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Fotocamere

6 luglio, 2010 in Viaggi. Commenti: nessuno

E’ tempo di cambiarla, lo so, me ne rendo conto benissimo e anzi è già da un po’ che la cosa si è fatta evidente, la nostra vecchia macchina fotografica comincia a mostrare l’età rivelando una serie di carenze che rendono difficoltoso fare anche le foto più semplici, tanto che è diventato un azzardo avere solo lei come unico strumento cattura-ricordi durante i nostri viaggi. La vernice metallizzata è decisamente scolorita, il telaio è ammaccato e segnato in molti punti, l’otturatore a volte non si apre completamente e lascia un piccolo alone nero nell’angolo in basso a sinistra di ogni foto, almeno finché non ce ne accorgiamo e provvediamo a sbloccarlo a mano. Il laccetto laterale si è così consumato che abbiamo dovuto agganciarci una nuova tracolla per essere sicuri di non perderla, ma siccome l’anello di aggancio è molto piccolo, capita che anche il nuovo laccio si sfili facendo improvvisamente volare via la macchina come una saponetta bagnata. E potrei continuare. Il display è polveroso dall’interno, non ho idea di come sia stato possibile ma col tempo granelli di polvere e sabbia si sono infiltrati al di sotto dello schermo creando uno strano effetto neve nell’inquadratura, e continuare a strofinare per cercare di eliminarli è completamente inutile. Anche la qualità del contrasto del visore è diminuita, e ora quando capita di fare scatti in condizioni di luce intensa l’immagine sul display è così chiara che non si distinguono bene i dettagli, e non sempre si riesce a capire in maniera precisa se la composizione è giusta e l’esposizione corretta. In breve, è proprio venuto il momento di procurarci uno strumento più evoluto e decisamente più affidabile. Ci abbiamo studiato su per un po’ facendo ricerche e confronti, ascoltando pareri più o meno tecnici e valutando prezzi e prestazioni, e non è stato difficile scegliere, alla fine. Quello che volevamo era una buona fotocamera digitale che fosse tecnicamente superiore alla precedente ma che non presentasse gli inconvenienti tipici di una Reflex, cioè dimensione e peso notevoli, necessità di acquistare tutta una serie di obiettivi e accessori per completarne le prestazioni, e prezzo decisamente elevato. Insomma, questa. Una bridge di alto livello con caratteristiche tecniche decisamente valide, un grandangolo vero che finalmente mi permetterà di ritrarre le cattedrali per intero, uno zoom come dio comanda, una sensibilità in Pixel addirittura doppia rispetto a prima e uno stabilizzatore che verrà in prezioso aiuto della mia mano emozionata. Senza contare che il design mi piace parecchio, il peso è ideale, il formato molto maneggevole, le opzioni offerte dal menu innumerevoli, e il costo abbordabile. Perfetta, dunque. Eppure…
Eppure, nonostante l’entusiasmo per il nuovo acquisto e la voglia di mettere subito alla prova questo piccolo gioiello della tecnologia, sento inevitabilmente un fondo di tristezza al pensiero di abbandonare la mia vecchia macchinetta. Dal giorno in cui Luca me la regalò, ormai molti anni fa, l’ho portata con me dovunque ed è stata testimone di moltissimi momenti felici della nostra vita, che grazie a lei non andranno perduti. Ha colto l’allegria dei sorrisi durante le gite con la famiglia e gli amici, e la sorpresa dei regali scartati con emozione durante tanti natali e compleanni. Ha ritratto la primissima ora di vita dei nostri nipotini nelle loro culline di là dal vetro della nursery dell’ospedale, e poi li ha visti crescere e ridere e camminare. Ha visto fiumi scivolare lenti in mezzo alle grandi capitali europee, e gabbiani volare in alto sulle immense scogliere d’Irlanda. Ha riportato a casa le tombe mute dei poeti, e la gioia assoluta negli occhi delle bimbe a spasso per il magico mondo Disney. Ha ripreso le cattedrali più belle di Francia, le distese vuote e silenziose delle spiagge dello sbarco in Normandia, e le geometrie perfette dei giardini dei più famosi castelli d’Europa. Ha immortalato vecchi sogni che diventavano realtà davanti ai miei occhi, e i miei piedi bagnati dalle acque limpide di tutti i mari che abbiamo potuto raggiungere. Ha visto l’Africa da Gibilterra, così vicina che si poteva toccare, e i ricami di pietra straordinari dei palazzi arabi d’Andalusia. Ha dato il benvenuto al nuovo anno dalla vetta delle montagne più belle del mondo nell’aria tersa e gelida fuori dal rifugio alpino, e ha catturato l’incredibile meraviglia azzurra dei luoghi paradisiaci del nostro viaggio di nozze. Ha visto metropoli affollate di gente indaffarata e luoghi isolati e silenziosi come dipinti, ha scattato al calore infuocato delle spiagge estive e nella frescura ombrosa delle chiese, ha ritratto Madonne e giardini fioriti, torri medievali e tartarughe giganti, concerti di musica classica e gatti. Ma soprattutto, è stata la testimone immancabile di ogni piccolo progresso fatto dalla nostra casa, di tutte le risate fatte alle nostre prove con le sagome di cartone degli arredi, e poi dell’arrivo di ogni nuovo pezzo che diventava finalmente reale: un mobile, una lampada, una maniglia, una tenda. Attraverso il suo obiettivo ho raccolto ogni dettaglio che via via aggiungevamo, tanto che potrei ricostruire l’immagine della nostra casa rimettendo insieme tutte le foto come i pezzi di un grande puzzle. In questa funzione è stata certamente insostituibile, sempre pronta a rispondere quando ho avuto bisogno di lei per riprendere le cose più semplici che mi piace fotografare, che sia l’apparecchiatura con una nuova tovaglia cucita da mia mamma o un altro animaletto di lana finito, le nuove rose nel nostro giardino o la torta al cioccolato per l’ufficio, il letto vestito del suo nuovo copripiumone o le decorazioni di Natale messe su in salotto, il mio abito da sposa disteso sul letto o i miei libri finalmente sistemati al loro posto nella libreria. Migliaia di foto che ripercorrono i nostri momenti speciali, che poi sono quelli di tutti i giorni, in quella normalità quotidiana che troppo spesso si comprende preziosa solo nell’attimo in cui ci accade di perderla. Per questo la vecchia Casio resterà sempre speciale per me, e anche se stavolta non toccherà a lei il compito di cogliere per noi l’essenza della bellezza selvaggia delle lande scozzesi, so che lei ci sarà comunque, pronta a dare una mano come ha sempre fatto e a condividere con noi anche questa nuova avventura. Perché non avrei mai il cuore di partire e lasciarla a casa da sola, credo proprio che la nuova Nikon dovrà farsene una ragione.

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Le 5 Terre

2 luglio, 2010 in Viaggi. Commenti: 2

Ci saremmo venuti lo stesso prima o poi perché questa era una delle voci del nostro lungo elenco dei posti da visitare assolutamente, ma di sicuro la primavera capovolta di quest’anno che ha portato una sfilza di settimane fradice di pioggia ha contribuito ad abbattere il nostro morale, e a farci desiderare di mettere in atto una piccola fuga in un posto che fosse rilassante, romantico e soprattutto di mare. E noi un posto così ce l’abbiamo a meno di 2 ore di auto da casa, per di più garantito dal sigillo di Patrimonio Mondiale dell’Umanità di cui lo ha investito l’UNESCO. Così le 5 Terre sono balzate di colpo in cima alla nostra lista, e sono bastati pochi click in internet perché da luogo sognato siano diventate la nostra meta per un fine settimana speciale. La località è raggiungibile facilmente da qui, e una volta arrivati si fa quello che si vorrebbe fare ogni giorno: mollare la macchina nel parcheggio e dimenticarla lì fino al momento della partenza, per dedicarsi completamente al tempo lento delle passeggiate e a quello regolare dei treni scandito dai lunghi fischi ferrosi. Una comoda stanza con balcone sulla via principale di Manarola

è la nostra base di partenza, da dove ci spostiamo per visitare questi fazzoletti di terra unici al mondo. La primavera si fa perdonare di tutta l’umidità e il grigiume degli ultimi tempi regalandoci le prime giornate assolate e calde dell’anno, in un’esplosione di profumi, luce e colori assolutamente spettacolare che esalta ancora di più la bellezza estrema di questi luoghi.

Ce lo insegnano fin dalle elementari che la Liguria è una lingua di terra stretta tra le montagne e il mare, ma bisogna venire qui per vedere quanto questa definizione sia davvero esatta, e come questa terra rocciosa e aspra scivoli direttamente dalle cime dei monti fin nel mare più azzurro, incurante di chi deve cercare di riuscire a viverci sopra.

Queste tra Riomaggiore e Monterosso sono tra le coste più alte del mondo, una linea sinuosa di montagne di roccia che tra baie sassose e piccoli golfi si distendono lungo il Mediterraneo, che qui si chiama Mar Ligure ed è profondo e cristallino come quando lambisce le isole. E però non sono montagne brulle o spoglie, ma verdissime invece, ricoperte di vegetazione brillante e rigogliosa interrotta solo qua e là da minuscole macchie colorate che sono le case, posate leggere tra gli alberi come uccellini su un ramo.

Dove i colori si avvicinano e si radunano in un gruppetto tondeggiante, ecco lì il nido dei borghi, assurdamente sistemati sull’orlo della linea costiera e aggrappati alla montagna con tutte le forze, con la vista sul mare più spettacolare che ci sia, ma anche esposti al rischio che una notte di vento più forte possa spazzarli via.

Viste da lontano sembrano le casette di cartone del presepe, però poi ci si arriva vicini e si resta sorpresi dalla dimensione di queste case-torre, alte e strette e tutte attaccate spalla a spalla le une alle altre come per farsi forza a vicenda, barriere colorate con le spalle al monte e la facciata esposta all’umore incostante del mare.

E sono tutte così, incredibilmente simili come se appartenessero ad un unico paese nonostante si dividano nei 5 micro borghi di Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso, estesi su un’area che si allunga per circa una decina di chilometri o poco più. A collegarle, una meravigliosa rete di sentieri costieri e interni percorsi da migliaia di visitatori ogni giorno, fila ininterrotta di formichine che si spostano da una Terra all’altra godendosi scorci panoramici mozzafiato su mare e monti, e profumi intensi di salmastro e campagna.

Perché la cosa forse più straordinaria che si può vedere qui, in questo scenario magnifico dove la natura da spettacolo potente di sé, è la traccia inconfondibile dell’azione della mano dell’uomo. Queste montagne alte e impervie non solo sono abitate da centinaia di anni, ma sono anche coltivate a distesa con una precisione e una caparbietà stupefacenti. Questa è gente di mare che ha la barca parcheggiata sottocasa al posto della macchina, ma allo stesso tempo è anche gente contadina che da secoli vive del lavoro duro della terra.

Non ho idea di chi e soprattutto perché, vedendo i costoni rocciosi di questi monti, ha pensato che ci si sarebbero potuti coltivare dei vigneti, ma di fatto è quello che è successo, e ora i fianchi di questi giganti rocciosi sono ricoperti di filari regolari di vigne verdissime che regalano vini bianchi straordinari e il mitico “Sciacchetrà”, uno dei migliori passiti del mondo. Ma poiché il terreno non è per sua natura tra i più adatti alla coltivazione, c’è stato bisogno di ingegno e dura fatica per piegarlo allo scopo al quale è stato destinato.

