Lunedì 22 agosto 2016: Cardiff Castle – city centre – St John’s Church – Senedd – Millennium Stadium

Colazione meno affollata di ieri al nostro YHA, e finalmente non piove. È tutto buono a dire il vero, a parte il succo d’arancia, che probabilmente le arance non le ha mai incontrate… Ma il resto è ok. Andiamo verso il centro per visitare il castello ma il parcheggio è un po’ complicato da trovare in centro città, quindi mettiamo la macchina nel posto di ieri, vicino al museo, dove costa poco ed è comunque adatto al nostro scopo.

Purtroppo il Castello è una proprietà privata della città non un bene nazionale (oggi appartiene ai Marchesi di Bute), per cui le nostre tessere non servono qui e dobbiamo pagare l’ingresso, ma il costo (elevato) del biglietto comprende un’audio guida da ascoltare nella lingua desiderata. Fondato dai romani nel I secolo, rinforzato dai Normanni e poi posseduto da conti e marchesi inglesi durante tutto il medioevo, da Enrico I fino alla fine della Guerra delle due Rose, ebbe un ruolo importante nella storia della corona britannica. Dopo essere scampato alla furia di Cromwell, nel ‘700 finì per appartenere a Lord John Mount Stuart, primo Marchese di Bute, che chiamò addirittura Capability Brown per ridisegnare i giardini e il parco all’interno delle mura, anch’esse finalmente restaurate e rivalutate in tutta la loro bellezza e potenza.

Subito di fronte all’ingresso sorge una piccola collina artificiale, la motta, circondata da un fossato, sulla quale svetta un bel mastio normanno. Un tempo c’era un muro di pietra alto e lungo che divideva il prato in due parti, ma proprio Capability Brown procedette a farlo abbattere per creare un giardino più ampio e meglio fruibile dai suoi proprietari, lasciando intatta invece la motta e il suo maschio come pittoresco souvenir storico del castello.

Fu il terzo marchese di Bute ad avvalersi del famoso architetto William Burges per rinnovare e abbellire il castello. Burges aveva già progettato Castell Coch per il marchese, e anche in questo edificio il suo stile eclettico salta subito agli occhi.

L’originale struttura normanna, che era bellissima, in pietra chiara con le 4 torri aggettanti, fu in parte alterata e venne aggiunta una grossa torre a sinistra, e poi anche una stravagante torre dell’orologio alta oltre 40 metri decorata di statue policrome e dorate che simboleggiano le divinità romane del Tempo, completate dai segni zodiacali.

Visitiamo anche l’interno, almeno le poche stanze aperte al pubblico, e anche qui il revival gotico domina in ogni dettaglio. Stucchi dorati, legno ricoperto di foglia oro, finestre istoriate che illustrano le vite di santi o cavalieri, una sala dei banchetti con un caminetto enorme sormontato da statue di re e regine, c’è tutta la classica grandeur gotico-vittoriana al massimo delle sue capacità. Di grande impatto visivo ovunque, ma soprattutto in quello che è considerato il capolavoro di Burges, cioè il soffitto in legno della sala araba ispirato all’architettura delle moschee islamiche, che sorprende i visitatori con l’armonia luminosa delle sue geometrie perfette.

La biblioteca è molto bella invece, con magnifiche scaffalature intarsiate e un’atmosfera adatta allo studio. Su uno dei tavoli c’è una grande foto in cui sono ritratti i potenti del mondo riuniti qui in occasione di una visita speciale, capeggiati da un Obama sorridente.

Il maschio è bello e molto interessante, anche se per arrivare in cima dobbiamo salire oltre 100 gradini, tanto per cambiare..! Ma la vista sulla città è impagabile.

Da quassù si vede anche Castell Coch, lontano nei boschi, ben al di fuori della città.

Facciamo il giro dei camminamenti e del prato, ammirando anche il trabucco, che è una copia di quelli ricostruiti al castello di Caerphilly. Questo viene ancora utilizzato a scopi dimostrativi durante alcune manifestazioni storiche, ovviamente con proiettili finti.

