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Rosso Fiorentino

1 novembre, 2010 in Arte. Commenti: 2

Già il nome evoca l’atmosfera. Energia, vigore, creatività. Un fuoco che crepita dall’interno e diffonde luce e calore vitale. Però bisogna vederlo, per capire davvero. E per dire di averlo visto bisogna vedere la sua opera più straordinaria, custodita nella Pinacoteca di un borgo medievale capace di rivelarti un frammento inedito della sua bellezza ad ogni nuova visita. Per questo ci siamo tornati volentieri, a Volterra, arroccata a una manciata di curve da noi, ignorando bellamente i vampiri che ultimamente pare bazzichino la zona per accompagnare occhi nuovi ad ammirare la creazione più spettacolare di questo artista del Manierismo italiano.
Che poi, ci sono molti altri pezzi più che validi lungo quel percorso museale, addirittura due magnifici Signorelli proprio in quella stessa sala, di cui uno è un’Annunciazione così raffinata da ricordare la grazia pura di Botticelli. Ma quando poi ti volti e ti ritrovi lì, inondato dalla luce che emana dal miracolo della Deposizione del Rosso, qualunque altra immagine scompare, oscurata da quella meraviglia. Non c’è più nulla intorno, non c’è più tempo, né spazio, né buio. Solo il fascio luminoso che rischiara quella scena potente, in cui i colori incredibilmente vividi non fanno che aumentare l’intensità del dramma rappresentato. Le dimensioni della tela sono imponenti, quasi 4 metri per 2, da rimanerne sopraffatti, se non se ne restasse incantati fin dal primo istante. Ipnotizzati da quella luce vivida, quel cielo terso e chiaro, quell’aria luminosa che sembra portare con sé il presagio della primavera e del suo tepore. Invece, in quell’azzurro limpidissimo, spicca prepotente la protagonista della scena, la Croce, enorme, potente, inamovibile, piantata in terra come un destino già scritto fin dalla notte dei tempi. Così grande da uscire fuori dai limiti della tela, insufficiente a contenerne il senso e le conseguenze per il destino degli Uomini.
La Croce è l’elemento che divide visivamente la scena in due parti, una alta e una bassa, ed è anche il punto fermo attorno al quale ruotano tutti i personaggi che popolano la rappresentazione, in un vortice che cattura e incanta. La parte superiore dell’immagine domina dall’alto, ci si arriva salendo le due scale appoggiate ai bracci di legno spalancati, insieme agli uomini che hanno il compito di mettere in atto quel gesto dolcissimo della Deposizione, e di colpo si percepisce l’intensità emotiva del momento. I movimenti lassù sono convulsi, la tensione è carica di angoscia. I muscoli sono tesi, un vento agitato altera le pieghe degli abiti e dei volti, l’aria risuona di rumori secchi e indicazioni nervose, come le voci di chi cerca di fare quello che c’è da fare mentre la lama del dolore gli sta tagliando il cuore.
Una sola figura se ne sta immobile e muta in tutto quel disordine caotico. E’ quella del Cristo morto, abbandonato tra le braccia indaffarate dei suoi discepoli, inerte, passivo, solo. Un guscio vuoto da cui l’anima si è sfilata via lasciando solo un corpo freddo e grigio, indifferente alla solerzia di chi se ne sta prendendo cura. Nel momento più tragico in assoluto della vita di Cristo, il Rosso riesce a rappresentare la caducità del suo essere un Uomo nel momento in cui questa si rivela definitivamente – la morte.
Il senso reale di questa immagine l’ho trovato anni fa in una piccola frase contenuta in uno dei miei Barnum preferiti: “mai un Dio è stato meno Dio ”. Ecco. E’ proprio così.
Ma bisogna ritrovarsi lì davanti per capirlo con esattezza, nel buio della sala e nella luce della grande tela, di fronte a quel corpo morto, per comprendere: se quello era il Figlio di Dio fattosi Uomo per scendere sulla Terra a salvare gli Uomini, certo adesso non resta più nulla di divino in quel corpo senza vita. Dei tre vertici del triangolo della Trinità quello è quello mortale, la cui finitudine terrena è indispensabile per completare l’Assolutezza di Dio. Questo è l’istante in cui il destino è compiuto, tutto è accaduto, e anche quel cielo così limpido si rivela ora per quello che semplicemente è: un luogo vuoto, e muto.
Lo sguardo scende piano da lassù insieme a quel corpo esanime, fino ai piedi della Croce, dove la scena si presenta completamente diversa. Qui non ci sono rumori né voci, l’agitazione di chi ha un compito da svolgere lascia il posto all’immobilità, il silenzio dilaga. Se in cima alla Croce gli uomini si davano da fare gridando, ai suoi piedi le donne sono ammutolite dal dolore, il capo chino sotto il peso della tragedia. Le Marie, rigide nei loro abiti dai panneggi scolpiti dalla luce, si stringono immobili alla Madonna, pietrificata in un dolore infinito. Il Battista, giovane e disperato, nasconde il volto nelle mani incapace di sopportare la vista di quella realtà inammissibile. I gesti sono minimi, i suoni spariti, tutto è compiuto e non si può più tornare indietro.
Unico elemento animato della scena, la Maddalena, che cade in ginocchio ai piedi della Croce, con il meraviglioso abito rosso fiamma che le fluttua intorno al corpo piegato dal dolore, le braccia che stringono disperatamente le gambe della Madonna, come per cercare in Lei un Perdono per questo errore fatale che possa racchiudere l’Umanità intera.
E’ bellissima, questa Maddalena viva, che piange e prega e libera la sua emozione per noi nel momento in cui tutti gli altri sono cristallizzati nel vuoto dei sentimenti rasi al suolo dalla falce della morte. E’ bellissima per il suo gesto così umano, sentito, e per come è rappresentata, con l’abito scarlatto che la avvolge con sensualità, la cintura dorata, i capelli biondi acconciati con raffinata eleganza, la pelle di alabastro che si intravede dal profilo del volto. Perché in effetti non si vede del tutto, quel viso, la Maddalena è voltata verso la Madonna in un modo che lascia scoprire solo l’orecchio e una piccola porzione della guancia, mentre sia gli occhi che la bocca restano in parte nascosti. Eppure è così che te la ricordi, dopo. Bellissima. Meravigliosa come una luce salvifica in mezzo a tutto quel dolore, quell’angoscia atroce, quello smarrimento dell’anima. La sua bellezza e il suo gesto vitale riaccendono la fiamma della speranza in quel vuoto senza più Dio, e istintivamente vai a cercare la risposta dove hai bisogno di trovarla, nel volto del Cristo morto. E a guardare bene, lassù, quello che sembra di vedere, è un piccolissimo sorriso.

