Domenica 29 dicembre 2013: Schloss Hohenschwangau e Schloss Neuschwanstein

Dopo una notte di quiete assoluta alla Pension Carina e una colazione a base di prosciutto, formaggio, salmone, yogurt, pane, marmellata e tè nero, carichiamo le nostre cose e usciamo alla ricerca della biglietteria dei castelli, per i quali ho già fatto la prenotazione da casa. La distanza è di circa 6 chilometri, il tempo è grigio ma non sembra che debba piovere. Tutto intorno si vedono solo montagne innevate stagliarsi contro un cielo ovattato, poco lontano un lago luccica nel gelo invernale. Cerco di seguire le indicazioni stradali e quelle del GPS insieme a Luca per essere sicuri di non sbagliare strada, quando ad un tratto alzo gli occhi e mi appare davanti come una visione magica: Neuschwanstein!

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Bianco e turrito, elegantissimo, posato in cima a uno spuntone di roccia come un nido gigantesco, circondato da nuvole e nebbia: una visione così suggestiva da sembrare frutto della magia di Hollywood! Invece era solo il sogno del Re Pazzo, trasformato in realtà tra il 1869 e il 1886. Proseguiamo verso il parcheggio e li accanto vediamo subito dopo anche il castello di Hohenschwangau, il primo costruito cronologicamente parlando, che si alza sulla collina più a destra, molto più grande e tradizionale, con mura, merli, torri e bastioni. Però, e’ giallo. Completamente giallo, di una bella sfumatura color tuorlo, elegante in effetti, ma insolito, quanto meno. Mai visto un castello così giallo, prima. Beh.

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Parcheggiamo (5€ per la giornata) e andiamo al Ticket Center a convertire le prenotazioni in biglietti. I gestori della pensione di ieri sera ci hanno dato un coupon di sconto per la visita dei castelli, e una ragazza alla biglietteria ci conferma che possiamo utilizzare anche quello. Lo Schloss Neuschwanstein è compreso nel Ticket Partner cumulativo fatto ieri, quindi non paghiamo nulla per entrare, mentre lo Schloss Hohenschwangau è privato, e’ ancora di proprietà degli eredi della ex famiglia reale dei Wittelsbach di Baviera, quindi bisogna pagare l’ingresso extra di 11,00€ a testa (con lo sconto). La prenotazione online costa 1,80€ a persona a castello, e probabilmente è indispensabile quando si viene qui in estate e ci sono code chilometriche con attese di ore, ma oggi l’afflusso di turisti è normale e si poteva benissimo farne a meno, risparmiando quei 7,20€. Pazienza, l’importante è essere qui.

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Saliamo a piedi la salita che porta al primo castello, quello giallo di Hohenschwangau, non molto lunga ma ripida, fiancheggiata da bellissime case e hotel decorati in puro stile bavarese, e incrociamo anche la carrozzella con i cavalli di cui avevo letto nel sito, che ti porta su pagando un extra di circa 6,00€ a persona. Poveri cavalli, a fare tutta quella fatica con questo freddo, e comunque a noi piace camminare per vedere tutto quello che c’è intorno. Ce la prendiamo comoda visto che abbiamo più di un’ora prima del nostro turno, e torniamo fino alla macchina a cambiarci le scarpe per essere nelle condizioni ideali per questa visita. Dato che i visitatori dei castelli sono moltissimi (una media di 3000 persone al giorno con picchi di oltre 5000 in agosto!), le visite sono solo guidate, divise a gruppi linguistici e scandite da orari precisi assegnati dalla biglietteria. Non si può assolutamente entrare prima del proprio turno, e se si fa tardi anche di pochi minuti si perde il diritto alla visita, senza né a né ba. Organizzazione molto germanica!

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Saliamo lentamente la via che porta al castello, ricostruito come residenza di caccia nel 1832-1836 da Maximilian, padre di Ludwig, sui resti di un antico castello medievale, che diventa sempre più grosso e imponente a mano a mano che ci avviciniamo. Torri, archi, merlature, mura, tutto ci viene incontro e ci accoglie con solennità regale.

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All’interno delle mura di cinta scopriamo un giardino molto armonioso, non grande ma elegante, più romantico di quanto ci saremmo aspettati. Purtroppo non ci sono fiori, per via della stagione invernale, e tutte le famose fontane con le statue e i giochi d’acqua volute da Ludwig sono coperte da strutture di legno che le proteggono dal gelo notturno. Peccato perché pare che siano molto belle, specialmente quella detta dei Leoni, ispirata a quella dell’Alhambra andalusa. Si vede che è destino che non la vediamo, questa famosa fontana, visto che anche quando siamo andati fin là per ammirare quella originale, era chiusa al pubblico per un importante restauro.

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Comunque, la cosa più spettacolare quassù è la vista, che si apre a libro sulla distesa della piana bavarese e sulle montagne tutte intorno, e soprattutto sullo Schloss Neuschwanstein, candido come zucchero, immerso nella nebbia del mattino che lo fa apparire e sparire ai nostri occhi come una visione d’incanto.