Si capisce molto del carattere ruvido della gente di qui guardandosi intorno, osservando con quanta caparbietà e determinazione hanno strappato la terra alla montagna e l’hanno piegata alla loro volontà. Una rete fitta di muretti a secco disegna linee grigie sui fianchi verdi dei monti, e in questi terrazzamenti stretti e lunghi sono coltivate le vigne basse e curve, tenute giù per proteggerle dall’assalto del vento. Quando si percorrono gli stretti sentieri che le fiancheggiano ci si rende conto che il terreno dove affondano le radici si trova rialzato a circa un metro da terra, un metro delimitato da pietre scure ammucchiate le une sulle altre a formare una barriera difensiva. Ogni volta che piove con una certa intensità l’acqua si porta via rivoli di terra, e anche un po’ di pietre, spesso, e allora qui si mettono a rappezzare, riempire, tappare, aggiustare, testardamente, pazientemente, con grande fatica e dedizione, fino alla volta successiva. Da secoli. Il risultato è un paesaggio unico al mondo, testimonianza reale che con la forza di volontà e la costanza si può ottenere l’impensabile.

Un giro nel minuscolo Museo dello Sciacchetrà, dove sono esposte foto antiche di contadini che durante la vendemmia scalano quei sentieri ripidissimi con le ceste piene di grappoli d’uva in bilico sulla spalla, o sulla testa le donne, con la pelle scurita dal sole e scarponi sgangherati ai piedi, può far a malapena intuire l’enorme fatica e lo sforzo che generazioni di famiglie hanno dovuto – e devono – sopportare. Perché oggi come allora, nonostante l’evoluzione della tecnologia, non esistono mezzi meccanici in grado di percorrere questi viottoli stretti e ripidi per alleviare almeno un po’ il loro lavoro. Il treno arriva invece in aiuto di chi si stanca di passeggiare lungo i sentieri, con il suo fischio acuto e le sue soste regolari, e permette di raggiungere ognuno dei 5 borghi con estrema facilità. Basta scendere alle pensiline delle vecchie stazioni e attendere insieme ai molti turisti provenienti da tutto il mondo, con davanti agli occhi la distesa lucente del mare e il grido dei gabbiani che risuona alto.

Da Riomaggiore, decorata di murales colorati, si arriva a Manarola

grazie al sentiero conosciuto come la Via dell’Amore, con il suo tunnel con vista sul mare dove persino le piante di agave sono incise fitte fitte di cuori e nomi intrecciati.

Poco più avanti si trova Corniglia, il borgo più piccolo e letteralmente arroccato in cima alla montagna, tanto che per raggiungerlo bisogna inerpicarsi su per la Lardarina, una scalinata di mattoni rossi con decine di rampe, così lunga che pare un Everest ai nostri passi cittadini.

Un’altra breve fermata del treno lungo il tratto di binari probabilmente più spettacolare d’Italia, così sistemato com’è in bilico sul cornicione roccioso stile film del terrore,

e siamo a Vernazza, magnifico borgo raccolto intorno al delizioso porticciolo a mezzaluna,

romantico e intimo come una nicchia, dove profumi e colori sono così intensi da lasciare incantati. Visitiamo la rocca e ci fermiamo a cena sul porto, per gustare alcune delle prelibatezze che questa terra generosa dona a profusione a chi si avventura alla sua scoperta.

Il borgo più lontano, e più grande, è quello di Monterosso,

con l’unica grande spiaggia sabbiosa frequentata dai turisti che si godono il primo sole, la passeggiata a mare che porta in centro,

la ferrovia che passa a pochi metri dalla spiaggia,

la piazza centrale addobbata a festa con i meravigliosi limoni coltivati qui, enormi e profumati,

la rocca dominata dalla statua di San Francesco, l’antico monastero inerpicato sulla vetta del colle dei cappuccini con una vista spettacolare sul mare

e una crocifissione di Van Dyck nella chiesetta trecentesca di San Giovanni Battista. Questa terra speciale è anche terra di grande cultura, ce lo testimonia la targa in pietra all’ingresso del minuscolo cimitero del monastero, sulla quale sono incisi i famosi versi

di uno dei più grandi poeti italiani del 900, che aveva fatto di questi luoghi dalla bellezza sfolgorante e capaci di riconciliarti col mondo, la sua casa e la sua ispirazione. La poesia che ricorderemo di più però, stavolta non è quella di un premio Nobel, ma una più semplice e piccola, che scopriamo scritta con il pennarello su un grosso sasso lungo il sentiero costiero che va da Manarola a Corniglia, un piccolo gioiello trovato per caso, come succede spesso con le cose preziose, che è la lezione che riporteremo a casa con noi da questo viaggio in queste Terre magnifiche.

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Caravaggio

5 giugno, 2010 in Viaggi. Commenti: 2

Ho fatto più di 350 km e la fila più lunga della mia vita per vedere questa mostra, e ne avrei fatti il doppio pur di non perdermela. In occasione dei 400 anni dalla morte, per la prima volta 30 Caravaggio sono stati raccolti in un’unica esposizione e sono stati messi in fila uno dopo l’altro a disposizione di tutti quei visitatori che fino al 13 giugno avranno voglia di recarsi alle Scuderie del Quirinale per ammirarli. Nel momento stesso in cui ho letto la notizia di questo allestimento senza precedenti ho saputo che ci sarei andata, che sarei stata uno degli innumerevoli appassionati del pittore della luce ad accorrere a Roma per non perdere l’occasione unica di assistere ad un evento irripetibile, uno di quelli per cui un giorno potrò dire “io c’ero”, e dirlo con nella voce l’eco di un’emozione indimenticabile. Che poi questo viaggio mi abbia regalato un intero fine settimana di aprile pieno di bellezza e divertimento e ore spensierate passate insieme ad alcuni dei miei familiari più cari è stato solo un surplus, un omaggio graditissimo del pacchetto tutto compreso di una piccola vacanza che mi resterà nel cuore. Perché Roma è Roma e anche se ci sei stata mille volte non finisce mai di stupirti, ma se alla meraviglia della città unisci il piacere della compagnia giusta, allora il cocktail diventa perfetto, e una mostra unica come questa non è altro che la ciliegina sulla torta. Una delizia che ci siamo dovuti guadagnare comunque, mettendoci pazientemente in fila verso mezzogiorno per varcare la soglia delle Scuderie solo intorno alle quattro del pomeriggio, fisicamente stanchissimi ma con l’entusiasmo alle stelle per essere finalmente a un passo dalla nostra agognata meta. Siamo stati ripagati subito di tutta la nostra fatica non appena abbiamo messo piede nella prima sala, dove, nella semioscurità dell’ambiente, ci siamo trovati di fronte alla prima straordinaria opera, la famosa “Canestra di frutta”,

arrivata per l’occasione dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano da dove non si era mai spostata. Ora, io non sono particolarmente amante delle nature morte, non sono il mio tema preferito direi, forse perché mi lasciano sempre addosso come una specie di tristezza, un senso di solitudine e silenzio che, senza arrivare a diventare dolore, mi suscita una malinconia profonda. Ma quando mi sono ritrovata davanti a questo dipinto, che è probabilmente la natura morta più famosa della storia della pittura, sono rimasta letteralmente folgorata dalla sua straordinaria bellezza. Eppure avevo ben chiaro l’effetto di potente meraviglia che le opere di questo pittore sanno suscitare – ero lì proprio per quello – ma evidentemente non ero preparata a quello che mi sono ritrovata davanti agli occhi. Un miracolo. Una visione. Uno sfondo fatto solo di delicatissima luce dorata, un piano d’appoggio appena visibile, e sul nulla di quella linea illusoria come un orizzonte, il più straordinario cesto di frutta che abbia mai visto. Uva, fichi, mele, limoni, forme perfette al punto da sembrare vere con tanto di foglie accartocciate, ombre, ammaccature e gocce di rugiada fresca. Tutta la Natura più simbolica raccolta e mostrata nel momento del suo massimo splendore, in bilico su quel limite estremo che divide la maturità perfetta dall’inizio della decadenza, che poi è la sintesi ideale della sua Bellezza. E a contenere tutta questa perfezione, raffigurata nella maniera più realistica mai raggiunta, la fiscella, il piccolo canestro di vimini intrecciato protagonista dell’immagine al pari della frutta, talmente esatto e reale che pare di poterlo toccare. Anzi pare proprio di doverlo toccare, di dover allungare la mano e spingerlo un po’ indietro per evitare che cada, così sbilanciato oltre il bordo del tavolo. Un trucchetto da niente eppure geniale, per dare vita a un tipo di rappresentazione che è quella dell’immobilità per eccellenza, tanto da essere “morta” per definizione. Assolutamente meraviglioso. Comunque, quello che incanta di più in tutta quella bellezza è l’incredibile potere della luce che domina la tela, una luce diffusa e intensa che pare emanare dai frutti stessi, dal cesto, e dallo sfondo dorato, infinito luminoso che contiene tutto ciò che esiste. Bisogna assolutamente vederla dal vivo per capire la straordinarietà di quest’opera, perché non c’è mezzo tecnico capace di rendere questa luminosità, questi colori, questa incredibile definizione. E’ magia questa, e bisogna guardarla con i propri occhi per lasciarsi sommergere da tutta questa dilagante meraviglia. Da lì in avanti, la mostra non è altro che uno straordinario percorso nella luce che risplende nella semioscurità delle sale, affollate di gente incantata. Poco più avanti rincontro, dopo moltissimi anni, lo straordinario gruppo de “I Musici”

che avevo visto per la prima volta al MET di New York, un’opera dove la giovinezza e la bellezza sono così evidenti da essere protagoniste assolute, capaci di illuminare le carni candide, i volti rosei, le labbra dischiuse, i tessuti morbidamente drappeggiati intorno ai corpi di questi musicisti tutti dediti alla loro arte. E lì accanto, in una specie di ideale composizione doppia, vedo finalmente per la prima volta il meraviglioso “Suonatore di liuto”,

un ragazzo dalla bellezza straordinaria che suona l’antico strumento a corde per accompagnare il suo canto. Vicino a lui ancora frutti perfetti, strumenti musicali, spartiti, e un grande mazzo di fiori infilati in una bottiglia di vetro sulla quale si intravede il riflesso della finestra dalla quale arriva il raggio di luce che illumina tutta la scena. Sensualità seducente in equilibrio con la più esatta geometria. Incantevole. Sulla parete opposta alza il suo calice il Bacco degli Uffizi,

