Domenica 21 agosto 2016: National Museum of Wales – Bute Park – Llandaff Cathedral – Tardis – Cardiff Bay

Notte calma al nostro YHA, dove ci possiamo alzare un po’ più tardi del solito. Facciamo colazione qui con un piccolo extra sulla stanza, e ci facciamo anche stampare le carte di imbarco dalla reception dato che, purtroppo, tra poco ci serviranno…

Usciamo in auto diretti al quartiere del National Museum of Wales e della Town Hall, a circa 2,5 km di distanza dall’hotel, in una bella zona ordinata e libera che fa venire in mente, in piccolo, quella dei musei di Washington. Parcheggiamo in una strada vicina ed entriamo in un bell’edificio neoclassico con tanto di scala e colonnato, sormontato da una cupola centrale. Il museo è doppio in realtà, cioè comprende sia la sezione di storia dell’arte che quella di scienze naturali, divise su due livelli. In compenso, l’ingresso è gratis in entrambi i musei, come da buona tradizione britannica. God save the Queen.

La hall è grande e bella, e riconosco immediatamente la doppia scala dove è stato girato l’episodio di Sherlock ‘The Blind Banker’, con al centro la statua in bronzo del tamburino. Wow. Sopra è indicato persino il piano delle porcellane e delle cineserie: manca solo Soo Lin! Una bella emozione per me.

Cominciamo dalla sezione d’arte, e facciamo tutto il giro seguendo la piantina che abbiamo preso all’ingresso. Le stanze sono grandi e ben organizzate, la luce è buona quasi dappertutto e le opere sono divise per periodo storico, con solo alcune sezioni dedicate esclusivamente ad artisti gallesi. Ci sono buoni pezzi per essere un museo non grandissimo, niente di prima del 1500 ma insomma, diversi lavori italiani e francesi di fine Rinascimento, un po’ di inglesi e poi alcuni fiamminghi, tra i quali una piccola deposizione in grisaglia piena di pathos, un paio di Rubens e un magnifico ritratto di nobildonna di Rembrandt che è spettacolare, uno dei pezzi migliori di tutto il museo, e che naturalmente è l’unica opera che non si può fotografare.

Nelle sale vittoriane troviamo alcune marine di Turner, sempre potenti e magiche come solo lui sa essere, e uno splendido dipinto del Pre-Raffaellita Millais, intriso della sua tipica raffinatezza. E’ una versione drammaticamente elegante della parabola biblica di Iefte, dipinta un po’ à la David, in cui si vede Iefte, che aveva promesso a Dio di sacrificargli la prima persona che avesse visto al suo ritorno se Lui gli avesse garantito la salvezza in guerra, piegato dal dolore di fronte al proprio destino sfortunato, in quanto per mantenere la sua promessa a Dio dovrà uccidere proprio la sua unica figlia, che lo aveva accolto sulla porta di casa. L’azione è bloccata nel momento paralizzante del dolore, quasi una scena teatrale in cui ogni attore è fissato in un istante al quale non riesce a sfuggire, ma il dramma è come ammorbidito dalla bellezza dei volti delle donne e dei loro sguardi persi, dei tessuti e dei colori delle loro vesti, dei materiali ricchi e variegati che avvolgono tutto: sete, pellicce, pizzi, cuoio, gioielli, con un effetto finale di grazia e purezza che riporta davvero indietro, ben oltre le esagerazioni del manierismo.

La tipica atmosfera magica dei Pre-Rafaelliti ce la regala anche una bellissima opera di Burne-Jones dominata da un cerchio di tre misteriose figure dorate su fondo neutro che sembrano fluttuare nell’aria in una danza macbethiana intorno a un giovane bellissimo chino verso di loro. La grande scritta in latino nella parte alta del quadro narra del mito di Perseo, che riesce a rubare l’unico occhio delle Graie per andare alla ricerca di Medusa e ucciderla, anche grazie allo scudo donatogli da Atena. Parole e figure sono quasi in rilievo, come fossero sul punto di emergere magicamente dalla tela per mettere in scena la loro danza misteriosa davanti ai nostri occhi.

Ci sono anche gli impressionisti naturalmente, immancabili, con la poesia rurale di Millet, la matematica bellezza dei paesaggi di Cezanne, e un Manet proprio accanto a un Monet. Come dice Luca, si sono riuniti…

In una sala troviamo anche due sculture di Degas, piccole e magnifiche: una classica ballerinetta e una bagnante che si toglie qualcosa dal piede, così armoniosa e perfetta da far venire voglia di infilarsela in borsa e portarsela via.

Particolarmente luminosi e rari, due pezzi di Morandi: un piccolo vaso di fiori, e una natura morta con bottiglie e barattoli, muti e sorprendenti, non mi aspettavo davvero di trovarli qui.

Uno dei più recenti tra i miei preferiti è Bacon, presente qui con il suo Tentativo di Autoritratto.

Sullo stesso piano dei dipinti si trova una bellissima esposizione di porcellane inglesi, tedesche e cinesi di vari secoli, con pezzi storici e stili a confronto, una chicca per gli appassionati. C’è persino una copia del Vaso Portland, che abbiamo visto alla fabbrica di Wedgwood, e una teca di piccole sculture in giada magnifiche.

