L'importante non è cosa guardi, ma cosa vedi
 
10 agosto 2014: Battle Abbey and Battlefield – Bateman’s House – Monk’s House – Brighton

10 agosto 2014: Battle Abbey and Battlefield – Bateman’s House – Monk’s House – Brighton

Terza notte inglese sotto un piumone azzurro con stampe di uccellini, mentre diluvia incessantemente sul bosco. La nostra terrazza non è utilizzabile stamattina, ma la vista sul giardino resta bella anche con la pioggia. Facciamo colazione in una veranda a vetri che somiglia a una piccola serra, a un tavolo tondo apparecchiato a meraviglia: tovaglia candida, porcellane Evesham dipinte a fiori e frutta, posate con impugnature dai decori in rilevo, bicchieri a calice, bricchi panciuti di tè e caffè, ciottoline di burro e marmellata fresca fatte a forma di fiore. Come tocco finale, portatovaglioli di porcellana. Potrei fare colazione qui per il resto della mia vita.

Il cibo è ottimo e abbondante, e l’atmosfera molto piacevole. Luca prende una ricca Full English, mentre io provo una soffice omelette di prosciutto e formaggio, deliziosa. Il marito della signora ci racconta come riesce a gestire tutto da solo, e naturalmente ci informa dettagliatamente sul tempo previsto per la giornata. Quando gli dico che a noi piacciono molto le rose inglesi, che qui non vediamo, la signora ci spiega con aria rassegnata che anche lei ha provato a piantarle, ma subito arrivano i conigli dal bosco e si mangiano tutto. Pare che siano molto golosi di rose. I piccoli inconvenienti di vivere in un posto da fiaba… Raccontiamo un po’ del nostro programma e del giro che abbiamo intenzione di fare, e alla fine dobbiamo raccogliere le nostre cose e partire. Ma ci ricorderemo sempre di questa casa in mezzo al bosco.
In pochissimi minuti raggiungiamo il centro del villaggio di Battle, che è nato proprio intorno alla sua attrazione principale: l’Abbazia e il luogo della Battaglia di Hastings, a poche miglia da qui, visitati da moltissimi turisti ogni anno e curati dell’English Heritage

Purtroppo il tempo è brutto, il cielo si è fatto cupo e poco dopo il nostro arrivo si scatena una vera tempesta. In una sala di proiezione predisposta nel centro visitatori guardiamo un bel filmato che, in un quarto d’ora di immagini di grande effetto, spiega come andarono i fatti quel fatidico 14 ottobre 1066, quando l’esercito normanno guidato da Guglielmo il Conquistatore sconfisse l’esercito di Re Harold mettendo fine all’era Anglo-Sassone e dando inizio alla storia dell’Inghilterra come la conosciamo oggi. Oltre 7000 soldati morirono qui tra l’alba e il tramonto di quel terribile giorno, e tra loro un Re, Harold, e molti capi di nobili famiglie. La storia inglese cambio’ il suo corso in questo luogo, e anche quella dell’Europa intera.

Guglielmo si dimostrò un leader coraggioso e astuto e condusse il suo esercito alla vittoria con una tattica militare brillante, conquistando per se’ il regno che tanto desiderava. Ma fu ben consapevole del prezzo che tutti dovettero pagare perché questo avvenisse, e pochi anni dopo, su esortazione di Papa Alessandro II, fece costruire su questo campo di battaglia un’abbazia benedettina, in memoria di tutti coloro che persero la vita quel giorno.

Facciamo il giro con l’aiuto dell’audio-guida ricevuta all’ingresso ma piove con una certa intensità, così ci adeguiamo agli usi locali sfoggiando quello che sfoggia ogni vero inglese di fronte ad agenti atmosferici avversi: una mantellina di gomma col cappuccio e una dignitosa impassibilità. Luca ha quella azzurra con le orche del Loro Parque di Tenerife, io quella nera del Museo delle navi Vichinghe di Oslo. Per l’impassibilità, facciamo il possibile. E quando proprio il vento si alza e la pioggia si fa troppo intensa, ci rifugiamo dentro a un bellissimo dormitorio di monaci che faceva parte del complesso benedettino, ad ascoltare la ricostruzione storica dei fatti narrati dalla voce dell’audio guida con tanto di sottofondo di scontri di spade e scudi, grida di attacco e frastuono di combattimenti. Molto suggestivo.

