle rovine del castello appena fuori dal centro su una collinetta, che sono belle anche se ridotte al minimo, e da lì discendiamo per una via principale fiancheggiata da negozi di ogni genere. In uno di questi trovo finalmente la bandiera del Galles della dimensione che volevo, simile a tutte le altre della mia collezione, e il signore del negozio è molto colpito e orgoglioso quando gli rivolgo il mio grazie in lingua gallese.

Ci fermiamo da un Costa a prendere un tè con dei muffin enormi e buonissimi, per riscaldarci e riposarci un po’, e poi riprendiamo il nostro giro fino all’ufficio turistico e giù sul lungomare, che è veramente spettacolare. Una grande luna di spiaggia sassosa con un bel Pier sulla sinistra e una collina verde sulla destra, e una fila di bellissime case alte ed eleganti dalle facciate colorate a fare da barriera alle spalle della spiaggia.

Il cielo è biancastro e carico di una pioggia che non vuole cadere, il mare è grigio cupo e piatto, ma si rovescia in onde di spuma proprio sulla riva, mentre i gabbiani strillano impazziti nel vento che soffia teso. Potrebbe essere un paesaggio marino invernale dei più classici, se non fosse che è agosto.

Facciamo un giro col vento che ci arriva in faccia direttamente da Dublino, dritta davanti a noi al di là del braccio di mare, e decidiamo di salire sulla collina con la funicolare elettrica, che è una delle attrazioni locali. Si tratta del classico trenino a doppio binario come quelli di Lisbona, un vagone che va in su tirato da quello che viene in giù, lenti e tranquilli ma capaci di risalire pendii ripidissimi senza nessuna difficoltà.

In cima la vista è spettacolare, con la grande baia distesa davanti a noi nella luce argentata del pomeriggio, e il paese che si allarga sulla sinistra, con le case tutte raggruppate dietro alla spiaggia e i tetti neri di ardesia che spiccano contro le facciate dai colori pastello.

E davanti a noi, finché c’è spazio per guardare, solo mare, e profumo di salmastro. Bellissimo.

Sulla collina, che si chiama Constitution Hill, c’è un ristorante e alcune attrazioni turistiche con giochi e divertimenti vari, ma a quest’ora è tutto chiuso e c’è poca gente, il che rende l’atmosfera ancora più intima e piacevole. Quando riscendiamo giù dalla collina, sul piccolo treno di legno ci siamo solo io e Luca.

Percorriamo ancora tutto il lungomare nel senso contrario fino al Pier dove, come vuole la tradizione, si trovano varie sale giochi e un paio di ristoranti. Entriamo in uno che ci piace, si chiama Brasserie ma ha il menù tipico dei pub inglesi e la birra spillata, e sediamo a un tavolo vicino alla finestra che guarda il mare mangiando cod fish con purè di patate accompagnato da due pinte di Guinness. Tanto per fare un omaggio alla nostra amata Irlanda, così vicina che se il cielo fosse terso la potremmo vedere.

Rientriamo piano piano in albergo, stanchi e contenti, a farci una doccia e riposarci in previsione delle scoperte di domani. Che ci potrebbero riservare qualche sorpresa…
Buonanotte dal bordo del mare d’Irlanda.

Mercoledì 10 agosto 2016: Hay-on-Wye – Brecon-Beacons National Park and Waterfalls – Brecon

La giornata comincia col sole al nostro Inn, in mezzo al verde della campagna inglese. La stanza che ci è stata assegnata è in una piccola dependance a parte dal corpo principale della locanda, e la sala dove facciamo colazione è tutta rivestita in legno, molto bella e di grande carattere. Chiacchieriamo ancora un po’ con Simon prima di ripartire, e lui ci saluta augurandoci di tornare a trovarlo presto. Speriamo.

Lasciamo Shobdon in direzione del Galles, più precisamente verso Hay-on-Wye, conosciuta come la città dei libri. Ci arriviamo in meno di un’ora e parcheggiamo nel grande parcheggio esterno, due ore per 1,50£. La cittadina è mo carina, piccola, con le case in pietra e i giardini curatissimi e pieni di fiori – hanno fiori ovunque, qui – e al momento non c’è troppa gente.