Una menzione a parte merita la mostra dedicata alle storie illustrate (no pictures), con una serie di bellissime tavole originali dei migliori artisti del settore. Su tutti Quentin Blake con i suoi disegni delle famose storie per ragazzi di Roald Dahl, che era nato qui a Cardiff. Davvero una piccola mostra splendida, divertente e commovente, che ti fa entrare in un mondo magico fatto di linee e colori. Un paradiso, a essere un illustratore.

Al piano di sotto visitiamo anche il Museo di Storia Naturale, molto grande e ben fatto, con le rocce, i fossili, le conchiglie, lo sviluppo della terra, le piante, gli insetti, i mammiferi, gli uccelli, i pesci, le galassie, i vulcani, le derive dei continenti, i dinosauri… c’è tutto quello che serve per far passare una giornata divertente e interessante a bambini di ogni età, a giudicare dall’entusiasmo di quelli che vediamo qui.

Alcune teche sono più tecnologiche di altre, alcuni animali sono un po’ più spelacchiati di altri, ma questa è la magia dei musei di storia naturale, ci entri e ci credi a occhi aperti, e non ti serve altro.

Dopo il giro andiamo alla caffetteria e prendiamo una zuppa e dei biscotti, e ci godiamo un po’ di meritato riposo dopo tanti passi tra arte e scienza.

Quando usciamo superiamo la Town Hall, dove pare si stia preparando una cerimonia di nozze indiane, a giudicare dagli abiti in stile Bollywood degli invitati, e proseguiamo verso il Bute Park, il principale parco cittadino. Siamo diretti alla Cattedrale di Llandaff e lo attraversiamo lentamente con l’idea di fare una passeggiata, ma non ci eravamo resi conto che fosse così lontana. Il problema non è solo la distanza ma il fatto che piove di nuovo, leggero e fitto, e non pare abbia intenzione di smettere a breve.

Alla fine ci arriviamo, un po’ bagnati ma contenti di trovarla aperta perché c’è la messa in corso. Ci sediamo e assistiamo alla parte finale della funzione, che è bella perché comprende un coro che canta e la musica di un organo enorme che si espande fino su al grande soffitto di legno. La chiesa è molto bella, risale al XII secolo ma ha subito gravissimi danneggiamenti nei secoli, tanto che a un certo punto è stata usata anche come birreria e come stalla. È stata restaurata seriamente solo a partire dal periodo vittoriano e infatti, come altre cattedrali, è fiancheggiata da due torri differenti, una quadrata normanna con le piccole guglie agli angoli e una più alta e sottile con il tetto a punta.

L’interno è completamente diverso da come ce lo aspettavamo, e molto affascinante. Al centro del transetto spicca una enorme Maestà in legno di Jacob Epstein, aggiunta nel XX secolo e posata su un doppio arco in cemento, dominata da una gigantesca scultura di Gesù sospesa proprio sopra la navata, con un effetto di contrasto molto elegante tra archi medievali in pietra e struttura moderna in legno.

A prima vista mi fa venire in mente gli Scissor Arches della Cattedrale di Wells, a cui forse la struttura è ispirata, e anche se questa non è impressionante come quella, è comunque un esempio di perfetto amalgama tra antico e nuovo. Il coro e l’organo sono moderni, ma ci sono altre cappelle preziose, soprattutto quella dietro il coro, dove si trova l’altare principale, che ha finestre con decorazioni di Burne-Jones. Facciamo un giro veloce dopo la messa perché stanno già chiudendo, ma sono contenta di questa visita.

All’uscita piove ancora, e non smette per tutto il lungo percorso all’indietro fino alla macchina. Non piove forte ma è continuo, alquanto fastidioso. Anche se non sembra così per i locali, che camminano, fanno jogging o vanno in bici come se niente fosse. La forza dell’abitudine… Alla fine ritroviamo la macchina e torniamo verso la Cardiff Bay, dove facciamo altri giri. Scuriosiamo nel Millennium Centre, molto bello anche dentro, anche se c’è pochissima gente a quest’ora. Qui si trova l’ufficio turistico di Cardiff, ma soprattutto il Teatro Nazionale del Galles e le sedi delle compagnie nazionali di opera, balletto, musica tradizionale e molte altre associazioni culturali gallesi. E qui ci sono i botteghini per acquistare i biglietti per tutti gli spettacoli in programma.

Da qui andiamo nel vicino locale Bill’s a cena, un piccolo bistrot molto carino che offre piatti speciali e cibi organici locali, compresa una birra artigianale molto buona.

Dopo un caffè americano andiamo a fare un giro alla baia, ma in auto, perché vogliamo arrivare dalla parte opposta di quella già vista. Passiamo dalla chiesa norvegese, dalla piccola piazza con la statua che ricorda la spedizione di Scott al Polo partita proprio da qui e finita tragicamente, e arriviamo fino in fondo, dove sorge la strana struttura ultramoderna in cui si può fare la Dr Who Experience.