In un recinto di fianco all’edificio principale ci sono anche diversi rapaci sistemati sui loro paletti, con la cordicella legata alla zampa. Non faranno spettacoli oggi, non devono volare, ma sono lo stesso bellissimi, soprattutto l’enorme gufo reale Hector, che fa un verso acuto e ripetuto come per avvisare i visitatori di non avvicinarsi troppo, che oggi proprio non è giornata…

Ci sono una civetta e un gufo, un falco e un paio di piccole aquile, ma il gufo reale è l’attrazione preferita di chi arriva fino qui. Cosa darei per vederlo volare.

Nella torre di fondo, dove è stata ricostruita addirittura un’antica porta romana, passiamo attraverso una bellissima mostra che ricostruisce il periodo in cui questi camminamenti e i loro passaggi sotterranei furono temporaneamente utilizzati come rifugi antiaerei durante la seconda guerra mondiale. Mentre li percorriamo ascoltiamo uscire dagli altoparlanti lungo i corridoi effetti sonori di bombardamenti e sirene, musiche e canzoni degli anni ’40, avvisi radiofonici di allarme o consigli per mettersi al sicuro. Appesi alle pareti leggiamo volantini e poster del tempo che ci fanno immedesimare con una situazione di pericolo che – grazie al cielo – non conosciamo in prima persona, con un effetto finale così realistico da diventare quasi inquietante. Pensare a tutte le persone che dovevano accorrere in questi spazi sotterranei all’urlo improvviso e urgente delle sirene che spezzava ad un tratto la routine delle loro giornate, mentre le bombe piovevano dal cielo distruggendo la loro città, le loro case, le loro famiglie, fa venire i brividi…

Dopo il giro del castello usciamo e seguiamo la via che va dalla parte opposta del museo, verso quello che è effettivamente il centro cittadino. Prendiamo sandwich, succo e biscotti da Greggs e mangiamo seduti al fresco su una panchina, vicino alla chiesa, mentre un ragazzo molto bravo suona bellissime musiche con la sua chitarra. C’è addirittura un po di solicchio, non si potrebbe stare meglio di così.

Giriamo anche la chiesa gotica di St John the Baptist, che è molto raffinata, ed è il solo edifico medievale della città a parte il castello. Ha una bella torre quadrata che la sovrasta, con i classici quattro piccoli pinnacoli sugli angoli, e una lunga navata che finisce in un altare nascosto dietro un tabernacolo di legno. Ci sono anche alcune finestre con le vetrate istoriate dipinte su disegno di William Morris, dalle quali cola una luce calda che si raccoglie sul pavimento in piccole pozze colorate.

Facciamo un po’ di giri in centro, tra un negozio e l’altro nella zona pedonale, e scopriamo stretti vicoli e passages alla maniera francese, e anche un’enorme galleria commerciale che si dirama in giro per tutto il quartiere. Ci fermiamo a riposare su una panchina, a guardare la gente che passa e a respirare l’aria tranquilla di questa piccola capitale, e ci spostiamo solo quando alla fine dei ragazzi italiani si siedono dalla parte opposta a noi e non la smettono più di parlare animatamente, rovinando la pace del nostro piccolo angolo cittadino.

Arriviamo fino al gigantesco Millennium Stadium, lungo il fiume, una costruzione davvero impressionante anche così, a porte chiuse e senza la folla che sciama e urla in occasione delle partite del campionato di Rugby. Con la sua struttura di pali di sostegno tesi verso l’acqua, sembra un’enorme nave che sta per salpare verso paesi lontani.

Alla fine cerchiamo un pub tradizionale per la nostra ultima cena gallese, e ne troviamo uno che mi piace molto, ‘The cottage’. Prendiamo un buon fish and chips e dell’ottima birra, e Luca trova finalmente una stout gallese da provare al posto della Guinness, la Brains. Molto buona.

Dopo cena ritorniamo fino alla macchina passeggiando lentamente, saliamo a bordo e raggiungiamo per l’ultima volta la Cardiff Bay, a tre chilometri dal castello, lasciando l’auto vicino alla Dr Who Experience dove avevamo visto ieri che si paga solo fino alle 18, quindi adesso è gratis. Facciamo un giro nella luce della sera ancora buona, e arriviamo al Senedd (il palazzo del parlamento gallese) per fare qualche foto, visto che ieri con tutta quella pioggia non eravamo riusciti ad osservarlo al meglio.