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Facciamo un giro nello shop, anche per riscaldarci un po’ dopo la lunga passeggiata nell’aria fredda, e finalmente alle 11,40 tocca anche a noi entrare. La guida che ci accompagna è una ragazza italiana che ci spiega tutto della storia del castello e delle incredibili decorazioni che ricoprono completamente le pareti e i soffitti. Gli interni, dove è vietato scattare foto, sono belli, ma decisamente insoliti. Tutto è decorato in tema medievale, in ogni sala ci sono enormi affreschi che raffigurano episodi delle saghe cavalleresche germaniche più famose, con cavalieri in battaglia, eroi dai lunghi capelli, dame in tuniche color pastello e bionde trecce, cavalli, lance, calici e corone tepestate di pietre preziose. Sembra di camminare tra le pagine di un gigantesco libro di fiabe rimasto aperto. Le stanze della regina sono completamente ricoperte da scene raffiguranti dame coi sandali che reggono in mano ciuffi di rose e cavalieri dalla lucente armatura in ginocchio ai loro piedi. Ci sono oggetti originali appartenuti al nonno e poi al padre e alla madre di Ludwig, e la guida racconta che lui stesso passò tutte le sue estati di bambino e di ragazzo in questa dimora. Probabilmente fu qui che nacque in lui la passione per il medioevo e per le antiche saghe cavalleresche, che lo portò, da adulto, a progettare quella follia architettonica che è il castello candido che si trova qui di fronte. Nella sua stanza Ludwig aveva fatto mettere molti elementi originalissimi: un letto circondato da pareti affrescate con boschi, dee della notte e laghi luccicanti, un soffitto dipinto di stelle in cui faceva infilare dei bastoncini di cristalli liquidi che rilucevano di notte, in modo che, anche se dormiva in un interno, vedeva sopra di sé un cielo stellato come fosse all’aperto. Nello studio c’e’ un pianoforte scolpito in legno di cedro del libano fatto costruire apposta per Wagner, e sul quale il grande compositore, ospite al castello per due settimane, suonò e scrisse musica esclusivamente per Ludwig.
Ma la cosa che mi è piaciuta più non sono gli stravaganti lampadari di metallo di foggia medievale, gli enormi cigni di porcellana, o la poltrona imbottita dotata di ruote, poggiapiedi estraibile e leggio mobile sistemata in un piccolo bovindo con vista sul lago e sulle Alpi bavaresi. Ludwig, appassionato del passato e Cavaliere redivivo, nello studio teneva un moderno cannocchiale di ottone puntato verso la finestra, attraverso il quale controllava i lavori in corso nel cantiere di Neuschwanstein lì di fronte. Poteva spiare la materializzazione del suo sogno a mano a mano che prendeva forma davanti ai suoi occhi – non sono fortune che capitano spesso, queste.
Comunque, anche se il castello è interessante, la storia dei suoi abitanti è triste, e Ludwig non appare mai come qualcuno da invidiare. Colto e gentile, già re a 19 anni per l’improvvisa morte del padre ancora giovane, ha vissuto male il suo ruolo e il suo tempo, e non ha neppure potuto vedere il suo sogno completamente realizzato, poiché è morto prima che Neuschwanstein fosse completato.

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All’uscita dalla visita, che dura circa 45 minuti, scendiamo verso i chioschetti per mangiare qualcosa, in attesa dell’orario pomeridiano che ci è stato assegnato per entrare nel secondo castello. Spazzoliamo un bratwurst con un bel caffè caldo, che ci rinfranca un po’ in quest’aria gelida, e poi risaliamo sull’altro sentiero insieme a gruppi di persone di varie nazionalità che si stanno facendo sempre più numerosi. Per raggiungere l’ingresso di Neuschwanstein si percorre un tratto abbastanza lungo e con molte curve che sale su in mezzo ai boschi, fino alla cima dell’altura che Ludwig considerò ideale per posarci sopra il suo giocattolo magico. Una macchina del tempo che in un attimo lo poteva portare in un passato lontanissimo, in un posto che finalmente gli piaceva e nel quale si sentiva a casa, fuori dal mondo reale. Funzionava allora e funziona ancora oggi, senza il minimo problema.

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Non importa neppure entrare, in effetti. Basta arrivarci davanti e alzare lo sguardo, per sentire di essere già in un altro posto, e in un altro tempo. Torrette merlate, guglie, scalinate, file e file di finestre, altissimi bastioni candidi come neve e possenti come pareti di roccia, e quell’insolita facciata smerlata di mattoni rossi, all’ingresso, che subdolamente prefigura un qualche assurdo che si sta per manifestare.

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Ma mai, in nessun modo, nonostante la folla di gente che parla tutte le lingue e scatta migliaia di foto in attesa di entrare, il contatore dei numeri a orologeria davanti ai tornelli dell’ingresso, il doppio San Giorgio con lancia e stendardo bavarese dipinto sull’edificio interno del cortile, o la guglia più alta col tetto grigio che ispirò perfino Walt Disney per il suo castello più famoso – e lui era uno che di fiabe se ne intendeva…. – mai niente di quello che si vede da fuori, può preparare i visitatori a quello che troveranno all’interno.

