Portogallo Venerdì 11 maggio 2012: Pisa – Porto

Finalmente è arrivato anche il giorno del Portogallo, dopo tanti mesi di attesa. Anticipiamo volentieri il viaggio dell’anniversario di un mese per poter partire insieme ai nostri amici, perché quando è quella giusta, la condivisione moltiplica l’entusiasmo. Il volo Ryanair da Pisa a Porto è previsto per le 7 ma alla fine la nostra levataccia si rivela inutile, e decolliamo solo alle 8,30 a causa di uno sciopero dei controllori di volo portoghesi. Partire di venerdì non è mai una buona idea, ormai lo sappiamo. Ma volare è sempre un’emozione, e nonostante una voce sconosciuta e straordinaria stia inaspettatamente catturando tutta la mia attenzione con il suo magico potere, non riesco a non gettare per un momento lo sguardo sull’azzurro immenso che si spalanca oltre il piccolo oblò dell’aereo, per spiare il mondo che rotola di corsa sotto di noi, vastissimo, di una precisione disegnata a matita, a mollo nel silenzio di questo acquario d’aria. La meraviglia ha questa abilità stupefacente, di sfilare via alla paura istanti lunghissimi e trasformarli in bagliori di luce.

Atterriamo a Porto solo alle 11,15 e troviamo ad attenderci i nostri amici, arrivati da Parigi oltre un’ora e mezzo prima. L’importante è che siamo finalmente tutti qui. Andiamo subito verso la stazione della metropolitana dove facciamo la “Cartão Andante”, una carta abbonamento simile alla Oyster card londinese che si può ricaricare ogni volta che finisce il credito di viaggio, e prendiamo la metro verso il centro. Le linee sono solo 6 e le fermate non sono moltissime, e impieghiamo circa mezz’ora per percorrere il tratto dall’aeroporto a Praça dos Aliados, in una traversa della quale si trova il Residencial Pão de Azuçar dove abbiamo le stanze prenotate per stasera. Un edicolante gentilissimo mi indica in inglese l’esatta posizione del residence, ma quando arriviamo è presto per avere le stanze. Così lasciamo i bagagli a una signora molto cortese che parla un ottimo francese e ce ne andiamo in centro a passeggiare un po’ e a cercare qualcosa da mangiare, in attesa di poter prendere possesso delle nostre camere dopo le 14,00. La temperatura è buona, fa anche più caldo di quanto ci aspettassimo, la luce è intensa e fa sembrare la Praça dos Aliados ancora più grande di quanto effettivamente non sia. Uno spazio rettangolare molto esteso, stretto e lungo, fiancheggiato da begli edifici e con una piacevole presenza di verde.

Pranziamo all’aperto, sotto l’ombrellone di un locale turistico dove i prezzi sono bassi e il cibo sembra genuino. Proviamo subito una delle pietanze portoghesi più note, la Francesiña, una sorta di croque-monsieur in versione locale che si rivela un sandwich ripieno di carne, chorizo e uova ricoperto di formaggio fuso e affogato nella salsa alla birra, accompagnato da patatine fritte, saggiamente consigliato solo a pranzo a causa dell’elevato tasso calorico del suo contenuto… Alla fine si rivela buono, come le altre cose tipiche che decidiamo di assaggiare.

Dopo pranzo torniamo all’hotel e ci sistemiamo finalmente nelle nostre stanze, dopo aver ammirato l’originale raccolta di oggetti anni 60 che decora le zone comuni e i vari ballatoi dei diversi piani del residence. Mobili, complementi d’arredo, giocattoli, lampade, soprammobili, tutto un simpatico bric-à-brac di oggetti originali e divertenti che non ci aspettavamo di trovare qui.

Ma la cosa che preferisco è sicuramente la grande scala centrale che porta ai piani, una bellissima spirale morbida che sale su danzando, con il corrimano in legno che svolazza come un nastro di seta tirato a lucido donando al palazzo dalla struttura abbastanza anonima un tocco di leggerezza Liberty incantevole.

