Martedì 16 agosto 2016: St Catherine Island Fort – Tudor Merchant’s House in Tenby – Dylan Thomas Boathouse and grave in Laugharne

Stamani splende il sole sul Galles occidentale, così dopo una buona colazione salutiamo la signora Tessa della bella casa nel nulla e torniamo verso Tenby, dove non abbiamo ancora finito le nostre esplorazioni.

Il posto è lo stesso ma il paesaggio appare molto diverso oggi: è la magia della marea che va e viene, portandosi dietro i panorami a suo piacimento. 

Quando arriviamo sotto al Castello non sono ancora le 11 e l’acqua si è così ritirata che l’ampiezza della spiaggia è più che raddoppiata rispetto a ieri. Le onde sono lontane in questo momento, e una lunga striscia di rocce e sassi colorati è emersa ai piedi della scogliera dell’isolotto di St Catherine. E ora, finalmente, la scala è accessibile.

Ci inoltriamo lentamente sulla sabbia umida ,e poi sui sassi e sulle rocce coperte di muschio verde, con la buffa sensazione di camminare sul fondo del mare.

Paghiamo il ticket all’omino in fondo alla scala e saliamo su, con una certa emozione nel cuore. La vista è spettacolare da questo lato, sia per la differenza di panorama che per la posizione strategica dell’isola, che regala un controllo totale sul territorio circostante a 360 gradi. In cima alla scala troviamo un piccolo avamposto militare risalente alla seconda guerra mondiale, come ci spiega un ragazzo che fa da guida sul posto, con tanto di casottino di guardia, generatore diesel di corrente e postazione di tiro. Tutto un po’ malandato, ma ancora originale.

Da lì proseguiamo lungo una breve salita fino a raggiungere il vero ingresso del forte, attraverso un bel portone ad arco. La struttura è armoniosa e possente, l’edificio doveva essere efficiente e ben organizzato, come lo sono di solito i forti militari, anche se adesso è in ristrutturazione e solo alcune sue parti sono state riaperte al pubblico da circa un anno.

All’interno l’architettura è piuttosto insolita, e si intuisce facilmente che deve aver subito diversi rimaneggiamenti rispetto alla sua destinazione originale. Ci sono finestre che affacciano su immensi panorami azzurri, caminetti con davanti seggioline foderate di velluto rosso, tavoli scolpiti in legno e strane lampade appese ovunque. Ma purtroppo l’intonaco è molto danneggiato e segnato, e tutte le parti in ferro ancora visibili sono state attaccate dalla ruggine.

In mezzo al pavimento della stanza che si estende alla destra del portone c’è un pozzo dei desideri coperto da una grata, e sul fondo è stata sistemata una piccola campana di metallo. Si lancia giù una monetina e, se si riesce a far suonare la campana, il desiderio si avvera. E intanto si raccolgono spiccioli da donare a una Charity per i bambini del Nepal. Il mare è fatto di gocce. Luca la fa suonare 2 volte.

Una signora ci racconta un po’ la storia di questo forte così elegante e isolato, che nel tempo è stato usato per molti scopi completamente diversi tra loro. La sua costruzione risale alla metà dell’Ottocento e almeno per i primi 30 anni è stato effettivamente usato come bastione difensivo contro un possibile attacco dei francesi, con una guarnigione di circa 100 uomini che manovravano cannoni enormi e rumorosi capaci di lanciare proiettili anche fino a 10 miglia di distanza.

Di fatto, i francesi non arrivarono mai. Alla fine i soldati se ne andarono, delusi, abbandonando il forte che rimase a lungo inutilizzato. In seguito divenne un edificio privato e ospitò varie famiglie, tra cui quella di uno scrittore che scelse di vivere qui per farsi ispirare dal panorama nonostante avesse il terrore delle tempeste invernali, e che alla fine dovette cedere e andarsene vendendo tutto, troppo spaventato dai ruggiti di quest’Oceano minaccioso acquattato tutto intorno al forte, e quella di un riccone stravagante che era solito organizzare feste da ballo in costume per i suoi amici nei grandi saloni militari che erano diventati la sua abitazione. Per una quindicina d’anni fu convertito addirittura in uno zoo, con scimmie, rettili e svariati tipi di altri animali che venivano esposti al publico in aree appositamente predisposte per questo scopo. Alla fine fu abbandonato del tutto e rimase negletto, a parte le poche volte in cui fu utilizzato come set per delle riprese cinematografiche, tra le quali una famosa versione del Conte di Montecristo. Da poco più di un anno è stato riaperto ai visitatori come edificio storico, e noi sappiamo bene che un paio di mesi fa sono state girate qui anche alcune scene per la prossima* S4 di Sherlock, come ci conferma la signora, che pur restando nel vago, parla di cattivi che correvano in giro armati fino ai denti e scontri drammatici, compreso addirittura l’arrivo di un elicottero atterrato sulla spiaggia qui di fronte. Ci sarà da tremare più del solito, questo è certo ormai, e il setting stavolta sarà all’altezza delle aspettative…. (NdA visita effettuata in agosto 2016)