una vecchia conoscenza, con quella fantastica corona di foglie di vite dei colori dell’autunno e la splendida coppa rinascimentale piena di vino rosso, tanto esplicitamente invitante che lì per lì ti confonde, e non sai più se è il Dio del vino o quello dell’amore a chiamarti. Il percorso prosegue nel buio interrotto soltanto dalle luci direzionali che inquadrano le opere appese, che sono sistemate benissimo, alla giusta altezza e giusta distanza le une dalle altre e avvicinabili a sufficienza per poterne godere al massimo, ma nonostante questo l’allarme spaziale suona spessissimo nella sala. Perché anche se Caravaggio aveva questa bella abitudine di dipingere tele di dimensioni notevoli, da grandi a molto grandi in effetti, e nonostante le installazioni siano ottime e perfettamente fruibili per il pubblico, non si riesce a fare a meno di avvicinarsi, di sporgersi verso quelle immagini così vivide da sembrare scene reali che stanno accadendo adesso al di là del riquadro della cornice, e viene da accostarsi al massimo per cercare di scoprire il segreto di tanta perfetta illusione. Altro che cinema in 3D… Poco più avanti mi trovo finalmente di fronte ad uno dei pezzi migliori di tutto il piano terra, un’opera che non avevo ancora mai visto se non nei libri, ed è inevitabilmente un’altra rivelazione. Direttamente dai Musei Vaticani, di solito restii a prestare i loro grandi capolavori, “La Deposizione”

risplende davanti a me come un faro, un’illuminazione, una visione. La scena è drammatica e potente, ogni personaggio interpreta un’emozione diversa e tutti insieme creano il quadro perfetto e vivido di un evento cruciale. C’è la disperazione giovane e assolutamente spaventata di Maria di Cleofa, il dolore straziante che piega la testa e fa chiudere gli occhi alla Maddalena, bella come un gioiello, la sofferenza impietrita degli occhi di Maria, la madre alla quale conoscere quel destino fin dall’inizio non serve a nulla adesso, e la pietà devota dei discepoli Giovanni e Niccodemo che fanno quello che si deve fare, e lo fanno nel modo più misericordioso e doloroso mai rappresentato, così fisicamente potenti e veri da sembrare scolpiti più che ritratti. Questo è il momento più tragico della storia dell’Uomo, il destino annunciato si è compiuto, Cristo è morto e viene sepolto da coloro che più lo hanno amato mentre tutto intorno è il buio. Mi viene in mente una definizione che avevo letto in un libro riguardo ad un’altra deposizione bellissima e mi pare che calzi perfettamente anche qui: “mai un Dio è stato meno Dio”. E’ esattamente così, questo è il corpo esangue di un uomo morto che nulla ha più di divino, questo è il momento finale in cui la divinità del Cristo si è dovuta completamente annullare per poter donare la Salvezza all’Umanità. Eppure, l’unica vera luce di tutto il quadro viene da lì, da quel corpo vuoto, col braccio forte e abbandonato omaggio al Cristo del più grande dei Maestri, una luce che già sa di miracolo, quella della Grazia che sconfigge la Tenebra. E lì in mezzo, protagonista silenziosa tra gli altri attori della scena, l’immagine che forse più di tutto il resto testimonia la grandezza e la genialità di questo artista, la pietra sepolcrale, la lastra squadrata messa di traverso in modo da puntare il suo spigolo direttamente verso l’osservatore, dritta e inesorabile come una freccia, a ricordare che Cristo è la pietra angolare del mondo, e che quello che ora appare morto diventerà l’unica Speranza sulla quale poserà il destino dell’Umanità intera. Drammatico, potente, stupefacente. Questa grande tela racconta una verità universale che va al di là di qualunque fede, che è quella della grandezza dello Spirito dell’Uomo capace di manifestarsi in maniera spettacolare nell’Arte e nella Bellezza. Ma la fine della meraviglia è ancora parecchio lontana, oggi… Non si fa in tempo a riprendersi da una visione che subito un’altra prende il suo posto, a risvegliare nuove emozioni. E’ la volta della “Flagellazione di Cristo”,

altra tela molto grande dalla composizione essenziale in cui, ancora una volta, la scena drammatica di Cristo legato alla colonna e torturato dai suoi aguzzini suscita commozione e dolore per il realismo estremo della rappresentazione, ma ha anche il potere evidente di donare Speranza attraverso la magia della luce, ancora protagonista. Un’illuminazione che è quasi cinematografica, dove la colonna della tortura sembra in realtà fatta anch’essa di luce, un fascio potente al centro della scena che scende dall’alto come un riflettore ad illuminare la figura di Cristo, ferito, umiliato, piegato, con gli occhi chiusi e la fronte insanguinata per le sevizie subite. Eppure quel corpo ferito è l’unico intatto, e la luce sembra avvolgerlo in pieno e quasi emanare fuori da lui, verso le tenebre che dominano tutto intorno, e da quel corpo splendente riesce ad illuminare in parte anche i volti malvagi degli aguzzini, come ad anticipare che il suo sacrificio salverà dalle tenebre tutti gli Uomini, compresi i peccatori più oscuri. Straordinaria è la potenza del dramma che si compie in questa scena, dove in realtà il protagonista è immobile, e l’oscurità domina i tre quarti della rappresentazione. Diverso è l’effetto che fa la visione di “Giuditta e Oloferne”,

dove tutto è così veloce e animato da sembrare quasi un film. Giuditta brandisce la spada e, con la bocca aperta a invocare dal cielo il coraggio di portare a termine il suo piano, la cala con tutte le sue forze sul collo di Oloferne addormentato e mezzo stordito dal vino, che proprio in quel momento si sveglia spalancando gli occhi e gridando per la sorpresa e il terrore, mentre il sangue comincia a uscirgli a fiotti dalla ferita mortale alla gola. Accade tutto in un attimo, i muscoli si tendono, gli occhi si rovesciano, il grido è spezzato dalla lama che lo trapassa lacerando la carne. Oloferne è ritratto nei suoi ultimissimi istanti di vita, quando non è ancora morto ma la sua vita non è altro che un ultimo spasmo di terrore. Opposta alla sua agitazione scomposta è l’immobilità attenta della vecchia serva, che attende muta la fine di tutto per raccogliere nel sacco la testa decapitata da Giuditta. Una Giuditta bellissima, che anche in un momento topico come questo in cui è chiamata dal destino a compiere un gesto di grandissima violenza, riesce a risplendere nell’oscurità. Da lei emanano grazia femminile e forza, finezza e coraggio, risoluzione e raccapriccio. Il suo volto è ritratto con la fronte accigliata, la bocca dischiusa, lo sguardo fisso sull’orrore che si sta compiendo, eppure nessun dettaglio è trascurato, neppure i più piccoli, dall’acconciatura raccolta cui sfuggono dei riccioli ribelli ai meravigliosi orecchini di perle a goccia. Quanta bellezza, anche nella tragedia. Mentre sto lì a osservare quest’opera noto un gruppo di bambini tra i quattro e i cinque anni che siedono sul pavimento davanti alla grande tela, ascoltando l’insegnante che spiega i dettagli dell’episodio rappresentato. I bimbi sembrano incantati, fissano la scena drammatica a occhi spalancati ma non sembrano affatto spaventati, osservano, domandano, vogliono sapere perché la ragazza bella colpisce quell’uomo con la spada facendogli uscire il sangue, e se lui era cattivo e se lo meritava. Bisognerebbe rispondere che no, nessuno si merita una cosa del genere a prescindere da cosa ha fatto, bisognerebbe spiegare che quella è una storia molto antica che è accaduta in un tempo in cui le persone si comportavano in maniera diversa ma oggi il mondo è cambiato e nessuno può più agire così, e bisognerebbe sottolineare che anche se qui Giuditta è evidentemente ritratta come il personaggio positivo della scena, quello che sta facendo non va bene, non si fa e nessuno può avere il diritto di farlo a nessun altro. Però bisognerebbe anche che fosse vero. Invece no. Per questo, sono contenta di non dover rispondere a nessuna domanda per questa volta, e di poter continuare a guardarmi questa Giuditta nella maniera che preferisco. Una donna coraggiosa e libera che da vittima predestinata diventa carnefice del suo aguzzino, una donna capace di sottrarsi a un destino di violenza che è di troppe donne e con un unico gesto fare la giustizia di tutte. Perché mi piace l’idea che possa esistere una Giuditta per ogni Oloferne, almeno su una tela dipinta. Dal dramma cupo passo alla gioia pura in un niente, mi basta spostarmi di poco ed ecco davanti a me la luce allegra e calda di “Amor vincit omnia”,

dove un irresistibile amorino siede in bilico sul mondo in una posa maliziosamente divertita, consapevole di essere trionfatore assoluto su tutto il resto, dalla musica alla pittura, dall’architettura alla gloria delle armi. Tutte le Arti e le attività umane più alte sono citate, e tutte sono ai suoi piedi, inutili, vinte, vane come giochi abbandonati di bimbi di fronte al potere assoluto del richiamo di Amore. La posa esplicita, le carni morbide e luminose, il capo inclinato, le fossette sulle guance sorridenti, le labbra rosse come ciliegie, lo sguardo malizioso e innocente insieme, ogni minimo dettaglio fa di questo ragazzo l’immagine perfetta dell’amore sensuale e del suo immenso potere. E alla fine le sue ali, meravigliosamente grandi e piumate, sembrano quasi confondersi con lo sfondo scuro, mimetizzate, semplicemente decorative e basta, spalancate come un abbraccio semmai, ma assolutamente incapaci di togliere a questo giovane la forza fisica e reale della sua sensualità che poco ha di ideale o angelico. Anche questo Amorino non è altro che una rivelazione, e basta incrociare i suoi occhi scuri per pochi istanti per capire davvero come tutto, assolutamente tutto nella nostra vita, possa diventare diverso quando Amore ci sorride così. Poco più avanti ritrovo un’opera vista solo pochi mesi fa al KHM di Vienna, “L’incoronazione di spine”,

una tela bellissima dove la tristezza domina tutto, dove il silenzio sgomenta, e non si incontra lo sguardo di nessuno dei personaggi. Basso quello di Cristo che patisce il martirio sottomettendosi al suo destino, impegnato nelle loro azioni malvagie quello degli aguzzini, assente quello del soldato che presenzia alla scena di spalle, come noi che guardiamo con lui, e che come noi non comprende, non agisce, resta immobile nell’ombra mentre quello che doveva accadere accade. Cristo ha la testa china, il suo corpo nudo è avvolto da una veste rossa che preannuncia il dramma, il sangue già gli scende sul volto mentre i suoi torturatori vanno avanti nella loro opera, senza concitazione ma con determinazione. Tutto sembrerebbe definitivo, e finale. Invece, nell’apparente staticità della scena, un fascio di luce intensa cala dall’alto a illuminare tutti, testimonianza silenziosa e salvifica del potere Dio. E’ stato bello rivederla dopo così poco tempo, mi era piaciuta immediatamente quest’opera dalla composizione così particolare, con Cristo seduto, i personaggi inquadrati da vicino, e quello strano soldato nella sua uniforme lucente messo insieme a noi davanti a qualcosa che non è capace di comprendere pienamente, impotente e muto. Ottenere un grande effetto con pochissimi elementi essenziali e perfetti, questa è una delle cose che Caravaggio sa fare benissimo e che mi piacciono di più delle sue opere. E tra quelle che più riflettono questa caratteristica c’è sicuramente “La cena in Emmaus”,