Sistemiamo le nostre cose e, dopo un breve riposino, ci incamminiamo tutti insieme alla scoperta della città, dopo aver avuto un mappa e diversi consigli molto utili sui luoghi da non perdere dalla gentilissima signora della Reception. Attraversiamo i quartieri che portano in centro e in breve tempo cominciamo a familiarizzare con i palazzi storici e le vetrine dipinte delle vecchie caffetterie e delle pasticcerie che espongono ovunque la Pastel de Nata, il dolcetto di crema tipico del paese, che in effetti ha un’aria parecchio invitante.

Le strade sono tranquille, ma l’atmosfera si rivela subito particolare, di una semplicità dal sapore antico. Saranno le lunghe salite percorse dai vecchi tram di legno, i quartieri di case colorate affastellate le une sulle altre nei quali intere zone sono in completo stato di abbandono, segno evidente che la crisi sta colpendo duro anche qui, o i vicoli stretti che diventano scalinate ripide da scendere e salire arrancando in mezzo ai panni stesi. O forse sono le facciate barocche delle chiese che spuntano qua e là a dare questa impressione, sulle quali il grigio rigido delle vecchie pietre si imbelletta frivolo di delicate maioliche azzurre, creando un effetto di bellezza commovente, come quelle signore avanti negli anni che non rinuncerebbero mai a ombretto e rossetto, perché è ovvio che essere vecchie non c’entra nulla con essere donne.


Arriviamo inevitabilmente fino al Terreiro da Sé, la piazza in cima alla collina dove sorge la Sé di Porto che domina buona parte della città vecchia e del quartiere storico della Ribeira. Una cattedrale imponente risalente al XIII secolo dalla struttura quasi fortificata, fiancheggiata da due alte torri quadrate e abbellita sulla facciata da un elegante rosone centrale. Sul lato esterno, una loggia barocca aggiunta da un architetto italiano rivela palesemente uno dei molti rimaneggiamenti ai quali questa cattedrale è stata sottoposta nei secoli, mentre l’interno con soffitti a volta e colonne altissime rimane testimone del tratto tardo medievale della sua storia.

La parte che colpisce di più è comunque il chiostro di fine XIV secolo, uno spazio elegante stile gotico con colonne e archi a sesto acuto che si aprono su un cortile quadrato, e che ha le pareti completamente decorate da bellissimi Azulejos settecenteschi che raffigurano scene della vita di Maria e illustrazioni delle Metamorfosi di Ovidio.

Dal chiostro si accede alla terrazza superiore dalla quale si può godere di una vista privilegiata sul cortile sottostante, con la sua armonia di forme quadrate e curve perfettamente equilibrate, e sulla quale si ritrovano nuovi magnifici Azulejos di una splendida sfumatura di blu, con altre scene grandiose curate in ogni più piccolo dettaglio. E’ un’impressione particolare quella che regala questo chiostro, un classico luogo riservato alla meditazione spirituale nel quale un’architettura familiare ai nostri occhi è stata calata in un ambiente rigido di sola pietra, senza zone verdi né piante, e decorata di lucide piastrelle di porcellana bianca e azzurra che raccontano storie con infinita eleganza e lentezza.

Un altro dei gioielli di questa città è certamente la Stazione di San Bento, una delle più belle stazioni ferroviarie d’Europa. Costruita sui resti di un antico convento riadattato per le nuove necessità ai primi del 1900, regala uno strano impatto a chi la raggiunge, con l’eleganza sobria e un po’ rigida dell’edifico esterno che sembra sciogliersi e alleggerirsi infinitamente nei grandi spazi interni, nelle vetrate colorate ad ampie arcate, nella luce che entra a fiotti dalle finestre alte, e soprattutto nei bellissimi mosaici composti da migliaia di Azulejos che tappezzano le pareti da cima a fondo, disegnando sui muri la storia dei trasporti portoghesi, la storia della città e alcuni degli eventi più importanti che sono accaduti qui, in uno scorrere vivace di scene piene di dettagli che si armonizza perfettamente con il viavai di gente che passa continuamente in questo grande atrio di porcellana decorata.

Gironzoliamo ancora un po’ nel quartiere della Ribeira, affascinante e suggestivo come solo i luoghi vecchi sanno essere, procedendo comunque in direzione della meta imperdibile per tutti coloro che si ritrovano a visitare questa città, il fiume.