La struttura irregolare completamente ecosostenibile, con la grande tettoia sostenuta da pali e le moltissime finestre in vetro e acciaio create dall’architetto Richard Rogers, spicca nettamente tra gli altri edifici della baia, rendendo questa piccola capitale un luogo decisamente all’avanguardia.

Alla fine dobbiamo tornare verso la macchina, tristi per il fatto che domani dovremo lasciare questa città – e tutto il Galles – per cominciare il nostro avvicinamento verso Stansted. Sappiamo già che questo bellissimo paese ci mancherà moltissimo.

Domenica 21 agosto 2016: National Museum of Wales – Bute Park – Llandaff Cathedral – Tardis – Cardiff Bay

Notte calma al nostro YHA, dove ci possiamo alzare un po’ più tardi del solito. Facciamo colazione qui con un piccolo extra sulla stanza, e ci facciamo anche stampare le carte di imbarco dalla reception dato che, purtroppo, tra poco ci serviranno…

Usciamo in auto diretti al quartiere del National Museum of Wales e della Town Hall, a circa 2,5 km di distanza dall’hotel, in una bella zona ordinata e libera che fa venire in mente, in piccolo, quella dei musei di Washington. Parcheggiamo in una strada vicina ed entriamo in un bell’edificio neoclassico con tanto di scala e colonnato, sormontato da una cupola centrale. Il museo è doppio in realtà, cioè comprende sia la sezione di storia dell’arte che quella di scienze naturali, divise su due livelli. In compenso, l’ingresso è gratis in entrambi i musei, come da buona tradizione britannica. God save the Queen.

La hall è grande e bella, e riconosco immediatamente la doppia scala dove è stato girato l’episodio di Sherlock ‘The Blind Banker’, con al centro la statua in bronzo del tamburino. Wow. Sopra è indicato persino il piano delle porcellane e delle cineserie: manca solo Soo Lin! Una bella emozione per me.

Cominciamo dalla sezione d’arte, e facciamo tutto il giro seguendo la piantina che abbiamo preso all’ingresso. Le stanze sono grandi e ben organizzate, la luce è buona quasi dappertutto e le opere sono divise per periodo storico, con solo alcune sezioni dedicate esclusivamente ad artisti gallesi. Ci sono buoni pezzi per essere un museo non grandissimo, niente di prima del 1500 ma insomma, diversi lavori italiani e francesi di fine Rinascimento, un po’ di inglesi e poi alcuni fiamminghi, tra i quali una piccola deposizione in grisaglia piena di pathos, un paio di Rubens e un magnifico ritratto di nobildonna di Rembrandt che è spettacolare, uno dei pezzi migliori di tutto il museo, e che naturalmente è l’unica opera che non si può fotografare.

Nelle sale vittoriane troviamo alcune marine di Turner, sempre potenti e magiche come solo lui sa essere, e uno splendido dipinto del Pre-Raffaellita Millais, intriso della sua tipica raffinatezza. E’ una versione drammaticamente elegante della parabola biblica di Iefte, dipinta un po’ à la David, in cui si vede Iefte, che aveva promesso a Dio di sacrificargli la prima persona che avesse visto al suo ritorno se Lui gli avesse garantito la salvezza in guerra, piegato dal dolore di fronte al proprio destino sfortunato, in quanto per mantenere la sua promessa a Dio dovrà uccidere proprio la sua unica figlia, che lo aveva accolto sulla porta di casa. L’azione è bloccata nel momento paralizzante del dolore, quasi una scena teatrale in cui ogni attore è fissato in un istante al quale non riesce a sfuggire, ma il dramma è come ammorbidito dalla bellezza dei volti delle donne e dei loro sguardi persi, dei tessuti e dei colori delle loro vesti, dei materiali ricchi e variegati che avvolgono tutto: sete, pellicce, pizzi, cuoio, gioielli, con un effetto finale di grazia e purezza che riporta davvero indietro, ben oltre le esagerazioni del manierismo.