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Caravaggio

5 giugno, 2010 in Arte. Commenti: 4

Ho fatto più di 350 km e la fila più lunga della mia vita per vedere questa mostra, e ne avrei fatti il doppio pur di non perdermela. In occasione dei 400 anni dalla morte, per la prima volta 30 Caravaggio sono stati raccolti in un’unica esposizione e sono stati messi in fila uno dopo l’altro a disposizione di tutti quei visitatori che fino al 13 giugno avranno voglia di recarsi alle Scuderie del Quirinale per ammirarli. Nel momento stesso in cui ho letto la notizia di questo allestimento senza precedenti ho saputo che ci sarei andata, che sarei stata uno degli innumerevoli appassionati del pittore della luce ad accorrere a Roma per non perdere l’occasione unica di assistere ad un evento irripetibile, uno di quelli per cui un giorno potrò dire “io c’ero”, e dirlo con nella voce l’eco di un’emozione indimenticabile. Che poi questo viaggio mi abbia regalato un intero fine settimana di aprile pieno di bellezza e divertimento e ore spensierate passate insieme ad alcuni dei miei familiari più cari è stato solo un surplus, un omaggio graditissimo del pacchetto tutto compreso di una piccola vacanza che mi resterà nel cuore. Perché Roma è Roma e anche se ci sei stata mille volte non finisce mai di stupirti, ma se alla meraviglia della città unisci il piacere della compagnia giusta, allora il cocktail diventa perfetto, e una mostra unica come questa non è altro che la ciliegina sulla torta. Una delizia che ci siamo dovuti guadagnare comunque, mettendoci pazientemente in fila verso mezzogiorno per varcare la soglia delle Scuderie solo intorno alle quattro del pomeriggio, fisicamente stanchissimi ma con l’entusiasmo alle stelle per essere finalmente a un passo dalla nostra agognata meta. Siamo stati ripagati subito di tutta la nostra fatica non appena abbiamo messo piede nella prima sala, dove, nella semioscurità dell’ambiente, ci siamo trovati di fronte alla prima straordinaria opera, la famosa “Canestra di frutta”,