Facciamo un giro per le vie centrali e poi cominciamo ad entrare in alcune delle innumerevoli librerie del centro, che sono un più bella dell’altra e hanno sia la sezione de libri nuovi che quella dei piccoli gioielli usati, o come li chiamano loro, i pre-loved books. Sono tutti negozi antichi con piccole porte a vetri, pavimenti in legno un po’ irregolari e lunghe librerie a vista stracolme di libri di ogni genere e epoca, dalla letteratura alla poesia, dalla cucina ai viaggi, dalla storia al giardinaggio. Decine e decine di metri di scaffalature cariche di volumi di favole, dizionari, fotografia, cinema, mappe, sport, gialli, medicina, zoologia, religione e infiniti altri soggetti.

Una delle librerie più grandi è così fantastica che perdiamo il senso del tempo, e restiamo dentro molto più del previsto. È un posto incredibile dove si respira l’inconfondibile profumo dei libri e del legno degli scaffali, e dove sono state sistemate qua e là poltrone e divanetti per sedersi liberamente a leggere tutto ciò che si vuole. I tre piani, organizzati in maniera efficiente senza però cedere un grammo del loro fascino antico ben lontano dall’anonima freddezza dei negozi moderni, sono completati da una caffetteria e un’area di gioco per i bambini, e c’è persino il bagno con i doppi lavandini, normali e più bassi, adeguati alle esigenze dei piccoli lettori. Questa è certamente la libreria più grande e organizzata del villaggio, ma sono tutte fantastiche, dalle più piccole, strapiene di libri impilati nelle cassette di legno e affastellati lungo le scale, a quelle che si sviluppano su diversi livelli e in più stanze, tra le quali lettori appassionati vagano silenziosi facendo scorrere i loro sguardi attenti e concentrati sulle file di volumi come cani da caccia in cerca del tartufo più prezioso. Le più piccole hanno anche le classiche bancarelle fuori con esposti i volumi usati e la Honesty Box da una parte, si sceglie quello che si vuole e si lasciano i soldi del prezzo nella scatola senza bisogno di entrare. Le mie preferite.

Ci sono talmente tanti volumi fantastici che non so cosa scegliere, mi gira la testa dalla meraviglia. Se il paradiso esiste, deve essere questo. Alla fine prendo un libro che mi ispira e che mi ricorderà sempre questo giorno e questo viaggio, un’autobiografia di Dylan Thomas in una vecchia edizione degli anni ’70, sicuramente in tema con questo giro in terra gallese.

Da Hay-on-Wye ci spostiamo ancora a sud, verso il Brecon-Beacons National Park, lungo una via semi-deserta che attraversa una campagna così bella da sembrare finta. Le uniche creature locali che incontriamo – neanche troppo a sorpresa – sono un gruppetto di pecore paffute che riposano sul ciglio della strada e brucano l’erba fresca, totalmente incuranti delle (rare) auto che passano senza disturbarle. Sembra di essere stati teletrasportati improvvisamente in un angolo di Scozia. Bellissimo.

Quando raggiungiamo Pontneddfechan, dove secondo la guida si trova l’ingresso delle Waterfalls Trail, scopriamo che il centro visitatori è stato traferito da poco e non c’è nessuno che ci possa dare informazioni. C’è comunque una mappa del luogo accanto all’ingresso con segnalati i diversi sentieri che portano alle principali cascate presenti un questo parco naturale (gratuito) conosciuto e frequentato già dai Celti, il Brecon-Beacons Park. Si tratta di uno dei parchi più estesi e importanti di tutto il Galles ed è noto anche come la terra delle cascate per l’abbondanza di ruscelli e salti d’acqua che lo caratterizzano, e per i quali è visitato ogni anno da centinaia di migliaia di appassionati.

Nonostante non ci possiamo considerare hikers professionisti, ci piace molto passeggiare per boschi e luoghi naturali incontaminati quando ci capita l’occasione, quindi non ci facciamo scoraggiare dal fango che ricopre il terreno e ci mettiamo in cammino dopo aver studiato la mappa sistemata vicina all’ingresso del Parco, dando finalmente un senso ai nostri nuovi scarponcini da trekking.

Il primo sentiero non è troppo difficile a parte qualche salita e scalino qua e là e lo percorriamo senza particolari problemi, immersi in un sottobosco fresco e profumato di muschio e legno umido, in un silenzio che scricchiola solo dei nostri passi sulle rocce fangose e delle foglie che frusciano nella brezza leggera. In sottofondo, solo la voce argentata e vivace del ruscello che ci corre a incontro all’infinito.