In giro troviamo anche volontari in abiti medievali che organizzano dimostrazioni di duelli con scudi e spade di legno e postazioni di tiro con l’arco che coinvolgono i più piccoli, e i bambini che partecipano sono entusiasti di queste attività che rendono la storia antica una cosa viva ai loro occhi.

Il Campo di Battaglia è grande e sommerso di erba incolta, circondato da un lungo sentiero di visita che oggi, per via del maltempo, non prende quasi nessuno. Ma di fatto, tutta la zona sulla quale ci troviamo fu il vero campo di battaglia quel giorno, e sul terreno dove camminiamo si svolsero proprio gli scontri più violenti. La terra sotto ai nostri piedi, oggi inzuppata di pioggia, fu intrisa del sangue di migliaia di soldati inglesi e normanni, e nel punto esatto dove poi Guglielmo fece piazzare l’altare maggiore della chiesa dell’Abbazia, fu versato sangue di Re. Oggi c’è una lapide a segnare il luogo esatto in cui Harold cadde infilzato dalle spade normanne, ormai quasi 1000 anni fa.

La chiesa dell’Abbazia non c’è più, restano solo le tracce delle sue fondamenta risalenti al 1070 insieme a quelle di una cripta di epoca successiva, ma il complesso dell’Abbazia con i vari edifici dalla bella architettura rende esattamente l’idea di come doveva essere questo posto fino al XVI secolo, quando andò incontro con gli altri edifici cristiani alle devastazioni ordinate da Enrico VIII.

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È una visita che mi impressiona parecchio, molto più di quanto mi aspettassi, e alla fine anche la pioggia e il cielo cupo contribuiscono a creare l’atmosfera perfetta per questa esperienza. Ero già rimasta incantata a Bayeux, anni fa, ammirando il meraviglioso arazzo nel quale i fatti accaduti in quei giorni furono narrati in straordinarie scene ricamate a colori vividi, così dettagliate e realistiche da superare qualunque cronaca verbale. Ma venire qui di persona è davvero un’altra cosa.

Finalmente posso vedere con i miei occhi questo luogo che sta proprio all’origine della storia dell’Inghilterra, e dare corpo e realtà fisica a quella che durante gli anni della scuola è solo una nozione da ricordare a memoria: 1066, Battaglia di Hastings.

Il cielo è scuro ma non piove quasi più quando torniamo alla macchina, pronti a dirigerci verso la seconda tappa di oggi, Bateman’s House.
La nostra meta è a una decina di miglia da Battle, in un piccolo centro chiamato Burwash, dove si trova la casa nella quale lo scrittore Rudyard Kipling ha vissuto per oltre 30 anni fino alla sua morte, dopo i lunghissimi viaggi che lo hanno portato in giro per il mondo. È un bene del National Trust, quindi entriamo con la nostra tessera FAI.

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La casa è semplicemente magnifica. Una villa in pietra del 1600 immersa in un giardino favoloso che è un’oasi di pace al riparo dal mondo, con boschetto, frutteto, laghetto delle ninfee, roseto e sentieri lastricati perfettamente disegnati, un incanto per eleganza e raffinatezza.

Gli interni sono altrettanto preziosi, con splendidi mobili originali scolpiti e intarsiati, pannellature di quercia e cuoio dipinto alle pareti, enormi finestre all’inglese che lasciano entrare la luce a fiotti e moltissimi oggetti insoliti che Kipling riporto’ dai suoi viaggi in oriente e in America. Lo studio è anche qui la stanza più bella della casa, ampia e luminosa, ricercata ma in fondo semplice e molto accogliente, un luogo dove lavorare doveva essere un vero piacere.