arrivata per l’occasione dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano da dove non si era mai spostata. Ora, io non sono particolarmente amante delle nature morte, non sono il mio tema preferito direi, forse perché mi lasciano sempre addosso come una specie di tristezza, un senso di solitudine e silenzio che, senza arrivare a diventare dolore, mi suscita una malinconia profonda. Ma quando mi sono ritrovata davanti a questo dipinto, che è probabilmente la natura morta più famosa della storia della pittura, sono rimasta letteralmente folgorata dalla sua straordinaria bellezza. Eppure avevo ben chiaro l’effetto di potente meraviglia che le opere di questo pittore sanno suscitare – ero lì proprio per quello – ma evidentemente non ero preparata a quello che mi sono ritrovata davanti agli occhi. Un miracolo. Una visione. Uno sfondo fatto solo di delicatissima luce dorata, un piano d’appoggio appena visibile, e sul nulla di quella linea illusoria come un orizzonte, il più straordinario cesto di frutta che abbia mai visto. Uva, fichi, mele, limoni, forme perfette al punto da sembrare vere con tanto di foglie accartocciate, ombre, ammaccature e gocce di rugiada fresca. Tutta la Natura più simbolica raccolta e mostrata nel momento del suo massimo splendore, in bilico su quel limite estremo che divide la maturità perfetta dall’inizio della decadenza, che poi è la sintesi ideale della sua Bellezza. E a contenere tutta questa perfezione, raffigurata nella maniera più realistica mai raggiunta, la fiscella, il piccolo canestro di vimini intrecciato protagonista dell’immagine al pari della frutta, talmente esatto e reale che pare di poterlo toccare. Anzi pare proprio di doverlo toccare, di dover allungare la mano e spingerlo un po’ indietro per evitare che cada, così sbilanciato oltre il bordo del tavolo. Un trucchetto da niente eppure geniale, per dare vita a un tipo di rappresentazione che è quella dell’immobilità per eccellenza, tanto da essere “morta” per definizione. Assolutamente meraviglioso. Comunque, quello che incanta di più in tutta quella bellezza è l’incredibile potere della luce che domina la tela, una luce diffusa e intensa che pare emanare dai frutti stessi, dal cesto, e dallo sfondo dorato, infinito luminoso che contiene tutto ciò che esiste. Bisogna assolutamente vederla dal vivo per capire la straordinarietà di quest’opera, perché non c’è mezzo tecnico capace di rendere questa luminosità, questi colori, questa incredibile definizione. E’ magia questa, e bisogna guardarla con i propri occhi per lasciarsi sommergere da tutta questa dilagante meraviglia. Da lì in avanti, la mostra non è altro che uno straordinario percorso nella luce che risplende nella semioscurità delle sale, affollate di gente incantata. Poco più avanti rincontro, dopo moltissimi anni, lo straordinario gruppo de “I Musici”

che avevo visto per la prima volta al MET di New York, un’opera dove la giovinezza e la bellezza sono così evidenti da essere protagoniste assolute, capaci di illuminare le carni candide, i volti rosei, le labbra dischiuse, i tessuti morbidamente drappeggiati intorno ai corpi di questi musicisti tutti dediti alla loro arte. E lì accanto, in una specie di ideale composizione doppia, vedo finalmente per la prima volta il meraviglioso “Suonatore di liuto”,

un ragazzo dalla bellezza straordinaria che suona l’antico strumento a corde per accompagnare il suo canto. Vicino a lui ancora frutti perfetti, strumenti musicali, spartiti, e un grande mazzo di fiori infilati in una bottiglia di vetro sulla quale si intravede il riflesso della finestra dalla quale arriva il raggio di luce che illumina tutta la scena. Sensualità seducente in equilibrio con la più esatta geometria. Incantevole. Sulla parete opposta alza il suo calice il Bacco degli Uffizi,

una vecchia conoscenza, con quella fantastica corona di foglie di vite dei colori dell’autunno e la splendida coppa rinascimentale piena di vino rosso, tanto esplicitamente invitante che lì per lì ti confonde, e non sai più se è il Dio del vino o quello dell’amore a chiamarti. Il percorso prosegue nel buio interrotto soltanto dalle luci direzionali che inquadrano le opere appese, che sono sistemate benissimo, alla giusta altezza e giusta distanza le une dalle altre e avvicinabili a sufficienza per poterne godere al massimo, ma nonostante questo l’allarme spaziale suona spessissimo nella sala. Perché anche se Caravaggio aveva questa bella abitudine di dipingere tele di dimensioni notevoli, da grandi a molto grandi in effetti, e nonostante le installazioni siano ottime e perfettamente fruibili per il pubblico, non si riesce a fare a meno di avvicinarsi, di sporgersi verso quelle immagini così vivide da sembrare scene reali che stanno accadendo adesso al di là del riquadro della cornice, e viene da accostarsi al massimo per cercare di scoprire il segreto di tanta perfetta illusione. Altro che cinema in 3D… Poco più avanti mi trovo finalmente di fronte ad uno dei pezzi migliori di tutto il piano terra, un’opera che non avevo ancora mai visto se non nei libri, ed è inevitabilmente un’altra rivelazione. Direttamente dai Musei Vaticani, di solito restii a prestare i loro grandi capolavori, “La Deposizione”