Noi non la faremo, non siamo veri fan di questa famosissima serie, ma ero curiosa di vederla da vicino perché sono comunque fan di Moffatt, e poi abbiamo un Dalek in hotel (c’era anche stamani a colazione con indosso lo stesso costume, secondo Luca non se lo toglie neppure per dormire…), anche se di fatto si può vedere solo la porta d’ingresso.

Ma c’è un piccolo Tardis lì fuori, posato su uno spuntoncino di verde che finisce nell’acqua, e gli faccio volentieri una foto, con sullo sfondo tutta la baia che comincia a illuminarsi. Perché non si può dire di essere stati davvero a Cardiff, se non si è venuti fin qui.

Rientriamo contenti e stanchi, e anche un po’ più asciutti, dato che il vento si è alzato e ha spazzato un po’ di nuvole dal cielo. Speriamo che domani non ci serva più l’ombrello, nella capitale della terra del drago.

Sabato 20 agosto 2016: Caerphilly Castle – Castell Coch – Transporter Bridge – Cardiff

Cominciamo la nostra giornata in questa bellissima casa con un morning non molto good, visto che ha diluviato tutta la notte e ancora piove mentre scendiamo nella sala a fare colazione. È una pioggia leggera ma fitta, con grosse nuvole grigie gonfie d’acqua che folate improvvise di vento fanno volare qua e là come stracci stesi.

Mangiamo benissimo dalla signora Ann, con pane, dolci e marmellate fatti da lei, e ci fa assaggiare anche del formaggio locale di Caerphilly molto saporito. Poi, insieme ad una coppia di inglesi anche loro ospiti della casa, incontriamo i suoi 3 cani, vivaci e felicissimi di essere stati liberati dalla stanza in cui erano relegati ed essere stati ammessi nel salotto a scuriosare e ad annusare un po’ di gente nuova. La casa è davvero stupenda, enorme e confortevole, arredata benissimo, un vero castello in piccolo. E’ un peccato andare via, lo ripetiamo più volte ad Ann e suo marito prima di ripartire.

La prima tappa di oggi è a una decina di chilometri di distanza, il castello di Caerphilly, che si trova proprio nel cuore di questo paesino carateristico. Il castello, spettacolare già da fuori, è il più grande dei castelli normanni in Galles e ha ancora le possenti mura di cinta intatte con i bastioni enormi e il fossato tutto intorno, che di fatto forma quasi un vero e proprio sistema di laghi collegati tra loro. Entriamo gratis anche qui, grazie alle nostre tessere dell’English Heritage stavolta, visto che questo castello fa parte dei beni gestiti dal World Heritage.

Le antiche torri, alte e diritte, sono in piedi dalla seconda metà del XIII secolo, quando vennero tirate su per volere di Gilbert de Clare. A parte una a dire il vero, che è semidistrutta e appare come fosse stata spaccata in due da una spada gigante. La metà rimasta in piedi pende ormai pericolosamente verso l’esterno, e ha un’aria molto precaria.

Pare che il cedimento murario si dovuto semplicemente a un abbassamento graduale del livello del terreno, ma comunque l’effetto finale è drammaticamente perfetto per un castello medievale come questo. Inoltre, con un certo umorismo, dopo i restauri e i consolidamenti completati in epoca recente, è stata messa vicino alla torre pendente una scultura alta almeno 4 metri che raffigura un potente cavaliere intento a sostenere la parete cadente con la forza delle proprie braccia. Luca si accoda subito al cavaliere e lo aiuta a reggere, of course. Non veniamo mica da Pisa a caso…

C’è anche una bellissima Great Hall che è stata completamente restaurata, e che può essere affittata per celebrare cerimonie e feste private. Oggi è previsto un matrimonio qui e il sevizio del Catering sta già preparando tutto con grande cura, peccato solo per il clima davvero avverso. Se la sposa bagnata è una sposa fortunata, allora quella di oggi sarà la Paperoga gallese…

Attraversiamo varie sale, tutte vuote ma arricchite da ricostruzioni di dettagli originali sotto forma di sculture in legno che ricreano immediatamente l’atmosfera medievale. Ci rifugiamo in varie torrette e camminamenti coperti tra uno scroscio di pioggia e l’altro, e arriviamo fino al grande prato a sud dove sono conservate le ricostruzioni di alcune delle più grandi armi da battaglia anti assedio mai inventate: le catapulte e le balestre. Tutte in legno e ferro, enormi e in condizioni perfette, immobili e silenziose eppure dall’aspetto assolutamente minaccioso, come animali in agguato pronti a scattare al primo rumore sospetto.

La vista sulla campagna circostante e sul vicino paese di Caerphilly è impressionante nonostante il castello non sia in cima a una collina o a una rocca come altri che abbiamo già visto, e cerco di fare qualche foto nelle pause di asciutto senza mettere troppo a rischio la mia fotocamera.


Alla fine del giro passiamo per il piccolo shop, e sentiamo parlare italiano per la seconda volta da quando siamo arrivati in UK. Poi, visto che qui non c’è la caffetteria, riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso la prossima meta, distante solo circa un quarto d’ora.