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Un caleidoscopio di colori, un fuoco d’artificio della fantasia, un altro mondo. E’ come prendere la mano di Mary Poppins e saltare nel quadro – hopla’! – siamo dentro, e la realtà scompare magicamente per lasciare il posto al mondo dei cavalieri medievali. Lohengrin e il suo cigno, dappertutto, sui mobili, sui tessuti, sulle pareti, scolpito, dipinto, ricamato, inciso, vivo, cavaliere dal cuore purissimo, nobile destinato ad aiutare i più nobili grazie al suo animo senza macchia ma legato all’incantesimo del cigno che gli vieta di rivelare la sua vera origine, pena il ritorno solitario alla Fortezza del Santo Graal, una vera personificazione di Ludwig II. Parsifal, cavaliere della Tavola Rotonda, padre di Lohengrin, amico di Re Artù e considerato tra i cavalieri più valorosi, con il suo Santo Graal presente sulle pareti, sugli oggetti, in mille scene e colori. Ogni centimetro di ogni parete è decorato in qualche modo, non c’è un solo pezzettino libero da immagini simboliche, comprese la grotta e la magnifica Sala dei Cantori, ispirata direttamente dal Tannhäuser di Wagner. Un interno in cui pare di essere all’esterno, in mezzo a un modo gotico sorprendentemente vivo e reale. Incredibile anche la Sala del Trono per sfarzo, simbologia ed eleganza, dove però manca proprio l’elemento più importante: il trono. Ci stavano ancora lavorando quando Ludwig morì, e non venne mai completato. Sotto l’abside dominata dal Cristo, in cima alla scala ai cui lati sono raffigurati gli Apostoli e i Re francesi canonizzati, a significare la sacralità della linea monarchica, resta solo uno spazio vuoto. Simbolico anche questo, forse, della difficoltà di Ludwig II ad accettare e mettere in atto il suo compito di Re.
A parte la meraviglia che fa spalancare gli occhi in ogni sala, almeno tre cose si capiscono, a visitare questo castello fiabesco. Che Ludwig era raffinatissimo, molto colto, e sapeva cosa era la bellezza. Che era devoto all’arte, alla musica, e alle radici della sua missione di re germanico. E che doveva essere davvero un po’ fuori di testa….
Perché questo castello non è solo bello, o artistico. È proprio fiabesco. Basta entrare dentro e in un attimo ti porta via, fuori dalla realtà, in un mondo immaginario fatto di cavalieri ed eroi, antiche saghe e miti oscuri, leggende e simboli, dove tutto è controllato così esattamente e dettagliatamente che l’illusione che si crea è perfetta, immediata, e potente. Progettare un castello del genere e pensare di viverci dentro, significa vivere pericolosamente al limite dello squilibrio mentale. O in un mondo di sogno.

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Alla fine della visita guidata (in inglese stavolta), usciamo dal castello e prendiamo il sentiero subito a sinistra che si inoltra tra i boschi e porta fino al Marienbrücke, il Ponte di Maria, teso su uno strapiombo in mezzo alle montagne, dal quale si ha una prospettiva visiva particolarmente buona sul castello. In effetti la strada è chiusa per via del ghiaccio, ma tutti scavalcano la barriera metallica e si inoltrano su per la via che porta al ponte, così ci avventuriamo anche noi, dopo esserci ritemprati con delle ottime pallette fritte, dolci e belle calde, prese a un banchetto lì vicino.

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La strada è davvero scivolosa e diverse persone tornano indietro, ma noi riusciamo a percorrere in qualche modo tutto il tratto ghiacciato, raggiungendo un punto dal quale si gode di una vista perfetta sulle montagne e i laghi circostanti e sul magnifico complesso giallo dello Shloss Hohenschwangau lì di sotto. Uno spettacolo straordinario. Peccato solo che non ci sia più neve, sarebbe stato veramente un perfetto scenario da fiaba.

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Dalla strada tagliamo su per il bosco e prendiamo una scorciatoia, un po’ faticosa ma fattibile, che si snoda in mezzo alle piante alte e spoglie, e finalmente arriviamo sul famoso ponte di Maria. Che merita senz’altro qualche piccolo scivolone, non c’è dubbio. La vista da qui è semplicemente spettacolare! Da un’altezza di 90 metri su uno strapiombo a picco su un ruscello che forma una cascata in fondo al bosco, il ponte si affaccia sul lato lungo dello Schloss Neuschwanstein mostrandolo in tutta la sua bellezza, con la piana bavarese alle spalle, i laghi ai lati, e le montagne tutte intorno. Una cartolina incantevole!