risplende davanti a me come un faro, un’illuminazione, una visione. La scena è drammatica e potente, ogni personaggio interpreta un’emozione diversa e tutti insieme creano il quadro perfetto e vivido di un evento cruciale. C’è la disperazione giovane e assolutamente spaventata di Maria di Cleofa, il dolore straziante che piega la testa e fa chiudere gli occhi alla Maddalena, bella come un gioiello, la sofferenza impietrita degli occhi di Maria, la madre alla quale conoscere quel destino fin dall’inizio non serve a nulla adesso, e la pietà devota dei discepoli Giovanni e Niccodemo che fanno quello che si deve fare, e lo fanno nel modo più misericordioso e doloroso mai rappresentato, così fisicamente potenti e veri da sembrare scolpiti più che ritratti. Questo è il momento più tragico della storia dell’Uomo, il destino annunciato si è compiuto, Cristo è morto e viene sepolto da coloro che più lo hanno amato mentre tutto intorno è il buio. Mi viene in mente una definizione che avevo letto in un libro riguardo ad un’altra deposizione bellissima e mi pare che calzi perfettamente anche qui: “mai un Dio è stato meno Dio”. E’ esattamente così, questo è il corpo esangue di un uomo morto che nulla ha più di divino, questo è il momento finale in cui la divinità del Cristo si è dovuta completamente annullare per poter donare la Salvezza all’Umanità. Eppure, l’unica vera luce di tutto il quadro viene da lì, da quel corpo vuoto, col braccio forte e abbandonato omaggio al Cristo del più grande dei Maestri, una luce che già sa di miracolo, quella della Grazia che sconfigge la Tenebra. E lì in mezzo, protagonista silenziosa tra gli altri attori della scena, l’immagine che forse più di tutto il resto testimonia la grandezza e la genialità di questo artista, la pietra sepolcrale, la lastra squadrata messa di traverso in modo da puntare il suo spigolo direttamente verso l’osservatore, dritta e inesorabile come una freccia, a ricordare che Cristo è la pietra angolare del mondo, e che quello che ora appare morto diventerà l’unica Speranza sulla quale poserà il destino dell’Umanità intera. Drammatico, potente, stupefacente. Questa grande tela racconta una verità universale che va al di là di qualunque fede, che è quella della grandezza dello Spirito dell’Uomo capace di manifestarsi in maniera spettacolare nell’Arte e nella Bellezza. Ma la fine della meraviglia è ancora parecchio lontana, oggi… Non si fa in tempo a riprendersi da una visione che subito un’altra prende il suo posto, a risvegliare nuove emozioni. E’ la volta della “Flagellazione di Cristo”,

altra tela molto grande dalla composizione essenziale in cui, ancora una volta, la scena drammatica di Cristo legato alla colonna e torturato dai suoi aguzzini suscita commozione e dolore per il realismo estremo della rappresentazione, ma ha anche il potere evidente di donare Speranza attraverso la magia della luce, ancora protagonista. Un’illuminazione che è quasi cinematografica, dove la colonna della tortura sembra in realtà fatta anch’essa di luce, un fascio potente al centro della scena che scende dall’alto come un riflettore ad illuminare la figura di Cristo, ferito, umiliato, piegato, con gli occhi chiusi e la fronte insanguinata per le sevizie subite. Eppure quel corpo ferito è l’unico intatto, e la luce sembra avvolgerlo in pieno e quasi emanare fuori da lui, verso le tenebre che dominano tutto intorno, e da quel corpo splendente riesce ad illuminare in parte anche i volti malvagi degli aguzzini, come ad anticipare che il suo sacrificio salverà dalle tenebre tutti gli Uomini, compresi i peccatori più oscuri. Straordinaria è la potenza del dramma che si compie in questa scena, dove in realtà il protagonista è immobile, e l’oscurità domina i tre quarti della rappresentazione. Diverso è l’effetto che fa la visione di “Giuditta e Oloferne”,