Castel Coch è un castello decisamente anomalo rispetto a quelli visitati finora, ma per questo vale la pena venirlo a vedere. Le fondamenta sono quelle di un vero castello del 1300, seppure molto piccolo, ma resta ormai pochissimo di quel passato lontano. Tutto quello che si visita oggi è un rifacimento moderno tirato su dall’architetto Burgess alla fine dell’Ottocento per il terzo marchese di Bute, che voleva una residenza fuori Cardiff dove ricevere i suoi ospiti più intimi. Burgess disegnò per lui questo originalissimo castello di campagna, in uno stile gotico vittoriano che sfiora decisamente lo stravagante. Un altro di quei casi che dimostrano come generalmente, quando la moda del tempo si sposa con possibilità economiche praticamente illimitate, nascono strani mostri.

Il castello, in perfette condizioni, ha un aspetto decisamente fiabesco, con le torri di pietra a base rotonda di altezze differenti, i tetti a cono di ardesia e le finestre con gli infissi in legno di colore rosso vivo (Coch in gallese vuol dire rosso). La scala porta a una galleria circolare coperta ornata di colonnine, che racchiude un mini cortile centrale dal diametro totale che non supera i 20 metri. Anche qui entriamo gratis con l’English Heritage, e prendiamo volentieri l’audio guida offerta dalla signora alla cassa per ascoltare nei dettagli la storia di queste stanze. Non c’è molta gente e piove appena, e comunque il castello è piccolo e si gira bene.

Lo stile è alquanto eccentrico, forse all’interno ancor più che all’esterno. La sala dei banchetti è un salone lungo con un grande caminetto decorato e un soffitto a travi dipinto in maniera molto ricca, ma la prima sala davvero stravagante è il salotto successivo, a pianta ottagonale, con un enorme caminetto sormontato da sculture lignee policrome che raffigurano le parche del destino. Alle pareti spiccano decorazioni pittoriche dedicate alla natura e agli animali, con raffigurazioni ispirate alle fiabe di Esopo. Sopra a tutto si chiude un soffitto a cupola affrescato con voli di uccelli esotici, farfalle, e poi un firmamento stellato. Davvero stupefacente.

Al piano di sopra si trova la camera del marchese, con mobili intarsiati e dipinti di color verde e oro, abbastanza piccola e semplice per essere quella del padrone di casa, con un bellissimo caminetto abbellito da una cornice in legno scolpito a foglie e fiori tra i quali spuntano animali del bosco come ricci, maialini d’India e lontre.

Ma il vero tripudio di stravaganza è esposto nella camera della marchesa, in cima alla torre, molto grande e tutta decorata di rosso e oro, con mobili incredibilmente cesellati, il soffitto dipinto a fasce concentriche come un bosco in cui si muovono scimmie, uccelli e farfalle, e con colonne sormontate da piccoli capitelli sui quali sono scolpiti uccelli e nidi. Il letto qui è grande, in legno lavorato, con delle sfere di cristallo posate sui quattro pomoli.

Un pezzo straordinario è il lavabo, con i pesci dipinti sul fondo del bacile ribaltabile e due grandi torri merlate sui lati che nascondevano i rubinetti dell’acqua fredda e calda.

Mi fa venire in mente quando abbiamo visitato il Palazzo di Sintra, una specie di Parco Disney in salsa moresca, così assurdamente colorato e variegato, o il Castello di Neuschwanstein, famoso proprio per lo stile fiabesco della sua incredibile architettura, un’altra follia costosissima tutta dedicata al culto dei cavalieri medievali tirata su in pieno romanticismo. Certo Neuschwanstein mi era piaciuto di più, di una raffinatezza assoluta fin nei minimi dettagli e con pezzi di valore artistico assoluto. Si sentiva che Ludwig ci credeva davvero, ecco: non voleva solo una casa in campagna per passarci un week-end dal gusto esotico con i suoi ospiti, lui voleva costruirsi una macchina del tempo capace di farlo fuggire via da tutto e da tutti quando più ne aveva voglia, e riuscì ad ottenerla. Una macchina così ben costruita, da funzionare perfettamente ancora oggi.
Comunque è bello anche questo piccolo castello rosso, così insolito e stravagante, e sono contenta di averlo visitato. Mi piace sempre vedere fin dove si può spingere la fantasia di chi ha la fortuna di poterla lasciare alzare in volo libera dalle briglie del budget.

Facciamo il giro della balconata esterna e della sala informativa dei visitatori, quindi prendiamo un tè con ottimi dolcetti gallesi nella tea room e ci riposiamo un po’ prima di ripartire verso Cardiff.

Ma prima facciamo una piccola deviazione verso Newport, mentre continua a diluviare. E vabbè, oggi va così. Qui raggiungiamo un’altra struttura architettonica molto particolare, un ponte questa volta, ed è uno di quelli che non ho mai visto. Si trova sul fiume Usk, ed è un Transporter Bridge, cioè un ponte trasportatore, ormai un milestone della città.

Risale al 1906, ed è bellissimo già da lontano. Due torri di metallo alte oltre 70 metri unite da una sezione orizzontale lunga circa 180 metri, solo che questa volta la sezione che unisce le torri si trova in alto, e non al livello della strada. Da lassù scendono una serie di cavi d’acciaio che sorreggono una specie di grande cesto di metallo, chiamato gondola. I mezzi o le persone che devono passare dall’altra parte del fiume salgono sulla gondola e restano fermi, ed è il ponte a portarli di là, facendoli levitare piano piano al di sopra dell’acqua. Spettacolare.