La tipica atmosfera magica dei Pre-Rafaelliti ce la regala anche una bellissima opera di Burne-Jones dominata da un cerchio di tre misteriose figure dorate su fondo neutro che sembrano fluttuare nell’aria in una danza macbethiana intorno a un giovane bellissimo chino verso di loro. La grande scritta in latino nella parte alta del quadro narra del mito di Perseo, che riesce a rubare l’unico occhio delle Graie per andare alla ricerca di Medusa e ucciderla, anche grazie allo scudo donatogli da Atena. Parole e figure sono quasi in rilievo, come fossero sul punto di emergere magicamente dalla tela per mettere in scena la loro danza misteriosa davanti ai nostri occhi.

Ci sono anche gli impressionisti naturalmente, immancabili, con la poesia rurale di Millet, la matematica bellezza dei paesaggi di Cezanne, e un Manet proprio accanto a un Monet. Come dice Luca, si sono riuniti…

In una sala troviamo anche due sculture di Degas, piccole e magnifiche: una classica ballerinetta e una bagnante che si toglie qualcosa dal piede, così armoniosa e perfetta da far venire voglia di infilarsela in borsa e portarsela via.

Particolarmente luminosi e rari, due pezzi di Morandi: un piccolo vaso di fiori, e una natura morta con bottiglie e barattoli, muti e sorprendenti, non mi aspettavo davvero di trovarli qui.

Uno dei più recenti tra i miei preferiti è Bacon, presente qui con il suo Tentativo di Autoritratto.

Sullo stesso piano dei dipinti si trova una bellissima esposizione di porcellane inglesi, tedesche e cinesi di vari secoli, con pezzi storici e stili a confronto, una chicca per gli appassionati. C’è persino una copia del Vaso Portland, che abbiamo visto alla fabbrica di Wedgwood, e una teca di piccole sculture in giada magnifiche.

Una menzione a parte merita la mostra dedicata alle storie illustrate (no pictures), con una serie di bellissime tavole originali dei migliori artisti del settore. Su tutti Quentin Blake con i suoi disegni delle famose storie per ragazzi di Roald Dahl, che era nato qui a Cardiff. Davvero una piccola mostra splendida, divertente e commovente, che ti fa entrare in un mondo magico fatto di linee e colori. Un paradiso, a essere un illustratore.

Al piano di sotto visitiamo anche il Museo di Storia Naturale, molto grande e ben fatto, con le rocce, i fossili, le conchiglie, lo sviluppo della terra, le piante, gli insetti, i mammiferi, gli uccelli, i pesci, le galassie, i vulcani, le derive dei continenti, i dinosauri… c’è tutto quello che serve per far passare una giornata divertente e interessante a bambini di ogni età, a giudicare dall’entusiasmo di quelli che vediamo qui.

Alcune teche sono più tecnologiche di altre, alcuni animali sono un po’ più spelacchiati di altri, ma questa è la magia dei musei di storia naturale, ci entri e ci credi a occhi aperti, e non ti serve altro.

Dopo il giro andiamo alla caffetteria e prendiamo una zuppa e dei biscotti, e ci godiamo un po’ di meritato riposo dopo tanti passi tra arte e scienza.

Quando usciamo superiamo la Town Hall, dove pare si stia preparando una cerimonia di nozze indiane, a giudicare dagli abiti in stile Bollywood degli invitati, e proseguiamo verso il Bute Park, il principale parco cittadino. Siamo diretti alla Cattedrale di Llandaff e lo attraversiamo lentamente con l’idea di fare una passeggiata, ma non ci eravamo resi conto che fosse così lontana. Il problema non è solo la distanza ma il fatto che piove di nuovo, leggero e fitto, e non pare abbia intenzione di smettere a breve.

Alla fine ci arriviamo, un po’ bagnati ma contenti di trovarla aperta perché c’è la messa in corso. Ci sediamo e assistiamo alla parte finale della funzione, che è bella perché comprende un coro che canta e la musica di un organo enorme che si espande fino su al grande soffitto di legno. La chiesa è molto bella, risale al XII secolo ma ha subito gravissimi danneggiamenti nei secoli, tanto che a un certo punto è stata usata anche come birreria e come stalla. È stata restaurata seriamente solo a partire dal periodo vittoriano e infatti, come altre cattedrali, è fiancheggiata da due torri differenti, una quadrata normanna con le piccole guglie agli angoli e una più alta e sottile con il tetto a punta.