dove tutto è così veloce e animato da sembrare quasi un film. Giuditta brandisce la spada e, con la bocca aperta a invocare dal cielo il coraggio di portare a termine il suo piano, la cala con tutte le sue forze sul collo di Oloferne addormentato e mezzo stordito dal vino, che proprio in quel momento si sveglia spalancando gli occhi e gridando per la sorpresa e il terrore, mentre il sangue comincia a uscirgli a fiotti dalla ferita mortale alla gola. Accade tutto in un attimo, i muscoli si tendono, gli occhi si rovesciano, il grido è spezzato dalla lama che lo trapassa lacerando la carne. Oloferne è ritratto nei suoi ultimissimi istanti di vita, quando non è ancora morto ma la sua vita non è altro che un ultimo spasmo di terrore. Opposta alla sua agitazione scomposta è l’immobilità attenta della vecchia serva, che attende muta la fine di tutto per raccogliere nel sacco la testa decapitata da Giuditta. Una Giuditta bellissima, che anche in un momento topico come questo in cui è chiamata dal destino a compiere un gesto di grandissima violenza, riesce a risplendere nell’oscurità. Da lei emanano grazia femminile e forza, finezza e coraggio, risoluzione e raccapriccio. Il suo volto è ritratto con la fronte accigliata, la bocca dischiusa, lo sguardo fisso sull’orrore che si sta compiendo, eppure nessun dettaglio è trascurato, neppure i più piccoli, dall’acconciatura raccolta cui sfuggono dei riccioli ribelli ai meravigliosi orecchini di perle a goccia. Quanta bellezza, anche nella tragedia. Mentre sto lì a osservare quest’opera noto un gruppo di bambini tra i quattro e i cinque anni che siedono sul pavimento davanti alla grande tela, ascoltando l’insegnante che spiega i dettagli dell’episodio rappresentato. I bimbi sembrano incantati, fissano la scena drammatica a occhi spalancati ma non sembrano affatto spaventati, osservano, domandano, vogliono sapere perché la ragazza bella colpisce quell’uomo con la spada facendogli uscire il sangue, e se lui era cattivo e se lo meritava. Bisognerebbe rispondere che no, nessuno si merita una cosa del genere a prescindere da cosa ha fatto, bisognerebbe spiegare che quella è una storia molto antica che è accaduta in un tempo in cui le persone si comportavano in maniera diversa ma oggi il mondo è cambiato e nessuno può più agire così, e bisognerebbe sottolineare che anche se qui Giuditta è evidentemente ritratta come il personaggio positivo della scena, quello che sta facendo non va bene, non si fa e nessuno può avere il diritto di farlo a nessun altro. Però bisognerebbe anche che fosse vero. Invece no. Per questo, sono contenta di non dover rispondere a nessuna domanda per questa volta, e di poter continuare a guardarmi questa Giuditta nella maniera che preferisco. Una donna coraggiosa e libera che da vittima predestinata diventa carnefice del suo aguzzino, una donna capace di sottrarsi a un destino di violenza che è di troppe donne e con un unico gesto fare la giustizia di tutte. Perché mi piace l’idea che possa esistere una Giuditta per ogni Oloferne, almeno su una tela dipinta. Dal dramma cupo passo alla gioia pura in un niente, mi basta spostarmi di poco ed ecco davanti a me la luce allegra e calda di “Amor vincit omnia”,

dove un irresistibile amorino siede in bilico sul mondo in una posa maliziosamente divertita, consapevole di essere trionfatore assoluto su tutto il resto, dalla musica alla pittura, dall’architettura alla gloria delle armi. Tutte le Arti e le attività umane più alte sono citate, e tutte sono ai suoi piedi, inutili, vinte, vane come giochi abbandonati di bimbi di fronte al potere assoluto del richiamo di Amore. La posa esplicita, le carni morbide e luminose, il capo inclinato, le fossette sulle guance sorridenti, le labbra rosse come ciliegie, lo sguardo malizioso e innocente insieme, ogni minimo dettaglio fa di questo ragazzo l’immagine perfetta dell’amore sensuale e del suo immenso potere. E alla fine le sue ali, meravigliosamente grandi e piumate, sembrano quasi confondersi con lo sfondo scuro, mimetizzate, semplicemente decorative e basta, spalancate come un abbraccio semmai, ma assolutamente incapaci di togliere a questo giovane la forza fisica e reale della sua sensualità che poco ha di ideale o angelico. Anche questo Amorino non è altro che una rivelazione, e basta incrociare i suoi occhi scuri per pochi istanti per capire davvero come tutto, assolutamente tutto nella nostra vita, possa diventare diverso quando Amore ci sorride così. Poco più avanti ritrovo un’opera vista solo pochi mesi fa al KHM di Vienna, “L’incoronazione di spine”,