In una quarantina di minuti siamo alla prima tappa del sentiero, le Lady Falls, belle cascate di acqua rossa e spumosa come birra Ale che si buttano giù per una decina di metri da un piano roccioso nascosto in un angolo di bosco a forma di piccolo anfiteatro. Raggiungiamo il laghetto alla base della cascata, dove ci sono già altri visitatori, scavalcando tronchi e cercando di restare in equilibrio sulle rocce più scivolose senza cadere nelle pozze d’acqua intorno a noi, e mi impegno molto per completare con soddisfazione quella che mi sembra di poter considerare un’impresa niente male. E’ ovvio che non ho ancora visto quello che sto per vedere.

In cima alla cascata ci sono alcuni ragazzi che indossano indubitabilmente il costume da bagno e che si sporgono verso il laghetto con la chiara intenzione di buttarsi giù, da un’altezza che è più o meno quella di un edificio di 3 piani. In basso l’acqua è scura e non si vede nulla sotto la superficie, e poi è gelida e corre via veloce, ma evidentemente questi non sono per loro motivi sufficienti a lasciar perdere. Pochi istanti dopo stanno già prendendo la rincorsa e si tuffano tra alte grida di gioia. Il salto e’ impressionante e spettacolare, e dopo il primo tuffatore parte subito a ruota il secondo, altrettanto entusiasta di godersi il suo giro sulla sua giostra preferita in questo Luna Park della Natura. Come dice Luca, sono cascati nella cascata…

Dopo una breve pausa di riposo proseguiamo oltre la cascata, lungo un altro sentiero che porta più in alto, e dopo altri 40 minuti di percorso lungo il torrente e su per salite rocciose e ponticelli di legno arriviamo alla seconda cascata, più bassa e larga, che si butta a sua volta in una serie di cascatelle più piccole, immerse in un sottobosco fitto e fresco dove risuona solo la voce scintillante e acuta dell’acqua che corre. Uno scenario incantevole.

Alla fine arriviamo ad alcune cascate più alte e spettacolari che si buttano dalle rocce di arenaria in un salto potente, per unirsi alle acque del fiume sottostante come migliaia di cubetti di ghiaccio in un gigantesco bicchiere di whisky. Molto belle. Lungo il sentiero passiamo anche vicino a una grande roccia dalla cima della quale di solito salta altra acqua, che però in questo momento è quasi secca tranne per piccoli rivoli che vengono giù lenti e regolari come tubi che perdono, o come una grondaia durante un temporale. L’emozione di passarci sotto è comunque divertente.

Facciamo un po’ di foto in giro ma ad un certo punto comincia a cadere una pioggerellina leggera, che ci convince che è il momento di cominciare a rientrare. Sono stanca e c’è grandissima umidità, quindi riprendiamo il nostro cammino al contrario nell’aria fresca del bosco, diretti verso il parcheggio dell’auto. Ci vuole un po’, ma alla fine arriviamo di nuovo al cancello che era stato il nostro punto di partenza, e sono contenta di avercela fatta senza problemi. Abbiamo scarpinato nel parco per oltre 2 ore e mezzo! Proprio una bella escursione, in questo parco delle cascate.

Ripartiamo in direzione Brecon e lungo la strada incontriamo nuovamente le nostre amiche pecore che se ne stanno ancora a riposare e brucare l’erba, e che ci osservano passare con una certa sdegnosa, altolocata indifferenza, completamente padrone del territorio circostante. Con buona ragione, direi.

Il nostro B&B di stasera è una magnifica casa a 3 piani con giardino gestita dai proprietari Rodney e Jackie che ci accolgono con grandissimo affetto e cortesia, ci offrono il tè coi biscotti chiacchierando con noi di viaggi fatti e da fare, e ci spiegano le regole della casa. Abbiamo praticamente tutta la mansarda per noi, con una camera romantica nel sottotetto e un lenzuolo di San Gallo sul letto, un bagno grande con morbidi asciugamani profumati, una stanza armadio a parte e un salottino in cima alle scale dove troviamo il necessario per farci tè e caffè. La casa è bellissima e curata in ogni dettaglio, in uno stile tipicamente British. Ci sono soprammobili, stemmi e quadri ovunque, piccoli oggetti decorativi in legno e porcellana lungo le scale, fotografie di famiglia posate in giro, tendine con le ruches alle finestre e un’adorabile collezione di grossi orsi di peluche sistemati su panchette, sedie e mobiletti vari, che popolano le stanze con allegria.