Nel forte c’è anche una specie di carrettino che vende caffè, tè e biscotti, che si possono consumare a un grande tavolo in legno sul quale spiccano degli assurdi candelieri a bracci con tanto di candele, mentre una bancarella con una specie di bric-a-brac di antiquariato attira molti curiosi, che si possono portare a casa lanterne, lampade da carrozza, dischi in vinile a 78 giri o strani aggeggi in ferro un po’ arrugginiti di cui non saprei assolutamente dire l’utilità. Tutto contribuisce a creare un’atmosfera un po’ assurda, e insolita quanto basta da risultare piacevolissima. 

Purtroppo non ci sono altri ambienti da visitare, la gran parte del forte è chiusa al pubblico e soprattutto la grande terrazza panoramica sul tetto non è accessibile al momento, ma speriamo che un giorno lo sia perché la vista da lì deve essere davvero straordinaria. Certi cattivi sanno proprio come scegliersi i posti dove rintanarsi…..

Salutiamo il forte e torniamo verso la via che sale lungomare, fino a una stradina laterale dove si trova un altro posto che vogliamo visitare. È la Tudor Merchant’s House (curata dal NT), una casa originale del ‘500 in cui viveva un mercante di stoffe che svolgeva il suo lavoro nella splendente epoca dei Tudor. Mostriamo la tessera del FAI al signore alla cassa, che è molto contento di accoglierci e ci spiega subito un po’ di cose. Possiamo visitare tutti i locali e osservare gli oggetti, provare tutto e toccare ogni cosa, tranne il letto e un mobile originale dell’epoca.

La biglietteria si trova proprio in quello che era il negozio del mercante, dove sono esposte le pezze di stoffa, le spezie e i mobili colorati e preziosi che erano in uso al tempo in cui lui viveva qui. La cucina ha una tavola imbandita di cibi e spezie tipicamente utilizzati al tempo in una casa di gente alto borghese come questa, e un enorme caminetto contiene tutti gli accessori necessari alla servitù del tempo per cucinare i piatti migliori per i signori di casa. Anche se gli oggetti non sono originali dell’epoca le riproduzioni sono fedelissime, e l’atmosfera che creano, insieme alla signorina vestita in costume che spiega i segreti della cucina del tempo, risulta molto convincente.

Al piano di sopra si trova una bella stanza grande dalle pareti decorate di tessuti colorati, con il tavolo dei giochi, i giocattoli in legno, lo scrittoio per la corrispondenza, il caminetto per scaldarsi, e un bel tavolo da pranzo con le classiche stoviglie di peltro. Lo spazio sembra piacevole e arioso, non doveva essere male, vivere qui.

Ancora più sopra c’è la camera da letto della famiglia, con un grande letto a baldacchino, una culla dipinta che dondola, un caminetto per scaldarsi e un armadio. I figli più grandicelli che non usavano più il lettino probabilmente dormivano su pagliericci vicino al fuoco, o in letti estraibili che uscivano da sotto al letto padronale (abbiamo visto uno di questi letti nella casa natale di Shakespeare a Stratford). Come in alcuni castelli o case, anche qui ci sono abiti d’epoca a disposizione dei visitatori per rendere la visita una vera full immersion, e non me lo faccio dire due volte. Scelgo un abito rosso di lana, lungo e con l’allacciatura a corsetto davanti, e me lo infilo subito. Troppo divertente.

Alla fine del giro torniamo giù all’ingresso e parliamo un po’ col custode prima di salutarlo, e già che ci siamo gli chiediamo dove possiamo trovare una nuova memory card per la macchina fotografica, tanto per essere sicuri di non avere problemi di archivio nei prossimi giorni. ‘Semplice, da Boots!’ Giusto. Se ti serve una memoria elettronica dove la vuoi cercare, se non in farmacia? Andiamo, e la troviamo subito. Excellent. Prendiamo 2 baguette e 2 doughnut da Greggs, che ha una fila di gente fino fuori, e ce le mangiamo su una panchina con vista sulla spiaggia più grande di Tenby, dalla parte del molo, scrutando i movimenti di una marea che è ancora lontana dall’arrivare.

Dopo mangiato lasciamo Tenby, questo paesino di mare davvero carino che non dimenticheremo, e ci spostiamo nel paese di Laugharne, a meno di 20 miglia di distanza, per una visita di quelle speciali. Qui si trova una casa nota come la Boathouse, che è stata per molti anni l’abitazione del poeta Dylan Thomas e della sua famiglia. D’altronde, non potevamo non venire a casa di qualcuno, anche in questo giro.