quella della National Gallery di Londra (anche se qui è presente anche la versione conservata a Brera). Tela spettacolare, che ogni volta che la rivedo mi fa lo stesso effetto di sorpresa e rivelazione della prima volta. L’episodio è quello classico del vangelo di Luca, due apostoli che hanno fatto un pezzo di cammino con un viandante sconosciuto si fermano con lui a mangiare all’osteria in Emmaus, ed è solo nel momento in cui lui spezza il pane e lo benedice che loro lo riconoscono come Gesù risorto. Un momento chiave, una rivelazione fondamentale per ogni cristiano, rappresentata qui nell’attimo esatto in cui la Verità si svela. E la scena è decisamente all’altezza delle aspettative. Un Gesù dai lineamenti giovani e dolcissimi, lo sguardo abbassato sul tavolo al quale siede, benedice il pane con la mano destra alzata, rivelando con quel semplice gesto la sua vera identità agli occhi dei due apostoli presenti. Che restano stupiti, e di più, stupefatti e meravigliati da quella rivelazione clamorosa, tanto da non riuscire a controllare le proprie reazioni spontanee. Quello a sinistra, quasi di spalle all’osservatore, si alza di scatto dalla sedia spingendo in fuori il braccio piegato, con il gomito che sembra sul punto di uscire dalla tela per venirci incontro. L’altro seduto sulla destra, in abiti da pellegrino con tanto di conchiglia appuntata sul petto, spalanca le braccia per la sorpresa, creando una linea visiva che va dall’occhio dell’osservatore fino ad uno spazio indefinito dietro le spalle di Gesù, dando alla scena una profondità prospettica che non ci si aspetta da un ritratto ravvicinato di questo tipo. I gesti degli apostoli sono così repentini e inattesi che perfino l’oste, in piedi vicino a Gesù e ignaro della sua identità, intuisce cha sta accadendo qualcosa di grande e lo guarda con aria sorpresa, incapace di allontanarsi. Il tavolo è anch’esso protagonista, con tutto quello che c’è posato sopra: pane, vino, carne, e un’altra bellissima fiscella che contiene frutti altamente simbolici come uva nera, uva bianca, fichi, melograni, tutti ritratti con una veridicità e una cura straordinarie. Ma quello che più colpisce, al di là della perfezione tecnica e dell’armonia dei colori e dei contrasti luci ombre, è la capacità di catturare l’istante rivelatore, l’efficacia visiva di tutta la scena che nel momento stesso in cui la guardi ti attira in un attimo all’interno di quella stanza, ti mette di colpo di fronte a quella verità rivelata, e ti ritrovi lì a spalancare gli occhi e inarcare le sopracciglia insieme ai due apostoli, scosso dalla loro stessa emozione di fronte alla rivelazione della presenza di Cristo risorto. Una magia, di quelle cui capita raramente di assistere. Altre meraviglie passano sotto ai nostri occhi, dal magnifico “Sacrificio di Isacco”, tra le pochissime tele di Caravaggio che ritraggono una scena in un esterno giorno, alla “Conversione di Saulo”, piena di agitazione e pathos, dalla “Cattura di Gesù nell’orto”, drammaticamente struggente, ai fantastici personaggi de “I bari”, ritratto ironico di popolani truffaldini intenti a derubare l’ingenuo ragazzotto ricco, fino alla dolcezza assoluta dell’ ”Adorazione dei pastori” arrivata direttamente da Messina. Ma tra tanta bellezza spiccano ben quattro diverse rappresentazioni di una delle figure preferite dell’autore, San Giovanni, ognuna diversa ed ognuna splendida a suo modo. In una delle più originali Giovanni

è un ragazzino bellissimo e sorridente, il corpo nudo semi adagiato su un tronco coperto di panneggi e pelli nel folto del bosco, la posa provocante e sensuale, le braccia intorno al collo di un ariete simbolo di sacrificio, lo sguardo dritto negli occhi di chi lo osserva, mentre un gioco straordinario di luci e ombre sembra riuscire a dare vita a ogni muscolo del suo corpo. Una rappresentazione nuova e diversa di questo personaggio, che qui ha il volto somigliantissimo a quello del cupido di Amor vincit omnia, tanto da far pensare che il modello dei due ritratti sia stato il medesimo. Un Giovannino giovane e vivace, quasi monello, senza la Croce delle iconografie classiche ma con un’espressione di grande amore nel gesto dolce col quale abbraccia l’ariete simbolo di Gesù, di cui è il discepolo prediletto e il battista. Diverso è il San Giovanni di Galleria Borghese,

sempre molto giovane, solo in un luogo oscuro e accompagnato ancora da un ariete, stavolta regge con la mano la classica croce ma non c’è traccia di sorrisi o gioia sul suo viso, l’espressione è dolorosa e la posa abbandonata, come di chi sia solo e distaccato da tutto. Più adulto ma simile per ambientazione della scena è il San Giovanni di Kansas City,

un giovane avvolto in ricchi panneggi rossi che però ha l’aria accigliata, lo sguardo abbassato, l’espressione seria e profonda di chi riflette su un destino tragico. L’ariete sacrificale è sparito, mentre la croce di canne è qui in primo piano. Il mio preferito resta comunque il San Giovanni di Palazzo Corsini,

un bellissimo giovane seduto nel bosco deserto, solo, cupo, drammaticamente agitato da pensieri oscuri e intento alla sua meditazione profonda. Il suo corpo magro è inondato di luce, ma il suo viso è nell’ombra, i suoi pensieri sono celati, il suo io interiore irraggiungibile e misterioso. Una solitudine toccante quella di questo Giovanni, un’oscurità spirituale che inquieta e commuove, e suscita emozioni intense. Meraviglioso. Non meno drammatico è il “Davide con la testa di Golia”,

dove dall’oscurità più nera emerge in un cono di luce il corpo del giovane Davide mentre solleva la testa appena tagliata di Golia. La spada ancora nell’altra mano, ha lo sguardo fisso sull’orrendo volto del nemico sconfitto sul quale è dipinto il terrore della morte, mentre tutto intorno è tenebra e buio. Ma quello di Davide non è un gesto di spavalderia, anzi. La sua grandezza sta proprio nello sguardo di desolata pietà che rivolge a Golia, nell’espressione malinconica di umana compassione riservata al suo nemico, a sottolineare l’inutilità dell’odio e della voglia di vendetta. Nei tratti stravolti di Golia appena ucciso si riconosce l’autoritratto di Caravaggio, condannato a morte per omicidio, braccato e costretto alla fuga. Ma Golia è anche tutti gli uomini, peccatori irredenti da compiangere per la loro miserevole condizione. L’incredibile poesia dello sguardo di Davide commuove il cuore rivelando la grandezza assoluta di questo artista, padrone incontrastato della luce. L’ultima opera esposta è un pezzo straordinario appena uscito da un lungo restauro che lo ha riportato al suo splendore originario, “L’Annunciazione” di Nancy.

Attendevo di vederlo dal vivo con particolare interesse perché questo delle Vergini annunciate è decisamente uno dei miei temi preferiti, mi piace sempre scoprire con quale sguardo il grande Maestro di turno racconta un momento così particolare, come immagina l’umile figura di Maria nel momento solenne in cui riceve dall’Angelo la rivelazione del suo destino straordinario, quale elemento sceglie di evidenziare, quale sguardo l’uomo pittore decide di mettere negli occhi di una donna chiamata a diventare la madre del Figlio di Dio. Tutti i più grandi si sono in qualche modo confrontati con questo tema, alcuni con risultati straordinari come Leonardo o Botticelli, Lorenzo Lotto o Raffaello, per non parlare della spettacolare “Annunciata” di Antonello da Messina, e per quanto sia difficile scegliere forse questa è una delle mie preferite, raffinatissima, elegante, ricca di dettagli meravigliosamente definiti, e capace allo stesso tempo di rendere l’emozione complessa e il turbamento di questo momento sacro. Quasi 300 anni dopo, Caravaggio presenta una scena completamente diversa e originale, un’Annunciazione a modo suo in cui la composizione è nettamente divisa in due, in basso la Vergine inginocchiata al volere di Dio, umile e china, avvolta nella sua veste azzurra, con lo sguardo basso e gli occhi in ombra, in alto l’angelo in volo che impone la sua mano e la volontà di Dio sul capo di Maria, e lo fa con impeto e protezione insieme, immerso nel raggio di luce che scende con lui dall’alto. Però, come per Maria, il suo volto è nascosto dietro alla spalla e lo sguardo è illeggibile, i pensieri restano celati, troppo misterioso e alto è il momento per poter essere rappresentato. Il risultato è una scena piena di mistero e fascino, solennità e pathos, veramente straordinaria. L’emozione che mi regala quest’ultima visione stride con la delusione per la consapevolezza che il giro della mostra è completato, non ci sono altre opere da ammirare. Difficile da accettare, ma inevitabile. Percorro lentamente il disimpegno che porta al ballatoio esterno del primo piano, dove in una specie di piccola sala sono state sistemate alcune sedute per riposarsi prima dell’uscita, e raggiungo gli altri del mio gruppo che sono già lì, storditi e stanchi per l’emozione, la fatica, la folla. Ma ci resto per poco. Il ritorno alla luce naturale dopo tanto tempo passato nelle sale oscure è sgradevole e fastidioso. Io che adoro il sole e la luce intensa delle stagioni calde, per la prima volta trovo insopportabile la luce del giorno, mi sembra falsa, asettica, fredda, completamente incapace della sua funzione primaria di illuminare il mondo. Sento il bisogno di tornare ancora nell’oscurità della galleria, dove tutto è mostrato attraverso l’unica straordinaria luce capace di rivelare la verità delle cose. Mentre sto per oltrepassare la soglia del corridoio per tornare sui miei passi mi fermo, e per un attimo non capisco se sto vedendo davvero quello che mi pare di vedere o se la stanchezza e l’emozione mi stanno giocando un brutto scherzo. Davanti a me a impedirmi il passaggio c’è un cane – un bel cane grande, color miele, che procede tranquillamente tra la gente senza tirare affatto il suo guinzaglio rosso. Sarà la sorpresa, o la stanchezza, o sarà che proprio non me lo aspettavo qui in questo momento, ma mi ci vuole un po’ a capire. Solo quando vedo il ragazzo dietro di lui, con gli occhiali neri e l’andatura regolare, realizzo che quello è un cane per ciechi. Quel ragazzo col giubbino di jeans e i capelli corti è cieco, e quello è il suo cane guida. Sta uscendo dalla galleria espositiva e intanto chiacchiera con una ragazza, il guinzaglio rosso in una mano e l’apparecchietto dell’audioguida nell’altra. Il tempo di attraversare lo spazio affollato e raggiungere le scale, e sparisce con il suo cane tra le altre persone che stanno scendendo. Resto lì a guardare imbambolata, come chi abbia in mano due tessere di un puzzle e non riesca a trovare il verso giusto di farle combaciare. Un ragazzo cieco e una galleria di pittura. La magia del pittore della luce e occhi che non la vedranno mai. Eppure era qui, lui che non poteva vedere era qui, ad ascoltare una voce tentare l’impossibile compito di raccontare il miracolo dello splendore. In un secondo sono di nuovo nella penombra della sala, io che ho l’infinita fortuna di poter vedere tutta quella meraviglia non riesco a uscire da lì. Se non fosse stato per gli altri che mi aspettavano per ripartire, probabilmente sarei venuta via solo all’ora di chiusura. Perché quando capita l’occasione rara di trovarsi in un posto straordinario, è difficile decidersi a lasciarlo. Quando finalmente lo faccio, dopo aver dato un ultimo saluto alla fiscella del primo piano che è quella che idealmente mi porto a casa, passo nello shop e mi arrendo all’unico gesto che mi sembra capace di alleviare la tristezza di dover ripartire, e darmi la sottile illusione di portare via con me qualcosa di tangibile di questa visita indimenticabile: acquistare il catalogo della mostra. Che è un bel catalogo comunque, ottime stampe a risoluzione più che discreta e opere accuratamente commentate dai maggiori esperti di questo autore rivoluzionario. Certo non è la stessa cosa, ma credo che mi farà buona compagnia ogni volta che sentirò il desiderio di rivivere queste emozioni. E magari potrò sognarci su fino alla prossima volta in cui potrò veder risplendere la bellezza di queste tele con i miei occhi.