La cosa più interessante sono le moltissime testimonianze originali dello scrittore, dagli oggetti usati quotidianamente agli abiti che indossava, dai bauli in cuoio dei suoi viaggi alla corrispondenza privata, dalle sue collezioni di memorabilie indiane ai bassorilievi raffiguranti i personaggi più famosi dei suoi libri. E poi tutte le prime edizioni dei romanzi, i quaderni di appunti, alcuni manoscritti di poesia e molte fotografie della sua vita pubblica e privata.

Sebbene per temi trattati e stile narrativo sia un autore più vicino all’800 che non al ‘900, secolo nel quale ha vissuto per metà della sua vita, Kipling è pur sempre colui che ci ha regalato il personaggio di Mowgli, il cucciolo d’uomo, insieme all’orso Baloo, alla pantera Bagheera, alla tigre Shere Khan e alle loro incredibili avventure nel mondo lontano e misterioso dell’India più esotica: impensabile non venire a rendergli omaggio. A chi non è mai capitato di sentirsi come Mowgli, non del tutto animale tra gli animali e non del tutto uomo tra gli uomini, mai davvero nel posto giusto?
“Il Libro della Giungla” è il romanzo che gli è valso il Nobel per la Letteratura nel 1907, e che ancora oggi adulti e bambini di tutto il mondo leggono con la stessa emozione di quando fu pubblicato per la prima volta nel 1893.

Dopo la visita all’elegante dimora di Kipling ci spostiamo alla ricerca di un’altra casa che mi interessa moltissimo, quella di Virginia Woolf, della quale non c’è traccia sulla mia fidata LP ma che ho scovato sul sito del NT nell’elenco dei beni da loro gestiti, con una generica indicazione del paese di Lewes come sede. Purtroppo l’efficiente Miss del navigatore integrato dell’auto, che ci da le indicazioni nel suo perfetto upper class English, non ha questa destinazione nel suo archivio, ma speriamo che una volta sul posto verremo aiutati dai famosi cartelli marroni che indicano i luoghi di interesse turistico.
Invece una volta arrivati a Lewes, che è una cittadina molto carina, non troviamo traccia di cartelli di nessun colore, e l’ufficio informazioni dove proviamo a passare è già chiuso perché è domenica. Non voglio farmi prendere dallo sconforto, così andiamo alla stazione e proviamo a chiedere lì, ma pare che nessuno sappia niente di Monk’s House. Le cose si complicano, ma dobbiamo trovare una soluzione in qualche modo. Non posso essere così vicina a questo posto che sogno di vedere da anni e andarmene senza visitarlo…
Passando in auto per il centro, all’arrivo, ho notato sui cartelli indicatori che in paese c’è anche la casa-museo della Principessa di Clèves, quindi mi viene un’idea un po’ azzardata: se anche quella fosse gestita dal National Trust, magari lì mi saprebbero dire come raggiungere la casa di Virginia, tutelata da questa stessa associazione. Potrebbe funzionare. E comunque non è che abbiamo molta scelta, quindi andiamo. Non ci possiamo arrendere proprio adesso.

All’ingresso della piccola casa con la facciata a graticcio non c’è traccia della foglia di quercia simbolo del National Trust, ma entro lo stesso a chiedere. Alla cassa c’è un signore piuttosto robusto e gentilissimo, che appena nomino Monk’s House fa subito cenno di si con la testa, riaccendendo le mie speranze! La casa è vicina ma non si trova a Lewes, bensì a Rodmell, una frazione a pochi chilometri di distanza. Basta prendere la via che mi segna sulla cartina della zona che abbiamo preso alla stazione, e poi seguire i soliti cartelli marroni. Ce l’abbiamo fatta, e abbiamo ancora tutto il tempo per fare la nostra sospirata visita!
Lo ringrazio mille volte prima di uscire, quindi lasciamo Lewes diretti a Rodmell, e pochi minuti dopo siamo davanti a Monk’s House. Alla cassa riconoscono subito le nostre tessere FAI gemellate col NT, e otteniamo i nostri biglietti d’ingresso gratuiti senza problemi.
Finalmente, alziamo il paletto del piccolo cancello di legno bianco ed entriamo nel giardino di casa di Virginia Woolf. Un’emozione che non dimenticherò molto presto.