Questo tipo di ponte è molto raro, ne sono stati costruiti pochi con questo sistema e ne sono rimasti solo 8 in funzione in tutto il mondo. In questo caso fu scelto per motivi tecnici, che risultano validi ancora adesso, tanto che continua a fare il suo lavoro a tutt’oggi, anche in questo momento davanti ai nostri occhi. Qui le rive sono basse, quindi un ponte normale non avrebbe permesso il passaggio delle barche o dei traghetti lungo il fiume. Un ponte apribile sarebbe stato più costoso e meno efficiente, e un ponte ad arco curvo sarebbe stato tecnicamente difficile da realizzare perché ci sarebbe stato bisogno di una curva impossibilmente alta. Quindi, pensarono a questa soluzione: se i mezzi non possono muoversi sul ponte, sarà il ponte a muoversi sotto di loro. Semplice.

Si paga un piccolo pedaggio, si sale, e si viene portati di là in pochi minuti. Quindi la gondola viene svuotata e riempita di nuovo, e riparte per il suo viaggio al contrario. Avanti e indietro come un pendolo, a ricucire insieme due pezzi della città.

Si possono anche salire le scale lungo le torri e attraversare a piedi il ponte superiore di metallo, e mi sarebbe piaciuto farlo, ma è tutto all’aperto e con questa pioggia e vento preferiamo lasciar perdere. È già abbastanza impressionante vederlo da giù.

Ripartiamo in direzione Cardiff e raggiungiamo il YHA senza difficoltà. La camera che ci assegnano è spaziosa e carina, pulitissima, e c’è il parcheggio privato gratuito. Al check-in ci sono molti ragazzi giovani e uno di loro indossa con la nonchalance tipica del vero fan un buffo costume da Dhalek in gommapiuma, completo di tutti i dettagli. Ehi, siamo davvero a Cardiff. Ci sistemiamo e poi andiamo in auto verso il centro, che è piuttosto vicino ma collegato tramite strade grandi e trafficate sconsigliabili da fare a piedi. Ci fermiamo in un parcheggio della Cardiff Bay dove usano un sistema per noi nuovo. Si entra e si lascia la macchina senza prendere nessun ticket, mentre una telecamera prende nota della targa. Quando poi torni inserisci il numero di targa nella macchinetta, che calcola quanto sei stato e quanto devi pagare. Paghi e vai all’uscita dove la targa viene riconosciuta ancora, e la sbarra si apre automaticamente. Semplice ed efficiente.
Facciamo un giro nella bay, e ci dà subito un’impressione di vivacità e animazione. Sarà che ci eravamo abituati ai paesini piccoli, e ora tutto ci pare affollato.

Giriamo a piedi fino al vicino Millennium Centre, molto bello, e fino al molo con le barche e una vista fantastica sulla baia. Vediamo anche il Tardis dalla parte opposta, piccolo e blu, accanto alla grande struttura della Dr Who Experience.

Gironzoliamo per Bute Street e poco dopo, con mia grande gioia, troviamo anche il pub The Packet, dove entriamo a scuriosare in cerca della cena. Non danno da mangiare purtroppo, solo da bere, ma faccio lo stesso un giro, emozionata, e riesco a scattare una foto a uno sfondo che conosco assai bene. Ci manca solo il tavolino con Anderson e la sua mappa..!

Alla fine ripieghiamo su un Nando’s grande e affollato, dove si sentono molti buoni profumi di piatti speziati, e mangiamo in tranquillità prima di rientrare verso la camera.

Piove solo a sprazzi, speriamo che domani smetta del tutto. Abbiamo molte cose da vedere qui.

Venerdì 19 agosto 2016: Swansea – Dylan Thomas birthplace – Blaenavon – Big Pit National Coal Museum – Blackwood

Notte silenziosa anche in questa piccola pensione, nonostante abbia le finestre proprio sulla via. Ma qui di notte non circola davvero nessuno… Stamani ci svegliamo sotto una pioggia battente e il cielo coperto non promette nulla di buono per tutto il resto della giornata. L’aveva detto la BBC Wales, ieri. La colazione è molto ricca e ben presentata nella piccola stanza da pranzo del B&B e ce la prendiamo comoda, per niente ansiosi di uscire sotto l’acqua.

Alla fine raccogliamo tutto e salutiamo il signore gentilissimo che ci ha ospitati, diretti poche strade più su. Come prima tappa di oggi facciamo un salto a vedere la casa natale di Dylan Thomas, che era nato qui a Swansea. Adesso è una casa privata, ma c’è la classica placca blu sulla facciata che indica che lui era nato proprio in questo edificio, e si possono fare visite guidate su prenotazione un paio di volte al giorno. Noi scattiamo solo qualche foto e ripartiamo, perché per oggi abbiamo un altro programma che ci attira assai di più.