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Restiamo per un po’ a fare foto, al castello e a tutti quelli che ci chiedono di fargliene una per favore, e in effetti non si può pensare di arrivare fino qui, e ritrovarsi tutta questa meraviglia davanti agli occhi, e non farsi una foto ricordo da portare a casa…
La luce inizia a calare, l’aria è fredda, dobbiamo rifare tutta la strada all’indietro fino al parcheggio e cominciamo a sentire la stanchezza della lunga giornata, così, a malincuore, lasciamo lo spettacolo di questo sfondo da fiaba e riprendiamo la via del ritorno.

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Saliamo in macchina e ci muoviamo ancora verso nord diretti a Nördlingen, dove arriviamo dopo quasi 2 ore. Il paesino e’ piccolo e delizioso, tutto fatto di casette dai tetti a punta, con la piazzetta, il corso principale, la chiesa e tutto, così perfetto che sembra uscito pari pari da un presepe. L’hotel di stasera, un NH, è molto bello e centralissimo, con un comodo parcheggio sotterraneo. Dopo esserci sistemati cerchiamo un posto dove mangiare qualcosa e troviamo un locale carino indicato dalla LP, il Cafè Radlos, dove ordiniamo la cena aiutati da una cameriera gentile, che non parla inglese ma si sforza di parlarci in italiano. E alla fine ci regaliamo anche una bella fetta di torta al cioccolato, per chiudere in dolcezza questa giornata da favola.

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Sabato 28 dicembre 2013: Schloss Linderhof e Oberammergau

Sembra che ci siamo per davvero, stavolta: si parte per la Germania. Sveglia all’alba, valigie in macchina e via, verso nord. Preferisco pensare che stiamo andando in Baviera, ma insomma, si va. Ora che siamo partiti, sento che sono curiosa di visitare questa terra ancora sconosciuta, così vicina eppure così lontana dal mio orizzonte di viaggio. La mattinata è serena e pulita, la temperatura più alta del previsto, il traffico scarso. Arriviamo in Trentino senza problemi, e lì ritroviamo le più belle montagne del mondo che subito ci circondano e ci vengono incontro, come vecchi amici che aspettavano il nostro ritorno.

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Acquistiamo la Vignette per l’Austria (8,50€), passiamo accanto a Innsbruck, distesa nella sua conchiglia ai piedi delle montagne, bella e diversa senza la neve che la ricopriva quando venimmo qui 2 anni fa, e neanche un’ora dopo oltrepassiamo il cartello che segnala il passaggio del confine. Siamo in Germania.
Procede tutto liscio fino alla nostra prima tappa di oggi, lo Schloss Linderhof, vicino al paese di Ettal, il primo dei molti castelli di Ludwig II di Baviera che abbiamo in programma di visitare. Per parcheggiare si passa davanti a un casottino con una macchinetta dove si inseriscono 2 euro e si riceve un tagliando da esporre sul cruscotto. Non c’è una sbarra e neppure un guardiano, per cui in teoria, se entri a diritto senza pagare, difficilmente qualcuno se ne accorge. Naturalmente, tutti pagano.
Alla biglietteria dello Schloss facciamo il Ticket Partner valido 14 giorni, che per 20,00€ a testa ci permetterà di visitare tutti i palazzi reali di Baviera gestiti dall’amministrazione pubblica, soluzione che avevo visto in internet e che ci conviene decisamente.
Il parco del castello è molto bello, lo si capisce anche adesso che è piuttosto spoglio, senza foglie e fiori ma ugualmente elegante, con la neve che lo imbianca delicatamente. Il sentiero sale e fa una piccola curva, e subito dopo appare un laghetto incastonato tra i boschi e la collinetta del Belvedere, così lucido che pare di cristallo. Sul bordo dell’acqua nuotano diverse anatre e due cigni bianchi, simbolo della casa reale di Baviera e noti per essere gli animali preferiti del padrone di casa Ludwig II, il Re Folle. È grazie a lui se ora siamo qui, a visitare uno dei suoi incredibili castelli di fiaba.

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Qui Ludwig ha vissuto per circa 8 anni verso la fine della sua vita, terminata misteriosamente nelle acque di un lago non lontano da qui quando aveva solo 40 anni, ed era stato già interdetto come incapace di intendere e di volere. Il Re pazzo, cugino dell’imperatrice Sissi d’Austria, che era bellissimo ma anche timido e schivo, era re ma voleva vivere isolato dal mondo, un raffinato sognatore amante del settecento francese, della poesia e della musica di Wagner, che desiderava realizzare tutte le sue più folli fantasie artistiche e che invece doveva fare i conti con le casse dello Stato. Questa la realizzò, comunque, e ora si fa la fila per visitarla.