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Lunedì 21: Schönbrunn – Gloriette – Camera del tesoro – Demel – Schwechat airport

18 marzo, 2010 in Viaggi. Commenti: nessuno

Nella nostra ultima mattina all’Imperial Riding School il cielo è di nuovo nuvoloso, anche se non nevica. Raccogliamo con un po’ di tristezza tutte le nostre cose e lasciamo i bagagli in deposito ad un fattorino dell’hotel prima di uscire per il nostro ultimo giro in città. La chiesa di St. Nicholas st-nicholas_0 è chiusa purtroppo, così facciamo un biglietto per i mezzi pubblici valido tutto il giorno e prendiamo il treno che ci porta di nuovo fino a uno dei palazzi più importanti della città, il Castello di Schönbrunn , del quale avevamo visitato solo il giardino zoologico e il mercatino. L’ultimo pezzo è una bella passeggiata a piedi, e nono stante il freddo è piacevole camminare sui grandi marciapiedi che portano già un certo flusso di visitatori fino al grande cancello d’ingresso. Questa è una delle attrazioni turistiche più famose di Vienna e probabilmente la più affollata, quindi non ci illudiamo di poterci godere questa visita in solitudine come era accaduto per lo zoo. Fin dal viale il palazzo ci appare in tutta la sua maestosa bellezza, ergendosi elegante e perfetto sul giardino coperto di neve castello-sch. L’atmosfera è calma e silenziosa, ovattata dal gelo e dal manto candido che ricopre tutto, ma pare adattarsi perfettamente alla bellezza sobria del castello. Decidiamo di fare subito colazione prima di iniziare il nostro giro, ed entriamo nel grande Caffè alla sinistra del viale d’ingresso. Il locale è molto ampio per essere una caffetteria, e diversi tavoli sono occupati da turisti stranieri. Scegliamo il caffellatte viennese con la schiuma e ottimi dolci colazione_0 presentati su uno specchio di crema tiepida che si rivelano buonissimi, e spazzoliamo tutto con gusto. Sentiamo che dopo una colazione così ricca potremo camminare tutto il giorno senza problemi. Certo non è facile scegliere una sola cosa tra tutti i fantastici piatti di dolci in vetrina nel bancone, dolciumi ma la cosa più sorprendente del locale è una renna impagliata in un angolo vicino a una porta, con le ampie corna addobbate di palline di Natale e un grosso fiocco di raso rosso al collo renna. Incredibile… e assolutamente inaspettata. Dopo colazione attraversiamo il cortile e siamo di nuovo di fronte al bellissimo palazzo, la cui struttura a sbalzi crea un effetto visivo veramente particolare. Il corpo centrale dell’edificio, decorato da un doppio scalone esterno e un colonnato, è affiancato da due ali laterali progressivamente aggettanti che tendono a venire incontro al visitatore, spezzando la linearità del palazzo e rendendo sia l’edifico che il cortile esterno molto armoniosi. Di certo una cosa che colpisce è il colore, il famoso giallo Schönbrunn, che visto dal vivo è delicato e deciso insieme, perfetto per completare l’aspetto regale del castello. Insomma, se questa stessa facciata fosse stata grigia non avrebbe assolutamente fatto lo stesso effetto, ne sono certa. Oltrepassiamo il colonnato sistemato tra le due grandi rampe di scale laterali esterne e raggiungiamo l’ingresso principale, dove una lunghissima fila si è già formata in attesa di acquistare il biglietto di ingresso. C’è un’umanità alquanto varia in fila nel grande atrio, dove il freddo straordinario di questi giorni riesce in qualche modo a filtrare nonostante le porte a vetri. Famiglie italiane con ragazzini al seguito che scorrazzano agitati di qua e di là, giapponesi con macchine fotografiche enormi (e inutilizzabili all’interno del palazzo reale) appese al collo, coppie di signore inglesi più o meno giovani che sfoggiano originali cappellini e guanti di lana fatti ai ferri e leggono pazienti le loro guide restando diligentemente in fila, tedeschi con gli zaini che guardano continuamente i monitor e commentano con l’aria di quelli che lo saprebbero loro come far funzionare tutto meglio, qui. C’è davvero un marasma di gente, come dice Luca, ma dopo una breve esitazione e il controllo finale dei nostri Sissi Ticket abbiamo la conferma che possiamo passare direttamente in quanto abbiamo già pagato l’ingresso. Così ci incamminiamo nel corridoio centrale tra le due lunghe file e andiamo direttamente a lasciare il nostro zaino al guardaroba (è vietato introdurre qualunque tipo di borsa che non sia da passeggio), e ci uniamo poi alla fila all’interno dell’edificio a pianterreno per farci consegnare la nostra audioguida. Da lì saliamo la grande scala azzurra, e cominciamo la nostra visita del palazzo reale. Le prime sale da basso sono riservate alle guardie reali, con divise e uniformi originali, seguono le sale da udienza nelle quali l’Imperatore riceveva militari, capi di stato e anche semplici cittadini che ne avessero fatto richiesta, e lo studio privato del Kaiser nel quale l’Imperatore passava la maggior parte delle ore della sua giornata al lavoro, e nel quale è appeso un grande ritratto di sua moglie Sissi. Da qui si passa nella camera da letto personale dell’Imperatore, che morì proprio qui nel 1916, e poi in una serie di salottini e spogliatoi che conducono alla toeletta di Sissi nella quale lei si faceva curare la meravigliosa lunghissima capigliatura. Accanto c’è la camera da letto comune della coppia, poi il salotto di lei e il salone da pranzo, con la tavola apparecchiata in grande stile arricchita da splendide porcellane, cristalli e alzate da dolci con dettagli dorati. Poi una nuova serie di salotti di ricevimento e camerette, con ritratti di bambini elegantissimi appesi alle pareti ricoperte di tessuti preziosi, e con grandi finestre abbellite da tendaggi. Le stanze in effetti non sono in generale molto grandi, anzi sono più piccole di quanto ci aspettassimo (e di quanto abbiamo visto in altri castelli reali, per esempio in Francia), ma l’eleganza è innegabile ovunque, e ogni minimo dettaglio dell’arredo e del decoro contribuisce ad un affetto finale sicuramente prezioso. Il salone degli specchi rappresenta un altro esempio di arredo rococò, con le specchiere dorate e le tappezzerie rosso fuoco, e la cosa che ci colpisce di più tra quelle che ci sentiamo raccontare dall’audioguida è che proprio in questo salotto un giovanissimo Mozart di soli 6 anni tenne il suo primo concerto di pianoforte al cospetto dell’Imperatrice Maria Teresa, dopo il quale le saltò in grembo abbracciandola e baciandola, mettendo da parte in un colpo solo sia il proprio genio che l’altissimo lignaggio di lei – eh, i privilegi assoluti dell’infanzia… Fa uno strano effetto comunque essere qui e sentir raccontare questa storia, che poi è Storia di fatto e non un semplice aneddoto di costume. Qui, in questo stesso salotto dove ora ci troviamo, più di 250 anni fa cominciava la Leggenda di uno dei più grandi geni musicali di tutti i tempi, e a guardare con gli occhi un po’ socchiusi pare quasi di vederlo, attraversare la sala con i suoi piedini di bimbo in scarpine coi fiocchi su questo stesso parquet fino al pianoforte, sedersi sullo sgabello, magari con l’aiuto di suo padre, e dare inizio ad un percorso che lo avrebbe portato ben più lontano delle ginocchia di un’Imperatrice, fino al cuore della Storia della Musica e degli appassionati di tutte le epoche a seguire. La musica di Mozart – suonate dalle dita di Mozart stesso – ha risuonato qui, tra queste mura, rimbalzando su pareti e mobili, pavimenti e tessuti, invadendo di magia questa stanza – e poi questa città, questo Impero, questo continente, in un’eco che probabilmente non avrà mai fine. Se è un aneddoto, è certamente uno di quelli che ti fa sostare qualche minuto di più nella stanza, prima di scegliere il prossimo numero sull’apparecchio e premere PLAY per proseguire con la visita guidata. Dopo altre stanze di disimpegno arriviamo finalmente nella sezione più prestigiosa di tutto il castello, e una delle più impressionanti in assoluto. La bellezza splende in maniera quasi sfacciata nella Grande Galleria , la sala da ballo e di rappresentanza del castello, finalmente ampia e luminosa più di ogni altra sala, tutta decorata sui toni dell’oro e del bianco, con un enorme affresco sul soffitto e ampie portefinestre alternate a due file di altissimi specchi che si riflettono gli uni negli altri, creando un effetto di infinito spazio d’argento. Qui, nonostante lavori di restauro in corso, finalmente ci si muove in tutta libertà immersi nella piena luce e nell’oro, ed è un attimo immaginare uomini in divisa e donne in abiti meravigliosi danzare il valzer illuminati da migliaia di candele, moltiplicati all’infinito dagli enormi specchi nelle sere di festa grande. Non c’è posto più adatto di questo, per una sfarzosa festa ottocentesca, e se in questi specchi si potesse vedere il riflesso del passato, se ne potrebbe avere facilmente la prova. Anche la Piccola Galleria, subito accanto e riservata alle feste di famiglia, è bellissima e armoniosa, e sorprende il bianco lucido delle laccature sul quale si riflettono le luci dei candelabri che, anche se ormai sono elettrici, hanno l’effetto luminoso delle vere candele. Di fianco a questa galleria candida troviamo due stanze piccole e preziosissime, così tanto che non è possibile entrare e bisogna accontentarsi di ammirarle dalla soglia della porta. Sono due gabinetti cinesi , completamente decorati nello stile cinese appunto, con lacche e pannelli lucidi alle pareti dove sono fissate decine di piccole mensole che reggono vasi in porcellana di varie dimensioni tutti decorati di bianco e azzurro. I pavimenti in parquet sono incredibilmente lavorati, con intarsi complicatissimi di legni diversi e preziosi, che sono poi una delle ragioni per cui viene impedito alle migliaia di visitatori quotidiani di calpestare quella meravigliosa fioritura. Seguono grandi sale con immensi dipinti raffiguranti scene di massa, in occasioni militari e per una festa di nozze reali, con migliaia di persone ritratte nei minimi dettagli, e dopo queste si passa nella zona degli appartamenti privati di Francesco Stefano, con una camera azzurra e una decorata da grandi pannelli di lacca nera lucida in stile cinese. Quindi si passa nella stanza detta di Napoleone , dove Bonaparte ha dormito e dove stava il suo unico figlio legittimo dopo la caduta dell’Impero. Qui morì a soli 21 anni, e qui è esposta la sua maschera mortuaria, insieme ad un piccolo uccellino impagliato con un buffo ciuffo di piume sul capo, che era il suo compagno di giochi preferito. Più avanti ci sono altre sale decorate da miniature di quadretti e porcellane realizzate dagli stessi membri della famiglia reale, saloni di udienza con tappezzerie rosse e azzurre, il salotto dell’Arciduchessa Sofia, per arrivare ad una stanza dove è conservato un ricchissimo letto matrimoniale a baldacchino tutto rosso e oro che era quello originale delle nozze dell’Imperatrice Maria Teresa. Concludiamo il giro attraversando lo studio di Francesco Carlo, e poi una sala dove sono conservati dipinti a tema di caccia, armi, divise e oggetti appartenuti ai reali che erano dediti a questa attività, che poi era anche il motivo per cui il primo casino di caccia di Schönbrunn fu costruito. Alla fine restituiamo l’audioguida e facciamo una piccola sosta allo shop, perché sappiamo che le bimbe a casa adoreranno la mollettina a forma di stella da mettere nei capelli come quelle che aveva Sissi ad un famosissimo ballo, e tutti gli altri gradiranno sicuramente i cioccolatini dell’Imperatrice. Finalmente ci ritroviamo fuori, e stavolta siamo sul lato opposto del castello retro-castello, di fronte ai grandissimi giardini ricoperti da una coltre candida di neve. giardino2_0 In effetti c’è solo una distesa bianca a perdita d’occhio davanti a noi, sappiamo che questi sono i giardini perché sono indicati sulla pianta del castello, ma in realtà non si vede un solo filo d’erba intorno a noi. Dappertutto è solo una distesa bianca, con un timido accenno di viale al centro, castello-sch-2 e la collina candida che sale dolcemente sullo sfondo, coronata dalla silhouette inconfondibile della Gloriette . giardino_0 Ci incamminiamo consapevoli che la salita è lunga e faticosa e fa molto freddo, così decidiamo che magari ne facciamo solo un pezzetto, tanto per avere un’idea di com’è la vista dall’altro lato, invece alla fine non riusciamo a fermarci, il paesaggio è troppo affascinante per tornare indietro, tutto quel candore e quel silenzio, i piccoli sentieri che salgono su tra gli alberi spogli e i gradini fatti con le pietre, e la luce obliqua e gialla che cerca di farsi spazio nella