Dylan Thomas è una specie di istituzione in Galles, un vanto nazionale, e tutto quello che lo riguarda è praticamente mitico. La casa, che si visita pagando un biglietto (no pics inside), è molto piccola ma bella, posata sul bordo dell’acqua, con un salotto rimasto esattamente com’era quando il poeta viveva qui con la sua famiglia. Uno scrittoio, delle poltrone, un tavolino, una coperta per le gambe, un caminetto, molti quadri e foto alle pareti, soprattutto di sua moglie, e libri e oggetti sparsi ovunque. Tutto molto semplice, senza pretese di lusso, ma confortevole e accogliente. Al piano di sopra sono esposte lettere e oggetti originali appartenuti al poeta, e un filmato racconta, tramite varie testimonianze di artisti che lo hanno conosciuto, la storia della sua breve vita (morì nel 1953 a soli 39 anni) e l’importanza di Laugharne nella sua opera. Questi luoghi lo hanno ispirato tantissimo e qui ha sempre mantenuto le sue radici, e ora la gente del posto ci tiene a dimostrare che non lo ha dimenticato.

Ma se la casa è interessante da visitare, la cosa più bella è gratis, e si trova lungo il vialetto che porta all’ingresso della Boathouse. È il Writing Shed, un minuscolo capanno di legno dipinto di verdino con vista proprio sul mare e sulla St John’s Hill, nel quale il poeta si ritirava a scrivere ogni giorno. Non si può entrare, è troppo piccolo e delicato per lasciarlo invadere dai turisti, ma c’è un vetro sulla porta, e se si mettono le mani di lato agli occhi e si va vicino, si può sbirciare dentro. Come spiare in un altro tempo.

Lo spazio è minuscolo, il capanno sarà 2 metri e mezzo per 1 e mezzo, con una finestra in fondo che prende tutta la parete. Sotto la finestra, la scrivania con la sedia, sulla quale sta ancora appesa la giacca dell’autore. Sopra, una confusione di fogli, pagine, libri, penne, giornali, anche una tazza di caffè, forse ancora da finire. Sulla parete di sinistra una minuscola stufa a carbone, in giro mensole cariche di libri e foto di familiari e dipinti famosi, tra i quali una piccola riproduzione di una Monna Lisa senza cornice che l’umidità ha un po’ arricciolato. Un luogo di lavoro e di studio piccolo e raccolto, con davanti il mare, e tutto il resto alle spalle. Bellissimo.

Qui in questo spazio minuscolo e chiuso come un guscio di vongola sono nate alcune delle poesie più belle di Dylan Thomas, quelle dell’ultimo periodo, ispirate dalla bellezza del panorama circostante e dalla forza del legame del poeta con quest’angolo di terra. Mi fa venire in mente il piccolo capanno da scrittura che abbiamo visto nel giardino di Virginia Woolf, in fondo al frutteto, dove lei si ritirava lontano da tutto e da tutti in un mondo tutto suo, per dare vita alle sue creature inquiete e indimenticabili. Un secolo letterario difficile, il novecento.

Prendiamo un tè e ci riposiamo un po’ giù alla mini caffetteria sul bordo dell’acqua, mentre la terra, che quando siamo arrivati era ovunque, ora pare sparita sotto una soffice coltre d’acqua, e la barca blu, che sembrava prigioniera per sempre di ettari di sabbia, ora trotterella allegra verso la riva. Magari non è tanto adatto a farci il bagno, l’Oceano, ma in cambio regala lo spettacolo incredibile della marea.

Dalla Boathouse percorriamo un sentiero nel bosco che ci porta fino alla chiesa di St Martin, che come ogni chiesa da queste parti ha intorno il suo cimitero, per venire a trovare il poeta nella sua ultima casa terrena. La chiesa è chiusa ed è in restauro, ma il cimitero ha un suo piccolo cancello di ferro a parte, e una volta dentro troviamo subito quello che cerchiamo.

La tomba di Dylan Thomas è sulla sinistra, più o meno in mezzo al campo sul prato che degrada leggermente, ed è facilmente individuabile visto che è l’unica croce bianca in mezzo a una folla di tombe di marmo nero. I poeti si distinguono sempre, anche nei cimiteri.

Sulla croce, solo il suo nome e la data, sul lato anteriore, mentre sul retro c’è il nome della moglie Caitlin, morta nel 1994 e sepolta con lui. Non c’è lapide né pietra tombale, nulla. Solo la croce bianca con la scritta nera, e due piante di erica sul piccolo cumulo di terra davanti alla croce. Lascio un penny vicino ad altri che ci sono già, come mi pare di intuire che si usi qui, ma metto anche un sasso, come faccio sempre, perché non si sa mai.