Siamo contentissimi dell’accoglienza e non vorremmo uscire subito, ma è ora di cena e dobbiamo andare a cercare qualcosa da mangiare. Giriamo un po’ a piedi per il paesino e alla fine entriamo in un bistrot che fa anche le Pie, e ne scegliamo una di pollo con i famosi Welsh Leaks, i porri nazionali, che si rivela molto gustosa. Rientriamo un po’ stanchi dopo la lunga giornata, e soprattutto impazienti di goderci la nostra magnifica sistemazione per la notte. Peccato che domani sarà già ora di lasciarla.

Martedì 9 agosto 2016: Caernarfon Castle – Llandudno – Powis Castle

Giornata di castelli oggi, che comincia con una ricca full English (si chiamerà full Welsh qui? devo indagare…) dalla signora coi capelli verdini. La stanza della colazione è carina, il cibo è buono e servito bene, e il marito della signora è gentile come lei. Quando andiamo giù per pagare ci presenta con orgoglio la loro amata tartaruga, una creatura di una quindicina di centimetri di diametro e 5 anni di età che ha un suo terrario completo di rocce, tronchi e ciotole di cibo, ma che gira anche libera in un salotto a lei riservato tra tappeti e coperte sistemate per terra. E’ molto carina, ma non so se questo sia davvero l’ambiente ideale dove tenere un animale del genere e, per quanto mi riguarda, l’odore nella stanza non propende a favore di questa idea….

Lasciamo la macchina dove l’abbiamo parcheggiata ieri sera e ci avviamo al castello di Caernarfon, che si raggiunge in 5 minuti di passeggiata. Mentre passiamo per il paese ci fermiamo a un Argos per chiedere del famoso cavetto per il Tom Tom di cui abbiamo bisogno e la commessa conferma che conosce l’articolo, ma purtroppo loro li hanno terminati. Però ne hanno disponibili a un Argos a Llandudno e ce ne prenota uno senza impegno di acquisto, magari nel pomeriggio riusciamo a farci un salto.

Costruito in posizione ideale sulla sponda del fiume Seiont e vicinissimo al mare, il castello è imponente e massiccio già da fuori, nonostante il tempo abbia infierito impietoso sulle sue spesse mura di pietra grigia e sulle sue altissime torri spigolose. L’interno, quando varchiamo la porta del Re, conferma subito l’impressione di formidabile fortezza militare perfettamente organizzata, con camminamenti a più livelli, torrette di guardia a base ottagonale, merlature possenti e grandi spazi armoniosi che un tempo erano dedicati agli appartamenti reali. Non c’è nulla di frivolo o meramente estetico qui, tutto è militare, forte, studiato per impressionare e scoraggiare qualsiasi nemico – draghi compresi. La sua costruzione fu ordinata da Edoardo I alla fine del 1200 e si dice che il suo architetto di fiducia, lo stesso James St George del castello di Beaumaris, si ispirò per questa opera nientemeno che alle mura di Costantinopoli, creando per Edoardo I un richiamo simbolico potente all’Imperatore romano Magnus Maximum che aveva dominato proprio su queste terre molti secoli prima.

Edoardo sposò una giovanissima Eleonora di Castiglia dalla quale ebbe ben 16 figli, di cui solo 6 sopravvissero ai genitori. In una delle torri, dove si trovavano gli appartamenti della regina, è stato creato un bel diorama intagliato a forma di corona, sui cui lati si possono ammirare scene che ricostruiscono l’incontro e le nozze dei coniugi reali e l’arrivo del loro figlio primogenito e futuro re d’Inghilterra (inclusi i territori gallesi).