L’interno è completamente diverso da come ce lo aspettavamo, e molto affascinante. Al centro del transetto spicca una enorme Maestà in legno di Jacob Epstein, aggiunta nel XX secolo e posata su un doppio arco in cemento, dominata da una gigantesca scultura di Gesù sospesa proprio sopra la navata, con un effetto di contrasto molto elegante tra archi medievali in pietra e struttura moderna in legno.

A prima vista mi fa venire in mente gli Scissor Arches della Cattedrale di Wells, a cui forse la struttura è ispirata, e anche se questa non è impressionante come quella, è comunque un esempio di perfetto amalgama tra antico e nuovo. Il coro e l’organo sono moderni, ma ci sono altre cappelle preziose, soprattutto quella dietro il coro, dove si trova l’altare principale, che ha finestre con decorazioni di Burne-Jones. Facciamo un giro veloce dopo la messa perché stanno già chiudendo, ma sono contenta di questa visita.

All’uscita piove ancora, e non smette per tutto il lungo percorso all’indietro fino alla macchina. Non piove forte ma è continuo, alquanto fastidioso. Anche se non sembra così per i locali, che camminano, fanno jogging o vanno in bici come se niente fosse. La forza dell’abitudine… Alla fine ritroviamo la macchina e torniamo verso la Cardiff Bay, dove facciamo altri giri. Scuriosiamo nel Millennium Centre, molto bello anche dentro, anche se c’è pochissima gente a quest’ora. Qui si trova l’ufficio turistico di Cardiff, ma soprattutto il Teatro Nazionale del Galles e le sedi delle compagnie nazionali di opera, balletto, musica tradizionale e molte altre associazioni culturali gallesi. E qui ci sono i botteghini per acquistare i biglietti per tutti gli spettacoli in programma.

Da qui andiamo nel vicino locale Bill’s a cena, un piccolo bistrot molto carino che offre piatti speciali e cibi organici locali, compresa una birra artigianale molto buona.

Dopo un caffè americano andiamo a fare un giro alla baia, ma in auto, perché vogliamo arrivare dalla parte opposta di quella già vista. Passiamo dalla chiesa norvegese, dalla piccola piazza con la statua che ricorda la spedizione di Scott al Polo partita proprio da qui e finita tragicamente, e arriviamo fino in fondo, dove sorge la strana struttura ultramoderna in cui si può fare la Dr Who Experience.

Noi non la faremo, non siamo veri fan di questa famosissima serie, ma ero curiosa di vederla da vicino perché sono comunque fan di Moffatt, e poi abbiamo un Dalek in hotel (c’era anche stamani a colazione con indosso lo stesso costume, secondo Luca non se lo toglie neppure per dormire…), anche se di fatto si può vedere solo la porta d’ingresso.

Ma c’è un piccolo Tardis lì fuori, posato su uno spuntoncino di verde che finisce nell’acqua, e gli faccio volentieri una foto, con sullo sfondo tutta la baia che comincia a illuminarsi. Perché non si può dire di essere stati davvero a Cardiff, se non si è venuti fin qui.

Rientriamo contenti e stanchi, e anche un po’ più asciutti, dato che il vento si è alzato e ha spazzato un po’ di nuvole dal cielo. Speriamo che domani non ci serva più l’ombrello, nella capitale della terra del drago.

Sabato 20 agosto 2016: Caerphilly Castle – Castell Coch – Transporter Bridge – Cardiff

Cominciamo la nostra giornata in questa bellissima casa con un morning non molto good, visto che ha diluviato tutta la notte e ancora piove mentre scendiamo nella sala a fare colazione. È una pioggia leggera ma fitta, con grosse nuvole grigie gonfie d’acqua che folate improvvise di vento fanno volare qua e là come stracci stesi.

Mangiamo benissimo dalla signora Ann, con pane, dolci e marmellate fatti da lei, e ci fa assaggiare anche del formaggio locale di Caerphilly molto saporito. Poi, insieme ad una coppia di inglesi anche loro ospiti della casa, incontriamo i suoi 3 cani, vivaci e felicissimi di essere stati liberati dalla stanza in cui erano relegati ed essere stati ammessi nel salotto a scuriosare e ad annusare un po’ di gente nuova. La casa è davvero stupenda, enorme e confortevole, arredata benissimo, un vero castello in piccolo. E’ un peccato andare via, lo ripetiamo più volte ad Ann e suo marito prima di ripartire.