C’è il sole e fa ancora caldo, ma il bosco intorno è scuro e fresco. Sulle tombe intorno una mezza dozzina di corvi battibeccano tra loro svolazzando da una lapide a un’altra. Se solo stesse piovendo, sarebbe un tardo pomeriggio in perfetto stile gotico britannico. Salutiamo e usciamo richiudendo il cancello dietro di noi, contenti di questa visita. Non mi ha delusa questa tomba, speciale e differente dalle altre come il suo inquilino. Una bella emozione per finire questa giornata.

Da Laugharne ci spostiamo in direzione Llandeilo, dove abbiamo la camera per 2 notti. Non è un b&b ma un piccolo Inn lungo la via, molto carino e accogliente. La stanza è bella e ha un letto a baldacchino – deve essere la giornata giusta – e il piccolo pub al pianterreno ci serve un’ottima cena.

 

E domani toccherà ad altre scoperte in questo sud costiero, dove la regola rimane ancora e sempre valida: ‘Rage, rage against the dying of the light..!’

Lunedì 15 agosto 2016: Pembroke Castle – Tenby – St Catherine Island view – Freshwater West – Pembroke

Ed è già Midsummer…
Notte silenziosissima nella nostra casa nel nulla, solo la solita luce che entra la mattina presto attraverso le tende oscuranti, ma ormai mi ci sono abituata. La colazione è solo continentale qui, ma con molte cose buone, in un bel salotto luminoso dove incontriamo anche alcuni degli altri ospiti della casa. Dopo colazione usciamo in direzione del centro città per visitare il castello di Pembroke, che è uno dei più famosi del Galles. Pembroke è in una posizione strategica ed è stata una città politicamente molto importante nei secoli passati, quindi il suo castello medievale ha sempre rappresentato un richiamo notevole per i potenti di tutti i tempi.

Ma soprattutto, in questo castello, e più precisamente in una delle sue torri, è nato quello che sarebbe diventato re col nome di Enrico VII, figlio di Edmund Tudor e di Margaret Beaufort (del ramo dei Lancaster) che fu il capostipite della dinastia Tudor e che sconfisse il re folle Richard III (degli York) in una battaglia avvenuta vicino a Leicester nella quale Richard non riuscì a scambiare il suo regno per un cavallo rimanendo ucciso sul campo, una morte che mise di fatto fine alla Guerra delle due Rose e che portò la dinastia dei Tudor definitivamente sul trono. In pratica, qui nacque il re che diventerà il padre di Enrico VIII e il nonno di Elisabetta I.

Il castello è molto grande e ben curato, anche se rimangono intatte solo le mura perimetrali e le torri di guardia. Nel centro c’è un grande prato dove è stata riprodotta una enorme mappa del Galles di cemento colorato sulla quale sono segnati i castelli principali del Paese, le città più importanti e le bandiere araldiche più famose, e dove sonnecchia un gigantesco drago pronto a svegliarsi al minimo rumore sospetto…

Le torri sono collegate tra loro da camminamenti, scale e corridoi, e in alcune stanze sono state organizzate mostre con cartelloni, filmati e ricostruzioni sceniche con manichini in costume per illustrare gli eventi più famosi e le abitudini più comuni degli abitanti del castello. E’ una visita molto interessante, e bambini in particolare ne sembrano entusiasti.

In un angolo del grande prato c’è anche una tenda che fa da palco e oggi una compagnia di attori mette in scena una pantomima con canzoni, danze e scenette in cui si ricostruiscono oltre 500 anni di storia di questo castello. Oggi fa caldo e ci sediamo volentieri sul prato per assistere allo spettacolo, sotto un bel sole intenso. È il primo giorno in cui persino io riesco ad andare in giro senza giacca.

Dopo il giro al castello andiamo in un paese vicino che si trova proprio sulla costa, Tenby, che si rivela veramente un piccolo gioiello. Finalmente un paese di mare che si affaccia davvero sul mare, con l’acqua luccicante che si vede dalla via, l’aria profumata di salmastro e la spiaggia con gli ombrelloni colorati. Il centro è piccolo ma delizioso e attira moltissimi turisti, tanto che dobbiamo girare un bel po’ per trovare un parcheggio.

Sarà un po’ per la sua fama di località balneare, un po’ per la giornata di sole e cielo azzurro che è uscita, o un po’ perché forse è festa anche qui in questo bel giorno di Midsummer, ma pare che una buona fetta di gallesi abbiano deciso di venire a Tenby oggi.