una tela bellissima dove la tristezza domina tutto, dove il silenzio sgomenta, e non si incontra lo sguardo di nessuno dei personaggi. Basso quello di Cristo che patisce il martirio sottomettendosi al suo destino, impegnato nelle loro azioni malvagie quello degli aguzzini, assente quello del soldato che presenzia alla scena di spalle, come noi che guardiamo con lui, e che come noi non comprende, non agisce, resta immobile nell’ombra mentre quello che doveva accadere accade. Cristo ha la testa china, il suo corpo nudo è avvolto da una veste rossa che preannuncia il dramma, il sangue già gli scende sul volto mentre i suoi torturatori vanno avanti nella loro opera, senza concitazione ma con determinazione. Tutto sembrerebbe definitivo, e finale. Invece, nell’apparente staticità della scena, un fascio di luce intensa cala dall’alto a illuminare tutti, testimonianza silenziosa e salvifica del potere Dio. E’ stato bello rivederla dopo così poco tempo, mi era piaciuta immediatamente quest’opera dalla composizione così particolare, con Cristo seduto, i personaggi inquadrati da vicino, e quello strano soldato nella sua uniforme lucente messo insieme a noi davanti a qualcosa che non è capace di comprendere pienamente, impotente e muto. Ottenere un grande effetto con pochissimi elementi essenziali e perfetti, questa è una delle cose che Caravaggio sa fare benissimo e che mi piacciono di più delle sue opere. E tra quelle che più riflettono questa caratteristica c’è sicuramente “La cena in Emmaus”,

quella della National Gallery di Londra (anche se qui è presente anche la versione conservata a Brera). Tela spettacolare, che ogni volta che la rivedo mi fa lo stesso effetto di sorpresa e rivelazione della prima volta. L’episodio è quello classico del vangelo di Luca, due apostoli che hanno fatto un pezzo di cammino con un viandante sconosciuto si fermano con lui a mangiare all’osteria in Emmaus, ed è solo nel momento in cui lui spezza il pane e lo benedice che loro lo riconoscono come Gesù risorto. Un momento chiave, una rivelazione fondamentale per ogni cristiano, rappresentata qui nell’attimo esatto in cui la Verità si svela. E la scena è decisamente all’altezza delle aspettative. Un Gesù dai lineamenti giovani e dolcissimi, lo sguardo abbassato sul tavolo al quale siede, benedice il pane con la mano destra alzata, rivelando con quel semplice gesto la sua vera identità agli occhi dei due apostoli presenti. Che restano stupiti, e di più, stupefatti e meravigliati da quella rivelazione clamorosa, tanto da non riuscire a controllare le proprie reazioni spontanee. Quello a sinistra, quasi di spalle all’osservatore, si alza di scatto dalla sedia spingendo in fuori il braccio piegato, con il gomito che sembra sul punto di uscire dalla tela per venirci incontro. L’altro seduto sulla destra, in abiti da pellegrino con tanto di conchiglia appuntata sul petto, spalanca le braccia per la sorpresa, creando una linea visiva che va dall’occhio dell’osservatore fino ad uno spazio indefinito dietro le spalle di Gesù, dando alla scena una profondità prospettica che non ci si aspetta da un ritratto ravvicinato di questo tipo. I gesti degli apostoli sono così repentini e inattesi che perfino l’oste, in piedi vicino a Gesù e ignaro della sua identità, intuisce cha sta accadendo qualcosa di grande e lo guarda con aria sorpresa, incapace di allontanarsi. Il tavolo è anch’esso protagonista, con tutto quello che c’è posato sopra: pane, vino, carne, e un’altra bellissima fiscella che contiene frutti altamente simbolici come uva nera, uva bianca, fichi, melograni, tutti ritratti con una veridicità e una cura straordinarie. Ma quello che più colpisce, al di là della perfezione tecnica e dell’armonia dei colori e dei contrasti luci ombre, è la capacità di catturare l’istante rivelatore, l’efficacia visiva di tutta la scena che nel momento stesso in cui la guardi ti attira in un attimo all’interno di quella stanza, ti mette di colpo di fronte a quella verità rivelata, e ti ritrovi lì a spalancare gli occhi e inarcare le sopracciglia insieme ai due apostoli, scosso dalla loro stessa emozione di fronte alla rivelazione della presenza di Cristo risorto. Una magia, di quelle cui capita raramente di assistere. Altre meraviglie passano sotto ai nostri occhi, dal magnifico “Sacrificio di Isacco”, tra le pochissime tele di Caravaggio che ritraggono una scena in un esterno giorno, alla “Conversione di Saulo”, piena di agitazione e pathos, dalla “Cattura di Gesù nell’orto”, drammaticamente struggente, ai fantastici personaggi de “I bari”, ritratto ironico di popolani truffaldini intenti a derubare l’ingenuo ragazzotto ricco, fino alla dolcezza assoluta dell’ ”Adorazione dei pastori” arrivata direttamente da Messina. Ma tra tanta bellezza spiccano ben quattro diverse rappresentazioni di una delle figure preferite dell’autore, San Giovanni, ognuna diversa ed ognuna splendida a suo modo. In una delle più originali Giovanni