La prima tappa di oggi è a una decina di chilometri di distanza, il castello di Caerphilly, che si trova proprio nel cuore di questo paesino carateristico. Il castello, spettacolare già da fuori, è il più grande dei castelli normanni in Galles e ha ancora le possenti mura di cinta intatte con i bastioni enormi e il fossato tutto intorno, che di fatto forma quasi un vero e proprio sistema di laghi collegati tra loro. Entriamo gratis anche qui, grazie alle nostre tessere dell’English Heritage stavolta, visto che questo castello fa parte dei beni gestiti dal World Heritage.

Le antiche torri, alte e diritte, sono in piedi dalla seconda metà del XIII secolo, quando vennero tirate su per volere di Gilbert de Clare. A parte una a dire il vero, che è semidistrutta e appare come fosse stata spaccata in due da una spada gigante. La metà rimasta in piedi pende ormai pericolosamente verso l’esterno, e ha un’aria molto precaria.

Pare che il cedimento murario si dovuto semplicemente a un abbassamento graduale del livello del terreno, ma comunque l’effetto finale è drammaticamente perfetto per un castello medievale come questo. Inoltre, con un certo umorismo, dopo i restauri e i consolidamenti completati in epoca recente, è stata messa vicino alla torre pendente una scultura alta almeno 4 metri che raffigura un potente cavaliere intento a sostenere la parete cadente con la forza delle proprie braccia. Luca si accoda subito al cavaliere e lo aiuta a reggere, of course. Non veniamo mica da Pisa a caso…

C’è anche una bellissima Great Hall che è stata completamente restaurata, e che può essere affittata per celebrare cerimonie e feste private. Oggi è previsto un matrimonio qui e il sevizio del Catering sta già preparando tutto con grande cura, peccato solo per il clima davvero avverso. Se la sposa bagnata è una sposa fortunata, allora quella di oggi sarà la Paperoga gallese…

Attraversiamo varie sale, tutte vuote ma arricchite da ricostruzioni di dettagli originali sotto forma di sculture in legno che ricreano immediatamente l’atmosfera medievale. Ci rifugiamo in varie torrette e camminamenti coperti tra uno scroscio di pioggia e l’altro, e arriviamo fino al grande prato a sud dove sono conservate le ricostruzioni di alcune delle più grandi armi da battaglia anti assedio mai inventate: le catapulte e le balestre. Tutte in legno e ferro, enormi e in condizioni perfette, immobili e silenziose eppure dall’aspetto assolutamente minaccioso, come animali in agguato pronti a scattare al primo rumore sospetto.

La vista sulla campagna circostante e sul vicino paese di Caerphilly è impressionante nonostante il castello non sia in cima a una collina o a una rocca come altri che abbiamo già visto, e cerco di fare qualche foto nelle pause di asciutto senza mettere troppo a rischio la mia fotocamera.


Alla fine del giro passiamo per il piccolo shop, e sentiamo parlare italiano per la seconda volta da quando siamo arrivati in UK. Poi, visto che qui non c’è la caffetteria, riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso la prossima meta, distante solo circa un quarto d’ora.

Castel Coch è un castello decisamente anomalo rispetto a quelli visitati finora, ma per questo vale la pena venirlo a vedere. Le fondamenta sono quelle di un vero castello del 1300, seppure molto piccolo, ma resta ormai pochissimo di quel passato lontano. Tutto quello che si visita oggi è un rifacimento moderno tirato su dall’architetto Burgess alla fine dell’Ottocento per il terzo marchese di Bute, che voleva una residenza fuori Cardiff dove ricevere i suoi ospiti più intimi. Burgess disegnò per lui questo originalissimo castello di campagna, in uno stile gotico vittoriano che sfiora decisamente lo stravagante. Un altro di quei casi che dimostrano come generalmente, quando la moda del tempo si sposa con possibilità economiche praticamente illimitate, nascono strani mostri.