Alla fine lasciamo la macchina in un parcheggio a pagamento dentro una pineta, dove ci accoglie una ragazza gentile, e ci incamminiamo verso il centro che è neanche a cento metri di distanza. Il paese è fatto di piccole salite e discese fiancheggiate da casine colorate, edifici eleganti con finestre a bovindo e ceste di fiori sparsi. Sono veramente una quantità incredibile i fiori qui, ce ne sono dappertutto, alle porte delle case, ai balconi, lungo i cigli delle vie, alle rotonde, alle finestre, nei vasi appesi ai lampioni, nelle fioriere a fontana alte oltre 2 metri… sono ovunque e sono bellissimi, un’esplosione di colori magnifica che ti sorprende a ogni angolo. E sono tutti perfetti, neanche uno un po’ sciupato o secco, sono tutti al massimo del loro splendore, come se di notte qualcuno togliesse via quelli appassiti e li sostituisse con altri fiori freschi, per sfoggiarli al meglio di fronte ai visitatori del giorno dopo. Non escluderei che possa essere proprio così.

Ma se il paesino di Tenby è molto carino, la vista che offre la sua costa affacciata sul mare d’Irlanda è assolutamente spettacolare. Ci sono due spiagge principali in centro, ampie e sabbiose, una prima del porto e una di là dalla collinetta dove si trovano le rovine del castello, in una piccola baia che nasconde un gioiello prezioso: St Catherine Island.

Su una scogliera rocciosa lunga neanche 200 metri si trova un possente forte militare con tanto di torrette e bandiere, che fu costruito nella seconda metà dell’Ottocento per difendere la costa gallese da un eventuale attacco di Napoleone. Durante la bassa marea è possibile raggiungere l’isola a piedi, e risalire una lunga scala che porta fino su al forte. In questo momento la marea si sta alzando quindi l’isola è chiusa e tagliata fuori dal resto di Tenby, ma entro poche ore sarà nuovamente possibile visitarla.

Lo spettacolo che offre questa minuscola isoletta col suo forte giocattolo è incredibile, roba da stare lì a guardare per ore. Noi ci stiamo per un po’, mangiando le nostre ottime baguette prese da Greggs e i biscotti allo zenzero, seduti al fresco in uno dei punti più panoramici della cittadina. Quindi facciamo un po’ di giri e parecchie foto, mentre cerco di immaginare che effetto ci farà rivedere questo posto così particolare in uno degli episodi TV della tanto sospirata S4 che il nostro fandom attende e teme da molti mesi…

Dopo un giro alle rovine del castello fino alla statua di Albert, lasciamo le spiagge affollate di bimbi e famiglie con pic-nic, secchielli e palette e ci incamminiamo di nuovo verso il parcheggio.

Riprendiamo la macchina diretti verso Freshwater West, e lungo la via ci fermiamo qualche minuto alla St Mary’s Church, vicino ai Green Arches, perché ho letto sulla guida che è una chiesa molto bella, ma come immaginavo a quest’ora è chiusa e anzi, probabilmente è aperta solo durante la messa. Comunque è bella anche da fuori, posata su un prato verdissimo perfettamente rasato con intorno le classiche tombe di pietra, e un campanile con un tetto a guglia che spicca altissimo sul panorama circostante.

Proseguiamo fino a Freshwater West, una bella spiaggia di sabbia fine lunga quasi 3km immersa nel verde della campagna, con una costa più bassa intorno ma con una falesia che si alza lentamente andando verso sinistra, e sempre più verso la Barafundle bay.

Nonostante il fondo sabbioso e l’apparente tranquillità del luogo questo è comunque oceano, e un cartello avvisa che qui ci possono essere grandi onde e correnti molto forti, per cui chi decide di entrare in acqua deve fare molta attenzione. C’è perfino una stazione di bagnini di salvataggio che tiene d’occhio il tratto di mare che si stende qui davanti, per evitare qualunque problema. Anche qui ci sono diverse famiglie a rilassarsi e prendere il sole, a fare spuntini e leggere libri, a passeggiare e godersi la rara giornata di sole pieno.

Scendiamo fino all’acqua e camminiamo per un po’, scovando anche una casetta con il tetto fatto apposta per sistemarci le alghe a seccare, quelle stesse alghe che abbiamo mangiato da Anthony e Julie (laver bread) e che sono una specialità del posto.

In fondo alla spiaggia sul lato destro la costa risale leggermente e si fa più ondulata, ed è coperta di lunghi ciuffi d’erba morbidamente abbassati dalla carezza del vento di mare. Proprio qui sono state girate alcune delle scene più tristi di ‘Harry Potter e i Doni della Morte’, quelle nelle quali muore il piccolo elfo Dobbie, e riconosciamo facilmente l’atmosfera selvaggia e un po’ misteriosa di questo luogo magico visto nel film. C’era anche lo Shell Cottage qui da qualche parte, mi sarebbe piaciuto vederlo, ma un ragazzo degli addetti al salvataggio ci spiega che non c’è più, è stato smontato e portato via dopo le riprese, il NT ha tirato via tutto e ora non c’è più niente da vedere. Peccato. Resta comunque un posto bellissimo dal fascino insolito, uno di quei luoghi-portale che, nel momento stesso in cui ci metti piede, ti sanno trasportare per magia in un universo sconosciuto tutto da scoprire.