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La visita è solo guidata, in inglese o in tedesco. Scegliamo l’inglese, e seguiamo con una decina di altre persone una ragazza molto gentile che ci spiega a grandi linee la storia del castello. Che è più una villa in effetti, o un castello in miniatura, completato nel 1879 in stile rococò e ispirato al Petit Trianon di Versailles appartenuto a Maria Antonietta. Se è molto più piccolo di quanto si pensi, il castello è anche molto più ricco di quanto si potrebbe mai immaginare. Le stanze visitabili sono si e no una dozzina, ma mai in nessun castello ci è capitato di vedere una tale concentrazione di decorazioni, stucchi, ori, porcellane, specchi, ritratti, drappeggi, marmi, broccati, e una tale ricchezza di dettagli preziosi, di particolari studiati con cura assoluta, di armonie cromatiche e formali così perfette da lasciare a bocca aperta. Salottini rosa, lilla, o argento con appesi alle pareti i ritratti dei maggiori protagonisti della corte di Versailles, il vero mito di Ludwig II, una sala del trono con un baldacchino dorato decorato da piume di struzzo, una stanza da letto di 100 metri quadrati con un letto di velluto blu sormontato dallo stemma reale bavarese e due consolle con immense specchiere arricchite da cascate straordinarie di fiori in porcellana Meissen, in mezzo alle quali si trova una finestra che si affaccia direttamente sulla scalinata d’acqua che abbellisce il parco esterno, e che viene attivata solo in estate. E poi, stupefacente, una sala da pranzo con un tavolo magico che veniva calato nella stanza di sotto attraverso il pavimento tramite un sistema a manovella, apparecchiato di stoviglie e cibi e fatto risalire su nella stanza del re, che in questo modo evitava di essere disturbato perfino dalla presenza dei camerieri che lo servivano. Ammiriamo una stupenda collezione di vasi di porcellana, un orologio con un meccanismo vecchio di 300 anni, un enorme lampadario in cristallo di Boemia che regge ben 108 candele e pesa 500 kg, chissà come luccicava quando erano tutte accese. E le meraviglie continuano. Soffitti e pareti completamente affrescati con scene mitologiche, statuette di marmo copie perfette di grandi opere del Louvre amate dal re, poltrone e divani di manifattura Gobelin originale, pavoni di porcellana a grandezza naturale, rarissimi tavolini in malachite dono di una zarina di Russia, un incredibile pianoforte verticale decorato all’inverosimile di stucchi dorati fatto costruire apposta per Wagner, che purtroppo non poté mai suonarlo, e il fantastico gioco di specchi dello studio, in cui due enormi specchiere dorate messe una di fronte all’altra moltiplicano all’infinito lo spazio e i decori della stanza, facendo apparire dal nulla una galleria di luce che sembra portare dritta in paradiso! Ma più stupefacente di tutto, un meraviglioso lampadario a bracci ricoperto di ciuffi di fiori e tralci, angeli e corone, tutto completamente scolpito nell’avorio più perfetto! Spettacolare! Mai visto niente di più raffinato ed elegante…un’opera d’arte davvero degna di un Re.
Certo, il risultato finale è decisamente carico, ma in qualche modo riesce e non essere pacchiano, solo straordinariamente sfarzoso. La dimensione ridotta degli ambienti e la quantità inusuale di oggetti eccezionali creano uno strano effetto di bellezza concentrata, dando veramente l’impressione di camminare in un regno miniaturizzato, o in una favola.
Forse un po’ folle lo era davvero Ludwig II, che dormiva di giorno e viveva di notte nella luce magica delle candele, ma di certo sapeva quello che voleva.
Peccato che fino a Marzo il resto degli edifici del parco restino chiusi e non si possano visitare, perché devono essere altrettanto fiabeschi, ma non avrei rinunciato all’atmosfera invernale di questo luogo per nulla al mondo.

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Dopo il giro del castello, che dura una quarantina di minuti, mangiamo qualcosa veloce al chiosco sulla piazza della biglietteria e poi riprendiamo la macchina diretti verso la seconda tappa in programma per oggi, Oberammergau. Questo paesino di poco più di 5000 abitanti dista una dozzina di chilometri da Linderhof ed è famoso come il più bel paese della Baviera con le case dalle facciate dipinte. La tradizione di dipingere grandi scene di vario soggetto sulle facciate delle case c’è anche in Tirolo, la conosciamo ed è molto suggestiva, per cui siamo venuti a vedere se anche qui è bella come ce l’aspettiamo. Lo è.

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Il paesino è veramente eccezionale, con le casette dal tetto a punta e i balconi di legno intagliato, e tutte le facciate completamente dipinte con scene religiose, di caccia, di fiaba, o con semplici decorazioni geometriche colorate. L’effetto è bellissimo, lo sarebbe già con 2 o 3 case così decorate, ma qui sono tutte dipinte: decine di metri quadrati di facciate su cui spuntano enormi angeli, Madonne, pastori, contadini, intagliatori di legno, lupi, conigli, uccelli, orsi, capre, fiori, nuvole…… sembra di camminare in un paese incantato.

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Anche la chiesa è molto bella, semplice e piccola all’esterno, con un campanile dal tetto a cupola e un sorprendente interno ampio e luminoso, in stile barocco, tutto rosa e bianco e molto elegante. Qui si organizza l’evento più famoso del paese, la rappresentazione della Passione di Gesù, che si svolge ogni 10 anni e che coinvolge per mesi oltre 2000 dei 5000 abitanti del posto, un evento che attira qui migliaia di spettatori da tutto il mondo.