La storia racconta, infatti, che qui nacque il famigerato Edoardo II, quello di Pierce Gaveston e Isabella di Francia, della guerra scozzese con Robert the Bruce e delle faide sanguinose coi Lancaster, che finì deposto a forza e poi ucciso probabilmente su ordine del suo stesso figlio ed erede, l’Edoardo II di cui poeti e drammaturghi della grandezza di Marlowe hanno scritto per secoli e il cui nome pare non essere molto fortunato neppure tra i Re più recenti. Figlio di Edoardo I ed erede al trono inglese, Edoardo II nacque proprio in questo castello e qui fu incoronato Principe di Galles, un “erede al trono nato in Galles che non parla una sola parola d’inglese”. A questo evento risale la tradizione secondo la quale qui avviene l’investitura (più rituale che legale in effetti) di ogni nuovo erede al trono insignito del titolo onorifico di Principe di Galles, compresi i recenti Edoardo VIII, figlio maggiore di Giorgio V (che abdicherà a favore del fratello minore Giorgio VI), e l’attuale Carlo d’Inghilterra, incoronato qui nel 1969 da sua madre Elisabetta II. La regina attuale invece non è mai stata incoronata Principessa di Galles in quanto, essendo donna, avrebbe perso il diritto alla successione in favore di un eventuale fratello maschio che fosse nato in famiglia anche dopo di lei. Recentemente, nonostante la rigidità proverbiale delle tradizioni britanniche, almeno questa regola è stata attualizzata e il diritto al titolo di erede al trono passa al primogenito del sovrano a prescindere dal suo genere di appartenenza. La prossima sarà probabilmente la volta di William, che qui riceverà la sua investitura ufficiale di Principe di Galles quando suo padre sarà Re. Deve essere strano, passare gli anni ad aspettare che tuo padre muoia perché la tua vita ufficiale cominci.

Nel grande prato che adesso si estende in mezzo ai resti delle mura fortificate si trova la grande pedana rotonda in ardesia, la pietra locale più diffusa che fu commercializzata in quest’area per secoli, sopra alla quale vengono sistemati la sedia reale e l’inginocchiatoio sul quale il nuovo Principe si inchina per ricevere l’investitura dal suo predecessore.

In una delle torri è stata ricostruita una linea del tempo con la sequenza dei re da quelli più antichi fino a Edoardo I, tutti raffigurati da belle sculture in resina, e sono esposti anche il trono con lo schienale in ardesia col Drago inciso e l’inginocchiatoio usati da Elisabetta II e Carlo l’ultima volta che questa cerimonia ha avuto luogo qui.
Intanto, su un monitor posto vicino alla teca del trono reale scorrono le immagini registrate dalla BBC nel 1969 in occasione di quell’evento storico. Il ventunenne Carlo sembra un ragazzino appena uscito da scuola in quel filmato d’epoca, in alta uniforme e ben pettinato, mentre la regina è una donna minuta ed elegante in abito color crema. Ha il passo sicuro mentre incede verso la pedana d’ardesia dove si tiene la cerimonia, ma il suo solito aplomb regale sembra sparito e il suo sguardo sorride più del solito mentre presenta al mondo il prossimo Re d’Inghilterra. Chissà se ancora oggi, dopo lunghi decenni da regnante, penserà che quello è davvero il miglior destino che si possa regalare a un figlio.

Giriamo per camminamenti e torri, su e giù per scale a chiocciola e corridoi stretti illuminati solo da lunghe feritoie, impressionati dalle dimensioni e dalla complessità dell’architettura di questo castello collegato a una cinta muraria esterna di cui resta solo una piccola porzione. Per la prima volta qui sentiamo due persone parlare italiano.

In una della torri è stato allestito il bel museo dei Fucilieri Reali del Galles, con divise e oggetti che vanno dall’origine di questo famoso e rispettato corpo miliare fino ai soldati attualmente impegnati in missione in Afganistan e ci facciamo un giro, se non altro come omaggio a un Capitano dei Fucilieri del V Northumberland a noi molto caro….

Davvero una visita soddisfacente a questo bellissimo castello gallese, inserito con merito nei Siti Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1986.

Usciti dal castello riprendiamo la macchina diretti a Llandudno per cercare il cavo, ma non troviamo subito il negozio Argos che ci hanno indicato perché la cittadina è grande, caotica e piuttosto trafficata. Così ci fermiamo in un parcheggio a piani per lasciare la macchina e muoverci a piedi in centro, e lì scopriamo che l’uscita del parcheggio porta direttamente in una galleria di negozi intorno a un centro commerciale. Lo shop Vodafone non ha niente che ci vada bene, ma un negozietto all’angolo opposto ha finalmente il nostro cavo e con poco più di 7,00£ siamo di nuovo a cavallo, senza bisogno di ammattire a cercare Argos. Meglio così. Ripartiamo in direzione del secondo castello di oggi, Powis Castle, che è a circa due ore di distanza compresa una sosta al distributore per fare il pieno di benzina. Oltre che distante da Caernarfon, Powis Castle è vicino al territorio inglese e il TomTom (ora perfettamente funzionante) sceglie per noi una strada che attraversa continuamente il confine dei due paesi, per cui non facciamo altro che vedere cartelli di “Benvenuti nello Shropshire” alternati a quelli di “Benvenuti in Galles”. Come dice Luca… è indeciso!
In effetti la bellezza quasi irreale della campagna inglese si riconosce immediatamente tutto intorno a noi, con i fazzoletti dei campi perfettamente lavorati, il verde brillante dei prati alternato a quello profondo delle querce, il giallo del grano ancora da raccogliere, gli sbuffi bianchi delle pecore al pascolo e il nastro grigio della strada che si srotola liscio in mezzo a tunnel di vegetazione ombrosa. Una meraviglia. Sembra di essere tornati all’estate di due anni fa.