Da qui riprendiamo la macchina e rientriamo verso Pembroke, a una decina di miglia, mentre il sole e il caldo ancora non si decidono a lasciare questa giornata. Parcheggiamo e camminiamo lungo la Main Street, dove quasi tutti i negozi sono chiusi dato che sono già le 18,30. Siamo alla ricerca di un pub dove mangiare qualcosa, e mentre ci guardiamo intorno un signore che stava facendo un prelievo al bancomat ci nota e si fa subito avanti. “Se cercate un buon pub per mangiare c’è il George, proprio qui dietro, a neanche 4 minuti a piedi.” Restiamo sorpresi per un attimo e poi lo ringraziamo per l’aiuto, contenti della sua dritta che ci ha fornito così spontaneamente. Ci spiega bene dove si trova e poi ci saluta con un semplice “ci vediamo lì tra poco!” E così è, infatti.

Il Royal George è davvero un bel locale tipico, con un piccolo angolo bar pieno di gente del posto che beve pinte di birra di varie sfumature dal biondo oro al mogano scuro e chiacchiera tranquillamente, mentre in una zona più appartata sono sistemati pochi tavolini per mangiare. Il piano del tavolo appiccica alquanto sotto le nostre dita, segno che qui si mangia bene… Dobbiamo ordinare subito perché alle 19 smettono di servire la cena, e al momento di pagare, l’uomo alla cassa ci fa addirittura due conti separati, uno per il cibo e l’altro per le birre. Comunque, il cibo è molto buono e la birra ottima, per cui il consiglio del signore incontrato per caso è risultato davvero utilissimo.

Prima di andare via lo salutiamo e lo ringraziamo ancora, e praticamente tutte le persone presenti nel pub si girano verso di noi a salutarci con la mano! Fantastico.
Torniamo alla nostra bellissima camera a riposare, dopo un’altra giornata veramente piacevole. Siamo ormai certi che sarà così anche domani. Grazie, Galles.

Domenica 14 agosto 2016: Stockpole – Barafundle Bay – St Govan’s Chapel – The Green Arches of Wales

Di nuovo domenica qui, con cielo poco nuvoloso e temperature gradevoli, soprattutto se sono previste lunghe camminate come abbiamo in programma noi oggi. Lasciamo la casa di Anthony e Julie dopo una buona colazione (io ho provato il pesce, niente male) e auguriamo loro buona vacanza in Italia, visto che ai primi di settembre torneranno con il loro camper per ben 4 settimane! Beati loro.

Raggiungiamo Pembroke, città principale di questa bellissima area del Pembrokeshire, e da lì proseguiamo verso Stockpole, dove c’è un parco naturale gestito dal National Trust che si estende per parecchi chilometri lungo la costa. Parcheggiamo vicino al Walled Garden e facciamo un giro, anche se attualmente il giardino è in istrutturazione e la gente ne sfrutta soprattutto il negozio di prodotti biologici e la tea room.

Da lì proseguiamo verso i percorsi di hicking che si addentrano nell’aperta campagna fino alla costa, alla ricerca di un posto speciale che aspetto di vedere da tanto tempo e che è anche la spiaggia più famosa del Galles. Camminiamo lungo un sentiero largo e ben segnato che in circa 1 km ci porta oltre a un fiume fino a un altro punto di ristoro, dove troviamo un Parking e un nuovo incrocio di vie.

Risaliamo su per una di queste piste, rimontiamo la falesia tappezzata di erba verde e soffice, scendiamo giù per una ripida scalinata di pietra e alla fine eccoci qua, siamo finalmente arrivati a una delle mete gallesi che più desideravo vedere: Barafundle Bay.

La spiaggia, ampia e profonda, è davvero bellissima, una distesa di sabbia chiara e fine circondata di rocce che racchiudono uno specchio d’acqua calma dove rari turisti stanno incredibilmente facendo il bagno. Scendiamo fino alla riva, ma non ho bisogno di toccare l’acqua per sapere che è molto fredda.

La prima parte della spiaggia è asciutta e soffice sotto le nostre scarpe, la seconda è più dura e umida, è la parte dove arriva la marea quando si alza, e poi c’è il bagnasciuga, pieno di piccoli sassi e conchiglie, dove facciamo una passeggiata. Ci sistemiamo in una zona centrale sul limite della sabbia asciutta e ci riposiamo osservando i cani che giocano vicino all’acqua, le famiglie che fanno il pic-nic sedute sugli asciugamani e i bimbi che fanno il bagno felici indossando la muta.

Si sta benissimo, è davvero un angolo magnifico di Galles.