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Le decorazioni e le luci natalizie moltiplicano l’effetto magico del posto, e i negozi completano alla perfezione l’atmosfera fiabesca. L’attività artigianale prevalente è la scultura del legno, una lavorazione tradizionale famosa e apprezzata in tutta la Germania, per cui in ogni vetrina si vedono centinaia di figure del presepe, animali di ogni genere, angeli, babbi natali, casette, castelli, madonne, bambinelli, stelle, fiori, alberi, cuori, suonatori, e soprattutto Crocifissi. Ci sono statue di tutte le dimensioni, da pochi centimetri a due metri, lavorate in maniera semplice o scolpite come vere opere d’arte, grezze o colorate, divertenti o più tradizionali, e tutte fantastiche. Non resistiamo, e facciamo anche noi qualche piccolo acquisto in uno di questi meravigliosi negozi.

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E’ buio quando ripartiamo a malincuore da questo paesino di fiaba diretti all’hotel prenotato per stasera, ma di certo non dimenticheremo presto questo posto.

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Facciamo gli ultimi 50 km di oggi per raggiungere Füssen, poco più a nord sulla Romantische Strasse. E’ buio sulla strada secondaria che percorriamo attraverso una zona fatta solo di boschi e rade abitazioni, la temperatura è ormai fissa sotto lo zero e la strada è ghiacciata e scivolosa come una saponetta. Per fortuna arriviamo senza problemi alla Pension Carina, una specie di locanda familiare molto confortevole, dove troviamo gestori gentilissimi e una bella stanza pulitissima e calda. Qui facciamo anche la nostra prima cena tedesca, e Luca si gusta un ottimo stinco alla birra in stile Flinstones con un osso così grosso che esce dal piatto. Hohenschwangau e Neuschwanstein, i due castelli più famosi fatti costruire da Ludwig II, sono ormai vicinissimi, e domattina dopo colazione andremo proprio lì a fare il nostro tanto atteso giro di visita.

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Sabato 19 e domenica 20 maggio 2012: Lisbona

E alla fine ci siamo arrivati, là dove volevamo arrivare. Dopo un lento pellegrinaggio durato ben 8 giorni e oltre 1000 km, eccoci finalmente davanti a lei: Lisbona. La capitale-mito di questa terra antica e genuina, la città misteriosa e affascinante che era nei nostri sogni da sempre. Quella che farà da pietra di paragone per ogni bellezza appena ammirata, e per ogni altra già conosciuta altrove. Una capitale strettamente legata alla storia più antica del nostro continente che però se ne sta defilata sul bordo estremo d’Europa, come volontariamente appartata, voltata verso l’Oceano a dare le spalle a tutto il resto, a prendersi in faccia il vento di mare e scrutare fisso verso occidente. Perché chi stava qui lo sapeva, che laggiù c’era il resto del mondo da scoprire.
Gli dedichiamo due giorni, a questo luogo mitico, niente, in effetti, per un posto che non basterebbero due vite a conoscere, ma abbastanza per rimanerne stregati per sempre. Già l’arrivo è di quelli che non si dimenticano, attraverso il maestoso ponte di ferro XXV Aprile, immenso e rosso a cavallo dell’estuario del Tago. Un ponte che è il fratello minore del Golden Gate del Pacifico ma altrettanto bello, e anche lui a fare da porta d’ingresso a un Oceano smisurato.

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Dal ponte rosso si accede a una città insolita, unica, e bellissima. Una città piena di storia e di fascino, affacciata sul mare, spazzata dal vento e dalle nuvole più grandi che abbiamo mai visto. Palazzi eleganti, piazze enormi e accoglienti, una stazione dai decori unici, tracce di fasti lontani che ancora mandano bagliori di fascino.

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Tra le piazze più spettacolari, la Praça do Comércio, uno spazio di 170 metri per 170 circondato su tre lati da palazzi raffinati con splendidi porticati alla base, e con lo scenario immenso del Tago che si apre sul quarto lato. Al centro del lato opposto al fiume, un arco trionfale ottocentesco collega a un’altra piazza importante della città, il Rossio. In mezzo alla piazza si può ammirare un’imponente statua equestre in bronzo di Re Giuseppe I, monumento a uno dei grandi Re del Portogallo.

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Anche a Lisbona ritroviamo le meravigliose pavimentazioni geometriche di pietre bianche e nere che decorano gli spazi immensi riservati a piazze e marciapiedi: cerchi, onde, fiori, greche, tralci. Uno spettacolo extra che si aggiunge gratuitamente a tutta la bellezza che circonda chiunque decida di fare una delle cose migliori che si possano fare qui: una tranquilla passeggiata in giro.