La casa è immersa nel verde, tanto che da fuori quasi non si vede. È un semplice cottage in legno bianco, con una grande veranda aggiunta chiusa da vetri spioventi e circondata da moltissime piante. Gli infissi sono in legno verde, e quando entriamo scopriamo che anche le pareti del salotto sono dipinte di verde chiaro, molto raffinate. I mobili sono pochi ma bellissimi, pezzi decorati in stile liberty ricevuti in regalo da artisti amici di Virginia e Leonard o acquistati durante i loro viaggi all’estero, però l’atmosfera non è affatto pretenziosa, anzi è accogliente, tipica di una casa di campagna. Ci sono quadri, soprammobili e libri ovunque, vasi di fiori e giochi di carte sparsi in giro, c’è la posta ancora chiusa sullo scrittoio di Leonard e piatti e bicchieri a portata di mano nella piccola cucina, dove sulle sedie sono posati cuscini ricamati da Vanessa Bell, la sorella di Virginia. Tutto è sistemato con assoluta naturalezza, le stanze hanno grande personalità e ci accolgono con una specie di rustica raffinatezza. I ritratti di Virginia appesi alle pareti, realizzati dai suoi amici pittori del Bloomsbury Group, rendono l’ambiente unico. Viene voglia di mettersi comodi sul divano davanti al camino, con una tazza di tè, ad aspettare il ritorno dei padroni di casa.


Non si può fare, naturalmente. In ogni stanza c’è una signora pronta a rispondere a tutte le curiosità dei visitatori, sono volontarie del NT che sanno tutto sui beni che proteggono e ognuna di loro ci regala storie, spiegazioni e aneddoti sui tempi in cui Virginia e Leonard vivevano qui. Ci raccontano come passavano le giornate, come lavoravano con dedizione ognuno ai propri libri, come progettavano il giardino, del quale erano appassionatissimi, e quali ospiti avevano regolarmente – semplici amici per loro, ma famosi scrittori e pittori per noi, come i Bell, Morgan Forster, Lytton Strachey, Roger Fry, e persino T.S. Eliot, insieme a molti degli autori pubblicati dalla Hogarth Press, la mitica casa editrice fondata a Londra da Leonard Woolf. Visitiamo anche la stanza che da un certo momento in poi fu la camera da letto di Virginia, con un semplice lettino vicino alla finestra e una libreria piena di prime edizioni dei suoi romanzi, tradotti in oltre 50 lingue. Unico lusso concesso, un lavandino con acqua corrente e uno specchio. Il piccolo caminetto è l’elemento speciale della camera, decorato con piastrelle in ceramica sulle quali Vanessa aveva dipinto per la sorella il mare delle loro vacanze di bambine a St Ives, in Cornovaglia.

Il giardino è in piena fioritura, ed è una meraviglia. Decine di specie di piante diverse creano nuvole di mille colori, l’aria è profumata vicino all’angolo delle erbe officinali, e si fa più delicata mentre passeggiamo lungo vialetti fiancheggiati di rose. Dappertutto lo sguardo incontra fiori e alberi che però qui crescono più liberi di quanto abbiamo visto in altri giardini precedenti, creando un’atmosfera decisamente informale.

Se il White Garden di Vita traeva il suo fascino proprio dal suo essere perfettamente controllato, definito, costruito geometricamente nella sua bellezza color bianco puro, il giardino di Virginia, al contrario, concentra il suo massimo splendore nell’assoluta libertà della sua costruzione, nella fluidità senza barriere delle sue aiuole variegate, nel mescolarsi dei suoi colori e dei suoi profumi. L’atmosfera qui è lieve e libera, e la bellezza si esprime in maniera completamente naturale senza limitazioni. Una sorta di Stream of Beauty, perfettamente coerente con lo stile artistico della sua creatrice.

Sulla sinistra di uno dei vialetti, in una zona particolarmente tranquilla circondata da un basso muretto, troviamo una piccola vasca di ninfee con intorno alcune panchine dove sedersi a riposare.