coltre grigia del cielo, tutto è così bello che continuiamo a camminare senza pensare ad altro che a quello che vediamo intorno a noi. Proseguiamo risalendo piano piano la collinetta, attraversando un deserto soffice e immobile che fa pensare più alle distese gelide della Russia degli Zar che a un giardino reale settecentesco, fino alla bellissima Fontana di Nettuno . nettuno1 La superficie dell’acqua è completamente ghiacciata, il bordo della vasca è invisibile sotto lo strato bianco, tritoni ninfe e conchiglie sono imprigionati dal gelo, i movimenti fissati in un istante di ghiaccio sul quale una spolverata di neve bianca è caduta lieve come zucchero a velo su una torta di nozze. nettuno4 Continuiamo a risalire la collinetta e alla fine raggiungiamo la cima, dove la Gloriette domina il paesaggio offrendo una vista spettacolare sul castello e su buona parte della città. vienna-view E’ faticoso arrivare quassù, specialmente con questo clima, ma vale veramente la pena farsi questa arrampicata per poter godere di questo panorama incantato. gloriette2 E poi l’edificio della Gloriette è molto bello da vicino, più grande di quanto appaia dal castello, perfetto in ogni dettaglio, con le arcate neoclassiche e le colonne doppie, i vasi lungo il bordo della balaustra, la scalinata a due rampe e la grande aquila degli asburgo che troneggia in cima alla facciata. gloriette5 Al centro si aprono i tre finestroni ad arco con i vetri all’inglese, che proteggono al caldo dell’interno i visitatori del Café Gloriette seduti vicino ad un grande albero di Natale. gloriette4 Quello che colpisce di più, e che dona tutto il suo fascino a questa struttura così particolare, è che le grandi finestre hanno le loro gemelle sul lato posteriore dell’edificio, esattamente in corrispondenza di quelle anteriori, per cui la luce che viene da dietro passa attraverso i vetri ed esce nuovamente dalle finestre davanti, dando l’impressione di una struttura vuota e leggera, imponente e delicata insieme. gloriette Dopo qualche foto e un po’ di riposo riprendiamo la via che scende verso il castello sul lato opposto da quello dal quale eravamo saliti, passando ancora davanti all’ingresso del Tiergarten. tierengarten Chissà se i Panda sono già dentro a sgranocchiare i loro germogli di bambù. Attraversiamo di nuovo il pianterreno del castello per uscire sulla Piazza opposta, e lasciamo questo posto fantastico con un po’ di malinconia. Indubbiamente passeggiare qui in estate deve essere bellissimo, quando tutto è invaso dal verde e dai fiori, disegnato di siepi e aiuole colorate, e illuminato dalla luce intensa del sole, eppure a noi è piaciuto moltissimo anche così, con quest’atmosfera quasi irreale, panorama silenziosa e candida, misteriosa e raffinata, cortile davvero imperiale. Raggiungiamo la U-bahn che ci porta velocemente di nuovo in centro fino a Hofburg, dove entriamo a visitare al Schatzkammer , la camera dei tesori (10,00 € a testa). Mai un nome è stato più adatto, in effetti. Questo edificio raccoglie una quantità di tesori così straordinari da lasciare letteralmente a bocca aperta, e la cosa magnifica è che non si tratta solo di oggetti preziosi in sé e per sé in quanto creati con materiali pregiati, ma lo sono soprattutto perché rappresentano pezzi originali di storia della civiltà europea dal medioevo in poi. Tra gli oggetti più importanti ci sono la Corona del Sacro Romano Impero , di forma ottagonale e incastonata di gemme preziose, incisa e decorata di simboli religiosi a testimoniare il diritto divino di regnare della dinastia ottomana, un oggetto dal fascino straordinario. La Croce imperiale, croce nella quale è inserita la Sacra lancia , una punta di lancia di metallo che si dice sia quella bagnata dal sangue sgorgato dal fianco di Gesù ferito mentre era sulla croce, e nella quale è inserito uno dei chiodi che gli trafiggevano le mani, e la spada dell’Imperatore, con splendide incisioni sulla custodia d’oro. E poi scettri, globi, insegne cavalleresche, abiti reali, gemme, tessuti pregiatissimi, e tra questi un incredibile completo composto da coperta in broccato e oro, abito, cuffia e cuscino impreziositi da ricami meravigliosi che venivano utilizzati in occasione dei battesimi degli eredi reali. C’è persino una sfarzosissima culla che fu creata per Napoleone II figlio di Napoleone Bonaparte e Maria Luisa d’Austria, che aveva il titolo di Re di Roma, di una magnificenza davvero impressionante. Moltissimi sono i tesori di stampo religioso, crocifissi in finissimo avorio, reliquiari ricoperti di gemme come il Borsello di Santo Stefano un vangelo ricoperto d’oro lavorato in bassorilievo che è uno dei più preziosi oggetti risalenti all’epoca di Carlo Magno, lo straordinario collare originale in oro e smalti che fu creato per il capo dell’Ordine del Vello d’Oro , ordine cavalleresco prestigiosissimo risalente ai tempi dei duchi di Borgogna e del quale hanno fatto parte nei secoli personaggi come Carlo V, Filippo II, Cosimo de’ Medici e membri delle famiglie d’Este e Gonzaga. C’è naturalmente la meravigliosa corona del trono d’Austria creata nel 1600, con il globo e lo scettro , gli abiti delle varie incoronazioni, spade, stemmi medievali, calici, ostensori, reliquiari, reliquia tutti ricoperti di gemme incredibilmente rare. Ma tra i pezzi più stupefacenti ci sono sicuramente alcune pietre preziose di dimensioni enormi, come lo smeraldo gigante di più di 2600 carati scolpito come un piccolo scrigno, l’aquila reale asburgica di ametista, opale e giacinto, la Rosa d’Oro onorificenza dono del Papa rosa-doro, e poi due pezzi davvero rarissimi, dichiarati inalienabili per sempre dalla famiglia imperiale degli Asburgo, la Coppa d’Agata , una coppa stupenda ed enorme che ha più di 1600 anni, interamente ricavata da un solo pezzo d’agata, sottile e levigata, lucida come un gioiello, con sfumature rosate straordinarie che la rendono unica al mondo. Pare che delle lettere misteriose che formano la parola XRISTO compaiano su un lato della grossa coppa e siano leggibili solo con una particolare luce, o da spiriti particolarmente privilegiati dal divino, tanto che si è creduto per molto tempo che questa coppa potesse essere il Sacro Graal. coppa-dagata E poi c’è uno degli oggetti più strani e affascinanti che abbiamo mai visto, un lunghissimo corno ritorto così raffinato e perfetto che sembra un scolpito da un artista, conosciuto come il corno dell’Unicorno, e che invece è probabilmente una spada di Narvalo lunghissima e vecchia di 5 secoli, spettacolare. Insegne reali, mantelli e ritratti completano la collezione di tesori, decisamente una delle più belle tra quelle che ci è capitato di vedere. All’uscita è già buio ma non è ancora l’ora di tornare verso l’Hotel, così facciamo una passeggiata in centro, e dopo un po’ ci ritroviamo davanti alle vetrine di Demel, una delle cioccolaterie più famose d’Europa. vetrina-demel Impossibile resistere. Entriamo oltrepassando una pesante tenda messa oltre la porta per riparare l’interno dal gelo, e andiamo verso le scale per salire alle sale del piano superiore. Passiamo così davanti alla cucina, che ha le pareti di vetro oltre il quale possiamo vedere i pasticceri al lavoro, impastare, infornare, demel3 decorare, ritagliare, uno spettacolo. La sala di sopra è piena così dobbiamo aspettare alcuni minuti, ma alla fine una signorina molto gentile ci accompagna al nostro tavolo in una sala rettangolare dall’arredamento raffinato, con specchiere dorate, lampadari in vetro di murano dalle delicate sfumature rosa e azzurre e poltroncine imbottite. Ci sistemiamo su un comodo divanetto pronti a ordinare, e visto che si è fatta una certa ora e abbiamo fame prendiamo zuppa zuppa e torta salata torta-salata – ottime e presentate con grande eleganza – prima di affogare la tristezza della fine della vacanza in due fette di torta di dimensioni assolutamente sfacciate, Sacher classica per Luca torta2 e mandorla e nocciola a strati per me. torta1 Una delizia assoluta. Assaporiamo questa squisitezza con calma, il salotto è pieno ma tranquillo, gente che chiacchiera in lingue diverse beve tè al caldo del locale mentre cameriere con divise nere e grembiulini bianchi vanno su e giù portando fette di torta al cioccolato su piatti di porcellana. Qui si respira un’aria che si può decisamente definire mitteleuropea. Il tempo passa molto piacevolmente, e purtroppo arriva anche l’ora di ripartire. Scendiamo di nuovo al primo piano e facciamo un ultimo giro nella sala dei biscotti, tra vetrine di torte, demel1 mensole cariche di pacchi di dolcetti, demel6 sacchetti di pasticcini infiocchettati demel7 e tavoli pieni di caramelle glassate dai colori natalizi, demel8 tanto belli che verrebbe voglia di comprarli tutti. Quando usciamo fuori l’aria sembra ancora più fredda, ma molte persone passeggiano per le vie del centro illuminate a festa. luci Anche la struttura severa del Duomo di Santo Stefano risplende della pioggia di luci di Natale, e sembra salutarci silenziosamente quando le passiamo accanto per l’ultima volta. ststephen Raggiungiamo l’Hotel con la U-bahn, riprendiamo il nostro bagaglio, e col treno siamo allo Schwechat Airport in breve tempo. E’ triste lasciare il centro della città, con le sue luci sfarzose e le vetrine decorate, altmann-e-kuhne i palazzi austeri e quest’atmosfera raffinata e gelida a un tempo. Dovremo tornarci, possibilmente con un clima più vivibile, per ammirare tutte quelle meraviglie che in questi pochi giorni non siamo riusciti a vedere. Il nostro aereo parte in perfetto orario, il buio mi aiuta ad avere meno paura dell’abisso invisibile fuori dal finestrino, e mentre leggo con gli occhi fissi sul libro nel cono della lucina che mi piove dall’alto, ringrazio con brevi respiri che tutto fili liscio e più in fretta di quanto temessi. Al momento dell’atterraggio a Firenze comunque il cuore comincia a corrermi via veloce per un piccolo imprevisto che non mi era mai capitato, e che sembra spaventare solo me. L’aereo sorvola la torre di controllo e la pista, si allinea, inizia la discesa, ma poi lentamente comincia a risalire e si allontana di nuovo tornando in quota, mentre il mio stomaco si stringe e le orecchie si tappano. Proprio ora che il mio desiderio di tornare finalmente con i piedi per terra stava per essere soddisfatto il mio sogno scompare, e la pista diventa di nuovo un miraggio lontano senza che ne comprenda la ragione. La situazione è più che sufficiente per causarmi ansia, soprattutto di questi tempi, ma gli altri passeggeri non sembrano preoccupati e si affacciano dai finestrini solo per curiosità. Luca mi conferma che vedeva già la torre abbastanza vicina e non ha idea del motivo di questa manovra, ma sembra solo un po’ annoiato. Cerco di mantenere la calma nonostante tutto e fingo di continuare a leggere il mio libro, ma sento che le mie guance hanno perso il colore e ringrazio che in quella semioscurità nessuno lo possa notare. Dopo un po’ il comandante si fa sentire e ci spiega, in un inglese terribile gracchiato fuori da quegli altoparlanti assurdi, che a terra c’è nebbia e non riusciva a vedere perfettamente la pista, così ha deciso di rialzarsi e fare un nuovo giro per tornare a provare un secondo atterraggio di lì a una ventina di minuti. Provare? Come, provare? Questo è un verbo che nella mia personale visione delle cose proprio non si addice ai viaggi in aereo… Cerco di non pensare alle alternative possibili derivanti dall’eventuale fallimento della nostra seconda “prova” di atterraggio, ma dopo un po’ non riesco più neppure a fare finta di leggere, così metto via il libro, spengo la lucina e mi preparo alla prossima manovra. Dopo un lungo giro sento che l’aereo torna indietro, scende piano piano di nuovo, si allinea, vibra appena al movimento dei flap, e cala gradualmente verso terra perdendo velocità. Dalla vertigine che mi ronza nelle orecchie sento che la pista deve essere molto vicina ormai, eppure scendiamo scendiamo e mi pare di che non arriviamo mai… Quando finalmente le ruote del carrello toccano il suolo, tiro un respiro di sollievo infinito. Anche stavolta è andata. La tensione e la paura svaniscono, per lasciare posto solo alla stanchezza e a quella specie di tristezza mista a nostalgia che segna la fine di qualunque viaggio. Questo è il momento in cui la vacanza appena fatta è vicinissima e irrecuperabile a un tempo, e la prossima non può essere più lontana di adesso. Lo splendore e la bellezza di Vienna ci mancano già moltissimo, eppure già sulla via buia che ci porta verso casa cominciamo a sognare della prossima volta in cui ci torneremo.