Il castello, in perfette condizioni, ha un aspetto decisamente fiabesco, con le torri di pietra a base rotonda di altezze differenti, i tetti a cono di ardesia e le finestre con gli infissi in legno di colore rosso vivo (Coch in gallese vuol dire rosso). La scala porta a una galleria circolare coperta ornata di colonnine, che racchiude un mini cortile centrale dal diametro totale che non supera i 20 metri. Anche qui entriamo gratis con l’English Heritage, e prendiamo volentieri l’audio guida offerta dalla signora alla cassa per ascoltare nei dettagli la storia di queste stanze. Non c’è molta gente e piove appena, e comunque il castello è piccolo e si gira bene.

Lo stile è alquanto eccentrico, forse all’interno ancor più che all’esterno. La sala dei banchetti è un salone lungo con un grande caminetto decorato e un soffitto a travi dipinto in maniera molto ricca, ma la prima sala davvero stravagante è il salotto successivo, a pianta ottagonale, con un enorme caminetto sormontato da sculture lignee policrome che raffigurano le parche del destino. Alle pareti spiccano decorazioni pittoriche dedicate alla natura e agli animali, con raffigurazioni ispirate alle fiabe di Esopo. Sopra a tutto si chiude un soffitto a cupola affrescato con voli di uccelli esotici, farfalle, e poi un firmamento stellato. Davvero stupefacente.

Al piano di sopra si trova la camera del marchese, con mobili intarsiati e dipinti di color verde e oro, abbastanza piccola e semplice per essere quella del padrone di casa, con un bellissimo caminetto abbellito da una cornice in legno scolpito a foglie e fiori tra i quali spuntano animali del bosco come ricci, maialini d’India e lontre.

Ma il vero tripudio di stravaganza è esposto nella camera della marchesa, in cima alla torre, molto grande e tutta decorata di rosso e oro, con mobili incredibilmente cesellati, il soffitto dipinto a fasce concentriche come un bosco in cui si muovono scimmie, uccelli e farfalle, e con colonne sormontate da piccoli capitelli sui quali sono scolpiti uccelli e nidi. Il letto qui è grande, in legno lavorato, con delle sfere di cristallo posate sui quattro pomoli.

Un pezzo straordinario è il lavabo, con i pesci dipinti sul fondo del bacile ribaltabile e due grandi torri merlate sui lati che nascondevano i rubinetti dell’acqua fredda e calda.

Mi fa venire in mente quando abbiamo visitato il Palazzo di Sintra, una specie di Parco Disney in salsa moresca, così assurdamente colorato e variegato, o il Castello di Neuschwanstein, famoso proprio per lo stile fiabesco della sua incredibile architettura, un’altra follia costosissima tutta dedicata al culto dei cavalieri medievali tirata su in pieno romanticismo. Certo Neuschwanstein mi era piaciuto di più, di una raffinatezza assoluta fin nei minimi dettagli e con pezzi di valore artistico assoluto. Si sentiva che Ludwig ci credeva davvero, ecco: non voleva solo una casa in campagna per passarci un week-end dal gusto esotico con i suoi ospiti, lui voleva costruirsi una macchina del tempo capace di farlo fuggire via da tutto e da tutti quando più ne aveva voglia, e riuscì ad ottenerla. Una macchina così ben costruita, da funzionare perfettamente ancora oggi.
Comunque è bello anche questo piccolo castello rosso, così insolito e stravagante, e sono contenta di averlo visitato. Mi piace sempre vedere fin dove si può spingere la fantasia di chi ha la fortuna di poterla lasciare alzare in volo libera dalle briglie del budget.

Facciamo il giro della balconata esterna e della sala informativa dei visitatori, quindi prendiamo un tè con ottimi dolcetti gallesi nella tea room e ci riposiamo un po’ prima di ripartire verso Cardiff.

Ma prima facciamo una piccola deviazione verso Newport, mentre continua a diluviare. E vabbè, oggi va così. Qui raggiungiamo un’altra struttura architettonica molto particolare, un ponte questa volta, ed è uno di quelli che non ho mai visto. Si trova sul fiume Usk, ed è un Transporter Bridge, cioè un ponte trasportatore, ormai un milestone della città.

