Everything is illuminated
31 marzo, 2009 in Libri. Commenti: 2
Luca mi ha portato questo strano romanzo in versione originale inglese di ritorno da un viaggio di lavoro ad Amsterdam. Avevo già letto un altro libro di Safran Foer, “Molto forte, incredibilmente vicino” e mi era piaciuto abbastanza, soprattutto per la delicatezza e la tenerezza con la quale trattava il tema doloroso di un bambino che ha perso suo padre nell’attacco al WTC. Questo romanzo però è molto diverso, e devo ammettere che non sapevo esattamente di cosa si trattasse nel momento in cui ho cominciato a leggerlo. Jonathan, un giovane ebreo americano, intraprende un avventuroso viaggio in Ukraina con poche informazioni e una sola foto in tasca alla ricerca della donna che, al tempo della seconda guerra mondiale e delle persecuzioni naziste contro gli ebrei, salvò suo nonno (al tempo ragazzino) dai campi di concentramento facendolo fuggire in America e donandogli la libertà. Poiché il giovane americano non parla ukraino viene aiutato nella sua ricerca da Alex, un ragazzo del luogo che gli fa da traduttore e da guida insieme a suo Nonno e a Sammy Davis Junior Junior, il cane più strano che sia mai stato raccontato in un romanzo. Il problema sta nel fatto che, nonostante la sua buona volontà, l’ukraino Alex è veramente un pessimo traduttore, e la comunicazione tra lui e Jonathan – e tra loro e il lettore – diventa veramente complicata e spesso paradossale. La lingua viene completamente stravolta, le frasi sono rivoltate, i verbi utilizzati con significati nuovi evidenti solo per Alex, con un effetto finale spesso divertente, ma a volte anche oscuro. Di fatto, ho dovuto leggere quasi metà libro per avere l’illuminazione sul significato del titolo…
Forse non era il libro giusto da leggere in versione originale, visto che pare che gli stessi lettori di madrelingua inglese abbiano fatto fatica a volte a seguire il racconto, specie nei lunghi capitoli della narrazione secondaria in cui Alex ricostruisce la saga dei suoi antenati ebrei con largo utilizzo di lingua yiddish. Buona parte del senso del romanzo si basa sull’ambiguità del messaggio, sul gioco di parole, sul fraintendimento e sull’effetto comico dell’espressione sbagliata nel posto sbagliato. In certi punti mi è risultato divertente in effetti, ma in altri un po’ faticoso, e per me che cerco sempre la bellezza della narrazione oltre a quella della storia non è stata una lettura sempre piacevole. Lo definirei certamente un romanzo strano, a tratti tenero a tratti duro e straziante, raccontato in una lingua stravagante e decisamente insolita.
La mia scena preferita: Alex, Jonathan e il Nonno incontrano l’anziana donna che li dovrà accompagnare a quel che resta del paese di Trachimbrod, e che conserva in casa pile di scatole piene ricordi dei suoi parenti e amici del tempo della guerra, grandi scatole colme di oggetti suddivisi per categoria: JOURNALS/DIARIES, WEDDINGS AND OTHER CELEBRATIONS, FIGURINES/SPECTACLES, WATCHES/WINTER, DARKNESS, REMAINS, DUST… Per quando loro torneranno a cercarli.
La frase che ricorderò:
Just because I was not a Jew, it does not mean that it did not happen to me.
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