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Domenica 20: Museums Quartier – Kunsthistorisches Museum – Imperial Orchester Wien

2 marzo, 2010 in Viaggi. Commenti: 2

Una sorpresa ci attende stamani all’uscita dall’hotel: il cielo è limpidissimo e azzurro, le nuvole si sono completamente dissolte e l’aria è un cristallo scintillante. st-nicholas Il freddo è intenso come e più dei giorni scorsi, siamo già a -12 di prima mattina, ma vedere finalmente la luce del sole splendere nelle vie e sui palazzi fa venire voglia di camminare, e di respirare a fondo quest’aria croccante e gelida. Raggiungiamo il centro in un’atmosfera di calma assoluta, ci sono pochissime persone in giro e ancora meno auto, il silenzio che ci circonda sembra più adatto ad un piccolo paesino di montagna addormentato che non ad una delle maggiori capitali europee. Facciamo colazione in uno dei locali più noti del centro, Aida, una Caffetteria si due piani proprio di fronte al Duomo dove tutto è decorato in stile anni 50 e arredato con mobili e tessuti sulle tonalità del rosa e del marrone. Nella guida leggiamo che esiste un’intera catena di caffetterie Aida a Vienna, molto apprezzate sia dai turisti che dagli stessi viennesi per l’originalità dei locali ma anche per l’alta qualità dei prodotti offerti. Saliamo al piano superiore e ci sistemiamo ad un tavolino vicino alla vetrata, dalla quale vediamo perfettamente il Duomo con il suo tetto di maiolica che luccica al sole. duomo Un lungo bancone a vetri espone infiniti tipi di dolci, cioccolatini, paste e pasticceria varia, e fette di torta a strati multicolori decisamente invitanti, mentre la macchina del caffè spande nell’aria un profumo squisito. Le cameriere sono solo donne qui, e indossano deliziose divise rosa con tanto di cappellino e calzini in tinta, sembra di essere finiti in un telefilm americano di tanti anni fa. Mangiamo croissant giganti accompagnati da caffellatte viennese con la schiuma, e prima di uscire paghiamo il conto a una paffuta signora di mezza età la cui vestaglietta rosa contrasta sensibilmente con il suo modo un po’ burbero di ringraziarci. Dal centro prendiamo la U-bahn e arriviamo velocemente nel Museums Quartier, un luogo forse unico al mondo mq3 che è di fatto uno straordinario distretto dell’area antica di Vienna dedicato completamente alla cultura. Qui si concentrano molti dei maggiori musei della città affiancati dai servizi più diversi come mostre, coffe shop, attività per ragazzi e per artisti, gallerie, scuole di teatro e di danza e molto altro ancora. mq1 E’ una specie di città nella città dove tutto gira esclusivamente intorno all’arte e dove la creatività trova il suo spazio di espressione più libero. mq2 Gli imponenti palazzi barocchi sono immersi nel silenzio ovattato del paesaggio innevato, tutto è calmo e silenzioso a quest’ora, eppure un senso di vita pulsante si percepisce chiaramente vicino all’entrata del grande museo che è la nostra meta di oggi, il Kunst Historiches Museumkhm1 Finalmente siamo di fronte al più importante museo di Vienna, che è anche uno dei maggiori scrigni di tesori d’arte di tutta Europa. Facciamo una breve coda alla biglietteria (12,00€ a testa) ed entriamo nel calore accogliente del bellissimo palazzo, c’è gente ma non è troppo affollato, e l’atmosfera è piacevolmente familiare. L’emozione di essere qui si fa sentire, e l’idea di passare tutta la giornata all’interno di questo edificio pieno di meraviglie che aspettano solo di essere scoperte è particolarmente invitante. Lasciamo giubbotti e borse al guardaroba e siamo pronti a cominciare il nostro giro, seguendo la piantina che ci hanno dato con i biglietti. L’esposizione è divisa in diverse sezioni, e ogni area espositiva è costruita nello stesso stile delle opere che vi sono raccolte. La prima sezione che attraversiamo è quella Egizia dove sono esposte numerose testimonianze di questa antichissima civiltà, come papiri dipinti, gioielli d’oro e pietre preziose, tessuti di lino, statuette scolpite, sarcofagi a strati decorati di figure coloratissime e mummie fasciate e sistemate con infinita cura. sala-egizia-1 Ogni volta che mi capita di trovarmi davanti a questo tipo di reperti finisce che mi perdo a immaginare la loro storia e il mistero del loro lunghissimo percorso attraverso i secoli, e resto commossa dall’alone di esatta quotidianità che ancora oggi emanano, come una piccola luce che ancora riesce a brillare a distanza di oltre 3000 anni – un arco di tempo che per quanto ci provi non riesco a visualizzare in maniera definita nella mia mente. Tuniche di taglio perfetto, sala-egizia-5 ciabattine di paglia intrecciata, sofisticati pettini per i capelli, sottili gioielli in oro che si potrebbero indossare ancora oggi senza alcuna difficoltà, che invece hanno fatto parte della vita quotidiana di giovani donne egiziane in un tempo in cui la nascita di Cristo e l’origine del calendario sul quale noi contiamo i nostri giorni erano ancora mille anni a venire. C’è persino una piccola mummia di gatto avvolta con cura in bende finissime legate da laccetti di cuoio intrecciati, a testimoniare l’adorazione di questo popolo per questo animale misterioso, e una sorprendente mummia di un piccolo di coccodrillo, che chissà chi e perché decise di dedicare tanto tempo e cura a rendere immortale una creatura così insolita. Poi, papiri srotolati, steli incise da migliaia di simboli misteriosi, sala-egizia-7 statue di faraoni seduti sui loro troni a fissare immobili un eterno futuro, sfingi accovacciate nel loro infinito silenzio. sala-egizia-6 Ci sono anche diversi sarcofagi ancora riempiti delle loro mummie millenarie, sala-egizia-2 che finisco sempre per guardare con un certo disagio sentendomi ogni volta un’intrusa che non è mai stata autorizzata a spiare il sonno eterno di chi, in un tempo e un luogo lontanissimi da qui, era una persona viva e vera, che certo non immaginava che un giorno sarebbe stata esposta agli sguardi curiosi di migliaia di sconosciuti pronti a profanare l’intimo segreto del suo corpo avvolto nel mistero assoluto della morte. Se le meravigliose decorazioni dei sarcofagi dipinti come chiglie di navi che portano il loro passeggero nel lungo viaggio fino al mondo dell’aldilà mi incantano sempre come qualcosa di magico, sala-egizia-3 appena oltrepasso il bordo e poso lo sguardo sul corpo avvolto dalle bende di quei viaggiatori millenari un lieve imbarazzo mi coglie, facendomi sentire di troppo dopo pochi secondi. Forse mi viene da pensare che non mi piacerebbe avere quello stesso destino indiscreto, neppure tra migliaia di anni, così passo defilata accanto alla fila di vascelli allineati nel loro eterno viaggiare immobile e proseguo, raggiungendo Luca nella sezione dell’antichità Romana e Greca. Lo stile cambia di colpo intorno a noi, il tempo ha fatto un balzo in avanti regalandoci saloni arricchiti da colonne e capitelli in marmo, e un’atmosfera molto più familiare, come di un luogo che comunque ci appartiene. classici Qui sono esposti bassorilievi, vasi dipinti, vaso busti, teste, testa statue di giovani guerrieri dai corpi armoniosi e perfetti come quelli degli Dei, e c’è perfino un intero pavimento a mosaico sul quale le piccole tessere colorate sono state sistemate a riprodurre la battaglia tra Teseo e il mitico Minotauro, bellissimo. mosaico Le presenze più importanti qui sono forse i gioielli in oro e pietre dure, e in particolare ci attirano alcuni degli oggetti più incredibili che ci sia capitato di vedere. Sono gemme con cammei straordinariamente incisi, e tra queste le più spettacolari sono sicuramente le più grandi, la “Gemma Claudia”, gemma-claudia la “Gemma Augustea” gemma-augustea e “Nerone e Roma” nerone-e-roma, pezzi di una rarità e una perfezione da lasciare incantati. Alla fine della sezione classica usciamo di nuovo nel grande atrio, da dove saliamo lo scalone doppio decorato di marmi e stucchi che è arricchito da uno spettacolare gruppo marmoreo di Canova raffigurante Teseo nell’atto di uccidere il Minotauro con una clava. canova-2Un’opera potente e drammatica che, nonostante l’innegabile eleganza dei gesti, mi appare sorprendentemente distante dal Canova squisitamente perfetto e lieve visto al Louvre. L’effetto è ottimo e la posizione nella quale la scultura è stata sistemata è perfetta, perché valorizza sia l’opera sia il bellissimo ambiente tutto intorno. canova-1 Se anche questo museo non fosse uno scrigno prezioso quanto luoghi come il Louvre o gli Uffizi dal punto di vista delle opere conservate, di sicuro può essere considerato uno dei palazzi in assoluto più meravigliosi e piacevoli da visitare che abbiamo avuto modo di vedere tra quelli destinati all’esposizione di collezioni artistiche. Al piano superiore raggiungiamo finalmente la pinacoteca, il vero cuore sacro di questo museo, e non ci mettiamo molto a convincerci che il KHM merita a pieno diritto un posto tra i musei più ricchi e importanti del mondo. La collezione è semplicemente meravigliosa per ricchezza e varietà delle