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Una città fantastica e unica che, come non avevamo mai visto da nessun’altra parte, è divisa in due non in orizzontale ma in verticale, in cui la zona della Baixa affacciata sul Tago si contrappone al Bairro Alto, antico quartiere caratteristico arroccato in cima a una collina, dominato dalle nuvole e dal Fado. E per andare da una zona all’altra, basta prendere una vecchia funicolare che monta su ritta come quelle che scalano le vette alpine, oppure salire su uno di quegli sferraglianti tram gialli che si arrampicano su per le stradine contorte come enormi e lenti insetti, fatti di legno lucido e metallo scricchiolante, cavi dondolanti e campanelle allegre. Sali su e ti siedi, e il viaggio comincia.

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E se poi i tram e le funicolari che risalgono le viuzze ripide fino al Bairro Alto non bastassero, in questa sorprendente capitale si trova anche un altro mezzo di trasporto assolutamente unico, l’Elevador de Santa Justa. Progettato da un architetto francese alla fine dell’ottocento per celebrare l’arrivo del nuovo millennio, è di fatto un vero e proprio ascensore che collega la Baixa col Bairro Alto coprendo un dislivello di oltre 30 metri. Dal design raffinato, tutto in ferro in stile vagamente neogotico, si innalza a fianco di un palazzo in una piccola via laterale, ed è una delle attrazioni preferite dai turisti. Perché non capita spesso di poter dire che per andare in una certa zona della città non si è preso un taxi, né un bus, o un tram o una metro, ma un ascensore. E uno bellissimo, poi.

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Cuore storico, spirituale e artistico della città e monumento imperdibile per ogni persona che passi di qui, la Sé, posata in cima a una collina che si affaccia sul mare, è certo l’edificio più importante e rappresentativo di Lisbona. Una cattedrale-fortezza dall’aspetto potente e solido come un castello, con un enorme portale strombato sormontato da un bel rosone e affiancato da due torri gemelle ornate di merli. Cominciata nel 1150 per volere del re Alfonso I, ha subito diverse ricostruzioni a causa di danneggiamenti dovuti a guerre e terremoti che risultano in diverse sovrapposizioni stilistiche, dal romanico al barocco al manuelino, comunque mai fastidiose o disarmoniche.

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La navata di questa Sè è degna di una vera cattedrale di capitale, immensa, profonda, dalle volte altissime sorrette da colonne di pietra possenti e riccamente decorate. La luce entra dalle finestre a ogiva dalle vetrate istoriate creando un’atmosfera di grande fascino.

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Nel transetto, le tombe del re Alfonso I e della regina sua moglie, e sarcofagi medievali scolpiti come vere opere d’arte. Ma mentre il re riposa da antico guerriero, con la sua spada tra le mani, la regina se ne sta distesa con la testa appoggiata a un cuscino vestita di tutto punto, coi gioielli e la corona e tutto, e tiene tra le mani un libro di preghiere che è intenta a leggere devotamente, mentre i suoi fedeli cani sono distesi ai suoi piedi a farle compagnia per l’eternità. Magari il marmo sarà un materiale più nobile e sfarzoso, ma la pietra – non c’è nulla di più bello della pietra, per dare materia e colore a una tomba.

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Non lontano dalla magnifica Sé si trova la chiesa di Sant’Antonio, il Santo di Lisbona diventato poi famoso come Antonio da Padova e venerato in tutto il mondo come uno dei Dottori della Chiesa Cattolica. Antonio non poteva non avere un luogo sacro a lui dedicato nella sua città natale, proprio nel sito dove pare si trovasse la sua casa di famiglia. E’ una bella chiesa barocca, dalla facciata elegante, con una piccola piazzetta davanti dove è stata sistemata una statua in bronzo del Santo che, secondo l’iconografia più classica, porta in braccio il Bambino. Ci si potrebbe trovare in una qualunque piccola piazza del nord Italia, se non fosse per il blu sfacciato dell’Oceano disteso a poche decine di metri dalla chiesa, e per le enormi nuvole candide che si rincorrono nel cielo infinito.

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Posata sul bordo estremo dell’Oceano, terra di esploratori e naviganti, Lisbona non poteva non rendere omaggio ai suoi tanti eroi leggendari partiti da queste sponde a bordo delle loro caravelle con le croci templari dipinte sulle vele, pronti ad affrontare l’ignoto con coraggio smisurato e a sfidare l’orizzonte per aprire vie nuove verso l’Africa, l’America del sud, le Indie, e le acque e le terre mai conosciute prima. Così, per celebrare i 500 anni dalla morte di Enrico il Navigatore, che abbiamo visto riposare nel bellissimo monastero di Batalha, hanno costruito un monumento che è un’enorme caravella di pietra, e hanno pensato di metterlo proprio sulle rive del Tago, lì dove le sue acque dolci si mescolano con quelle salate del mare.

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E’ un monumento sorprendente, e bellissimo. Una vela di pietra gonfia di vento pronta a salpare per nuove terre, enorme, possente, e leggera. Ai suoi lati, due file discendenti di uomini si accalcano verso la prua curiosi, attenti, pronti a qualunque avventura. Sono navigatori, eroi, re, poeti, i migliori uomini del Portogallo che hanno contribuito a fare la grande storia di questa terra posata al confine con l’ignoto.