Nell’angolo in alto a sinistra c’è un bell’albero fronzuto, e sul muretto lì accanto è stato sistemato un busto in bronzo di Virginia con sotto una targa, messa da Leonard nell’aprile del 1941 quando seppellì qui le ceneri della moglie morta suicida nel fiume Ouse.
E’ il punto più commovente di tutto il giardino, e forse il più sereno. C’è un senso di calma e armonia intorno, come se lo spirito di Virginia appartenesse a questo luogo e si trovasse finalmente nel posto giusto, in pace con tutto il resto.
Anche Leonard Woolf alla sua morte, avvenuta molti anni dopo, fu sepolto qui vicino a sua moglie.

L’ultima grande emozione di questa visita la viviamo nel frutteto, dove, in fondo a un piccolo sentiero ai confini col bosco, troviamo il rifugio che fu lo studio da lavoro di Virginia Woolf. Una minuscola casetta di legno bianco, con grandi vetrate per far entrare la luce naturale, al riparo sotto un magnifico castagno.

Nel rifugio furono ricavati due locali, un’anticamera dove si può entrare a dare un’occhiata e uno studio vero e proprio, più indietro, che si può ammirare solo attraverso un vetro. Li c’è ancora il grande tavolo che Virginia usava come scrivania, con sopra tutti i suoi oggetti: i fogli di appunti, le penne, le matite, gli occhiali rotondi, la lampada, le cartelle dove riponeva il materiale pronto, il cestino, sempre pieno di fogli scritti e poi stracciati, vittime del suo perfezionismo tecnico. Ogni mattina dopo colazione, Virginia si ritirava qui a scrivere e ci rimaneva per giornate intere, immersa nella letteratura, lontana dal resto del mondo. Una stanza tutta per sé.

Nella bolla silenziosa di questo spazio definito, al riparo da distrazioni o fastidi di qualunque genere, poteva concentrare al massimo la sua mente irrequieta e riversare tutto il suo talento nelle pagine dei suoi libri. “Mrs Dalloway”, “Gita al faro”, “Le onde”, “Orlando”, molti dei personaggi e dei romanzi di una delle scrittrici più grandi del ‘900, che ha cambiato il modo di scrivere di generazioni di autori, sono nati in questa piccola stanza su questa semplice scrivania di legno, immersa nel verde silenzioso di un frutteto dell’East Sussex.
A questo stesso tavolo Virginia ha scritto la sua lettera di addio all’amato marito Leonard, prima di riempirsi le tasche di sassi e avviarsi verso le fredde acque del vicino fiume Ouse.

Un luogo emozionante, reso ancora più vivo dal pannello con le fotografie d’epoca esposto nel piccolo ingresso, nelle quali si scopre una giovane Virginia in abiti belle époque seduta in questo stesso giardino, in compagnia dei suoi amici più cari, da Morgan Forster a Lytton Strachey a TS Eliot con la moglie. C’è anche la sua foto forse più famosa, che non mi stancavo mai di ammirare da studentessa, il ritratto di lei ventenne con lo sguardo perso in un mondo solo suo, i capelli scuri raccolti con grazia sulla nuca, il profilo delicato e antico così simile a quello di sua madre, che aveva fatto da modella per alcune delle meravigliose creature pre-raffaellite dei dipinti di Burne-Jones.

L’emozione che rivive in questo luogo è così intensa che, se ora mi voltassi e la vedessi camminare nel giardino diretta qui, col suo corpo esile e un po’ rigido, lo sguardo basso, la mente instancabile persa dietro chissà quale pensiero, non ne resterei affatto sorpresa. E’ questo tipo di magia che chiedo a certi luoghi, e questa casa non mi ha delusa, lo sento mentre richiudiamo il piccolo cancello di legno dietro di noi.

La nostra auto è parcheggiata poco distante in fondo alla strada, e a occhio intuisco che il fiume deve essere molto vicino. Ma non ho voglia di vederlo. Non è quella dell’acqua grigia, l’ultima immagine che voglio portare via da Rodmell. Virginia è là nel suo giardino, lo posso dire con certezza adesso. Sono stata a trovarla.