Avevo un’idea un po’ triste di questo posto, me lo aspettavo bello ma anche malinconico, a causa delle circostanze cinematografiche decisamente drammatiche in cui l’ho conosciuto per la prima volta. Invece non è per niente triste, anzi. È un luogo riparato e tranquillo che suscita un’idea di protezione in uno spazio vasto ma non immenso, e mi ci sento bene. Se socchiudo gli occhi mi pare quasi di vederli, James e i suoi amici, accampati qui a chiacchierare e ridere intorno al fuoco acceso sotto le stelle, a stordirsi di meraviglia ancora una volta nel tentativo disperato di sfuggire al dolore feroce e insensato della tragedia che li insegue, per continuare a vedere solo bellezza e luce in questo piccolo ritaglio di oceano che sta per trasformarsi nell’abisso di mistero più oscuro e profondo che ci sia. Ancora no, però. Per ora è ancora mare dolce, e luce, vento vivo, e profumo di salsedine. Quando verrà il mio momento di incamminarmi in quel mare oscuro, la piccola luce di questo ricordo farà parte di quella mia personale costellazione di stelle che scorterà i miei passi verso il buio. Sono proprio contenta di averla vista, questa famosa Barafundle Bay.

Dopo una sosta rigenerante e benefica ci rialziamo scuotendoci la sabbia di dosso e salutiamo quest’acqua dolce distesa davanti a noi nella sua eterna attesa, risaliamo la lunga scalinata di pietra sulla destra della baia e torniamo verso la Boathouse del NT, dove ritroviamo il piccolo ristoro per i visitatori che avevamo visto prima (e che è proprio quello che si vede nel film), dove ci fermiamo per fare un break con gelato e succo di frutta. Ci sediamo nello spazio esterno riservato ai pic-nic e riprendiamo fiato prima di ripartire.

Invece di fare lo stesso percorso dell’andata per tornare alla macchina decidiamo di cambiare itinerario per vedere anche un’altra parte di questo bellissimo parco e ci inoltriamo in una zona più isolata e selvaggia, dove non incontriamo nessuno per almeno due chilometri. Passiamo tra campi aperti e boschetti, scavalchiamo cancelli e recinzioni, scaliamo collinette e scendiamo lungo sentieri che spariscono nella vegetazione folta, tutto in totale solitudine. Per fortuna non c’è traccia di mucche in giro…

Seguiamo con una certa fiducia le indicazioni fornite dalla mappa che Luca ha aperto nel suo telefono GPS e dopo una bella scarpinata arriviamo finalmente al Lily Pond, che stavamo cercando. E’ uno specchio d’acqua abbastanza grande e bello, chiamato lo Stagno dei Gigli proprio perché centinaia di questi fiori abbelliscono ogni centimetro dei suoi bordi. Purtroppo in questa stagione sono già sfioriti e restano solo i ciuffi di lance delle loro foglie scure e fitte, ma è facile intuire che in primavera qui lo spettacolo deve essere magnifico.

Giriamo tutto intorno allo stagno in una pace assoluta, incrociando solo un paio di altre coppie di visitatori a passeggio, una famiglia di anatre e qualche scoiattolo. Arriviamo fino al ponte di pietra, un bellissimo ponte a campate basse che attraversa lo specchio d’acqua, e lo percorriamo per dirigerci di nuovo verso l’ingresso dal quale siamo arrivati.

Quando raggiungiamo di nuovo la macchina siamo piuttosto stanchi fisicamente, ma ancora carichi di entusiasmo e pronti a ripartire alla ricerca un altro posto qui vicino che sono molto curiosa di vedere, la St Govan’s Chapel. Ci arriviamo in circa 15 minuti, e anche qui c’è un bel parcheggio gratis per i visitatori dove lasciamo la nostra Forfour.

La Cappella è legata alla leggenda locale di St Govan, un eremita e predicatore cristiano che visse in quest’area del Galles nel VI secolo. Pare che durante un tentativo di rapimento da parte dei pirati lui si nasconde in una fenditura della roccia che, per miracolo, si richiuse a proteggerlo, e si riaprì solo dopo che i pirati se ne erano tornati alla loro nave a mani vuote. In seguito a questo evento miracoloso Govan decise di restare a vivere da eremita in una grotta scavata in mezzo a queste stesse rocce, per insegnare la parola di Dio a tutti coloro che passavano e per avvisare la popolazione in caso di avvistamento di altre navi di pirati. Un pozzo di acqua santa cominciò a sgorgare vicino alla riva del mare, oltre la grotta, e i pellegrini venivano fin qui da Govan per curare i loro problemi alle gambe o agli occhi. La sua fama si sparse in fretta e alla fine ebbe molti seguaci che lo ricordarono a lungo, tanto che nel XIII secolo fu costruita una piccola cappella in suo onore proprio nel luogo dove lui era vissuto e dove si dice sia sepolto, proprio sotto il piccolo altare. La cosa insolita è che la cappella, perfettamente completa con tanto di tetto in ardesia, torretta per la campana, finestra e porta di ingresso, oltre a essere minuscola si trova in fondo a una scala di pietra completamente incastrata in mezzo a due alte pareti rocciose, tanto che non c’è neppure un millimetro di spazio tra le mura della chiesa e le falesie circostanti.