Mi piacciono particolarmente le città col fiume, hanno sempre un appeal speciale su di me. Forse perché noi ce l‘abbiamo e ci sono abituata, chissà. Percepisco il fiume come l’arteria vitale della città, il nastro di energia naturale che fluisce in mezzo alle costruzioni umane dando forza e ragione e direzione, via di ingresso e di uscita insieme, che scivola fluido e libero ma che diventa davvero vivo solo lì dove si mescola con la pietra e il cemento. Finisce quasi sempre che, poi, il lungofiume e i ponti sono le parti che più ricordo e più amo delle città che sono venute su nei secoli accovacciate lungo un corso d’acqua. Come Parigi. O Firenze, Dublino, Londra, impensabili senza i loro fiumi a tagliarne i quartieri, e a costringere gli uomini a inventarsi quelle cose straordinarie che sono i ponti, terra di nessuno magicamente sospesa sull’acqua a ricucire i bordi di due lembi inconciliabili, per risolvere definitivamente il problema terreno di arrivare di là. Non sono ancora mare, i fiumi, ma ci stanno andando. Da questo nasce la mia impazienza di vedere il Douro, e il fondato sospetto che Porto mi piacerà. Non rimango delusa, naturalmente.

Il nastro del Douro taglia in due la città come una lama piatta e lucida, da un lato la collina con la parte vecchia dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, con le case ammonticchiate, i profili delle chiese, la striscia della passeggiata lungo il bordo dell’acqua, dall’altro il comune di Vila Nova de Gaia, dove sorgono le cantine nelle quali avviene la produzione dei famosi vini Porto.

L’impatto visivo è magnifico, e quasi sorprendente per la sua grandiosità. Perché per andare di là, questa volta è stato scomodato nientemeno che un allievo diretto del grande Gustave Eiffel che, per scavalcare le acque del Douro, ha preso a modello il vicino ponte ferroviario Maria Pia disegnato dal suo Maestro per progettare il Ponte Dom Luis I, un’elegante arcata di ferro a due piani traforata come un merletto che collega le parti alte della città.

Il piano superiore del grande ponte di ferro, riservato alla linea della metropolitana, offre ai visitatori un comodo – e spettacolare – passaggio pedonale sopraelevato, che regala la più bella vista panoramica sulla città che si possa desiderare.

Anche vista dal lato di Vila Nova de Gaia, la Ribeira mantiene inalterato il suo fascino incredibile, affacciata sul nastro grigio del Douro che scivola via sinuoso verso l’Oceano.

Dal lato alto di Vila Nova de Gaia c’è persino una funivia che, al costo di 5,00€ a testa, porta giù sulla sponda destra del fiume, davanti alla sede della produzione del Porto Sandeman, che purtroppo non abbiamo il tempo di visitare. Preferiamo riprendere il ponte di ferro e ripercorrerlo all’indietro godendoci nuovamente quello spettacolo esclusivo, per raggiungere la passeggiata lungofiume dalla parte della Ribeira, dalla quale si possono vedere da vicino le antiche barche di legno attraccate ai piccoli moli cariche di botticelle di Porto, i locali che restano aperti fino a tarda notte, e le bancarelle di souvenir, dove tutto è decorato con i tipici galletti colorati di Barcelos.

Dalla Ribeira risaliamo su lungo le vie che scalano la collina, superando chiese e vecchi edifici pieni di fascino, e arriviamo fino alla Torre de los Clérigos, che con i suoi 76 metri di altezza è la torre campanaria più alta di tutto il Portogallo. Sottile ed elegante, in stile barocco, è la torre della chiesa omonima, ma purtroppo sono entrambe già chiuse e non è possibile entrare.