è un ragazzino bellissimo e sorridente, il corpo nudo semi adagiato su un tronco coperto di panneggi e pelli nel folto del bosco, la posa provocante e sensuale, le braccia intorno al collo di un ariete simbolo di sacrificio, lo sguardo dritto negli occhi di chi lo osserva, mentre un gioco straordinario di luci e ombre sembra riuscire a dare vita a ogni muscolo del suo corpo. Una rappresentazione nuova e diversa di questo personaggio, che qui ha il volto somigliantissimo a quello del cupido di Amor vincit omnia, tanto da far pensare che il modello dei due ritratti sia stato il medesimo. Un Giovannino giovane e vivace, quasi monello, senza la Croce delle iconografie classiche ma con un’espressione di grande amore nel gesto dolce col quale abbraccia l’ariete simbolo di Gesù, di cui è il discepolo prediletto e il battista. Diverso è il San Giovanni di Galleria Borghese,

sempre molto giovane, solo in un luogo oscuro e accompagnato ancora da un ariete, stavolta regge con la mano la classica croce ma non c’è traccia di sorrisi o gioia sul suo viso, l’espressione è dolorosa e la posa abbandonata, come di chi sia solo e distaccato da tutto. Più adulto ma simile per ambientazione della scena è il San Giovanni di Kansas City,

un giovane avvolto in ricchi panneggi rossi che però ha l’aria accigliata, lo sguardo abbassato, l’espressione seria e profonda di chi riflette su un destino tragico. L’ariete sacrificale è sparito, mentre la croce di canne è qui in primo piano. Il mio preferito resta comunque il San Giovanni di Palazzo Corsini,

un bellissimo giovane seduto nel bosco deserto, solo, cupo, drammaticamente agitato da pensieri oscuri e intento alla sua meditazione profonda. Il suo corpo magro è inondato di luce, ma il suo viso è nell’ombra, i suoi pensieri sono celati, il suo io interiore irraggiungibile e misterioso. Una solitudine toccante quella di questo Giovanni, un’oscurità spirituale che inquieta e commuove, e suscita emozioni intense. Meraviglioso. Non meno drammatico è il “Davide con la testa di Golia”,

dove dall’oscurità più nera emerge in un cono di luce il corpo del giovane Davide mentre solleva la testa appena tagliata di Golia. La spada ancora nell’altra mano, ha lo sguardo fisso sull’orrendo volto del nemico sconfitto sul quale è dipinto il terrore della morte, mentre tutto intorno è tenebra e buio. Ma quello di Davide non è un gesto di spavalderia, anzi. La sua grandezza sta proprio nello sguardo di desolata pietà che rivolge a Golia, nell’espressione malinconica di umana compassione riservata al suo nemico, a sottolineare l’inutilità dell’odio e della voglia di vendetta. Nei tratti stravolti di Golia appena ucciso si riconosce l’autoritratto di Caravaggio, condannato a morte per omicidio, braccato e costretto alla fuga. Ma Golia è anche tutti gli uomini, peccatori irredenti da compiangere per la loro miserevole condizione. L’incredibile poesia dello sguardo di Davide commuove il cuore rivelando la grandezza assoluta di questo artista, padrone incontrastato della luce. L’ultima opera esposta è un pezzo straordinario appena uscito da un lungo restauro che lo ha riportato al suo splendore originario, “L’Annunciazione” di Nancy.