Il nostro hotel di stasera è a Brighton, una città che desideravo vedere da molto tempo. E’ un tipico Best Western come ce ne sono tanti, appena fuori dal centro, dignitoso e pulito ma che non ha un decimo del fascino inglese della casa di ieri sera. Però, con la sua posizione proprio davanti alla distesa cupa del canale della Manica, ha una dote che le case di campagna non hanno: una vista stupefacente. Chilometri di mare grigio e agitato, una fila tesa di bandiere colorate di là dalla strada, enormi nuvole trascinate nel cielo basso, e un vento pazzesco che soffia senza sosta. Questo posto già mi piace.

Sistemiamo le nostre cose e in tre minuti raggiungiamo il centro in auto, dove il traffico è più intenso. Lasciamo la macchina in un parcheggio sotterraneo, soluzione costosa ma senza alternativa, e ci dirigiamo subito sul lungomare fiancheggiato da begli edifici eleganti, fino al Palace Pier, che ci incuriosisce molto. Siamo qui per questo, in effetti. Questa per gli inglesi è una famosa località balneare dove si fanno le vacanze estive e ci si da ai divertimenti fino a notte fonda. A dire il vero, non credo che farei mai il bagno in queste acque agitate e scure, che per me sono già Oceano. Però il paesaggio è fantastico, e ci conquista immediatamente.

Il Palace Pier è un lungo molo di legno che si protende nel mare, largo e piatto, fissato su una doppia fila di pali sottili che si infilano nelle acque inquiete della Manica. Lungo tutto il molo, iniziato nel 1899, hanno costruito nientemeno che un Luna Park con tanto di giostre, sale giochi e bancarelle di dolciumi, compresi un paio di ristoranti. C’è persino un giro di montagne russe affacciato direttamente sull’acqua. Deve essere un’attrazione imperdibile, per gli amanti del genere.

Dove ora c’è questa incredibile attrazione, fino agli anni ’70 c’era un teatro; pare che un giorno rimase coinvolto in un incredibile incidente con una nave trascinata dalla tempesta, che si scontrò violentemente contro la base della struttura danneggiandola gravemente. Il teatro rimase distrutto, e non venne mai più ricostruito. Un teatro in bilico sul bordo del mare abbattuto dalla prua di una nave, pazzesco. Peccato, però. Doveva essere meraviglioso, venire a vedere uno spettacolo teatrale in questo posto assurdo, seduti tra acqua e vento. Passeggiamo fino in fondo al lungo molo, incantati.

Nonostante la folla e alcuni elementi architettonici moderni, la cosa davvero bella è l’atmosfera d’altri tempi che circonda il Pier, quel senso di divertimenti antichi, di giochi da bambini, e semplicità. Forse sono le assi di legno sul pavimento, il vento forte, la luce argentata del tramonto che sommerge tutto, o la differenza stridente con la nuova ruota panoramica elettrica che hanno messo da poco sulla spiaggia, fatto sta che il Palace Pier ha un’aria antiquata che ci piace davvero tanto.

Da qui possiamo vedere anche il West Pier, non troppo lontano, sulla destra dell’arco d’ingresso al Luna Park. Il West Pier era un molo di legno simile al Palace Pier ma più piccolo e più antico nel quale si trovava anche una sala da ballo, che fu chiuso a metà degli anni ’70. Una decina d’anni fa un incendio ha distrutto completamente le parti in legno del vecchio molo abbandonato, lasciando solo un groviglio di metallo scuro. Indeciso su come procedere al riguardo, il Comune di Brighton alla fine ha semplicemente deciso di non fare nulla per eliminare i resti del West Pier, che quindi è ancora al suo posto, perfettamente visibile in mezzo all’acqua, isolato senza più una passerella a collegarlo alla riva, annerito e contorto. Lo scheletro metallico di un’epoca che non c’è più.

Ceniamo in un pub caratteristico sul Palace Pier, in un salone decorato con oggetti insoliti e originali, tavoli sparsi da dividere con altri avventori e comode poltrone imbottite dove riposarsi al riparo della forza del vento teso che spinge contro i vetri.

Quando torniamo al nostro hotel, la luce d’argento già cola lenta sulla costa diritta della Manica. Il vento non accenna a diminuire, facendo impazzire i gabbiani e portando ovunque un acuto profumo di mare.

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