Per il poco che possiamo vedere passando, Swansea non ci sembra particolarmente bella, è un po’ squallida e incolore a dire il vero, molto grande ma insolitamente vuota. Ci sono molte auto a creare traffico ma nessun carattere speciale, che per essere una cittadina sul mare è un po’ insolito. Peccato.

Ci spostiamo di una sessantina di chilometri verso est, sotto alle Brecon-Beacons, fino a Blaenavon, dove finalmente troviamo il Big Pit National Coal Museum. Non ci importa nulla della pioggia in effetti: oggi si va sotto terra.

Troviamo il Big Pit Museum con facilità, paghiamo il parcheggio e andiamo subito verso la biglietteria. L’ingresso è gratuito ma rilasciano comunque un biglietto numerato, per controllare con sicurezza quante persone entrano e quante escono. C’è la fila per andare giù a fare la visita del pozzo, ma la nostra attesa sarà di 50 minuti scarsi da trascorrere parte all’esterno e parte all’interno del museo, lungo un percorso dove sono esposte vecchie foto e bellissimi tabelloni informativi che illustrano la storia di questa importante miniera gallese. C’è anche un monitor che mostra le immagini dei visitatori che sono già scesi e che cominciano il loro percorso nelle gallerie, ombre vaghe che si muovono nel buio alla sola luce traballante delle lampade accese sui caschetti di protezione. Siamo già emozionati, non vediamo l’ora che venga il nostro turno.

Alla fine tocca anche a noi, e raggiungiamo la zona dove ci forniscono i materiali di protezione obbligatori: il casco, la cintura con attaccata la batteria per la lampadina, che è una batteria speciale senza rischio di scintille, la luce da fissare sul casco, e uno scatolotto di metallo chiuso con un gancio che somiglia a una specie di cestino del pranzo di un tempo. Come dice Luca, così se ci perdiamo abbiamo la razione di cibo per resistere finché ci trovano! Beh, spero proprio che non succeda perché il barattolo è piuttosto piccolo e quindi ci dovrebbero ritrovare in molto fretta…
Dobbiamo consegnare tutti gli oggetti che non possono scendere, in particolare tutto quello che ha una batteria, le fotocamere (sigh…), gli accendini, gli orologi, i telefoni, praticamente lasciamo tutto il nostro zaino in un mobiletto apposito chiuso a chiave e, come tutti, lo riprenderemo all’uscita. Non può scendere nulla che abbia un qualunque tipo di batteria e quindi crei la più piccola possibilità di scintille, a causa del pericolo di gas esplosivi che sempre possono circolare nelle gallerie di una miniera di carbone. Può sembrare una precauzione estrema, anche considerando che l’impianto non è più in attività, ma visto che i visitatori sono semplici civili e spesso famiglie con bambini, la prudenza non è mai troppa.

La nostra guida è un signore simpatico con uno strano accento che poi si rivela essere addirittura australiano. Ha fatto il minatore per oltre 16 anni, anche se non qui e non in pozzi così vecchi con condizioni di lavoro così antiquate e rischiose. Saliamo nella gabbia di ferro che fa da ascensore, che abbiamo visto mille volte nei film, con la nostra luce precaria accesa sulla testa e un po’ di batticuore, e scendiamo lentamente nel buio dei 90 metri di profondità del Big Pit.