Ridiscendiamo verso il centro, e decidiamo di seguire il consiglio della signora della Reception svoltando in direzione della via dove si trova la libreria “Lello e Irmao”, che lei ci ha indicato addirittura come la terza libreria più bella d’Europa. Non l’abbiamo presa troppo sul serio quando l’ha detto, anzi ci è parsa la classica esagerazione di chi tende ad esaltare in maniera eccessiva le bellezze locali di fronte a chi viene da fuori, ma ci passiamo per curiosità, in fondo è comunque una libreria e ci piace l’idea di darci un’occhiata. Ci dobbiamo ricredere, ovviamente. Già dall’esterno si presenta in maniera splendida, con una facciata candida in stile Liberty e piccoli richiami neogotici (è stata costruita nel 1906) di una raffinatezza squisita. Colonnine, riccioli, ragazze dipinte, tralci fioriti e svolazzi staccano la facciata, mantenuta in condizioni perfette, dal resto degli edifici adiacenti, rendendola unica in una maniera singolare e incantevole.

Ma la vera sorpresa l’abbiamo nel momento in cui entriamo dalla porta principale. Oltrepassare la soglia è come entrare in una macchina del tempo, pochi passi e ci si ritrova di colpo a camminare in un passato lontano che avremmo sempre voluto vedere ma che non è mai stato possibile visitare. Finora. Pareti ricoperte dalle più meravigliose scaffalature di legno che abbia mai visto, sinuose e lucide, fittamente cesellate lungo i montanti e sui bordi fino al soffitto, stracolme di libri di ogni genere e disegnate com un’unica linea fluida che attraversa tutto lo spazio del locale, ricoprendo ogni centimetro disponibile di bellezza pura. Di fonte a noi, la più spettacolare scalinata che possa capitare di salire, con magnifici gradini a mezza luna rosso lacca che salgono verso il piano superiore come una fiamma, e poi si dividono, si sdoppiano e si allontanano in due curve identiche e speculari, per ritrovarsi e riunirsi pochi metri più in alto in una straordinaria balconata dal pavimento a gradini che è un vero gioiello, dal quale è possibile ammirare la bellezza della libreria da un punto di vista nuovo e ancora più sorprendente prima di raggiungere il soppalco del piano superiore. Qui ci sono altri scaffali, piccole scrivanie, persino un angolo caffetteria con poltroncine blu e tazze da tè, e soprattutto da qui si può godere della vista ravvicinata del lucernario del soffitto, un bellissimo pannello di vetri colorati decorati in stile Liberty, attraverso i quali la luce piove morbida dentro il locale. Non si possono scattare foto degli interni, dunque mi dovrò accontentare di queste ma la bellezza di questo posto ha conquistato il mio cuore in un attimo, e non mi servirà certo una foto per ricordarmene. Leggo nel libretto che acquisto sulla storia della libreria che qui dentro sono state girate alcune scene di uno dei film della saga di Harry Potter, e non mi stupisco affatto. Se c’è un posto dove si ha veramente l’impressione che con un tocco di bacchetta magica si può ottenere qualunque cosa, è certamente questo.
Dopo il lungo giro in centro decidiamo di tornare in albergo a riposarci un po’, prima di uscire di nuovo per la cena. Seguendo le indicazioni delle nostre guide, scegliamo il ristorante Café Guarany, uno dei locali più antichi di Porto, fondato negli anni ’30 e ancora oggi molto frequentato sia per il suo cibo tradizionale che per le serate musicali offerte agli ospiti quasi ogni sera. L’interno è semplice e accogliente, i camerieri sono molto cortesi, come tutti qui, e ci portano subito i piattini con formaggi, olive e antipasti secondo l’usanza locale. Chi vuole li mangia e poi li trova nel conto, chi non vuole non li tocca e loro li riportano via senza addebitarti nulla, avevamo letto di questa singolare usanza sulle nostre guide e verifichiamo che di fatto accade veramente così. La cena si rivela buona, proviamo la zuppa (alla quale io non resisto mai) e un paio di tipi di carne e pesce, è tutto buono e anche i dolci sono ottimi.

Forse l’atmosfera è più turistica che originale, e i prezzi sono un po’ più alti che in altri ristoranti portoghesi, ma la musica dal vivo non è male, sudamericana molto soft, con solo pianoforte e tastiera ad accompagnare le voci morbide di un paio di ragazze che agitano maracas e sonagliere. Una buona bottiglia di Vinho Verde ben fresco celebra la nostra prima giornata portoghese, che è stata decisamente positiva. Domani prendiamo l’auto e partiamo alla scoperta di questa terra affascinante, che si è già presentata come un prezioso tesoro da scoprire piano piano.

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