opere raccolte e per l’accuratezza e la qualità dell’esposizione, ma quella che mi cattura in maniera imprevista è sicuramente la sala dedicata a Bruegel. Non mi era capitato spesso di poter vedere dal vero opere di questo pittore, le avevo viste soprattutto nei manuali d’arte e nei siti di pittura, ma ancora una volta, come succede per i veri grandi, trovarmi lì davanti a quei colori è un’emozione fulminante, che mi lascia senza parole. Sapevo che mi sarebbe piaciuto certo, ma non credevo che mi avrebbe incantata in questo modo… guardo e non riesco a distogliere lo sguardo da quelle linee semplici e complete, quel colore uniforme, quelle scene quotidiane e universali al tempo stesso. Un regalo, Bruegel, che mi fa il KHM a sorpresa, e che porterò via con me per sempre, insieme alla convinzione che questa sala da sola valga il prezzo del biglietto. Tutto il resto è omaggio, e non è mica roba da poco intendiamoci, ci sono addirittura due Caravaggio, belli da levare il fiato naturalmente e specialmente l’enorme tela della Madonna del rosario, tanto Rubens da far girare la testa, e Tiziano, Veronese, Tintoretto, Velasquez, Dürer, Parmigianino, Antonello da Messina con una delle sue rare e straordinarie Madonne, Giorgione, il bellissimo San Sebastiano di Mantegna, e una piccola Pietà tutta azzurra di Carracci così commovente che stringe il cuore. E poi una delle straordinarie Madonne di Raffaello ritratta in esterno, nel suo fantastico abito rosso arricchito da uno splendido mantello azzurro cielo, con accanto a sé il Bambino e San Giovannino, che è veramente una luce che illumina l’universo, e poi un solo Bronzino ma così bello che lo guardi e pensi che nessuno ha mai dipinto così prima di lui. In un angolo in fondo poi, un altro regalo bellissimo, che non te lo aspetti perché è sistemato malamente, forse l’unica opera in tutta l’esposizione a essere trattata così ingiustamente, in un pezzetto di corridoio ritagliato sull’esterno della sala principale, quasi davanti a una finestra, in un punto insignificante in cui in genere si passa e si tira a diritto senza notare niente in particolare, e invece qui c’è un piccolo gruppetto di visitatori che sostano vicino a un uomo, e avvicinandoci vediamo che è un pittore, ha un cavalletto e una scatola di colori vicino, e un pennello in mano, e sta riproducendo sulla sua tela il dipinto appeso su quella piccola quinta di parete, “Allegoria della pittura”  di Vermeer. Una visione magica che induce automaticamente al silenzio chiunque si avvicini, come per non disturbare il pittore nel quadro impegnato nel suo lavoro. La stanza è intima, ma si percepisce esattamente la tranquillità dell’ambiente, la pesantezza della stoffa di tappezzeria della tenda scostata come un sipario a rivelare la scena in atto, la morbidezza vellutata dell’abito del pittore intento al suo lavoro contrapposta alla croccantezza setosa del vestito azzurro della modella in posa come la Storia che ispira la Pittura, e quella luce delicata che dilaga dalla finestra – invisibile ma presente – sul viso della ragazza, e poi sulla tela e sul pavimento, facendo luccicare appena il metallo del lampadario, e rendendo l’atmosfera luminosa e lieve. Nulla si muove nella stanza, eppure qualcosa sta accadendo, e noi ne siamo testimoni diretti. Una magia, raddoppiata come in un gioco di specchi dall’inattesa presenza di un altro personaggio che sta ritraendo quella scena proprio sotto i nostro occhi – un pittore che ritrae un pittore che ritrae una ragazza… un’esperienza perfetta e tonda come un cerchio. pittori Le emozioni sono tante e continue in questa sezione della pinacoteca, sentiamo c’è bisogno di una pausa per lasciarle sedimentare un po’ prima di aggiungerne delle altre. Si è fatta una certa ora nel frattempo, è il momento giusto per la nostra pausa pranzo. Mangiamo nel piccolo bistrot al primo piano, zuppa, Schnitzel e insalate miste giganti e freschissime, e ci riposiamo un po’ al calduccio del locale. All’esterno l’aria è ancora limpidissima e gelida come stamattina, ce lo testimonia in maniera evidente il mercatino ricoperto di neve che spiamo dalla finestra del palazzo. piazza Dopo la pausa per il pranzo riprendiamo il nostro giro, che passa per le meraviglie dell’arte rinascimentale italiana fino al settecento europeo, e diventa sempre più difficile lasciare una sala per passare nella successiva. Alla fine torniamo per un ultimo sguardo nella sala di Bruegel, e approfittiamo dei comodi divani per starcene un po’ lì davanti a tanta bellezza a guardare e basta, senza fare altro, insieme a pochi altri visitatori, prima di uscire definitivamente da questa sezione. In effetti notiamo che non c’è una folla esagerata qui, non come in altri grandi musei che abbiamo visto, il che rende ancora più piacevole godersi queste opere in tranquillità e senza lotte per la conquista di una buona posizione di osservazione come capita in altri musei. Dopo la pinacoteca saliamo al secondo piano a visitare la collezione di numismatica, una delle più grandi raccolte di monete, medaglie e ordini del mondo, molto interessante. Da lì riscendiamo a pianterreno per una mostra temporanea su Carlo il Calvo Duca di Borgogna, che comprende splendidi abiti originali della metà del 1400, armature, spade, arazzi e dipinti dell’epoca di Carlo. Purtroppo il nostro giro finisce qui perché la collezione di Arti Decorative è chiusa al momento, dove è conservata anche la famosissima saliera in oro di Cellini che non potremo vedere, ma pazienza, sarà per la prossima volta, abbiamo visto così tanti capolavori per oggi che ci basteranno per un pezzo. All’uscita scopriamo che è quasi buio, il mercatino della piazza è pieno di gente che sfida il freddo bevendo tazze di Glühwein bollente tra le bancarelle illuminate. Facciamo un giro e acquistiamo una bellissima pallina in vetro soffiato dipinta con disegni dorati in stile Klimt da regalare alle mie cugine, che siamo sicuri apprezzeranno tantissimo. palline Verso le 19 decidiamo di raggiungere la zona del teatro teatro dove si svolgerà il concerto di stasera della Imperial Orchester Wien, per il quale abbiamo i biglietti da venerdì. E’ presto per entrare ma è decisamente troppo freddo per stare ad aspettare all’aperto, così entriamo nell’unico locale aperto vicino a Beethoven Platz, un McDonald’s piccolo e poco affollato dove ci riscaldiamo con tè e muffin giganti. Scriviamo cartoline e chiacchieriamo scambiandoci impressioni su tutto quello che abbiamo visto, e quando si fa l’ora giusta torniamo al teatro dove altre persone si stanno già radunando. Il Foyer è in un lungo corridoio al primo piano dai soffitti a vela dipinti, foyer e anche la sala da concerto è bellissima, con la volta in legno e colonne che terminano con capitelli dorati. La sala è davvero bella e la nostra posizione abbastanza buona, ci sistemiamo ai nostri posti e ci guardiamo intorno osservando gli altri spettatori che via via stanno arrivando. La gran parte sono evidentemente turisti stranieri, molti giapponesi e francesi, ma c’è anche un gruppetto di italiani che è impossibile non notare. Lo spettacolo comincia in perfetto orario, introdotto da un simpaticissimo presentatore che parla fluentemente almeno tre lingue per spiegare a tutti ogni brano che sarà eseguito, ed è davvero coinvolgente e divertente. L’orchestra è in realtà in versione ridotta, i musicisti sono una decina, tutti giovani e molto bravi, e in diversi brani sono accompagnati da un tenore e un soprano dalle voci splendide o da una coppia di ballerini di danza classica che, in uno spazio ridotto, fa miracoli per eseguire alla perfezione coreografie di grande effetto. concerto I brani del repertorio sono essenzialmente viennesi o comunque classici, cominciano da Mozart per passare a Haydn, Beethoven, Schubert e l’immancabile Strauss, e le esecuzioni sono così brillanti e vivaci da coinvolgere tutto il pubblico in un entusiasmo dilagante. Nell’intervallo ci gustiamo la nostra flute di champagne offertaci dal buono omaggio che ci aveva regalato il ragazzo al momento della prenotazione, e conserviamo come ricordo il sughero raccolto tra quelli lanciati del presentatore prima dell’esecuzione dello Champagner Gallop. Anche la seconda parte del concerto è molto vivace e le esecuzioni dei giovani musicisti sono impeccabili, soprattutto quella della talentuosissima ragazza che è il primo violino, e il pubblico partecipa con grandi applausi allo spettacolo. Alla fine abbiamo l’impressione che il tempo sia trascorso troppo velocemente, ed è un peccato lasciare la bellissima sala da concerto e tutta quella musica meravigliosa per rientrare nel mondo reale. Che è ancora gelido naturalmente, soprattutto a quest’ora di sera. Arriviamo con facilità a Wien Mitte wien-mitte e siamo al nostro Hotel in poco tempo, soddisfatti per com’è andata questa domenica dedicata alla cultura. E peccato che domani sia già il nostro ultimo giorno di soggiorno in questa città piena di bellezza…

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