Questo pozzo fu aperto nel 1860, è uno dei più vecchi e famosi, e naturalmente uno di quelli in cui le tecnologie moderne sono arrivate solo decenni dopo che fu aperto. Il lavoro qua sotto è stato durissimo e ha impegnato intere generazioni di famiglie di Blaenavon, con un picco massimo di quasi 1400 minatori impiegati negli anni di maggior sfruttamento e circa 250 posti di lavoro persi in un colpo solo al momento della sua chiusura, nel 1980. All’inizio naturalmente non c’erano la corrente elettrica o la tecnologia ad aiutare i minatori, quindi tutto il lavoro veniva fatto a mano o con l’aiuto dei cavalli. Con l’attività a pieno regime si potevano contare fino a 72 cavalli impegnati nei pozzi, che venivano portati giù per aiutare a fare i lavori più pesanti e che, una volta scesi, non sarebbero mai più tornati in superficie. Percorriamo gallerie basse e scure sorrette da archi di ferro e sostenute da tronchi, con un pavimento di terra fangosa che ormai ha quasi inglobato la rete dei binari e un continuo scorrere di acqua ai lati delle pareti. La guida ci spiega il giro che facevano i carrelli di carbone, che entravano vuoti e risalivano pieni in superficie, e i compiti dei vari uomini e dei bambini, anche loro regolarmente presenti nei pozzi, mentre le donne che restavano all’esterno avevano ruoli fondamentali nella gestione delle famiglie del tempo.
I grossi carrelli erano di ferro, li incontriamo abbandonati e arrugginiti in vari punti del percorso, e contenevano 1 tonnellata di carbone ciascuno; ne risalivano 20 per volta. Questo giacimento era ricco e il minerale era di facile estrazione, quindi la miniera ha lavorato ininterrottamente per circa 120 anni prima di essere chiusa per ragioni di sicurezza, e anche perché in altre miniere più moderne si è cominciato a ottenere questo stesso minerale con meno rischi e a costi inferiori, tanto che anche in Galles ormai il carbone conviene più comprarlo che scavarlo.
Inutile dire che le condizioni di lavoro erano terrificanti: turni di 12 ore al freddo e all’umido, senza luce naturale né aria fresca, immersi nel rumore delle trivelle e nella polvere e al costante pericolo di esplosioni incontrollate, all’inizio senza neppure le protezioni di caschi e guanti che arrivarono solo dopo. In cambio di tutta questa fatica e questo sacrificio, spesso i lavoratori non ricevevano neppure un vero e proprio salario ma delle specie di monete rotonde con un foro in alto, dei token da spendere esclusivamente nel negozio del centro minerario, per acquistare prodotti di prima necessità. Sai la soddisfazione.
Facciamo un sacco di domande col nostro gruppo, il giro è molto interessante e la guida spiega tutto con precisione, si vede che sa di cosa parla, anche se non ha mai lavorato in condizioni così difficili per fortuna. Ci racconta che qui alcune gallerie erano così basse che gli uomini dovevano lavorare in ginocchio per terra, o addirittura sdraiati. Per far circolare l’aria nel modo giusto ed evitare rischi di pericolosi passaggi di gas, in alcune gallerie erano state messe delle porte di legno che chiudevano il corridoio. Tenere chiuse le porte era fondamentale, ma serviva anche che venissero aperte all’arrivo dei cavalli che tiravano i vagoni pieni di carbone o quelli vuoti da riempire. Allora, un bimbetto di 6 o 7 anni, piccolo e senza necessità di usare una forza particolare, doveva restare seduto per 12 ore nel buio totale, al freddo, in ascolto, e aprire la porta quando sentiva lo scalpiccio del cavallo che si avvicinava. Dopo che era passato, richiudeva, e aspettava il prossimo. Nel buio, perché la torcia con la fiamma era pericolosa, seduto per terra al freddo per tutto il tempo. La guida ci fa spegnere tutte le nostre luci sui caschi e restiamo nell’oscurità e nel silenzio totali, per capire come poteva essere, e vedere quanto tempo resistiamo. Non passano neanche 20 secondi che una signora riaccende la sua lampada, sgomenta. E non siamo neppure dei bambini.
La struttura delle gallerie è ancora più o meno com’era nel 1980, quando la miniera fu chiusa, e non è difficile farsi un’idea generale di come lavoravano questi uomini coraggiosi e orgogliosi ogni giorno, ma ovviamente non sarà mai neppure una pallida ombra di come doveva essere davvero stare qui sotto per anni, a lavorare in queste condizioni disumane. Erano chiamati minatori invece di schiavi, ma era solo un dettaglio semantico.
Una delle cose più curiose che vediamo in funzione è la Lampada di Davy, una lanterna in cui arde una vera fiamma che però, grazie a un vetro chiuso e una doppia retina di rame molto fitta, non può assolutamente uscire dalla lampada e causare disastri. Inoltre, il suo sistema a rete lascia entrare una minima quantità di eventuali gas presenti nei locali così che, quando la fiamma diventa blu, rivela la presenza invisibile di metano nell’aria intimando ai lavoratori di abbandonare subito il luogo in cui si trovano, mentre invece se la fiamma tende a spegnersi indica che c’è una concentrazione troppo elevata del pericolosissimo monossido di carbonio, e anche in questo caso avvisa i minatori che è meglio scappare via. Non lo sapevo, ma già una minima concentrazione del 2% di monossido può uccidere una persona in mezz’ora, mentre se arriva al 4% bastano solo 15 minuti per non avere scampo. La lampada si chiama col nome del suo inventore, e nonostante le nuove risorse tecnologiche, resta ancora oggi lo strumento più sicuro e affidabile che i minatori scelgono di portare con sé nei tunnel del carbone. Il monossido è anche il motivo del nostro cestino di metallo attaccato in vita, che non è la razione di cibo prevista da Luca purtroppo, ma una più utile maschera anti-gas. In caso di pericolo si tira fuori e si indossa, e il tempo a disposizione per uscire salvi da un locale invaso dai gas si allunga fino a un’ora. Buono a sapersi. Inevitabilmente viene fuori anche la storia dei canarini, e la guida conferma che c’erano davvero, in gabbiette appese in alto vicino al soffitto, perché il gas tende a essere più leggero dell’aria e a salire. Se il canarino smetteva di cantare e soffocava, indicava la presenza di gas a concentrazioni troppo alte con rischio di incendi o esplosioni, e tutti dovevano scappare. Questo, prima dell’arrivo della lampada di Davy, che ha salvato molte più vite di quanto non abbiano fatto i poveri canarini.
Alla fine del giro, oltrepassate diverse porte di legno e percorsi diversi locali più o meno ampi comprese una sorta di stalle dove venivano ricoverati gli sfortunati cavalli che lavoravano qua sotto, arriviamo nuovamente all’ascensore di ferro. Entriamo nella gabbia e riemergiamo lentamente dal fondo dei 90 metri del pozzo, passando dal buio sferragliante del Big Pit alla luce grigia del giorno. È vero che là sotto l’aria ci è sembrata fresca quando siamo scesi, ma se d’estate si percepisce questo effetto fresco, in inverno i minatori passavano dal freddo gelido della superficie alla temperatura costante del sottosuolo, che poteva essere parecchi gradi più alta di quella esterna. Le macchine in funzione e le esplosioni delle estrazioni rendevano poi l’ambiente estremamente caldo e soffocante, il che andava solo a peggiorare ancora di più le condizioni di lavoro. E’ un vero sollievo, essere di nuovo all’aperto.
Lasciamo le attrezzature di sicurezza e riprendiamo lo zaino, quindi salutiamo con gratitudine la nostra guida, lasciamo una piccola offerta nel box per il mantenimento del museo e facciamo un altro giro fuori. Il paesaggio è incredibile, colline morbide coperte di erica viola e erba giallastra, e segni di gallerie sotterranee visibili anche da sopra, scavate anticamente quando la miniera era solo di ferro. Questo sito è patrimonio dell’UNESCO e lo stanno sempre più valorizzando e migliorando, perché più gente possibile possa venire a vivere di persona un pezzo fondamentale della storia del Galles.