Arriviamo al castello alle 16.20 e scopriamo che, anche se la chiusura è prevista alle 17.30, purtroppo già dalle 16.00 non fanno più entrare i visitatori. L’imprevisto della ricerca del cavetto ci ha fatto saltare il programma di quel tanto che è bastato per arrivare tardi. Peccato. Comunque, almeno i bellissimi giardini chiudono alle 18.00 e ci possiamo ancora fare un giro. Visto che è un bene del National Trust entriamo gratis con la tessera del FAI e la signora alla cassa è tutta contenta di vederla, e ci conferma di sapere benissimo cos’è il FAI e come lavora in Italia. Very good! Facciamo una breve sosta alla caffetteria per un Cream Tea con ottimi scone e marmellata, e ci rifocilliamo un po’ prima della lunga passeggiata all’aperto.

Nonostante la sua origine risalga alla fine del XIII secolo, il castello di Powis è molto diverso dai classici castelli difensivi medievali a merli e torrette e, nonostante la presenza anche qui di possenti torrioni a base rotonda, ha un aspetto molto più elegante che militare, anche grazie ai meravigliosi giardini barocchi che lo circondano e all’insolita sfumatura rossa della pietra usata per costruirlo.

Costruito su permesso reale da un principe gallese vicino alla corona, è rimasto poi nei secoli di proprietà di importanti famiglie nobili inglesi che hanno avuto l’onore di ospitare diversi Re nelle sue ricche stanze. Ma il vero punto di interesse oggi è la Collezione Clive, ospitata nelle stanze del palazzo e proveniente dai ricchi possedimenti in India di questa importante famiglia il cui capo, Edward Clive, lavorò nella mitica Compagnia delle Indie Orientali e fu Governatore di Madras. Un imperialista coi contro-fiocchi, si direbbe. Mobili laccati, manufatti intarsiati, tappeti, sete, animali impagliati, gioielli cesellati in giada e avorio, armature, statuette, armi, pare ci sia di tutto nella raffinata collezione Clive, di cui si conosce il proprietario ma non sempre la precisa modalità di acquisizione. Anche se non possiamo vederli, non è difficile immaginare che siano squisiti. Come altrettanto squisiti sono i giardini barocchi terrazzati che circondano il palazzo, davvero meravigliosi per estensione, ricchezza di fioriture e cura.

Un giardino dell’eden dall’architettura apparentemente spontanea che invece è disegnato e progettato in ogni sua più piccola linea, per un risultato finale assolutamente straordinario. Non a caso è classificato come il giardino barocco originale più bello e meglio conservato del Galles, che ci regala una passeggiata piacevolissima.

Da Powis ripartiamo in direzione sud, diretti al b&b di stasera che è ancora in Inghilterra in effetti, nel Herefordshire, in un luogo in mezzo al nulla lungo una via che sembra uscita dall’illustrazione di una fiaba. Si tratta di una locanda vecchio stile, un vero Inn che ha sia le camere che il pub per cenare, e ne siamo molto contenti perché non sapremmo davvero dove andare a mangiare in questo fazzoletto di campagna verdissima dove non si vedono case o villaggi nel raggio di chilometri. Il proprietario Simon è gentilissimo, ci accoglie con amicizia chiedendoci un po’ di cose sul nostro viaggio, e a cena ci riserva un tavolo in una bella stanza tranquilla dove ci serve ottimi piatti di carne e pesce.

Concludiamo questa giornata perfetta con un dessert di ciliegie e mandorle fatto in casa che è una delizia assoluta. E domani si va nella città dei libri.