Risale al 1906, ed è bellissimo già da lontano. Due torri di metallo alte oltre 70 metri unite da una sezione orizzontale lunga circa 180 metri, solo che questa volta la sezione che unisce le torri si trova in alto, e non al livello della strada. Da lassù scendono una serie di cavi d’acciaio che sorreggono una specie di grande cesto di metallo, chiamato gondola. I mezzi o le persone che devono passare dall’altra parte del fiume salgono sulla gondola e restano fermi, ed è il ponte a portarli di là, facendoli levitare piano piano al di sopra dell’acqua. Spettacolare.

Questo tipo di ponte è molto raro, ne sono stati costruiti pochi con questo sistema e ne sono rimasti solo 8 in funzione in tutto il mondo. In questo caso fu scelto per motivi tecnici, che risultano validi ancora adesso, tanto che continua a fare il suo lavoro a tutt’oggi, anche in questo momento davanti ai nostri occhi. Qui le rive sono basse, quindi un ponte normale non avrebbe permesso il passaggio delle barche o dei traghetti lungo il fiume. Un ponte apribile sarebbe stato più costoso e meno efficiente, e un ponte ad arco curvo sarebbe stato tecnicamente difficile da realizzare perché ci sarebbe stato bisogno di una curva impossibilmente alta. Quindi, pensarono a questa soluzione: se i mezzi non possono muoversi sul ponte, sarà il ponte a muoversi sotto di loro. Semplice.

Si paga un piccolo pedaggio, si sale, e si viene portati di là in pochi minuti. Quindi la gondola viene svuotata e riempita di nuovo, e riparte per il suo viaggio al contrario. Avanti e indietro come un pendolo, a ricucire insieme due pezzi della città.

Si possono anche salire le scale lungo le torri e attraversare a piedi il ponte superiore di metallo, e mi sarebbe piaciuto farlo, ma è tutto all’aperto e con questa pioggia e vento preferiamo lasciar perdere. È già abbastanza impressionante vederlo da giù.

Ripartiamo in direzione Cardiff e raggiungiamo il YHA senza difficoltà. La camera che ci assegnano è spaziosa e carina, pulitissima, e c’è il parcheggio privato gratuito. Al check-in ci sono molti ragazzi giovani e uno di loro indossa con la nonchalance tipica del vero fan un buffo costume da Dhalek in gommapiuma, completo di tutti i dettagli. Ehi, siamo davvero a Cardiff. Ci sistemiamo e poi andiamo in auto verso il centro, che è piuttosto vicino ma collegato tramite strade grandi e trafficate sconsigliabili da fare a piedi. Ci fermiamo in un parcheggio della Cardiff Bay dove usano un sistema per noi nuovo. Si entra e si lascia la macchina senza prendere nessun ticket, mentre una telecamera prende nota della targa. Quando poi torni inserisci il numero di targa nella macchinetta, che calcola quanto sei stato e quanto devi pagare. Paghi e vai all’uscita dove la targa viene riconosciuta ancora, e la sbarra si apre automaticamente. Semplice ed efficiente.
Facciamo un giro nella bay, e ci dà subito un’impressione di vivacità e animazione. Sarà che ci eravamo abituati ai paesini piccoli, e ora tutto ci pare affollato.

Giriamo a piedi fino al vicino Millennium Centre, molto bello, e fino al molo con le barche e una vista fantastica sulla baia. Vediamo anche il Tardis dalla parte opposta, piccolo e blu, accanto alla grande struttura della Dr Who Experience.

Gironzoliamo per Bute Street e poco dopo, con mia grande gioia, troviamo anche il pub The Packet, dove entriamo a scuriosare in cerca della cena. Non danno da mangiare purtroppo, solo da bere, ma faccio lo stesso un giro, emozionata, e riesco a scattare una foto a uno sfondo che conosco assai bene. Ci manca solo il tavolino con Anderson e la sua mappa..!

Alla fine ripieghiamo su un Nando’s grande e affollato, dove si sentono molti buoni profumi di piatti speziati, e mangiamo in tranquillità prima di rientrare verso la camera.

Piove solo a sprazzi, speriamo che domani smetta del tutto. Abbiamo molte cose da vedere qui.