Attendevo di vederlo dal vivo con particolare interesse perché questo delle Vergini annunciate è decisamente uno dei miei temi preferiti, mi piace sempre scoprire con quale sguardo il grande Maestro di turno racconta un momento così particolare, come immagina l’umile figura di Maria nel momento solenne in cui riceve dall’Angelo la rivelazione del suo destino straordinario, quale elemento sceglie di evidenziare, quale sguardo l’uomo pittore decide di mettere negli occhi di una donna chiamata a diventare la madre del Figlio di Dio. Tutti i più grandi si sono in qualche modo confrontati con questo tema, alcuni con risultati straordinari come Leonardo o Botticelli, Lorenzo Lotto o Raffaello, per non parlare della spettacolare “Annunciata” di Antonello da Messina, e per quanto sia difficile scegliere forse questa è una delle mie preferite, raffinatissima, elegante, ricca di dettagli meravigliosamente definiti, e capace allo stesso tempo di rendere l’emozione complessa e il turbamento di questo momento sacro. Quasi 300 anni dopo, Caravaggio presenta una scena completamente diversa e originale, un’Annunciazione a modo suo in cui la composizione è nettamente divisa in due, in basso la Vergine inginocchiata al volere di Dio, umile e china, avvolta nella sua veste azzurra, con lo sguardo basso e gli occhi in ombra, in alto l’angelo in volo che impone la sua mano e la volontà di Dio sul capo di Maria, e lo fa con impeto e protezione insieme, immerso nel raggio di luce che scende con lui dall’alto. Però, come per Maria, il suo volto è nascosto dietro alla spalla e lo sguardo è illeggibile, i pensieri restano celati, troppo misterioso e alto è il momento per poter essere rappresentato. Il risultato è una scena piena di mistero e fascino, solennità e pathos, veramente straordinaria. L’emozione che mi regala quest’ultima visione stride con la delusione per la consapevolezza che il giro della mostra è completato, non ci sono altre opere da ammirare. Difficile da accettare, ma inevitabile. Percorro lentamente il disimpegno che porta al ballatoio esterno del primo piano, dove in una specie di piccola sala sono state sistemate alcune sedute per riposarsi prima dell’uscita, e raggiungo gli altri del mio gruppo che sono già lì, storditi e stanchi per l’emozione, la fatica, la folla. Ma ci resto per poco. Il ritorno alla luce naturale dopo tanto tempo passato nelle sale oscure è sgradevole e fastidioso. Io che adoro il sole e la luce intensa delle stagioni calde, per la prima volta trovo insopportabile la luce del giorno, mi sembra falsa, asettica, fredda, completamente incapace della sua funzione primaria di illuminare il mondo. Sento il bisogno di tornare ancora nell’oscurità della galleria, dove tutto è mostrato attraverso l’unica straordinaria luce capace di rivelare la verità delle cose. Mentre sto per oltrepassare la soglia del corridoio per tornare sui miei passi mi fermo, e per un attimo non capisco se sto vedendo davvero quello che mi pare di vedere o se la stanchezza e l’emozione mi stanno giocando un brutto scherzo. Davanti a me a impedirmi il passaggio c’è un cane – un bel cane grande, color miele, che procede tranquillamente tra la gente senza tirare affatto il suo guinzaglio rosso. Sarà la sorpresa, o la stanchezza, o sarà che proprio non me lo aspettavo qui in questo momento, ma mi ci vuole un po’ a capire. Solo quando vedo il ragazzo dietro di lui, con gli occhiali neri e l’andatura regolare, realizzo che quello è un cane per ciechi. Quel ragazzo col giubbino di jeans e i capelli corti è cieco, e quello è il suo cane guida. Sta uscendo dalla galleria espositiva e intanto chiacchiera con una ragazza, il guinzaglio rosso in una mano e l’apparecchietto dell’audioguida nell’altra. Il tempo di attraversare lo spazio affollato e raggiungere le scale, e sparisce con il suo cane tra le altre persone che stanno scendendo. Resto lì a guardare imbambolata, come chi abbia in mano due tessere di un puzzle e non riesca a trovare il verso giusto di farle combaciare. Un ragazzo cieco e una galleria di pittura. La magia del pittore della luce e occhi che non la vedranno mai. Eppure era qui, lui che non poteva vedere era qui, ad ascoltare una voce tentare l’impossibile compito di raccontare il miracolo dello splendore. In un secondo sono di nuovo nella penombra della sala, io che ho l’infinita fortuna di poter vedere tutta quella meraviglia non riesco a uscire da lì. Se non fosse stato per gli altri che mi aspettavano per ripartire, probabilmente sarei venuta via solo all’ora di chiusura. Perché quando capita l’occasione rara di trovarsi in un posto straordinario, è difficile decidersi a lasciarlo. Quando finalmente lo faccio, dopo aver dato un ultimo saluto alla fiscella del primo piano che è quella che idealmente mi porto a casa, passo nello shop e mi arrendo all’unico gesto che mi sembra capace di alleviare la tristezza di dover ripartire, e darmi la sottile illusione di portare via con me qualcosa di tangibile di questa visita indimenticabile: acquistare il catalogo della mostra. Che è un bel catalogo comunque, ottime stampe a risoluzione più che discreta e opere accuratamente commentate dai maggiori esperti di questo autore rivoluzionario. Certo non è la stessa cosa, ma credo che mi farà buona compagnia ogni volta che sentirò il desiderio di rivivere queste emozioni. E magari potrò sognarci su fino alla prossima volta in cui potrò veder risplendere la bellezza di queste tele con i miei occhi.

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