Sembra una chiesetta rubata a un paesino minuscolo chissà dove e portata via in volo da un enorme uccello predatore che poi però a un certo punto, stufo di trascinarsi appresso quel peso, ha allargato le grinfie e l’ha lasciata andare, e lei è precipitata giù restando perfettamente incastrata tra queste due pareti di roccia a strapiombo sul mare. Quelli che stavano qui si sono svegliati una mattina e l’hanno trovata così, miracolosamente incastonata nella scogliera come una pietra preziosa su un anello, o come un pezzo di puzzle da sempre mancante finalmente ritrovato. Toh, ecco dov’era finito‘ avranno detto, ‘ora è tutto a posto‘.


Un’altra leggenda pare collegare St Govan nientemeno che a Sir Gwaine, uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda di Artù, divenuto un eremita in età avanzata proprio dopo la morte di Artù e la fine della sua carriera di cavaliere. Le impronte delle sue mani sarebbero miracolosamente apparse sul pavimento di roccia della grotta, e molti pellegrini un tempo scendevano fino qui a pregare perché Govan garantisse loro grazie e realizzazioni di desideri. Persino la scala è magica, qui. Pare infatti che, a contarli, i gradini siano in numero diverso a seconda che si stia scendendo o salendo. Un luogo davvero unico e magico, che ispira meraviglia ed è intriso di spiritualità.

Dopo la sosta in questa incredibile, minuscola cappella risaliamo su fino alla strada e camminiamo lungo la falesia per ammirare il panorama immenso che si gode da quassù, con chilometri di costa rocciosa ricoperta di erica viola e tappeti di erba verdissima che si stendono tutto intorno a noi, e arriviamo fino in cima a una punta che finisce a strapiombo nel mare.

A metà del percorso vediamo alcuni scalatori che si stanno imbracando pronti a calarsi giù dal bordo dello strapiombo lungo la parete rocciosa, con tanto di corde, chiodi, ramponi e attrezzi vari. Non riuscirei neppure a pensarla una cosa del genere, figuriamoci a farla.

Dopo la nostra passeggiata panoramica riprendiamo la macchina e percorriamo altre 5 miglia per raggiungere un altro posto sperduto in fondo a una via stretta e piena di curve, fino a un altro parcheggio al confine col nulla erboso del bordo della falesia. Seguiamo un sentiero sottile stando attenti a non sporgerci troppo sulla sinistra, e alla fine raggiungiamo un altro incredibile milestone del Galles: The Green Arches of Wales. Si tratta di una formazione naturale che crea un possente arco di roccia tra la parete della costa e i gruppi pietrosi che emergono dal mare, con un bellissimo effetto di natura selvaggia.

C’è un piccolo podio rialzato in fondo al sentiero, una specie di punto di osservazione privilegiato costruito apposta per permettere ai visitatori di godere al meglio della vista di questa meraviglia senza rischiare di precipitare giù, e ne approfittiamo più che volentieri. Magari questo posto non ha il fascino di Etrétat, ma è un punto panoramico straordinario di quelli che non capita di vedere tanto facilmente in Europa, con alle spalle chilometri ininterrotti di costa ondulata tappezzata di velluto verde e un intero Oceano che si stende davanti a noi, sotto un cielo così immenso da sembrare senza fine.

Dopo aver lasciato – a malincuore – la falesia e ripreso l’auto, ci spostiamo verso Pembroke e raggiungiamo il b&b di stasera che è in mezzo al nulla della campagna, così sperduto che se non avessimo avuto le coordinate GPS non ci saremmo mai potuti arrivare. E sarebbe stato un vero peccato, perché è un posto bellissimo e la casa checi accoglie lo è ancora di più. Una grande villa di campagna con intorno il giardino e più sotto pascoli di pecore e bosco, un posto fantastico.

La nostra camera è grande e molto bella, con una finestra a bovindo che si apre sulla facciata principale e che contiene un tavolino con due poltrone dalle quali godersi la fantastica vista. È una stanza così confortevole che quando usciamo per cena andiamo più vicino possibile per poter tornare in fretta e non sprecare neppure un minuto lontano da questa sistemazione così piacevole. Al rientro ci gustiamo i biscotti gallesi col caffè che troviamo a nostra disposizione sul mobile vicino al camino, e ci prepariamo a riposare in vista dei giri di domani. Questa sarà una bella notte, dopo una giornata di meraviglie.