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Sul pavimento dello spiazzo che accoglie il Monumento alle Scoperte, una enorme rosa dei venti e una mappa ricordano i viaggi degli antichi navigatori. Nel cielo, nuvole immense corrono verso l’Oceano, spinte dallo stesso vento che 500 anni fa gonfiava le vele delle caravelle portoghesi verso nuovi mondi.

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Poco più avanti sul lungofiume spazioso, sorge un’altra testimonianza dell’orgoglio portoghese per i suoi esploratori, la magnifica Torre di Belèm, voluta dal re Giovanni II per commemorare l’apertura della rotta per le Indie da parte di Vasco de Gama e per proteggere la foce del Tago.

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Costruita agli inizi del 1500, è un’impressionante torre quadrata alta circa 30 metri, possente, un bastione in pietra a più piani decorato da torrette, colonnine, merli e finestre in stile tipicamente manuelino, elegante e solitaria, strano faro senza luce posato sul bordo estremo dell’acqua.

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Non lontano dalla Torre di Belèm facciamo un’altra scoperta straordinaria, in questa città che celebra ovunque i suoi famosi navigatori, il Monasteiro dos Jeronimos. Costruito sulla pianta della piccola chiesa nella quale Vasco de Gama e i suoi marinai pregarono prima di cominciare il loro avventuroso viaggio verso l’India, è diventato uno dei gioielli di Lisbona, un edificio inconfondibile progettato nel più evoluto stile manuelino, che oltre al monastero comprende la chiesa, il chiostro, la sacrestia e il refettorio.

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Se il monastero è bello, il chiostro è assolutamente meraviglioso, e certamente il più bello che abbiamo visto fin qui tra quelli costruiti in questo particolarissimo stile portoghese ricco di rilievi, riccioli, tortiglioni, foglie e figure inquietanti. Strutturato su due livelli ornati di diverse serie di archi, colonne e guglie, è un pizzo di pietra che racchiude un quadrato di pace assoluta. Un’oasi di silenzio e armonia, una doppia galleria ombrosa che apre i suoi archi dolci sulla luce prepotente del cielo spazzato da un vento che profuma di mare.

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Tra gli spazi più belli c’è decisamente il Refettorio, completamente rivestito di spettacolari Azulejos floreali dai toni azzurri e gialli di un’eleganza rinascimentale. E sotto il loggiato silenzioso, sacro nel sacro, la sepoltura di Vasco de Gama, l’eroe, e il semplice cippo che è la tomba di Fernando Pessoa, anima di questo paese e coscienza artistica di questa terra di uomini avventurosi che hanno i sogni già scritti nel DNA.

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La chiesa del Monastero è all’altezza del resto del complesso, e una delle più belle che abbiamo visto in tutto il Portogallo. Costruita in stile gotico manuelino, ha tre navate ampie tracciate da colonne altissime scolpite in maniera spettacolare, con una volta a nervature intrecciate che rende la pietra elegante come un pizzo e leggera come una ragnatela.

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Dal livello superiore del chiostro si ha accesso a una balconata interna che si affaccia sulla navata centrale della Chiesa, dalla quale si può godere di uno spettacolo privilegiato sulla straordinaria architettura di questo edificio incluso dall’Unesco tra i tesori Patrimonio dell’Umanità. Questo sito è anche Panteon, in quanto include le tombe di vari re e regine portoghesi compreso quel Manuele I che diede il nome a questo insolito stile decorativo. Un gioiello sorprendente che da solo vale il viaggio in questa affascinante capitale.

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Una città che regala arte e bellezza ad ogni angolo, che è musica e storia, ed è soprattutto poesia nella figura onnipresente del suo rappresentante più significativo, il grande autore Fernando Pessoa oggi come in passato seduto al suo tavolo del Cafè a Brasileira, nel vivace quartiere del Chiado.

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Una capitale magica, Lisbona, grande, aperta, arrampicata sulla costa ultima dell’Oceano, divisa su due livelli quasi fosse impossibile tollerare tutta la sua bellezza in una volta sola, quasi fosse un peccato imperdonabile non regalare ai suoi visitatori certi indimenticabili Miradouros belli da lasciare senza parole.

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Il tempo è poco ma la personalità di questa città è potente, e lascia una traccia indelebile in noi. Le piazze enormi e vive, i castelli e le chiese, le funicolari con i loro assurdi dislivelli, i navigatori celebrati ovunque, i ponti, il fiume immenso, la pietra, le nuvole, la musica, le parole – Alfama, Bairro, Chiado, Baixa, Rossio, Miradouro, elevador – che suonano dolci come un Fado. E l’aria, la luce, l’Oceano. Qui è la radice della Saudade, ed è questo strano sentimento che ci rimane appiccicato addosso quando ripartiamo, la nostalgia di questa città magnifica e la voglia di tornarci presto.

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