Facciamo uno spuntino in una delle caffetterie, e scopriamo con sorpresa che ha un nome – e un’antica origine – italiana: Bracchi’s. Pare che a metà ‘800 molti italiani colpiti dalla crisi economica arrivarono fino qua in cerca di una possibilità di riscatto, e la loro attività primaria divenne, abbastanza prevedibilmente, la ristorazione. La famiglia Bracchi, e poi molte altre, aprirono caffetterie e ristoranti in quest’area, divenendo una comunità di immigrati sempre più numerosa e laboriosa nelle Breacon Beacons. Mangiamo sandwich e frutta e beviamo un tè, prima di uscire di nuovo fuori per continuare la nostra visita.

Ci sono un paio di mostre molto interessanti negli edifici intorno al pozzo, che visitiamo con piacere. In una sono esposti gli attrezzi originali e gli abiti dei lavoratori dell’epoca, con bellissime foto di minatori sorridenti dai volti anneriti dal carbone, le tute sporche, gli scarponi malandati, gli attrezzi attaccati alla vita, le mani distrutte dalla fatica, ma una luce scintillante negli occhi.

C’è la zona dei bagni, arrivata solo negli anni ’40, dove i lavoratori potevano finalmente lavarsi e rinfrescarsi a fine turno prima di andare a casa, senza doversi portare dietro la sporcizia e la polvere venute su con loro dal ventre della terra.

In uno spazio esterno suddiviso in vari capannoni disposti intorno al castello minerario si possono vedere vecchi motori ora silenziosi, fucine spente, stalle disabitate, e poi ventole immobili, scavatori arrugginiti, trivelle a riposo da decenni, vagoncini ormai vuoti e binari che si perdono nel nulla: resti muti e polverosi di un’epoca lontana che non tornerà più.

Quando il Big Pit è stato definitivamente chiuso le opinioni sono state contrastanti, come sempre accade in questi casi. Per qualcuno è stato terribile, una grave decisione che ha impoverito l’economia della zona e le famiglie di qui la cui sopravvivenza era legata a doppio filo alla vita del pozzo, gettandole in una crisi che ancora non si è risolta del tutto. Per altri è stata invece una gioia e un sollievo, un atto dovuto che doveva essere deciso ben prima del 1980 per dire basta allo sfruttamento degli uomini di qui, costretti per generazioni a lavorare in condizioni terrificanti pur di far sopravvivere le loro famiglie. Non so chi abbia ragione ma, come ho già detto, so che per me i minatori sono eroi a prescindere, perché neppure il bisogno di dare da mangiare a un figlio sarebbe mai capace di spingermi nelle viscere della terra. Onore a tutti loro, dunque.

Mi è piaciuto moltissimo questo giro del Big Pit, credevo di avere più paura di scendere sotto terra invece no, anzi la mia ammirazione per il coraggio di questi lavoratori se possibile è ancora aumentata. Uomini che scendono centinaia di metri sotto la superficie del mondo a far esplodere ad arte pezzi di minerale da mandare su, perché noi che siamo fuori possiamo viaggiare, illuminare la nostra casa, o farci il caffè. Non so se c’è un lavoro più ultimo di questo, che si fa senza cielo né aria, ma se c’è, non mi viene in mente.

Lasciamo la zona di Blaenavon diretti a Blackwood, dove abbiamo la stanza per stasera. La casa si rivela una delle migliori mai viste, certo la più elegante di tutto il viaggio.

Una casa fantastica arredata con gusto raffinato, con un giardino incantevole, una camera grande e bellissima e un bagno spettacolare, con vasca su piedi e doccia in vetro a parte che sarà più di un metro di lunghezza.

La signora è gentilissima e ci consiglia il pub qui accanto per cena, dove infatti mangiamo molto bene in una bella atmosfera tipica e amichevole, mentre fuori ha ripreso a piovere.

Rientriamo presto e ci riposiamo, già tristi all’idea che resteremo qui solo per una notte. Domani si riparte per altre mete, ma non ci dimenticheremo mai il Big Pit.